San Vito e Modesto: da semplice oratorio a chiesa parrocchiale
di carlo castagna
Qualche anno fa, in occasione del centenario della consacrazione della Parrocchiale di San Vito e Modesto del 1897, si era mirabilmente ricostruito il succedersi delle vicende dell’ultima costruzione di cui si può ancora oggi ammirare la struttura architettonica ispirata dall’architetto Bovara e l’insieme decorativo interno, opera dei Bacchetta, padre e figlio. Parrebbe però interessante fornire anche qualche ulteriore notizia sugli edifici sacri che hanno preceduto nei secoli questa ricostruzione, poiché si vedrà che di almeno tre edifici si tratta, e soprattutto indagare su come un semplice oratorio, nei secoli, sia finalmente divenuto chiesa parrocchiale.
Il primo a darci notizia certa della presenza dell’oratorio di San Vito e Modesto nell’antico borgo di Civate è Goffredo da Bussero, che testimonia: adest ecclesia sancti viti. L’anno in cui fu stesa questa annotazione non risulta, ma visto che l’autore del basso medioevo è vissuto fra il 1220 ed il 1289, si può supporre che la testimonianza risalga alla seconda metà del XIII secolo. Poi, per un po’ di tempo non si seppe più nulla.
Per leggere ancora di San Vito e Modesto si dovrà aspettare infatti, al 23 ottobre del 1570, il gesuita padre Leonetto Schiavone, che operava su incarico dell’arcivescovo milanese Carlo Borromeo. E’ la prima visita che risulta documentata, dal momento che della precedente del 1566, compiuta in tutti i paesi della pieve d’Oggiono dal prevosto della chiesa di San Giovanni Battista di Asso, don Giacomo Filippo Sormano, non c’è traccia alcuna. Probabilmente neanche l’arcivescovo ardiva ancora entrare nel territorio di Civate, posto sotto la giurisdizione della abbazia che aveva l’esenzione vescovile! Comunque sia, è il padre Leonetto che visita anche l’oratorio di San Vito e Modesto. Lo descrive come un edificio con un altare passabile, satis ornatum, ma in una cappella neppure intonacata. L’altra cappella invece, sul lato meridionale, è tutt’altra cosa: intonacata e abbastanza bella, con un altare ed una scultura della Madonna. Accanto v’è pure una terza cappella in costruzione e non ancora terminata. Questa chiesa, in parte imbiancata e soffittata, ha una sacrestia ed un campaniletto con una sola campana. In realtà la chiesa è un oratorio appartenente agli scolari B. Virginis, una confraternita a quanto pare molto antica, che ha abbellito la cappella stessa e che possiede un po’ di beni e rendite di lasciti, con cui fa celebrare delle messe, quando riesce a farsi versare l’obolo dovuto, ed a fornire i paramenti e gli arredi di culto necessari.
Non è molto quanto si rivela nello scritto, ma padre Leonetto si premura di disegnare poi una piantina dell’oratorio, con segnalate anche le proprietà attigue della confraternita. Questa piantina sarà vista da Carlo Borromeo per la visita che terrà personalmente a Civate l’anno successivo, il 4 di settembre. Qui trova che, nel monastero di San Calocero, vi sono 8 monaci olivetani, cui viene chiesto come mai celebrino in rito romano e non ambrosiano. I monaci stessi non sanno che dire e rimandano alla tradizione che li ha preceduti e che essi hanno desunto dai preti secolari presenti a Civate e che celebrano le messe negli oratori a cui si rivolge soprattutto la popolazione composta da circa 80 famiglie, con pressappoco 300 anime ammesse alla comunione. E queste famiglie sono divise nel modo seguente:
Civate, con 35 focolari, vicino alla chiesa di San Vito e Modesto appartenente alla confraternita del Rosario;
Scarenna, con 7 focolari, vicino alla chiesa campestre di San Nazaro e Celso;
Tozio, con 10 focolari, vicino alla cappella di San Rocco;
Cascina del Pozzo, con 3 focolari;
Cascina dell’Oro, con 2 focolari;
Cascina di Val dell’Oro, con 2 focolari;
Cascina di Cariolo, con 2 focolari;
Cascina di Borima, con 3 focolari, vicino alla cappella (di San Rocco);
Cascina di Isella, vicino alla chiesa di San Andrea;
Località Castelnuovo, con 5 focolari;
Cascina del Borgnoso, con 3 focolari, vicino alla cappella di San Rocco.

