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Reliquie, indulgenze e superstizioni

di carlo castagna

 

Di recente, una pubblicazione a cura dell’Associazione degli Ex alunni del liceo Manzoni di Lecco con la collaborazione degli Amici di San Pietro, ha rivisitato, comparandoli, alcuni manoscritti antichi della Cronica Danielis. Questo testo, di per sé strano e affascinante, racconta, tra varie vicende relative ai conti d’Angera, le origini leggendarie, ad opera di Desiderio ultimo re longobardo, di San Pietro al Monte edificato per far fede ad un voto pronunciato dal figlio coinvolto nella famosa storia del cinghiale. Ciò che è interessante, tuttavia, in quei manoscritti medioevali, è la vicenda della traslatio da Roma delle reliquie che dovevano rendere famoso e ricco il nostro monastero sulla montagna. In quell’occasione, papa Adriano avrebbe  consegnato al re una cassetta d’argento dorata con la destra dell’apostolo Pietro, col sangue coagulato di San Paolo e la lingua di San Marcello. Ed a ciò si aggiunsero anche delle indulgenze straordinarie, simili a quelle concesse nel tempo ai pellegrini che visitavano Roma, la Terra Santa o luoghi di culto famosissimi come Santigo de Compostela. Frattanto Paolo Diacono, nell’Homeliarius, cioè una raccolta di prediche preparata su ordine di Carlo Magno, racconta l’origine di quella singolare reliquia che sono gli anelli della catena della prigionia di San Pietro, presenti in alcuni luoghi benedettini, tra cui Bobbio, monastero posto sull’Appennino e fondato da Wala, un tempo abate di Corbie e fuggito in Italia in compagnia di Lotario e dei monaci inviati a Civate. Si narra dunque che “ … un generale romano aveva una figlia malata di gola ed aveva lui stesso rinchiuso in carcere il papa Adriano. Dunque la ragazzina molto spesso si recava dove il beato papa Alessandro era tenuto legato in catene e baciava quelle stesse catene da cui il santo era trattenuto per ottenere magari di guarire. Il beato Alessandro le disse:” Figlia mia, non baciare le mie catene, ma chiedi dei ferri di prigionia ai quali fu legato San Pietro e bacia quelli e da essi riacquisterai la salute”. Immediatamente questa raccontò a suo padre quanto aveva sentito dal papa suddetto. Ed il padre, sentendo ciò, inviò dei messi a Gerusalemme che cercassero il carcere dove erano stati tenuti gli apostoli e da lì riportassero con sé i ferri di prigionia di San Pietro e così avvenne che baciandoli, la ragazzina all’istante riacquistò la salute e dunque il beato Alessandro, uscendo dal carcere, stabilì di celebrare questa messa alle Kalende di agosto in onore del beato Pietro. Come si racconta, in quella solennità, le catene vengono baciate dal popolo con devozione”. Naturalmente alcuni anelli di tale catena vennero portati anche a San Pietro al Monte.

A queste preziose reliquie, che richiamarono a San Pietro al Monte innumerevoli pellegrini con le loro preghiere e le loro offerte, verso l’845, quasi un secolo dopo, un imperatore, Lotario nipote di Carlo Magno, volle aggiungere, in occasione della ricostruzione dei sacri edifici affidata ai due abati d’origine franca Leodegario ed Ildemaro, un’altra preziosa reliquia, il corpo di San Calocero trasferito da Albenga con l’aiuto dell’arcivescovo di Milano, Angilberto II, per il pericolo incombente dei pirati saraceni che minacciavano la costa ligure. Tale reliquia, dopo essere stata collocata in un altare nell’abbazia sulla montagna, fu poi portata a valle al momento della costruzione del monastero, che già esiste almeno dal 1018 e ancora oggi porta il suo nome, al centro del borgo di Civate.

