Natale ed il culto del Sole a Civate: un’ipotesi curiosa
di carlo castagna
E’ appena trascorso il Natale, accompagnato da un vortice di riti e tradizioni che spesso mescolano indifferentemente elementi di intensa e quasi ingenua religiosità cristiana popolare, come i presepi, ad usanze meno vicine a noi, perché più nordiche e pagane, come l’albero; elementi che comunque si sono fusi nel tempo divenendo indissolubili nella celebrazione della festa più sentita dell’anno. Eppure la celebrazione del Natale, alle sue origini, era ben lontana dalle luci dei presepi e dagli abeti luccicanti di ghirlande. Infatti, la festa del Natale era caratterizzata da riti e cerimonie ben diverse nel lontano passato. E soprattutto, prima di divenire festa cristiana, il Natale era già una importante celebrazione pagana.
Così forse molti sanno che in occidente, il primo Natale festeggiato a Roma ed in tutto l’impero romano fu quello del 25 dicembre del 274 d.C. Più esattamente fu celebrato il Dies Natalis Solis Invicti, cioè il Natale del Sole Invitto, dall’imperatore Aureliano, che già aveva costruito un tempio dedicato al Sole Invitto nel Campus Agrippae, l’attuale piazza di San Silvestro. La festa venne organizzata alla conclusione della riunificazione dell’Impero Romano, dopo la vittoria conseguita dall’imperatore sulla regina Zebedia del regno di Palmira, avvenuta con l’aiuto determinante della città di Ermesa, un aiuto offerto dai sacerdoti del culto del dio Sole. E questo ci fa capire che il culto del Sole era diffuso ben prima del 274. Anzi, a quel tempo era comune in tutte le regioni dell’impero, dall’Egitto all’Anatolia, tra le popolazioni celtiche e quelle della penisola arabica, tra i greci e gli stessi romani. Aureliano dunque proponeva il Sol Invictus di Emesa ai cultori ellenico-romani del dio Helios-Apollo, ai seguaci di Mitra, agli egizi fedeli di Iside, Horus e Serapide, ai siriani ed arabi adoratori di Dusares e Baalim. A Petra, nell’attuale Giordania, si è scoperto poi che il dio Sole-Dusares era già celebrato almeno dal 600 a.C. proprio il 25 dicembre. Un padre della Chiesa, grande storico del tempo, Epifanio, vescovo della città di Salamina, nel IV secolo descrive la festa di Petra, che ancora continuava attorno ad una pietra nera, un meteorite quadrangolare, risalente con probabilità ad un antichissimo rito animistico, che celebrava la stessa divinità del dio Sole-Dusares, in un rito già antecedente al 1400 a.C. e proveniente da Heliapolis o da Babilonia, in una contaminazione tra culti solari egiziani e siriani, arabici ed etiopici…
Ed il Cristianesimo? La festa del Sole, che diventerà la festa più importante dell’impero, cadeva a Roma alla fine della festa più antica, i Saturnali, confondendosi sin dall’inizio con i riti cristiani, tanto da far scrivere con grande confusione, nel 134, all’imperatore Adriano “che gli adoratori di Serapide sono cristiani e quelli che sono devoti al dio Serapide chiamano se stessi Vicari di Cristo”. Lo stesso vescovo di Cartagine, Tertulliano, grande padre della Chiesa vissuto tra il II ed il III secolo riportava nell’epistola Ad Nationes che ”… molti ritengono che il Dio cristiano sia il Sole, perché è un fatto noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia.”, mentre Sant’Agostino esortava invece i cristiani a non festeggiare il Sole il 25 dicembre, ma Chi lo aveva creato! Il fatto è che tanto importante e partecipata era la festa stessa che ancora oggi, alla distanza di due millenni, pur non essendo la festa più importante per la Chiesa è senza dubbio la più sentita e popolare. Qualcuno se ne lamentava, come San Leone Magno, vescovo di Roma che nel 460 ancora non riteneva opportuno che i pellegrini, in visita a San Pietro, prima di entrare si inchinassero a riverire il sole. Ciò tuttavia si confuse ancor di più con la tradizione di volgere le chiese ad oriente, nella direzione del sole che nasce.
Sarebbero ancora tanti i particolari da narrare, ma tutto ciò cos’ha a che fare con Civate? Ebbene, nelle ricerche storiche su Civate ed il suo territorio, che noi Amici di San Pietro conduciamo, abbiamo scrutato anche nei secoli delle origini del nostro paese e tra i segni lasciati dai suoi primi abitatori. Fra questi ultimi vi furono all’inizio, molto ben oltre due mila anni fa, i Liguri, una popolazione di cui ci parlano diversi autori latini, descrivendoli in modo a volte anche contraddittorio. Tito Livio li descrive come gente indomita, rude e fiera, in lotta con le belve e gli elementi naturali, che viveva di caccia e di pastorizia, ma anche di un po’ d’agricoltura sulle pendici degli Appennini e delle Prealpi. Abili artigiani della pietra, riuscivano a preparare stupende asce di pietra, levigate con straordinaria perizia, così affilate che permettevano di abbattere i grandi faggi dei boschi montani. Cominciarono ad usare i metalli, soprattutto il bronzo, solo verso il 600 a.C. Coltivavano il lino e l’orzo, il melo, il nocciolo e il castagno. Non erano conquistatori e le tribù vivevano isolate le una dalle altre in piccoli villaggi posti presso sorgenti e vie frequentate. Il capo villaggio convocava dei conciliabula dei capi delle famiglie, riunite in clan autonomi, in un campo di riunione. Era lui che presiedeva anche i riti religiosi in particolari luoghi di culto.