Pianta dell’oratorio di San Vito e Modesto nel 1571
Le notizie su Civate sono ancora frammentarie, ma divengono molto più precise riguardo ai primi dati su San Vito. Vengono aggiunti infatti diversi particolari come il fatto che il campanile ha un’unica campana sostenuta da due pilastrini. La pianta della chiesa, seppur schematica, ci dà quindi un’idea di come fossero disposti i locali sacri in tre cappelle, la navata e la sacrestia, testimoniando anche la presenza del cimitero di fronte alla chiesa e le case della confraternita prima chiamata, con un po’ di confusione, della Beata Vergine e poi del SS. Rosario, ma che originariamente era detta dei Disciplinati o del Gonfalone.
Sarà comunque, quasi quarant’anni dopo,
l’arcivescovo successore Federico Borromeo, quello del famoso romanzo
manzoniano, che aggiungerà parecchie notizie durante la sua visita pastorale
del 1608. Anzitutto, riferendosi ai tre altari che sono presenti nella chiesa,
ci dice che la stessa è stata consacrata il 22 aprile 1498, cioè in periodo
tardo gotico, secondo sia la testimonianza del parroco, sia da quanto si può
desumere dalle croci rosse dipinte sulle pareti e che si ponevano un tempo
proprio durante la consacrazione stessa. In quella data è certificata pure la
deposizione nell’altare maggiore delle reliquie dei Santi Innocenti. Si tratta evidentemente di una ricostruzione o di
un ampliamento dello stesso oratorio, forse neanche il primo dalla sua origine,
ma anche della conferma della sua consacrazione. Viene
pure descritto l’altare stesso, confermando l’esistenza di “un tabernacolo della SS. Eucarestia, di
forma ottagonale, decorato con colonne, immagini dipinte e scolpite, sovrastato da una croce in legno rivestita
d’oro; la porticina mobile
nella parte anteriore si apre comodamente e si può chiudere, ed è rivestito
completamente all’interno con seta rossa. Tuttavia in esso
non si conserva il SS. Sacramento”. L’altare si trova nella cappella
maggiore, che è a volta e quadrata, rialzata d’un unico gradino e separata da
un cancelletto in ferro. E’ abbellita da “un quadro in avorio, in cui si ammirano le
immagini della Beata Vergine Maria, come di S. Vito e Modesto elegantemente
dipinte; questo è abbellito con cornici in noce... Sotto l’arco della stessa
cappella è collocata, in una specie di cassa in legno,
la raffigurazione di Cristo in croce decorata con dipinti”.
Nella stessa chiesa, sul lato meridionale, vi è la cappella del SS. Rosario, con un altare sotto una bassa volta, ma “tutta decorata da affreschi sacri. In una nicchia, vi sono le statue della Beata Vergine Maria col figlio e S. Giovanni Battista... In questo spazio della cappella pende una lampada indecorosa rivestita d’ottone, la luce della quale viene alimentata nei giorni della festività della Beata Vergine Maria e di tanto in tanto al sabato, con olio estratto dagli ulivi o dalle noci o anche dai semi di lino, per iniziativa della confraternita del SS. Rosario e senza corrispondere al voto di alcuno. Entro lo spazio delimitato della cappella i laici entrano ogni tanto per ascoltare la messa”. Sulla stessa parete meridionale sorge anche la cappella di San Rocco, con semplici pareti rifinite in calce con “le immagini dipinte di Cristo in croce, poi S. Rocco e molti altri santi; questo quadro è decorato con una cornice in noce”. Anche le pareti della navata centrale sono“in parte rifinite con calce, in parte invece sono dipinte con immagini sacre, benché rifinite con parti ruvide. La chiesa è coperta da tegole. Spesso il pavimento viene scopato; raramente vengono spolverate le pareti e tolte le ragnatele dal soffitto della chiesa e delle cappelle. La chiesa ha sulla facciata una unica porta, che si chiude dall’esterno, ed una laterale per la quale si ha accesso agli edifici della chiesa. Al di sopra della porta principale non sono state collocate le immagini dei santi cui è dedicata la chiesa, ma c’è soltanto l’immagine della Natività. Dopo la porta principale, accanto alla parete di facciata, si trova un coro nel quale un tempo gli affiliati del gonfalone cantavano l’ufficio della Beata Maria Vergine; questa congregazione ora dicono sia estinta”.
