Isella... tra ponti, santi e mulini
di carlo castagna
Isella, così come ci rivela il suo
stesso nome, era in origine soltanto un’isola, come quella dei Cipressi posta
nel vicino lago di Pusiano, solo un po’ più grande. E così la trovarono i romani
quando, all’inizio del primo secolo avanti Cristo, si misero di buona lena per
impadronirsi del territorio che chiamavano Gallia Cisalpina. Si istallarono dunque anche
sulle terre che si stendono sotto il Cornizzolo,
verso
Fu quando l’occupazione del territorio
era quasi terminata, che i nuovi occupanti si chiesero dove sistemare il deposito delle tasse che gli abitanti
del luogo venivano costretti a pagare. Già, perchè i celti, che risiedevano su queste terre prima del loro
arrivo, erano per lo più agricoltori e pastori, che
allevavano un po’ di pecore e capre e coltivavano farro, orzo e avena, ma
avevano anche imparato presto dagli etruschi
a curare la vite, da cui producevano un vinello, un po’ aspro da bere, è vero,
ma che allungato con l’acqua e un po’ di miele e resina tirava su il morale.
Integravano questa loro dieta alimentare con della occasionale
cacciagione e la pesca praticata nel lago, ma soprattutto sul rio Torto, dove
avevano imparato a disporre nella corrente nasse e bertovelli
per le tinche, le anguille di passo. Nel bosco raccoglievano poi bacche, frutta
selvatica e radici, che facevano essicare per
l’inverno. Soldi non ne avevano e neppure ne
conoscevano l’uso, così che le tasse che dovevano pagare consistevano per lo
più in granaglie, pesce secco e qualche brenta di vino. Oggi diremmo povere
cose insomma.
Eppure, quelle povere cose davano da pensare alla
guarnigione che doveva occuparsene, soprattutto per non farsele soffiare sotto
il naso. Al di là del lago ch’essi guardavano da
Civate, oltre l’isella,
c’era una collinetta, attorniata a sua volta da terreni paludosi: una difesa
naturale che avrebbe scoraggiato i malintenzionati. Fu così che pensarono di
far diventare l’isolotto una specie di passerella per consentire il transito
dall’altra parte. Nel mezzo ci avrebbero pur messo uno sparuto corpo di guardia
per scoraggiare le sortite di chiunque. Si sarebbe trattato di costruire due specie
di ponti: uno a partire dai piedi della collina di Civate, allora Clavadis, l’altro
a raggiungere l’altra sponda, dalla punta meridionale dell’isola, il pizzo. Ed
era fatta! I romani del resto, anche se soldati, erano maestri d’ingegneria ed
avevano sempre a disposizione appunto una specie di genio militare a supporto
del loro avanzamento verso nuovi territori, proprio per risolvere simili
problemi.
Non che per questo ci si poteva
aspettare di vedere sorgere due grandi ponti in pietre squadrate, caratterizzati
da un bell’arco, di quelli che hanno lasciato alla
nostra ammirazione! Tutt’altro! Ritennero infatti sufficiente costruire una semplice massicciata
sistemando nell’acqua pietrame e detriti, in cui inserirono pochi tronchi e
rami disposti per la lunghezza del manufatto, a mo’ di fasciame, intercalati da
qualche pilastro più compatto, messo a distanza regolare. Costruirono cioè quell’opera che definivano un
longus pons, una
vera e propria specie di lungo pontile largo neanche un paio di metri, ma funzionale
all’uso che intendevano farne. E dal punto di vista
ambientale erano dei geni, perché pietrisco e legname lasciavano filtrare
avanti e indietro l’acqua, non impedendone il flusso regolare. Questo era il
segreto per non ridurre il lago a una palude! In più
preparavano degli inimitabili nidi per le uova dei persici e soprattutto per
gli avannotti che potevano trovarvi rifugio e sicurezza dai voraci lucci,
predatori del lago.