I primi documenti ancora esistenti che ci rivelano questi antichi avvenimenti sono le trascrizioni di altri più antichi raccolti da Goffredo da Bussero nel XIII secolo nel Liber Notitiae Sanctorum e poi da Gavano Flamma, morto nel 1344, nel Chronicon extravagans et chronicon majus  cioè Cronaca stravagante e cronaca maggiore. Egli ricorda che “ nell’anno di Cristo 780 (Desiderio) costruì il monastero di Civate, dove portò da Roma delle reliquie, ossia la destra di San Pietro apostolo, il liquido che fluì dal collo del beato Paolo e la lingua del beato Marcello papa, che parlò dopo essere stata tagliata e gran parte della catena, dalla quale fu legato San Pietro, con straordinarie indulgenze”. Successivamente, nel 1498, in un catalogo delle reliquie del Casorati, per la prima volta in lingua volgare si legge: “ La indulgentia de sancto pezzo ( da una santa bolla papale) a clivate in monte. Prima de le reliquie. Lo brazo dricto de sancto petro apostolo. Anchora de lo sangue de sancto paulo apostolo. Anchora la lingua de sancto marcello papa. Anchora de le boghe ( anelli di catena) de sancto petro apostolo. Et in segno di questo si gli obtene de molte gratie per virtù de le dicte reliquie. Si trova che questa giesia et monasterio fu edificata et dotata dal re desiderio. Et Adriano summo pontifico per singolare amore et affectione qual lui portava al dicto Re, gli donò le soprascripte reliquie. Gli sono anchora tri privilegii de Imperatori cum la lor bolla insiema cum quello del re desiderio in li quali contene cose mirabili. Et li dicti privilegii si trovano ne la sacrestia del dicto monasterio. Et fra le altre cose il dicto summo pontefice concesse per singulare privilegio a ciascheduno che visitarà la dicta giesia tre volte cioè sema ogni anno nel dì de la dedicatione di essa giesia la qual si celebra adì XVII marzo: cioè nel dì de la traslatione de sancto siro esendo ben confessi et contriti sarano absolti da li lor peccati: si como se andassero a roma nel tempo del giubileo. Si trova anchora chel dicto papa ha concesso alo abbato del dicto monasterio chel possa absolvere e condennare ognun de tutti li lor peccati seben havessero amazato il patre e matre: over fratelli et che possano far penitentia in le lor caxe, per absolution del dicto abate tanto quanto sel fusse confessator apostolico. Et se alcuno de le predicte dubitasse veda ali privilegi li quali son nela predicta sacrestia”. Quanto fossero preziosi e inestimabili questi documenti, sia dal punto di vista storico che giuridico lo si può ben capire. E lo sapevano bene i Visconti, duchi di Milano che, in varie riprese fecero di tutto per recuperarli e farli sparire coi privilegi e le concessioni contenutevi. E se ne accorsero subito  gli abati commendatari che furono impegnati, a partire dal XVI secolo, a cercare di recuperarli con le incomparabili reliquie.

