di carlo castagna
Di
recente, una pubblicazione a cura dell’Associazione degli Ex alunni del liceo
Manzoni di Lecco con la collaborazione degli Amici di San Pietro, ha
rivisitato, comparandoli, alcuni manoscritti antichi della Cronica Danielis. Questo testo, di per sé strano e affascinante,
racconta, tra varie vicende relative ai conti d’Angera, le origini leggendarie,
ad opera di Desiderio ultimo re longobardo, di San Pietro al Monte edificato
per far fede ad un voto pronunciato dal figlio coinvolto nella famosa storia del cinghiale. Ciò che è
interessante, tuttavia, in quei manoscritti medioevali, è la vicenda della traslatio da Roma delle reliquie che
dovevano rendere famoso e ricco il nostro monastero sulla montagna. In
quell’occasione, papa Adriano avrebbe
consegnato al re una cassetta
d’argento dorata con la destra dell’apostolo Pietro, col sangue coagulato di
San Paolo e la lingua di San Marcello. Ed a ciò si aggiunsero anche delle
indulgenze straordinarie, simili a quelle concesse nel tempo ai pellegrini che
visitavano Roma,
A
queste preziose reliquie, che richiamarono a San Pietro al Monte innumerevoli
pellegrini con le loro preghiere e le loro offerte, verso l’845, quasi un
secolo dopo, un imperatore, Lotario nipote di Carlo Magno, volle aggiungere, in
occasione della ricostruzione dei sacri edifici affidata ai due abati d’origine
franca Leodegario ed Ildemaro, un’altra preziosa reliquia, il corpo di San Calocero trasferito da Albenga con l’aiuto
dell’arcivescovo di Milano, Angilberto II, per il pericolo incombente dei
pirati saraceni che minacciavano la costa ligure. Tale reliquia, dopo essere
stata collocata in un altare nell’abbazia sulla montagna, fu poi portata a
valle al momento della costruzione del monastero, che già esiste almeno dal
1018 e ancora oggi porta il suo nome, al centro del borgo di Civate.
I
primi documenti ancora esistenti che ci rivelano questi antichi avvenimenti
sono le trascrizioni di altri più antichi raccolti da Goffredo da Bussero nel
XIII secolo nel Liber Notitiae Sanctorum
e poi da Gavano Flamma, morto nel 1344, nel Chronicon
extravagans et chronicon majus cioè Cronaca stravagante e cronaca maggiore.
Egli ricorda che “ nell’anno di Cristo
780 (Desiderio) costruì il monastero di Civate, dove portò da Roma delle reliquie,
ossia la destra di San Pietro apostolo, il liquido che fluì dal collo del beato
Paolo e la lingua del beato Marcello papa, che parlò dopo essere stata tagliata
e gran parte della catena, dalla quale fu legato San Pietro, con straordinarie
indulgenze”. Successivamente, nel 1498, in un catalogo delle reliquie del
Casorati, per la prima volta in lingua volgare si legge: “ La indulgentia de sancto pezzo ( da una santa bolla papale) a clivate in monte. Prima de le
reliquie. Lo brazo dricto de sancto petro apostolo. Anchora de lo sangue de
sancto paulo apostolo. Anchora la lingua de sancto marcello papa. Anchora de le
boghe ( anelli di catena) de sancto petro apostolo. Et in segno di questo si gli obtene de molte gratie per virtù de le dicte
reliquie. Si trova che questa giesia et monasterio fu edificata et dotata dal
re desiderio. Et Adriano summo pontifico per singolare amore et affectione qual
lui portava al dicto Re, gli donò le soprascripte reliquie. Gli sono anchora
tri privilegii de Imperatori cum la lor bolla insiema cum quello del re
desiderio in li quali contene cose mirabili. Et li dicti privilegii si trovano
ne la sacrestia del dicto monasterio. Et fra le altre cose il dicto summo
pontefice concesse per singulare privilegio a ciascheduno che visitarà la dicta
giesia tre volte cioè sema ogni anno nel dì de la dedicatione di essa giesia la
qual si celebra adì XVII marzo: cioè nel dì de la traslatione de sancto siro
esendo ben confessi et contriti sarano absolti da li lor peccati: si como se
andassero a roma nel tempo del giubileo. Si trova anchora chel dicto papa ha
concesso alo abbato del dicto monasterio chel possa absolvere e condennare
ognun de tutti li lor peccati seben havessero amazato il patre e matre: over
fratelli et che possano far penitentia in le lor caxe, per absolution del dicto
abate tanto quanto sel fusse confessator apostolico. Et se alcuno de le
predicte dubitasse veda ali privilegi li quali son nela predicta sacrestia”. Quanto
fossero preziosi e inestimabili questi documenti, sia dal punto di vista
storico che giuridico lo si può ben capire. E lo sapevano bene i Visconti,
duchi di Milano che, in varie riprese fecero di tutto per recuperarli e farli sparire
coi privilegi e le concessioni contenutevi. E se ne accorsero subito gli abati commendatari che furono impegnati,
a partire dal XVI secolo, a cercare di recuperarli con le incomparabili reliquie.
