LA PUNTA DELLA STORIA II
due chiacchiere anche sull’Italia di oggi
di carlo castagna
Une
fable est un pont
qui conduit à la verité.
(Silvestre de Sacy)
All’amico Augusto
In memoria
indice
il disastro della grande guerra
finalmente la battaglia del Piave
cosa lascia alla fine una guerra
dalla rivoluzione russa di nuovo al biennio rosso
le premesse della seconda guerra
la rinascita dei partiti politici
problemi economici e costituente
la legge truffa e la crisi del centrismo
l’autunno caldo e gli anni di piombo
il governo di solidarietà nazionale
il caso Sindona e il caso Calvi
tangentopoli e il crollo dei partiti
la sinistra e la destra si alternano
C’eravamo lasciati quell’anno sì con la promessa di rivederci ancora e questa promessa l’abbiamo mantenuta tutti e tre, devo dirlo, quasi per i successivi trent’anni. Però non è mai più stato come la prima volta, intendo nel ‘75.
Mi spiego. Devo dire che con la Luigia e l’Angiolino cresceva di anno in anno l’amicizia e la stima, oltre alle nostre quattro chiacchiere ovviamente, ma cresceva accanto a noi anche Manarola, che ogni anno dapprima si faceva più bella, più pulita, più ricca. Eppure ogni anno per noi scivolava via, come se non fosse più la stessa, la nostra Manarola, quella che a poco a poco, in tempi diversi e diversi momenti era divenuta il nostro rifugio. Ed intanto gli anni se n’erano volati via in un baleno, segnati dalla presenza cinguettante di Matilde ch’era venuta al mondo alla fine dell’anno seguente, in dicembre.
E prima la s’era aspettata scambiandoci un po’ di pareri ansiosi nell’estate del ’76. Io da inesperto, che di fronte alla novità giravo come un sonnambulo, sognando chissà che, inciampando nelle cime delle barche all’ancora e lasciando a bagno la lenza senza l’esca. La Luigia, lei, che esperta lo era sul serio, con un atteggiamento tanto protettivo e di comprensione che metteva tenerezza. L’Angiolino, lui, seduto all’ombra sulla sua panchina di pietra ch’era sempre la stessa, almeno quella, sogghignava al solito divertito. Bel coraggio, lui c’era già passato tanto tempo prima, ma io…
Tutto questo tuttavia non impediva alla Luigia di farsi sentire sempre un po’ acida, impaziente, di fronte alle prime novità. E che furia si faceva quando io insistevo che sì, cambiava qualcosa, ma che in fondo era naturale, normale, era da sempre successo e sarebbe sempre successo che le cose cambiassero.
“Sì, è sempre successo, ma non con la rapidità d’oggigiorno che ti addormenti alla sera e la mattina dopo ti hanno rivoltato la frittata!!” s’inviperiva la Luigia. Meno male, pensavo allora, che vive a Manarola. A me, anzi, quel posto piaceva proprio perché sembrava appunto cambiare molto ma molto meno in fretta di tutto il resto del mondo.
“Vuoi mettere – tentavo di dire – quel che succede a Milano? Lassù…”, ma non c’era modo di terminare.
“Milano, sempre Milano! Io vivo qui, a Manarola! E Milano può cambiare quanto vuole, ma la mia Manarola mi piace così com’è! Lo vuoi capireee?”.
E dalli e dalli, con pure Angiolino che su questo punto le dava sempre ragione, ed era una cosa rara, me n’ero convinto anch’io. Anche perché tutti e due mi guardavano quasi con aria di compatimento e mi ripetevano: “ Se cambi qualcosa sei bell’e finito! Perché sappilo: ’Non si torna mai indietro!’”.
E gli anni ce li siamo mangiati, tanti oramai, stando nel nostro angolo, a guardare con un po’ troppa accondiscendenza quel trottolino della Mati che ogni volta era sempre più intraprendente e pretenziosa, ‘un po’ troppo viziata e poi è figlia unica!’ come mi ripeteva la Luigia. E poi la Mati, che comunque la scioglieva sempre fissandola coi suoi occhioni bellissimi, tanto che l’Angiolino indicando ironico la lapide diceva ‘guardala, guardala che s’intenerisce la nonna’, s’era fatta grande e l’asilo e la scuola e le medie e l’America e l’Università …e poi il lavoro, insomma, io per quello non c’avevo più la testa da maèèstro secondo la Luigia ed i nostri discorsi erano continuati sì, ma interrotti frequentemente dagli anni e da quella bambina sempre meno bambina e dalle novità della strada che scendeva sul torrente fino all’Aristide, dai nuovi bar, ristoranti, negozi e dalla marea di gente che si riversava sul borgo e lo soffocava alla fine. Sì, Manarola oggi non è più la stessa!
Pensate, anche la Punta non è più la Punta ora. Le hanno tolto le viti che tenaci quaggiù sfidavano i flutti durante le burrasche, portando poi visibili i segni delle battaglie subite nei tralci incredibilmente contorti e avvizziti dalla salsedine. Cosicché, oggi il breve sentiero a mezza costa, che le sbuca alle spalle, conduce ancora sì sul suo dorso incurvato, bruciato dal sole e battuto dal vento. Ma su di esso sorge un parco giochi ed un giardinetto pubblico dall’erba avara e con qualche fiore, che dominano superbi su un mare che lo è ancora di più!
Tutto lì, proprio sotto il famoso cimitero. Ed Angiolino senza farsi vedere, o almeno lui lo crede, vi sale compunto e siede a lungo sulle panchine osservando l’orizzonte. Di tanto in tanto da’ un’occhiata alle spalle, più immaginando che vedendo le tombe al di là del muro. ‘Si abitua al condominio’ strizza l’occhio velenosa la Luigia quando scende silenzioso. Proprio lei, che di condomini non ne ha mai visto uno, dal momento che a Manarola non ce n’è neppure uno ‘Ma pettegola com’è, figurati se non lo sa com’è fatto!!’, rintuzza Angiolino risentito.
Proprio così. Se ne sono volati gli anni e solo ora ci ritroviamo qui a considerare che un bel discorso tutto d’un fiato come una volta, non s’era fatto più così volentieri. Però devo anche aggiungere che lo stesso non s’era interrotto. Era continuato a singhiozzo, ecco, anno dopo anno, e quasi quasi alla fine, senza dircelo tra di noi, sentivamo un po’ il gusto di non finirlo mai, di lasciarne sempre un po’ per l’anno successivo, quasi fosse il pegno per cui ci si dovesse tornare per forza a rivedere ancora. Ed in mezzo a tutti i cambiamenti che può portare una vita, così è stato.
L’anno d’allora lo ricordo benissimo. Si parlava addirittura di coprire il rio che taglia in due l’abitato dal Piazzale, sino giù all’attraversamento della ferrovia, davanti all’Aristide. Una rivoluzione urbanistica per Manarola: pensate che dopo secoli che la si poteva discendere solo a piedi fino alla Marina Piccola, s’era da un po’ allargato ed asfaltato un passaggio dal Piazzale al sagrato della chiesa romanica, come primo passo. Da lì l’erta scalinata dell’ombrosa via Discovolo, asfaltata, diveniva uno scivolo per sbucare ripida di botto nella luce, sul torrente e, di fianco ad esso fino alla Galleria per la stazione. Il passaggio che, a dorso di cammello, scavalcava sulla destra i binari era cosa fatta da tempo e poi c’era la breve corsa sino al mare.
Certo sembrava già questo una rivoluzione all’inizio! Si poteva arrivare al forno con l’apecar, per caricare le ceste di pane profumato e focacce fresche al mattino! Ma ora si parlava di ‘fare una strada’, a Manarola! Quando mai s’era sentito?
Sulla strada per Palaedo di giorno e sui sedili alla Marina la sera, l’argomento di discussione era garantito ed Angiolino stava in mezzo a ‘dire la sua’ senza tirarsi indietro. Per questo a me toccava starmene piuttosto chiacchierare con la Luisa, senza risentirmi per questo.
Già io avevo la mente altrove, come ho già detto, per cui erano più i lunghi silenzi pensati in un futuro così nuovo che le parole che passavano tra di noi. Eppure, fu proprio la faccenda della strada che ci portò alla guerra. Nel senso che, per prima fu la Luisa che, chissà perché, un giorno ricordò ad Angiolino che ‘c’era proprio voluta la Grande Guerra’ perché poi passasse anche da lì la ferrovia.
“Tu, che ti si sente fin sul Piazzale quando discuti – diceva la Luisa rivolgendosi ad Angiolino che se ne stava per lunghi tratti pensoso – non sai neanche che la ferrovia l’hanno fatta dopo la Grande Guerra, quella del quindicidiciotto se lo vuoi sapere!”.
Il mare sotto era uno smeraldo traslucido ed io rimpiangevo di non aver portato la lenza con me. E la mia distrazione forse aveva aiutato Angiolino ad irritarsi di più per le parole della Luisa. Per questo guardava torvo nella mia direzione per una conferma.
Farfugliavo colto impreparato come al solito: ”La Grande Guerra… sì, …se ne può parlare… ma quanto alla costruzione della ferrovia che ne so io!!! Dovremo prendere per buono quello che ci dice la Signora Luigia che c’era. Non sono mica il signorsatutto io! E di ferrovie proprio non ne so granchè, figuriamoci. Non mi piacciono neppure i treni!”.
Però m’avevano preso in mezzo e dovevo far bene attenzione a quel che dicevo, perché per Angiolino non tirava aria. E non era una novità.
“Le elezioni politiche del ‘900, quelle sì che sono state importanti per la storia politica dell’Italia unita! Capo del governo era stato eletto un certo Giuseppe Zanardelli, di cui la gente s’è poi ricordata poco, ma che veniva dal liberismo progressista.
“Siamo ancora alla sinistra storica! Era Angiolino che, nonostante il malumore, voleva far vedere di saperla lunga.
“Certo, sinistra storica” confermavo io “ e vedo che non hai dimenticato. Proprio per questo Zanardelli pensava di risolvere i conflitti sociali permettendo l’inserimento dei ceti subalterni nella vita politica.
“Ceti subalterni! Dì pure proletari...” incalzava Angiolino.
“Già, proletari, ma non solo. E’ che allora era meglio non usare quel termine; anzi, Zanardelli non lo avrebbe usato proprio, per non suscitare una rivolta anche nel suo stesso partito! Comunque Zanardelli se ne andò in un attimo per lasciare il posto a Giolitti.
“Giolitti! Quello me lo ricordo anch’io. Ma non ti sembra di ritornare un po’ troppo indietro? Non siamo dei ragazzini. E poi sapessi quanto abbiamo discusso durante l’inverno. La tua storia ormai l’abbiamo tutta qui in testa!
“Va bene, ma lo ricordate che era lui che cercava di riformare il sistema fiscale? E che si dovevano tenere in considerazione anche contadini ed operai e le loro richieste? Per cui lasciò libertà ai lavoratori di organizzarsi liberamente. E allora ti nasce il partito socialista dei lavoratori...?
“Mangiapreti e combina guai: ecco cosa nasce! La Luigia se ne ricordava certo, anche di quello che aveva pensato e stava già scaldandosi.
“Ne ho sentiti di questi galantuomini! E che idee... Questa occasione di farle il verso Angiolino non se la poteva lasciar scappare. Si era tornati ai soliti battibecchi...
“Va bene, allora diciamo soltanto che voleva conciliare gli interessi della borghesia industriale con le attese dei contadini e degli operai. Così siete contenti. Pensate che tentò perfino, allora, di far entrare nel governo nientemeno che il Turati. Proprio Filippo Turati del partito socialista...
“Ecco dove si va a finire...e poi non ho ragione!
“Però le starà bene anche a lei, signora Luigia, che fece delle leggi per la tutela sul lavoro delle donne e dei bambini. Perché il lavoro minorile era ancora molto diffuso, già. E fece leggi pure sugli infortuni e sulla vecchiaia e l’invalidità. Aumentò l’interesse ed i soldi per i lavori pubblici tentando di avere il consenso appunto di socialisti e cattolici...
“Tutti li voleva: ma come si fa?” - Angiolino scuoteva la testa.
“Si fa, perché anche Turati non era quella testa calda che dice la signora Luigia. Era un riformista moderato, ma rappresentava solo chi tra operai e contadini stava meglio. La stragrande maggioranza invece era tagliata fuori di fatto dalla politica di compromesso di Giolitti. E allora questi ultimi si opponevano con tutti i mezzi ad un accordo di collaborazione col governo. Volevano la rivoluzione socialista, il massimo che si poteva ottenere. Per questo vengono chiamati dagli altri massimalisti. E a Bologna, nel congresso del 1904, sono la maggioranza. Però spaventano un po’ tutti e per questo perdono le elezioni politiche!
“E’ sempre la stessa storia della sinistra: litigano fra di loro e perdono sempre... Fa l’Angiolino.
“All’aria ci vanno gli stracci!! Sentenzia di rimando la signora.
“Ah! Il Manzoni baciapile te lo ricordi sempre eh!
“Se fossi andato un po’ di più in chiesa, invece che da Bramante...
“In chiesa! Ma sentitela quella! Tu, tanto per cominciare, sono più di cent’anni che non ci vai e non puoi sapere...
“Volete sentire della grande guerra o litigare fra voi? Che faccio? Vi lascio?”. Il tono era di un certo rimprovero ed entrambi mi sembravano sorpresi. Forse esageravo.
“Ma Giolitti non faceva tutte queste aperture per il suo buon cuore! C’erano gli interessi della borghesia in ballo. Infatti, la crisi economica della fine del secolo precedente era alle spalle e si prospettava uno sviluppo non indifferente per l’Italia, che vedeva finalmente avvicinarsi la possibilità di un decollo industriale: siderurgia, settore tessile ed il moderno settore idroelettrico... Ed anche il bilancio si risanava col pareggio. La lira acquistò forza e credibilità e nel contempo la gente si spostava dalle campagne alla città perché lì trovava lavoro. Quello che era avvenuto in Gran Bretagna alla fine del ‘700 ed in Francia prima e Germania poi nell’800, arrivava anche in Italia coi suoi benefici e le sue magagne: i veri e propri ghetti in cui erano costretti a vivere a mucchi ed in condizioni igieniche orribili gli operai…
“Bella conquista l’industrializzazione! Sporcizia e schiavitù!
Angiolino ed io ci girammo stupiti verso la lapide liscia. Non ci saremmo mai aspettati dalla Luigia questo commento critico. Ma sentivamo nelle narici il profumo del mare misto a quello delle viti che ancora segnavano la Punta di linee verdi e grappoli ansiosi di mostrarsi nella loro rubizza pienezza. Su quelle pendici un tempo così isolate dal resto del mondo, il lavoro doveva essere stato per forza duro. Per uomini e donne. Eppure, nel commento della Luigia stava racchiuso un orgoglio ed un senso di libertà che era lo stesso gusto per la terra, per la propria terra tracciata nei suoi solchi direttamente dalle sue mani.
“Il partito socialista era stato sconfitto, ma più crescevano le fabbriche, più cresceva lo stesso partito e nonostante i rifiuti di collaborazione che ne riceveva, Giolitti continuava a cercare aperture in quel senso, anche quando il più conservatore del suo partito, Sonnino, riuscì a prendere il suo posto al governo. Sonnino pensava che il governo dovesse gestire tutto, anche le riforme sociali, così come voleva lui...
“Un duce insomma! Sbottava Angiolino.
“E se fosse uno Stalin!! Non è lo stesso che voleva quel bolscevico?
“No, no! Ne’ un duce ne’ un bolscevico! Però un po’ di ragione l’avete tutt’e due. In effetti, erano già le avvisaglie di un modo di gestire le questioni in modo autoritario e personale: un gusto che è poi costato caro a tutto il secolo. Però anche Giolitti aveva le sue pecche; innanzitutto perché i suoi interessi erano rivolti solo ai lavoratori settentrionali, emarginando i problemi agricoli del sud. Al meridione riservava sempre e solo lo stesso trattamento avuto già da tutti i governi dall’unificazione: un intervento sbocconcellato da parte dello stato e neanche sufficiente o decente, clientelismo per controllare la gente e affari con gruppi di mafiosi e camorristi che procuravano appoggi e consensi politici. I poveracci invece erano spremuti dalle tasse dello stato e dai soprusi dei prepotenti. Dobbiamo stupirci se molti decidevano di andarsene, di emigrare? In pochi anni furono centinaia di migliaia i contadini che abbandonarono il sud.
“Eccoti cosa ti combina il mangiapreti! Meglio di così...
Ma il riferimento all’emigrazione aveva fatto morire la parola in bocca alla signora alla vista d’un’ombra che passava scura sugli occhi di Angiolino.
“Era proprio una fuga. Economisti ed intellettuali si fecero sentire e Giolitti pensò di frenare le proteste con la ‘conquista della quarta sponda’. Si ritornava in Africa a conquistare terre! Per accontentare dei poveracci che si erano messi sul lastrico, ci si avventava contro chi era ancora più povero e indifeso di loro. Con che diritto? E allora il diritto alla libertà dei popoli che s’era gridata per tutto il Risorgimento e che si sbandierava ancora contro l’impero austro-ungarico?
“Ma per l’Africa...!
“E già, l’Africa non è un paese civile, vero?? Prima avete colonizzato il sud dell’Italia e poi v’è scivolata la mano più in giù, vero?? Non vi bastava a voi del settentrione!
“Oh! Non facciamone una questione personale adesso! I poveracci c’erano al sud ed al nord come adesso. Non è questo che intendevo dire. Volevo riflettere sul fatto che spesso, quando si tratta degli altri, si calpestano senza neppure vederli gli stessi diritti per cui si è appena finito di reclamare. Così si andò in Africa e per sovrappiù contro le isole del Dodecanneso, quelle di fronte alla penisola balcanica, perché tanto erano dei turchi!
“E gli sarà anche andata bene! “ azzardò Angiolino.
“Eh sì! Nel 1911, in poco tempo gli italiani conquistarono i territori costieri da Tripoli a Tobruk. Tutto finì con la pace di Losanna, in cui l’Italia si pappava la Libia ed anche il Dodecanneso. E la cosa mi riguarda da vicino, perché di mezzo, nella conquista della Libia, c’era anche mio nonno, mio nonno ‘Barba’.
“Ma va?? Non sarà vero che tuo nonno... - fece la Luigia incredula.
“Invece sì. Oh! Non è che mio nonno comandasse o roba del genere: però da lì gli è venuta la medaglia d’oro e, fatemi pensare: a Edolo, a Merano e ce n’è anche uno in Piazza castello a Milano se non mi sbaglio, sì, un paio o tre di monumenti che lo ritraggono ‘nell’eroico gesto’!
“Eroico cheee?? - questa volta la meraviglia era genuina in entrambi.
“EROICO GESTO: così dice la motivazione e le lapidi. Adesso vi spiego. Per la guerra di Libia furono impiegati anche gli alpini. Come centrassero con il deserto libico non so proprio spiegarlo, ma valla tu a cercare la logica nei militari. Forse era perché erano ben abituati alla fatica, peggio degli asini e dei muli che si tiravano dietro coi pezzi d’artiglieria. Fatto sta che un giorno si ritrovano in un fortino e lì ti prendono di mira un bel po’ di ‘abissini’, come li chiamavano loro. Del resto la geografia mica gliel’avevano insegnata prima di portarceli. Beh! Ti arrivano addosso da ogni parte. Si spara all’impazzata con i vecchi catenacci che gli davano per fucili: i moschetti. Quelli che dopo un po’ sono più pericolosi per chi spara che per gli altri. Bene, dopo non so quanto, non ci sono più munizioni e quelli vengono ancora su a ondate. La disperazione ordina di usare i fucili come clave, prendendoli per il manico, ma le canne sono quasi incandescenti per tanto che hanno sparato...
“Poveri ragazzi... poveri ragazzi...
“Mio nonno a lasciarci la pelle lì, lontano da casa, non ci stava! Allora ha visto un masso enorme che stava accanto al muro su cui stava. L’ha raccolto sollevandolo sulla testa e l’ha lanciato addosso con la forza della disperazione a quelli che salivano, schiacciandone qualcuno. Sarà stato perché mio nonno era grande e grosso e l’ho visto io stendere un cavallo imbizzarrito con un pugno, sarà perché in certi momenti diventi un ercole disperato che sollevi il mondo, fatto sta che ‘il nemico in forze preponderanti’ s’è presa una strizza, anche perché tutti gli altri l’hanno imitato subito, visto il successo. E se la cavò, come dice il mio amico Graziano.
“E gli hanno fatto monumenti… e una medaglia d’argento, una d’oro…
“Alt, piano. In quella occasione gli hanno dato solo i gradi da sergentemaggiore. Le medaglie sono venute molto, molto dopo. Anzi, sapete quando s’è presa quella d’oro? Quando già stava nella bara il giorno del funerale e lo seguiva un ufficiale con la penna bianca ed un picchetto d’onore. Sì, perché si dava il caso che mio nonno fosse un tremendo antifascista e il regime non lo vedeva proprio di buon occhio. E la medaglia non gliela volevano proprio dare: poi hanno deciso per l’argento. I monumenti pure sono venuti molto dopo...
“E’ incredibile come ad un tratto ti ci trovi in mezzo alla storia! Proprio come me quando da Bramante ci passò Mazzini… - ripeteva tra sé e sé la Luigia.
“Ah! Questa volta ti va a genio anche Mazzini, perché ti fa sentire importante eh!? Ma c’hai scritto qualcosa su questo tuo nonno?
“Veramente no, non io. Ma c’è una mia zia, che si chiama Tranquilla, che ha un album con diverse foto e degli scritti su questa guerra di Libia e c’è anche mio nonno ed il fortino... Quando ero un ragazzino ogni tanto me li faceva vedere!
“Eppure questa guerra portò scompiglio in tutta Italia. Anzitutto tra i socialisti il gruppo riformista, che l’aveva di fatto appoggiata, fu espulso. La maggioranza restò pacifista, ma l’estrema sinistra massimalista, che riuscì così ad avere la meglio, tagliò fuori per sempre ogni dialogo con Giolitti.
“E indovinate un po’ chi la comandava?
“Bella domanda! Sei tu il maestro non noi!
“Benito Mussolini si chiamava, ecco!
“Nooo!! Benito Mussolini?? Mi avevano detto ch’era stato socialista, ma non volevo crederci!! No, non ci credo! E di quelli più arrabbiati! Andava ripetendo Angiolino quasi furioso.
“Begli elementi, begli elementi! Ecco da dove se ne vengono tutti: dal socialismo e da quant’altro! Se almeno fosse stata zitta Lei, una buona volta!
“Separati, i socialisti però dovevano ancora ringraziare Giolitti che aveva sancito nel 1912 il suffragio universale! Per la prima volta votavano tutti: gli uomini naturalmente, che avessero compiuto i 21 anni e con il servizio militare assolto e comunque anche gli analfabeti, purché avessero 30 anni.
“E le donne come sempre! Logico! Chiuse in casa e zitte! Uomini!! Fa pronta la Luigia.
“Ti avrei voluto vedere: proprio tu chiusa in casa e zitta!! Te la immagini? E mi strizzava d’occhio.
“I socialisti pensavano così d’avercela fatta, ma Giolitti era più furbo e lungimirante di loro. Riuscì nella sua scommessa di mettere di mezzo i cattolici, almeno quelli che avevano fondato l’unione elettorale, che era l’unica associazione del tipo che aggirava con un espediente il divieto di Pio IX, quello del ‘Non Expedit’, quello che impediva a tutti i cattolici di entrare in politica. Così con Gentiloni, il capo politico dei cattolici, lo stesso Giolitti firma un accordo e nelle elezioni del ’13 i due ebbero la vittoria in pugno.
“Ecco i traditori! Con Giolitti! - ad Angiolino la faccenda non stava bene, ovvio e si scaldava ancora.
“Perchè traditori? Visto che dovevano scegliere con chi si mettevano? Con i rossi, capeggiati da Mussolini per giunta?? Eccolo, dimmelo un po’ tu? - e questa volta Angiolino era proprio frastornato. Non avrebbe proprio saputo che pesci pigliare. Prendersela con la Luigia ed i suoi cattolici o prendere a calci un partito socialista che metteva in prima fila Mussolini?
“Però... c’è un però! Le elezioni le avevano vinte insieme sì, ma la sorpresa furono i tanti candidati cattolici che vennero eletti nelle liste liberali. Insieme ai conservatori del partito furono loro che diedero subito il benservito proprio a Giolitti, proprio a lui che aveva costruito il marchingegno per fargliela ai socialisti! Nel marzo del 1914 se ne dovette andare con la coda fra le gambe e salì al potere Salandra.
“ Ben gli sta, dopotutto, a quel Giolitti! - borbottavano insieme l’una e l’altro.
“ Non ne sarei tanto convinto, io. Difatti, dopo soli tre mesi, scoppiava la prima guerra mondiale: la grande guerra!
“Tutto ha avuto inizio certamente con l’assassinio del granduca a Sarajevo da parte di un patriota serbo. Il granduca era l’erede al trono asburgico…
“Un attentato terroristico insomma, - fa subito la Luigia, come adesso!…
“Ma che attentato terroristico. Se tutti quelli che sparano sono terroristi…
“E perché non dovrebbero essere terroristi? Lo sono, no? Tu professore che ne pensi?
“Certo la faccenda non è semplice. Ogni patriota, a ben vedere, all’inizio è un terrorista per quelli che stanno dall’altra parte. Prendi oggi i palestinesi: sono terroristi perché vogliono riprendersi la loro terra dagli ebrei? Eppure li chiamano così e gli israeliani che minano le loro case o le buttano giù coi bulldozer ed i missili allora non lo sono? Ma la storia la fanno sempre i più forti. Così i partigiani erano terroristi per i nazisti, ma quando l’esercito tedesco faceva le stragi delle Fosse Ardeatine o di Marzabotto che era? Un distributore di noccioline?
“La verità è che chi è più forte ha sempre ragione o se la prende: ecco com’è! Ne ho viste io, ne ho viste di ‘ste faccende…! – andava ripetendo la signora.
“Fatto sta che, terrorista o patriota attentatore, il 28 giugno del ’14 l’arciduca viene ucciso. Bell’e stecchito. Finiva la cosiddetta “bella époque” e cominciava un conflitto che non s’era mai visto, destinato non solo a mutare, con il crollo di quattro grandi imperi, assetti geopolitici consolidati da secoli, ma anche perché, fin dall’inizio, ebbe a tramutarsi in un’immane ed apocalittica carneficina, fino ad allora mai vista, che condusse al quasi annientamento reciproco dei due schieramenti che vedevano opposti gli Imperi Centrali, ovvero Austria-Ungheria, Germania e Impero Ottomano, a cui si aggiunse la Bulgaria, contro le cosiddette forze dell'Intesa, cioè Francia, Russia e Gran Bretagna, a cui successivamente si unirono l’Italia, che riteneva il conflitto come una specie d’ultima guerra d'indipendenza, il Giappone e gli Stati Uniti d'America.
“Sembri un libro stampato professore! Fermati un po’ che ripetiamo l’elenco: Austria-Ungheria, Germania e Impero Ottomano… Bulgaria, Francia … dopo hai detto Russia e Gran Bretagna… Italia e Giappone e Stati Uniti d'America… Porca miseria! Hai ragione. Già quasi non ti seguo più solo coi nomi! Per questo la chiamano mondiale… e grande guerra!
“Già! Partendo dai Balcani che erano da tempo un focolaio di crescenti tensioni dovute al desiderio delle popolazioni slave, tra cui c’erano sloveni, croati, bosniaci ed altri, di liberarsi dalla dominazione dell’impero austro-ungarico, era la prima volta nella storia che una guerra metteva insieme anche potenze fino allora fuori dalle questioni europee, come gli Usa ed il Giappone, che quasi non si sapeva manco dove fossero allora! E poi vennero usati armamenti sconosciuti come carri armati e aerei, nientemeno che sommergibili! Pensate un po’.
“Il risultato fu che centinaia di migliaia di soldati furono costretti a combattere in condizioni che non avevano mai provate, ma di certo disperate, inimmaginabili, seppelliti nel fango di chilometri e chilometri di trincee che dovevano scavare loro stessi e mandati al massacro in maniera sconsiderata da generali imbecilli e disumani, per guadagnare qualche decina di metri di terra!
“Carne da cannone! Oh! Se me lo ricordo! Quante volte l’ho sentito qui sotto e quante donne e madri hanno pianto! Altro che eroi! Che se ne facevano loro degli eroi morti?
“All’inizio, dopo che i serbi non avevano obbedito all’ultimatum dell’impero asburgico, s’era aggiunta subito la Germania, che allora era l’Impero Prussiano per la verità. A loro interessava prendersi i bacini della Rur e della Saar alla Francia, dove c’era ferro e carbone per le industrie! E vincevano il primo anno. Poi, grazie anche all’intervento degli italiani e degli americani la situazione si capovolse: Germania e impero austro-ungarico furono costrette alla resa. Era ormai il 1918. Furono comunque quattro anni di atroci sofferenze, che riuscirono ad azzerare, con ben dieci milioni di morti, un'intera generazione di persone e che si conclusero, per i principali sconfitti, cioè Germania ed Austria, con una pace, quella di Versailles, talmente umiliante da far covare in essi i più profondi sentimenti di rabbia per l’umiliazione e di rivincita sfociati, poi, nel 1939, nella seconda grande disgrazia mondiale.”
“E’ già finita la guerra? In un attimo? Tutto qui?”. Angiolino era insoddisfatto e lo faceva sentire.
“Che attimo! Io so che è durata tre anni: si dice la guerra del quindici-diciotto, no? – chiedeva conferma la Luigia.
“Già, non è che tutto sia stato così rapido. E la guerra durò dal 1914 al 1918! Solo che l’Italia era entrata nel conflitto appena nel 1915.
“E c’era gente che non la voleva la guerra, non la voleva proprio. Non è vero? – insisteva la signora.
“Certo che è vero. C’erano interventisti e non interventisti.
“Pacifisti! – fa la Luisa.
“Che pacifisti! Non corriamo. Queste idee dovevano ancora chiarirsi e nascere allora. Diciamo che c’era l’internazionale socialista che la guerra inizialmente non la voleva…
“Ma questo ce l’hai già detto l’altra volta!
“Sì, è vero. Solo che se l’è sbrigata in un attimo e io invece voglio ritornarci sopra a queste cose. Hai capito??- Angiolino quando ci si metteva non mollava di certo la presa!
“Non me la voglio sbrigare! Mettevo avanti un po’ i risultati per poi tornare a vedere quello che più ci interessa! Del resto l’avete appena detto che ne abbiamo già parlato!
“Certo! Ma quanto tempo fa ormai! Ne abbiamo discusso, sì, ma proprio per questo c’è sembrato che ci fossero ancora come di quei buchi!! Delle cose che non abbiamo capito, insomma!
“Va bene allora. Domani se ne riparla con calma.
“Domani, domani! Adesso che ci stavo prendendo gusto! - era la Luisa questa volta a lamentarsi.
“Però è vero, s’è fatto tardi. Non ci siamo accorti che la gente ci sta guardando in modo strano. Anzi, per la verità guarda voi, perché quanto a me… chi si accorge mai di me? E se la rideva.
