Civate nell’800: un medico coraggioso contro il colera
di carlo castagna
Sono stati numerosi, nel corso della storia, gli autori che hanno rivelato via via notizie preziose su Civate e la sua storia, alcuni dei quali vivendo gli avvenimenti proprio nello stesso borgo collinare. Tra essi merita senza dubbio di esserne ricordato uno che, pur non originario di Civate, vi ha trascorso buona parte della sua vita al servizio dei suoi cittadini. E l’occasione mi è data dalla riscoperta, tra i documenti d’archivio della biblioteca familiare di Casa Doniselli, di un breve trattato del dott. Giovanni Maria Doniselli, ricercatore e medico in Civate proprio sino al 1890, anno della sua morte. Il dott. Doniselli, originario di Pasturo, dove era nato nel 1802, aveva compiuto i suoi studi classici e di medicina a Milano e, ancor giovanissimo, aveva scelto Civate come sua residenza, per svolgervi la sua opera professionale oltre che a Valmadrera e Malgrate.
Proprio la particolare dedizione ed intelligenza nello svolgimento della sua professione aveva richiamato l’attenzione dell’Intendente Regio della Delegazione Provinciale di Como in occasione della presentazione di una relazione. Si trattava del rapporto col titolo di Cenni Storici sull’epidemia che ha dominato nel comune di Civate nell’ anno 1855, presentato nell’autunno dello stesso anno in seguito alla epidemia di colera che era dilagata durante la precedente estate nel nostro territorio. Il medico ufficiale della Delegazione, dott. Alessandro Tassani, era rimasto talmente affascinato dall’acutezza, dall’intelligenza e chiarezza scientifica della relazione, che non solo ne aveva fatta menzione in un articolo pubblicato sulla Revista Comense, ma aveva pure insistito perché lo stesso dott. Doniselli desse alle stampe il suo scritto.
L’invito fu accolto con entusiasmo, dal momento che il dott. Doniselli nascondeva un vero asso nella manica. Infatti, oltre che di medicina, si dilettava di psicologia, botanica e letteratura. E quanto a quest’ultima era autore di ben due romanzi d’ispirazione romantica, di cui uno successivamente pubblicato, a puntate, su Il Resegone, già allora giornale di Lecco. Fu così che l’anno successivo dette alle stampe Cenni sull’epidemia che ha dominato il Comune di Civate nell’anno 1855, facendovi seguire un Relativo abbozzo dello stato mentale delle popolazioni foresi, aggiungendo quindi all’indagine medica una interpretazione psicologica sulla reazione, di fronte alla malattia, delle persone comuni. Lo stesso medico giustifica l’appendice sostenendo che “l’argomento più importante, su cui si appoggia il precipuo assunto dello scritto in discorso, consiste nella crassa ignoranza, in cui trovasi ancora la massa delle popolazioni di campagna, e postoché stabilito già aveva di farvi que’ cambiamenti, mi parve conveniente di dilucidare maggiormente anche questo argomento”.
In realtà, l’esperienza del Doniselli era anche dovuta al fatto che le epidemie colerose, in quel tempo abbastanza simili negli effetti alla peste di manzoniana memoria seppur meno cruente e durevoli nel tempo, erano abbastanza cicliche e nel 1836 già il bravo medico vi si era cimentato, studiando i metodi migliori per contrastare il flagello nei tre borghi di sua competenza: Civate, Valmadrera e Malgrate. Per questo egli riuscì ad intuire come fosse necessario intervenire immediatamente ai primi sintomi del male, isolando non solo il malato per prodigargli le cure più adeguate, ma anche i luoghi da cui il colera potesse diffondersi per contagio: cosa certamente più facile a dirsi che a farsi. L’opinione diffusa fra le persone più semplici, infatti, era che anzitutto si trattasse di altri mali meno pericolosi e che comunque fossero tutte fole e manie quelle delle fumigazioni e del sequestro dei malati in ospedali pubblici di fortuna, certo poco attraenti e comodi se non igienicamente poco sicuri, lontani dai loro cari. Ecco perché quello del medico non era solo uno sforzo di cura, ma soprattutto di pertinace convinzione dei suoi pazienti, spesso con scarsi risultati.
