Mamete e Simone: due santi (quasi) dimenticati
di carlo castagna
Se si sfogliano
pazientemente i documenti più antichi d’archivio della parrocchia di Civate, si
scopre che, fra tante preziose notizie, il primo riferimento all’oratorio di S.
Nazaro, in località La Santa, si deve
alla visita che il reverendo delegato, Don Baldassare Cipolla, aveva
diligentemente compiuto nella pieve di Oggiono
nell’anno 1604 per preparare l’arrivo del Card. Federico Borromeo. Per fortuna
quelli parrocchiali non sono i soli documenti che ci parlano dell’oratorio.
Infatti, presso l’Archivio Arcivescovile di Milano, si legge che la prima
visita del Card. Carlo Borromeo, del 1571, era stata preceduta, nell’ottobre del 1566, da quella
alla pieve di Oggiono da parte del prevosto di Asso, Don Giacomo Filippo
Sormano, delegato dell’arcivescovo, che non fa però parola di Civate, dal
momento che esso non fa ancora parte della pieve; quindi che, sempre nel mese
d’ottobre ma del 1570, il gesuita Padre Leonetto Schiavone compì la prima
visita in assoluto di un incaricato dell’arcivescovo milanese a Civate e, tra
altre annotazioni, lascia frettolosamente scritto qualcosa su S.Nazaro: “ Adest ecclesia S.Nazari clausa campestris
que habet duo Altaria sine ornamentis et nuda, male pavimentata et sine sofitta
” cioè che “C’è la chiesa di campagna
di S. Nazaro, chiusa, con due altari senza ornamenti e spoglia, mal pavimentata
e senza soffittatura”. Come si vede, il visitatore era
abbastanza distratto o forse si accontentò di raccogliere una sommaria
descrizione fattagli da qualche monaco, senza peraltro mettere piede
nell’edificio.
Con un po’ di buona
volontà comunque si può andare oltre. Già, perché
dell’oratorio, anzi, della chiesa di S. Nazaro parla già il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero, del XIII secolo, una
raccolta di informazioni in cui si afferma, tra
riferimenti vari agli altri sacri edifici di Civate: “ ... Clavate ecclesia sancti nazarii”. Eppure
l’edificio doveva essere ancora molto più antico, come possiamo dedurre
dall’importanza che si attribuiva ai santi a cui era dedicato nel Messale di Civate, unica opera originale
giunta sino a noi completa dallo scriptorium
del monastero di S.Pietro al Monte. E dico santi, perché non si trattava
solo di San Nazaro, ma anche di San Celso, come ancora oggi risulta, e
soprattutto di altri due santi ormai dimenticati:
Mamete e Simone. Il Messale di Civate,
in realtà, è un manoscritto che si fa risalire all’XI
secolo, che si crede sia copia di un altro più antico. E’ diviso in due parti:
nella prima si rinviene il calendario liturgico e una serie di rituali, nella seconda il
testo del messale ad uso del monastero
civatese. Proprio la scelta particolare dei santi, cui fu dedicato in tempi
remoti l’oratorio di S.Nazaro, sottolinea alcune
particolarità che conducono ad identificare con più precisione il periodo
della sua origine cristiana. Il Messale
di Civate conduce ad essi, infatti, sia attraverso
il calendario, di origine più antica
e diversa, particolarmente legato alle celebrazioni particolari del monastero
di S.Pietro al Monte, sia attraverso le varianti che esso presenta proprio
rispetto al successivo messale.
E’ noto come a
tutte le popolazioni barbariche, particolarmente a Franchi e Longobardi, fossero care le figure dei santi guerrieri, da San Giorgio a
San Michele e come le stesse alternassero i loro nomi
nelle dedicazioni delle chiese a quelli più illustri di Pietro e Paolo,
primati della chiesa romana. Tuttavia, prima della comparsa
in Italia dei Longobardi, già dal V secolo era noto nel calendario liturgico un
gruppo di santi, cui solo poco dopo la chiesa ambrosiana avrebbe aggiunto i
nomi di Marcellina, Calimero e Martino. Il calendario liturgico che ne
derivò fu detto martirologio gerominiano,
per distinguerlo dal martirologio romano,
ed in esso figurano già santi particolarmente cari
alla chiesa milanese. Tra loro furono in auge Nazaro e Celso, martiri cristiani
venerati a Milano perché i loro corpi furono ritrovati dallo stesso S.Ambrogio
nel 395, e nel contempo essi erano legati agli insediamenti di tipo militare
che vanno dal periodo tardo romano a quello
longobardo, dal momento che si distinguevano come protettori dei soldati e
costituivano una realtà tanto cara agli arimanni.