In tal modo, da quella che ancora oggi
è piazza Torricella,
scendeva la strada acciottolata che, con qualche curva, si dirigeva a superare
le casupole di Isella e poi, girando a gomito sulla sinistra attorno alla zona
che i soldati si erano riservata, rafforzata e difesa da mura, puntava su
Annone, cioè il luogo di raccolta delle tasse pagate in granaglie: l’annona appunto. Da una parte e
dall’altra dell’imbocco del pontile, sotto Civate, facevano da
guardia naturale le scisti rocciose del cepèt e di runcài, come dissuasori efficaci
che arrivavano sin nell’acqua del lago non permettendo il passaggio. E qualcuno
tra noi, con un po’ più d’anni sulle spalle, ricorda ancora come, scendendo per
la via Castel Novo, verso
Isella, dovesse poi passare su un viottolo sterrato non più ampio d’un paio di
metri scarso, affiancato da fitte siepi cui facevano
immediato contorno, da una parte e dall’altra, le canne palustri che
s’immergevano nell’acqua, ed arrivava quasi fin sotto il cancello d’ingresso
all’antica costruzione della giazzera.
Naturalmente, un po’ staccato dal posto
di guardia, precedeva il piccolo e povero agglomerato di poca gente del luogo, che forse già era insediata sull’isolotto da prima dei nuovi
arrivati, vivendo di pesca e d’agricoltura come gli altri abitatori dei
dintorni. In quei tempi però, gli abitanti di Isella
vissero certo momenti di prosperità economica e di notorietà inaspettata, dal
momento che, con quella nuova storia delle tasse, aumentava sensibilmente il
transito di singoli viandanti, di carri e di animali carichi, a cui si doveva
in qualche modo provvedere per offrire magari aiuto, conforto e magari un
bicchiere di vino. Fu necessaria allora un’osteria per rifocillare i
passeggeri, far mettere loro qualcosa sotto i denti e scambiarsi le ultime
novità sui tempi che cambiavano in fretta, lamentarsi delle tasse che
aumentavano ogni anno e del mondo che chissà dove sarebbe andato a finire in
quel modo! Isella stessa assumeva così una importanza
universalmente riconosciuta che durerà a lungo nel tempo, tanto da lasciarsi
alle spalle per secoli anche un cognome
del luogo per chi l’abitava, mentre si aggiungeva qualche ricca fattoria.
Nel centro stesso dell’abitato poi, non
poteva non sorgere un piccolo luogo di culto per l’esigua comunità, non fosse
altro che per ringraziare qualcuno della fortuna insperata di cui essa
improvvisamente godeva, anche se a tutt’oggi non c’è dato sapere a chi precisamente quell’attenzione religiosa originariamente fosse rivolta.
Doveva comunque essere una divinità agreste, dal
momento che alcuni indizi successivi tramandatisi sul territorio lo lasciano
supporre. Occorre tuttavia prima aggiungere che anche
l’importanza di Isella era destinata a finire, pur se dopo qualche secolo.
Infatti, la località di
Annone non restò solo un magazzino di granaglie, dal momento che il valore
delle stesse aumentava con la loro lavorazione, rendendone più appetibile e
richiesta la commercializzazione. Peraltro, nel tempo, la lavorazione dei
grani, a cominciare dalla macinatura, è sempre stata sotto controllo
dell’amministrazione pubblica, perché tutta la farina usciva dal luogo di
macinatura e cosa c’era di più facile che controllare quello per calcolare
quanto imporre ad ognuno da pagare? Dunque ad Annone,
diventato un piccolo borgo di mugnai, si macinavano anche le granaglie, seppur
per molto tempo ancora con un metodo un po’ rozzo, ma tutto sommato efficace.
Ecco come.
Chi visita San Pietro al Monte, magari
distrattamente si domanda come mai nel prato che si stende a meridione dello
scalone d’accesso alla basilica sia inserito uno strano blocco di granito.