In
effetti lo stesso arcivescovo milanese, Carlo Borromeo, che con un lavoro di
raffinata diplomazia in pochi decenni riuscì a far nascere la parrocchia di
Civate, cercò di sapere, con molto tatto ed indirettamente, dell’esistenza
delle reliquie. Non vi riuscì quasi per nulla, se non per trovare nel
Si
è certi che ancora nel 1699 era in uso benedire con le chiavi coloro che erano
stati morsicati dai cani e dalle vipere ed in una successiva visita del
cardinale Pozzobonelli, nel 1759, queste erano inserite in un reliquiario
ambrosiano gotico d’ottone dorato a forma di ostensorio fatto a turricula, in cui è contenuta una phiala vitrea, che secondo l’archeologo
di Poitier, Xabier de Montault, risaliva indubbiamente al XIII secolo. E così
le trovarono nei due secoli successivi i cardinali Ferrario e Schuster che ne
riconobbero sia l’antica fattura che l’importanza della natura e della
tradizione. Anzi, lo Schuster, insigne storico d’arte, ne fece personalmente
l’ispezione per ritrovare all’interno di ciascuna chiave un pittacio pergamenaceo arrotolato, senza
iscrizione alcuna, ma con del cotone macchiato di giallo rugginoso, forse
servito un tempo a raccogliere frammenti delle catene di San Pietro. Del resto,
la reliquia delle due chiavi disuguali, che sono legate fra loro da due ganci che appartengono dall’origine alla catena
col prezioso reliquiario, insieme a capselle
di diversa fattura e materiali, ora visibili presso il Museo di Arte Sacra
della diocesi milanese, sono gli unici elementi che rimangono delle ricchezze
di culto e di fede originarie, nonostante rinvenimenti e ricerche operate nei
secoli anche a noi più prossimi.
Fu
Filippo Trivulzio, abate commendatario del monastero, il primo e più solerte
ricercatore in tal senso. Infatti, dopo aver effettuato la ricerca del corpo di
San Calocero nella chiesa del monastero a valle, l’11 novembre del 1516
procedette agli scavi per ritrovare le reliquie in San Pietro al Monte. Nel
documento che lo racconta, ci svela come fosse alla ricerca del braccio di San
Pietro traslato da Desiderio. Dapprima scopre diverse reliquie in una capsella de glisio, cioè di pietra di marna, nell’altare di San Giacomo e
Filippo, senza alcuna scritta all’interno, probabilmente perché consumate dal
tempo. Anche nell’altare di San Gregorio e nell’altare della cripta c’era una capsella della stessa forma e diverse
reliquie senza cartiglio. Sotto la lapide dell’altare maggiore invece, il
cemento era rotto: dentro v’era una cassetta contenete a sua volta una capsella di piombo sigillata con molte
reliquie, poi un resto forse di un solo Braccio, quindi una cassetta di legno
larga da una parte e rastremata dall’altra con uno strumento d’ottone e sopra
il legno della cassetta il segno di una scritta e un gancio di chiusura. Il
Braccio non c’era, probabilmente perché sottratto come risultava dalla frattura
del cemento, praticata solo in questo altare. In San Benedetto fu trovata una
cassettina in pietra con all’interno due bussolotti di legno ed un bussolotto
più piccolo, sempre di legno, con molte reliquie. Di tutte queste reliquie fu
presa una parte da ciascuna e furono portate alla chiesa del borgo di Civate
dopo averle riposte in un contenitore d’avorio, che lo stesso abate
commendatario aveva donato perché vi fossero riposte le reliquie presenti in un
avello di marmo posto nel pavimento di fronte all’altare e che era convinto
contenesse le reliquie di San Calocero “quia
missale de hoc facit mentionem quod sit in ecclesia, et in illo nauello sunt
multa ossa Notabilia et odorifera et signum unius vestis zendalis rubei (
perché di ciò fa menzione il messale che sia nella chiesa e in quell’avello ci
sono molte ossa con segni di distinzione, profumate e una traccia di una sola
veste rossa di zendalo)”. Di tutto
ciò, anche del messale citato, purtroppo non resta più traccia, considerati
anche gli avvenimenti diversi che hanno poi coinvolto San Calocero, fino alla sua
definitiva chiusura alla fine del XVIII secolo con la dispersione irreparabile
di beni e documenti.