Beh! Angelino ed io in questi casi ci guardavamo senza fare motto finché non eravamo fuori vista. Poi sorridevamo anche noi affettuosamente, strizzandoci l’occhio. Sì, perché la Luisa, nonostante fosse passato più di un secolo e fosse lì, su quella lapide sempre più slavata dalla pioggia, dal tempo e consunta dalla salsedine, non aveva mai dimenticato di essere una donna. E come tale ci teneva comunque, in qualche modo, a richiamare l’attenzione e mettersi in mostra!
La mattina successiva il tempo sembrava d’autunno. Vento di tramontana: spazzava le onde e le accavallava bianche di spuma e turgide con una violenza impressionante. L’acqua era scura e minacciosa. Non s’era pescato ovviamente; ne’ Angiolino era potuto uscire in barca col fratello, ne’ io avrei mai osato gettare la mia misera lenza in quel turbine.
Alla Marina guardavamo le onde infrangersi sullo scoglio della banchina con la violenza dell’uragano. Le barche tirate tutte in secca sullo scivolo se ne stavano lì sole, livide dell’umidità del mare nel grigiore intenso delle nuvole basse che si rincorrevano urtandosi a vicenda.
Non che fosse più invitante il passaggio per Palaedo. In quei casi sembra che i marosi ti inseguano proprio quando tenti di passare in fretta. Ma tant’è. Sapevamo che la Luisa ci aspettava con ansia. Una promessa è una promessa! Si ha un bel pensare che perché una se n’è andata da tanti anni non abbia più fretta. Non è proprio così. Con la Luisa poi… la sua impazienza la faceva sentire e pesare, eccome! E la sua curiosità sembrava quella di una ragazzina viziata. Ed a noi non è che dispiacesse poi di darle quel vizio…
Così, aspettando che fosse passata l’onda più alta che s’infrangeva irregolare sullo scoglio, passavamo in fretta l’uno dopo l’altro verso la nostra panchina che era riparata dai flutti. Un rifugio.
“Era ora! Temevo perfino che non vi faceste vedere più! Per quattro onde…! Come se non ne avessi viste di ben peggiori, io! Era già risentita, ma sollevata al vederci arrivare.
“Non c’è dubbio, ma tu te ne stai attaccata come un paguro a quella lapide e non ti smuovi d’un passo intanto! Angiolino osava rimbeccarla. Io no.
“E che dovrei fare secondo te sapientone? A parte il fatto che, da qui, vedo meglio di voi due messi insieme tutto quello che succede…! E non pensiate che non mi accorga anche dei vostri segreti da Pulcinella!! Uomini!!
Si cominciava bene, al solito! Non c’era dubbio! Ma la voglia di continuare il discorso interrotto vinceva sempre ogni malumore alla fine.
“Riprendo da ieri. E non interrompetemi ogni momento per un po’! Intesi?
“Quello che, nelle intenzioni di tutti, doveva essere un conflitto di stampo ottocentesco e, quindi, di breve durata, si tramutò, viceversa, da semplice questione austro-serba, in una tragedia sempre più ampia, fino ad assumere, per il numero di paesi coinvolti, una dimensione, prima europea e poi mondiale: dopo gli avvenimenti di Sarajevo, infatti, nel giro di poche settimane, l’Europa intera si trovò coinvolta in prima linea, con l’unica eccezione del nostro paese. C’avevo preso gusto e mi piaceva sentirmi parlare. Loro mi fissavano attenti come scolaretti.
“Allo scoppio delle ostilità, nel giugno del 1914, il regno d’Italia, legato ad Austria e Germania, e le chiamo così per non fare confusione!, da un trattato difensivo, dichiarò la propria neutralità, in quanto era stato proprio l’impero di Francesco Giuseppe a scatenare la guerra, senza, peraltro, nemmeno consultare la giovane monarchia di Vittorio Emanuele III. Tanto che gli importava di quell’Italietta appena appena raffazzonata…
“Il fatto di non essere entrata in guerra però, consentiva all’Italia di prendere tempo per decidere il da farsi e, nel contempo, le permetteva di sganciarsi dal rapporto instaurato con la Germania e l’Austria negli anni precedenti, perché l’ultima rimaneva pur sempre il nostro nemico storico e, come tale, malvista dalla popolazione.
“Per tutto il periodo che ne seguì il paese fu travolto dalle discussioni che ne nacquero, sempre più ampie e velenose, tra interventisti e neutralisti. La lotta fu aspra e senza remissione di colpi. A favore della neutralità si schierò la stragrande maggioranza del parlamento, tra cui gli stessi giolittiani, i cattolici e i socialisti, convinti che fosse più conveniente ottenere dall’Austria, facili concessioni territoriali, in cambio della non entrata in guerra del paese.
“Favorevoli all’intervento furono, invece, gli irredentisti e personalità come D’Annunzio e l’allora direttore dell’Avanti, Benito Mussolini, tutti convinti…
“Eccolo lì di nuovo il campione! Angiolino proprio non riusciva a digerirla questa faccenda di Mussolini socialista, ma la Luisa le lanciava un’occhiataccia severa per zittirlo.
“…convinti che fosse giunto il momento di completare l’annessione delle terre ‘irredente’ ancora sotto dominazione austriaca. Dietro naturalmente avevano ben altri interessi da quelli patriottici: c’erano i nuovi industriali che vedevano nella guerra una fonte di affari e di guadagno a spese di tutti gli italiani!
“E per capirci, parliamo anzi un po’ di più di Mussolini, perché merita particolare attenzione, in questo contesto, la figura del futuro duce: iscritto al partito socialista, direttore dell’Avanti, proprio il quotidiano socialista da sempre, passò dal sostegno alla causa neutralista, propagandata in un primo momento, al più acceso interventismo, che gli provocò, nel novembre del 1914, addirittura l’espulsione da un partito che più di ogni altro si stava battendo per impedire l’ingresso in guerra dell’Italia.
“Dopo l’allontanamento, anzi subito, Mussolini si attestò su posizioni di stampo nazionalista, confermando tutto il suo appoggio per la politica di intervento, sostenuta, con veemenza infuocata, sulle pagine del Popolo d’Italia, il giornale da lui fondato a Milano, il 15 novembre 1914 appunto con i soldi degli affaristi e degli industriali.
“Fu l’episodio chiave nella vita di quest’uomo che avrebbe sconvolto i destini di un paese, ridotto, nel giro di pochi anni, a cadere preda di una terrificante e spietata dittatura, che piantava le sue fondamenta proprio negli eventi legati allo scontro tra interventisti e neutralisti e proprio dalla conversione politica che ne seguì, nel capo della futura guida del movimento fascista.
“Adesso sì che ci siamo, professore… ad Angiolino non sembrava l’ora d’essere arrivato a poter esprimere questo giudizio.
“Anche grazie alla trascinante arte oratoria di D’Annunzio, che infiammò le folle con discorsi mirabolanti, che esaltavano la lotta per Trento e Trieste, tutta la stampa italiana sposò decisamente la causa interventista, che ottenne consensi sempre più ampi, fino ad arrivare a conquistare i favori del re e del governo presieduto da Salandra. La gente non ci capiva molto, ma veniva trascinata in una pazzia che l’esaltava.
“Movendosi sul filo del rasoio, cioè della più fragile diplomazia, i rappresentanti del governo firmarono, il 26 aprile 1915, a Londra, un patto d’alleanza con le forze dell’Intesa, con il quale l’Italia si impegnava ad entrare in guerra, in cambio del riconoscimento dei diritti su Trentino, Alto Adige, Trieste, Istria e Dalmazia.
“E non dovevano farlo? chiedeva un po’ confuso Angiolino, mentre la Luigia se ne stava zitta e rifletteva.
“Qui si inserisce una doppia interpretazione dei fatti e, per correttezza, bisogna ricordarli. Qualcuno sostiene che il tutto è successo dopo che Salandra aveva cercato, senza riuscirci nonostante le pressioni tedesche, di ottenere da Vienna, in via pacifica,quelle che erano appunto chiamate le terre irredente. Pare che il ministro degli esteri asburgico, Burian, avesse dichiarato pari pari che: ‘Se qualcuno mi punta una pistola scarica, non gli do il mio portafoglio, ma prenderò una decisione quando la pistola sarà carica’. Cioè, avrebbe preso in considerazione la faccenda se veramente avesse visto il pericolo effettivo dell’entrata in guerra dell’Italia!
“Dal momento che aveva parlato in tedesco, nessuno ci giurerebbe! Anche perché il ministro italiano non sembra aver fatto molti sforzi per puntare chiaramente quella pistola e dietro gli interventisti se ne stavano gli industriali del settentrione, che vedevano nella guerra la possibilità di fare ottimi affari, anzitutto con lo stato! Quegli stessi affari che non si erano potuti fare con gli stati esteri a causa del protezionismo e con un vasto mercato interno che era ancora inesistente o non aveva bisogno di loro! Tanto che, all’inizio, non si era neanche sicuri con chi si dovesse entrare in guerra: c’era un trattato firmato dall’Italia con l’Austria e la Germania, se ricordate.
“Certo che mi ricordo: la triplice…rispondeva la Luigia compunta.
“Bisognava trovare allora un motivo, valido almeno in apparenza, per partecipare alla guerra in ogni modo. Combattere contro Francia, Gran Bretagna e Russia con l’Austria sembrava una enormità ingiustificata agli occhi della gente. Ecco allora che ti saltano fuori la storia delle terre ancora da conquistare, irredente, l’umiliazione non digerita della terza guerra d’indipendenza che s’aggiungeva alla seconda… Fatto sta che si mettono avanti dalla propaganda gli irredentismi del Trentino e della Venezia Giulia come motivo. Ed è fatta…
“Quando gli uomini vogliono menar le mani trovano sempre un motivo! - incalzava la Luigia,
“Come se le donne fossero da meno! Ma se siete sempre voi le prime scatenate a spingere gli uomini…- replicava come sempre Angiolino.
“La vittoria del conflitto avrebbe, secondo almeno quello che si pensava allora, permesso agli irredentisti di coronare i sogni di unità nazionale e di chiudere, una volta per tutte, la disputa con l’impero austro-ungarico. Ai più scalmanati ed interessati agli affari poi, e non erano pochi, consentiva di ottenere il controllo sull’intero Adriatico e l’espansione verso la penisola balcanica. Nel contempo, tutto ciò dava spazio all’industria meccanica, cresciuta finalmente un poco nel nord del paese, ma senza mercato estero, di convertirsi per l’occasione in industria bellica e prosciugare le casse dello stato!
“Hai capito i furbi? Fanno anche i soldi con la guerra…
“Come se questa fosse una novità! E il re? – domandava speranzosa la Luigia.
“Eccotela ancora con il suo bravo re! E da che parte stanno i re?
“Per favore! I progetti e gli intrighi del governo Salandra, diciamolo pure, erano condivisi anche da Vittorio Emanuele III, che, dopo aver titubato un po’, sostenne la decisione di intervenire in quella che appariva, anche ai suoi occhi, come una sorta di quarta guerra d’indipendenza. Si trattava solo, ora, di scavalcare un parlamento ancora schierato su posizioni neutraliste.
“Di fronte al rifiuto della maggioranza dei deputati di ratificare il patto di Londra, Salandra ricorse al ricatto delle dimissioni. Se non passava il documento, lui se ne andava! Il fatto suscitò scalpore, ma soprattutto l’indegna gazzarra degli interventisti che naturalmente non aspettavano che questo. E alla fine si sa, chi grida di più spesso ottiene la vittoria, anche senza avere per questo la ragione! Troppo spesso!
“Se è per questo, se ne sentono oggi che gridano!! Basta guardarsi intorno… Angiolino borbottava fra sé, mentre si allontanava guardando il cielo ancora plumbeo. Almeno quella mattina la pesca fosse andata bene! Ma non s’era neppure potuti uscire in mare… Lo urlava anche il vento con rabbia.
“Di fronte alle crescenti e sempre più violente manifestazioni degli interventisti, che non volevano rassegnarsi alla decisione negativa del parlamento, il re richiamò alla presidenza del consiglio Salandra, che riuscì nell’intento di strappare poteri eccezionali ad un parlamento minacciato apertamente dai tumulti e timoroso di contrastare le decisioni del re, con praticamente l’autorizzazione all’entrata in guerra. Per cui l’entrata in guerra fu fatta e decisa senza dibattito e consenso vero del parlamento e per volontà di due persone: il re ed il presidente del consiglio.
“Questa proprio non me l’ero immaginata! Quando si parla della grande guerra si fanno suonare sempre le fanfare e poi… - era la Luigia che commentava perplessa, mentre Angiolino rifletteva silenzioso. Pareva più attento ad ascoltare la risacca del mare che le mie parole.
“Ma allora c’era già del marcio ancora prima del fascismo! Il parlamento già non contava granchè anche prima della guerra…! – sbottava infine.
“No, no! Che non contasse prima della guerra non è vero, ma certo con queste premesse si apriva la strada ad atteggiamenti e decisioni che con la democrazia espressa da un voto, anche se non proprio da tutti gli italiani, non avevano proprio nulla a che vedere!
“Comunque, come dice la canzone, il fatidico 24 maggio 1915, dopo la dichiarazione di guerra del giorno precedente fatta all’Austria-Ungheria, il nostro esercito era già in marcia verso il confine sul Piave.
“Allo scoppio della guerra, Luigi Cadorna, il capo di stato maggiore dell’esercito, dichiarava che sarebbe stata una passeggiata con una rapida conclusione delle ostilità. Era sicuro che con un po’ di ‘spallate’, come diceva lui, avrebbe cancellato le truppe austro-ungariche dalla faccia della terra. Erano naturalmente le fanfaronate di una generale che non vedeva l’ora di combattere contro qualcuno! Ma fin dall’inizio la realtà fu ben diversa: infatti, il confine tracciato nel 1866, al termine della terza guerra d’indipendenza, non era stato buttato lì in qualche modo dagli austriaci. Quel confine aveva lasciato all’Austria il controllo dei passi e delle vette, già fortificati con una serie impressionanti di camminamenti nella roccia e di trincee scavate nella terra. Un sistema difensivo che Cadorna neanche si immaginava.
“Il fanfarone!
“E lascialo continuare, no? Non riesci a stare zitto un attimo!
“Gli italiani si trovarono così a combattere già in partenza in condizioni di svantaggio. Eravamo sì più numerosi, ma anche equipaggiati con armamenti vecchi e non all’altezza. Le armate asburgiche invece, pur inferiori di numero, erano meglio organizzate e di gran lunga superiori per qualità ed armi moderne. Il fatto che il loro esercito fosse costituito da tanti popoli diversi non era quel grande svantaggio che si diceva.
“Perciò Cadorna si accorse presto che le sue previsioni erano completamente sbagliate. Invece di ragionare, ammettere l’errore e trovare una strategia intelligente, reagì nel modo più stupido e insensato che potesse. Era disposto a qualsiasi sacrificio di uomini, pur di soddisfare il proprio orgoglio personale, così l’esercito italiano, lanciato dal comando supremo all’assalto frontale del nemico senza alcuna protezione in ben undici battaglie sul fiume Isonzo, subì un numero di perdite spaventoso, con l’unico risultato concreto della conquista isolata di Gorizia. Il successivo tentativo sanguinoso di conquistare Trieste fu solo una ulteriore orrenda carneficina. Le linee difensive austriache si dimostravano imperforabili.
La Luigia ed Angiolino ascoltavano quasi senza far udire neppure il respiro. Mati, che era venuta con me, interrompeva i suoi giochi per osservarli stupita.
“Le sofferenze della guerra di posizione erano sconvolgenti e furono accentuate dalla natura impervia del fronte. Si era su terreno di montagna. I comandanti ordinavano ai poveri soldati di attaccare, in condizioni ai limiti della follia, tra neve, ghiaccio, passi alpini quasi inaccessibili. A questo si aggiungeva la difficoltà dei rifornimenti che obbligarono i reparti del genio a ricorrere ad espedienti di ogni genere per consentire lo spostamento di truppe e mezzi a quelle quote.
“Immediatamente anche i più stupidi capirono che la sbandierata conclusione della guerra prima dell’inverno era tragicamente infondata ed anzi furono gli austriaci a prendere l’iniziativa, lanciando, all’inizio del 1916, la "Strafexpedition", una spedizione ferocemente punitiva contro l’alleato traditore, ideata dal feldmaresciallo Conrad. Questi riuscì a creare una breccia tra le linee italiane ad Asiago. Solo la disperata e selvaggia resistenza e il coraggio dei poveri soldati italiani riuscirono, miracolosamente, a contenere il nemico e a respingerlo, a prezzo del solito, tremendo numero incalcolabile di caduti.
“Pensate… Mentre si combatteva, i carabinieri schierati dietro le linee sparavano contro chi non ce la faceva più e impazzito dal terrore tentava di tornare indietro.
La Luigia ed Angiolino non fiatavano, ascoltandomi in silenzio. Si era unito anche qualche curioso affascinato dal racconto, ma non capendo bene cosa succedesse lì.
“C’era voluto un enorme coraggio per resistere ed il pesante tributo di sangue, le inutili perdite, le drammatiche condizioni di vita, determinarono tra le truppe non pochi episodi di insubordinazione. Ci si ribellava. I soldati però non erano ascoltati allora, ma ‘giustiziati’ con esecuzioni sommarie dettate da un cinismo che diventava sempre più consueto da parte dei vertici militari capeggiati da Cadorna.
“Furono centinaia le fucilazioni eseguite con la tattica delle decimazioni. Tra tanti soldati se ne sceglievano un certo numero a caso per dare l’esempio! Nel Carso e sui monti dell’Adamello dunque, si continuava ad essere mandati al macello inutilmente, a fiumi di uomini. E non si moriva certo solo per mano dei nemici austriaci, ma anche per la volontà aberrante dei tribunali militari e per opera dei plotoni di esecuzione, in un indicibile clima di terrore e violenza, tale da minare ogni resistenza psico-fisica.
“Eppure, chi aveva voluto contro ogni logica e ogni forma di democrazia la guerra, esaltando ‘la sua natura purificatrice’, era cieco e sempre più ostinato di fronte al massacro insensato degli italiani.
Mi ero lasciato trasportare un po’ dalla foga, lo riconosco, ma l’imbecillità cinica che genera disastri umani facendone pagare il prezzo ai più indifesi mi ripugna da sempre. E quante volte nella storia questo è avvenuto e purtroppo continua ad avvenire? Anche oggi lo vediamo. Quante decisioni folli e presuntuose, scaturite dalla sola mania di grandezza e onnipotenza, sono ancora oggi prese da cinici imbecilli che stanno ai posti di governo e generano sofferenze inumane, morte e distruzione per i più inermi?
I miei interlocutori non avevano fiatato ed il silenzio che ne seguì era denso di significato e di amarezza. Soprattutto la Luigia aveva conosciuto tanti ragazzi che non erano più tornati ed Angiolino, fin da giovane, aveva scorso sgomento le infinite liste di nomi incise sui più svariati monumenti al milite ignoto che si trovano in ciascun paese d’Italia, anche il più piccolo.
Milite ignoto! Bella definizione mistificatoria per indicare tutti quei disgraziati che non erano più tornati dal massacro della prima guerra mondiale, costato settecentomila morti solo all’Italia. In più, io avevo aggiunto il sospetto che il loro non ritorno non avesse nulla a che fare con assoluta certezza ad una eroica morte in battaglia. E tale sospetto nessuno di sicuro avrebbe mai più potuto scioglierlo.
Oltretutto, non avevo ancora finito di infliggere motivi tristi di riflessione ai miei due compagni di discussione. Anche se, a dire il vero, la discussione la stavo facendo tutta da solo in quel silenzio!
“Furono non uno, ma due anni di indicibili lutti, senza ottenere peraltro alcun risultato che avesse la parvenza di un successo. Il morale dell’esercito era sotto i tacchi, anche a causa dei folli metodi di un Cadorna che non esitava a mandare al macello i suoi uomini, per il cui morale e per le cui spaventose condizioni di vita non mostrò mai alcuna attenzione. Anzi, il comandante in capo dell’esercito dava ordine di passare per le armi, senza alcuna pietà, chiunque fosse sospettato di disfattismo o mostrasse segni di debolezza.
“Sentite il celebre e agghiacciante appunto che scrisse nel settembre 1915, da cui si capisce quale elemento potesse essere il famoso condottiero:
‘Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi.
Chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia freddato da quello dell’ufficiale’.
“Ma questi erano tutti pazzi furiosi! - esclamava la Luigia!
“Vero! Erano pazzi furiosi, ma la retorica della guerra queste cose non le racconta mai. Queste cose non si leggono sui libri di scuola dei bambini! Imparerebbero subito cos’è veramente la guerra!
“Comunque, in questo clima di terrore e di distacco tra i soldati ed uno stato maggiore privo di umanità, al termine di una nuova, drammatica offensiva sull’Isonzo, l’esercito italiano andò incontro ogni giorno di più al disastro!
“Infatti, dopo l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, gli Imperi Centrali tentarono di schiacciare definitivamente la resistenza avversaria prima che le truppe americane, una volta conclusa la mobilitazione ed il viaggio in mare, potessero sbarcare in Europa. Così, il 24 ottobre 1917, gli austriaci, forti dei rinforzi provenienti dall’est dopo la dissoluzione dell’esercito russo che aveva abbandonato la guerra in seguito alla rivoluzione d’ottobre, da oriente lanciarono, con l’aiuto fondamentale di reparti scelti dell’esercito del Reich, una violenta offensiva nella zona di Caporetto, travolgendo le linee italiane, sfondando il fronte e dilagando nelle retrovie.
“Le nostre truppe furono travolte dall’urto di ben trentasette divisioni comandate dal generale von Below. Queste fecero incetta di migliaia di prigionieri e di armamenti abbandonati dai nostri soldati in rotta disperata. Bastarono pochi giorni perché tutto il Friuli fosse invaso e Venezia stessa sembrasse in pericolo, sotto la pressione di un nemico ormai inarrestabile.
“Cadorna fu colto di sorpresa, nonostante fosse stato avvertito per tempo della imminente offensiva. Ancora una volta, invece di ammettere le sue responsabilità, si scagliò con dure accuse contro i suoi uomini, tacciati di vigliaccheria e di aver abbandonato, senza combattere, le posizioni.
“Il disastro di Caporetto tuttavia sconvolse l’intera opinione pubblica italiana e le chiacchiere pazzoidi di Cadorna non incantavano più. Gli austriaci stavano ormai penetrando nel cuore del Veneto, mentre le nostre truppe, costrette ad una drammatica ritirata, apparivano in rotta e sull’orlo del collasso.
“Solamente la terza armata, al comando del Duca d’Aosta, ripiegò in maniera ordinata verso le retrovie. Per il resto fu il caos più completo, con i nostri reparti trasformati in una accozzaglia di sbandati, completamente abbandonati a loro stessi dagli ufficiali e senza più comandi.
“Se è tutto vero quello che racconti, è qualcosa di veramente terribile! - non c’era l’intenzione di dubitare o offendere la verità della mia storia, ma un sentimento, un impedimento a crederlo così com’era raccontata da parte di Angiolino.
“Vuoi che ci racconti storie forse?E perché mai dovrebbe farlo? Anche se si tratta dell’Italia, la verità bisogna dirla! Era una guerra da non fare, altro che fare le celebrazioni il 4 novembre! Se si pensasse un po’ a cosa porta una guerra… Ma si fa troppo spesso in fretta a dimenticarsene! - aggiungeva la saggezza della signora Luigia.
Quel giorno tuttavia, era in un certo senso fortunato. Il vento e lo sferzare delle onde rumoroso sugli scogli ridotti ad una spuma candida teneva lontano più del solito turisti e curiosi. Anzi, ora li aveva levati di mezzo tutti con grande sollievo nostro. Anche mio sì, perché non volevo certo andarmene lasciando il racconto ad un punto così tragico.
“Sembrava che l’Italia fosse proprio sul punto di sfasciarsi. Ed è allora che avvenne il miracolo: sì, un miracolo! Perché in tutto il paese si creò uno straordinario spirito di collaborazione e di unità ed anche i socialisti, da sempre contrari al conflitto, capirono che in una situazione così disastrosa dovevano dare tutto il loro appoggio per fronteggiare il disastro, contribuendo alla nascita di un governo di unità nazionale sotto la guida di Vittorio Emanuele Orlando, che lanciò alla nazione un vero appello a “resistere ad ogni costo”.
“Resistere, resistere, resistere!”.
“Nel contempo il re finalmente decise di sostituire il generale Cadorna, che aveva dato tanta prova di imbecillità e protervia, con Armando Diaz. Ed era ora! La scelta si rivelò giusta: il nuovo comandante dimostrò da subito una grande sensibilità ed attenzione per la condizione delle truppe, cui venne riservato, finalmente, un adeguato trattamento da esseri umani! Diaz decise anche di porre fine alla scriteriata tattica degli assalti frontali, serviti soltanto a distruggere il morale dei soldati, che si vedevano considerati, dagli alti comandi, come carne da cannone.
“Proprio grazie a queste sue doti di profonda umanità, Diaz riuscì a risollevare le sorti di un esercito che, dopo il 24 ottobre, era praticamente distrutto e che ora, ricostituito in tutta la sua vitalità e potenziato dai rinforzi alleati intervenuti per sostenere il fronte italiano, sembrava in grado di contrastare l’avanzata nemica. E lo fece.
“Meno male, perché altrimenti…! – Angolino si sentiva trascinare nella battaglia quasi personalmente.
“Schierati sulla linea del Piave il 15 giugno del ’18, gli italiani, nella cosiddetta battaglia del solstizio, dopo aver respinto i numerosi assalti nemici, obbligarono le armate austro-tedesche, alla ritirata. La sera del 23 giugno, il generale Diaz poteva annunciare che ‘ Dal Montello al mare, il nemico, sconfitto e incalzato dalle nostre valorose truppe, ripassa in disordine il Piave’.
“Di fatto, l’impresa impedì l’invasione e la conseguente sconfitta definitiva dell’Italia, perché, dopo la batosta subita, gli Imperi Centrali, esausti dal punto di vista militare e distrutti nel morale, incalzati sugli altri fronti d’Europa, non furono più in grado di assumere alcuna iniziativa importante sul fronte italiano.
“La vergogna e l’umiliazione di Caporetto era stata cancellata. E il trionfo ottenuto esaltò il genio militare di Diaz, dimostratosi valido stratega in una battaglia costata la vita a ben 250.000 persone e che mise in luce i nuovi reparti d’assalto dell’esercito italiano, gli ‘Arditi’, che contribuirono non poco, con le loro incursioni, a sconfiggere il nemico.
“Da allora il Piave divenne simbolo dell’estremo sacrificio in nome di una patria salvata con la tenacia ed il coraggio di decine di migliaia di combattenti, tra cui spiccavano i ‘ragazzini’ della classe del 1899, chiamati in fretta e furia alle armi per riempire i paurosi vuoti causati da tre anni di massacri criminali.
“E il fiume Piave ancora ispirò la celebre canzone e il famoso detto ‘non passa lo straniero!’. L’emblema della guerra fu per tutti una casa diroccata e semidistrutta, su cui per molti anni rimase una scritta destinata ad entrare nella leggenda: ‘Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati’!
“Finalmente era finita allora! Sembrava venire da un respiro di sollievo questa convinzione.
“ E no! Non ancora. Purtroppo la guerra non era finita del tutto!
“Ma perché?
“Avevamo fermato l’avanzata col nostro esercito. Gli imperi centrali erano ormai sulla difensiva, ma l’Italia era ancora al punto di partenza della guerra. Fu allora che per la prima volta si poté pensare a riconquistare quei territori ritenuti italiani, per cui tutto sembrava iniziato o almeno così s’era fatto credere. I territori irredenti!
“Ah! Questa dei territori irredenti me la ricordo dalla prima volta! Speriamo che sia anche l’ultima! – era addirittura la Luigia che sbottava così.
“Già! L’ultima. Dentro l’esercito austro-ungarico si stavano sempre più evidenziando i contrasti fra le varie popolazioni che lo componevano: austriaci, ungheresi, croati, boemi, sloveni polacchi e bosniaci… Le cose erano messe male per loro anche sugli altri fronti in Europa. La situazione era difficile dal punto di vista militare ed ecco che l’esercito si sfaldava al suo interno, non trovando più ne’ unità, ne’ convinzione per combattere.
“Per di più, i nostri alleati ci inviavano uomini e mezzi con più solerzia dopo la vittoria sul Piave, irrobustendo il nostro esercito. Lo stato maggiore italiano era finalmente in grado di prendere l’iniziativa con una strategia vincente e non a chiacchiere e propaganda come prima. Le truppe tuttavia dovevano ancora essere riorganizzate. Questo provocò qualche ritardo, ma Diaz, tra il 24 ed il 27 di ottobre, decise di lanciare l’offensiva finale. Era passato un anno esatto dalla rovinosa disfatta di Caporetto.
“Furono due giorni di feroci combattimenti. Pioveva a dirotto in modo incessante. Gli italiani erano in difficoltà ed aleggiava ancora lo spettro della sconfitta. Il Piave era minaccioso e livido, in piena. Poi i soldati riuscirono ad attraversare il fiume e prendere posizione per una vigorosa resistenza. Da lì partì un’ondata massiccia che non si fermò più fino alla conquista di Vittorio Veneto.
“Ecco! Così mi piace! – incalzava l’Angiolino.
“Le armate austro-ungariche erano tagliate in due. L’esercito travolgeva questa volta il nemico: un nemico che s’era disgregato dall’interno per sfiducia ed anche per i dissidi politici. E dopo Vittorio Veneto, fu una marcia ininterrotta senza quasi resistenza verso Trento e Trieste.
“Il 4 novembre, a Villa Giusti vicino alla città di Padova, veniva firmato l’armistizio con l’impero asburgico. Il generale Badoglio, che troveremo come protagonista qualche anno dopo di altri fatti della storia d’Italia, affermò allora che: ‘Per l’Italia è la fine della guerra, per l’Austria è la fine di un grande impero!’. Ed aveva ragione perché dalle sue ceneri ancora fumanti nacquero le repubbliche indipendenti di Austria, anzitutto, Cecoslovacchia e Ungheria. Per i popoli della penisola balcanica iniziava pure una nuova storia con la nascita della Jugoslavia.
“Il bollettino della vittoria, sì, proprio quello che ancora oggi leggono di fronte al monumento ai caduti il 4 novembre, fu letto dallo stesso comandante Armando Diaz.
“Questa volta però è la fine!
“Sì, questa volta è proprio la fine. Ma non sarà l’ultima guerra!
Sembrava addirittura che il mare si scagliasse con meno violenza contro gli scogli e che le nuvole lasciassero quasi traspirare un’occhiata di sole. O era solo una nostra impressione?
Chissà!?
Al mare a volte, passi da una giornata scura e minacciosa ad un’altra, immediatamente successiva, in cui il vento ha spazzato dal cielo, divenuto all’improvviso infinito, tutte le nuvole, lucidandolo d’azzurro ed ha lasciato dietro di sé un mare che sembra cristallo. Allora il mattino, che punge frizzante, annuncia una giornata calda, ma non del tutto afosa e pesante, senza neanche uno sbuffo di nuvola… Sono le giornate più belle!
