Origini dell’antica istituzione delle Confraternite
Chi come me ha già qualche anno sulle spalle, senza dubbio da bambino ha avuto occasione di essere coinvolto nelle colorite e partecipate processioni che, nel nostro paese, si tenevano ancora sul finire degli anni cinquanta. E ricorda pure che tra i protagonisti delle stesse v’erano numerosi personaggi anziani, vestiti con quello che a noi bambini sembrava un grande camicione bianco, legato in vita da un cordone, e con una corta mantellina rossa, sul cui petto spiccava netta una insegna metallica su cui riluceva un ostensorio sbalzato. Essi aprivano la processione con una grande croce d’argento, attorniavano e portavano il ricco e imponente baldacchino, sotto cui il celebrante innalzava l’Eucarestia.
Questi
personaggi appartenevano alla antichissima
confraternita del SS. Sacramento, che già esisteva allorché la parrocchia di
Civate fu formalmente istituita, con un colpo di mano, il 27 ottobre del 1571,
dal cardinale Carlo Borromeo, che in quella occasione
aveva dato disposizioni da operarsi non solo nella chiesa di San Calocero, adibita per la prima volta alla doppia e distinta
funzione di chiesa monacale e parrocchiale, ma pure nei diversi oratori che si
trovavano allora numerosi sul territorio civatese. Naturalmente fra questi si
distingueva quello di San Vito e Modesto, dipendente sì dalla presenza del monastero,
ma amministrato da tempo immemore dalla più antica
delle confraternite, quella degli scolari del Rosario, per i quali
l’arcivescovo milanese prescriveva:” Li Scholari del Rosario di questa Chiesa n´essibiscano
fra quindici giorni nelli atti della visita il legato
di lire 16 l´anno lasciato dal gentiluomo Alessandro della Canale per celebrare
una Messa la 7a, et si dice rogato da monsignor
Giovanni Gazzero notaio in Lecco, ne manchino di satisfare al detto obligo. Nel
medesimo tempo n´essibiscano anche il legato della
brenta di vino lasciato per anni cinquanta dal gentiluomo monsignor ……... con obligo di far celebrare dodeci
messe l´anno, et si pagò per Marè
Antonio et Cristoforo della Canale,
et l´intero si dice rogato per monsignor Giov. Ambrosio Riva notaio in Galbiate,
ne manchino di sodisfare al detto obligo.
Uniamo ex nunc, et incorporiamo insieme questa schola
del Rosario et quella del Corpus Domini, che è nella Parochiale; siche siano un´ istesso
corpo, et governo, et tutti
insieme godino delli privilegij, et indulgenze
contenute nelle nuove regole della schola del Corpus
Domini stampate, quale attendino ad osservare
diligentemente massime anco il governo, elezione, et mutazioni delli officiali, et rendere conti, et se gli
legano le regole, et privilegij
ogni mese.”.
Come si vede, oltre ad
interessarsi di questioni economiche, il primo cardinale Borromeo
fondeva da quel momento la confraternita del Rosario, con quella del Corpus Domini, in lingua volgare più
conosciuta come del SS. Sacramento. O
almeno questa era la sua intenzione. Infatti, la fusione fra le due
confraternite non fu così immediata, ne’ così pacifica
come si sarebbe sperato in quei tempi concitati. Già in quell’occasione
si ricorda infatti come, alla richiesta perentoria del
cardinale, affinché le liturgie della neonata parrocchia si celebrassero col
rito ambrosiano, i civatesi avessero duramente
risposto a bel muso: “ O ruman o lüteran! ”. Al che il
Borromeo aveva soprasseduto.
I motivi della
riluttanza alla fusione, da parte della confraternita del Rosario, c’erano ed
erano sicuramente legati alle sue origini ed alla storica consuetudine
all’indipendenza dal monastero della stessa. Ma da
dove aveva avuto origine questa confraternita? Per capirlo bisogna fare un po’ di passi
indietro, anzi un bel po’ di passi, dal momento che si tratta di ritornare a
più di mille anni orsono!