In effetti lo stesso arcivescovo milanese, Carlo Borromeo, che con un lavoro di raffinata diplomazia in pochi decenni riuscì a far nascere la parrocchia di Civate, cercò di sapere, con molto tatto ed indirettamente, dell’esistenza delle reliquie. Non vi riuscì quasi per nulla, se non per trovare nel 1570, in occasione della visita del suo messo generale, con il gesuita padre Leonetto Schiavone, una chatena ferrea cuius sunt anula duo que dicunt esse ex chatena S. Petri ad vincula Urbis romane sed nulla alia habetur scientia ( una catena di ferro composta di due anelli che si dice provengano dalla catena di San Pietro in Vincoli della città di Roma, ma non vi sono ulteriori conferme). L’anno successivo si scriveva che “ sotto l’altare maggiore c’è una finestrella simile a quella dell’altare maggiore di San Pietro a Roma, dove si dice siano nascoste le reliquie e soprattutto il braccio di San Pietro trasportato da Roma al tempo del papa Adriano dal re Desiderio. Solo nella sua ultima visita pastorale, che risale al 1584, riuscì a farsi rivelare alcuni particolari su dove fossero riposte le reliquie di San Pietro. E per farlo interrogò quidam Martinus de sechis, il quale racconta “ al suddetto Illustrissimo Cardinale ciò che Gabriele, zio paterno dello stesso Martino, gli ha detto, che nella stessa chiesa dell’Abbazia di San Pietro vi era il braccio destro di San Pietro con molte altre reliquie e che le dette reliquie erano nascoste nella parete presso l'altare maggiore alla destra di chi entra in chiesa e che questo gli è stato rivelato sotto solenne promessa dal proprio zio paterno perché mantenesse tale segreto e non lo rivelasse ad alcuno”. Una rivelazione meno segreta la farà in un suo atto di visita il cardinale Federico Borromeo nel 1615, dove appaiono le chiavi di San Pietro. Dice infatti che “ questa chiesa ha, fra le altre reliquie, niente meno che due chiavi del carcere in cui il Divino Apostolo Pietro fu imprigionato a Roma; queste sante chiavi furono trasportate da Roma in questa chiesa nell’anno …e nel mese di … Le chiavi si conservano in una scatola ornata di panno rosso e munita di chiave, e sono riposte nella cappella in un armadio di suppellettili della chiesa. La chiave di questa scatola la conserva il Reverendo Cappellano. Nel giorno della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il mese di giugno, e di san Pietro in vincoli il mese di agosto e tutte le volte in cui vi sono delle processioni a questa chiesa, queste sacre reliquie vengono tratte fuori ed esposte pubblicamente al culto popolare, poi alla sera vengono riposte là da dove sono state prese. Sia nel toglierle che nel riporle vengono accese luci convenienti. Con queste sacre chiavi vengono benedetti coloro che sarebbero stati morsi dai cani”. Si documenta dunque il fatto che non si parla più degli anelli della catena, ma di chiavi! Qualcuno suggerisce che gli anelli erano ancora a Roma, inviati dal cardinale Paolo Sfondrati, abate commendatario, presso la chiesa del suo titolo cardinalizio, Santa Cecilia in Trastevere, portate lì per eseguire l’ordine di Carlo Borromeo che voleva fossero confrontate con quelli venerati a Roma in San Pietro in Vincoli. Michelangelo Monsacrati, nella sua opera De catenis S. Petri, sostiene di averli confrontati e di averli constatati identici: “quos ad visendum cum accesserim, diligenter consideravim comperi, quam simillimos esse eorum annulorum, qui nostras Catenas conficiunt, ut minime dubitem, hinc illos omnino fuisse detractos”. Queste chiavi, non sono comunque comparse improvvisamente. Esse appartenevano, con minor importanza, all’insieme delle reliquie conservate, dal momento che la sua diffusione iniziò addirittura da quel San Gregorio Magno, papa, che è raffigurato da sempre all’ingresso della basilica civatese. Fu lui infatti a scrivere: “ Sacratissimam clavem a S. Petri Apostoli, quae super aegros multis solet miraculis coruscare”. Le stesse chiavi erano semplicemente o appoggiate sulla tomba dell’Apostolo o contenevano un po’ di limatura delle catene di San Pietro e tanta era la fiducia nelle possibilità di guarigione di queste chiavi che, inviandone un paio a Chilberto re di Francia, lo stesso Gregorio Magno gli raccomandava di appendersele al collo per proteggersi da ogni male. E Carlo Trivulzio, nelle sue note al Messale di Civate, dice che, come a Civate, anche a Breme si conservavano le chiavi di San Pietro, con due formule: la prima è il modo di curare gli ammalati dal morso dei cani rabbiosi, con la virtù delle Chiavi benedette esistenti nella Chiesa di San Pietro sopra il Monte di Civate; la seconda è la benedizione dalla morsicatura dei cani arrabbiati adoperando per benedire la Chiave di San Pietro che si custodisce nel monastero di Breme. Del resto, in un manoscritto del XII secolo consultato dal padre bollandista Francesco Moriani, si sostiene che queste chiavi avevano efficacia per quos vel rabides canes vel serpentes mordiderant. Mox ubi supra affectam partem Crucis signum cum ea clave efformatum est ( per quelli che erano morsi dai cani e dai serpenti. Subito viene tracciata là sopra la parte colpita un segno di croce con quella chiave).

