Rugulón: la quercia grande
di carlo castagna
La penombra leggera del crepuscolo dominava la lunga
navata della chiesa di San Calocero. Solo in alto la luce filtrata del sole si
stampava leggera, in sottili linee allungate, a stemperare i colori vivaci del
registro superiore degli affreschi e vi disegnava una corona. Dirimpetto
s’illuminavano appena, in un pulviscolo dorato ancora profumato d’incenso, le
alte monofore che davano sopra il tetto del doppio chiostro del monastero. Nel
silenzio profondo, Enrico sedeva commosso presso la cappella di Sant Agostino.
Al suo fianco la madre, immobile, inginocchiata sulle umide lastre di pietra
del pavimento, era una statua dagli occhi fissi sul volto della straordinaria
immagine lucente dell’Addolorata.
Nella mente di Enrico trascorrevano ora le ultime vicende di quella storia
misteriosa di cui aveva vissuto solo l’ultima tragica parte. Neppure lui,
tuttavia, avrebbe potuto raccontare quando essa avesse avuto inizio in un tempo
così lontano dal suo.
Tutto cominciò il giorno in cui si udì il rimbombo
degli zoccoli dei cavalli che avevano appena rumorosamente abbandonato
l’acciottolato candido che contornava il monastero, dirigendo il gruppo di
cavalieri giù per le zolle soffici del dolce pendio erboso che si apriva al di
sotto, fra le mura del Castel Novo e la collina che, ad occidente, arginava sul
lago il ronco coperto di rigogliosa
vegetazione. Accanto all’imperatore, superbo, cavalcava l’abate Algiso, nella
sua armatura lucente e gonfio d’orgoglio per i ricchi doni che il diploma
imperiale gli concedeva. Federico I spiccava fra gli altri per la capigliatura
e la barba d’un rosso vivo. I Comuni erano ormai battuti ed il sovrano aveva
con magnanimità dispensato onori e potere ai suoi nobili vassalli in fastose
cerimonie. Ora si apprestava a concluderle con una tradizione antica e un po’
stravagante agli occhi dei suoi saggi compagni d’arme, cristiani da sempre. Nel
suo sangue, tuttavia, scorreva ancora l’orgoglio delle popolazioni nordiche e
si nascondeva il timore per il rispetto del patto segreto, stretto un tempo
remoto fra le brume e le umide ombre dell’antichità, tra i suoi avi e la natura
selvaggia con cui dovevano confrontarsi. Fu così che, sul limite di quella
conca verdeggiante, quasi sotto ad un posto di guardia, sul finire dell’aprile
del 1162, Federico, smontato con semplicità d’un balzo dalla cavalcatura,
dinnanzi a tutto il seguito afferrò senza indugio con le mani nude il fusto
d’un giovane virgulto di quercia e
solennemente lo piantò, a testimonianza della sua benevolenza, ma anche
dell’imperio su quel borgo, che prima di lui avevano già riconosciuto, come
alleato fedele, Desiderio, ultimo re longobardo e Lotario, il terzo imperatore.
Nessuno, in quel giorno di festa, avrebbe potuto presagire il precipitare
rapido degli eventi.
Invece, proprio solo qualche anno dopo, la sorte
ignominiosa dell’imperatore svevo a Legnano segnava anche il crollo dei sogni
di grandezza dell’abbazia. A farne le spese fu soprattutto San Pietro,
l’eremo-fortezza strategicamente collocato sul monte. La sconfitta del
Barbarossa abbandonava a se stesso l’abate Algiso, suo fedele vassallo. I
monaci inutilmente cercarono di soffocare, prostrati in preghiera, le urla
bestiali, incrociate, degli assalitori. Wanulfo, l’ultimo novizio tredicenne,
col volto insanguinato fuggiva urlando il terrore. La lama d’un’ascia
baluginante nell’aria gli squarciò l’esile nuca, lasciando alla morte un
moncone dal riso osceno. Solo l’oratorio e la basilica si ergevano ancora
intatte e inviolate case di Dio, segnate dall’armonia degli archi a tutto
sesto, legame visibile fra cielo e terra. D’attorno solo i gemiti dei
moribondi, coperti dai canti di ringraziamento nella messa dei disumani
assassini! Dalle rovine dell’abbazia tedesca s’alzò a lungo, per giorni, un
fumo nero e acre a metà del monte; nell’aria l’orrendo e sguaiato gracchiare
litigioso dei corvi arrivati a frotte per contendersi i miseri resti.