Il brutto è che non ce ne accorgiamo soltanto noi!
“Alla fine allora l’Italia è completamente unita. Ce n’è voluto del tempo, ma alla fine gli italiani ci sono riusciti. – faceva il verso Angiolino riandando indietro col pensiero.
“Non tutti sarebbero d’accordo con te Angiolino. Sai, c’è sempre qualcuno che vuole di più, anche quando finalmente ha preso quello che desiderava avere. Magari, magari ha già avuto di più di quello che sarebbe stato logico.
“Cosa vuoi dire? Vuoi ancora tirar fuori la storia dell’Alto Adige come l’altra volta?
“Ah, sì, l’Alto Adige. Me ne ricordo anch’io. Cosa diceva Damiano Chiesa?- non so se la Luigia dicesse sul serio o mi prendesse in giro. Ma io tanto rimanevo imperterrito. Meglio far finta di non aver capito!
“Diceva che era ingiusto che l’impero austro-ungarico tenesse Trento e Trieste, come sarebbe stato ingiusto per l’Italia pretendere d’avere Merano e Bolzano.
“Questa però non l’ho capita. Cioè, allora mi sembrava chiara e adesso no! Ma non sono dell’Italia Merano e Bolzano? insisteva Angiolino.
“Certo, ora sono italiane. Ma ricordi quando si parlava di democrazia, di quella vera, quella ’che dovrebbero far scegliere ai cittadini con chi stare’ ?
“Sì, già, come il plebiscito della Savoia… e di Nizza con Garibaldi che s’è arrabbiato tanto!
“Giusto: con Garibaldi che s’è arrabbiato tanto. E pensi che gli abitanti delle vallate di Merano e Bolzano avrebbero scelto di stare con l’Italia? Dimmelo! Perché allora si chiama Sud Tirolo quella zona lì? Quando il Tirolo è una regione austriaca?
“Ma c’entra con la fine della prima guerra mondiale ‘sta faccenda?- interviene furba la Luigia.
“C’entra, perché sono territori che vengono annessi all’Italia in quel momento… ma ne parleremo più avanti. Volevo dire che proprio in quella occasione di territori se ne sarebbero voluti ancora di più!
“E sarebbe a dire?
“Sarebbe a dire che non tutti furono contenti. Anche perché, tutte le promesse ed anche le illusioni degli interventisti più sfegatati non andarono in porto! E naturalmente la cosa gli rodeva!
“E allora?
“Allora adesso vi racconto. La delegazione italiana che andò a Versailles, in Francia, sì proprio dove aveva costruito il suo palazzo il Re Sole Luigi XIV un bel po’ di tempo prima, la delegazione italiana, insomma, era guidata dai ministri Orlando e Sonnino. Erano andati lì un po’ tronfi perché avevano vinto e convinti di farla un po’ da padroni, perché pensavano che fosse stata molto importante l’offensiva di Diaz nella guerra...
“Ben presto invece si resero conto che gli italiani, alla conferenza di pace, non erano ben visti. Il passaggio da un campo all’altro all’ultimo momento non piaceva ne’ agli sconfitti, ne’ ai vincitori, diciamocelo chiaro! I voltabandiera non piacciono mai a nessuno, alla fine!
“Così, ciò che ci si aspettava, cioè l’applicazione del trattato di Londra del 1915, che prevedeva in particolar modo che l’Italia si prendesse la Dalmazia e Fiume, che si era autoproclamata italiana per conto suo nel 1918 con un plebiscito, fu chiaro subito che non lo si sarebbe ottenuto.
“Fiume l’avevo sentito! Ma la Dalmazia cosa c’entra. E poi non so neanche bene dov’è! – faceva subito la Luigia. Ed anche Angiolino stava a sentire, incuriosito.
“Ecco, dicci innanzitutto dove sono, che ci capiamo un po’ di più! - incalzava anche la Luigia.
“Già, lo dicevo che guardare un po’ la cartina d’Italia per capirci meglio non sarebbe stato un male. E poi questi territori oggi non sono neanche nella cartina d’Italia. Però sono al confine.
“Beh! Avete in mente dove si trova Trieste, spero! Se andate oltre Trieste, che sta proprio al confine orientale dell’Italia, sull’Adriatico, quello a est, incontrate una penisola che si chiama Istria. E’ una terra che Venezia s’era presa dopo la definitiva cacciata dei turchi, con tutte le isole che da lì scendono giù verso il fondo dell’Adriatico. Difatti, verso sud la penisola forma un golfo, il golfo del Quarnaro, dove c’è anche Fiume, una città legata a Venezia. Anzi, un po’ prima di Fiume c’è Abbazia, un centro termale di villeggiatura, dove erano venuti a passare le vacanze le famiglie più nobili di Vienna, compresa la famiglia reale.
“Queste terre, con la Dalmazia, una costa rocciosa fronteggiata da isole e isolette, l’Austria se le era prese da Venezia con il trattato di Campoformio, alla fine del ‘700, regalate praticamente da Napoleone. E se le era tenute.
“Ma l’Italia cosa se ne faceva? Sono terre così fertili?
“No, l’ho già detto che sono terre di rocce e montagne quasi a picco sul mare fino a Zara. Però isole ed insenature erano importanti dal punto di vista strategico, per la flotta ed anche per la pesca nell’Adriatico ed i commerci. Ovvio che anche l’Austria le aveva tenute come preziose. Anzi, in qualche insenatura aveva nascosto anche le sue navi corazzate durante la guerra, pensando che fosse impenetrabile.
“E cioè? Non lo era?
“Perlomeno non completamente come aveva dimostrato D’Annunzio con la famosa ‘Beffa di Buccari’!
“La beffa di Buccali, questa sì che me la ricordo bene! Sai che effetto aveva fatto allora? E sembrava che fossimo i più furbi! - era la Luigia, entusiasta tanto del fatto, che pareva quasi esserne lei la protagonista.
“Volete dirlo anche a me, così ne saprò qualcosa in più? - Angiolino sembrava un po’ seccato in effetti.
“Beh! Proprio dopo Fiume, per una strada che dapprima sale sulla montagna, si arriva ad una baia lunga e stretta, una insenatura naturale il cui imbocco è veramente la cruna di un ago. In fondo a questa baia, ma proprio sul fondo, a nord, c’è un bellissimo villaggio, Buccari, antico e tranquillo, che per secoli aveva vissuto di pesca e della coltivazione di viti che danno un vino squisito.
“Proprio a Buccari gli austriaci avevano nascosto il grosso della loro flotta, convinti che controllando l’ingresso della baia, nessuno avrebbe mai potuto metterla in pericolo. Questo era almeno quanto credevano loro. Solo che d’Annunzio, in vena come sempre di sfidare l’impossibile, con Ciano, il conte cognato del duce che poi per questo avrà un suo ruolo accanto a Mussolini, finché sarà fucilato, pensò di combinare dei guai agli austriaci. Con pochi altri compagni, su piccoli siluri di fabbricazione italiana, chiamati ‘maiali’, superò le strettissime barriere di controllo della baia, vi penetrò e lasciò dei messaggi di propaganda in bottiglia tra le parecchie navi alla fonda. Per gli austriaci fu quasi un disastro militare, ma soprattutto uno smacco terribile.
“Ma non c’è stato poi anche un fatto che riguardava Vienna… Un volo coi volantini…
“Beh! Sì! Ma questo è successo dopo, esattamente nell’agosto del 1918. D’Annunzio, quando ancora c’era la guerra, compì anche un volo spericolato su Vienna. Era più che altro ancora un gesto dimostrativo e si limitò a gettare dei volantini…
“ E cosa dicevano?
“Neanche a farlo apposta, mi sono portato il testo, perché sapevo di parlarne questa mattina. Poi naturalmente mi sono dimenticato d’averlo in tasca!
“E sì che tu sei giovane!
“Già, giovane, ma distratto! Ecco il testo.
E fu così che estrassi dalla tasca la fotocopia accartocciata del proclama lanciato su Vienna da Gabriele D’Annunzio:
D'Annunzio con Natale Palli sull'aereo
VIENNESI!
Imparate a conoscere gli Italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà. Noi Italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico della libertà nazionale, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre di odio e di illusioni. VIENNESI! Voi avete fama di essere intelligenti. Ma perché vi siete messa l'uniforme prussiana? Ormai, lo vedete, tutto il mondo s'è volto contro di voi. Voi volete continuare la guerra? Continuatela. E' il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria decisiva è come il pane dell'Ucraina: si muore aspettandola. POPOLO DI VIENNA, pensa ai casi tuoi. Svegliati!
VIVA LA LIBERTÀ VIVA L'ITALIA VIVA L'INTESA
“Figuratevi, dopo la conclusione della guerra, D’Annunzio e quelli come lui se non volevano l’Istria e la Dalmazia! Cavoli se la volevano e a tutti i costi!
“Comunque, la delegazione italiana fu avversata a Versailles soprattutto dal presidente americano Woodrow Wilson, che non era assolutamente d’accordo a favorire l’Italia a danno del nuovo regno di Jugoslavia. Lui il trattato di Londra non lo aveva sottoscritto e perciò ne faceva carta straccia. Così pubblicò un messaggio diretto agli italiani, contrario all’annessione.
“A questo punto, Orlando e Sonnino, che si sentivano scavalcati e ridicolizzati, se ne andarono sbattendo la porta e facendo gli offesi. Naturalmente le conseguenze diplomatiche furono disastrose. Delle colonie tedesche in Africa, all’Italia non fu concesso un metro: se le spartirono tutte le altre potenze. L’Italia venne bellamente ignorata, mentre a Roma si facevano manifestazioni inutili di sostegno al governo. Al regno di Vittorio Emanuele III fu concesso il Trentino, l’Alto Adige, l’Istria e Trieste.
“Non ci fu niente da fare per Fiume e la Dalmazia. I sacrifici fatti nella guerra erano ritenuti dall’opinione pubblica fatti inutilmente!
“A questo punto, D’Annunzio, a capo di 289 dei suoi legionari, s’impadroniva della città di Fiume e vi instaurava la ‘reggenza del Carnaro’. Era una sfida al mondo intero da parte di un gruppo di esaltati con alla testa un poeta, ma l’avvenimento scuoteva alla base la fedeltà e l’ubbidienza dell’esercito al grido della ‘vittoria mutilata’! Era appena finita la guerra e già le cose non andavano bene.
“Intanto, il ministro Orlando aveva dovuto dimettersi per l’incapacità e ingenuità diplomatica che aveva dimostrato. L’aveva sostituito allora Severino Nitti, accompagnato da una crisi gravissima dovuta al carovita ed alla disoccupazione galoppanti.
“Nitti, pur in disaccordo con l’atto di forza dannunziano, non prese però alcun provvedimento che andasse decisamente contro la situazione difficile creatasi a livello internazionale. La colpa della ‘vittoria mutilata’, che secondo un sentimento sempre più alimentato da voci interessate era dovuta alle altre potenze vincitrici, accecava ancor di più l’opinione pubblica di fronte alla gravissima crisi economica, generando un sentimento di grande frustrazione ed irritazione.
“E’ ovvio che la situazione però non poteva essere tollerata a livello internazionale e D’Annunzio verrà poi obbligato a desistere con la forza dalla occupazione di Fiume. Questo non fece altro che aumentare il senso di umiliazione ed impotenza nel paese. Ne seguì una situazione di pericolosa instabilità politica, in cui trovarono facile buon gioco il partito che cercava di approfittare della confusione per stimolare un senso di rivalsa. Scoppiavano scioperi e proteste a dritta e a manca. Qualcuno faceva aprire gli occhi sul risultato devastante per il paese dovuto alla guerra.
La Luigia scuoteva la testa sconsolata ed Angiolino rifletteva.
“ Provate a pensare. La guerra che doveva essere ‘rapida’ e portare un miglioramento economico a tutti, aveva invece obbligato a lunghi anni di sofferenza e di miseria. Chi era tornato dalla disperazione delle trincee, trovava una nuova disperazione. Perché l’Italia era ancora una terra di contadini. Durante la guerra erano stati strappati ai lavori agricoli tutti gli uomini validi, soprattutto i più giovani e robusti. Per tre anni l’agricoltura non aveva prodotto in quantità sufficienti. Le donne spesso, per mangiare e dar da mangiare a vecchi e bambini, avevano dovuto vendere a prezzi irrisori gli animali, le attrezzature ed infine anche i piccoli appezzamenti, strappati con le unghie, ai latifondisti. Chi tornava non aveva voglia di affrontare la miseria più nera che si trovava di fronte. Si rifiutava di accettare la realtà. Era stato per anni abituato alla violenza e la tentazione di continuare sulla stessa strada e scaricare la propria rabbia era immensa.
“Coloro che la guerra l’avevano voluta a tutti i costi e che dalla guerra avevano ricavato profitto a scapito della intera nazione, ed erano i proprietari dei latifondi ed i padroni delle industrie, avvalendosi soprattutto della rabbia ben orchestrata dei reduci, ne approfittò ancora per aggregare ai propri interessi tutti gli scontenti. Per il partito fascista di Mussolini, che faceva della violenza e della protesta irrazionale e della distruzione di ogni idea democratica un motivo di orgoglio ideologico, la strada era spianata verso il potere.
“Le risse e le violenze contro i contadini e gli operai in sciopero che chiedevano pane e lavoro, organizzate dai latifondisti prima e dagli imprenditori poi, cui si prestarono volentieri fascisti, precipitarono il paese in un clima di illegalità e prepotenza diffusa. E la rapida ascesa del partito fascista e della sua prevaricazione sulla democrazia culminarono nella marcia su Roma, che diede l’avvio ad un tragico ventennio.
“Fu allora che, per la seconda volta nella storia dell’Unità, molte migliaia di italiani, provenienti dalle zone più povere d’Italia, scelsero, o meglio furono costretti all’emigrazione dal loro paese per poter sopravvivere. Moltissimi si imbarcarono anche per le Americhe ed i loro discendenti oggi sono ancora lì e forse non parlano neanche più la nostra lingua! Forse non sanno neppure più cos’è l’Italia di cui raccontano i loro padri od i loro nonni!
“Possibile che nessuno si opponesse al fascismo che stava avanzando! Erano tutti così stupidi gli italiani?
Ad Angiolino proprio ‘non poteva andar giù’ che in un modo o nell’altro l’Italia fosse piombata in questa situazione. Non se l’era mai potuto spiegare come un intero paese avesse potuto rinunciare alla sua libertà! Anche perché ormai questa storia l’aveva vissuta anche lui nel bene e nel male, nell’entusiasmo della giovinezza e nella ulteriore disperazione della seconda guerra mondiale.
“No, no, gli italiani non erano tutti stupidi, ma ci sono dei momenti nella storia in cui è difficile non farsi abbindolare dalle sirene che ammaliano con le promesse dei miracoli! E quando gli individui sono disposti a rinunciare alle loro opinioni ed alla loro libertà tutto finisce sempre in una catastrofe!
“Già, ma gli individui non imparano mai nulla dalla storia! Basta guardare adesso…
“Adesso! Sei già arrivato ad ‘adesso’ e abbiamo ancora tante cose da chiarire!
Il sole stava incendiando il mare ed il cielo tingendoli d’un rossore incredibile nella sua stupenda bellezza. Allora avevo mormorato: “E’ vero signora Luigia! Le prometto che prima parleremo di cosa è successo durante il fascismo. Anzi, c’è ancora qualcosa da aggiungere che è successo anche prima.
Ma questo sarebbe successo un bel po’ di giorni dopo.
Come già qualche volta avevo fatto, nel frattempo mi ero preparato qualche appunto per far capire meglio ai miei interlocutori cosa avesse significato la prima guerra mondiale per l’Italia e così mi misi a snocciolare cifre e dati, anche se un po’ noiosi.
“In cifre la guerra all’Italia era infine costata 571.000 morti e 1 milione di feriti tra cui 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico per giunta era aumentato da 15 miliardi di lire del 1915 ai 69 miliardi del 1918.
“Ed allora erano soldi, non come adesso! Commentava tutto assorto Angiolino!
“L’inflazione era cresciuta nell’ordine da dieci a dodici volte rispetto al periodo prima della guerra. La disoccupazione era arrivata a punte del diciotto per cento.
“Cinque milioni e seicentomila soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non era in grado di riassorbili nella piena occupazione. I posti di lavoro non c’erano. Il loro posto in fabbrica era stato preso da lavoratrici donne che costavano mediamente il 30% meno degli uomini e l’industria bellica aveva avuto uno sviluppo che aveva arricchito il padronato, ma non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti non si fecero attendere.
“Eccotelo il progresso delle donne! Andare in fabbrica a lavorare perché costano meno degli uomini! E poi tornarsene a casa a sbrigare le faccende se non si deve andare a sera a zappare la vigna… - la Luigia non dimenticava certo cos’era stata la guerra per Manarola ed anche l’avvento della ferrovia!
“Le promesse espansioni territoriali abbiamo visto che erano ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate e che non potevano in alcun modo ricevere altre popolazioni di migranti. La conquista di nuove terre da coltivare era stata un miraggio ed i contadini non ebbero le terre promesse. Ciò li spinse in massa verso le grandi città, finendo per rimpolpare un proletariato già duramente provato.
“Le donne, che avevano provato con un certo gusto, per la prima volta in Italia, il brivido dell’indipendenza economica ed il lavoro fuori casa, non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona grigia e marginale del mondo del lavoro. I socialisti, che pur tanto avevano influito sulla sorte positiva della guerra, erano stati duramente colpiti e indeboliti sia nell’ala moderata sia in quella massimalista dalla repressione del governo. L’aver combattuto al fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato certo al loro livello di progresso sociale.
“Il ‘Maggio radioso’ del 1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di libertà.
“E questo ‘Maggio radioso’ da dove sbuca adesso? si preoccupava la Luigia.
“Oh! Niente di speciale. Il maggio del 1915 è il mese dell’entrata in guerra dell’Italia. Era stato definito ‘radioso’ dagli interventisti naturalmente. Non vi ricordate i versi della canzone: ‘…e i primi fanti il ventiquattro maggio!!’ ?? Ma sì che ve la ricordate!
“Ah, sì, la canzone del Piave che mormorava…
“Sì, proprio quella! E pensare che ogni volta che la sento, mi vengono ancora i lacrimoni. Ma adesso almeno so tutto il perché!
“Eh già, adesso sì lo sappiamo. E sappiamo anche che ha portato il fascismo in Italia. Faceva subito Angiolino ingrugnito.
“Un momento, un momento… Ho detto che c’è ancora qualcosa prima del fascismo. Anzi, devo dire che prima del fascismo ci sono stati due anni che sembravano portare da tutt’altra parte!
“Al comunismo?
“Diciamo molto vicino, sì, molto vicino. E questo seguendo il vento della fantasia che portava la rivoluzione d’ottobre.
“Bella roba! I comunisti! Forse sarebbe stato ancora peggio.
“Ma vaah! Peggio di così: il fascismo e la seconda guerra mondiale…Cosa può esserci di peggio?
“Calma, lasciatemi spiegare un po’.
“Ecco! Lascialo spiegare un po’ e stai zitto!
il biennio rosso
“Alla fine della seconda guerra mondiale, l’abbiamo detto, l’Italia si trovava in gravissime difficoltà economiche. Migliaia di disoccupati, le fabbriche che dovevano ancora una volta riconvertirsi da fabbriche di guerra a produzione civile, il ritorno a casa rabbioso dei reduci che non trovavano nulla: questi erano i problemi enormi, apparentemente insuperabili, che schiacciavano il nostro paese.
“La borghesia e gli impiegati dello stato, che potevano contare su un reddito fisso, erano le classi messe peggio. Infatti, l’inflazione al dodici per cento, dovuta alle spese militari dello stato, aveva tagliato di netto i salari. Lo sperato aumento degli stipendi si era trasformato in una perdita certa. E non risolveva il problema il mantenimento del prezzo politico del pane, che costava allo stato sei miliardi di lire all’anno. Una cosa che oggi sarebbe quasi seimilamiliardi di lire!
“Però il pane è il pane! Lasciatelo dire… - sottolineava la Luigia per la quale la fame era una paura ancora tangibile.
“Ma anche i miliardi contano, no? Certo che contano? La fame l’ho fatta anch’io…
“Fu nel gennaio del 1919 che i Cattolici diedero vita al loro vero primo partito: il Partito Popolare. Era stato fondato ed ispirato da Don Luigi Sturzo, un prete che non diceva solo messa, con idee sicure e democratiche. E che si faceva sentire.
“Intanto però, il 23 marzo del 1919, lo stesso anno, Mussolini fondava i fasci di combattimento, a Milano. Era nato il Partito Fascista.
“Ma il 23 marzo era festa una volta! Si festeggiavano ‘i natali di Roma’, la fondazione della capitale. - si ricordò allora ancora la Luigia.
“Chiamiamoli ‘natali di Roma’ se si vuole. Era un modo come un altro per far festeggiare a tutti la nascita del Partito Fascista!
“E perché hai detto dei ‘fasci di combattimento’?- chiedeva Angiolino.
“Perché il fascismo cominciava a legarsi alla retorica della grandezza di Roma, la Roma degli imperatori. Ed i ‘fasci littori’, cioè un mazzetto di bastoni legati insieme, con in mezzo una scure, erano uno dei simboli del potere della Roma antica. Significava, per i romani di una volta, che l’unità di piccoli bastoni, che uno per uno potevano essere spezzati, insieme diventavano indistruttibili.
“Hai capito che storia?
“Comunque. Nello stesso anno si tennero le elezioni politiche, in cui si capì un po’ di più dove andavano a finire le cose. Anzitutto il vecchio partito liberale perdeva voti a più non posso. Era definitivamente tramontata la storia dei partiti del Risorgimento. Liberali e radicali insieme, mantenevano sì la maggioranza dei voti, ma non dei seggi. I voti, che sembrarono allora una valanga, andarono ai socialisti, con 156 seggi. Poi, al nuovo partito popolare dei cattolici di Sturzo, che raccoglieva un buon numero di voti e 101 seggi.
“I fascisti invece uscivano dalla competizione elettorale senza neanche uno straccio di seggio!
“A ottant’anni, Giolitti diventava allora ancora una volta primo ministro, ma non aveva la fiducia degli industriali, che ricordavano ancora la sua avversione alla guerra ed osteggiavano le sue proposte di democrazia avanzata.
“La vera verità era che gli industriali non potevano maneggiare come volevano Giolitti. Mentre pensavano di usare per i loro scopi i fascisti che avevano già comprato. Anche i socialisti comunque restavano su posizioni di chiusura nei suoi confronti e non gli davano una mano.
“Restavano i popolari, che però da una parte erano legati a concezioni di un mondo agricolo arretrato, d’altri tempi. Dall’altra venivano ancora condizionati pesantemente dal Vaticano e dal papa e non davano fiducia completa ad un rappresentante laico come Giolitti. Per cui il loro apporto era molto condizionato e limitava proprio il programma del nuovo governo. In più, il potere passava dai ceti abbienti ai partiti di massa e questa era una novità che non si capiva bene come potesse funzionare.
“Giolitti comunque tentava di coinvolgere i socialisti, o almeno una parte di loro, nella sua politica di riforme. Nel contempo voleva mettere ancora i popolari cattolici in una posizione subalterna e dare strada ai fascisti come deterrente contro l’estremismo socialista. Fu però un fallimento completo su tutti i fronti e fu anche il motivo del successivo disastro della democrazia.
“Lo credo bene! Con una confusione così, in cui voleva metterci dentro tutti!
“Intanto, Giolitti si accordava con la Jugoslavia per tenersi la città di Zara, ma restituire tutta la Dalmazia. Fiume era proclamata città libera e dopo aver tentato di far ragionare D’Annunzio, a Natale del ’20, dovette ricorrere a qualche colpo di cannone per costringere i legionari ad andarsene dalla città. E D’Annunzio mise in scena un putiferio!
“Fra il ’19 ed il ’20 però, la situazione sociale era divenuta pericolosa. La classe operaia aveva organizzato scioperi e dimostrazioni nelle fabbriche italiane, culminati nell’occupazione stessa di circa trecento fabbriche nel triangolo industriale tra Milano, Torino, Genova. Dimostravano contro il taglio degli stipendi e le serrate padronali. Gli scioperi, che avevano una origine economica determinata dalle precarie e difficili condizioni, divennero anche una lotta a carattere politico. Così, i due motivi, le richieste economiche e la pressione rivoluzionaria, che si richiamava alla rivoluzione d’ottobre in Russia, si mescolavano e si confondevano in modo pericoloso. Nel mezzogiorno d’Italia, gruppi di braccianti tentarono l’occupazione delle terre incolte.
“Eccoli i rossi cosa sanno fare! Sempre la stessa storia!
“Ma lascialo parlare, no?
“Le occupazioni si spensero presto per la mancanza di sostegno dei socialisti, ma intanto si organizzava la reazione padronale, con l’organizzazione di corpi di volontari armati per la difesa dell’ordine e la costituzione della Confederazione generale dell’agricoltura, che si metteva decisamente contro le leghe contadine, che soprattutto in Emilia e nella Bassa Padana si erano abbandonate a incendi di fienili, distruzione dei raccolti, uccisione di capi di bestiame, blocchi stradali…
“Cosa ti dicevo…? – era dura fare star zitta la signora. L’unico modo era continuare come se niente fosse.
“Intanto la produzione industriale calava. Di fronte alla drastica riduzione dei profitti, i capitalisti continuavano a negare qualsiasi forma di miglioramento alla classe operaia. In questo marasma, cresceva il partito dei nazionalisti e dei reduci dalla guerra, che non si sentivano valorizzati nel loro ruolo dallo stato. Dicevano che avevano fatto tanti sacrifici in guerra e nessuno lo riconosceva in qualche modo. Dov’era il benessere che avevano promesso a tutti? E questi andavano ad ingrossare le fila che nascevano dalla reazione dei proprietari agrari e fascisti, che organizzavano un uso sistematico della violenza mediante le loro squadre d’azione. Pagati e riforniti dagli agrari, i fascisti colpivano e bruciavano i centri delle organizzazioni operaie e contadine, sia socialiste che cattoliche, devastando, bastonando o uccidendo i capi sindacali, saccheggiando, seminando terrore e morte, mentre l’opinione piccolo-borghese applaudiva il loro operato.
“Eccoti adesso cosa facevano quelli che non erano rossi!
“Sì, ma pestavano e uccidevano anche i cattolici, no?
“E allora non ti sembra che stiamo dalla stessa parte? Sei una vera testona a non capire certe cose! – e la logica di Angiolino pareva fare un po’ di breccia nella mente della Luigia.
“La preoccupazione politica era allora quella di fermare il malcontento dei reduci, soprattutto dannunziani e prevenire una rivoluzione comunista come quella avvenuta in Russia pochi anni prima. E soprattutto questa paura era al centro dell’attenzione dei ricchi, cementando le paure degli industriali e dei possidenti agricoli che detenevano gran parte della ricchezza del paese. Così i propositi di questi ultimi erano quelli di distruggere in qualsiasi modo le organizzazioni operaie e contadine, portando lo scontro di classe sul terreno militare. Cioè volevano che intervenisse l’esercito contro chi protestava, come era già successo alla fine del secolo precedente. Se a questo desiderio insensato si aggiunge l’incertezza e l’indecisione dei politici e dei governanti, si capisce come tutto fosse pronto per rotolare giù dalla china del disastro dell’intelligenza.
“L’Italia infatti, di fronte ad un bivio così pericoloso, scelse la strada del fascismo, credendo che portasse lontano, verso un futuro migliore.
“Bel futuro: una seconda guerra, ancor più disastrosa e devastante della prima per l’Italia!
“Hai ragione Luigia, ma io non sono ancora contento! - era Angiolino che insisteva – Voglio sapere qualcosa di più su quegli anni e su quei fatti che hanno portato al fascismo. Voglio capirci qualcosa ancora…
“Qualcosa ancora riguardo a che?
“Qualcosa riguardo ai due o tre anni in cui l’Italia sembrava andare verso una rivoluzione come in Russia…
“Ti sta proprio sul gozzo che quella rivoluzione non sia mai scoppiata? Che cosa pensi che ne sarebbe seguito?- la Luigia pensava di essere stata ingannata nei suoi sentimenti di prima.
“Che ne vuoi sapere tu? Chi può dirlo?
“Giusto, non può dir nulla nessuno, dal momento che non s’è avverato e la storia è andata come è andata! E tutto sommato forse è meglio così per me…!
“Dunque – tagliavo corto io – la storia del ‘biennio’ rosso, per rispondere ad Angiolino, possiamo farla cominciare il 13 settembre del 1919. Quel giorno, sulla rivista Ordine Nuovo, che veniva pubblicata a Torino da un certo Gobetti, un grande intellettuale, c’era un manifesto rivolto ‘Ai commissari di reparto delle officine Fiat Centro e Brevetti’.
“La Fiat?? Già allora?- la meraviglia era di tutt’e due.
“E sì, proprio la Fiat e tutto il resto che ci sta attaccato! Così, in questo manifesto, si ufficializzava l’esistenza ed il ruolo dei Consigli di Fabbrica ‘come prospettiva per la gestione autonoma delle aziende da parte degli operai’.
“Sarebbe a dire?
“Sarebbe a dire che gli operai erano in grado di far funzionare le fabbriche, no? Cosa credi tu? Che non siano capaci?
“Beh! La faccenda non stava proprio così, ma non era nuova. Tre mesi prima, Gramsci e Togliatti, due capi socialisti, avevano affrontato il problema in un articolo della stessa rivista. Torino, con le sue fabbriche, diventava allora quasi il centro operativo del bolscevismo italiano, perché quanto veniva proposto nella rivista era la stessa organizzazione che in Russia era stato proposto dai Soviet…
“Calma, calma! Cosa sono ‘sti Soviet. Se ne parla da sempre, ma poi nessuno lo sa con precisione.
“E’ vero. Non abbiamo parlato se non per cenni della rivoluzione che era scoppiata in Russia e si era finita due anni prima.
“E allora cosa aspetti a dirci due parole!
“Due parole! Una rivoluzione in due parole! E quella russa poi… Uno scherzo!
“Ma dai professore, non fare il prezioso! Lo sappiamo che se vuoi…
“Non è questione di volere, ma così, sui due piedi…
“Facciamo così! Invece di ‘ dar da magiare ai pesci’, domani mattina te ne stai a studiare un po’ di rivoluzione. E poi sarai prontissimo. Tanto qui cominciano a girare un po’ troppe ‘mosche e mosconi’…
“Giusto – rintuzzava la Luigia – domani sei pronto!
Provatevi voi a discutere con un anziano pescatore ed una lapide fissata su una roccia, mentre frotte di turisti vi ronzano intorno e vi guardano perplessi: non si sa per l’indignazione o per la preoccupazione. E poi ero in minoranza.
Fatto sta che mi conveniva cedere. Come sempre del resto!