Si è certi che ancora nel 1699 era in uso benedire con le chiavi coloro che erano stati morsicati dai cani e dalle vipere ed in una successiva visita del cardinale Pozzobonelli, nel 1759, queste erano inserite in un reliquiario ambrosiano gotico d’ottone dorato a forma di ostensorio fatto a turricula, in cui è contenuta una phiala vitrea, che secondo l’archeologo di Poitier, Xabier de Montault, risaliva indubbiamente al XIII secolo. E così le trovarono nei due secoli successivi i cardinali Ferrario e Schuster che ne riconobbero sia l’antica fattura che l’importanza della natura e della tradizione. Anzi, lo Schuster, insigne storico d’arte, ne fece personalmente l’ispezione per ritrovare all’interno di ciascuna chiave un pittacio pergamenaceo arrotolato, senza iscrizione alcuna, ma con del cotone macchiato di giallo rugginoso, forse servito un tempo a raccogliere frammenti delle catene di San Pietro. Del resto, la reliquia delle due chiavi disuguali, che sono legate fra loro da due ganci che appartengono dall’origine alla catena col prezioso reliquiario, insieme a capselle di diversa fattura e materiali, ora visibili presso il Museo di Arte Sacra della diocesi milanese, sono gli unici elementi che rimangono delle ricchezze di culto e di fede originarie, nonostante rinvenimenti e ricerche operate nei secoli anche a noi più prossimi.

Fu Filippo Trivulzio, abate commendatario del monastero, il primo e più solerte ricercatore in tal senso. Infatti, dopo aver effettuato la ricerca del corpo di San Calocero nella chiesa del monastero a valle, l’11 novembre del 1516 procedette agli scavi per ritrovare le reliquie in San Pietro al Monte. Nel documento che lo racconta, ci svela come fosse alla ricerca del braccio di San Pietro traslato da Desiderio. Dapprima scopre diverse reliquie in una capsella de glisio, cioè di pietra di marna, nell’altare di San Giacomo e Filippo, senza alcuna scritta all’interno, probabilmente perché consumate dal tempo. Anche nell’altare di San Gregorio e nell’altare della cripta c’era una capsella della stessa forma e diverse reliquie senza cartiglio. Sotto la lapide dell’altare maggiore invece, il cemento era rotto: dentro v’era una cassetta contenete a sua volta una capsella di piombo sigillata con molte reliquie, poi un resto forse di un solo Braccio, quindi una cassetta di legno larga da una parte e rastremata dall’altra con uno strumento d’ottone e sopra il legno della cassetta il segno di una scritta e un gancio di chiusura. Il Braccio non c’era, probabilmente perché sottratto come risultava dalla frattura del cemento, praticata solo in questo altare. In San Benedetto fu trovata una cassettina in pietra con all’interno due bussolotti di legno ed un bussolotto più piccolo, sempre di legno, con molte reliquie. Di tutte queste reliquie fu presa una parte da ciascuna e furono portate alla chiesa del borgo di Civate dopo averle riposte in un contenitore d’avorio, che lo stesso abate commendatario aveva donato perché vi fossero riposte le reliquie presenti in un avello di marmo posto nel pavimento di fronte all’altare e che era convinto contenesse le reliquie di San Calocero “quia missale de hoc facit mentionem quod sit in ecclesia, et in illo nauello sunt multa ossa Notabilia et odorifera et signum unius vestis zendalis rubei ( perché di ciò fa menzione il messale che sia nella chiesa e in quell’avello ci sono molte ossa con segni di distinzione, profumate e una traccia di una sola veste rossa di zendalo). Di tutto ciò, anche del messale citato, purtroppo non resta più traccia, considerati anche gli avvenimenti diversi che hanno poi coinvolto San Calocero, fino alla sua definitiva chiusura alla fine del XVIII secolo con la dispersione irreparabile di beni e documenti.

