di carlo castagna
E’ poco
probabile che Civate, nel suo primo sicuro insediamento, cioè
quello creato dai celti orobici, abbia rivestito una
funzione anche militare. Anzi, i suoi primi abitatori in Tozio dovevano essere per lo più tranquilli agricoltori,
cui bastava la pacifica coltivazione della valle che si estendeva rigogliosa
sotto di loro. Solo la prima conquista romana a danno degli Insubri,
avvenuta nel 196 a.C. con la contemporanea presa di Como, Comum oppidum come ricorda
Tito Livio nella sua maggiore opera, da parte del
console Claudio Marcello poté marginalmente interessarli. Senza dubbio però,
sul territorio di Civate non s’ergeva nessuno dei 28 castelli che in quell’occasione erano collegati alla difesa di Como. Quando
tuttavia gli invasori furono veramente in grado di stabilire il controllo
definitivo sul territorio, con una organizzazione
amministrativa e una rete di comunicazioni stabili, sorse la necessità per loro
di insediarvi delle strutture militari. Infatti, dal
nostro territorio transitava l’importante strada romana, glarea strata, che superato l’Adda su un ponte
di pietra nei pressi dell’attuale Olginate, risaliva
la sella di Galbiate per dirigersi sul nostro lago;
quindi la stessa, attraversato il ponte sul Rio Torto, che in seguito si
chiamerà ponte di S. Nazaro, risaliva
faticosamente la collina sino al Pozzo,
potus,
dov’era d’obbligo un po’ di meritato ristoro ai viaggiatori, prima d’avviarsi
ad ovest, per Cariolo superiore, carubiolum, verso la sua lontana
meta di Como.
Accanto al ponte, presso la località dedicata alla Santa, v’era un posto di guardia e di controllo sui passeggeri e sulle merci, oltre ad una osteria, cauponŭla, che ha conservato poi incontrastata la sua funzione nei secoli. Lì era la clavis, punto di passaggio obbligato, reso veramente sicuro, poco più su, dalla vicina guarnigione del Castello, sorto in posizione sufficientemente elevata nelle vicinanze del primitivo insediamento civile dei celti, cui poteva eventualmente fornire un sicuro rifugio in caso di necessità. Il territorio tuttavia subiva anche una modificazione sensibile con la costruzione strategica del semplice pontile, longus pons, che con due tratti univa prima Isella alla sponda settentrionale del lago e quindi alla sponda meridionale di Annone, luogo circondato da paludi infide e intelligentemente preposto alla raccolta e conservazione dell’annona, la tassa pagata in natura dagli abitanti di tutto il territorio circostante. Ovviamente nella stessa Isella un ulteriore posto di guardia controllava il passaggio mentre, seguendo lo stesso schema difensivo, una guarnigione con torre di controllo, turris in isellam, sorgeva sulla sommità della collina, dando vita per la prima volta lì accanto anche ad un insediamento abitativo.
Una simile struttura militare non era una situazione straordinaria. Anzi, essa si inseriva semplicemente come una tessera in un più ampio tracciato che costituiva un limes, un confine dell’insediamento romano a ridosso della regione alpina. Un limes costituito da castelli più importanti, come il castello di Lecco, Castelmarte e Como, ma anche da piccoli osservatori dislocati a triangolo ad una certa altezza sulla montagna, pronti a segnalare con fuochi eventuali pericoli lungo tutta la linea delle guarnigioni e dei castelli di difesa. Così il territorio di Civate si trovava presidiato da due posti di controllo, al ponte vicino alla Santa e a Isella, da un osservatorio militare al dosso della guardia, e da due fortificazioni maggiori con guarnigione, il Castello e la torre sulla collina.