Mentre tuttavia San Nazaro e San Celso erano di diritto
inseriti allora nel martirologio
gerominiano , cioè il calendario della chiesa ambrosiana, da dove spuntano
Mamete e Simone? Essi, infatti, accomunati a Nazario e
Celso, si trovano nel Messale di Civate
con citazioni e celebrazioni distinte.
S.Nazaro è citato
nel volume ben quattro volte; tre nel calendario
ed una nel messale. Due citazioni
sono corrispondenti alla vigilia delle idi
di giugno, per noi il giorno 12 del mese, in cui S.Nazaro viene
ricordato, secondo l’uso orientale, senza S.Celso, ma in compagnia di S.Basilio
e S.Cirino, due santi tipicamente legati alla chiesa orientale bizantina, rivelandone
l’originaria accettazione sul territorio d’influenza già ambrosiana da parte di
officianti che forse non appartenevano alla stessa. Le altre due citazioni, di
cui una in maggio per la traslatio
delle reliquie e l’altra con ben dodici letture il 28 luglio, vedono invece il
santo legato a S.Celso, secondo la vicina e senza dubbio forte tradizione milanese. A loro volta le dodici lezioni sottolineano la particolare importanza della celebrazione,
indice della venerazione distinta della comunità per il santo sul territorio e
che doveva conseguentemente riferirsi ad un edificio di culto importante, da
tempo a lui espressamente dedicato in loco.
Per S.Simone è
indubbia l’origine dal culto orientale. Simone, da Luca soprannominato Zelote, forse perché aveva militato nel
gruppo antiromano degli Zeloti, da
Matteo e Marco è chiamato Cananeo.
Molti identificano Simone con l’omonimo cugino di Gesù, più noto come Simone
fratello dell’apostolo Giacomo il Minore, al quale, secondo la tradizione del II secolo riportata da Egesippo, sarebbe succeduto come
vescovo di Gerusalemme dal 62 al 107, anno in cui subì il martirio sotto
l’imperatore Traiano a Pella, dove si era rifugiato con la sua comunità, per
sfuggire alla seconda guerra giudaica. I Bizantini lo identificano con
Natanaele di Cana e con il direttore di mensa alle nozze di Cana; i Latini e
gli Armeni lo fanno operare e morire in Armenia. S.Fortunato,
vescovo di Poitiers, dice che Simone insieme a Giuda Taddeo apostolo, furono
sepolti in Persia, dove secondo le storie apocrife degli Apostoli sarebbero
stati martirizzati a Suanir. Un
monaco poi, del IX secolo, affermava che una tomba di
S.Simone esisteva a Nicopsis
(Caucaso), dove c’era anche una chiesa a lui dedicata, fondata dai Greci nel
secolo VII. Altri ancora affermano che Simone visitò l’Egitto, insieme a Giuda
Taddeo, e la Mesopotamia, dove entrambi subirono il
martirio, segati in due parti; da qui il loro patrocinio su quanti lavorano al
taglio della legna, del marmo e della pietra in genere. Comunque
sia, egli è citato nel codice civatese ben quattro volte, due nel calendario e due nel messale, il 28 e il 29 ottobre, sia per
la vigilia che per la sua festa, che, come testimoniano le stesse dodici
letture celebrative e la tradizione popolare continuata nel tempo, doveva aver
assunto particolare importanza, tanto da essere unita ad una grande fiera
agreste. E’ comunque opportuno notare ancora che,
mentre nel messale S.Simone è accomunato
a S.Giuda con le stesse caratteristiche grafiche, nel calendario il suo nome è indicato con la maiuscola, mentre quello
di S.Giuda con la minuscola per ben due volte. Ciò indica che non può trattarsi
di un errore, ma di una precisa indicazione dell’amanuense. L’intenzione
volontaria nell’uso della lettera minuscola indica o l’aggiunta posteriore
nella venerazione o un grado comunque minore
dell’importanza attribuita ai due santi. Tutto questo tuttavia non stupirebbe,
ricordando che ancora oggi la chiesa orientale celebra gli stessi due santi in
date completamente diverse.