La mattina successiva, di buonora, ero veramente pronto! E non tanto perché mi ero preparato il giorno prima, quanto perché avevo trovato il modo di semplificare un po’ il racconto. Anche se un po’, non significa certo ‘del tutto’!, ma dovevo ingegnarmi a tener buoni i due miei interlocutori per non perdere il filo.
“Comincio, se mi promettete di non interrompermi ad ogni respiro come al solito!
“Io non interrompo quasi mai!
“Già, peccato che quel ‘quasi’ capiti veramente spesso…
“Figurarsi!
“Per favore. Devo cominciare!
“Quando ho detto chi partecipava alla prima guerra mondiale, ho citato anche la Russia. Sarebbe troppo lungo adesso raccontare tutta la sua storia e di come questo paese, che era rimasto per secoli fuori dal resto dell’Europa, aveva sì fatto grandi progressi, ma aveva ancora una situazione economica e sociale molto arretrata. Ciò aveva portato, dopo vari tentativi di rivolta all’inizio del novecento, a San Pietroburgo dove stavano il governo e lo zar Nicola II. La rivolta era finita in un bagno di sangue, ma era il segno di una insoddisfazione profonda.
“L’entrata in guerra, la prima guerra mondiale nel 1914, si era poi subito rivelata una tragedia per la Russia. Perché se negli anni precedenti la sua economia agricola ed industriale aveva fatto notevoli progressi, la stessa cosa non era avvenuta in campo sociale, dove resistevano istituzioni vecchie e semifeudali. Sia i mugik, cioè i contadini che erano ancora come i servi della gleba del medioevo per gli aristocratici, ed i kulak, cioè i contadini che erano diventati piccoli proprietari e gli operai delle fabbriche non godevano di alcuna protezione da parte della legge.
“Le sconfitte ripetute ed il distacco dalla gente dello zar Nicola II di fronte alla crisi, fecero sì che nel 1916 la Russia precipitasse in un marasma che conduceva alla rivoluzione scoppiata nel marzo del 1917, e che da Pietroburgo si sparse in tutto l’immenso paese, costringendo lo zar ad abdicare e trasformando la Russia per la prima volta in una repubblica.
“Nel nuovo stato però si affrontano due poteri: il governo provvisorio, appoggiato dalla borghesia liberale ed i Soviet, consigli rivoluzionari ispirati dai socialisti e appoggiati dalle masse popolari. Anche se i bolscevichi, sotto l’influenza di Lenin, tentano di rivendicare tutto il potere ai Soviet, si vive con un doppio potere, mentre i contadini si appropriano per conto loro delle terre.
“Questo poi l’hanno tentato anche in Italia, vero?
“Sì, ma andiamo avanti. In agosto, di fronte ad un colpo di stato reazionario, con cui lo zar tenta di riprendere il potere, i bolschevichi iniziano una nuova rivoluzione che si conclude il 7 novembre col governo provvisorio che da origine ad uno stato comandato dal Consiglio dei Commissari del Popolo, presieduto dallo stesso Lenin.
“E’ questo consiglio che tratta la fine della guerra con gli imperi centrali, cioè l’Austria e la Prussica, accettando condizioni durissime nella pace di Brest-Litovsk, completando poi la distribuzione delle terre ai contadini, delle fabbriche agli operai e nazionalizzando le banche. E nonostante il tentativo di reazione delle Armate Bianche, sostenute da forze francesi, inglesi e giapponesi, lo scontro si conclude con la vittoria dell’Armata Rossa nel 1922 e la proclamazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’URSS insomma!
“Ma allora nel 1919 non c’era neanche l’Unione Sovietica!! – fa incredulo l’Angiolino.
“Certo che no! E allora è per questo che c’era tanta incertezza e confusione anche in Italia ed i socialisti non sapevano bene che fare!
“Che ci fossero i giapponesi nella rivoluzione russa…questa poi! I giapponesi oggi te li ritrovi in giro dappertutto! Ma allora…- la Luigia era stupita per la notizia.
“Sì, c’erano anche se in un secondo momento, ma questo che c’entra?
“Giusto, non vuol dir niente. Ma allora quelli del biennio rosso? Gramsci e Togliatti non erano comunisti?
“E no! Nel 1919 erano ancora dei socialisti. Diventeranno comunisti solo nel 1921 col congresso di Livorno. Ne parliamo dopo…
“Bel comunista che sei! Non sapevi neanche che Gramsci era socialista! La confusione: ecco cosa siete! – punzecchiava la signora.
“Sentitela! Lei che col suo ‘Che ne so io?’ ha madato su i fascisti al governo!
“Io non ho mandato su nessuno…
“Signori, signori!! Come eravamo d’accordo? Devo smettere e lasciarvi litigare?
“No, no, continua. Di litigare abbiamo tanto tempo dopo… quest’inverno quando non ci sei. Allora le avrò io un po’ di cose da dire a quel ‘so tutto io’!!
“Beh! Nel 1919, con questo articolo si accompagnavano le proteste, che iniziarono nelle fabbriche meccaniche, per passare poi alle ferrovie ed ai trasporti ed in altre industrie, mentre i contadini occupavano le terre come avevano fatto in Russia nel ‘17.
“La Pianura Padana era la più vicina alle fabbriche e qui cominciarono gli scontri nelle campagne tra proprietari e braccianti agricoli, con gli atti di violenza che ho già ricordato e le risposte, altrettanto sanguinose e spregiudicate, soprattutto in Emilia Romagna.
“Lo sciopero però non era solo questo: gli scioperanti provavano per la prima volta una autogestione operaia. Furono oltre mezzo milione gli scioperanti che lavoravano producendo per loro stessi. E l’unione sindacale che li organizzava, l’USI, raggiunse quasi un milione di iscritti. Una cifra incredibilmente alta per un’associazione d’allora!
“Anzi, nelle fabbriche del nord l’esperimento si diffondeva velocemente con l’appoggio degli anarchici, mentre i socialisti più che altro stavano a guardare. Fu allora che Gramsci, che stava tra i socialisti massimalisti, capì che il partito era incapace di reagire e cercò di organizzare, anche praticamente, gli operai a Torino. Ma gli operai questa volta vennero affrontati dal governo, che appoggiava la reazione degli industriali, che si vedevano portar via le fabbriche, con migliaia di militari in assetto da guerra.
“Dal 28 marzo 1920 si fronteggiavano dunque due schieramenti: gli operai, che avevano dichiarato sciopero ad oltranza da una parte, e dall’altra i proprietari che chiudevano le fabbriche come reazione. E lo scontro durò alcuni mesi con trattative sugli aumenti salariali sempre respinti dalla Confederazione generale dell’Industria. E le risposte negative inasprivano ogni volta ulteriormente il contrasto.
“Fu a questo punto che gli operai occuparono le fabbriche anche con le armi: era il 30 agosto dello stesso anno.
“Il Partito Socialista intanto tentava di trattare col governo di Giolitti, mentre gli industriali e gli agrari, più pratici, pagavano direttamente le squadre dei ‘ras’ fascisti perché diffondessero il terrore tra la gente. Agli scioperi agrari nella Pianura Padana, allo sciopero generale dei metallurgici in Piemonte e all’occupazione delle fabbriche in molte città italiane, i fascisti rispondevano con la violenza. Squadre armate di fascisti intervenivano apertamente ormai per spezzare gli scioperi aggredendo i partecipanti, picchiando i deputati ed i simpatizzanti socialisti.
“A novembre, pistolettate e bombe a mano accolsero l’elezione del nuovo sindaco socialista di Bologna. In piazza morirono nove persone, mentre un consigliere nazionalista veniva ucciso in Consiglio Comunale. Ma le ‘spedizioni punitive’ imperversavano anche in Toscana, Lombardia, Veneto, Umbria… vennero assaltate metodicamente le case del Popolo, le sedi delle amministrazioni comunali socialiste e le leghe cattoliche...
“In una Venezia Giulia appena italiana, squadre di fascisti assalirono ed incendiarono le sedi dei giornali in lingua slovena. I fascisti erano anche razzisti ed in Alto Adige miglior sorte non toccava di certo alla maggioranza degli abitanti di lingua tedesca, di cui i fascisti chiedevano una ‘italianizzazione’ forzata. In quella occasione Mussolini affermava che: ‘Dobbiamo estirpare il nido di vipere tedesco!’.
“Erano soprattutto i prefetti, i commissari di polizia, i comandanti militari che permettevano ed anche agevolavano in certi casi le’ operazioni’ delle squadracce fasciste contro il ‘sovversivismo rosso’.Chi doveva mantenere l’ordine fomentava il disordine e lo favoriva!
“Di fronte a tutto questo, Giolitti cercava di minimizzare dicendo che: ‘Sono dei fuochi d’artificio, che fanno molto rumore ma si spengono rapidamente!’.
“Come mi diceva un mio maestro: era un utile idiota!
“Infatti, la mancanza d’intervento della polizia e dell’esercito a salvaguardia della legge e dei cittadini, era per Giolitti solo in attesa che il movimento si esaurisse da solo, che terminassero le materie prime nelle fabbriche e nei magazzini delle aziende occupate, che gli operai si convincessero che l’occupazione non poteva durare all’infinito. Nel contempo però, promuoveva gli incontri fra sindacati ed imprenditori e, praticamente, obbligò gli industriali a concedere maggiori diritti e aumenti salariali agli operai.
“All’inizio di ottobre, Giolitti riuscì così a far firmare alle parti un compromesso con una legge sul controllo operaio delle fabbriche, che tuttavia non sarebbe mai stato messo in atto. Comunque questo concluse le agitazioni con risultati economici positivi. I lavoratori ottenevano miglioramenti retributivi e delle condizioni di lavoro, con orari che scendevano da dieci-undici ore al giorno ad otto ore lavorative.
“Gli effetti politici furono però quelli di spaventare la borghesia e il ceto medio impiegatizio, che cominciava a costituirsi come classe sociale in Italia. Paurosi di una possibile rivoluzione, questi piccoli borghesi appena affacciatisi alla scena politico economica, erano segretamente attratti dal fascino dell'idea che un appoggio alla violenza dei fascisti avrebbe difeso i loro piccoli interessi privati. Naturalmente tutto questo senza esporsi personalmente, ma eventualmente nel segreto di un'urna elettorale appena se ne prestasse l'occasione.
"Del resto fu lo stesso Giolitti a favorire l'ascesa di questo partito che non aveva nessun rappresentante ancora in parlamento. In occasione delle elezioni del maggio 1921, nello stupido tentativo di assorbire i fascisti all'interno della prassi parlamentare, togliendoli alle manifestazioni più becere della loro violenza, li inserì nei blocchi nazionali da opporre ai partiti di massa rappresentati dai popolari e dai socialisti. Ad essi si aggiungeva il neonato partito comunista, appena uscito dalla scissione di Livorno.
“Ma non ne hai parlato! E Livorno è qui a due passi…- ancora l’impazienza dei miei ascoltatori mi interrompeva.
“Un attimo! Dopo ne parlo ancora, ma fammi finire questo.
"Così, con l'appoggio dichiarato di Giolitti, furono eletti al parlamento 35 deputati fascisti con alla testa Benito Mussolini. Era uno sparuto drappello che avrebbe però imposto se stesso a tutti gli italiani con la prevaricazione e la prepotenza non contrastata dalle istituzioni.
"Le speranze di Giolitti, o meglio sarebbe definirle stupide illusioni, furono immediatamente smentite. Le violenze non si conclusero affatto con le elezioni. Nella Pianura Padana, nei primi mesi del 1921, erano già stati 726 gli attacchi operati dalle squadracce fasciste. E gli obiettivi mostravano come volessero colpire proprio ed esclusivamente gli interessi dei partiti di massa: furono distrutte 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni socialiste, 100 circoli culturali, 28 sedi di sindacati operai, 53 circoli ricreativi operai…
"Chi doveva mantenere l'ordine scrisse le pagine più brutte e vili per le istituzioni dello stato. Non intervenne per impedire l'illegalità ed in alcuni casi le stesse forze di polizia si affiancarono alle squadracce fasciste.
“Ad essi reagirono anarchici e comunisti, che formarono a loro volta le squadre degli Arditi del Popolo, dando vita a scontri impari come la difesa di Parma, assalita nell'agosto del 1922 da migliaia di fascisti.
“Tuttavia, questo non serviva ormai a nulla. Non si poteva modificare il precipitare degli eventi, quando le stesse istituzioni dello stato erano largamente compromesse col fascismo. Già nel settembre del 1920 lo stato maggiore dell’esercito scriveva ai comandi di corpo d’armata: ’Dalle notizie che pervengono in merito all’attività dei Fasci di combattimento, si rileva come essi in genere vadano assumendo non lieve importanza e che possono ormai considerarsi forze vive da contrapporre eventualmente agli elementi antinazionali e sovversivi. Sembra pertanto opportuno che codesto Ufficio procuri di tenere il contatto con i medesimi seguendone da vicino l’attività ed informando eventualmente di quanto al riguardo risultasse specialmente notevole’!
“Capite adesso da dove veniva il sostegno al fascismo e chi ha facilitato la conquista del potere in modo antidemocratico ai fascisti?
"Quindi il biennio rosso aveva prodotto due forze diametralmente contrapposte e, pensate un po’, entrambe erano nate dal partito socialista. Da una parte, nel gennaio del 1921 a Livorno, dove c’era stato il Congresso del Partito socialista, si manifestarono in tutta la loro asprezza le dissidenze dei gruppi di Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci e si fondava il Partito Comunista. Nel contempo, si rafforzava e si delineava nei suoi caratteri più distintivi il volto reazionario e violento del fascismo, altrettanto determinante per la successiva storia d'Italia, con l’appoggio, anzi la connivenza delle istituzioni.
“Infatti, caduto immediatamente il governo Giolitti, proprio per il fallimento della sua politica che aveva dato via libera e sostegno all’entrata in parlamento dei fascisti, sotto i deboli governi Bonomi e Facta che ne seguirono, i fascisti spadroneggiavano su intere regioni senza l’intervento benché minimo dei poteri dello stato in difesa della legalità. Mussolini tuttavia non voleva confondersi apertamente con lo squadrismo per non essere travolto e superato dagli stessi ‘ras’ delle province e fingeva un atteggiamento costituzionalista, firmando addirittura un’ patto di pacificazione’ coi socialisti. Tutte balle!
“Il patto fu di brevissima durata e servì egregiamente a Mussolini per farsi la fama di perbenista politico, mentre seguiva la linea del ‘doppio binario’, squadristico e legalitario, una linea che venne confermata al Congresso che a Roma, nel novembre del ’21, trasformò i fasci di combattimento nel Partito Nazionale Fascista.
Erano passati ancora alcuni giorni dal nostro ultimo incontro. Angiolino restava più a lungo in mare quelle mattine di bonaccia ed anche la signora Luigia sembrava assorta nei suoi pensieri e rispondeva in maniera distratta alle domande che, passando, le lanciavo di sottocchio facendo attenzione che nessuno se ne accorgesse. Ne facevo un punto d'onore che nessuno venisse a sapere delle nostre discussioni. Non avrei saputo quale spiegazione logica dare.
Con lo stesso Angiolino ne avevo parlato alcune volte, con suo grande divertimento, sottolineando con puntiglio le mie perplessità di insegnante. Avevo un po' di reputazione da difendere e non era una scusa che perlopiù nessuno lì mi conoscesse nelle mie funzioni e competenze professionali. Angiolino sosteneva che le convenzioni comuni fossero solo delle stupide costrizioni per non lasciarci fare quello che in realtà ciascuno vorrebbe fare senza ‘rompere nessuno'. Ed oggi debbo convenire che lo stesso Angiolino aveva pure ragione da vendere nel merito. Per questo vi suggerisco di lasciarmi perdere se mi incontrate in qualche situazione curiosa.
Del resto, sembrava che negli anni, l'unica persona 'estranea' che fosse ammessa alle nostre interminabili e litigiose discussioni fosse completamente a suo agio tra di noi e non trovasse assolutamente nulla da ridire. Si trattava naturalmente di Matilde, mia figlia, che tutto però chiamiamo Mati con affetto.
In realtà, dapprima era troppo piccola per interessarsi alle nostre chiacchiere e le bastava qualche gioco da realizzare silenziosa e compunta, sistemata un po' all'ombra ma sempre in vista. Intenta ai suoi giochi, si interrompeva solamente per guardare sognante di tanto in tanto, stupita ed ammirata, il fascino del mare di Manarola, o per avvertirci che oramai s'era fatta magari l'ora del pranzo nelle giornate più uggiose. Per lei infine, era divenuto così naturale vivere nel magico mondo dei nostri incontri così irreali che, tutto sommato, non ha mai chiesto di uscirne più. Forse per questo mi assomiglia!! E Patty aggiunge: purtroppo!
Allora io non capivo neppure quanto profonda fosse l'eco delle mie parole per i miei due interlocutori. Per me, i fatti che andavo raccontando erano stati solo oggetto di studio e di ricerca. Per loro erano invece parti ancora vive della loro esistenza, momenti sofferti in cui, oltre alle loro convinzioni, dovevano ricollocare anche i volti e gli affetti di tante persone conosciute ed ormai scomparse, che avevano segnato profondamente da dentro e da fuori la loro vita. Non era facile per loro rovesciare o mutare anche d'un poco le convinzioni che s'erano passo passo costruite negli anni e ora, forse, non trovavano quasi neppure le parole giuste per esprimerle.
M'ero persino accorto allora di come ciò che avevo più temuto e che m'aveva reso per tanto tempo restio ad addentrami nella storia dell'ultimo secolo, fosse completamente errato. Avevo temuto dentro di me che raccontare fatti così addentro la loro esperienza comune potesse scatenare il contrasto aperto e più irrispettoso delle opinioni dell'una nei confronti dell'altro. Ed invece mi accorgevo che, man mano ci si avvicinava all’oggi, le mie parole sedimentavano sempre più a lungo nel loro animo, rivissute nel loro significato più profondo, forse addirittura così profondo da essere irraggiungibile anche per me. E come tutto ciò richiedesse loro sempre più una cosa semplicissima, ma che in realtà è molto grande: il silenzio. Un silenzio in cui meditare su ciò che avevano sentito, per riviverlo dentro in un modo nuovo, consapevole.
Per questo passarono alcuni giorni, con tacito assenso comune, prima che una mattina d’improvviso si riprendesse il discorso bruscamente interrotto.
“Il fascismo conquistò definitivamente il potere nel 1922, con la marcia su Roma. Infatti, si era creata un’Alleanza del Lavoro fra la CGL ed altre organizzazioni sindacali, per creare una difesa di lavoratori contro il dilagare della violenza fascista. Il 31 luglio venne proclamato lo sciopero generale di protesta in difesa della legalità e la direzione del partito fascista pose un ultimatum al governo Facta, minacciando l’intervento delle squadracce fasciste se lo stato non chiudeva la protesta in quarantotto ore! Ne conseguirono giorni di violenze ed attacchi da parte delle squadracce fasciste, mentre le forze dell’ordine restavano a guardare.
“Fu un colpo di stato vero e proprio, cui mancava solo l’avallo, il consenso del re, perché questo avesse apertamente l’appoggio degli ambienti militari. Il partito fascista era dichiaratamente repubblicano, ma la sete di potere, comunque, permetteva a Mussolini di compiere qualsiasi voltafaccia ed a Udine, in un discorso confuso del settembre dello stesso anno, dichiarava che: ’Io penso che si possa rinnovare profondamente il regime, lasciando da parte l’istituzione monarchica…Perché siamo repubblicani? Perché vediamo un monarca non sufficientemente monarca. La monarchia rappresenterebbe, dunque, la continuità storica della nazione’. E nello stesso discorso tranquillizzava anche gli ambienti industriali che vedevano di malocchio i suoi precedenti socialisti, facendo professione del più radicale liberismo economico.
“Dalla parte dei padroni apertamente, insomma…! - Angiolino quasi voleva una conferma per se stesso.
“Sì, chiaramente dalla parte degli industriali e degli agrari. Del resto i fascisti lo avevano dimostrato fin dalle origini dei fasci di combattimento. Questo era il sigillo ufficiale che confermava la continuità con gli stessi.
“Le dichiarazioni dell’inevitabile presa del potere da parte dei fascisti era sempre più apertamente dichiarata dallo stesso Mussolini. I fascisti si preparavano ad un atto di forza. E così, il 24 ottobre del ’22, si riunirono a Napoli alcune migliaia di camicie nere e Mussolini urlava loro:’O ci daranno il governo, o lo prenderemo calando su Roma: ormai si tratta di giorni e forse di ore…’.
“Così, come diceva un comunicato dei quadrumviri fascisti, il 27 ottobre l’esercito delle camicie nere marciava ‘disperatamente’ su Roma. In realtà la vera disperazione doveva essere quella dei milioni di italiani che perdevano la libertà, perché la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922 non trovò alcuna forma di resistenza apprezzabile da parte dell’esercito o delle forze dell’ordine. Anzi, il re, che il 27 aveva accordato col Facta di proclamare lo stato d’assedio, la mattina dopo si rifiutò di firmarlo consegnando di fatto il paese nelle mani di Mussolini! Infatti, qualche giorno dopo, il re affidò anche l’incarico di formare il nuovo governo a Mussolini, come fosse un normale avvicendamento di ministeri. La gloriosa Marcia su Roma si era conclusa!
“Ma non avevano almeno il senso del ridicolo? - borbottava Angiolino.
“No, i tragici buffoni della storia, che portano tanti uomini alla catastrofe, purtroppo il senso del ridicolo non ce l’hanno!
“Perché dici sempre il re, senza nominarlo? Era pur sempre il re d’Italia, no?- la Luigia monarchica lo resterà comunque sempre.
“Ha ragione signora Luigia. Ma è più forte di me. Amo troppo l’Italia e certi personaggi mi vergogno che siano stati al potere nella nostra nazione ed abbiano fatto la nostra storia. Una tragica storia, purtroppo!
A quel punto, mi conveniva tacere ed andarmene in fretta prima della sfuriata di qualcuno.
“Il primo governo Mussolini, al quale partecipavano anche ministri liberali, ottenne il voto di fiducia di un ampio fronte parlamentare che andava dalla maggioranza dei liberali al partito popolare. Furono infatti 306 i voti favorevoli e 116 contrari. In pratica, liberali e popolari davano il consenso al colpo di stato. Eppure di questo non ne ebbero coscienza.
“Ah! Ma allora è proprio vero che la stupidità non ha limite! – sibilava la Luigia indignata.
“Utilizzando i poteri costituzionali che gli venivano dati dal re, tra il 1922 e il 1925, Mussolini iniziò un sistematico processo di cambiamento dello Stato secondo le prospettive particolari del fascismo, delle sue strutture e della sua organizzazione, gettando le basi per una dittatura in Italia: rafforzava senza tentennamenti il potere esecutivo, indeboliva dall’altra parte l’intervento del Parlamento nelle decisioni più importanti, integrava le strutture militari e politiche fasciste nell’apparato dello stato, riducevate prerogative dell’opposizione, riduzione che presto diverrà eliminazione totale del pluralismo politico, per imporre il partito unico, eliminazione delle libertà costituzionali più importanti, come quelle di stampa, di associazione e di sciopero.
“E vero, è vero – si ripeteva Angiolino – quanto siamo stati stupidi allora a non accorgecene subito. E noi c’eravamo dentro!
“Sembra incredibile con quale facilità si potesse allora rinunciare alla libertà. Ma quella libertà era il frutto sudato dello stesso Risorgimento, della stessa unificazione d’Italia che tanto sangue e tante fatiche era costata agli italiani nel secolo precedente. Non erano neanche passati cent’anni dall’unità…- sospirava anche la Luigia – ma come potevano non accorgersene?
“Purtroppo quello che succedette allora, con l’accecamento quasi di tanta gente in buona fede, si può ripetere. Anzi, ho proprio paura che possa essere ancora adesso non solo un pericolo presente per la nostra democrazia, ma una realtà che avanza senza farsi capire, fingendo di cambiare solo poche cose e minando la democrazia stessa nelle sue fondamenta!
“Adesso?? E come sarebbe?? Stai parlando di questi anni?
“Sì, sembrerà strano che sia così pessimista, ma forse in Italia succede oggi un po’ la stessa cosa. Vedi, allora c’era gente scontenta e gente che aveva raggranellato in qualche modo un po’ di soldi, magari col mercato nero o che si sentiva cresciuta socialmente, diventata un po’ più importante. E aveva una paura matta che qualcuno gli portasse via i propri privilegi. Pensava: ‘No, non si può star bene tutti. Quindi meglio che stia bene io, gli altri s’arrangino!’. Pensava e pensa che la solidarietà era ed è oggi un pericolo per loro. In questa situazione, quando qualcuno fa la voce grossa, promette promette e dice che ci pensa lui a difendere i loro privilegi, i loro diritti particolari, questa gente diventa ancora cieca, si lascia abbindolare.
“Sarebbe comunque il meno, se gli imbrogliati fossero soltanto loro! La rinuncia alla libertà, al parlamento, alla stampa, alla libera comunicazione ed al confronto fra diversi però porta sempre, sicuramente, alla perdita della loro sicurezza ed a quella di tutti gli altri che, pur non convinti di tutto ciò, sono costretti a viverlo. Cascarci è facile, mentre uscirne invece è molto doloroso. E quando ci si risveglia allora sono guai. E guai grossi. Perché, allora, recuperare quello che si distrugge con la rinuncia alla libertà diventa lungo e faticoso e lo si paga abbondantemente.
“Sii un po’ più chiaro! A chi ti riferisci quando dici che oggi…- ecco l’ansia di Angiolino.
“Eh! Un momento. Mi sono lasciato andare, ma sto anticipando troppo. Ci arriveremo ad oggi, ma lasciatemi prima finire di parlare del fascismo, o no??
“Certo, certo, non perdiamo il filo, altrimenti poi non ci capiamo più nulla. Siamo solo all’inizio di questa storia di Mussolini.- la signora era più abituata all’ordine nelle cose.
“Nel 1922 nasce, con grandi celebrazioni, il Gran Consiglio del fascismo e l’anno seguente lo squadrismo, così come ho anticipato, diventa Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, cioè viene addirittura riconosciuta come una terza forza di sicurezza con polizia e carabinieri. Il doppio scopo, da parte di Mussolini, era di potersene servire a suo uso e consumo contro i nemici politici ed esercitare un controllo diretto sul braccio armato del suo stesso movimento.
“Cioè, cosa vuol dire?
“Vuol dire che Mussolini non si fidava neanche dei suoi fascisti con in mano le armi e voleva avere una sorta di guardia del corpo sua, per evitare ogni sorpresa.
“Come gli imperatori romani con quei… come si chiamavano?
“Come un imperatore romano coi suoi pretoriani. Del resto una delle fantasie di Mussolini era quella proprio di ricostruire l’impero romano e lo scimiottava sotto diversi aspetti. Ad esempio il re d’Italia non diventerà ‘imperatore’? Sempre nel 1923, venne approvata una nuova legge elettorale, la legge Acerbo, che eliminava di fatto il sistema proporzionale fissando un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei seggi per la lista che otteneva più del 25% dei voti. Una vera truffa elettorale per fingere di impossessarsi democraticamente di tutto il potere dello stato.
“Con un quarto dei voti si aveva il controllo dell’Italia??Ho capito bene?
“Sì, hai capito bene! Le elezioni dell’aprile 1924 si svolsero in un clima di terrore e di violenza. Le opposizioni erano come sempre lì a beccarsi tra loro come i famosi polli di Renzo, e non davano una alternativa valida al ‘listone’ fascista. Anche perché al ‘listone’ aderivano anche la maggior parte dei liberali eccetto Giolitti, che aveva capito finalmente l’enorme errore che aveva compiuto così ingenuamente. Fatto sta che il ‘listone’ conquista 403 seggi contro i soli 106 delle opposizioni.
“Il gioco ‘democratico’ era fatto. Questo serviva a Mussolini per garantirsi un periodo di tregua così da non sentirsi il fiato sul collo da parte delle altre democrazie europee.
“Subito dopo le elezioni però, il fascismo si trova a dover affrontare una gravissima crisi. Infatti il partito fascista non si era fidato neppure della riuscita del ‘listone’ ed aveva preso le sue precauzioni che come al solito si basavano sulla illegalità garantita. E qualcuno aveva avuto da ridire apertamente in Parlamento. Il modo più semplice e naturale in una democrazia che si rispetti! E il modo più semplice di rispondere per un regime antidemocratico qual è allora? Far sparire per sempre chi alza troppo la voce nella denuncia. E così fu.
“Proprio in seguito al rapimento e all’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti, che all’apertura della nuova Camera aveva denunciato, apertamente e documentandole, le innumerevoli illegalità e le violenze perpetrate durante la campagna elettorale da parte dei fascisti, nel paese si diffuse un’ondata di proteste e indignazione.
“Le forze d’opposizione, dai liberali di Amendola, ai socialisti, ai comunisti, abbandonano il Parlamento e si ritirano su quello che Filippo Turati definì ‘l’Aventino delle coscienze’.
“L’Aventino?Non ne ho mai sentito parlare!
“Neppure io so cosa sia questa roba!
“Avete ragione. Ve lo spiego subito. Con tutto questo parlare della storia romana a quel tempo, anche l’opposizione si serviva di un esempio che veniva proprio da lì. E’ un aneddoto che si racconta a tutti i ragazzi a scuola quando studiano appunto la storia di Roma.
“Era successo infatti che, durante la formazione delle istituzioni della repubblica romana, addirittura nel lontanissimo 494 avanti Cristo, i plebei, che erano i poveri, siccome a loro non veniva concesso alcun potere, se ne erano andati dalla città per protesta e si erano rifugiati su uno dei sette colli di Roma, appunto l’Aventino, lasciando da soli i patrizi in città. Naturalmente dopo un po’ i ricchi patrizi si accorsero che senza chi lavorava, per loro diventava impossibile vivere. Allora mandarono sul colle un certo Menenio Agrippa, che raccontò loro una storiella. Cioè che una volta, le membra del corpo se la presero con lo stomaco, perché a lui andava tutto il cibo ed a loro non toccava mai nulla. Quindi decisero di fare lo sciopero. Le mani non prendevano il cibo, gli occhi non lo guardavano, la bocca non lo accettava, il naso… insomma, nessuno collaborava per danneggiare lo stomaco. Dopo un po’ tuttavia, tutte le membra si accorsero che stavano indebolendosi e facevano fatica a svolgere le loro funzioni e finalmente capirono che, se allo stomaco andava il cibo, era un vantaggio ed un beneficio per tutti. Allora ricominciarono a collaborare! Il concetto era che in uno stato tutti devono fare la loro parte, anche se sembra la meno fortunata, perché solo così si possono avere vantaggi per tutti e si può sopravvivere. Fu così che i plebei tornarono a Roma e fecero la pace coi patrizi che concessero loro in cambio dei vantaggi.
“E andò così anche coi fascisti?
“Proprio no! E questo dice che anche le leggende non insegnano poi molto. Come la storia del resto! Perché le differenze interne delle opposizioni restavano. I vecchi liberali di Giolitti ed i socialisti erano più prudenti, mentre i comunisti pensavano ad un vero e proprio Parlamento alternativo. Così, il progetto di convincere il re a rivedere le sue decisioni e indire nuove elezioni ripristinando la legge proporzionale per i partiti falliva
“E ti pareva! Vuoi che una volta siano d’accordo a sinistra?