Chi è di Civate non può non conoscere il buco della sabbia, o sapere che resti della presenza dei Liguri sono stati ritrovati in cima alla montagna sul prato della colma. Mentre su quel prato sotto la cima del Cornizzolo, di cui parla nella sua opera anche Plinio il Vecchio chiamandolo monte Pedale, sono stati ritrovati semplicemente dei reperti litici, come punte di lance e frecce e qualche piccolo utensile, il buco della sabbia è senza dubbio la testimonianza più viva di un’epoca passata, inserita ancora nell’ambiente naturale che l’ha vista nascere nel periodo eneolitico, cioè nell’età del bronzo. La grotta, originariamente usata come grotta funeraria, si compone di tre ambienti successivi, non tanto ampi, di cui l’ultimo fornito di un camino verticale di ventilazione che fuoriesce nella roccia soprastante. Abbarbicata sulla impervia roccia a strapiombo prospiciente il lago d’Annone in cui si specchia, fu utilizzata praticamente fino all’esaurirsi dell’insediamento romano.
Il buco della sabbia , scoperto dagli studiosi d’archeologia solo poco più di cinquant’anni or sono, ma ben noto da tempo immemore agli abitanti di Civate, è stato sinora considerato un elemento isolato ed anomalo, quasi un mistero affascinante ancora da spiegare nella sua unicità. Tuttavia, qualche ipotesi più complessiva si può azzardare se si considera il buco della sabbia non come un singolo elemento, ma parte di un complesso più ampio. Per fare questo occorre completare la conoscenza delle tracce rimaste d’una età tanto lontana, aggiungendovi pure alcuni aspetti sinora ancora inesplorati.
Risalendo infatti la stessa costa montagna, sul sentiero quasi in disuso che s’arrampica impervio e dritto sul crinale, tra quello di Linate e quello principale per San Pietro al Monte, dirigendosi verso le corde, si incontrano, una trentina di metri prima dello stesso punto di riferimento da cui il luogo prendono il nome le corde, una coppia di steli tozze e massicce. Esse costituiscono una specie di rozzo portale che introduce il viandante al poggio soprastante su cui, nei secoli più recenti, sono stati appunto collocati i tralicci a sostegno delle funi d’acciaio, utilizzate dai contadini al momento della fienagione e del taglio dei boschi. Lo spiazzo stesso, invidiabile punto d’osservazione e di vedetta ( e posto ideale per costruirvi un altare), domina un paesaggio stupendo affacciato sui due bacini lacustri, oggi quasi completamente divisi dalla penisola di Isella: il lago d’Oggiono e quello d’Annone.
A destra dello stesso poggio delle corde, attraverso altre due più massicce ed importanti steli litiche, di cui quella di destra probabilmente naturale, si accede ad un piacevole pianoro riparato, denominato prato rossino. Questo è uno spazio ampio e circolare, racchiuso a difesa fra basse muraglie di pietrame. Il luogo, che forma una piacevole conca erbosa irregolare, era ideale per la collocazione di un piccolo insediamento umano di capanne in legno e paglia o di casotte. Questi tipici e rozzi ripari in pietra, costruiti a secco e per lo più ricoperti da uno strato impermeabile di zolle erbose, sono stati imitati per millenni nella loro struttura architettonica, come nell’uso funzionale, ed ancora sono presenti qua e là sui pendii della nostra montagna.
Le steli d’ingresso, grossolanamente ma evidentemente sbozzate dall’uomo, potrebbero introdurre qui anche in un luogo sacro, riservato a particolari cerimonie religiose, appunto come in uso presso i Liguri. Strordinaria infatti è la posizione stessa delle due diverse coppie di steli. Rispetto all’insediamento di prato rossino, le prime, a livello inferiore, sono rivolte ad est, cioè verso il sole nascente (natalis solis). Quelle d’ingresso all’insediamento vero e proprio sono volte invece volte al sole di mezzogiorno. Ancor più sorpendente è infine costatare che una coppia identica di steli, a completamento della triade, si trova come portale d’accesso alla zona del buco della sabbia, già ricordato nella sua funzione originale di grotta funeraria. Esse sono rivolte ad occidente, verso il sole morente. Allo stesso luogo si giunge facilmente da prato rossino attraverso un sentiero diretto ancora oggi praticabile.
Tutto ciò cosa potrebbe significare? Nella dimensione di un primitivo culto solare, l’interpretazione immediata della simbologia richiama, proprio nella particolare collocazione e configurazione dei manufatti e dello spazio centrale di prato rossino, la celebrazione dei tre momenti fondamentali della vita: ad oriente la nascita, volta all’immagine del sole nascente; a meridione la maturità come pienezza dell’esistenza, nel mezzogiorno solare; ad occidente la morte, cui è destinato ogni essere vivente, nel tramonto solare.
Considerato come la venerazione del sole, astro generatore della vita, nelle società primitive, ed in questo caso dei Liguri, fosse abbastanza comune, non è sorprendente che tale espressione di religiosità naturale possa aver avuto il suo luogo e la sua manifestazione qui per i primi abitatori del nostro territorio. Così, in un’epoca ormai ben lontana dalla nostra, possiamo immaginare che essi si accingessero a celebrare la festa del solstizio d’inverno, coi riti del Sole, negli stessi giorni in cui noi siamo oggi indaffarati a preparare i riti del nostro Natale!