In realtà, già dai
secoli in cui fu fondato il primo monastero di San Pietro al Monte nell’VIII
secolo e poi si operò a ricostruirlo fra il IX ed il X
secolo, la fama delle sue preziose reliquie e delle sue straordinarie
indulgenze si diffuse rapidamente ed una schiera di pellegrini numerosa
giungeva qui per visitare la basilica dei santi apostoli. Per i pellegrini,
tuttavia, non v’era alcuna possibilità d’accoglienza presso il monastero
montano ed è così che sorse, fin dai primordi, un ospizio più a valle, o meglio
sulla collina che precede la salita sulla montagna, nella località che ancora
oggi si chiama Scola. Tale ospizio era retto proprio da una delle numerose
confraternite di assistenza ai poveri, ai mendicanti,
agli ammalati ed ai pellegrini, allora chiamate scholae, da cui deriva ancora
oggi, non unica ma sicura traccia, il toponimo dell’agglomerato contadino. Il
vecchio insediamento d’accoglienza era collocato in una posizione strategica,
sotto il controllo visivo diretto del monastero sulla montagna e probabilmente
era già stato un insediamento militare nel periodo romano. Ciò che qui importa,
tuttavia, è sottolineare come vi si trovi ancora oggi,
ricostruito più volte, l’antico oratorio che affiancava l’ospizio come conforto
spirituale oltre che materiale ai pellegrini, dedicato in origine a S. Maria. Anche oggi la dedica
completa dell’edificio sacro è a S. Maria e S. Rocco.
L’attribuzione pure a questo santo è avvenuta però molto più tardi rispetto
alla sua edificazione, seguendo una moda dell’epoca basso
medioevale di devozione per il santo francese, protettore dei pellegrini
e dei viandanti. Allo stesso santo saranno dedicati anche gli oratori del Brugnoso e di Borima, oltre ad
una cappella addirittura in San Calocero.
Quando poi fu
costruito il monastero a valle, proprio dedicato a quest’ultimo
santo, e di conseguenza venne meno l’esclusività del
fervore per il monastero sulla montagna, pure questa schola o confraternita si
trasferì nel borgo di Civate. Qui costruì un nuovo ospizio per i pellegrini (la
cà di Pelegrett)
nell’agglomerato appunto della Cà Nova ed un
nuovo oratorio, dedicato a San Vito e Modesto, poco distante dal nuovo
monastero benedettino. La sua antica esistenza è testimoniata, verso il 1289,
da Goffredo da Bussero nel suo Liber Notitiae Sanctorum
Mediolani. Ecco perché, ancora nel 1571, la già
secolare Confraternita del Rosario si trovava ad amministrare quell’oratorio, ed una conferma indiretta della sua
antichissima origine viene da un documento d’archivio parrocchiale che ricorda,
con termine medioevale, come si svolgesse la benedizione della corona della Rosa, et delle
candele del Santissimo Rosario, con l’assoluzione da darsi a quelli della
compagnia, quando sono vicini a morte.
Ecco dunque il perché la confraternita del Rosario non volesse condividere le sue prerogative con l’allora “moderna” confraternita del Corpus Domini, più comunemente conosciuta come del SS. Sacramento. Anzitutto, quest’ultima aveva sede in San Calocero, e solo in un documento successivo del 1765, si fa finalmente riferimento alla sua fondazione, l’11 luglio 1528. E tanto era la riluttanza all’unione, che in una successiva ricognizione, in preparazione della visita pastorale del cardinale Federico Borromeo dell’agosto 1604, don Baldassare Cipolla, suo delegato, scopre che a Civate esistono ancora addirittura tre confraternite: una del SS. Sacramento in San cCalocero, di cui però lui non riesce a trovare l’atto di costituzione; le altre, in San Vito, sono quella del Rosario, che già conosciamo, e quella del Gonfalone. Quest’ultima, o era antica e già assorbita nel tempo dalla confraternita del Rosario, per la sua affinità di devozione, rimessa ora in auge magari per ripicca dagli stessi affiliati, o addirittura nuova e presentata per l’occasione.