“Così, il 3 gennaio 1924, Mussolini pronuncia un discorso alla Camera che diceva: "Dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto". Il capo del governo legittimo si assumeva apertamente e proditoriamente la responsabilità dell’ assassinio e degli altri reati! Era la dichiarazione che qualsiasi delitto poteva essere commesso dal fascismo impunemente! La dittatura era iniziata col suo vero volto criminale.
“Nei giorni seguenti venne abolita la libertà di stampa per i giornali di opposizione, chiusi 35 circoli politici, sciolte 25 organizzazioni definite sovversive, serrati 150 esercizi pubblici, arrestati 111 oppositori ed eseguite 655 perquisizioni domiciliari. E questo solo ufficialmente. Perchè la violenza contro gli oppositori si scatenava ancora una volta in modo selvaggio: Amendola, principale capo dell’opposizione dopo la morte di Matteotti, venne aggredito di nuovo, il 20 luglio 1925, da una squadra guidata da Carlo Scorza, futuro segretario del partito fascista, e morì nell’aprile successivo in Francia. La famiglia Rosselli subì tre ‘azioni punitive’. Filippo Turati e Gaetano Salvemini vennero obbligati a rifugiarsi all’estero dove già c’era il fondatore del Partito Popolare cattolico, Don Luigi Sturzo. Il 4 ottobre 1925 si ripetè a Firenze una strage di antifascisti come quella che già era vvenuta il 18 dicembre 1922 a Torino, in quella che fu definita la ‘notte di San Bartolomeo’, per ricordare quando i cattolici avevano massacrato gli ugonotti in Francia per prendere il potere.
“Anche alla Camera dei deputati, del resto chiusa per lunghi periodi agli oppositori, i fascisti non permettevano praticamente più a loro di prendere la parola. Mussolini si esprimeva contro ‘il parlamentarismo parolaio’ che, diceva, ‘gli faceva solo perdere tempo’.
“Passarono solo pochi mesi e vennero varate le ‘leggi fascistissime’. Approfittando dell’attentato progettato da un deputato dell’opposizione, Tito Zaniboni, denunciato in anticipo da una spia il 4 novembre 1925, Mussolini fece occupare le logge massoniche, sciolse il Partito Socialista Unitario e ne soppresse l’organo di stampa, La Giustizia, s’impadronì del Corriere della Sera e della Stampa, sciolse centinaia di associazioni, decretò il licenziamento di migliaia di impiegati statali, tolse la cittadinanza agli esuli politici, modificò lo Statuto stabilendo che al capo del governo, nominato dal re e non più soggetto alla fiducia parlamentare, venissero attribuiti poteri speciali tra cui la nomina a sua discrezione dei ministri e la decisione sugli argomenti in discussione in Parlamento. All’inizio del 1926 vengono abolite le amministrazioni locali di nomina elettiva e il sindaco viene sostituito dal podestà di nomina governativa. Così il governo aveva un controllo diretto anche nei più lontani e sperduti paesini d’Italia. L’occupazione del potere da parte del fascismo era così completata. La parola democrazia e la libertà erano solo un rimpianto. Gli italiani erano schiavi del governo e, scrive un grande poeta della letteratura italiana, Eugenio Montale, ‘dei suoi scherani’, che vuol dire sgherri e sicari!
“E non era ancora finita. In seguito a un altro attentato che ancora oggi resta misterioso e che probabilmente era stato organizzato dallo stesso governo, di cui venne accusato un ragazzino di quindici anni, Anteo Zamboni, linciato sul posto a Bologna il 31 ottobre 1926, Mussolini istituì la pena del confino, introdusse la pena di morte, creò la polizia segreta, che si chiamava OVRA e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, per combattere e prevenire i reati politici, cioè incarcerare gli oppositori del fascismo, proclamò la decadenza di 120 deputati d’opposizione accusati di aver disertato i lavori parlamentari, compresi però anche i comunisti che a Montecitorio erano invece rientrati tentando di far sentire la loro voce.
“Tutti questi provvedimenti, che non facevano altro che aumentare i poteri dell’esecutivo, cioè del governo sul Parlamento, passarono in novembre alla Camera e al Senato senza che si potesse neppure discuterli. Durissime condanne furono comminate agli oppositori. Condanne che andavano da 20 a 23 anni di carcere per Gramsci, Terracini, Scoccimarro, ma furono centinaia gli antifascisti che riempirono le carceri. Le investigazioni e la repressione furono attuate soprattutto dagli uffici speciali di polizia che costituirono l’OVRA, la cui sigla, sempre rimasta misteriosa, fu inventata personalmente da Mussolini.
“Dal novembre del 1926 in Italia dunque finisce ogni tipo di libera vita politica e inizia il ‘regime’. Comincia la ‘fascistizzazione’ di tutte le istituzioni e di tutti i settori dell’attività nazionale: stampa, scuola, magistratura, diplomazia, esercito, organizzazioni giovanili e professionali. Vengono soppresse le libere elezioni a completamento dell’opera. Il regime parlamentare, a questo punto, non esiste più, sostituito da un regime autoritario a partito unico, incentrato sull’autorità del capo del governo e basato sul terrorismo poliziesco. E tutto questo non durerà breve tempo!
“La dittatura fascista durò un ventennio, fino al luglio del '43. La società, l'informazione, la scuola erano fascistizzate; gli oppositori picchiati, incarcerati, inviati al confino o costretti all'esilio ed al silenzio. Nel 1938 furono anche promulgate le leggi razziali, che privarono ebrei e zingari dei diritti civili.
“Ironicamente, l'inizio della fine per il regime fascista fu il Patto d'Acciaio stipulato proprio da Mussolini con Hitler e, successivamente, l'ingresso dell'Italia in guerra al fianco dei nazisti nel 1940. Solo allora tra gli italiani crebbe fortissimo il dissenso nei confronti di Mussolini, che prima era limitato a una minoranza.
“Caduto il fascismo, dopo l'armistizio del settembre '43, ci fu l'appendice della Repubblica Sociale. Il governo repubblicano divise in due l'Italia, collaborò apertamente alla politica tedesca di deportazione degli ebrei e degli oppositori politici nei campi di sterminio e trascinò i ‘ragazzi di Salò’ alla guerra civile contro i partigiani che lottavano per il ritorno alla libertà e contro l'invasore germanico.
“L'incubo finirà solo con la liberazione delle città del nord, nell'aprile 1945. La nuova costituzione repubblicana del '48 stabilirà anche il divieto di ricostituzione del partito fascista. Intanto però si era combattuta un’altra guerra: la seconda guerra mondiale.
“E’ il periodo più nero e vergognoso della nostra storia italiana. Ecco perché penso che chi oggi inneggia al fascismo e lo giustifica, anche per ignoranza di ciò che il fascismo è veramente stato, si renda non solo imbecille ora, ma anche complice dei crimini che il fascismo ha perpetrato nella nostra patria!
Quel giorno il tempo era volato come d’incanto. Quando ci risvegliammo da una specie di sogno che ci aveva sottratti alla realtà, gli ultimi bagliori del tramonto si erano allungati in un nastro dorato sulle onde appena increspate del mare. Attorno avevamo una piccola folla di curiosi che ci osservava con meraviglia e che, penso, avevano seguito un po’ stupefatti le ultime parti del nostro racconto.
Non ci salutammo neppure con la Luigia. Angiolino ed io ci avviammo lentamente verso la Marina Piccola che si illuminava come d’incanto.
Ormai non ricordo più i tempi ed i giorni delle nostre discussioni, così le date si confondono e s’accavallano confuse nei miei diari, anche perché ci sembrava sempre più di essere estranei alla vita ogni volta che ci ritrovavamo insieme come cospiratori.
Tutt’intorno a noi Manarola cambiava nel trascorrere veloce degli anni. Qualcuno se ne andava lassù al camposanto ed ogni stagione estiva anch’io vedevo sempre nuove facce d’arrivati, ma anche meno dei volti conosciuti nel tempo. Era Angiolino che si era silenziosamente incaricato di dar loro l’ultimo saluto per tutti noi, ma non amava parlare troppo di quei sui viaggi al camposanto in cima alla Punta, viaggi di cui avrebbe certo fatto volentieri a meno.
Manarola tuttavia cambiava inesorabilmente. Aggiungeva a sé case ristrutturate di fresco, dai colori sempre più sgargianti che la rendevano ancor più bella e pittoresca benchè meno vera; anche tre o quattro tra negozi e bar s’allineavano con tavolini e attaccapanni da boutique lungo la breve tratta verso la Marina e la rendevano variopinta sì, ma pure troppo popolata. Per questo ancor più noi s’andava al nostro rifugio, nella frescura del mattino, a goderci quei bricioli di solitudine rimasta. E vedevamo la signora Luigia imbronciarsi sempre più a quei mutamenti.
Certo, le si diceva per consolarla, Manarola non poteva restare quella di sempre. Lo era stata per più d’un secolo, dunque…
Non che il ragionamento la convincesse granchè, ma la si rassicurava che, in fin dei conti, l’importante era non snaturarla la nostra Manarola. Saremmo stati attenti noi che non si rovinasse ed abbruttisse con palazzi ed altri orrori della civiltà degli anni ottanta e novanta ed oltre.
“Me lo giuri tu, che giri il mondo, che c’è ben di peggio di quello che s’è fatto qui?- mi incalzava allora.
“Certo, rispondevo, e poi anche i manarolesi hanno diritto a migliorare la loro vita ed a godere del benessere del miracolo italiano! Si diceva così, anche se, in un certo senso, ci sembrava d’imbrogliarla ogni volta.
Infatti, i manarolesi che se n’erano andati a Spezia od a Genova erano molti e le case venivano vendute a gente di fuori, stranieri. Loro, i manarolesi, ritornavano solo per l’estate, un po’ come un tempo tornavano al sud, nella loro terra d’origine, gli emigranti di Francia, Svizzera, Germania…
Solo il mare di Manarola non cambiava e con noi sembrava il più assiduo lì, testimone un po’ rumoroso a volte sulla via per Palaedo.
“Dai, racconta un po’ che ci siamo persi un po’ di giorni di belle chiacchiere - suggeriva sempre Angiolino per rompere il silenzio. E eccoci lì di nuovo a parlare di storia.
“Col discorso del 3 gennaio del 1925, Mussolini aveva ormai tradotto in lettere chiare le intenzioni che aveva. La famosa ‘normalizzazione’ di cui aveva parlato in quell’occasione, era chiaro quale significato avesse. Non un ritorno alla legalità liberale, ma l’instaurazione di un regime autoritario e violento che si ammantava di un populismo demagogico, ponendo la sua base di consenso nella piccola borghesia. Mussolini contrabbandava per rivoluzionaria la più antica e retriva delle politiche, anche se continuerà a parlare di rivoluzione e si autoconvincerà forse di essere sempre un socialista!
“In pochi anni venne completato il regime e scomparvero le poche forme di libertà politica e sindacale. Anzitutto tutta la stampa rimasta fu sottoposta al rigido controllo centrale. L’Agenzia Stefani, strumento del regime e del Ministero della cultura popolare, arriverà ad istruire i giornali addirittura sul rilievo tipografico che dovevano avere le notizie ed il tono ed i commenti col quale dovevano essere presentate ai lettori.
“Tra il febbraio e il settembre 1926, come ho già detto mi pare, vengono sostituiti i sindaci ed i consigli comunali con i podestà e le consulte di nomina governativa. L’Opera Nazionale Balilla ha il compito di monopolizzare la formazione giovanile togliendola a qualsiasi altra associazione, anche cattolica. Scioperi e serrate vengono messe fuori legge: le controversie sono demandate alla corte d’appello che agisce come Magistratura del Lavoro. Nel ’27 , con la Carta del Lavoro si crea il cosiddetto Stato Corporativo che sfocerà alla fine nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni che sostituisce la Camera dei deputati. Naturalmente i suoi membri sono presi dal Consiglio del Partito nazionale Fascista e dalla Camera delle Corporazioni. Anche i capi di queste dovevano essere per legge ’di sicura fede nazionale’, cioè fascisti e non rappresentavano i lavoratori e le categorie economiche, ma la subordinazione delle categorie economiche imposte dal regime.
“Di fronte a tutto questo, ai Tribunali speciali per la difesa dello stato ed all’uso sempre più diffuso del confino per i dissidenti politici, lo stato maggiore di tutti i partiti antifascisti fu costretto a rifugiarsi in massa all’estero, soprattutto in Francia, dove c’erano circa diecimila rifugiati politici che costituirono una Concentrazione antifascista. I comunisti invece continuarono ad operare anche in Italia, clandestinamente, sotto la direzione di Gramsci e Togliatti, cercando di infiltrarsi nelle organizzazioni sociali e sindacali fasciste. Anche i Gruppi di Giustizia e Libertà, fondati a Parigi dal liberale Carlo Rosselli, operavano clandestinamente contro il regime che contrastava con la polizia segreta questi gruppi. Contro il fascismo si schierò anche il mondo culturale libero, tra cui la maggior figura di spicco fu il più grande filosofo ed intellettuale italiano del ‘900, Benedetto Croce.
“Ed i cattolici? La Chiesa? Non dicevano nulla?
“I rapporti con la Chiesa, soprattutto col Vaticano, furono di diverso tipo. Anche perché il fascismo, fin dall’inizio, aveva tentato ed era in gran parte riuscito a sottrarre quegli spazi che normalmente erano propri dell’intervento religioso: l’educazione e la formazione dei giovani e della gente. Come cercava di inserirsi in ogni settore della vita sociale, culturale, lavorativa sportiva e ricreativa, inquadrando rigidamente nelle proprie strutture e associazioni ufficiali la quasi totalità della popolazione, il regime aveva inventato anche l’Opera Nazionale Balilla per i giorvani di tutte le età, per condizionare il modo di pensare degli individui indottrinandoli fin dall’infanzia. E per condizionare ed orientare il modo di pensare e di agire delle masse, inoltre, il regime ricorse ai più moderni mezzi di propaganda come la radio, i film propagandistici, le manifestazioni e le parate…
“Fin dal momento dell’ascesa al potere, Mussolini iniziava anche un lento processo di avvicinamento alla Chiesa Cattolica, presentandosi come lo strumento più adatto ad una controrivoluzione nei confronti del comunismo ateo. Numerosi furono purtroppo i cattolici che, preoccupati della situazione sociale, premevano per un accordo col fascismo stesso. La Chiesa ufficiale era più cauta e passava da riserve e condanne, come quella che stigmatizzava la soppressione dei Giovani Esploratori Cattolici, ad atti e parole di distensione.
“Si arrivò comunque all’accordo, culminato nella stipula dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, firmato da Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri. I Patti prevedevano un trattato di conciliazione politica ed economica che risolveva definitivamente la annosa questione romana aperta dal tempo dell’unità d’Italia, riconoscendo al Papa la sovranità sulla Città del Vaticano e un Concordato che regolava vari aspetti del rapporto tra Stato e Chiesa, oltre ad una Convenzione finanziaria come risarcimento alla Santa Sede per la perdita dello Stato pontificio.
“E così la Chiesa era d’accordo col fascismo! - sbottava Angelino incollerito.
“No, questo non si può dire. E’ pur vero che nelle elezioni-farsa del 1929, che presentavano una lista unica proposta addirittura dal Gran Consiglio del Fascismo, molti esponenti del mondo cattolico e la rivista dei Gesuiti, Civiltà Cattolica, invitava i fedeli a votare a favore dei Patti Lateranensi e questo ebbe un immediato esito disastroso, perché contribuì a rafforzare e legittimare il fascismo, ma riuscì anche ad eliminare lo scontro insormontabile fra lo Stato Italiano e la Chiesa. E ciò sarà prezioso nell’immediato dopoguerra.
“Ma almeno dicevano che l’economia fascista era… era ben messa… - la Luigia cercava così anche lei di rintuzzare un po’ l’attacco non certo tenero di Angiolino.
“Mi spiace per lei signora Luigia, ma è senza dubbio male informata. L’economia fascista non andava affatto bene e sarà proprio questa costatazione che ci porterà all’avventura della guerra! Il fascismo non fu solo un disastro politico, ma una vera catastrofe di stupidità economica. Magari lo si capisse anche oggi!
“Dicci, dicci come…
“Inizialmente, il primo ministro fascista dell’economia, un certo De Stefani, aveva conseguito risultati notevolissimi per l’economia tra il ’22 ed il’25, aumentando le esportazioni per compensare la mancanza di mercato interno per la diminuzione dei salari. Il pericolo naturalmente era la svalutazione della lira nei confronti dei paesi da cui acquistavamo materie prime e grano. Proprio nel ’25 il cambio con la sterlina passò da 120 a 153 lire ed il dollaro da 23 a più di 31 lire! La svalutazione permetteva così di essere competitivi con l’estero, ma dimezzava i risparmi della piccola borghesia che sosteneva il fascismo ed impediva l’acquisto del grano e delle materie prime.
“Il ministro Volpi, il successore, allora scelse di difendere a tutti i costi la lira mediante il blocco delle importazioni. Si inventarono espedienti come la ’battaglia del grano’ per aumentare la produzione interna o l’aggiunta dell’alcol alla benzina. Fu abbassato forzatamente il cambio fino a 90 lire per una sterlina ed il duce si impegnò a difendere la lira ‘fino all’ultimo sangue’. Peccato che il sangue era quello dei lavoratori a salario. Il modo più comodo infatti, per scaricare l’inflazione, era proprio quello di tagliare i salari ai lavoratori dipendenti, di esigere un aumento sempre maggiore della produzione e di diminuire i costi con licenziamenti di manodopera.
“La diminuzione del tasso di cambio doveva diminuire il costo della vita, si diceva, e ristabilito il potere di acquisto dei salari. Invece, se questo funzionava per i prezzi all’ingrosso, sui mercati e nei negozi le cose restavano praticamente invariate.
“Nel ’27 le cose peggiorarono. La produzione del grano era insufficiente. Si cominciò a diminuire del 10% i salari ai contadini su proposta del sindacato fascista per finire col diminuire i salari industriali, in pochissimo tempo, del 16,5% e col decurtare del 12% i salari degli statali, mentre il prezzo della vita restava ancora quasi invariato.
“Nel ’29 la realtà si fece nerissima: a tutto questo infatti si assommò la grande crisi internazionale. Sempre più attività economiche vedevano allora la necessità di un intervento importante dello stato. Le banche rischiavano il fallimento ed allora fu costituito l’IMI, Istituto Mobiliare Italiano, che concedette prestiti, ma solo alle grandi imprese. Le piccole e le medie chiudevano o furono per legge costrette a fondersi con le grandi imprese alle loro condizioni, fino ad arrivare ad impedire la costituzione di nuove imprese senza l’autorizzazione governativa. E nel governo spadroneggiano i grandi industriali! Questi, di fatto, costituirono un controllo su tutto lo sviluppo dell’economia dello stato. E lo stato, coi soldi di tutti gli italiani, finanziava i salvataggi industriali per le grandi imprese, come quello della Montecatini e favoriva le grandi concentrazioni industriali.
“E’ forse ridicolo da dire, ma alla vigilia della seconda guerra si arrivò al paradosso che, a colpi di interventi di supporto e con la fondazione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, l’Italia era solo seconda all’URSS per il numero di aziende statalizzate. Solo che lo stato fascista difendeva solo interessi privati e addirittura settoriali. Lo stato fascista ed i gruppi industriali più potenti andavano felicemente a braccetto!
“Sembra di parlare dell’Italia di oggi!
“Già, sotto molti aspetti sembra proprio di parlare dell’Italia di oggi. Solo che gli italiani non se ne accorgevano allora e non se ne accorgono nemmeno adesso!
“Andiamo avanti con la storia va! Che a me pare che fate un po’ troppo politica voi, piuttosto!
“Giusto signora Luigia. Parliamo di storia. Cosa posso aggiungere, vediamo un po’…
“Aggiungi le cose buone del fascismo! Ne avrà pur fatte! Mi hanno raccontato solo frottole tutti? Va beh che dopo gli stessi hanno fatto presto a cambiar bandiera in un attimo…però…
“Tentiamo di dire qualcosa di buono allora. Dunque, partiamo dalla buona volontà di risolvere i problemi: questo va riconosciuto. Bisogna dire che tanti italiani che hanno aderito spontaneamente al fascismo, ci credevano nella possibilità che questo fosse in grado di risolvere i problemi. E questo è positivo. Però i risultati… prendiamo ad esempio la famosa ‘battaglia del grano’! Era iniziata fin dal 1925: si doveva produrre di più per non importarlo dall’estero. E va bene, gli italiani si impegnano. Ma era solo propaganda, incentivi, minacce… e solo nel 1933 finalmente la produzione copriva quasi il bisogno nazionale. Però, c’è un però!! Anzitutto erano stati convertiti alla coltivazione di grano anche terreni che non erano adatti, per cui alla fine i costi di produzione erano saliti ed il grano italiano veniva a costare prezzi molto superiori a quelli del mercato internazionale! Sì, il grano italiano costava di più, la gente guadagnava di meno, così comprava anche di meno diminuendo i consumi a svantaggio di tutta la produzione.
“Ma come? Se si produceva più grano?
“Eeehh!! L’economia non è così semplice. Chi produce spesso pensa che se paga meno gli operai è più competitivo e guadagna di più. Col cavolo! Se tutti fanno così, le persone in genere non hanno in tasca soldi da spendere, diminuiscono i consumi, i negozi chiudono e chi produce, produce per chi?? Va anche lui gambe all’aria!
“Chi troppo vuole nulla stringe ed il troppo storpia!!
“I proverbi, anche se vecchi, colgono sempre nel segno, soprattutto quando si tratta di nuovi arricchiti, emeriti imbecilli che credono di ‘fregare’ gli altri con le loro scorciatoie per il potere! Queste cose le sapevano bene i vecchi aristocratici di un tempo, senza aver studiato economia e usavano l’equilibrio. Del resto solo la giustizia alla fine paga. Il rimanente va in fumo in un modo o nell’altro! Magari più gente lo capisse anche oggi!
“E le bonifiche??
“Ecco, anche le bonifiche, è vero. Sempre per aumentare la produzione agricola, lo stato inizia nel ’28 a fare bonifiche: risanamento delle paludi, rimboschimenti, drenaggio e controllo delle acque, canali… Il resto dovevano farlo i contadini assegnatari. Questi però, nella maggior parte dei casi, non faceva nulla, magari perché non avevano poi i soldi per acquistare gli attrezzi per dissodare, gli animali da tiro, le sementi…oppure si risolveva in una serie di finanziamenti a fondo perduto su cui si gettavano i grandi agrari come avvoltoi, così si prendevano tutto gratis.
“Non che fosse sempre così. Ad esempio funzionò l’esperimento nella bonifica dell’Agro Pontino, tra Roma e Terracina, con la trasformazione di 60.000 ettari di terre incolte e malariche, la costruzione di paesi e la formazione di 3.000 poderi. Intanto però che succedeva questo, la disoccupazione passava dai 300.000 disoccupati del ’29 ad oltre un milione nel ’32.
“Lo stato, anche per sopperire appunto alla disoccupazione, inizia molti lavori pubblici: sviluppa strade, autostrade e ferrovie e costruisce palazzi comunali, tribunali, stazioni ferroviarie, poste…
“Ecco perché si assomigliano tutti!
“E’ vero: si assomigliano perché sono stati costruiti allora, con lo stesso stile. Tutto questo però era un fuoco di paglia, anche perché i soldi dello stato andavano a finire ormai in armamenti, per sostenere la produzione delle industrie e proprio per rispondere ancora una volta alle esigenze delle stesse si finì anche nella guerra coloniale in Etiopia.
“Con l’Etiopia?Ma sempre la guerra risolve i problemi delle aziende in crisi?
“Sì, pare proprio di sì. E poi l’Etiopia confina con l’Eritrea e la Somalia già sotto il controllo italiano. Povere terre per poveri colonialisti! Tra l’altro, l’Etiopia, che era governata dal negus Hailé Salassié, era entrata a far parte della Società delle Nazioni, una specie di ONU del tempo, che si era formata dopo la prima guerra mondiale, proprio su proposta di Italia e Francia. Nel ’35, anche per dimostrare la propria volontà aggressiva a Hitler, l’Italia dunque invade l’Etiopia, che si appella alla Società delle Nazioni e questa condanna il gesto italiano. Ci riempivamo però la bocca noi italiani. Avevamo formato l’Impero dell’Africa Orientale Italiana! La canseguenza furono le sanzioni economiche degli altri stati contro l’Italia, che finirono per determinare la completa autarchia della nostra economia.
“E cioè?
“Cioè già la politica protezionistica e la spinta alla produzione interna dei beni era stata forte. Il blocco economico delle importazioni estere spinse l’Italia a dover produrre per conto suo tutto ciò di cui aveva bisogno. A fare cioè la politica economica degli straccioni!
“Le scarpe con le suole di cartone ed i vestiti fatti con gli stracci macinati… Me li ricordo bene! E le pezze al culo!! Però avevamo un impero! Eh! Già, avevamo un impero!
“Sì, anche queste cose ora fanno solo ridere di noi. C’è tuttavia da dire che furono approvate nel contempo leggi che stabilivano le otto ore lavorative al giorno, portavano da 12 a 14 anni l’età per l’assunzione, miglioravano le norme degli infortuni sul lavoro, le malattie, l’invalidità…la pensione. E poi anche per i bambini… è organizzata l’Opera Nazionale per la Maternità e per l’Infanzia. Certo, questa era indirizzata alla politica demografica, cioè spingeva gli italiani a far figli, come l’imposta sul celibato e le premiazioni delle madri prolifiche!! Gli italiani infatti dovevano aumentare di numero. Non importa che ci fosse oltre un milione di disoccupati. Il duce voleva ‘dieci milioni di baionette’! Cretino!!
“Cretino!!
“Cretino!!
Non stupitevi. Questa volta, singolarmente se volete, eravamo finalmente tutti e tre d’accordo! Ma potevamo farne a meno?
“La seconda guerra mondiale non è arrivata tutta d’un colpo e neppure è spuntata come un fungo! Diciamo che si è fatto molto da parte un po’ di tutti per scatenarla - eravamo forse già alla fine degli anni ottanta quando caminciammo questo argomento.
“Cominciamo col dire che in URSS, nel 1924 era morto Lenin. E gli era successo Stalin…
“Quello te lo raccomando!! Bella canaglia!! – da chi venisse il commento è inutile dirlo.
“ … Stalin era contrastato da Troskj, che presto venne assassinato per ordine dello stesso Stalin, che coi suoi sicari lo scovò perfino in Messico dove si era rifugiato per scappargli. Il nuovo padrone del Kremlino cercava con un certo successo di trasformare il paese in una potenza industriale e ci riuscì pure, anche con campi di sterminio in Siberia e ogni sorta di sopruso e deportazione per i nemici politici, salari minimi per gli operai e una bella dose di assenza assoluta di democrazia per tutti! Ne uscì un’URSS terrorizzata, comandata da un dittatore rosso di sangue, ma in grado di resistere militarmente ad ogni eventuale aggressione esterna e interna.
“Intanto in Germania, dopo la fine dell’impero prussiano, era nata la Repubblica di Weimar, che si sfaldò in poco tempo anche per la macroscopica stupidità politica dei vincitori della guerra. Come potete costatare, a quanto pare una bella dose di stupidità sembrava attraversare l’intero comparto politico dei governi d’Europa in quel momento!
“Il trattato di Versailles, quello che concludeva la guerra e di cui abbiamo già parlato a lungo per l’Italia, fu definito un vero e proprio Diktat. Pensate che imponeva la restituzione alla Francia dell’Alsazia e della Lorena, due grandi regioni poste sui confini e sempre contese nei secoli tra le due nazioni; poi lo sfruttamento per ben quindici anni da parte della Francia delle miniere di ferro e carbone nel bacino della Saar; poi la cessione alla Polonia di tutti i territori tedeschi abitati anche in parte da polacchi; poi la rinuncia a tutti i possedimenti coloniali; poi la riduzione delle forze armate tedesche a soli centomila uomini; poi la cessione della intera flotta militare all’Inghilterra, che però non l’ebbe mai, perché i comandanti preferirono autoaffondare loro stessi le proprie navi; poi la completa smilitarizzazione della Renania, che era un territorio al confine con la Francia; poi la rinuncia all’artiglieria pesante, all’aeronautica ed ai sommergibili; e infine la dichiarazione pubblica di essere l’unica responsabile della guerra e quindi di dover pagare il risarcimento di tutti i danni provocati dal conflitto! Una bella storia vero?
“Bene, ancora nel 1923, non contente, Francia e Belgio, per rifarsi della mancanza dei versamenti in natura da loro pretesi e che ovviamente i tedeschi non erano in grado di procurare, occuparono il bacino della Ruhr che forniva alla Germania quasi tutto il carbone e l’acciaio per l’industria nazionale. Questa ultima aggressione portò alla rovina completa la Germania, che reagì allora con la resistenza passiva: i lavoratori della Ruhr entrarono in sciopero indeterminato e rifiutarono ogni collaborazione coi francesi. Il governo di Weimar cercò in ogni modo di sostenere gli scioperanti, ma ciò portò ad una incredibile inflazione nel paese. Alla fine del 1923 ci volevano 4.200 miliardi di marchi per comprare un dollaro!
“Però ai tedeschi gli stava bene!
“Ah! Proprio un gran bene! Se si voleva scatenarli all’inverosimile non c’era di meglio da fare! Sei proprio un bravo politico tu!
“Infatti. Tale situazione faceva il gioco di chi in Germania voleva soffiare sul fuoco, accusando i politici che avevano firmato l’armistizio inevitabile, di essere ‘i criminali di novembre’ ed aprendo la strada ai primi nazionalsocialisti di Adolf Hitler, che si ispirava apertamente al fascismo italiano e a Mussolini, con l’aggiunta dell’ideologia razzista antisemita, cioè dell’odio contro gli ebrei, su cui si facevano ricadere tutte le responsabilità della catastrofe del paese. Gli ebrei venivano accusati di aver portato il paese alla rovina, perché si raccontava che erano loro a controllare le banche e l’economia ed a nascondere le ricchezze. Come succedeva in Italia, anche in Germania la piccola borghesia, che vedeva sfumare tutti i suoi risparmi, era affascinata ed ammaliata dalle promesse naziste e non voleva altro che trovare un capro espiatorio delle sue perdite. Nel paese quindi cresceva sempre più un clima di violenza ed intolleranza, mentre il governo chiudeva definitivamente le fabbriche della Ruhr, suscitando la reazione sia dei comunisti che dei nazisti, anche se i tentativi di insurrezione furono bloccati in entrambi i casi.