S.Mamete, il santo più
particolare nel culto del monastero montano, è indicato solo nelle celebrazioni
del calendario, il 17 agosto con tre
letture, ma poi scompare completamente nel messale!
La sua venerazione antica non trovava quindi ufficialmente già più traccia nel
calendario romano o monastico, mentre si manteneva a livello di culto popolare. Ciò sottolinea la impossibilità
già allora di risalire con certezza alla sua primitiva comparsa, che
pertanto doveva conservare solo un lontano ricordo al momento della stesura del
messale stesso, mentre ancora
permaneva da un’epoca non del tutto dimenticata alla compilazione del calendario, cioè della parte più antica
del testo civatese. E parlando di di S.Mamete, si deve
dire che in territorio lariano sono poche le tracce rimaste di questo santo,
anche se due parrocchie gli sono ancora dedicate: Oltrona S.Mamete e Valsolda
S.Mamete. Il santo particolare, cui si riferisce la
dedica della Santa, è identificabile con S.Mamete martire ed eremita,
protettore della natura e degli animali, vissuto nelle vicinanze di Cesarea di
Cappadocia, l’attuale Kayseri,
giustiziato sotto l’imperatore Aureliano nel 272. Di lui parla Basilio il grande
in un elogio pronunciato mentre era vescovo di Cappadocia tra il 370 e il 379,
in un santuario dedicato appunto a S.Mamete. Alle virtù particolari del santo
accenna inoltre S.Gregorio nazanzieno nel IV secolo,
ricordando la presenza di un suo santuario a Cesarea di Cappadocia. Attualmente un affresco medioevale nella Elamali Kilise (Chiesa del Melo) di Göreme, una delle chiese rupestri a
colonne della Cappadocia, presenta fra i vari santi Anicheto, Fotio, Niceta,
Demetrio e Orestio anche un S.Mama, cioè S.Mamete. Un tardo affresco del 1300,
nella parrocchiale di Valsolda S.Mamete, lo ritrae in tipici abiti orientali,
mentre un dipinto del 1613 riprende la tradizione del santo, rappresentandolo
in un ambiente agreste, attorniato da animali domestici e leoni. L’iconografia
rappresentativa del santo e il martirologio sembrano ricalcare infatti alcuni stereotipi pagani presenti in Anatolia già
in secoli precedenti il cristianesimo. In effetti, in oriente l’immagine
agreste ed attorniata da leoni ed altri animali è la stessa con cui i primi
cristiani d’oriente avevano sostituito la dea Cibele, dea mater dell’Anatolia e divinità protettrice della
fertilità e della natura anche selvaggia, che per i romani era la dea Cerere. E
la sostituzione di una divinità pagana con un santo cristiano, che ne rilevasse
puntualmente le caratteristiche protettive, fu presente sin dalle origini della
nuova religione, in modo analogo a quello usato dai
romani nella sostituzione non traumatica delle divinità celtiche nella provincia
gallica. Sostituzioni più note di questo tipo si
ritrovano ad esempio significativamente in Egitto, dove Iside venne considerata un simbolo di Maria e
Horus simbolo di Cristo. Qui anche la
croce fu rappresentata dall’antico geroglifico ANK , la chiave indice della vita , che ha
la forma della croce ansata.
Chi tuttavia aveva
introdotto il culto di S.Simone e S.Mamete a Civate? Indubbiamente
qualcuno che veniva dall’oriente, come i Bizantini, che nel 552 avevano
sostituito per poco più d’una decina d’anni i Goti sul nostro territorio, prima
dell’arrivo dei Longobardi. E qui la storia sarebbe lunga ed
interessante da raccontare… Basti però dire che, nel corso di così pochi anni, furono proprio i Bizantini, nella loro opera missionaria di
conversione al cristianesimo dei pagi,
cioè i villaggi rurali legati ancora ai culti delle divinità pagane, a
sostituire S. Mamete, in quel luogo di culto posto ai piedi della collina, alla
dea romana dell’agricoltura Cerere, mater
agraria, chiamata già allora come oggi semplicemente Sancta.
L’alleanza tricapitolina però, che univa
spiritualmente Milano all’oriente, in quel momento consigliava diplomaticamente
ai Bizantini la dedicazione dell’oratorio anche a S.Nazaro, particolarmente
amato dalla chiesa ambrosiana e la cui figura di
militare benissimo si adattava alla funzione protettiva delle truppe lì dislocate.