Sullo stesso limes romano, che per secoli fu inteso come punto di partenza per ulteriori conquiste e successivamente concepito come linea difensiva, si insediarono, con qualche lieve cambiamento, gli invasori Goti, Bizantini e Longobardi tra il V e VI secolo d.C. I Goti preferirono spostare la loro maggiore postazione militare strategicamente sul Barro, forse perché era più difficile organizzare una così fitta rete di osservatori di segnalazione dislocate a mezza costa e guarnigioni come avevano disposto i romani. Dal Barro avevano un eccellente punto d’osservazione complessiva su buona parte del territorio dei laghi verso Como e sulla Brianza. Quanto ai Bizantini restarono sul territorio solo per 12 anni e non ebbero il tempo per grandissimi cambiamenti. I Longobardi invece, negli oltre duecento anni di permanenza, lasciarono più tracce visibili della strategia militare a loro più consona. Pur forse distruggendovi la fortificazione gota, considerarono ancora il Barro come caposaldo strategico per la difesa del territorio circostante, dal momento che da lì si poteva controllare e bloccare rapidamente sia la via per Como che eventuali attacchi dall’Adda. Sulla montagna costruivano dunque una rocca di difesa che, ripristinata più volte nei secoli, verrà distrutta definitivamente soltanto nel 1507 dal governatore di Lecco per ordine del provvisorio governatore francese di Milano. Curiosamente, testimone dell’atto notarile che riguarda questo avvenimento sarà anche un certo Stefano di Scarenna, figlio di Filippo. E proprio Scarenna, la scarena longobarda, cioè il luogo dei mulini, è testimonianza degli ulteriori cambiamenti portati al territorio dai compatrioti di Alboino. In realtà, già nel corso del tardo impero, l’introduzione dei mulini ad acqua aveva indotto a trasferire sul Toscio l’operazione di macinatura, che fino ad allora era svolta col sistema della follatura ad Annone, dove peraltro non v’erano corsi d’acqua adeguati all’utilizzo della nuova tecnica. Probabilmente, questo comportò anche il trasferimento del luogo stesso di conservazione dei cereali. Tutto ciò lo mantennero i Longobardi, dal momento che non solo rafforzarono la zona di Scarenna, ma stabilirono nelle vicinanze stesse del ponte sul Rio Torto, a Sala, un dislocamento dei loro cavalieri armati; il termine sala, infatti, indica sia il luogo di permanenza degli arimanni, sia quello della raccolta dei tributi in natura.
Durante questo periodo tragico delle invasioni barbariche, le postazioni militari poste sulla collina di Civate si erano rafforzate ed ingrandite ulteriormente per fornire aiuto e rifugio, almeno temporaneo, agli abitanti che costituivano i nuclei di insediamento civile accanto alle stesse. Per cui così rimasero anche nel VI secolo, pur ovviamente perdendo d’importanza sia la guarnigione di controllo ad Isella, sia la torre di controllo sulla stessa. Un altro avvenimento, tuttavia, segnò il destino del nostro borgo. Infatti è noto come, nel VIII secolo, quasi allo scadere del dominio longobardo, sia sorto il primo edificio di San Pietro al Monte affidato alla cura di pochi monaci.
Il monastero montano, oltre a collocarsi su una linea di confine segnato naturalmente dalle montagne verso la zona centrale del Lario, guardava certo con preoccupazione al periodo che stava vivendo, caratterizzato da molta insicurezza e precarietà. Ecco perché la sua struttura architettonica assumeva allora più l’aspetto tetragono di un castello militare che di una armoniosa abbazia. Infatti, la sua posizione e funzione era di monastero-fortezza, pronto a discutere e trattare una tregua o una ritirata di fronte ad eventuali aggressori, ma anche a chiudersi rapidamente a propria difesa ed attendere gli eventuali rinforzi militari dagli insediamenti collocati a valle. E non deve neppure stupirci che i monaci del tempo dovessero sì vivere la regola dell’ora et labora, ma essere anche pronti a difendere coi pugni e coi denti la loro pelle ed a dotarsi di quegli accorgimenti che glielo permettessero più efficacemente. I benedettini non erano certo ufficialmente quei monaci che apparterranno nella storia ad ordini religiosi cavallereschi come i teutonici o i portaspada, ma neppure potevano sottrarsi alla necessità di agire anche militarmente in certe occasioni difficili. Del resto, fu inevitabile che il monastero montano avesse presto motivo di rispondere ad esigenze sempre più impellenti di controllo sui propri beni, dalla cui rendita dipendeva la sua sopravvivenza, soprattutto alla metà ormai del secolo IX, quando si dovette addirittura provvedere, con l’intervento dell’abate Leudegario e del magister Ildemaro alla completa ricostruzione del monastero montano ed alla revisione della regola benedettina. Fu dunque naturale per i monaci, che scendevano al piano per svolgere numerose incombenze, trovare una sistemazione già sicura per le sue difese come il monastero montano, benché provvisoria, costituita dagli edifici rimasti della fortificazione romana sorti accanto alla torre, ormai dimessi. Di quegli anni, che riportano alla metà del primo secolo dell’impero carolingio, da testimonianza il più antico documento sui monaci presenti a Civate e ritrovato nel lontano monastero tedesco di Fabaria, cui San Pietro era affratellato.