“Furono a questo punto gli Stati Uniti ad intervenire, anche perché la Francia non voleva pagare i debiti contratti durante la guerra, se la Germania non pagava le riparazioni. Fu ideato allora un piano di ricostruzione dell’economia in Germania, da un certo Dawes, un finanziere statunitense, per mettere proprio la Germania nelle condizioni di pagare i suoi debiti. Eravamo nel 1924 ormai: i francesi furono allontanati dalla Ruhr; la Banca centrale Tedesca fu posta rigidissimamente sotto controllo degli Alleati, gettando sul lastrico altre industrie; 800 milioni di marchi in oro furono dati al governo tedesco per la ricostruzione e si stabilì che le riparazioni sarebbero state pagate dalla Germania a rate che crescevano di anno in anno. Si volevano dei soldi in fretta e le ferrovie vennero privatizzate, si cominciarono a vendere le materie prime: coke, carbone, minerali di ferro e semilavorati. Per fare questo l’economia passava nelle mani di pochi industriali che saranno poi i maggiori finanziatori di Hitler.
“Ci sono sempre i soldi di mezzo! Sempre loro che pagano i peggiori…
“Questa conseguenza non era certo voluta dagli statunitensi! Però avvenne ugualmente, a partire dal 1929, quando la crisi americana fece ritirare i prestiti ai finanzieri. Così, il miracolo economico tedesco crollò come un fuscello e fu considerata nel suo insieme più come uno sfruttamento coloniale che un aiuto serio alla Germania.
“Intanto il governo tedesco cercava di reinserirsi tra le altre nazioni, stabilizzando i rapporti di non aggressione con la Francia ed il Belgio ed addirittura entrando nella Società delle Nazioni con l’appoggio dell’Inghilterra e dell’Italia. Nel contempo tuttavia, si rafforzavano le organizzazioni paramilitari di estrema destra, tra cui si distinguevano i nazisti. Ed anche qui, come in Italia, la magistratura e la polizia favorivano i movimenti di destra che si rafforzavano, mentre anche nel resto d’Europa, come in Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania ed Jugoslavia si diffondevano i regimi parafascisti.
“La crisi americana del 1929 non poteva non avere ripercussioni sulla Germania attraverso il crollo di questa economia: la produzione diminuisce di oltre il 50%; più di 6 milioni di lavoratori restano disoccupati; i salari calano del 10%, mentre i prezzi salgono del 60%… Il paese, che stava tentando di reagire alla disperazione vi veniva ributtato con forza ancor maggiore. La disperazione e la sfiducia nelle istituzioni non toccava più solo la piccola borghesia, ma anche il proletariato. Fu il terreno fertile per l’espandersi del nazismo. Nelle elezioni del ’30 i nazisti ottennero ben 107 seggi, contro i 12 seggi del 1928! I socialdemocratici conservavano la maggioranza con 143 seggi, ma alle presidenziali del ’32 si presentò per la prima volta Hitler. Non servì che questi fosse stato allora sconfitto. Le elezioni del ’32 diedero la schiacciante vittoria ai nazisti con 16 milioni di voti e Hitler venne incaricato di formare il nuovo governo. Eppure Hitler non era ancora contento ed indusse a nuove elezioni nel ’33, in un clima di violenze tali da far impallidire quelle fasciste. La stessa polizia venne direttamente usata per annientare l’opposizione ed a Berlino si inscenò persino l’incendio del Reichstag, per incolparne i comunisti.
“Cos’è sta cosa?
“Il Reichstag è il palazzo del Municipio nelle città tedesche e Berlino era addirittura la capitale. Ecco perché il fatto fu gravissimo. Gli arresti che ne seguirono furono migliaia, ma non tutti i tedeschi si lasciarono intimorire. Di fronte ai 17 milioni di voti per Hitler, ve ne furono 7 milioni per i socialdemocratici, 5 milioni per i comunisti e 4 milioni e mezzo per i cattolici!
“Però i nazisti conquistavano il potere in Germania!!!
“Vero. I nazisti conquistavano il potere in Germania! E lo si capì subito perché il 14 luglio del 1933, il governo tedesco emise una legge che riconosceva diritto di esistenza al solo ‘Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori ’!
“E il nazismo si prospettava ancor peggio del fascismo! Infatti questo conservava alcuni valori della tradizione cristiana, mentre il nazismo, partendo dall’alone di pseudo-misticismo che circondava il Führer, propugnava un neo-paganesimo, fondato sul mito del sangue e della razza, per cui il tedesco, essere biologicamente superiore, doveva sottomettere e ridurre in schiavitù o sterminare tutte le razze inferiori.
“Ma va? Dici sul serio?? Sei proprio sicuro?
“Altrochè se sono sicuro…
“Basta vedere cos’hanno fatto con gli ebrei, gli zingari e tanti italiani - ribadiva convinto Angiolino.
“La differenza sta proprio nel fatto che, mentre il fascismo uccideva, picchiava o imprigionava i membri dell’opposizione, il nazismo si proponeva l’eliminazione sistematica non solo degli oppositori, ma anche dei dissidenti interni e di tutte le altre razze! Questi volevano fondare una nuova cultura ed una nuova scienza tedesche, che eliminavano anche la nostra cultura cristiana ed umanistica!!
“Pazzi scatenati!
“Certo, un gruppo di pazzi scatenati che trascinavano con loro milioni di tedeschi sani di mente! Questa è la terribile realtà! Sembra inverosimile, ma nella storia era già successo in quantità minore, ma ora la propaganda, i mezzi di informazione e comunicazione di massa diretti e immediati come la radio ed il cinema, mostrano veramente come si possono creare nazioni di mostri intellettuali prima che reali!
“Ma è spaventoso! Allora vorresti dire che anche oggi…?
“Certo, anche oggi! Perché credi che chi vuole avere il potere prenda sempre il controllo dei mezzi di comunicazione? Solo per farsi bello alla tivù? Oggi tutto può ripetersi, più ancora di ieri, perché la memoria della gente è corta, anzi non esiste! Tutti o quasi sono pronti a credere a ciò che in continuazione viene loro bombardato nella testa e negli occhi ed è fatta!
“Anche il fascismo in Italia faceva così?
“Certo. Uno degli strumenti più usati per controllare i cervelli degli italiani dal fascismo è stata la radio con anche il cinema! Lo stato, cioè il governo, cioè Mussolini li controllavano direttamente come avveniva per la stampa.
“Secondo voi perché furono chiusi dal regime o venne messa la censura a tutti i giornali? Perché Mussolini fece mettere gli altoparlanti sui balconi di tutti i municipi d’Italia per i suoi proclami? Perché fece addirittura costruire Cinecittà a Roma, dove si producevano i film e prima di ogni spettacolo veniva proiettato un cinegiornale di propaganda fascista per tutti gli spettatori? Oggi è ancora più facile: chi vuole irretire la gente la raggiunge direttamente in casa, soprattutto con la televisione. E compra le reti televisive magari…
“Però stiamo parlando dei nazisti…Non perdiamo il filo!
“Giusto. Devo concludere ciò che ho detto almeno con un episodio importante che mi sta a cuore: quello che venne definito ’ La notte dei cristalli’.
“Era il 13 maggio del 1933. In tutte le principali città della Germania, i nazisti bruciarono in piazza milioni di libri ritenuti ‘arte degenerata’! Accanto alle opere dei cosiddetti sovversivi, come Marx, Bebel, Bernstein, venivano bruciate le opere di Brecht, Thomas ed Heinrich Mann, Döblin, Remarque, Schnitzler, Kraus, Broch, Hofmannstahl, Werfel, Hesse, Freud, Einstein, Kafka e persino Heine e tanti tantissimi altri autori del passato…Vorrei ricordarli tutti. Dirò solo che Heine, uno scrittore dell’ottocento che aveva viaggiato molto anche in Italia e di cui vennero bruciate le opere quella notte, aveva scritto:’…dove si bruciano i libri, là alla fine si bruciano gli uomini’!
“Era una drammatica profezia che ci dovremmo sempre ricordare e soprattutto dovrebbero ricordare tutti coloro che, sia di destra che di sinistra, appoggiano con negligenza la negazione della libertà. Dove c’è qualcuno che esalta questi mostri e le loro idee è finita ogni civiltà umana!
Restammo muti per molto tempo a pensare, mentre io mi sentivo fremere in tutto il corpo, finchè me ne andai senza salutare. Neanche i miei due compagni ebbero la forza di farlo.
“Francia e Gran Bretagna, così spietate nei confronti della Germania democratica, avevano invece assunto un atteggiamento remissivo di fronte ai nazisti, perché li ritenevano una forza contro il pericolo bolscevico che veniva dall’Unione Sovietica. Del resto anche al loro interno si rafforzavano sempre più movimenti dichiaratamente di destra radicale.
“Intanto, nel 1933, Mussolini aveva promosso un Patto a quattro con Germania, Inghilterra e Francia, ma il patto restò solo sulla carta. Infatti, già l’anno dopo i nazisti tentarono un colpo di stato a Vienna in cui morì assassinato il cancelliere austriaco Dollfuss, mentre nel ’35, con un plebiscito, recuperarono i territori della Saar. Poi Hitler, in aperta violazione degli accordi di fine guerra, riorganizzò la leva obbligatoria ed affrettò il riarmo terrestre ed aereo, mentre l’Italia per non essere da meno occupava l’Etiopia.
“La guerra civile in Spagna, scoppiata nel 1936, fu uno dei banchi di prova sia del fascismo che del nazismo. Alle elezioni politiche di febbraio di quell’anno, le forze di sinistra in Spagna erano passate al governo, grazie al primo esperimento di Fronte popolare, una unione di partiti che raccoglievano tutte le forze di quella tendenza. Il 18 luglio però la situazione già precipitava: di fronte all’occupazione delle terre da parte dei partiti anarchici e delle violenze seguite, alcune guarnigioni militari insorsero contro il governo repubblicano e il generale Franco sbarcò sul suolo nazionale con le truppe coloniali che si portava dal Marocco dove erano distaccate. Fu l’inizio della guerra civile, con pesanti ripercussioni anche sul piano internazionale. Sarà infatti la prova generale della seconda guerra mondiale, perché il conflitto vide impegnate a sostegno delle due parti in lotta da un lato l’Urss, il Messico e, a fasi alterne, la Francia in favore dei ‘repubblicani’, e dall’altro Italia, Germania e Portogallo in favore dei ‘nazionalisti’.
“Per questo possiamo dire che la Spagna fu anche il teatro del primo scontro armato tra fascismo e antifascismo, con la partecipazione di molti intellettuali provenienti da tutto il mondo, a partire dagli Usa, con scrittori come Orwell ed Hemingway, e con gli italiani impegnati su entrambi i fronti. Le camice nere di Mussolini stavano da un lato e gli antifascisti e gli anarchici dall’altro. Mussolini infatti aveva firmato un accordo con Hitler per sostenere con tutti i mezzi Franco ed il fascismo spagnolo.
“La guerra si concluse nel marzo del '39, con la presa di Madrid e la vittoria di Francisco Franco. Fu instaurata la dittatura fondata sul potere legislativo del "Caudillo" e sulla repressione degli oppositori che fu definita la ‘Feroz matanza’, cioè ‘Il Feroce Macello’. La dittatura, appoggiata dal clero e dalla burocrazia, dall’esercito e dalla proprietà agraria semifeudale, durerà fino al 1975 e causerà la morte di 200.000 antifascisti, centinaia di migliaia condannati a pene varie, 300.000 esiliati.
“La guerra di Spagna aveva mostrato a tutti cosa significava il fascismo ed il nazismo. E mentre Picasso, esiliato in Francia, dipingeva il famosissimo quadro su Guernica, una cittadina della Spagna settentrionale rasa al suolo da aerei tedeschi nel ’37, Paul Eluard, un poeta francese scriveva:
Se in Spagna c’è color di sangue un albero è quello della libertà
Se in Spagna c’è e parla alto una bocca
Parla di libertà
Se in Spagna c’è un bicchier di vino puro
E’ il popolo che lo berrà
“ Al patto tra Roma e Berlino, chiamato Asse, seguì il Patto antikomintern con il Giappone, stipulato dalla Germania contro la Russia, e che permetteva al Giappone di attaccare la Cina a scapito degli Stati Uniti. Intanto, nel 1938, l’Austria veniva annessa senza opporre resistenza al Reich e Vienna fu ridotta al ruolo di capoluogo di provincia, con l’estensione delle leggi naziste su tutto il territorio austriaco. Hitler realizzava la Grande Germania.
“Francia ed Inghilterra dovettero accettare il fatto compiuto e sollevarono solo timide proteste. Alla Conferenza di Monaco del 1938, Hitler fu autorizzato ad occupare il territorio dei monti Sudeti, appartenete alla Cecoslovacchia, in cui risiedevano minoranze tedesche. Il Führer non si limitò a questo: occupò quasi tutto il paese riducendolo ad una vera e propria colonia tedesca.
“Allora Mussolini, ancora per non essere da meno, occupò il regno d’Albania, da sempre nostro alleato. Ben misero regno di sassi, che non bastava al Duce per sentirsi libero dall’alleato tedesco, di cui imitava persino le criminose leggi della politica antisemita, che non era certo patrimonio della millenaria cultura italiana. Quanto ci prostrassimo poi alla Germania lo testimonia il cosiddetto Patto d’Acciaio del 22 maggio 1939, in cui italiani e tedeschi si impegnavano ad appoggiarsi reciprocamente in caso di ‘complicazini belliche’. In realtà, il patto obbligava l’Italia ad entrare nella guerra che il Hitler aveva già in testa di scatenare dopo pochi mesi!
“Begli stupidi che siamo stati!
“Già, begli stupidi senza dubbio! Ma il peggio, come sempre, doveva ancora venire!
Quell’anno le mie vacanze a Manarola erano di luglio e si sa, questo mese è il più tremendo per il caldo. Già al mattino l’aria si faceva afosa e dal mare non arrivava la minima brezza a rinfrescarci. Ci salvava solo l’ombra della piccola rientranza nella roccia e le granite ghiacciate dell’Enrica.
“Già ieri vi ho parlato del Patto d’Acciaio tra Italia e Germania, che prevedeva che se una delle due nazioni fosse entrata in guerra anche in veste d'aggressore, l'altra sarebbe dovuta entrare nel conflitto al suo fianco. Nel frattempo, la Germania riuscì a stipulare un trattato di non aggressione anche con l'URSS di Stalin, stupendo anche tutti coloro, come Francia ed Inghilterra, che avevano sopportato Hitler al potere in Germania vedendo in lui un nemico del comunismo sovietico.
“Poco dopo il conflitto scoppiò improvviso, a causa della plateale aggressione nazista alla Polonia il 1° settembre, di cui l’Italia non fu neppure avvertita. La stessa Polonia venne occupata nei suoi territori orientali dall’Unione Sovietica con una doppia aggressione. In Europa, soltanto l'Inghilterra e la Francia dichiararono guerra alla Germania il 3 settembre. L’Italia intanto proclamava la ‘non belligeranza’, rivelando solo che non era ancora pronta alla guerra nonostante tutte le pompose sfilate ed i proclami fatti da Mussolini! Gli Stati Uniti, il Giappone e la Cina dichiararono la propria neutralità.
“E’ la seconda guerra mondiale!
“Certo che è la seconda guerra mondiale! Lo capiscono anche i bambini questo.
“Calma per favore. I tedeschi avevano in mente di caratterizzare la guerra con il sistema del Blitzkrieg, cioè della guerra lampo sostenuta da Hitler, che prevedeva di poter utilizzare carrarmati ed auto blindate messe insieme in reparti speciali ‘meccanizzati’, che erano fatti apposta per avanzare per anche un centinaio di chilometri, dopo aver rotto le linee nemiche, per tagliar fuori le cosiddette linee di rifornimento. Una tattica basata sull’audacia e sulla sorpresa.
“L'attacco fu portato da due gruppi di armate, una a nord comandata da Von Boch e l'altra a sud comandata da Von Rundstedt. I due gruppi, appena sfondate le fragili linee difensive polacche, si sarebbero ricongiunti nei pressi di Varsavia, con un movimento a tenaglia. Ciò avvenne con un velocità che lasciò sbigottito tutto il mondo. Infatti, nonostante il numero dei militari sui due fronti fosse pressochè uguale, i tedeschi fecero la differenza per l’abilità dei generali, soprattutto di un certo Von Rundstedt e del suo collega Von Manstein, che sarà ritenuto il miglior stratega in assoluto di tutta la guerra. Aerei e mezzi corazzati già a metà settembre assediavano la capitale polacca ed in due settimane ebbero la meglio sul resto delle forze polacche.
“A questo punto, il governo sovietico invase con le sue truppe la parte orientale del paese, secondo la clausola segreta del trattato stipulato coi tedeschi, e la repubblica di Polonia fu cancellata dopo neppure vent’anni dalla sua costituzione dopo la prima guerra mondiale. I suoi alleati, francesi ed inglesi, non erano neppure potuti intervenire.
“Eccoteli i tuoi bravi russi! Pronti ad aggredire…- la Luigia non perdeva occasione.
“Pronti…era Stalin… che poi sappiamo come va a finire, no? – ribatteva poco convinto Angiolino.
“Ma i russi non si fermarono. Mentre i tedeschi occupavano a nord la Danimarca e la Norvegia, trovando pochissima resistenza, i primi in novembre iniziarono l’attacco alla Finlandia per recuperare uno sbocco sul Mare del Nord, col pretesto del rifiuto opposto alla rettifica di alcuni tracciati di confine fra le due nazini confinanti. Tuttavia i russi non erano i tedeschi e nonostante il numero schiacciante delle loro truppe, i finlandesi opposero una incredibile e strenua resistenza per diversi mesi.
“La resa si ebbe soltanto nel marzo del 1940. La Finlandia perdeva così la sua indipendenza, ma i russi avevano da contare più di duecentomila morti e la perdita di ben milleseicento carri armati e seicento aerei. Il generale russo Zuckov aveva definito questa guerra ‘la prova definitiva’. Essa si rivelò invece un fallimento pressochè totale, sottolinenando tutte le carenze dell’armata rossa: armamenti inefficienti e superati, truppe impreparate. La lezione comunque servì per capire cosa bisognava cambiare e come.
“Intanto ben gli sta ai bolscevichi!
“Intanto, nello stesso anno, il ’40, dopo essersi incontrati al Brennero con Hitler, Mussolini pensò di gettare l’Italia nell’avventura della guerra, per paura che questa finisse prima che gli italiani vi prendessero parte. Non solo infatti la Germania aveva annientato in un mese le forze polacche, ma si era rivolta contro la Francia con una mossa incredibilmente astuta ed audace.
“Il 10 maggio, evitando la linea fortificata posta sul confine franco-tedesco, la famosa linea Maginot, i tedeschi si volsero contro l’Olanda, il Belgio ed il Lussemburgo che erano paesi neutrali. Nonostante la resistenza belga sostenuta dalle truppe francesi, i tedeschi dilagarono in Francia prendendo alle spalle la linea Maginot e puntando su Parigi. Gli inglesi a stento si erano già imbarcati in fretta per tornare sulla propria isola a Dunkerque.
“Per questo il duce riteneva la guerra ancora di brevissima durata e rispondeva alle perplessitò del generale Badoglio, che conosceva l’impreparazione del nostro esercito: ’Vi assicuro che a settembre sarà tutto finito. Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti per potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative!’.
“Bel modo di parlare delle vite umane!
“Eh! Sì, la vita umana per i potenti non conta proprio nulla. Della gente ai governanti di quel tipo non importa assolutamente – concordava anche la Luigia.
“Il re di Norvegia Haakon VII, la regina d’Olanda Guglielmina ed i ministri belgi intanto si rifugiavano a Londra, mentre lì Churchill sostituiva Chamberlain alla direzione del governo.
“La Germania aveva attaccato la Danimarca e la Norvegia il 9 aprile, in modo che francesi ed inglesi non fossero più in grado di intervenire nel Nord dell’Europa. La mossa era giocata per la difesa dei rifornimenti di metallo svedesi che potevano essere interrotti dalle mine inglesi. Dopo che la Danimarca fu conquistata in un solo giorno, cadevano i porti norvegesi più importanti ed il corpo di spedizione degli alleati non riuscì neppure ad opporsi ed il suo comandante, il tenente generale Claude Auchinleck, dovette ripiegare lasciando al nemico i Paesi Bassi e tutto il resto. Se di un minimo successo si può parlare per quest’ultimo, si deve ricordare l’affondamento di alcune navi con dieci cacciatorpediniere tedeschi ed almeno con questo l’invasione programmata da Hitler dell’Inghilterra, con l’operazione ‘Sealion’, non ebbe esito. Però la Francia era già a portata di mano.
“Così, il dieci maggio del ’40 le forze tedesche, suddiviso in due armate con Von Bock e von Rundstedt attaccavano: il primo si diresse contro l’Olanda ed il Belgio, il secondo contro le Ardenne, ritenute dai francesi insuperabili dai mezzi corazzati. Il Belgio, difeso dal forte di Eben Emael, fu attaccato per la prima volta dai paracadutisti tedeschi alla loro prima esperienza bellica: ne bastarono 85 calati sul tetto della fortificazione a neutralizzare la guarnigione belga di 1.200 uomini bombardati dagli stuka in picchiata. L’attacco fu decisivo: i belgi vennero travolti dai mezzi corazzati tedeschi, mentre l’Olanda era invasa attraverso L’Aia e Rotterdam ed ad est, dove le difese crollarono definitivamente il 14 maggio.
“Dopo solo una settimana anche il Belgio era costretto alla resa definitiva, mentre i francesi e gli ingles,i che avevano inviato lì le loro truppe, si trovarono presi alle spalle dagli assalitori che penetravano dalle Ardenne. L’errore tattico era gravissimo, perché le loro forze più efficienti venivano tagliate fuori dalla difesa della Francia e dalla improvvisa avanzata tedesca. Guderian era il comandante tedesco ideatore delle forze corazzate e dell’offensiva che generò il crollo alleato dal Belgio fino all’Atlantico, in una vera guerra lampo.
“Ormai i contrattacchi alleati potevano essere facilmente contenuti ed i carri armati tedeschi erano allineati sulla Manica. Fu allora che avvenne qualcosa di veramente strano. Gli inglesi iniziarono una impensabile evacuazione da Dankerque, senza essere per nulla attaccati dai tedeschi! Non si è mai veramente capito perché Hitler abbia deciso di permettere il rientro in patria delle truppe inglesi. Forse pensava che ormai l’Inghilterra avrebbe ceduto di fronte al crollo della Francia? Oppure Göring l’aveva convinto a risparmiare le truppe ed i mezzi corazzati con la promessa di bombardamenti disastrosi su Londra?
“Ma devi proprio raccontarci tutto nei minimi particolari? – la signora si stancava già alla descrizione degli avvenimenti della guerra.
“Certo che deve raccontarlo! E’ una guerra che coinvolge tutti e se non si sa cosa succede, come si fa a capire cosa fanno gli italiani? – faceva l’Angiolino.
“Era comunque il 28 maggio quando, avvenuta l’evacuazione di Dankerque, il Belgio si arrendeva definitivamente. In Francia intanto, 49 divisioni alleate fronteggiavano 10 divisioni corazzate e 110 divisioni di fanteria tedesche. Sulla Somme e sull’Aisne il fronte francese era spazzato via e la Francia intera era costretta a cedere di fronte all’invasore ed a firmare un armistizio il 22 giugno, proprio a Compiègne, la località dove la Germania era stata costretta a firmare la sua resa alla fine della prima guerra mondiale.
“Cadeva la seconda repubblica, che era nata proprio dopo la sconfitta della Francia contro la Prussica a Sedan con Napoleone III. Una parte della Francia, quella settentrionale, venne amministrata direttamente dalla Germania, mentre il mezzogiorno fu affidato a Philippe Petain, collaborazionista coi tedeschi, che formò il governo di Vichy, mentre Parigi era occupata dagli invasori. Solo un generale si ribellava alla repubblica collaborazionista di Petain, Charles De Gaulle, che costituiva un governo clandestino e di resistenza subito appoggiato dagli inglesi. Il generale De Gaulle, che si era rifugiato in Inghilterra, lanciò un proclama al mondo dichiarando il rifiuto dei francesi liberi ad abbandonare la lotta.
“Ma l’Italia dov’è finita? Non se ne parla più dell’Italia? Io con tutte queste battaglie e generali e paracadutisti non è che ci capisca molto! - era ancora la Luigia che, dopo essersene stata zitta, devo riconoscerlo, per molto tempo, voleva dirigere almeno un po’ il racconto verso il suo mondo. Giustamente!
“L’Italia era entrata in guerra, l’abbiamo visto. Di fronte alla velocità delle manovre strepitose dei tedeschi, anche noi il 10 giugno del ’40 avevamo dichiarato guerra alla Francia, convinti che ormai la faccenda si stesse chiudendo in frettissima. Solo che non bastava pensare di mettere ‘qualche migliaio di morti italiani’ nel conto, per farli pesare al tavolo della pace. Il ‘realismo’ politico, come lo chiamano anche oggi quelli che mandano la gente al macello, anche allora fu un cinico errore di calcolo. Le nostre truppe combattevano sulle Alpi subendo gravi perdite senza ottenere successi apprezzabili, mentre i tedeschi entravano in Parigi il 14 giugno. Il 22 giugno comunque, l’Italia assisteva all’armistizio con la Francia, ma già in pochi giorni aveva dimostrato che il nostro esercito non era assolutamente all’altezza per una guerra in grande stile ed il conto sarà pagato a carissimo prezzo.
“Infatti, di fronte alle speranze di Hitler per una resa della Gran Bretagna, Churchill disse chiaramente che gli inglesi non avevano intenzione di arrendersi. Il dittatore tedesco dovette iniziare i preparativi per la conquista dell’isola, ma ciò sarebbe potuto avvenire solo con il predominio aereo. Ebbe allora inizio quella che fu chiamata ‘battaglia d’Inghilterra’, una violentissima offensiva di bombardamenti aerei, realizzata principalmente dalle ‘luftflotte 2 e 3’, cioè le squadre aeree comandate da Kesserling e Sperrle, senonchè la Luftwaffe incontrò una feroce ed accanita resistenza da parte degli aviatori della RAF, aiutati da una rete di radar molto efficienti che permettevano di ‘accogliere’ ogni volta gli aerei tedeschi che avrebbero dovuto contare sulla sorpresa, data la loro scarsa autonomia di volo. I tedeschi infatti, dopo aver perso ormai più di 1.700 aerei, dovettero desistere dagli attacchi aerei in massa.
“Certo è che l’esperimento aveva comunque confermato la potenza della guerra aerea con bombardamenti a tappeto e l’uso massiccio di bombe incendiarie. E forse, di fronte all’insistenza tedesca, la gran Bretagna avrebbe ceduto. Hitler tuttavia stava già pensando di invadere la Russia. E questa mossa era ancora troppo azzardata. Oltre a ciò, la Germania nazista non aveva convinto il Generalissimo Franco ad accettare che le truppe tedesche passassero sulla Spagna per conquistare Gibilterra ed ottenere il controllo dell’ingresso nel Mediterraneo. Era uno smacco per i tedeschi che non erano in grado di attaccare anche il loro amico spagnolo.
“Il Mediterraneo! Questo sì che c’entra con noi! Con le navi dal mare poi…gli americani… - Angiolino sentiva che questo era argomento suo.
“E lascialo continuare! - la Luisa non era interessatissima, anche se, a dire il vero, a sentire parlare di mare anche a lei era brillata una certa luce negli occhi.
“Forse è meglio che continuiamo domani. S’è fatto tardi. E sapete com’è Patty quando non arrivo mai…poi Mati deve anche decidersi ad uscire dall’acqua! Ce ne siamo completamente dimenticati e se ne approfitta…
“Oggi parliamo soprattutto dell’Italia e delle nostre avventure in Africa, leggendo da questo libro che mi sono portato.
Avevo proprio iniziato così il giorno successivo, mentre stavo seduto un po’ al riparo dalla canicola che s’era già fatta intraprendente, mentre il sole si rifletteva sul mare come in scaglie d’argento accecanti.
“Quando Mussolini iniziò l'offensiva in Africa, poté contare su una superiorità numerica schiacciante di 500.000 soldati italiani contro 50.000 inglesi. L'offensiva ebbe inizio quando sei divisioni si misero in moto dalla Libia, ma percorsero solo 80Km verso ovest prima di fermarsi a Sidi Barrani. Inspiegabilmente rimasero ferme sprecando tempo prezioso; infatti, una volta arrivati i rinforzi agli inglesi, iniziò la controffensiva e, nonostante la loro inferiorità numerica questi ultimi travolsero il Regio Esercito, sopratutto grazie ai carri armati Matilda, praticamente invulnerabili per le armi italiane. Dopo le battaglie di Sidi Barrani e Beda Fomm gli italiani si videro dunque costretti ad accettare l'aiuto tedesco, ma persero tutte le colonie nell'Africa orientale di Etiopia, Somalia, Eritrea a causa delle formidabili azioni degli inglesi e per l’effettiva difficoltà nel difendere colonie così lontane dal nostro paese.
“Con i carrarmati Matilda, eh! Bella roba dare un nome di donna ad un’arma di distruzione! Proprio non capiscono niente delle donne gli uomini…
“Ooohh! Non cominciamo la mattinata con queste discussioni, solo perché non ti va di sentire raccontare della guerra eh!! Dai continua tu…
“Entra allora in scena Rommel, che divenne famoso col soprannome di ‘volpe del deserto’ tanto era furbo come stratega. A fine marzo passa all'offensiva, scaccia gli inglesi da al-Agheila e non da loro tempo per una tregua, tanto che perdono gran parte dei blindati non in combattimento, ma per problemi tecnici che sarebbero stati riparati se ci fosse stato più tempo. In 15 giorni gli inglesi arretrarono addirittura di seicentocinquanta chilometri, ma decisero di difendere ad oltranza Tobruk, un piccolo porto che era stato fortificato prima dagli italiani e che diverrà un problema irrisolvibile per le forze dell'Asse.
“Chissà quanto hanno ringraziato gli italiani per questo!
“Rommel allora decise di provare a sfondare le difese della cittadina l'11 aprile, ma il battaglione corazzato non fece che tre miseri chilometri; poi si dovette ritirare sotto il fuoco dell'artiglieria. Qualche giorno più tardi, provarono ancora gli italiani che fallirono paurosamente. I capi di stato maggiore tedeschi e italiani decisero quindi per una ‘pausa strategica’. Halder, che era il generale d'armata, inviò il generale von Paulus addirittura per richiamare Rommel, ma quando arrivò si disse anche lui favorevole per un altro attacco a Tobruk.
“Gli scontri iniziarono di nuovo il 30 aprile. All'assalto del perimetro difensivo si mossero due ondate di carri amati; la prima si dovette fermare a causa di un campo minato che mise fuori combattimento diciassette dei quaranta carri, la seconda si fermò dopo cinque chilometri sotto il fuoco di artiglieria e il contrattacco di venti blindati inglesi. Il giorno dopo Rommel si rese definitivamente conto di non aver forze corazzate a sufficienza per continuare l'attacco. Così la notte seguente Morshead tentò un contrattacco, ma non vi riuscì. Italiani e tedeschi insieme non avevano la capacità di vincere, come neppure gli inglesi: nacque così l'assedio di Tobruk, che tutto l'anno.
“Gli inglesi provarono a spezzare in due occasioni l'accerchiamento. La prima volta a maggio con l'operazione Brevity, la seconda volta in estate, con l'operazione Battleaxe, ma tutte due le volte fallirono.