S.Simone poi, martire d’oriente, si collocava
opportunamente come figura distintiva del luogo col titolo di apostolo della
comune chiesa primitiva. E per questo si deve ritenere che, al contrario di
quanto oggi rimane, il culto di S.Simone e S.Mamete doveva essere di molto superiore a quello per S.Nazaro e Celso. S.Simone anzi divenne così importante nel tempo, che quasi
sostituì il nome stesso del primo titolare della chiesa, anche perché, in
occasione della sua festa, intorno alla chiesetta che era circondata dai campi
ed alle cui spalle scorreva il Rio Torto, si teneva una grande fiera di
campagna con l’esposizione di prodotti agricoli ed animali, che ha rappresentava
la sagra più importante del villaggio stesso di Civate. Le bancarelle più
importanti della fiera erano collocate sotto i grandi ippocastani del cortile
occidentale della chiesa. Qui i fidanzati sceglievano, alla bancarella dell’oro, le vere per il matrimonio da celebrarsi
entro l’anno. Senonchè la fiera stessa si estendeva lungo la strada provinciale
fino al ponte per Sala, proprio di fronte all’antichissima e storica locanda
della Dogana Vecchia. Tale sagra,
ricca di colore e variegata nelle merci, è continuata da tempi antichissimi
sino a tutto il primo ‘900, coinvolgendo anche la settecentesca Fattoria della Santa, già famosa per i
suoi favolosi tradizionali tortelli fritti di San Giuseppe, e dava al territorio l’opportunità di commerciare in
particolar modo i frutti della terra, gli animali e gli attrezzi da lavoro.
Solo il passaggio dall’economia agricola a quella prevalentemente industriale
del secondo dopoguerra ha cancellato quasi all’improvviso
quella tradizione. L’importanza della fiera doveva comunque
essere molto significativa, perché la si ricorda come fonte di uno dei redditi
maggiori della chiesa stessa. Infatti, l’introito delle offerte raccolte in quella occasione era maggiore addirittura dei trenta soldi imperiali d’affitto annuale
della vigna che, lì vicino, si faceva
risalire addirittura come donazione a re Desiderio, testimoniandone la
lontanissima antichità. Il 21 giugno del 1759, durante la sua visita pastorale,
il Card. Pozzobonelli considerava che ” in
occasione della celebrazione della festa dei Santi Apostoli Simone e Giuda, il
28 ottobre, si raccolgono £. 40! ”. Il cardinale
rammenta anche che per la chiesa “si
celebrano ogni anno quattro anniversari: il primo al
mese di febbraio con sei sacerdoti, il secondo il giorno della festa di S.
Nazaro con dodici sacerdoti, il terzo il giorno seguente alla festa dei santi
Simone e Giuda, al quale interviene tutto il clero civatese, il quarto nella
novena precedente il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo”.
La memoria di
S.Mamete invece è scomparsa molto prima, forse con la ricostruzione d’inizio
‘700 della chiesetta, quando per lui non si è trovato più spazio e ne è stata cancellata anche fisicamente l’immagine.
Tuttavia, all’inizio del ‘600 la sua devozione era
ancora molto viva, ricordata pure nel documento di visita pastorale del 1608
con alcuni interessanti particolari sul culto contadino che gli era proprio,
legato agli animali, alla terra, ai boschi ed al lavoro dei campi come nella
originaria tradizione orientale. Di lui v’era un affresco sulla parete settentrionale della chiesa e l’attento
visitatore, Don Antonio Albergato, dopo aver descritto con precisione le
caratteristiche dell’edificio, le suppellettili e le decorazioni dice: “Sulla parete
laterale nord della chiesa si osserva
dipinta l´immagine di S. Mametto martire, davanti alla quale vi è un rastrello
di legno con moltissimi oggetti offerti a questo santo”. Gli oggetti
offerti erano dei semplici utensili usati nei lavori dei campi ed i prodotti
della terra che i contadini lasciavano in segno di riconoscenza per
l’abbondanza dei raccolti o per piccoli favori elargiti loro dal santo cui
erano particolarmente devoti. E mentre della celebrazione della fiera di
S.Simone e della sua presenza qualche barlume resta, di quest’ultima tradizione
per San Mamete e del culto contadino ad essa legato
purtroppo non v’è più traccia neppure tra i più anziani civatesi.