Strano perché non è un blocco compatto: proprio nel mezzo lo stesso è infatti scavato in forma circolare. Chi si prendesse poi la
briga di svuotare quel foro dal terriccio che lo riempie, si accorgerebbe che
l’incavo all’interno non è altro che il fondo di un mortaio in pietra, con una
ghiera più rilevata alla sommità esterna, perché la farina non trabocchi
facilmente. Si tratta, infatti, di una folla
di mulino di tipo orientale, costituito
come mortaio da un massiccio blocco di granito ghiandone,
scavato al suo interno, in cui porre la granaglia da macinare, su cui si faceva
cadere un grande palo, come pestello, facilmente
governato da una leva e una puleggia. Il sistema era efficace e molto semplice
da realizzare in luoghi dove era impossibile pensare di usare altri metodi più
complicati di macinatura, tanto è vero che fu sfruttato per secoli a partire
dall’Oriente, dove peraltro lo si può vedere ancora in
uso presso qualche povero villaggio isolato.
In realtà, i romani devono averlo
adottato ben poco anche ad Annone,
sostituendolo subito col sistema del mulino
a palmenti, cioè quel mulino costituito da due
macine affiancate ed unite al centro da un palo che, a sua volta, ruota su un
perno verticale, seguendo un movimento rotatorio prodotto da due animali
aggiogati, quando questi ultimi non erano sostituiti da più schiavi. Comunque, finché durarono i due sistemi, fu assicurata la
fortuna per Isella. Ma si sa che, come già sostenevano
gli avventori dell’osteria ricordata, non si sa mai dove va a finire il mondo!
Già, perché ad un certo punto la
tecnica della macinatura fece un grosso balzo in avanti. Comparivano i primi
mulini ad acqua, le cui macine, molto più grandi, pesanti e precise, venivano mosse dalle pale che ruotava la forza d’una corrente
d’acqua! Bastava allora trovare un torrente o un fiume con corrente forte e
continua per approfittarne, ma ad Annone questa possibilità non c’era. Fu così
che, in breve tempo, granaglie, mulini e soldati si trasferirono sul rio Torto,
emissario di portata costante e tranquilla del lago, là dove ancora oggi si
vedono passando le grandi pale, nel luogo stesso che, un bel po’ di tempo dopo,
i longobardi chiamarono con un loro termine scarena: la zona dei mulini.
E Isella? Beh! Isella tornò forse quella tranquilla
d’un tempo lontano, anche se per qualche secolo ancora ebbe comunque
qualcosa da dire. Anzitutto, nell’XI secolo, quando
venne costruito San Benedetto sulla montagna, ci si ricordò dell’oratorio che
stava ancora nel piccolo agglomerato di case, costruito sull’antico luogo di
culto romano e dedicato a Sant Andrea. Un santo
importante per noi, tanto che ancora ad Oggiono si
celebra con una grande fiera agricola d’animali da
tempo immemorabile ed il suo oratorio, qui sull’ex isolotto, venne ricostruito
più volte nei secoli. Perciò sull’altarino di San
Benedetto, dalla parte opposta al santo ispiratore dei monaci, v’è raffigurato
chiaramente un bel Sant Andrea in pompa magna. Segno
che ancora Isella aveva la sua bella importanza:
restava un luogo facile di transito attraverso il lago, soprattutto da quando i
monaci benedettini avevano iniziato a risanare le terre paludose attorno ad
Annone e alla stessa Oggiono, in località che si
chiamano ancora Laguccio, Peslago
o Dolzago, che qualcuno fa derivare dal latino dulcis lacus… Poi
quella striscia di terra che divideva proprio il lago in due controllava da
vicino tutta l’attività della pesca sull’intero bacino che apparteneva ormai al
monastero.
E tutto questo durò sinchè,
nel XVII secolo, gli occupanti spagnoli di Lombardia non decisero di
distruggere il passaggio tra Isella ed Annone, forse per controllare meglio il
territorio. Fatto sta che da allora da Isella non passò più nessuno. O meglio,
dell’antico passaggio si perse poco a poco fin la memoria, anche se c’è da dire
che qualche vecchio contadino, per tradizione antica, quando d’inverno il lago
era ben ghiacciato, per andare col carro da Civate ad Annone s’avventurava
ancora con sicurezza sullo stretto passaggio tra le due sponde vicine, là dove,
quasi a fior d’acqua, ancora oggi, in certi giorni limpidi di primavera, i
pescatori dalla barca scorgono ancora i piloni e la
massicciata del longus pons,
costruito da qualche nostro antenato romano solo due mila anni fa!