“Vi racconto un po’ com’è andata: Wavell decise di attaccare approfittando del fallito tentativo tedesco a Tobruk. I suoi blindati si diressero verso i punti della costa meno presidiati; contemporaneamente doveva partire all'attacco la guarnigione assediata. Le forze corazzate inglesi, comandate da Gott, attaccarono e conquistarono il passo Halfaya pur perdendo sette dei ventinove Matilda che avevano; poi fu la volta di Bir Waid e Musaid, ma una volta giunti alla ridotta Capuzzo, l'effetto sorpresa era svanito ed inoltre erano arrivati i tedeschi. E quello che successe fu davvero senza precedenti, perché le forze dell'Asse pensarono di non poter reggere l'urto dell'attacco nemico e si ritirarono, ma fecero lo stesso gli inglesi che non erano riusciti in una manovra di accerchiamento! A questo punto Rommel si accorse dell'errore, bloccò la ritirata immediatamente, si mise all'inseguimento dei nemici, riconquistò Halfaya, fondamentale per la difesa, inoltre predispose delle batterie di cannoni antiaerei da 88 mm. che sarebbero stati utilizzate contro i carri, in quanto riuscivano a perforare anche le spesse corazze frontali dei Matilda.
“Nell’estate gli inglesi vollero rifarsi. Dopo aver fatto affluire abbondanti rinforzi attraverso il Mediterraneo, il capo delle forze inglesi in Africa, Wavell, si ritrovò in netta superiorità numerica. Stava per iniziare l'operazione Battleaxe. Con questa operazione, secondo Churchill, Rommel sarebbe stato sconfitto e l'Africa settentrionale sarebbe caduta nelle sue mani. Il generale in capo inglese però pensava di scacciare i nazi-fascisti ad ovest di Tobruk. Venne allora attaccato il passo Halfaya, ma i tredici Matilda che precedevano il resto delle forze vennero investiti da una pioggia di fuoco dalla quale solo uno si salvò. Nello stesso tempo venne attaccata la ridotta Capuzzo, che non aveva difese anticarro così efficienti e cadde in breve in mano agli inglesi; però, un'altra delle loro colonne corazzate era finita in una trappola anticarro di Rommel, così in un giorno gli inglesi persero la metà dei carri armati.
“La mattina successiva furono i tedeschi a passare all'offensiva, ma furono fermati a Capuzzo, però riuscirono ad impedire agli inglesi di passare all'offensiva. Il giorno seguente Rommel pensò di tagliare le linee di ritirata agli inglesi con un ampio movimento a falce. I comandanti inglesi se ne accorsero appena in tempo e ordinarono in extremis la ritirata e solo grazie all'eroica resistenza dei carri inglesi a Halayala il grosso della fanteria poté essere salvato.
“Così era fallita anche l'operazione Battleaxe. Churchill ne fece una questione personale e nonostante il governo inglese avesse da tempo deciso di difendere l'estremo oriente prima dell'Africa, lui organizzò una imponente offensiva, chiamata operazione Crusader, che venne comandata da Auchinleck, dato che Wavell fu esonerato a causa dei precedenti fallimenti.
“Vennero formate quattro brigate corazzate, più un'altra che fu trasportata a Tobruk. Rommel, invece, non ricevette praticamente nessun rinforzo. All'inizio dell'offensiva le forze dell'Asse erano la metà dei nemici e l'unico miglioramento della loro dotazione furono i nuovi cannoni anticarro da 50 mm. L'attacco cominciò il 18 novembre: due reggimenti corazzati, dopo aver percorso diversi chilometri nel deserto, si diressero al campo di aviazione nemico di Sidi Rezegh, ma il resto delle forze avanzava più lentamente e una la brigata leggera che si era posta all'inseguimento di una divisione corazzata italiana si ritrovò davanti a Bir el Gobi, ben difesa dai cannoni e perse quaranta carri armati. Gli inglesi facevano operare le loro brigate corazzate a troppa distanza l'una dall'altra, così Rommel contrattaccò a Sidi Rezegh. La maggior parte delle forze dall'avanzata inglese verso Tobruk erano distolte dal loro obiettivo; solo la brigata leggera finì isolata sotto il fuoco delle postazioni nemiche e subì ingenti perdite. La 21ª divisione corazzata tedesca travolse un reggimento inglese, quasi annientandolo; un altro attaccò la 15ª con buoni risultati, ma quando i tedeschi ritornarono furono letteralmente fatti a pezzi, soprattutto per l’intervento di numerosi cannoni anticarro.
“E respira un po’…- cercava di interrompermi la Luigia.
“Ssssssss… stai zitta! – Angelino era invece interessato al racconto.
“Il 23 le forze inglesi vennero sbaragliate a Sidi Rezegh, ma i tedeschi persero troppi mezzi corazzati per poter continuare la campagna e Rommel era più preoccupato di questo che degli inglesi. A questo punto il generale tedesco si lanciò in un'operazione di vasta portata strategica: voleva tagliare le linee di ritirata e di rifornimento ai nemici. Il piano tuttavia fallì per le incomprensioni tra i comandanti tedeschi ed il cattivo funzionamento dei mezzi radio, anche se Rommel riuscì ad avanzare per più di cento chilometri ad est. All'afrikan korps non restò che ritornare a Tobruk, dove il 26 le forze assediate sfondarono le fragili linee difensive grazie all'arrivo di nuovi carri, e ciò avvenne congiuntamente all'attacco della divisione neozelandese, arrivata da poco. Gli inglesi schieravano in campo un numero di carri armati sette volte maggiore di quello dei tedeschi, ma questi riuscirono a fuggire, perché di notte i nemici avevano l'abitudine di ritirarsi per riposare.
“Una volta giunti a Tobruk, i tedeschi assaltarono i neozelandesi, che si videro costretti alla ritirata. In loro soccorso arrivò la IV brigata corazzata, ma nonostante la superiorità numerica schiacciante persero la battaglia. Al comando inglese non restò che inviare la seconda divisione africana a dar manforte alla settima divisione corazzata. Rommel, quando lo venne a sapere, decise di ritirarsi ad ovest della città fortificata decidendo la fine dell’assedio.
“Bir el Gobi, fu il bersaglio successivo di Auchinleck, ma le sue forze furono respinte dai difensori. E c’è da dire che finalmente gli italiani diedero una buona prova militare, poi arrivarono i tedeschi a combattere coi corazzati e la 4ª divisione indiana fu travolta. Tedeschi ed italiani comunque si resero conto che, nonostante le vittorie, la superiorità numerica inglese non diminuiva, anzi aumentava. Decisero quindi di ritirarsi ai confini della Tripolitania.
“Nell'Africa Orientale italiana, fin dal gennaio, le forze italiane furono sottoposte ancora ad attacchi inglesi. E l'anno terminò con la caduta degli ultimi capisaldi italiani nella stessa Africa Orientale.
“E per fortuna che sei contro la guerra! Un po’ ancora e richiamavi un pubblico da stadio!! - era Angiolino che se la rideva di gusto. In effetti, al mio racconto concitato delle fasi dei combattimenti, s’era fermata un bel po’ di gente senza che me ne accorgessi. Provai un’intensa vergogna.
“Beh! Qualche debolezza ce l’hanno tutti no? Ed io da bambino vedevo i film su Rommel, la volpe del deserto’ e sulle sue strategie e mi lasciavo prendere dall’entusiasmo…
“Anche adesso, anche adesso… Anche troppo. – sottolineava severa la Luigia.
“Eppure non bastava! Di fronte a questi smacchi che neanche la propaganda di regime riusciva più a nascondere con la storia ‘di un ripiegamento strategico delle nostre forze’, Mussolini decise di rispondere alla penetrazione tedesca in Romania. Iniziò allora, il 28 ottobre, la campagna contro la Grecia. Ma le forze italiane, provenienti dall'Albania, si trovarono presto in gravi difficoltà sia per l'accanita resistenza delle truppe elleniche che per la ‘cronica’ impreparazione dei nostri, e l'esercito greco non solo resisteva, ma passò alla controffensiva riuscendo a ricacciare il nemico, cioè noi!, in Albania e rischiammo anche di essere ‘ributtati a mare’. Queste battaglie disastrose finirono per assestare un durissimo colpo all'immagine degli invincibili fascisti!
“Nel frattempo in America Roosevelt fu rieletto alla presidenza degli Stati Uniti. Ciò gli permise di preparare il suo paese ad una politica estera più attiva, e non solo in Europa, perché la potenza giapponese cominciava a farsi inquietante.
“Come si è visto, in primavera ormai a Hitler non restava che il fronte africano. Allora concentrò ogni attività nella preparazione del piano d'attacco contro l'URSS. Si chiamava operazione Barbarossa e inizialmente era prevista per la stessa primavera, però fu rallentata perchè Hitler voleva aver prima sotto controllo i Balcani e la Grecia in particolare, che stava resistendo e ormai sconfiggendo l'invasione italiana, mentre erano anche in arrivo gli aiuti degli inglesi.
“Gli iniziali approcci diplomatici per ottenere l’alleanza della Jugoslavia fallirono, così la Germania preparò l'offensiva. In effetti i tedeschi erano riusciti a convincere il governo jugoslavo a passare dalla parte dell'Asse, ma pochi giorni dopo scoppiò un colpo di stato. La ribellione era capeggiata dal generale Simovic, comandante dell'aviazione, aiutato da agenti inglesi: Hitler andò su tutte le furie e decise di invadere sia la Grecia che la Jugoslavia. I due stati vennero travolti in un attimo dai carri armati tedeschi, ma questa diversione nei Balcani rinviò a più tardi l'operazione Barbarossa, ritardo che poi si rivelerà fatale.
“L'attacco alla Russia iniziò dunque il 22 giugno, su un fronte largo più di 1600 chilometri dal mar Baltico al mar Nero. Le forze dell'Asse potevano contare su 3 milioni di soldati appoggiati da 600.000 mezzi, quasi 4.000 carri armati, e più di 3.000 aerei, che comprendevano anche un’armata italiana detta CSIR, Corpo di Spedizione Italiano in Russia. I russi furono colti di sorpresa, nonostante i 5 milioni di soldati dell'esercito regolare e gli oltre 10 milioni della riserva. Per l’inesperienza di molti ufficiali dell'armata rossa, dal momento che buona parte dei comandanti che avevano partecipato alla grande guerra erano state vittime delle purghe staliniane, i russi non riuscirono a fermare un’ offensiva così saldamente organizzata.
“L'attacco fu portato da tre gruppi di armate: il gruppo nord che era comandato da Leeb, doveva raggiungere Leningrado; il gruppo centrale comandato da Bock doveva avanzare il più vicino possibile a Mosca; le armate volte a sud, comandate da Rundstedt, dovevano prendere Kiev.
“Poco prima dell'inizio dell'offensiva nacque una discussione tra i generali sul modo di utilizzare le forze corazzate. Bock, Rundstedt e gli altri alti generali erano a favore della classica battaglia di accerchiamento, temevano a far avanzare troppo i carri. Invece Guderian e gli esperti dei panzer erano decisi a puntare sugli obiettivi senza aspettare la fanteria. Il Fuhrer diede ragione ai primi e forse questo fu il suo primo grave errore nella campagna di Russia. Il peso maggiore dell'offensiva fu portato dunque dalle armate di fanteria di Bock che incontrò la prima difficoltà nella resistenza accanita della piazzaforte di Brest-Litvos. La fortezza tenne duro per oltre una settimana nonostante i martellamenti dell'aviazione e dell'artiglieria ed i tedeschi capirono, grazie a questo ed altri episodi, che la campagna non sarebbe stata una ‘passeggiata’ come si era promesso loro.
“Ma guarda! Questa della passeggiata l’ho già sentita! – ironizzava Angiolino.
“Un altro problema improvvisamente piombò sulle armate tedesche: la pioggia. L’acqua trasformava la campagna in un acquitrino che immobilizzava i mezzi su ruote e questo impedimento rese meno efficaci le gigantesche manovre di accerchiamento degli strateghi, anche se poi i soldati russi catturati furono numerosissimi. Nelle battaglie di Bialystock e Minsk e Smolesk i prigionieri sovietici catturati furono addirittura seicentomila. La strada per Mosca comunque era ancora lontana trecento chilometri, troppi per delle truppe tedesche ormai esauste; inoltre, le forze russe erano in continuo aumento a causa delle nuove chiamate alle armi, così arrivò l'ordine di fermare l'avanzata, ma la sosta durò troppo, ben due mesi. Intanto Hitler, ossessionato dall’idea di recuperare il petrolio del Caucaso, pensò di spostare i due gruppi corazzati, uno in aiuto di Rundstedt che aveva difficoltà in Ucraina e l'altro in aiuto di Leeb.
“Il ritardo nell'avanzata si dimostrerà poi fatale per la conquista di Mosca. Anzi, per molto storici questo fu uno di quegli errori che determinò la ripresa dei russi e la successiva sconfitta nazista. Il gruppo dell’armata del sud doveva fronteggiare un numero di divisioni assai superiori alle proprie, perché i russi schieravano 45 divisioni di fanteria e 5 di cavalleria, inoltre i tedeschi schieravano seicento carri armati, dei quali molti provenienti dalla campagna balcanica e non erano ancora stati revisionati, contro i 5 mila dei sovietici. Eppure gli eventi non rispettarono quello che i numeri potevano far pensare. Infatti, il maresciallo Budënnyj era troppo vecchio per poter gestire un guerra moderna. Il piano tedesco fu quello di sfondare sul Bug sfruttando la punta che i confini formavano; il compito venne svolto dalle sesta armata di Riechenau e da lì sarebbero partiti i carri armati di Kleist in direzione est. Rundstedt aveva il timore che le venticinque divisioni russe che erano al confine coi Carpazi riuscissero a ostacolare l'offensiva, invece inspiegabilmente esse si ritirarono. I progressi, però, non furono così fulminei come avrebbe fatto intuire l'inizio dell’offensiva, allora Guderian fece notare che sarebbe stato meglio concentrare le forze su Mosca, ma il Füher era di diversa opinione.
“A fine settembre ricominciò l'avanzata di Bock con il gruppo delle armate di centro. Si combattè a Vjazma: vinsero i tedeschi e fecero altri seicentomila prigionieri. Pareva la fine della resistenza russa, ma di nuovo il tempo bloccò l'avanzata. Con l'inizio delle piogge il terreno si trasformò, ancora una volta, in una fanghiglia che immobilizzò tutti in mezzi non cingolati. Il 15 novembre, durante una pausa del maltempo, lo stato maggiore dell'esercito tedesco chiese alle proprie truppe un ultimo sforzo, che però non fu coronato dalla conquista di Mosca.
“Te lo ricordi Napoleone che fine aveva fatto a Mosca?
“Certo che me lo ricordo! E Hitler voleva essere meglio di Napoleone?
“Quando il 2 dicembre entrarono alcuni distaccamenti nella città, scattò la controffensiva russa diretta da Zuckov in persona. Hitler diede l'ordine di resistere ad oltranza. Brauschitch, capo dell'esercito, scosso dagli avvenimenti chiese e ottenne le dimissioni; una settimana dopo toccò a Bock. Leeb, che con il gruppo delle armate a nord stava assediando Leningrado, aveva cercato invano di convincere Hitler a ritirasi da quel settore, si allontanò dal commando. Rundstedt nel frattempo era riuscito ad avvicinarsi ai campi petroliferi del Caucaso, ma una volta giunto in Crimea e nel bacino del Donec subì una controffensiva che le sue truppe esauste non riuscirono contenere. Anche lui chiese di ritirarsi, ma non gli fu concesso, allora si dimise.
“Hitler, che si era autonominato capo dell'esercito, si liberò a Natale anche di Guderian e in meno di un mese tutti i generali che gli avevano dato la vittoria sulla Francia non erano più in servizio e di qui in avanti la situazione tedesca si fece sempre meno sicura, considerando inoltre che la guerra si stava trasformando da guerra lampo in guerra di chiaro logoramento fisico e psicologico. I russi riuscirono anche a trasportare le proprie fabbriche, smontate pezzo per pezzo, oltre gli Urali, e questa idea fu fondamentale per la continuazione della guerra. Infatti, Stalin riuscì solo in questo modo a colmare le gravissime perdite accusate nei primi mesi di guerra che ammontavano a circa 20.000 carri armati e 15.000 aerei.
“E gli Stati Uniti? Non sono entrati in guerra anche loro? Cosa aspettano?
“Un mometo che ci arrivo! In quell’anno comunque continuava il riavvicinamento anglo-americano, attuato in diverse tappe. Negli Stati Uniti si promulgò una legge su affitti e prestiti che autorizzava il presidente a fornire materiale ai paesi in guerra; avvenne poi un incontro tra Roosevelt e Churchill al largo di Terranova in cui si formulò la Carta Atlantica, in cui furono definite le basi di una politica comune per la pace futura. La carta era una specie di manifesto ideale e politico che si contrapponeva alla barbarie del nazifascismo. Questa barbarie era teorizzata secondo un Nuovo Ordine pensato da Hitler stesso, che lo aveva messo nero su bianco in un suo libro, Mein Kampf, che vuol dire ‘La mia battaglia’. Vi si prevedeva la spartizione del mondo in poche nazioni tra cui i tedeschi sarebbero stati Herrenvolk, cioè i signori ed avrebbero avuto il primo posto nel mondo. Altre poche nazioni sarebbero state privilegiate ed ad esse sarebbe stato riservato un grande spazio, Grossraum, nel quale utilizzare la propria guida sui popoli sottomessi, costituiti dai sottouomini, Untermenschen, come schiavi o eliminandoli mediante la fame, la sterilizzazione ed i campi di sterminio, Vernichtungsläger! E gli ebrei erano i primi da annientare…con la soluzione finale, Endlösung!
“Ma questo era veramente pazzo! Non è possibile che vi sia qualcuno che ancora non lo pensi sul serio! Ed una intera nazione lo seguiva e non solo quella…
“E neppure i sottouomini potevano star bene: i polacchi per esempio. Sentite un po’ cosa scriveva Hitler sempre nel suo delirio. ‘… in Polonia bisogna tenere basso il tenore di vita, non bisogna permettere che esso si innalzi…i sacerdoti dovranno predicare quel che noi vorremo che predichino. Se qualche prete si comporterà diversamente, ce ne sbarazzeremo alla svelta. Il compito del prete è di fare in modo che i polacchi restino tranquilli, stupidi, ottusi… E’ indispensabile tener presente che l’alta borghesia e la piccola nobiltà polacca debbono cessare di esistere… Tutti i rappresentanti della intelligencija vanno sterminati…
“E purtroppo alle parole seguirono i fatti! Ecco perché non bisigna neanche accettare con leggerezza che qualcuno elabori certe fantasie demenziali!
“Senti, continua con la guerra. Anche se non mi piace troppo ascoltare delle battaglie, è certo meglio che parlare di questa follia umana!! – non poteva credere, né pensare la Luigia che simili propositi di strage uscissero da una mente umana.
“Il Giappone, dopo aver conquistato l'Indocina francese, per cercare di isolare la Cina con la quale aveva iniziato una guerra di conquista fin dal 1932, ricevette un ultimatum da Roosevelt che chiedeva il ritiro delle truppe dalla colonia francese. Gli Stati Uniti infatti vedevano minacciati i loro interessi economici e strategici in estremo oriente. Il Giappone oppose un netto rifiuto, quindi U.S.A. e Inghilterra iniziarono l'embargo di materie prime essenziali al paese del Sol Levante e fu presto evidente l’inevitabilità della guerra.
“L'attacco giapponese contro gli Stati Uniti fu sferrato improvvisamente a Pearl Harbor. Alle 7.55 del 7 dicembre 1941, 189 bombardieri attaccarono l'isola, affondando o danneggiando gravemente 8 corazzate, 3 incrociatori e molti aerei a terra, provocando così l'entrata in guerra degli Stati Uniti, in un momento in cui il loro potenziale militare, quasi inesistente nel 1940, era ancora ben lontano da un soddisfacente grado di efficienza.
“Con questo attacco, i giapponesi ebbero il controllo di quasi tutto il Pacifico e contemporaneamente sbarcarono nelle Filippine e nella penisola delle Malacca. L’8 dicembre anche Hong Kong fu attaccata da terra a sorpresa e l’esigua e mal difesa guarnigione inglese, che si aspettava un attacco dal mare, si arrese il giorno di Natale . Sino al 22 giugno di quell’anno la Germania e l’Italia avevano contro di loro praticamente solo l’Inghilterra; dall’11 dicembre esse avrebbero dovuto affrontare le tre massime potenze industriali del mondo.
“L’anno successivo, gli Stati Uniti sarebbero passati da uno a cinque milioni e mezzo di tonnellate di naviglio mercantile, producendo 48 mila aerei, 32 mila carri armati, incrementando l’agricoltura del 12% e inviando cospicui aiuti, soprattutto in mezzi motorizzati, all’Unione Sovietica. La reazione degli alleati contro la Germania cominciava a divenire massiccia e violenta.”
“Churchill, il premier inglese, aveva nuovamente incontrato Roosevelt a Washington nel dicembre 1941, così ebbe un incontro anche con Molotov, primo ministro sovietico, il 21 maggio del 1942 a Londra e cinque giorni dopo fu conclusa una alleanza anglo-sovietica. Nello stesso agosto Churchill si recò addirittura in visita a Mosca da Stalin.
“Dall’altra parte, Germania e Italia, credendosi quasi scavalcate, seguivano il Giappone nel conflitto contro gli Stati Uniti. Il Giappone tuttavia si astenne dal dichiarare guerra all'URSS, stipulando con questa un accordo che riguardava le frontiere della Manciuria e della Mongolia. Sembrava che tra i due la questione dovesse rimanere entro i confini dell’Asia.
“Ma è incredibile! Facevano la guerra a pezzetti?
“Già, sembra incredibile, ma la guerra sembrava distinta fra i diversi paesi. Comunque la situazione delle popolazioni ebree e slave si aggravò in tutta l'Europa, a causa della realizzazione effettiva voluta dallo stesso Hitler della ‘soluzione finale’, cioè il loro sterminio, messo in pratica sistematicamente dalle SS. L’operazione consisteva nel genocidio di tutti i popoli considerati inferiori alla razza ariana. In particolare i nazisti si accanirono appunto contro gli ebrei, dal momento che questi, emarginati per secoli e inibiti dal possedere beni immobili, rappresentavano il fulcro della grande finanza soprattutto in Germania. Non voglio dilungarmi su questo orrendo argomento di cui avete senza dubbio sentito parlare tante volte. Vi ricordo solo dei numeri: 4 milioni di ebrei, uomini donne e bambini, furono trucidati dalle bestialità nazista. Di questi un milione solo nel campo polacco di Auschwitz.
“Di questo orrendo massacro, degno solo delle peggiori fantasie malate, lo scrittore italiano Primo Levi da una lucida testimonianza di vita vissuta nelle sue due opere: ‘ Se questo è un uomo’, dove descrive la condizione disumana nei campi di concentramento e ‘La tregua’, che narra lo sbandamento dei deportati sopravvissuti, spesso abbandonati a se stessi nel ritorno a casa alla fine della guerra.
“Comunque, i Giapponesi conquistarono con una serie spericolata di operazioni aeronavali le Filippine, la Malesia e Singapore, che divennero basi d'attacco per la conquista dell'Indonesia, avvenuta fra gennaio e marzo e facilitata dall'annientamento delle forze navali alleate avvenuta nella battaglia del mar di Giava. Senonchè la reazione degli Alleati si dimostrò efficace; la loro controffensiva nel Mar dei Coralli e nelle isole Midway a Guadalcanal fu il segnale della fine dell'avanzata giapponese.
“La Germania nel frattempo dedicava ogni sforzo alla guerra sottomarina nell'Atlantico affondando centinaia di navi alleate da gennaio a novembre. A fine ottobre si arrestò tuttavia l'avanzata sul fronte dell'Africa settentrionale, dove le truppe dell'asse persero la decisiva battaglia di El Alamein. L'8 novembre gli Alleati sbarcarono in Marocco e in Algeria. Così le truppe francesi dell'Africa settentrionale ripresero la lotta schierandosi a fianco degli Alleati e marciarono verso la Tunisia. Gli eserciti tedesco e italiano, presi tra due fuochi, dovettero arrendersi.
“La reazione di Hitler alla ribellione francese fu immediata: l'11 novembre la Wehrmacht invase la zona meridionale della Francia, già sotto il controllo del governo di Vichy, mentre le forze italiane occuparono Nizza e la Corsica. Il 27 novembre il cosiddetto esercito francese d'armistizio fu sciolto e la flotta francese di Tolone si autoaffondò per non cadere nelle mani dei tedeschi. Sul fronte orientale l'offensiva iniziata dai Tedeschi in maggio, prima in Crimea e poi verso il Caucaso e il Volga, si spinse fino a Sebastopoli e all'estuario del Don, raggiungendo il monte Elbrus e Stalingrado, che i Tedeschi attaccarono immediatamente.
“Già in novembre si ha notizia della prima controffensiva vittoriosa dei Russi su Stalingrado, proseguita vigorosamente in dicembre, che provocò il ripiegamento generale della Wehrmacht e dell'ARMIR. L’ARMIR, cioè l’Armata Italiana in Russia, composta da duecentotrentamila uomini, fu allora involontariamente protagonista di una delle più disastrose ritirate mai registrate dall'esercito italiano. I soldati dichiarati morti o dispersi furono più di settantamila! L’esercito italiano era sparpagliato dal Caucaso all'estuario del Don. E la responsabilità di questa sconfitta è da attribuire in buona parte allo stesso Hitler, che con una insensata ostinazione rifiutò la richiesta delle truppe stanziate in città di arretrare!
“Mario Rigoni Stern, uno dei nostri più acuti scrittori ed ufficiale di quell’armata, ce ne lascia diverse memorie nelle sue opere, soprattutto in quella intitolata ‘Il sergente nella neve’!
“Da parte degli Alleati, dopo la sconfitta dei tedeschi in Russia, furono immediatamente tenute conferenze tra i ministri degli esteri a Mosca, poi al Cairo, dove si svolsero due importanti riunioni tra Churchill e Roosevelt, alla prima delle quali partecipò anche il cinese Chiang Kai-shek. Fu a Teheran che i due statisti anglo-americani si incontrarono infine direttamente con Stalin.
“Per quanto riguarda le forze dell'Asse e i loro alleati, i colloqui di Hitler con i capi di governo dei paesi alleati, ma in realtà sottoposti, con il romeno Antonescu, con il reggente d'Ungheria Horthy, con re Boris di Bulgaria e infine con lo stesso Mussolini, non riuscirono a eliminare le crescenti difficoltà incontrate nella condotta della guerra.
“Anzi, in Italia si verificarono gli avvenimenti più decisivi. Gli anglo-americani, che avevano già preso Pantelleria e Lampedusa, dopo oltre un mese di combattimenti erano sbarcati in forze in Sicilia nella notte tra il 9 ed il 10 luglio, respingendo le forze italo-tedesche dall'isola per poi passare in Calabria, dando il via all’invasione della penisola italiana. L’aviazione alleata colpiva ripetutamente le città e il 19 luglio, per la prima volta, venne bombardata Roma.
“Ne seguì una rapida progressione che mandò in pezzi la già traballante ultima pretesa di credibilità del regime fascista. Le spaventose e disastrose campagne di Grecia, di Russia e dell’Africa settentrionale avevano rivelato brutalmente la falsità di un regime che si era presentato solo con un’orgia di violenze interne e di parole, ma inesistente come forza alla prova dei fatti. Anzi, proprio la quotidiana propaganda e falsificazione della verità ora lo rendeva oggetto del ridicolo e del disprezzo di tutti gli italiani. Questi ormai non vedevano l’ora di liberarsi del duce e della sua follia della guerra: una guerra che il fascismo aveva voluto e dichiarato nonostante la totale impreparazione militare. Tra gli stessi gerarchi fascisti e nell’ambiente della Corte prendeva corpo l’intenzione di allontanare Mussolini e scindere da lui le proprie responsabilità, cercando così di salvarsi la faccia. E mentre i partiti tradizionali si stavano ricostituendo clandestinamente e nasceva il nuovo Partito d’Azione, nella notte fra il 24 ed il 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo votò l’ordine del giorno che chiedeva le dimissioni del duce. Mussolini, costretto a dimettersi, venne addirittura imprigionato. Vi fu allora la debole ed inefficace ripresa del potere da parte del re Vittorio Emanuele III, con la costituzione di un governo diretto dal maresciallo Badoglio, cui seguì la richiesta agli Alleati dell'armistizio, firmato senza condizioni da parte dell’Italia a Cassibile il 3 settembre e reso pubblico l'8 settembre del 1943. L’Italia intera era allo sbando, lasciata a se stessa ed abbandonata dal governo all’occupazione nazista.
“Nel frattempo Mussolini, arrestato a Roma, venne trasferito prima all'isola di Ponza, poi alla Maddalena e infine a Campo Imperatore sul Gran Sasso, dove il 12 settembre fu liberato con una rocambolesca azione aerea guidata dal maggiore Harald Mors, e portato a Monaco di Baviera dove ricevette da Hitler l’incarico di ricostituire un governo fascista. Il 18 settembre, dai microfoni di Radio Monaco, il duce annunciava la nascita di un nuovo stato, fascista e repubblicano. Era l’epilogo di una tragica farsa.
“Il 23 settembre, Mussolini rientrava in Italia sotto la protezione dei tedeschi e prese in carico ufficialmente il nuovo stato, con un nuovo governo fascista che assumeva il nome di Repubblica Sociale Italiana. L'Italia fu di fatto divisa in due: la parte meridionale controllata dagli alleati sotto la luogotenenza del Re, e quella settentrionale – in cui prendeva vita la resistenza - nelle mani dei tedeschi, con Mussolini a capo del governo.
“Il 29 settembre, alla ‘Rocca delle Caminate’, residenza privata del duce, si tenne la prima riunione del governo fascista. Il duce nominò ministro della guerra il Maresciallo Rodolfo Graziani, con l'incarico di ricostituire un nuovo esercito repubblicano. Il governo Badoglio invece, dopo aver firmato il 29 settembre a Malta un nuovo armistizio, dichiarò guerra alla Germania il 13 ottobre e un mese dopo venne riconosciuto dagli Alleati come cobelligerante.
“Al sud, il principe Umberto di Savoia assunse la luogotenenza del regno e poco dopo Bonomi prese il posto di Badoglio alla guida del governo. Negli Stati Uniti, Roosevelt fu eletto presidente per la quarta volta il 7 novembre, con Truman come vicepresidente.
“Il primo di ottobre, lo stesso Graziani, durante una manifestazione al teatro Adriano di Roma, lanciava un appello ad aderire all’esercito repubblichino a tutti gli ufficiali ed i soldati italiani. Ma il reclutamento non avrà mai le proporzioni sperate e per far rispettare la leva obbligatoria Graziani sarà costretto ad emettere un bando in cui si minaccia la pena di morte per chi non si presenta entro i termini. Ai primi di novembre la sede del nuovo governo viene stabilita a Salò, un piccolo centro sul lago di Garda.
