San Rocco: una particolare devozione dei civatesi
di carlo castagna
A parlare oggi di San
Rocco, sembra di ritornare un po’ troppo al passato polveroso. Eppure vi sono studiosi e storici importanti, come Pierre
Bolle, che stanno ancora indagando sull’importanza che la venerazione di questo
santo abbia avuto in tutta Europa, ma soprattutto in Italia. E cominciamo col dire che forse il culto stesso del santo si è
originariamente confuso con un personaggio ben più antico. Si tratta di un
certo San Racho di Autun, pescatore vissuto prima
dell’anno mille, patrono dei prigionieri per essere stato anche lui incarcerato
nelle isole della costa della Britannia ed invocato durante le tempeste. Forse
per questo, nel tempo, non solo il suo nome, Racho, si è confuso con quello di
Rocco, ma anche la protezione dalla “peste”
del santo più conosciuto, deriverebbe dalla pronuncia francese di “tem/peste”, di cui è caduta la prima
parte.
A questo punto tuttavia,
chi è indotto a pensare che il San Rocco che ha sempre conosciuto e visto
rappresentare in effigie non sia mai esistito si sbaglia! Infatti,
la figura del primo santo non avrebbe avuto altro ruolo che quello di
sovrapporsi e confondersi con il secondo. Dunque esiste proprio un San Rocco,
vissuto nel XIV secolo, col suo bravo cane e che
guarisce dalla peste e che morì nelle carceri di Voghera la notte di martedì,
fra il 15 ed il 16 agosto del 1379. Rocco pure era originario della Francia, più precisamente da Montpellier. Figlio di
famiglia agiata, forse i Delacroix, ancora giovane, dopo la morte dei genitori,
distribuì i suoi averi e s’incamminò come semplice pellegrino verso Roma.
Senonchè in Italia trovò la peste nera, che non lo spaventò, anzi, si diede
alla cura degli ammalati ad Acquapendente, una tappa obbligata verso Roma: è
qui che avvenne il primo episodio miracoloso che viene
narrato da Francesco Diedo, che nel 1479 scrisse la sua Vita Sancti Rochi. Giunto a Roma verso il 1367, il giovane Rocco vi
rimase tre anni, guarendo un cardinale che lo presentò
poi al papa.
Di ritorno da Roma
ancora infuriava la peste ed a Piacenza, curando gli ammalati dell’Ospedale di
Santa Maria di Betlemme, fu contagiato. Si trascinò
allora in una grotta sul fiume Trebbia, lungo la via
Francigena, e qui languiva assistito solo da un cane che gli portava ogni
giorno un pezzo di pane dalla mensa del nobile Gottardo Pallastrelli, che fu il
primo a dipingerne poi il ritratto che ancora si può ammirare in Sant’Anna a
Piacenza. Finalmente soccorso e guarito, riprese il suo cammino verso casa.
Senonchè, a Voghera, fu catturato con l’accusa d’essere una spia francese,
gettato in carcere e fu lasciato morire. Passato subito in fama di santo e
invocato come tale nel Concilio di Costanza del 1414, le sue spoglie, tranne un
braccio che resta ancora a Voghera, furono trasferite, nel 1485, a Venezia,
nella famosa chiesa di San Rocco.
E’ invocato come protettore dalla peste contro gli
uomini, ma anche contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali per
il suo carisma di invocare la protezione di Dio sui luoghi che toccava, prima
di lasciarli. È anche patrono degli invalidi, dei prigionieri e degli
emarginati, per aver provato le stesse situazioni quand'era in vita. E naturalmente divenne l’emblema del pellegrino, raffigurato
sempre in abiti da viandante, col tabarro, un cappello a larga tesa, la
bisaccia, il bordone con la zucca per l’acqua e la conchiglia per bere appesa
al collo. I segni della peste traspaiono come piaghe dagli strappi della veste;
accanto ha il suo fedele cane con il pane fra le fauci e l’angelo che lo
confortava nella malattia.