Il fatto è che al canonico milanese non deve essere piaciuta affatto la disobbedienza, per cui il giudizio stizzito lo si legge nella telegrafica relazione con cui comunica, per tutte e tre le confraternite, che hanno regole comunitarie che non osservano!. Tuttavia, don Cipolla ci rivela tra le righe, a proposito della confraternita del Gonfalone, che portano la divisa dei disciplinati e nei giorni festivi recitano nel coro le ore benché in modo negligente e distratto. In verità, la confraternita del Gonfalone è anch’essa di origine molto antica, legata all’ordine francescano, dato che la regola e l’abito erano stati dettati da fra Bonaventura da Bagnorea, ed al culto di Maria Vergine. Gli scolari erano conosciuti anche come confraternita dei battuti o della frusta, per l’usanza di flagellarsi in pubbliche processioni di penitenza. Riebbe una improvvisa rinascita con papa Gregorio XIII, nel 1579, anche se la sua data di fondazione pare risalga al lontano 1246.
Proprio le processioni erano i riti liturgici in cui erano presenti in forza le congregazioni, a cominciare da quelle che si facevano raggiungendo San Pietro al Monte, in cui si distingueva la comunità di Civate per la festa della Santa Croce, il 19 maggio, San Siro, il 17 maggio giorno della consacrazione della Basilica, San Rocco il 16 agosto ed il terzo giorno delle Rogazioni di rito romano. Con Civate tuttavia v’erano processioni di altre comunità, come quella di Figino, posta nella pieve di Cantù, il primo maggio festa dei Santi Filippo e Giacomo, o la comunità di Valmadrera, per San Bernardino il 20 maggio e la comunità di Oggiono per San Fermo il 9 agosto.
Il 17 agosto del 1608 comunque, durante una successiva visita pastorale, gli scolari del SS. Sacramento risultavano 115 uomini e 210 donne, mentre quelli del Rosario, con rifondazione certificata l’8 settembre del 1607 dal reverendo priore Lodovico, vicario generale dell’ordine dei predicatori, erano 71 uomini e 139 donne; un buon numero se si considera che allora gli abitanti di Civate, in totale, non arrivavano a 900. Tutti i loro membri si distinguevano per l’assiduità alla confessione ed alla comunione, per la partecipazione alla dottrina, per l’esempio di vita che davano ed il richiamo ai buoni costumi rivolto a coloro che erano dediti al vizio pubblico. Raccoglievano sementi e piccoli beni da mettere all’incanto in favore dei poveri e per l’acquisto della cera, avevano alcuni beni immobili come beneficio e una cassetta delle elemosine, nelle rispettive chiese, pur senza autorizzazione scritta!
Durante le processioni gli affiliati al SS, Sacramento reggevano con grande fervore l’umbella, cioè il baldacchino sotto cui si portava il Santissimo e la confraternita del Rosario faceva processioni proprie ogni terza domenica del mese. Addirittura le confraternite avevano quasi un controllo indiretto sull’operato del Prevosto d’Oggiono capopieve. Si disponeva infatti, da parte del cardinale Federico Borromeo in una sua visita del maggio 1615, che dati gli emolumenti non quantificati che percepisce per le funzioni della cura delle anime il Prevosto, che per questo è tenuto ad esibire sull’altare maggiore candele di cera nei giorni di festa e anche nei giorni infrasettimanali per la messa e l’Ufficio divino e per la messa della comunità religiosa, eccetto tuttavia durante la terza domenica di ciascun mese, e tolto il tempo in cui i confratelli del SS. Sacramento forniscono i ceri da accendere, il Prevosto è pertanto tenuto ad esibire ceri di qualità tale, che non siano per la loro esiguità indecorosi a tanta funzione e appaiano un’offesa agli occhi dei presenti. Anche nei giorni feriali essi siano due del peso di nove once: nelle domeniche e nelle feste almeno di quattro libbre ciascuno; nelle solennità maggiori invece sei di due libbre. E quando sono ridotti prima dell’utilizzo a due palmi d’altezza, siano levati dall’altare, dopo essere stati sostituiti da altri integri e nuovi, sotto pena per il Prevosto, ogni volta che commette una simile mancanza, di quattro scudi da devolvere alla Congregazione del SS. Sacramento.
Sarà solo il cardinale Pozzobonelli, che nella visita pastorale del 21 giugno 1759, quando ormai la chiesa parrocchiale, dopo vicende alterne, era divenuta quella di San Vito e Modesto, a certificare lì la presenza della confraternita del SS. Sacramento e del SS. Rosario, ormai riunite. Anche se si sottolinea che non tutto è ancora stato definito: “ I confratelli non usano alcun abito particolare dal momento che prima erano due confraternite…”.
carlo castagna