Del resto, anche l’interesse allora non era sempre così entusiasta. Nel 1570, il gesuita padre Leonetto Schiavone, primo visitatore ufficiale della chiesa di San Calocero in nome dell’arcivescovo milanese, delle reliquie non fa parola e nella visita fatta da mons. Porro nel 1577, i monaci olivetani “asserunt ex relatu in hac ecclesia esse corpus S. Caloceri sepultum in choro ( affermano da quanto sentito che in questa chiesa vi è il corpo di San Calocero sepolto nel coro).  Da allora neppure delle reliquie di San Calocero  si ebbero più notizie come del braccio, già sparito, di San Pietro.

Eppure per secoli le due chiese furono meta di molti pellegrinaggi e processioni già precedentemente ricordate in altri scritti. Accanto ad essi però è giusto si aggiunga anche la narrazione di qualche tradizione legata al culto popolare, che per certi aspetti si lega ad antiche e mai sopite forme di primitiva superstizione. E’ ad esempio noto come la visita a San Pietro, oltre che legata alle preziose reliquie ed alle straordinarie indulgenze che ne costituivano in assoluto uno speciale privilegio, era praticata soprattutto da chi aveva problemi e malattie alla vista. Buona responsabilità cui far risalire l’origine di tutto questo l’ha soprattutto la leggenda del cinghiale e la miracolosa guarigione di Algiso. Da allora la fontana che zampillava presso la chiesa, e forse in origine sotto l’ altare principale della stessa chiesa, richiamava pellegrini da ognidove che si lavavano piamente gli occhi alla fonte per ottenere un qualche sollievo o addirittura una grazia. Ed ancora oggi, poco lontano dall’ingresso del monastero montano sgorga una sorgente chiamata fonte di Desiderio. Non a tutti però bastava. Se si osservano con attenzione le sacre immagini affrescate sul fronte dell’altare di San Benedetto, si scopre che il volto del Cristo come gli occhi della Vergine e di San Giovanni Battista sono abrasi. Ciò non è dovuto ad un atto di profanazione! Semplicemente, a qualche pellegrino non era bastato lavarsi gli occhi alla fonte, per cui ha creduto opportuno prepararsi una pozione magica con la polvere degli occhi dei personaggi rappresentati, a cominciare da Cristo. E lo stesso devoto pellegrino, un po’ singolare, deve avere avuto anche altri imitatori, da momento che il volto dello stesso Cristo è completamente scomparso!

Si sa poi che la cripta d’una chiesa, un tempo chiamata scurolo, nel segreto della sua penombra custodisce misteriosi poteri fin dai tempi più antichi. E’ così che per rimanere sempre a San Pietro, forse pochi ancora ricordano di come, per secoli, le giovani spose civatesi che erano prossime a partorire, i bimbi li trovassero belli e pronti in fondo alla cripta, ben nascosti dietro l’altare! E cosa dire allora della cripta de La Santa? Una volta ottenuti in maniera così poetica i loro figli a San Pietro, le stesse madri si recavano nella chiesetta sulle sponde del Rio Torto per far immergere ai loro piccoli i piedi nella fonte fresca che vi sgorgava abbondante. Così riuscivano a farli camminare presto o a raddrizzare loro il passo insicuro, se necessario!  E pare che tutto allora funzionasse alla perfezione con unanime soddisfazione e senza neppure un raffreddore!

 

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