Dopo
queste notizie ci si chiederà come entri Civate in
questa faccenda del culto di San Rocco. Ovviamente è noto che San Pietro al
Monte fu, nei secoli, meta costante di importanti
processioni e pellegrinaggi. Fu così che, oltre che come protettore dalla
peste, San Rocco fu considerato un santo indispensabile per tutti i pellegrini
che dovevano accingersi alla salita sul monte. Perciò, già a partire dal XV secolo sorsero oratori dedicati a San Rocco sul
transito dei pellegrini stessi: a Borima, al Novaredo e forse a Tozio, mentre
una cappella gli veniva costruita e dedicata in San Vito e Modesto, oltre
all’aggiunta alla dedicazione originaria della chiesa di Scola, cioè Santa
Maria, quella per San Rocco! Non solo. A San Rocco fu riservato un giorno di
festa particolare dei civatesi ed una processione annuale, come risulta dal documento dell’11 giugno del 1602 che in latino
dice: “Consuetudini, voti e processioni:
gli abitanti di questo luogo hanno prestato un voto assunto pubblicamente ed in
massa per la calamità della grandine, registrato in un documento da
Gianbattista Bonacina, notaio di Milano, l’11 giugno 1602, come segue:
I giorni
delle feste di S. Francesco, 4 ottobre, S. Rocco, 16 agosto, S. Bernardo, 20
agosto, come di S. Giovanni devono parare l’altare e nel giorno di S. Francesco devono far cantare una messa
nella chiesa di S. Vito e Modesto della stessa località di Civate e dopo, in
processione, trasportando la croce, sono tenuti a recarsi alla chiesa che ha
scelto il loro parroco.
Si tengono
le processioni maggiori ed i tridui. Nello stesso modo, durante la festa di S.
Siro (fanno una processione) alla chiesa di S. Pietro al Monte per la
consacrazione della suddetta chiesa. Secondo le consuetudini si tengono
processioni la festa di S. Rocco alla sua chiesa e per la festa della S. Croce
e di S. Nazaro.”
Nella visita che il cardinale Federico Borromeo fa alla parrocchia
nel 1608, il 17 di agosto, egli visita la chiesa di
San Vito e Modesto in cui trova l’altare e
la cappella dedicati a San Rocco, costruita nella parete meridionale
dell’edificio “di forma quadrata, è
decorata da un quadro, la cui cornice è in noce, con immagini di Cristo in
croce, di San Rocco ed altri santi…” A Scola invece “ v’è l’oratorio non consacrato di Santa Maria e San Rocco, distante
circa un miglio dalla chiesa parrocchiale. La costruzione è di forma
rettangolare, bassa e senza soffitto, tranne l’abside semicircolare coperta da
una volta… Nella parete della facciata, fuori dalla
porta sulla destra, è inserito un contenitore per l’acqua d’espiazione, e
questo è fatto di terracotta ed in esso ogni domenica si mette l’acqua
benedetta che viene portata dalla chiesa parrocchiale. Vi è un campaniletto
sulla sommità della facciata suddetta, e
in esso è posta una campanella che fu consacrata dal
reverendo signor vescovo Alessandrino il 7 agosto 1607, come è stato affermato
dal signor Lucio Fantisco, che di questa consacrazione ha registrato la memoria
in un libro che ha mostrato; la corda di questa campana pende dentro l’oratorio
nel mezzo dell’ingresso.”
Interessante è pure “ l’oratorio di San Rocco alle cascine di
Borima… costruito sulla pubblica strada, per la quale si va da Suello della
pieve di Incino a S. Fermo, della stessa pieve. La sua
forma è quadrata e piccola… le pareti sono quasi grezze; invece quella dalla
parte anteriore davanti all’altare è ornata dalle rappresentazioni affrescate
della Beata Vergine col figlio, di S. Rocco e di S. Fermo, benché in parte
rovinate. Nella facciata vi è una monofora sopra l’ingresso, fornita di grata
di legno. L’ingresso guarda le case più vicine di Borima… dista dalla pubblica
strada circa un cubito; non è circondato da uno steccato per tenere lontani i
cavalli e le altre bestie, ma dalla parte della pubblica via è protetta da una
siepe. E’ sempre chiuso ai visitatori e si apre solo nel momento in cui si
tengono le devozioni… la chiave è
tenuta dal vicino.”. Questo oratorio molto antico
è ancora oggi come quello così descritto, anche se ormai dimenticato dalla
gente di Civate! E curiosamente ancora la chiave è tenuta dal vicino, come
potrebbero confermarvi Scola Bruno ed il fratello Walter, se vi fermate a far
benzina.
L’altro oratorio di San
Rocco è quello ora scomparso “ della
cascina del Brugnoso… costruita sulla pubblica strada per la quale dal suddetto
Civate si va alla chiesa citata di S. Pietro al Monte. E’ di forma
semicircolare, il pavimento di ghiaia e cemento, le pareti sono grezze e nella
parte posteriore sono decorosamente ornate nel mezzo dalle immagini dipinte
della Beata Vergine Maria tra S. Rocco e S. Sebastiano. Queste raffigurazioni,
a causa della demolizione del suo angusto altare, sono state rovinate… Un
soffitto a volta copre l’oratorio. Non vi sono finestre da dove i passanti possano vedere la chiesa. Non ha alcun uscio, ma è aperto
dalla parte interna e nella parte inferiore è munito di un muro di due cubiti e
dal lato sud sino a quello nella facciata si accede
per quel piccolo passaggio. Le sue pareti all’esterno sono rifinite con
affreschi e questo si aggiunge come ornamento per lo stesso oratorio. Dista non
abbastanza dalla pubblica strada e mentre per di lì si conducono le mucche e i
carri, si bagna con il fango e l’acqua sporca. Non è protetto da steccati che tengano lontani i cavalli e le altre bestie. Qui si tengono
delle devozioni e processioni il secondo e terzo giorno delle rogazioni e poi
ogni volta che parte una processione per la chiesa di S. Pietro al Monte.” Questo oratorio probabilmente fu demolito nel ‘700, quando nella stessa località fu edificato un oratorio
dedicato a San Carlo. E’ un peccato, perché è l’unico oratorio di Civate di cui
si testimonia una decorazione anche esterna con affreschi.