La disfatta fu grave per il monastero, ma anche per
tutti gli abitanti del borgo che da esso dipendevano. La rabbia, lo sconcerto,
il dolore toccarono ogni angolo del territorio. Tuttavia gli assalitori, nella
loro cieca ferocia e nella loro brama di bottino, avevano trascurato con
sufficienza il segno appena piantato, la
quercia dell’imperatore. Così, non solo essa prosperò ben presto favorita
dalla vicinanza d’un piccolo rivo, ma divenne per tutti anche il simbolo
riconosciuto della lotta ghibellina: dei monaci e dei civatesi.
Affettuosamente, da subito, essi la chiamarono in dialetto semplicemente rugul, e crescendo negli anni, nei
decenni e nei secoli in forza e in altezza, divenne con naturalezza rugulón, dando anche il nome al luogo
stesso in cui si ergeva ormai maestosa.
Attorno al rugulón
si tenevano le vivaci assemblee delle famiglie, allora dette fuochi, in cui si discutevano
animatamente i problemi grandi e piccoli di tutta la comunità, come la pesca, i
lavori dei campi, il taglio del bosco e si organizzavano soprattutto le difese
armate del territorio indipendente del monastero, nelle roccaforti murate del
borgo, contro gli assalitori. Spesso vennero così respinti i prepotenti
tentativi di dominio di signori e
arcivescovi milanesi nei secoli: i Torriani, i Visconti e gli Sforza ed infine
lo stesso Ludovico il Moro. In quei secoli di turbinosi rivolgimenti si
alternarono successi importanti, come il riconoscimento dei privilegi alle
comunità dell’Università del Monte di Brianza,
ma anche feroci eventi, come l’assassinio, nel 1353, dell’abate commendatario
di Civate, l’arcivescovo Giovanni Visconti, da parte del feroce nipote Bernabò,
che lo fece trucidare, tagliare a pezzi e poi addirittura bruciare perché non
venisse sepolto in terra consacrata!
Tutti gli avvenimenti recenti, sviluppatisi con sorti
alterne, erano sempre discussi e preparati all’ombra del rugulón e la sua importanza crebbe d’intensità soprattutto quando,
dal 1470, per mancanza di monaci, lo stesso monastero fu chiuso per quasi un
secolo, fino all’atteso arrivo degli Olivetani nel 1556, inviati niente meno
che dall’abate commendatario del monastero civatese, il cardinale Niccolò
Sfondrati, allora vescovo di Cremona e poi papa col nome di Gregorio XIV. E il
sopraggiungere degli Olivetani fu presto accompagnato anche da rivolgimenti
ancor maggiori. Non solo verso la fine del secolo Civate divenne infatti
parrocchia della pieve d’Oggiono, per intervento del cardinale Carlo Borromeo,
ma il territorio intero dovette affrontare con timore la rapacità del dominio
spagnolo, cui non era paragonabile nessun altro attacco sino allora subito. Gli
sgherri degli spagnoli depredavano sfacciatamente tutto il possibile,
contestando persino il possesso dei beni ereditari a nobili, chiese e monasteri
con lunga e interminabile rapina.
In quegli anni di violenza e ferocia inaudita, pochi
osavano opporsi allo strapotere del governatore spagnolo del ducato di Milano.