Il solo aiuto dunque ad un medico, dato per circoscrivere e fermare una letale infezione come il colera, veniva fornito dalla disponibilità degli amministratori comunali, anche loro purtroppo con pochi mezzi e scarso personale, spesso inadatto e inaffidabile. E non certo per incapacità, anzi. Scrive il dott. Doniselli: “Io ammiro quanto si è fatto tra noi in moltissimi villaggi, in diverse borgate, in varie città e massimamente nella nostra Milano, per tenere lontano il male e per non lasciargli troppo vasto campo da devastare. Ma intanto anche con un immenso dispendio non si poté impedire, che in Milano stesso un migliajo di vittime in quest’anno ancora ingojate venissero dallo spaventevole mostro. Che se l’opulenta e generosa Milano cogl’ immensi sacrifìzj d’ogni genere che fece…non ha potuto, impedire che qualche strage anche in suo danno facesse l’asiatico malore: a che cosa di meglio, o, dirò anche solamente, a che cosa di simile potranno mai giungere i deboli, e sovente, non nell’intenzione ma negli effetti, puerili e talora fin anco ridicoli sforzi delle deputazioni comunali? Il più delle volte, sono queste provvedute di mezzi insufficienti: non possono avere altro locale, per crearvi provvisionalmente uno spedale, che un qualche oratorio oscuro, umido, insalubre, ordinaria abitazione de’ ragni, degli scorpioni e di tanti altri ancor più schifosi animali: non possono trovare per infermieri o per guardie…che uomini perversi, nefandi, scellerati, adescati solamente dall’offerta di grossa mercede, essendo i buoni assai rari e i migliori più scarsi ancora e tutti già occupati, e i generosi anche tra questi rarissimi: e quel che è ancor peggio, hanno a che fare con una popolazione composta quasi solamente di gente zotica, caparbia, ombrosa, ignorantissima, la quale in occasione di universale calamità non vuole sentire pareri da chicchessia, disprezza sino i consigli fatti suggerire dal pulpito, mormora e grida contra le spese che si fanno, contra i provvedimenti che si mettono in pratica, riputando e dichiarando ogni cosa detta e fatta senza ragionevole motivo, senza utile scopo, e talora fin anche per fine perverso. Stando le cose in questi termini, egli è chiaro, che deve riescire difficilissimo, quasi impossibile alle deputazioni comunali e a tutti quegli altri esseri di buona volontà, che loro si uniscono nel lodevolissimo sforzo che vanno facendo, di conseguire il loro intento.”.
Per ritornare ad alcuni dati forniti, ecco come si presentava la situazione al momento dello scoppio dell’epidemia. Il comune di Civate contava allora 1.472 abitanti; se ne ammalarono di colera 192, dunque il 13%. E gli appunti del medico sono ancor più precisi, annotando in maniera attenta 11 casi:
1.° Serafino Valsecchi ajutò a curare il primo
coleroso di Civate Pietro Valsecchi suo figlio, che
si ammalò la sera del 12 di agosto; e preso egli stesso
da diarrea il giorno 25, cadde in algore la mattina
del 26 e dopo poche ore cessò di vivere.
2.°
Gaspare Valsecchi andò i giorni 13
e 14 agosto a trovare il suddetto Pietro Valsecchi
suo fratello; e colto egli pure da diarrea il dì 25, cadde in algore il giorno susseguente verso sera e in quella stessa
sera uscì di vita.
3.°Calocero Sandionigi assistette
per qualche tempo nel 19 di agosto il coleroso
Giuseppe Sandionigi suo padre; e nel dì 27 colpito
venne dal male, che l’uccise in quel medesimo giorno.
4.°
Gaspare Sandionigi curò il cugino
Giovanni Sandionigi ammalatosi e morto di colera il
dì 16 agosto, e poi il padre dello stesso il prefato Giuseppe Sandionigi, che colto dal male il giorno 19 moriva in quel
dì stesso. Qualche tempo dopo io lo eccitai caldamente
ad assumere il carico d’infermiere, assicurandolo che non arrischierebbe più
nulla: replicai più volte la mia istanza; ma egli rispose sempre, d’aver avuto
dalla moglie quasi ammalata di spavento la più severa proibizione fin anca di
solamente avvicinarsi ad un altro coleroso. La mattina del 28 agosto fu
assalito da gravissimo colera, da cui a stento si poté liberarlo, essendo in
lui durato un tremendo algore più di quattro giorni.