Dell’oratorio dedicato a
San Rocco a Tozio misteriosamente non rimangono tracce scritte né della sua
esatta collocazione, né della sua struttura e
decorazione. Ciò è molto strano, dal momento che Tozio è da sempre la frazione
più grande del paese e certo non la meno devota per tradizione! Della sua
esistenza comunque ne dà notizia molto confusa il
cardinale Carlo Borromeo nella sua prima visita del 1571. Nell’elenco delle
località e dei residenti, infatti, si scrive: “ Totium foci 10. Animae locus de scola ubi est capella Sancti Rochi. (
Tozio 10 focolari. Luogo e anime di Scola (!) dove c’è
la cappella di San Rocco.” Cosa significhi non è
molto chiaro, dal momento che non si capisce se il visitatore, che non conosce
i posti, ha confuso le due località, mettendo insieme anche gli oratori
esistenti. E questo si aggiunge ad altre inesattezze
dell’elenco rimasto. Ciò che è certo è che nessun visitatore poi ne lascia
alcuna testimonianza!
Comunque, il cardinale
Pozzobonelli, che viene qui in visita il 21 giugno 1759, riconferma alcune
delle tradizioni e dei voti testimoniati dai Borromeo: “Seguendo un’antica tradizione si celebrano ogni anno tre anniversari
con tre messe, a spese della veneranda confraternita. Si tiene una pubblica
preghiera il giorno della festa di S. Francesco di Assisi
nel luogo designato dal venerabile parroco. Ugualmente (si tiene) una
celebrazione all’oratorio dei Santi Nazaro e Celso il
giorno della festa di S. Antonio di Padova con una messa semplice a spese della
comunità. Infine si tiene una preghiera pubblica nella chiesa di S. Pietro al
Monte il giorno della festa di S. Siro, la festa del ritrovamento della Santa
Croce, il giorno di S. Nazaro e Celso e di S. Rocco.”
La festa di San Rocco dunque, nonostante il tempo trascorso, rimane ben
presente da celebrare il 16 agosto: “nella località delle
cascine di Scola, entro i confini della parrocchia di Civate, è stato edificato
l’oratorio consacrato a S. Rocco…Gli stipiti dell’altare, ai lati, sono in
pietra. La mensa è ricoperta con tavole sagomate di legno con la sacra lapide
protetta da una tela bianca e il contenitore delle reliquie intatto. Ora una
tavola raffigurante la B.V.M. con in braccio il
Bambino, oltre a S. Rocco e S. Giuseppe, sostituisce l’icona un tempo dipinta
sulla parete, e ormai quasi cancellata dagli anni. Una piccola campana di
bronzo è nel pertugio della torretta sporgente sopra il tetto, con una fune che
passa attraverso il soffitto e pende sopra la porta.”
Nell’occasione viene sostituita l’acquasantiera di
pietra, posta all’esterno e frantumata da un colpo di fulmine, con una in
marmo.
Allora, tra gli otto
sacerdoti nati o residenti a Civate, la chiesa di San Rocco era affidata al “reverendo suddiacono Angelo Maria Sacco
Fantisco, di 22 anni, assegnatario del titolo della cappellania di S. Giuseppe nell’oratorio di Scola nei confini della
parrocchia di Civate. Abita a Milano per motivi di studio”.
Per qualche centinaio
d’anni la devozione per San Rocco si è celebrata fino ad oggi con una messa
solenne presso la stessa chiesetta di Scola, così piccola che buona parte della
gente vi assisteva dallo spiazzo antistante, tra i ciuffi d’erba che vi nascono
spontanei. Così, senza troppe perplessità, era concesso ai civatesi di essere
accompagnati al rito dai loro cani, perché fosse onorata in maniera più
completa la figura del santo che fa bella mostra di sé in un moderno
bassorilievo di pietra, posto sulla parete meridionale della cappella.
Naturalmente, l’artista che lo ha scolpito, un certo Mayer, ha posto in
evidenza le caratteristiche tradizionali di San Rocco pellegrino e non ha certo
dimenticato di affiancargli il suo simpatico e fedele amico a quattro zampe.