Come era ancora nell’uso dei tempi antichi, all’interno si contano quattro sepolcri, che sono sullo stesso piano del pavimento della chiesa in modo da non presentare alcuna parte in rilievo o più bassa e sono chiusi da un doppio coperchio come prescritto. Nella stessa vi è un confessionale in legno ed un pulpito portatile, raramente usato e con una scala amovibile, mentre “nella stessa cappella di S. Rocco, dalla parte del vangelo, vi sono delle cassapanche entro cui si ripongono le granaglie offerte alla Beata Vergine Maria del Rosario... Vi sono due acquasantiere, una all’esterno della chiesa inserita nella parete sul lato sinistro, ricavata da una pietra scolpita, l’altra è collocata in chiesa sopra una colonnina di marmo, sulla destra per chi entra, in pietra di mulino. Qui, insieme, uomini e donne si aspergono di acqua benedetta; la stessa acqua suole essere cambiata ogni otto giorni, ma la vasca non è ripulita con cura ed è piena di impurità”.
Una novità è che il campanile, sempre di forma quadrata e volto a sud, ha una cuspide nuova, ricavata da una sola pietra, con una croce sulla sommità e ben due campane, consacrate dal vescovo Alessandrino il 7 agosto del 1604, come conferma il signor Lucio Fantisco, che mostra il verbale stilato per l’occasione. Davanti alla stessa chiesa, volto ad oriente, v’è il cimitero comune, senza alcuna cappella e su terreno dissestato, con tumuli vari privi di croce, circondato da un muricciolo, ma senza una chiusura, sì che gli animali vi pascolano tra l’erba incolta e quattro alberi di gelso e ciliegio, che da parecchio tempo avrebbero dovuto essere sradicati.
“Vi sono delle case accanto alla chiesa, ad essa contigue dalla parte a nord, che sono di proprietà di questa chiesa e si distinguono principalmente dai locali, come si può facilmente vedere, avendo un cortiletto con tre stanze superiori e una al piano terra. Alla casa è annesso un giardino e il cortiletto e il giardino sono circondati da un muro e alla sera si chiudono con ante e catenaccio. Con questo cortiletto stesso e con la casa confinano da un lato la proprietà dei monaci, dall’altra la proprietà di Gabriele e dei fratelli Canali, dall’altra ancora proprio con la predetta chiesa e il cimitero. In queste case non abita nessuno e attraverso queste si aveva un tempo accesso al coro dei disciplinati”. Ovvio che si tratta dell’antica Cà di Pellegrett degli stessi Disciplinati.
Passano pochissimi anni e nella visita del mese di maggio del 1615, sempre da parte dell’arcivescovo Federico Borromeo, la realtà cambia. Forse l’oratorio di San Vito era diventato un fastidio per il parroco del tempo. Infatti la confraternita del SS. Rosario avrebbe dovuto fondersi con la confraternita del SS. Sacramento, che aveva sede nella parrocchiale di San Calocero, già dal 1571 per ordine di Carlo Borromeo, ormai santo, ma ciò aveva suscitato rimostranze e reiterati rifiuti dopo ogni visita pastorale. La confraternita proprietaria di San Vito così avrebbe perso il possesso esclusivo dell’oratorio, dei beni e delle offerte a vantaggio degli antagonisti. Per questo durante la visita di Federico si stabilisce che in San Vito“ sia rimosso dall’altare il tabernacolo e non vi sia più tenuto, essendo proibito conservare l’Eucarestia fuori dalla chiesa parrocchiale, in cappelle o in oratori secolari e neppure vi si celebri senza che sia stato tolto”! Non solo: “La Cappella (maggiore) sia abbellita con sacre raffigurazione, secondo convenienza, perché non sia da meno della Cappella laterale del SS. Rosario”.