5.° Bambina Valsecchi ajutò la mattina del 13
agosto a riscaldare il primo coleroso Pietro Valsecchi
suo vicino; indi curò essa sola il proprio figlio
Luigi Crippa, che fu attaccato dal male la mattina
del 20. Sul far della sera del giorno 28 assalita venne ella
stessa dalla malattia, che l’uccise in quella medesima sera.
6.° Francesca
Steffanoni ajutò il 20 di agosto a curare la nipote Maria
Brusadelli; e nel giorno 30 cadde ella stessa
ammalata, e morì il 5 di settembre.
7.° Bambina Panzeri assistette la figlia Maria
Piantanida, ammalatasi la mattina del 26 agosto e
morta poi nel dì 6 settembre; e colpita venne da colera il giorno 4 di
settembre sì gravemente, che parve miracolo l’avernela
liberata
8.° La
ragazzina Virginia Isella, che dormiva intanto nella stessa stanza
si ammalava e moriva di colera nella sera del 26 agosto la sorella Marta, fu
presa dal male il 4 di settembre, e morì tre giorni dopo.
9.° La loro
matrigna Teresa Valsecchi, che le assistette ambedue,
fu assalita da gravissimo colera il giorno 7 di settembre.
10.°
Teresa Valsecchi, che curò il
figlio Carlo Castelnovo ammalatosi e morto il 23
agosto, e poi il marito Vito Castelnovo colto dal
male il 27 agosto e morto in settembre, fu sorpresa dalla malattia il dì 7 di
settembre e morì in quello stesso giorno.
11.° I1 ragazzino Giuseppe Pina,
abitante in una rimota frazione del Comune, a cui era
morto di colera il padre la notte tra il 30 ed il 31 agosto, si ammalò
gravemente nel giorno 8 di settembre. Nessun’altra
famiglia di quella frazione assalita venne dalla dominante pestilenza.
Sono solo 11 casi su 192, della maggior parte dei quali il medico non potè conoscere il sopraggiungere della malattia se non il giorno successivo, un campione inferiore al 9% del totale, da cui tuttavia si deduce che “almeno nell’11% l’incubazione del contagio coleroso oltrepassa il settimo giorno, arrivando, come già dissi, all’ottavo, al nono, al decimo, al dodicesimo ed anche ad un tempo più lungo ancora.”. Di questi 192 ne morirono 79 ed è interessante seguire passo passo la lotta del dott. Doniselli per tentare di salvarli.
Ciò che non si può tacere infine, è una annotazione di riconoscenza particolare che il medico rivolge ad un prete di Civate, don Giuseppe Ceserani: “… quest’anno (fui) validamente aiutato da uno, il quale conosciuto che ebbe il metodo curativo da me usato, ogni volta che arrivando presso un novello ammalato, udiva ch’io non poteva subito visitarlo, perché allora occupato, adoperavasi, affinché senza alcuna perdita di tempo si desse principio alla cura e si apparecchiasse quanto altro io probabilmente avrei ordinato; da uno, che in mia assenza e in caso di bisogno incoraggiava ammalati sbigottiti, animava all’opera consanguinei ed affini avviliti, disperati, e stimolava e sgridava stanchi od infingardi infermieri prezzolati; cioè uno de’ migliori e dei più dotti sacerdoti che mai vi siano al mondo, da questo tanto benemerito coadjutore don Giuseppe Ceserani, il quale quantunque pieno di timore del male e della morte, fece in tal modo, assistendo in qualità di ministro di Dio a’ colerosi, più che lo stretto suo dovere, la vita magnanimamente prodigalizzando a vantaggio di questi parrocchiani: Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis (Ioann., X, 11). Ma quell’Angelo, che il rassegnato generosissimo braccio arrestò di Abramo, tra lui sempre interponendosi ed il voracissimo mostro, lo preservò a maggior bene dell’umanità ed a delizia de’ più intimi amici.”.
Ed ecco citate dal testo del dott. Doniselli, per curiosità, come si comportarono nel 1855 di fronte al colera alcune famiglie civatesi che si possono riconoscere come presenti ancora oggi:
