Acqua: antico e prezioso bene comune
di carlo castagna
In questi tempi in cui, nell’indifferenza e nell’ignoranza generale, si sta facendo di tutto perchè l’acqua, penultimo bene comune di cui liberamente usufruiamo (l’ultimo infatti sarà l’aria che respiriamo!), venga “privatizzato”, cioè diventi esclusiva proprietà di aziende e multinazionali, mi pare opportuno almeno ricordare come esso sia stato bene essenziale e determinante da sempre anche per la nostra esistenza di abitanti di Civate. Per cominciare dalle origini, a determinare il primo insediamento significativo e permanente del nostro borgo, di cui abbiamo a tutt’oggi vivace e presente testimonianza di vita, Tozio, o come più affettuosamente lo chiamiamo noi, Teusch, è stata proprio la presenza dell’acqua che scorreva in quel luogo. Riparato alle spalle dai venti freddi ed insidiosi che venivano da nord dalle colline di Scola e Cép Argen, nascosto e protetto da sguardi indiscreti, il luogo era infatti sembrato ai primi abitatori celti una buona scelta per costruirvi le loro capanne. Lì si distendeva il torrente Toscio, impetuoso ancora solo poco più su, nella valle montana. Esso serviva egregiamente ad irrigare i campi che si allungavano ai suoi fianchi. L’acqua dunque era il centro di tutti gli altri elementi che favorivano la vita di una comunità: il legname e la cacciagione dei boschi montani, i prodotti della terra e dell’allevamento nella valle, i pesci del lago poco lontano. Così venne posto allora un simbolo di culto, a ricordare a tutti la sacralità dell’acqua, proprio sulla sponda del torrente, dedicato alla divinità celtica che i romani chiamarono poi Teutates, da cui deriva proprio anche il nome di Tozio. Oggi lì, dopo secoli e secoli, c’è ancora a ricordarlo una cappelletta, dedicata alla Madonna e ricostruita con caparbietà ogni volta che il torrente impetuoso la trascinava via nelle sue piene. Un piccolo spiazzo, lasciato libero davanti ad essa, in tutti i secoli successivi ha permesso alla gente di radunarvisi spontaneamente per pregare, conversare, scambiarsi le notizie e prendere le decisioni comuni.
Fu quando
arrivarono i romani che le cose cambiarono un po’. Infatti,
questi ultimi avevano altri problemi per la testa. Anzitutto controllare la
strada (glarea strata) che,
provenendo originariamente dalla lontanissima Aquileia,
arrivava a Como passando proprio dalla collina di Civate. Controllare
significava mettere dei soldati di guardia! E non bastava loro essersi
insediati vicini a Tozio, cioè
al Castello, dove risiedeva la guarnigione. Per cui un posto di controllo
militare importante fu collocato accanto al ponte sul Rio Torto, emissario del
lago. Sul luogo, come era d’uso per le guarnigioni
romane, fu edificato un luogo di culto per la dea Cerere,
protettrice dei campi e delle messi, che i militari chiamavano comunemente sancta mater agraria.
Ancora oggi noi indichiamo la chiesetta come
Se a voi ora questo sembra abbastanza, i romani non furono dello stesso parere. Tanto era il timore che qualcuno tentasse una sortita contro i magazzini delle granaglie dell’annona, che costruirono sulla collina di Civate una torre per controllare dall’alto il passaggio di Isella, Turris in Isellam. Sì, proprio sul margine della piazza che ancora chiamiamo Turniselä! E non solo la torre. Accanto ad essa c’erano altri edifici, di cui rimane a ricordo qualche pezzetto di decorazione e di tegole nella cripta di San Calocero.
L’acqua dunque che c’entra qui? C’entra eccome! Proprio nel chiostro di San Calocero, accostata alla parete settentrionale, c’è una grande fontana in pietra in cui sboccava, abbondantissima fino a pochi anni fa, l’acqua dell’acquedotto romano, che tra la fine dell’alto medioevo e l’inizio del basso medioevo i monaci benedettini, costruendo il monastero a valle sui resti esistenti, avevano riscoperto, ristrutturato ed in buona parte ricostruito. Questo acquedotto, che parte dalle sorgenti sotto Mombello ed è un’opera di ingegneria idraulica piccola, ma sorprendente per perfezione tecnica ed intelligenza costruttiva, esiste ancora in buona parte ed è stato utilizzato per un paio di millenni circa! Vi pare poco? Esso aveva origine proprio da quella stessa valle, ai piedi della quale si erano insediati, molto tempo prima, i primi abitatori celti. Ed è la stessa valle che i romani chiamarono vallis deae orum, la valle della dea delle sorgenti, per l’abbondanza di acque che vi sgorgano e vi discendono. Ad alcune di sorgenti, essi hanno dedicato già allora diversi segni di culto: la cappelletta (in latino fanae o fanellae) di Faello, sotto cui sgorgava una sorgente d’acqua buonissima e famosa fra i civatesi; la cappelletta dell’Oro, dietro cui sgorga una sorgente; e poi l’altare di San Pietro al Monte, sotto cui ancora restano forse testimonianza visibile i resti di un ninfeo romano, su cui è stata costruita la chiesa...
La ricchezza, la freschezza e l’abbondanza d’acqua del nostro borgo, che aveva affascinato persino re longobardo Desiderio, hanno continuato a farlo crescere e prosperare anche successivamente ed a renderlo suggestivo. Non solo sui corsi d’acqua, nel tempo, si sono posti torchi e mulini; un po’ ovunque sulla collina di Civate piccole sorgenti e risorgive che sgorgano sono state utili al vivere quotidiano ed all’agricoltura ed all’industria ad essa legata. Note a tutti sono alcune tra le più importanti: dal lavatoio del Borgnoso, alla fonte del giardino del cinquecentesco palazzo Doniselli, a quella del giardino del secentesco palazzo dei Dell’Orto, alla fonte di Pratomaggiore ed alle sorgenti di Linate... Mentre nel ‘600 alcune di queste acque sorgive civatesi andavano a rifornire i filatoi della seta del signor Chiapponi, nel ‘700, nel clima di rinnovamento economico lombardo favorito da Maria Teresa d’Austria, addirittura indussero appunto i Dell’Orto a sperimentare a Civate una agricoltura collinare ispirata alle tecniche delle marcite della pianura padana. Servendosi proprio dell’abbondanza di acque di Linate e di Pratomaggiore, organizzarono un sistema di piccoli canali con chiusini per aumentare la produzione di foraggi. Le fattorie ed i cascinali di Pratomaggiore e del Rii (anche il nome è significativo per questa cascina purtroppo distrutta di recente!) fornirono per anni una produzione straordinaria, tanto da permettere a marzo lo sfalcio dell’erba già in Pratomaggiore.
In tempi più recenti invece, ed i più attempati fra noi ne sono stati testimoni, l’abbondanza d’acqua ha permesso quello sviluppo industriale che rendeva Civate un centro economico e di offerta di lavoro per il territorio circostante. E ancora una volta tutto ha preso l’inizio dall’acqua. E’ da essa infatti, dalla diga costruita sul torrente Toscio a Barzegutta che venne assicurata per la prima volta la produzione d’energia elettrica alla vecchia Star, primo motore del conseguente benessere di molte famiglie. Da allora altre realtà sono cambiate, forse rendendoci più ricchi, ma distratti e inconsapevoli, tanto da dimenticare quanto è stato e può essere ancora indispensabile per la nostra storia di vita il rispetto e la conservazione di un bene così semplice e prezioso come l’acqua, un bene che deve restare di tutti.