La Camera Spagnola di quella città
impose così una tassa eccessiva per ogni focolare.
Anche il borgo di Civate, ormai integrato nella pieve oggionese, pagò per i
suoi focolari, anche se i suoi territori erano praticamente feudo ecclesiastico
dell’abbazia, a cui difficilmente potevano essere sottratti; anzi, proprio per
questo il monastero fu di nuovo coinvolto nelle dispute pretestuose sul
possesso del lago, che i monaci tenacemente sostenevano di avere “ iam supra annos DCCC in quieta et pacifica
possessione” con lo “ius piscandi et
prohibendi”, mentre gli spagnoli lo ritenevano di diritto un loro demanio. Questi ultimi inviarono allora
un bargello di campagna con gli
sbirri, a reclamare il presunto maltolto.
Erano i primi giorni d’agosto del 1652. Volarono
insulti e legnate. I civatesi più coraggiosi e arrabbiati contro le ingiustizie
già subite, difesero con forza la loro abbazia e alla fine ci scappò il morto,
nella persona dello stesso bargello.
L’abate commendatario, il nobile marchese Francesco Pirovano, peraltro già
accusato di complicità con i nemici francesi, fu ritenuto essere il mandante
del delitto. Senonchè il marchese era troppo potente per essere catturato e
così si vantava “di poter girare
indisturbato per le vie di Milano, sotto il naso delle guardie spagnole”.
Il governatore, tuttavia, questo non lo digeriva e l’anno successivo, non
potendosi vendicare direttamente dell’affronto, escogitò “di punire in modo esemplare quei contadini pezzenti che avevano osato
ribellarsi da tempo alle sue
disposizioni e di distruggere per sempre i loro covi”.
Enrico era allora ritenuto da tutti il capo della
rivolta. Intelligente e coraggioso sin da bambino, era attratto già dalle
riunioni che gli uomini tenevano all’ombra del rugulón, affascinato dai discorsi dei grandi. Così, quasi senza
accorgersene, sempre più spesso era intervenuto via via nelle discussioni con
suggerimenti brillanti che lasciavano ammirati anche i più anziani e che,
nonostante i suoi poco più che vent’anni, l’avevano ben presto fatto ritenere
da tutti il capo dell’assemblea dei
focolari, dopo l’improvvisa scomparsa del padre. Ed Enrico aveva preso a
cuore questo riconoscimento, al punto che si trovava coinvolto a parlare per
tutti nel reclamare con convinzione i propri diritti di fronte agli spagnoli.
Anche mentre lavorava nel piccolo laboratorio di falegnameria che il padre gli
aveva lasciato, proprio sull’angolo della strencéta
che da una parte dava sul budello per piazza
piccola e dall’altro verso la chiesa di San Calocero, non smetteva mai di
pensare a come risolvere i tanti problemi che la gente più povera gli affidava.
Qui lui era falegname del borgo, ma anche carpentiere provetto e la sua
ingegnosità e fantasia lo spingevano ad usare le sgorbie ed il pennello per
scolpire stupende immagini sacre, di gente al lavoro o d’animali, ma anche a
modellare la creta, il gesso e la calce in manufatti originali, che poi
dipingeva coi colori della natura. In questo modo manteneva la madre ed il
fratello Francesco, solo sedicenne, bello e delicato di salute, avviato perciò,
per l’intelligenza vivace, agli studi del latino e del greco dai padri del
monastero. Enrico li amava profondamente entrambi, anche se essi lo guardavano
ormai senza osare dir nulla, di giorno in giorno più preoccupati per il rischio
che sapevano stava correndo, vedendolo uscire, quand’era chiamato, ad ogni ora
del giorno e a volte della notte, pensieroso e taciturno.
I soldati del governatore, sul finire di
febbraio, s’erano dunque messi in marcia
da Milano col nuovo bargello, tra le
campagne ancora innevate, per
catturare Enrico. Le notizie però giunsero al villaggio ancor prima di loro e
fu Luca, il suo più caro amico, a raggiungerlo nella sua bottega. Qui durò non
poca fatica per convincerlo a scappare, a nascondersi. Le spie del paese l’avevano già venduto per molto meno dei famosi
trenta danari e lui non avrebbe potuto nulla a mani nude contro le guardie
armate… Doveva stare nascosto per un po’ sulla montagna e gli spagnoli se ne
sarebbero andati, stanchi d’aspettare… Fu così che egli raccolse qualche
provvista, diede un bacio frettoloso alla madre, abbracciò il fratello e salì
veloce la montagna sopra San Pietro, verso la cima, per passare sotto l’arco
della val de la pórta e rifugiarsi
più su, nella grotta detta del cèp di
bianc, un rifugio usato da secoli, troppo impervio da raggiungere e
pericoloso per coloro che non erano esperti del luogo.
Frattanto i soldati, sciogliendosi a fatica
dall’assedio interessato dei contadini che mostravano di voler chiedere loro un
sacco di informazioni sulle novità di Milano, avevano finalmente raggiunto il
borgo e s’erano diretti affannati verso la casa d’Enrico: volevano coglierlo di
sorpresa. Quale fu dunque la loro rabbia quando s’accorsero d’essere stati
beffati. Furiosi si scagliarono allora sugli utensili del laboratorio,
spezzandoli, scagliandoli con violenza contro i muri, rovesciando il tavolone e
gli attrezzi. Lì era rimasto soltanto il pappagallo di Enrico, libero su un
trespolo. L’uccello era simpatico a tutti per i suoi lazzi e le sue piume
multicolori ed affezionato in modo straordinario al suo padrone. Le guardie
tentarono d’acciuffarlo, ma il pennuto si divincolava svolazzando e gridando a
squarciagola “morrrte al tirrano, morrrte
al tirrano” imbestialendo ancor più gli armati, finché, con un guizzo,
sgusciò fra le sbarre dell’inferriata dell’unica finestrella del locale e se ne
volò un po’ a sghimbescio sui coppi della casa dirimpetto, continuando da lassù
a inveire a squarciagola col suo “morrrte
al tirrano”!
I soldati setacciarono anche il povero unico locale
del primo piano, buttando all’aria ogni suppellettile. Francesco e sua madre,
atterriti dalla violenza e dalle bestemmie degli uomini indiavolati, se ne
stavano in un canto, facendosi piccoli piccoli. Fu allora che il bargello sferrò il primo colpo al ventre
del ragazzo con il suo pesante calzare chiodato. Francesco si piegò in due
senza un lamento e questo fece inferocire ancor più lo spagnolo che trascinò a
terra il ragazzo per i suoi lunghi capelli biondi e lo scaraventò giù dalla
rampa di legno della scala. Gli altri compagni, sino allora delusi
dall’insuccesso dell’impresa, sghignazzarono rumorosamente e, presi da un’idea
diabolica, afferrarono il ragazzo, gli legarono con una fune i piedi e lo
trascinarono schiamazzando lungo il breve tratto di strada acciottolata fin di
fronte alla chiesa del monastero. Qui lo appesero come un animale
all’inferriata che precedeva l’ingresso e si accanirono su di lui.
Tutt’intorno s’era formato un capannello di guardie e
di paesani vigliacchi: gli sciacalli che sempre si schierano, per una manciata
di denaro, dalla parte dei prepotenti e dei forti per soddisfare la loro voglia
di sangue contro i deboli e gli indifesi. E tutti loro sembravano godere nel
colpire in ogni modo e nel torturare il più crudelmente possibile il ragazzo,
tra le risate oscene, mentre lo interrogavano selvaggiamente. Infine, quando
gli ebbero spezzate le braccia e le gambe con le mazze chiodate, poiché ancora
non parlava e la lingua era ormai tumefatta, lo sciolsero. Il povero corpo
straziato restò accasciato a terra, ma ancora vivo.
Allora il bargello
raccolse la fune che ancora gli legava i piedi e ne annodò l’estremità alla
sella del suo cavallo. Montò in groppa e trascinò il pietoso fardello dapprima
sul selciato della piazza, per poi lanciarsi lungo il pendio erboso verso la
quercia dell’imperatore, perché ben sapeva ch’era lì che gli abitanti del borgo
si adunavano. Il corpo inerme, ormai incosciente, scivolava fra il fango e le
chiazze di neve che ancora non s’erano sciolte. Quando furono alla grande
quercia, il ragazzo ormai moribondo fu legato mani e piedi ai rami inferiori,
come su una croce. I soldati si schierarono all’intorno a fare da guardia,
ubriachi, accendendo un fuoco di sterpi per il freddo e la pioggia. Attesero
così la fine della lunga agonia che durò fino alla notte. Quindi, nascosti
dall’oscurità come assassini quali erano, ammassarono altri sterpi attorno
all’enorme tronco, li incendiarono e partirono in fretta, lasciando a terra le
tracce della loro gozzoviglia.
Fu Luca, che aveva seguito di nascosto gli avvenimenti
sconvolgenti del giorno, a salire in fretta atterrito, ormai al tramonto, a
chiamare disperatamente Enrico. Questi si precipitò a valle, ma tutto fu
inutile. Disperato Enrico era sceso nel buio tra la neve alta, aveva raggiunto la
sua casa mentre ancora non appariva l’alba gelida. La madre lo aveva guardato
profondamente negli occhi come a chiedergli un aiuto ormai impossibile. Egli
silenzioso la prese sottobraccio ed insieme discesero verso il luogo
dell’atroce supplizio, segnato ancora dal bagliore delle braci e dall’acre
odore di fumo. Quando furono più d’appresso, la prima tenue luce del giorno
illuminava lo scempio e si sentì lungo, nell’aria tagliente, l’urlo nero della
madre che andava incontro al figlio crocifisso. Enrico, sciolse con cura il
fratello e lo mise leggero tra le scarne braccia tese della madre accovacciata
sulla terra livida di pioggia, inginocchiandosi nel fango presso di lei. Ella
strinse al petto il corpo martoriato, ormai muta per sempre, mentre Enrico guardava
tra le lacrime, folle di dolore. In quello scempio, stranamente erano rimaste
bianche ed intatte, tra i resti straziati, le mani affusolate di Francesco.
Guardandole, egli allora pensò alle parole evangeliche: non c’è amore più grande di chi dona la vita per il proprio fratello.
E il suo sguardo rimase lì, per ore, fisso su quelle mani, finché Luca ed i
compagni non riuscirono a trascinarli via.
Per Enrico e sua madre il tempo s’era fermato a
quell’incontro con la morte. Muti e silenziosi avevano sbarrato la porta della
loro casa. Sopravvissero del poco cibo che Luca lasciava loro ogni giorno sulla
grata della finestra, che mai come ad allora aveva fatto apparire la dimora
come una prigione. Fu inutile ogni tentativo di smuoverli e di consolarli del
loro dolore troppo grande, e per Enrico ancor più immenso per il senso di colpa
che lo schiacciava.
Passarono così diverse settimane nella disperazione
più profonda, sinchè una mattina l’amico apparve presto e cominciò a battere
con insistenza all’uscio. Enrico ne fu tanto infastidito che aprì infine,
almeno per farlo desistere. Ma Luca non gli lasciò neppure il tempo di parlare.
Lo afferrò per un braccio e quasi lo trascinò lungo la via e la piazza torricella e poi giù per il grande
prato. In quell’istante Enrico si fermò incredulo ed incerto. La quercia grande
dell’imperatore era scomparsa!
Gli abitanti del borgo, avviliti dopo il feroce
avvenimento, s’erano infatti ritrovati per decidere che fare. La quercia
grande, il rugulón, era bruciato
lentamente per giorni, lasciando traspirare dalla sua corteccia un fumo nero e
denso. Alla fine il suo aspetto era troppo orribile e tutti ritennero che
avrebbe conservato per loro soltanto un ricordo insopportabile di morte. Con le
scuri e le mazze, insieme lo avevano attaccato furiosamente, riducendone il
tronco enorme ed i rami carbonizzati in tante piccole schegge, perché nessuno
se ne potesse servire e avevano sparso i resti tutto all’intorno: che dessero
vita almeno alla terra, fecondandola. Solo il grande ceppo irsuto spuntava
intatto dal suolo, ma si sentirono troppo stanchi per occuparsene allora. Così,
giorni dopo, diedero l’incarico a due o tre contadini affinché lo liberassero e
lo scalzassero dalla terra. E così fu fatto. L’enorme ceppo con le grandi
radici fu portato in superficie, ma poi, non sapendo che farsene, fu
abbandonato sul posto. Questo almeno era ciò che si trovarono di fronte Luca ed
Enrico quel mattino d’aprile inoltrato, oltre ad un folto gruppo di abitanti
eccitati di cui risuonavano nell’aria le voci sonore e irritate. In mezzo al
gruppo si sbracciavano tre forestieri, accanto ad un carro pesante cui erano
attaccati ancora due enormi buoi bianchi, di cui uno, a terra, sembrava
soffrire emettendo un lugubre muggito.
Appena s’accorsero della presenza di Enrico il tumulto
sembrò spegnersi all’improvviso. Tutti lo fissarono con rispetto e deferenza
togliendosi l’uno dopo l’altro il cappello. Allora uno dei forestieri, il più
anziano, si avvicinò col copricapo in mano a Enrico, che intanto osservava come
rapito il grande ceppo. L’uomo, con dignità, gli rivolse la parola a capo chino
e si appurò finalmente cosa fosse successo.
Nella notte, alcuni contadini di Malgrate erano
sopraggiunti nell’oscurità per rubare l’enorme ceppo della quercia. Per questo
s’erano portati un grande carro coi buoi, oliando per bene le ruote e
ricoprendo con stracci gli zoccoli degli animali. Tuttavia l’impresa si mostrò
subito più difficile del previsto. Il ceppo aveva finito per rovesciare, col suo
peso, il carro insieme ai buoi che vi erano aggiogati. Il trambusto aveva
risvegliato i contadini della vicina fattoria di prato maggiore, che non si eran certo fatti pregare per intervenire
con vanghe e forconi a sloggiare i malcapitati. Ora, il sindaco di Malgrate,
cui si erano presentati all’alba i suoi concittadini pentiti e malconci, si era
preso l’incarico, con due galantuomini, di cercare di recuperare almeno i buoi.
Uno di questi, tuttavia, era rimasto irrimediabilmente azzoppato nel ribaltamento
del carro.
Tutti aspettarono in silenzio che Enrico parlasse e
lui, senza guardare neppure una volta l’interlocutore, volto sempre con lo
sguardo al grande ceppo, disse semplicemente al sindaco di slegare il bue sano
e di andarsene subito. Il carro e l’altro bue da abbattere sarebbero stati per
i civatesi il giusto compenso per il furto tentato. Nel frattempo si portassero
altri due buoi e tre tronchi per farne una slitta con cui trascinare il grande
ceppo alla sua bottega. Tutti lo ascoltarono stupiti, ma anche sollevati per
aver forse ritrovato la loro guida.