Il riconoscimento imperiale del monastero in tale occasione da parte di Lotario e della sua corte, forse più della sua leggendaria fondazione regale, ci richiama al fatto che esso diveniva padrone ecclesiastico di vasti territori, con torre e corte nel borgo costituito. L’abate era principe feudale, vassallo diretto dell’imperatore cui solo rispondeva dei suoi possedimenti. In quanto tale doveva provvedere alla difesa militare degli stessi, organizzandone le opere necessarie. Ciò indusse il monastero a provvedere alla ricostruzione non solo di edifici di permanenza dei monaci nei pressi della antica torre, ben prima dell’XI secolo cui si fa risalire l’edificazione della struttura architettonica di San Calocero, ma ad iniziare con questi insediamenti l’ulteriore nuova struttura di difesa militare d’un castello che sostituisse le precedenti difese romane. Sorse così Castelnuovo, che tuttavia per un certo tempo si chiamò Castelletto, insieme ad una serie di opere minori costituite da mura, valli e fossati che fecero di Civate un sicuro borgo murato nell’età feudale e nella successiva stagione dei comuni. Della presenza dell’abate Andrea in San Calocero, già nel 1018 ne da testimonianza un documento notarile, che ci rivela anche come, in quel periodo, il titolo di monastero di San Calocero di Civate tentasse addirittura di cancellare l’originaria denominazione di monastero di San Pietro al Monte.
Delle
strutture militari del borgo murato di quei secoli, oggi, restano ancora i due edifici maggiori:
Castello e Castelnuovo. Per il resto, a parte una
tarda incisione del 1823 in cui appaiono chiaramente parte delle mura di difesa del monastero che continuano
sotto la chiesa parrocchiale verso il roccolo,
è difficile ricostruire completamente la dislocazione delle opere minori,
distrutte, modificate o conglobate in altri edifici durante i secoli. Si
trovano tuttavia segni della loro esistenza nella toponomastica di molti
documenti notarili di compravendite o affitti di terreni in cui si leggono
ripetutamente: ad fossatum, ad murum, ad vallum. Le opere di
difesa erano certamente efficienti e lo prova il fatto che
ben due arcivescovi di Milano, dapprima Arnolfo III, che del resto si farà poi
seppellire a Civate nel 1097, e quindi Leone da Perego
nel 1254, si rifugiarono nel borgo murato del monastero civatese per sfuggire
agli attacchi armati degli avversari politici. E ci
riuscirono egregiamente!