Del
resto, anche l’interesse allora non era sempre così entusiasta. Nel 1570, il
gesuita padre Leonetto Schiavone, primo visitatore ufficiale della chiesa di
San Calocero in nome dell’arcivescovo milanese, delle reliquie non fa parola e
nella visita fatta da mons. Porro nel 1577, i monaci olivetani “asserunt ex relatu in hac ecclesia esse
corpus S. Caloceri sepultum in choro ( affermano da quanto sentito che in
questa chiesa vi è il corpo di San Calocero sepolto nel coro)”.
Da allora neppure delle reliquie di San Calocero si ebbero più notizie come del braccio, già
sparito, di San Pietro.
Eppure
per secoli le due chiese furono meta di molti pellegrinaggi e processioni già
precedentemente ricordate in altri scritti. Accanto ad essi però è giusto si
aggiunga anche la narrazione di qualche tradizione legata al culto popolare,
che per certi aspetti si lega ad antiche e mai sopite forme di primitiva
superstizione. E’ ad esempio noto come la visita a San Pietro, oltre che legata
alle preziose reliquie ed alle straordinarie indulgenze che ne costituivano in
assoluto uno speciale privilegio, era praticata soprattutto da chi aveva
problemi e malattie alla vista. Buona responsabilità cui far risalire l’origine
di tutto questo l’ha soprattutto la leggenda del cinghiale e la miracolosa
guarigione di Algiso. Da allora la fontana che zampillava presso la chiesa, e
forse in origine sotto l’ altare principale della stessa chiesa, richiamava
pellegrini da ognidove che si lavavano piamente gli occhi alla fonte per
ottenere un qualche sollievo o addirittura una grazia. Ed ancora oggi, poco
lontano dall’ingresso del monastero montano sgorga una sorgente chiamata fonte di Desiderio. Non a tutti però
bastava. Se si osservano con attenzione le sacre immagini affrescate sul fronte
dell’altare di San Benedetto, si scopre che il volto del Cristo come gli occhi
della Vergine e di San Giovanni Battista sono abrasi. Ciò non è dovuto ad un
atto di profanazione! Semplicemente, a qualche pellegrino non era bastato
lavarsi gli occhi alla fonte, per cui ha creduto opportuno prepararsi una pozione magica con la polvere degli
occhi dei personaggi rappresentati, a cominciare da Cristo. E lo stesso devoto
pellegrino, un po’ singolare, deve avere avuto anche altri imitatori, da
momento che il volto dello stesso Cristo è completamente scomparso!
Si
sa poi che la cripta d’una chiesa, un tempo chiamata scurolo, nel segreto della sua penombra custodisce misteriosi
poteri fin dai tempi più antichi. E’ così che per rimanere sempre a San Pietro,
forse pochi ancora ricordano di come, per secoli, le giovani spose civatesi che
erano prossime a partorire, i bimbi li trovassero belli e pronti in fondo alla
cripta, ben nascosti dietro l’altare! E cosa dire allora della cripta de La
Santa? Una volta ottenuti in maniera così poetica i loro figli a San Pietro, le
stesse madri si recavano nella chiesetta sulle sponde del Rio Torto per far
immergere ai loro piccoli i piedi nella fonte fresca che vi sgorgava
abbondante. Così riuscivano a farli camminare presto o a raddrizzare loro il
passo insicuro, se necessario! E pare che
tutto allora funzionasse alla perfezione con unanime soddisfazione e senza
neppure un raffreddore!