Il trasporto non fu facile, anzi, impegnò diverse
persone che sudavano entusiaste e curiose. Cosa se ne sarebbe fatto Enrico? Il
ceppo era tanto grande, infatti, che non poteva neppure entrare dall’ingresso
della falegnameria. Fu collocato allora al centro del cortile della casa a
fianco, direttamente sull’acciottolato. Tutti stavano in attesa, ma lui non
parlò con nessuno. Iniziò immediatamente a ripulire quell’ammasso informe dalla
terra e dalla ghiaia incastrata fra le radici. Poi con la scure e la sega tolse
le parti più estreme di queste. Annoiato, qualcuno cominciava ad andarsene ed
anche gli altri si arresero quando sentirono suonare la campana del
mezzogiorno.
Fu così che per qualche mese, dall’alba al tramonto, a
chi capitava di passare per strencéta,
si presentava quasi sempre un crocchio di curiosi affacciati sul cortile, da
cui provenivano chiari i colpi della mazzetta sullo scalpello o il graffiare
cadenzato delle sgorbie sul legno. Instancabilmente, Enrico trascorreva tutti i
santi giorni della settimana intento al suo lavoro. I bambini interrompevano
ogni tanto i loro giochi per stare un po’ a guardare come procedesse l’opera,
diligentemente seduti sui gradini di legno della scala. Solo a loro era
permesso di varcare la soglia del cortile. E veniva gente anche da fuori paese
ormai, ad ammirare il tutto, tanto si diceva in giro della abilità, della
sicurezza e della capacità di Enrico. Ed in effetti, fin dal primo momento,
sembrava che la scultura fosse già tutta disegnata nella sua testa: la mazzetta
batteva sullo scalpello come da sola, le sgorbie scivolavano sicure e precise,
affondando nel legno al punto giusto senza sentirne la durezza o la fatica.
Insomma, l’immagine nasceva dalle sue mani delicata come un bellissimo vaso
dalla creta morbida del fiume. La figura della Vergine, che teneva sul suo
grembo il Figlio morto, era già di una bellezza così toccante e vera, da
sembrare finita prima ancora che vi si stendesse lo scintillio dei colori e
dell’oro a ricoprire le lisciature degli stucchi. Anzi, si cominciò a
vociferare che la statua, troppo bella per un piccolo borgo, sarebbe finita
nella grande chiesa di Lecco, ma presto si aggiunse che la reclamava già Monza
e, perché no?, addirittura l’arcivescovo milanese la voleva per il suo Duomo!
Non era vero niente! La statua finita fu collocata,
con una solenne cerimonia, nella chiesa di San Calocero, mettendo d’accordo,
almeno per questa volta, il nobile abate ed il parroco che si guardavano
normalmente in cagnesco. Fu una festa stupenda con ghirlande e fiori e una gran
folla: c’era persino il prevosto d’Oggiono ed una marea di preti di ogni tipo,
mai vista! Gli unici che non c’erano, nonostante le insistenze, furono proprio
Enrico e sua madre. Non ci fu verso.
Poi, al crepuscolo, quando dalla casa si sentiva ormai
smorzarsi e svanire il clamore della piazza, Enrico aveva preso sottobraccio
sua madre, come quel giorno. Erano entrati senza essere visti nella chiesa in
penombra e si erano avvicinati alla statua dell’Addolorata, avvolta nel manto dorato e illuminata dalla fiamma di
una semplice lampada ad olio. La madre si era inginocchiata sulla nuda pietra
ed Enrico sedeva accanto a lei. Entrambi silenziosi accarezzavano con lo
sguardo l’immagine della Madre e del Figlio morto quasi sgomenti. La donna
osservava attenta il volto tragico e attonito della Vergine alla vista del
Figlio straziato e vi si riconosceva, mentre Enrico era attratto dalla fragili
mani di Gesù, così bianche e delicate. Erano proprio le stesse mani di
Francesco viste quel giorno, ma l’angoscia dentro di lui era finita. Sentiva
nell’animo solo una grande pace. Già, perché lui sapeva che quel Cristo
crocifisso era davvero suo fratello.
Quel giorno, lontano nella memoria dei civatesi,
segnava la terza domenica di settembre del 1653.