Che nel frattempo, in determinate occasioni, anche gli stessi abati del monastero civatese non sdegnassero di mettersi a capo delle loro milizie non è un mistero e lo si può verificare dal diploma imperiale che l’imperatore Fedrico I, il Barbarossa, concesse nel 1162 all’abate Algiso che gli aveva dato manforte contro i Comuni. Prova ne è che, dopo la battaglia vittoriosa di Legnano, i Comuni e l’arcivescovo di Milano probabilmente distrussero tutte le parti abitative del monastero-fortezza sulla montagna di San Pietro al Monte, affinché non venisse più usato come struttura militare a loro danno. Tuttavia, questa non poteva essere la situazione normale. I castelli richiedevano la presenza di un capitano che ne controllasse costantemente l’efficienza ed istruisse i soldati. Diversi pertanto furono i civatesi che ebbero questo incarico, tanto da rendersi famosi. Ne cito solo qualcuno: durante la signoria di Bernabò Visconti, Marchiolo Nava di Civate divenne castellano nella rocca bergamasca di Ubiano ed in seguito, un suo omonimo, capitano del castello di Montorio nel veronese; quindi, nel 1425, Giovanni de Civate otteneva il comando del castello di Candia. Eppure dalle cronache non emergono solo i militari, ma anche le famiglie nobili cui venivano affidati importanti incarichi. Fra questi vi è ad esempio l’antica famiglia dei Lacanalle, oggi Canali, già citati nel XIII secolo e che ottennero incarichi e possedimenti importanti come capitani in altre località del territorio. Fino ad allora difficilmente si possono riconoscere personaggi civatesi dalla appartenenza familiare. Successivamente invece si comincia a citarne chiaramente alcuni in diversi documenti: Petri Magistri de burgo Clavate (1222), Petrus Martinus de loco Caserta, Iohannesbellus filius quondam Petri de Canova, Rugerius filius quondam Petri Landulfi, Nigrinus filius quondam Iordani de Loro omnes de burgo Clavate (1225), Arnulfus de Castelletto de burgo Clavate (1230), Petri Bezii, Iohannesbellus filius Vitalis Bargerii omnes de burgo Clavate (1234), Aserbius de Canova de burgo Clavate (1254), Petrus qui dicitur Menaballum filius quondam Iacobini Carono, Girardus de Castello, Boniolus filius quondam Bernardi de Lacanalle, Dominicus de Gacharino omnes de burgo Clavate, Ambroxius filius quondam Rugerii Castanee (1303).... Come si vede inizialmente si usano riferimenti alla località di provenienza ed il patronimico per poi passare a cognomi veri e propri.
Già dopo la sconfitta a Legnano del Barbarossa, tuttavia, era stata resa operativa la volontà del papa che sottoponeva l’abbazia di Civate al controllo dell’arcivescovo di Milano, pur continuandosi ad eleggere in essa gli abati ed a manifestarsi apertamente l’avversione alla parte guelfa, tanto che la fede ghibellina del monastero fu coinvolta violentemente nelle lotte fra i Torriani ed i Visconti nel XIII secolo. Civate con Lecco tra il 1276 ed il 1284 furono attaccate e contese sui due fronti, con l’intervento dell’arcivescovo Ottone Visconti. Con alterne vicende dunque il borgo murato partecipava attivamente alla difesa della sua indipendenza, finendo tuttavia di fatto sotto il controllo visconteo. Nel 1350 Giovanni Visconti, prima già forse arcivescovo milanese, divenne abate e tentò di restaurare il potere dell’abbazia mettendosi contro i suoi parenti ed il tiranno di Milano, Bernabò, che lo fece trucidare dopo qualche anno incendiando per sovrappiù il borgo di Civate ed Oggiono. Nello stesso tempo non esitava a riconoscere con magnanimità interessata vari privilegi fiscali alla fazione ghibellina, tra cui gli stessi civatesi che avevano accolto i fuorusciti bergamaschi, integrandoli, come la famiglia dei capitanei de Labereta (poi Beretta), fuggiti dalla Bretta della Val San Martino. Del resto i comuni del Monte di Brianza, cui era stata riconosciuta l’indipendenza nel 1337, erano tutti dalla parte di Bernabò e si scatenarono impuniti per anni contro i guelfi oltre l’Adda: “… il 28 aprile 1398, in aiuto a quelli de Suardi e seguaci loro, arrivarono gli uomini di Olginate e Civate in numero di 600 e si disposero ad affrontare quelli del Colleoni… incendiarono certe case dei Colleoni… bruciarono pure le case di Toniolo e Benedetto, fratelli e figli di Saviolo Colleoni, nel luogo di S. Gervaso … ed ammazzarono in una certa casa, presso la porta di S. Antonio, Asiacino fabbro figlio di Pantuzio, Lorenzo de Rizzi ed altri sette…”.