La stessa realtà la troviamo completamente rovesciata, più di un secolo dopo, in occasione della visita del cardinale Pozzobonelli, avvenuta il 21 giugno 1759. Nel frattempo infatti, era stato deciso che, a causa della sempre più difficile convivenza in San Calocero dei monaci e del parroco, la sede della chiesa parrocchiale fosse spostata da lì proprio in San Vito e Modesto. Questo avveniva nel 1720, ma invero solo nel 1732 il passaggio divenne definitivo. E ciò per il semplice motivo che la costruzione della nuova sede parrocchiale doveva essere resa degna anche fisicamente di questo onore. Negli anni dal 1720 e 1732 si operò dunque una nuova ricostruzione dell’edificio stesso, in bello stile barocco. Ecco cosa scrive l’allora arcivescovo milanese in occasione di quella visita:
“Ad oriente del villaggio,
lontana dalle ultime case, sorge questa chiesa consacrata ai santi martiri Vito
e Modesto, costruita nel medesimo luogo dove un tempo vi era una antichissima
ed angusta costruzione sotto la stessa dedica; in quel tempo e in quella
circostanza, e ad opera di questi fu eretto questo augusto tempio in
quella grandezza che nello stesso risplende, come si spiega sufficientemente
nell’iscrizione che si legge sulla parete interna sopra la porta, così
tracciata:
Benedetto Odescalchi, sua reverenda
eminenza presbitero del cardinale, vescovo della santa chiesa di Milano,
commendatario di S. Pietro al Monte, che diverrà esempio di pietà verso i
superiori e di amore verso i sottoposti, eresse a questa grandezza questa
chiesa quasi rinata dalla vecchiaia di un piccolo oratorio, degno della
magnificenza di tanto principe, ma sino ad allora minore. Luogo di custodia di
oggetti sacri, dove il pastore potesse espletare i suoi uffici più comodamente,
da qui poi trasformata aumentando il culto di Dio, la concordia del clero,
l’utilità della gente trovò l’immortalità del suo nome, che nondimeno mai
ricercò. Compiacetevi abitanti di Civate: dove vi sono tutte cose grandi, è
inopportuno che sia piccolo il vostro ossequio. Anno 1735.
La facciata della chiesa è di
forma quadrata, di struttura abbastanza elegante, ma ancora non rifinita.
Cosicchè non ha ancora alcuna delle diverse decorazioni che l’architetto ha
progettato, all’infuori della croce di ferro posta sul culmine estremo.
Consta di un’unica navata; il pavimento è di mattoni, la volta di cemento, le pareti sono lisce e imbiancate... A lato della porta, che è unica e di forma quadrata... sono collocate due acquasantiere in marmo poste sopra piedestalli... In questa chiesa si venerano frammenti delle ossa dei martiri S.S. Vito e Modesto, contenute in due distinte teche di legno, ornate anteriormente con lamine d’argento e vetro trasparente; sono state inventariate in Curia Arcivescovile di Milano, come risulta dal documento redatto dal notaio apostolico Pietro Mutone, il 31 agosto 1673. Ugualmente all’interno di una croce lignea, decorata con una lamina d’argento, si conservano dei frammenti della Santa Croce di nostro Signore Gesù Cristo. E pure le reliquie di S. Tommaso Apostolo, di S. Anna madre della Beata Vergine Maria, di S. Carlo Borromeo e di S. Tommaso d’Aquino si conservano in quattro distinte teche con l’argento staccato e con l'apposito sigillo arcivescovile”. Queste, ricordate dal cardinale Pozzobolelli, sono le stesse reliquie che si trovano nelle teche poste ancora attualmente sull’altare, come il fonte battesimale che si descrive successivamente.