Tutto ciò comunque non poteva continuare a lungo. L’interesse attorno ai beni ed agli usufrutti del monastero attiravano appetiti che nulla avevano a che fare con la finalità spirituale dell’istituzione monastica, anzi, la distribuzione delle prebende consigliava di ridurre il numero dei monaci e dei novizi. Dopo l’assassinio dell’abate Giovanni Visconti, il monastero diminuiva drasticamente anche i suoi numeri: nel 1384 aveva già solo due monaci, compreso l’abate Giovanni Bossi, che peraltro viveva a Monza. Alla sua morte il monastero passava a Galdino Vimercati col monaco Pietro Riva. Fu così che, poco a poco e nonostante il coraggio dell’abate, che difese strenuamente i beni del monastero, sempre più minacciati dalle famiglie più prepotenti, come i Canali di Brianzola ed i Negroni di Ello, con la progressiva scomparsa dei monaci venivano meno anche alcune importanti e secolari funzioni pubbliche da essi ispirate come la tenuta dell’hospitale attraverso i membri laici dell’antica schola dei disciplinati. L’ultimo abate eletto del monastero di Civate fu, dal 1454, Gabriele del Maino, rintanato in una villa presso Bruzzano, mentre l’ultimo monaco sopravviveva fino al 1470, continuando l’attività di amanuense, nobile e distintiva caratteristica di un passato irrecuperabile.
In questi frangenti intanto, il borgo di Civate cercava sempre più di provvedere come possibile alle proprie difese ed al sostegno dei propri diritti autonomamente, assorbito dall’Università del Monte di Brianza. Esso non fu mai più direttamente coinvolto in attacchi militari, anche durante la lunga guerra contro i Veneziani. Senza monaci, iniziava il periodo dei nobili abati commendatari con il cardinale Ascanio Sforza, zio di Gian Galeazzo duca di Milano. Con lui vennero intrapresi i grandi lavori di ricostruzione della basilica e del monastero di San Calocero, a cominciare dalla costruzione della volta. Fu un susseguirsi di personaggi di rilievo eccezionale: alla morte dello Sforza, avvenuta a Roma forse per un avvelenamento nel 1505, successe il vescovo di Como, cardinale Antonio Trivulzio, nominato direttamente dal tremendo papa Giulio II della Rovere. A lui seguì presto il nipote Filippo Trivulzio, cui si deve la ricostruzione del chiostro e del monastero ed un intervento importante sulla chiesa di San Pietro al Monte. Costruì appositamente anche la cappella di S.Agostino, di cui si dovrebbe parlare più a lungo. La commenda fu presto trasmessa poi, attraverso il cardinale Agostino Trivulzio, alla famiglia degli Sfondrati col cardinale Francesco e quindi Nicolò, figlio di Anna Visconti. Quest’ultimo era solo chierico quando ebbe l’incarico, ma crebbe in onori ben presto come vescovo di Cremona, poi cardinale ed infine papa col nome di Gregorio XIV. Correva l’anno 1590. Fu proprio durante una visita di Nicolò, ancora nel 1555, che egli pensò di chiamare a Civate i monaci Olivetani. Essi giunsero l’anno successivo, secondo un documento firmato il 24 marzo. Nell’antica abbazia sarebbe ancora risuonato il canto armonioso della salmodia diurna e notturna ed i monaci avrebbero celebrato in San Pietro al Monte tutte le domeniche e feste di precetto, oltre che tutti i giorni quaresimali. Di lì a poco vi sarebbe stata la prima visita pastorale di un cardinale di Milano e la costituzione di Civate in parrocchia nel 1575.
I tempi di Civate, borgo murato, sembravano così definitivamente tramontati mentre si prospettavano almeno duecento anni ancora di vita, vicende e personaggi illustri per l’abbazia civatese.