“Alla sinistra per chi entra c’è la cappella del Battistero... La sua struttura è quadrata, il pavimento di mattoni, la volta di cemento... su una tavola dipinta si trova l’immagine di S. Giovanni Battista che battezza Cristo Signore. Il recipiente battesimale è in marmo di forma rotonda, inserito su una colonna, chiuso da un coperchio di rame stagnato. Sopra di esso è collocato un ciborio di legno rifinito in modo adatto, a forma di piramide per coloro che vi accedono con l’immagine di Cristo Signore sistemata sulla sommità. La sua cavità interna è rivestita con tela di color bianco, mentre l’esterno è ricoperto da una cortina dipinta; nella medesima parte superiore si conservano i contenitori d’argento dei sacri olii contrassegnati dalla scritta "olio dei catecumeni" per distinguerli dal Crisma e un acetabolo racchiuso in un sacco di seta di color bianco”.
Nella descrizione che segue della cappella maggiore e dell’altare rivestiti di marmo, si parla del tabernacolo che non è più lo stesso dell’oratorio precedente, ma diverso anche dall’attuale, infatti “è di prezioso marmo elegantemente cesellato, tenuto insieme con lamine di bronzo dorato e ornato d’immagini di angeli. La sua forma cubica termina con una cuspide conica; è coperto con un drappo di color verde”. Altre due sono le cappelle ricavate nelle pareti laterali, la prima a settentrione contiene la raffigurazione in marmo di un Cristo Crocifisso e circondata da affreschi; nell’altra a meridione v’è la statua lignea della Beata vergine Maria con Gesù Bambino e San Giovanni pure bambino. Come si vede, non è presente l’immagine dell’Addolorata che al tempo si trovava ancora in San Calocero.
La novità più singolare è comunque la presenza, “presso la balaustra della cappella maggiore, di un soppalco da musica di tavole intagliate
da un artigiano, in cui v’è un organo”, naturalmente se non si vuole
considerare più interessante la comparsa per la prima volta nella chiesa di “un unico banco per le donne
collocato accanto alla
cappella del Crocifisso, ad uso della signora Orsola Ferrario, con un permesso
particolare ottenuto l’8 giugno
“Vi sono nove tombe nella chiesa
all’esterno della cappella, ricoperte da una duplice lastra, livellate al
pavimento. Due sono collettive e servono per le tumulazioni dei maschi
separatamente dalle donne; una di diritto della chiesa. Un’altra appartiene
alla famiglia Pacino, le cinque rimanenti indicano con scritte a chi e per
quale motivo furono costruite. Nella prima, che sta in centro accanto alla
cappella maggiore, così leggiamo: Domenico Cattaneo vicario di Civate a
quarantasei anni, per sé ed i suoi discendenti, anno 1732. Nella seconda:
Pietro Cav. Gerolamo e Tommaso fratelli Chiapponi per se stessi ed i congiunti,
anno 1732. Nella terza: Isidoro Ferrario per sé e per i congiunti, anno 1732.
Nella quarta: Giuseppe Sacco Fantisco per sé e per i congiunti, anno 1732.
Nella quinta: Questa tomba è dei confratelli del Gonfalone”.
La torre campanaria ora è dotata di ben 3 campane, quadrata e terminante con un apice conico con croce di ferro. A sinistra, nella chiesa, c’è un ossario con grata di ferro, all’interno della quale si vedono “le ossa dei morti ben ordinate”.
Don Pietro Maria Mambretti, parroco di Civate dal 1892, quasi due secoli dopo, prospettando il nuovo edificio attuale che egli stesso farà poi costruire, ricorda nel Cronicon, con sentito rimpianto, l’amata costruzione che in bello stile barocco faceva mostra di sé dall’anno 1732 e che sarebbe andata irrimediabilmente perduta per sempre.