“A Casablanca, in Marocco, gli Alleati avevano intanto annunziato la loro decisione di esigere la resa senza condizioni dei loro avversari. Sul fronte sovietico l'Armata Rossa colse nuove vittorie a Stalingrado, dove circondò e annientò la sesta armata di Von Paulus.
“In Italia, la mattina del giorno seguente all’8 settembre, gli Anglo-Americani operarono uno sbarco a Salerno. Dopo l'improvviso annuncio dell'armistizio, le forze italiane sul territorio italiano e nei Balcani, rimaste senza direttive precise, si sbandarono: parte furono facilmente disarmate dai Tedeschi. Seicentomila soldati italiani furono subito imprigionati e trasportati in Germania nei campi di concentramento, parte si diedero alla macchia unendosi alle forze partigiane che si erano organizzate soprattutto nel nord della penisola, alcune rimasero fedeli a Mussolini nella Repubblica di Salò e al loro ex alleato, ma non mancarono episodi di resistenza attiva immediata, conclusisi con una strage. La Repubblica o appunto Repubblichina come venne subito definita, aveva visto nascere in un semplice paese sul lago di Garda un governo fantoccio in balia dei tedeschi, che avevano tolto alla sua sovranità persino il Trentino e la Venezia Giulia. Il capitombolo del duce, da Roma a Salò, era il tragicomico segnale della rovina definitiva del fascismo e l’inequivocabile giudizio di merito della storia sul suo effettivo valore.
“Nati da un pagliaccio, finiti da pagliacci – borbottava tra i denti amaro l’Angiolino.
“Ai primi di ottobre gli Alleati entrarono a Napoli, ma la loro avanzata verso il settentrione venne bloccata sul Garigliano ed il Sangro, ovvero sulla linea di difesa tedesca chiamata Gustav, un imponente sistema difensivo che resistette a quattro assalti che videro tra l'altro l'inutile distruzione nei bombardamenti dell’antico monastero di Montecassino.
Il racconto continuava giorno per giorno, ma anche rimbalzando negli anni, sempre nella stessa cornice di sole e di mare azzurro.
“In Francia il CFLN, il fronte di Liberazione Nazionale capeggiato dal generale De Gaulle, si trasformò il 3 giugno in Governo provvisorio. Deciso durante la conferenza di Teheran dell’anno precedente, il 6 giugno del 1944 si ebbe il famoso sbarco in Normandia. Le forze di Von Rundstedt erano state disposte lungo il Vallo Atlantico per arginare l'imminente sbarco che venne effettuato il 6 giugno in Normandia, dopo essere stato preparato con un serie impressionante di bombardamenti e numerosi lanci di paracadutisti. Allo sbarco parteciparono ben 12000 navi da guerra, 4200 mezzi da sbarco, e 12000 aerei, e dopo due mesi di furiosi combattimenti gli alleati sfondarono così le linee difensive del terzo Reich. Era la dimostrazione della potenza e delle eccezionali capacità organizzative dell’esercito statunitense.
“De Gaulle entrò il 26 agosto in una Parigi liberata, mentre il suo governo veniva riconosciuto da URSS, Gran Bretagna e Stati Uniti. La Germania perse nel corso dell'estate anche il controllo dei territori occidentali che essa occupava, mentre le continue sconfitte subite dalla Wehrmacht provocarono la rottura dei legami con i paesi satelliti. La Romania firmò l'armistizio il 12 settembre; la Finlandia, il 19 settembre. La Bulgaria capitolò subito dopo che il suo territorio era stato attaccato dall'Armata Rossa. Romania e Bulgaria si schierarono contro il Reich.
“Nell'Italia divisa dalla proclamazione della Repubblica di Salò, il 10 gennaio a Verona alcuni gerarchi fascisti, che avevano chiesto le dimissioni di Mussolini con l’ordine del giorno Grandi, come il generale Emilio de Bono ed il conte Ciano ex ministro degli esteri e genero di Mussolini, furono condannati a morte e fucilati dopo un processo-farsa per tradimento. Inoltre, per limitare l'azione dei partigiani che operavano azioni sempre più significative di sabotaggio nei confronti dell’esercito d’occupazione tedesco, vennero effettuate massicce azioni di rastrellamento in varie zone dell'Italia settentrionale e furono compiute numerose rappresaglie.
“Già, come alle Fosse Ardeatine - suggeriva Angiolino commosso.
“O a Marzabotto. Che strage di innocenti… - faceva di rimando la Luigia.
“E sì, le rappresaglie erano nei confronti di attentati o di presunte collaborazioni coi partigiani, oppure per vendicare sulla popolazione civile gli attacchi subiti dai partigiani… Alle Fosse Ardeatine, delle cave che a Roma si trovano nei pressi delle catacombe di San Callisto, i soldati tedeschi, se soldati si possono chiamare ancora degli assassini, comandati da Kappler, massacrarono 335 civili, come rappresaglia per un attacco partigiano avvenuto in via Rasella dove erano morti 35 soldati SS.
“E a Marzabotto?
“A Marzabotto, un piccolo paese nei pressi di Bologna, ci fu uno dei peggiori massacri della storia della resistenza italiana. Furono assassinate ben 1830 persone!! A comandare l’esecuzione era il grande maggiore Reder! Come vedete, non risparmio certo la fama ai criminali!
“E gli americani? Non arrivavano? – si preoccupava ancora la Luigia.
“Gli alleati anglo-americani, che avevano operato uno sbarco in forze ad Anzio, risalirono la penisola e proprio in giugno veniva liberata Roma. Poi fu la volta di Livorno e Firenze. Il movimento partigiano intanto ottenne importanti successi in tutto il Centro-Nord. Tedeschi e fascisti reagivano rabbiosamente con i rastrellamenti, in cui vennero impiegati i militi della Guardia Nazionale Repubblicana e poi le Brigate Nere, che collaborano con le SS anche nella caccia agli ebrei. Perché non soddisfatti di uccidere altri italiani, i repubblichini si erano uniti con grande zelo ai tedeschi nella aberrante operazione di sterminio pianificato.
“Nel dicembre del 1944 Mussolini tenne il suo ultimo discorso al teatro lirico di Milano. La linea Gotica, segnata dai tedeschi sull’Appennino fra Firenze e Bologna, resisteva e le operazioni ebbero un periodo di stasi per tutto l’inverno, anche perchè il fronte italiano era diventato secondario a causa dello sbarco in Normandia e addirittura il generale inglese Alexander invitava i partigiani a sospendere le azioni di guerra su vasta scala.
“E i russi? Non avanzavano anche loro?
“Sul fronte orientale, con l'operazione Bragation, i sovietici riuscirono ad annientare le ultime armate tedesche e ad aprirsi la strada verso Berlino. Alla fine di luglio si trovavano già vicino alla Prussia occidentale nei sobborghi di Varsavia e nei Carpazi. Nella Polonia liberata formarono un governo formato solo da comunisti, opposto a quello che si era rifugiato a Londra nel '39. Erano i primi segni dei contrasti tra le forze avverse all'asse.
“Inoltre, l'avversione spietata dei russi verso i polacchi legati al governo in esilio si era già mostrata durante l'insurrezione di Varsavia, dove morirono ben quarantamila ribelli. La città era stata abbandonata alle quattro divisioni tedesche inviate da Hitler, nonostante l'armata rossa fosse ormai arrivata nei sobborghi.
“In Francia, le truppe anglo-americane proseguirono nella loro avanzata raggiungendo Aquisgrana il 21 ottobre e nel novembre lanciarono una nuova offensiva su tutto il fronte senza però ottenere i risultati sperati. Comunque già a settembre la maggior parte della Francia era libera. Il 16 dicembre Von Rundstedt lanciò l'ultima controffensiva della Wehrmacht nelle Ardenne, che venne affiancata da attacchi tra la Saar ed il Reno. Gli Americani furono costretti a ripiegare di fronte alla pressione delle unità corazzate tedesche e l'intero fronte alleato rischiò di essere travolto, riuscendo tuttavia a resistere, grazie soprattutto alla difesa di Bastogne.
“Ma sembra non finire mai questa guerra!
“E’ vero. Sembra non finire mai. Eppure abbiamo ancora un anno da raccontare.
“Domani, domani! Per oggi penso proprio che ne abbiamo tutti abbastanza!
“Al disgelo del 1945, in Italia si ripresero i combattimenti. Il generale Clark e il maresciallo Alexander lanciarono un'offensiva generale su tutto il fronte, che portò le truppe alleate a raggiungere i principali centri dell'Italia settentrionale e cedette anche la linea Gotica. I tedeschi furono in rotta e si aprì anche il fronte orientale, dove avanzavano le armate jugoslave di Tito.
“Gli Alleati superarono il Reno in più punti in marzo, proseguendo rapidamente la loro marcia verso il cuore della Germania, che, sottoposta a durissimi bombardamenti aerei, era ormai ridotta all'estremo. Mentre i Francesi si impadronivano di Stoccarda, gli Americani invasero la Baviera e raggiunsero Monaco il 29 aprile. La resa delle forze tedesche avvenne per gradi: a Caserta il 29 aprile per le truppe in Italia e Austria; a Luneburgo il 4 maggio per quelle in Vestfalia, Danimarca e Olanda; infine la resa incondizionata avvenne nelle mani dei comandanti in capo alleati, firmata il 7 maggio a Reims da Jodl e confermata l'8 maggio a Berlino.
“La stagione della Repubblica Sociale Italiana terminò invece miseramente nell'aprile del '45, quando i tedeschi si arresero in massa. Milano Genova e Torino vennero liberate dai partigiani e Mussolini tentò la fuga verso la Svizzera travestito da soldato tedesco, ma venne riconosciuto e catturato a Dongo, infine giustiziato mediante fucilazione. In questo modo, il duce finiva la sua avventura sulla riva occidentale del Lago di Como il 28 aprile 1945. Tre giorni prima, il 25 aprile, il comandante militare del CLN, aveva ordinato l’insurrezione generale delle forze partigiane, che a partire dalla fine del 1943 avevano impegnato sempre più seriamente i Tedeschi ed i fascisti. Alla resistenza e alle sue operazioni si sono poi ispirati molti poeti e scrittori come Fenoglio, che scrisse ‘Il partigiano Jhonny’, Franco Fortini con ‘Canto degli ultimi partigiani’ e tanti altri. Di fatto, tutte le forze partigiane avevano già liberato l’Italia dai tedeschi e dai fascisti di Salò.
“Cosa fai, propaganda per i libri?
“Certo, bisogna parlare dei libri, consigliarli e leggerli. E’ dai libri che principalmente si impara. Perché coi libri si può riflettere il tempo necessario, discuterli, metterli a confronto e dei libri ci si può pure innamorare sapete?
“Ma dai! I libri…- le voci erano incredule.
“I buoni libri sì, hanno tutte queste capacità… soprattutto quella di far conoscere gli uomini e la loro storia e di far riflettere. Se la gente leggesse di più… il mondo andrebbe senz’altro meglio anche adesso! E invece ‘bevono’ tutto quello che viene dalla televisione e non possono neanche controllare se si dice la verità. Senza possibilità di confronto, invece di formare dei cittadini coscienti, si formano degli utili idioti… E quanti idioti girano e parlano come fossero profeti!
“ Meglio riprendere il racconto però, per dire cosa rimaneva dopo la guerra.
“Giusto. Il territorio tedesco era stato sottoposto a durissimi bombardamenti a tappeto, che non avevano il solo compito di danneggiare la produzione bellica, ma anche di fiaccare la resistenza del popolo tedesco. Furono sganciati milioni di tonnellate di bombe, furono compiuti i più devastanti attacchi aerei su Berlino, a Colonia, a Francoforte, a Dresda… Norimberga… Sotto le bombe morirono oltre 100.000 civili, le città furono rase praticamente al suolo. Nonostante ciò, Hitler nella sua follia non si arrese. Sperava infatti nelle ‘armi segrete’ che non furono però prodotte in quantità sufficienti per cambiare il corso alla guerra.
“Due giorni dopo la morte di Mussolini, a Berlino, si suicidava in un bunker lo stesso Hitler, designando come suo successore l'ammiraglio Dönitz. La follia tragicomica del fascismo finiva insieme a quella ancor più grande e terribile del nazismo.
“Finalmente!
“I grandi incontri internazionali svoltisi a Jalta nel febbraio del 1945 e a Postdam in luglio e agosto tra i vincitori sovietici, americani e inglesi, furono dedicati alla nuova sistemazione dei confini dell'Europa e in particolare modo al futuro della Germania dopo la fine del conflitto.
“La conferenza di San Francisco, apertasi il 25 aprile, discusse l'organizzazione politica del mondo dopo la guerra: gli Alleati separarono nettamente la creazione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, di cui adottarono la Carta il 26 giugno, dall'elaborazione dei trattati di pace.
“Mentre Stalin, De Gaulle e Chang Kai-shek rimasero al potere rispettivamente in URSS, in Francia ed in Cina, Roosevelt, morto il 12 aprile a pochi giorni dalla vittoria in Europa, fu sostituito da Truman e Byrnes succedette a Stettinius al dipartimento di Stato americano.
“Tutto finito allora? E la bomba atomica?
“Non è ancora finita infatti. In Estremo Oriente la guerra non era ancora terminata. I Giapponesi si impadronirono completamente dell'Indocina con un atto di forza contro i Francesi nel marzo del ‘45, ma subirono la denuncia dell'accordo di neutralità firmato con la Russia, che dichiarò loro guerra nell’agosto di quell’anno. La capitolazione del governo di Tokyo provocò lo smembramento delle conquiste giapponesi. Vennero lanciate per la prima volta due bombe atomiche: su Hiroshima il 6 agosto, provocando la morte di 80.000 persone, 35.000 feriti, 13.000 dispersi e su Nagasaki il 9 agosto con 40.000 morti. Tali perdite costrinsero il Giappone a cedere. Le ostilità vennero sospese il 16 agosto del 1945.
“In Indonesia intanto, veniva organizzato un governo nazionale. In Indocina, Cinesi e Britannici si divisero il controllo del territorio, in applicazione degli accordi di Quebec e di Postdam. Analoga situazione si verificò in Corea con truppe sovietiche a nord e truppe americane a sud del 38° parallelo. La fine delle ostilità non fu seguita a breve distanza dai trattati di pace; quelli che vennero stipulati furono datati in periodi molto successivi: trattati di Parigi del 10 febbraio 1947 per Italia, Romania, Bulgaria, Ungheria e Finlandia; trattato di San Francisco dell'8 settembre 1951 per il Giappone, a cui non partecipò l'URSS; trattato di Stato del 15 maggio 1955 per l'Austria.
“Il bilancio della guerra era disastroso, al di là di ogni più nera previsione: ogni paese aveva dato un numero esagerato di morti. Anzitutto l’URSS con ventimilioni seicentomila vittime, la Cina con otto milioni, la Germania con sette milioni, la Polonia con cinque milioni ottocentomila, il Giappone con tre milioni trecentomila, la Jugoslavia con un milione e mezzo, la Francia con seicentomila, l’Italia con quattrocentocinquantacinquemila, la Gran Bretagna con trecentottantottomila… gli Stati Uniti con trecentomila… e tanti altri di altre nazioni…come Olanda, Belgio, Svezia…
“Ma la realtà più terribile è che di questi quarantotto milioni di morti citati, ben ventidue milioni erano vittime civili inermi: quasi la metà di tutte le vittime!
“Questa è la più grande testimonianza della follia umana della guerra!
“La guerra, è vero, ogni guerra è solo e sempre una follia! In ogni luogo ed in ogni tempo!
“Beh! La seconda guerra mondiale è stata lunga, ma finalmente parliamo dell’Italia del dopoguerra che è poi ancora l’Italia di oggi ora!
La Luigia ed Angiolino mi aspettavano impazienti. Più trascorrevano gli anni e più sembravano voler affrettare i nostri incontri. Inconsciamente temevano che tutto questo finisse. Osservavo Angiolino e d’anno in anno lo trovavo cambiato, più affaticato, più vecchio. Anche il suo mestiere di pescatore era andato a finire. Troppe tasse, troppe leggi, troppa burocrazia e lui s’era spazientito. Lui ed il fratello avevano ormai una certa età, i figli erano cresciuti. La figlia anzi aveva aperto un bar proprio alla Marina Piccola, a strapiombo sul mare. Quel mare che quando era in burrasca riusciva ancora ad entrare con le sue sferzate attraverso le imposte della casetta bianca d’Angiolino, la prima e la più esposta di quelle aggrappate sulla roccia.
Anche per me passavano gli anni. Matilde si faceva grande, andava negli Stati Uniti, poi all’università… Avevo sempre meno tempo e, come mi ripetevano con affettuosa ironia loro due, mi facevo prezioso! Viaggiavo intanto, mi piaceva viaggiare: Asia… Sudamerica… Estremo Oriente… una malattia.
“Dopo che era stato fatto dimettere Mussolini il 25 luglio del 1943, il re che era ancora Vittorio Emanuele III, affidò al generale Pietro Badoglio la formazione del nuovo governo, che doveva portare l’Italia fuori dal disastro in cui Mussolini , ma anche il re stesso l’avevano condotta. Badoglio restò capo di questo governo provvisorio o di guerra fino a giugno del ’44, quando gli alleati entrarono in Roma ed il generale rassegnò le sue dimissioni per ottenere di nuovo l’incarico dal luogotenente del regno, Umberto di Savoia. Tuttavia, il Cln, il Comitato di Liberazione nazionale, che era sorto ufficialmente tra le mura del Vaticano già nel settembre del 1943 ed era composto da tutti i rappresentanti dei partiti antifascisti, protestò energicamente perché la nomina era stata data dal luogotenente del regno a Badoglio, che era stato fortemente compromesso col regime fascista.
“A questo punto il Cln fece nominare come presidente del Consiglio Bonomi, un demolaburista appoggiato dagli americani, ma non dagli inglesi. Così al nuovo governo parteciparono tutti i partiti antifascisti, anche perché, di fronte alle polemiche riguardo al riconoscimento della monarchia, a Salerno, Palmiro Togliatti che era il segretario dei comunisti propose di rinviare la questione alla fine della guerra e di dare invece vita appunto ad un governo di unità nazionale per arrivare insieme alla fine del conflitto ed avviare la ricostruzione del paese. Fu così che nacque il primo governo chiamato di unità nazionale: il governo Bonomi.
“E di governi Bonomi ve ne furono due, ma non senza contrasti. fra i vari partiti che costituivano il Cln non ci si metteva mai d’accordo sui problemi più importanti. Era di fatto già cominciata la lotta per prendersi la simpatia dell’elettorato, almeno quello del meridione d’Italia, dal momento che al nord c’erano ancora i tedeschi per il momento. Così la Democrazia Cristiana cercava di tirarsi dietro i piccoli proprietari terrieri ed anche quelli un po’ più grossi fondando la Confederazione dei Coltivatori…
“La Coldiretti!! Questo lo so. E c’è ancora…
“La sinistra invece guardava più alle masse dei lavoratori e dei contadini attraverso la CGIL, cioè la Confederazione Italiana del Lavoro che portava avanti Di Vittorio, grande sindacalista.
“Poi, nei primi mesi del ’45, l’anno della fine della guerra per l’Italia, gli alleati con l’aiuto dei partigiani prendevano anche il resto della penisola e sulla scena dei politicanti arrivarono altri partiti. Si diceva allora che arrivava il ’vento del nord’ a cambiare le cose. A dire la verità furono poi gli stessi partiti che già stavano nel Cln, ma furono gli uomini a cambiare, gli stessi membri del comitato dell’alta Italia, che ritenevano troppo deboli e remissivi i colleghi romani. C’è da dire che tutti erano ancora presi fino al collo dalla lotta armata, dagli episodi di violenza sempre più feroce e gratuita di cui si rendevano colpevoli tedeschi e repubblichini che si sentivano braccati e finiti… arrivando addirittura ad accusare gli altri di tradire gli ideali della resistenza…
“A questo punto cosa poteva fare Bonomi? Si dimise e siccome i candidati dei socialisti e dei democristiani, che erano Nenni e De Gasperi si annullavano a vicenda, incaricarono del governo il capo del Partito d’Azione, Ferruccio Parri, che ai due sembrava il male minore. Il suo partito era piccolo, Parri però era anche il capo della resistenza del nord e così si accontentavano tutti in una volta sola.
I miei interlocutori non erano mai stati così zitti ed attenti. Questi fatti sì che li interessavano da vicino. La risacca sotto di noi sembrava suggerirmi il ritmo presiso del discorso.
“Appena cinque mesi dopo comunque, i liberali dissero che non ci stavano più e mandarono tutto a monte, facendo riesplodere tutti i contrasti. Parri in effetti cominciava a prendere provvedimenti che riguardavano la politica economica, che finivano per indebolire la grande proprietà monopolistica. E se la sinistra ci stava con fervore, il centro-destra e gli americani, che vedevano i loro naturali interlocutori nei guai, cioè quelli che avevano i soldi e le aziende, non erano certo d’accordo con Parri. C’era anche da decidere cosa fare con la Consulta, che democristiani e liberali avrebbero voluto senza poteri decisionali, mentre socialisti, comunisti e partito d’azione immaginavano con grandi poteri politici. E poi veniva anche il problema della data delle elezioni che la sinistra volevano fare subito subito, mentre ancora tutti erano presi dal rinnovato entusiasmo per la lotta contro i fascisti ed i tedeschi. Democristiani ed americani invece le vedevano di malocchio, dicendo che si poteva aspettare, perché tanta fretta? Prima si facessero le elezioni amministrative, per le politiche si sarebbe visto dopo. Lasciamo passare un po’ di tempo…suggerivano.
“Così avvenne la caduta del governo Parri, che capitò proprio alla fine della guerra armata, della lotta contro il fascismo e l’inizio di una nuova era per l’Italia, quella del dopoguerra. Tutti allora incominciavano a correre per prendere voti e potere. Lo si deve anche capire: quanti anni erano passati sotto la dittatura fascista in cui i partiti e le forze politiche o sindacali erano dipinti come la peste e ‘democrazia’ era divenuta la peggiore parola che si potesse pronunciare! Le cose però, proprio per i motivi che vi ho detto, si sono trascinate con ‘l’unità nazionale’ fino al maggio 1947, data delle prime elezioni politiche.
“Dal 25 aprile del ’45 fino al maggio del 1947 per fare le elezioni? Un bel po’ di tempo c’hanno messo…
“Già, un bel po’ di tempo. Intanto era però De Gasperi che succedeva a Parri. E addirittura, pensate un po’, la proposta del nome venne suggerita dal suo nemico politico più importante d’allora, Pietro Nenni, il socialista.
“Non sarà verooo?? Ma se era socialista…allora…?? – fa l’Angiolino.
“Era socialista ed allora pensava di aver fatto una mossa geniale. Pensava che De Gasperi non ce l’avrebbe fatta a reggere tutti i problemi così difficili portati dalla fine della guerra…gli italiani si sarebbero lamentati e poi, alle vere elezioni, i socialisti avrebbero avuto la maggioranza dei voti!! Sperava proprio in un fallimento che mettesse addirittura fuori gioco del tutto i democristiani, cioè la Democrazia Cristiana che era il nuovo partito dei cattolici… E invece…invece gli andò tutto storto.
“Gli americani intanto avevano capito, con la spintarella del Vaticano, che dei liberali non si potevano più fidare, anche perché erano ridotti all’osso come numero, e che si doveva in ogni modo appoggiare la Democrazia Cristiana contro la sinistra, che vedeva i comunisti dietro l’angolo dei socialisti. Pensate, non solo De Gasperi resterà a capo del governo aal ’45 fino al ’53, ma appena dopo le elezioni, quando lo potrà fare, butterà subito fuori la sinistra dalla compagnia del governo con molto gusto e soddisfazione!
De Gasperi comunque cominciò di gran lena a risolvere due problemi fondamentali: ristabilire l’ordine pubblico in un paese che era allo sfacelo, anche per paura che le forze di sinistra incitassero le masse ad una rivolta, e avviare la ricostruzione del paese dal punto di vista economico. Anche la questione della monarchia la risolse… lavandosene le mani con eleganza. Dal momento che molti democristiani erano monarchici e non volendo dire chiaramente che lui invece voleva la Repubblica, scelse di fare un referendum: così sarebbero stati gli italiani a decidere e lui non avrebbe perso il consenso dei suoi elettori in nessun caso, che vincesse o che perdesse la monarchia! Del resto, gli stessi monarchici, visto come si erano messe le cose e le responsabilità dirette del re, propendevano per il referendum, pensando che nel segreto dell’urna avrebbero votato per la monarchia anche gli italiani che non avevano allora il coraggio di sostenerla apertamente nelle piazze. L’Assemble Costituente infatti avrebbe certo votato a maggioranza per la Repubblica, questo era certo.
“Il 2 giugno 1946 si andò alle urne. Nell’occasione, per la prima volta nella storia d’Italia venne dato il voto anche alle donne! Ed è senza dubbio da sottolineare il fatto per la sua importanza storica e civile! Non saprei dire poi se qualcuno abbia fatto allora qualche conto sul loro presunto sentimentalismo e magari il loro maggior attaccamento alla corona… Non so. Fatto sta che col referendum si votò anche per la assemblea Costituente, cioè per eleggere chi doveva preparare la nuova costituzione italiana.
“Le elezioni si rivelarono dunque una doppia sconfitta per i comunisti. Primo, perché il loro obiettivo era quello di avere più voti dei socialisti e non li ottennero, secondo, perché pensavano insieme a questi ultimi si avere la maggioranza dei voti. Invece non fu così. Ma anche la Democrazia Cristiana tremò. Soprattutto nel sud prese una marea di voti a destra il Partito dell’Uomo Qualunque, con a capo un certo Guglielmo Giannini, che non solo fece capire che gli italiani nel sud non avevano poi capito molto la lezione della storia recente, ma avviò il paese verso un pericoloso atteggiamento di protesta generica, che metteva in forse anche la credibilità della stesso De Gasperi tra i cattolici. Fortunatamente, per De Gasperi e per l’Italia intera,bisogna dirlo, questo movimento avrebbe avuto i giorni contati anche per la netta rottura tra l’URSS e paesi occidentali a livello internazionale: una rottura che coagulò l’elettorato attorno ai cattolici. Così la DC poteva finalmente rappresentare l’unico vero baluardo contro il comunismo.
“E la monarchia? Non c’era il referendum per la monarchia? Non ci pensava più nessuno? – l’anima monarchica della Luigia era ancora in pena per quel risultato.
“Quanto alla faccenda della monarchia, beh, venne sconfitta con uno scarto di pochissimi voti e soprattutto passò la preferenza per la repubblica al nord! Metà quasi degli italiani, nonostante la guerra e la responsabilità del re, non voleva cambiare il potere! La repubblica nasceva per un pugno di preferenze!
“Il vero vincitore comunque fu de Gasperi, non c’è che dire! E come uomo politico si dimostrò senz’altro il migliore! Sapeva anche osare e dopo il voto del 2 giugno si guardò bene dal coalizzarsi con i liberali ed i partiti di destra, sbilanciandosi tanto da far sospettare magari una sua benevolenza verso i fascisti. Anzi! Formò subito un governo con socialisti e comunisti ed il partito repubblicano. Diede così l’illusione per tenerseli buoni ancora un po’, ma il benservito a tutti fu solo questione di pochi mesi. Infatti, vedi i socialisti cosa ti fanno! Nel gennaio del ’47 si dividono di nuovo: a palazzo Barberini a Roma, Saragat litigava con Nenni e si portava via una fetta di partito e di voti fondando il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, che poi sarebbe diventato PSDI. I comunisti se la ridevano, sperando che questo li favorisse. Ma col cavolo!!
“Mi pare che te la ridi un po’ troppo quando vanno male i comunisti!
“E fa anche bene dopotutto! – la Luigia vedeva già in me un alleato insperato.
“Ma no, ma no! E’ che De Gasperi era un vero stratega politico! C’erano due gatte da pelare: una era la firma del trattato di pace che non pareva certo un bruscolino da mandar giù. Poi veniva la votazione di un articolo della costituzione, l’articolo 7, che prevedeva di sottoscrivere con il Vaticano quei patti che aveva firmato lo stesso Mussolini, i Patti Lateranensi. Da solo erano dei bei rischi da correre, visto che sia a destra che a sinistra erano tutti contrari ad accordi di questo tipo mentre si formava uno nuovo stato che si dichiarava laico. Però se socialisti e comunisti volevano restare nel governo… dovevano digerire anche questo boccone avvelenato! E i due soci, che si guardano di traverso, ingoiarono l’esca! Diedero il loro assenso.
“Non avevano ancora finito di abboccare che a maggio De Gasperi mandò in crisi il governo e ne riformò subito uno senza PC e PSI!! Entrambi via, all’opposizione! Era finita l’era dell’Unità Nazionale e iniziava il Centrismo. Cioè la DC la faceva da padrona su tutto e su tutti! Il gioco di de Gasperi avrebbe fruttato al suo partito quasi mezzo secolo di potere.
Angiolino quel giorno se n’era andato incollerito senza salutare nessuno. Non sarebbe ricomparso all’appuntamento per giorni. E la Luigia se la rideva.
“Ritornerà, ritornerà, - mi ripeteva - ritorna sempre alla fine. Lascia che gli passi!
Anche Angiolino era ritornato. Sembrava più stanco ed invecchiato. L’avevamo sulla coscienza il rimorso, la Luigia ed io. Però avremmo fatto di tutto per fargli riacquistare il buonumore.
“Fatta la repubblica ed eliminato il re, per la Dc c’erano anche i problemi economici della ricostruzione da affrontare. E non erano uno scherzo! Tra il ’45 ed il ’48 si trattava infatti di compiere delle scelte economiche fondamentali. La disoccupazione e la sottoccupazione erano dilaganti, particolarmente nel settore dell’agricoltura; l’inflazione galoppava e la ricostruzione materiale del paese era tutta da fare. I partiti che formavano i governi di unità nazionale, l’ho già detto, non facevano altro che litigare fra di loro ed anche qui la storia non era diversa.
“E allora? – abbozzava Angiolino un po’ rigido.
“Allora si accettò praticamente la linea di Luigi Einaudi: la linea neoliberista.
“E cioè? – incalzava di nuovo.
“E cioè si stabiliva che si conservava il regime della proprietà già esistente, col ritorno alla totale libertà d’azione da parte dell’impresa privata e l’eliminazione di ogni controllo pubblico vincolante. Si permetteva cioè ai privati di agire economicamente senza particolari impedimenti. Una linea, questa, che riscuote l'approvazione degli Usa, interessati ad unificare il mercato mondiale sotto la supremazia del dollaro e ad aprire il mercato europeo, che ha necessità di importare cospicue risorse, agli scambi con quello americano.
“Tanto io di economia e di finanza non ci capisco niente! – rintuzzava la Luigia. Questo era anche detto per far sentire Angiolino più importante.
“Anche le forze della sinistra abbassano la testa di fronte a queste decisioni con un atteggiamento soprattutto rinunciatario, anche a causa degli scontri tra socialisti e comunisti. Questi infatti, in disaccordo coi socialisti, rifiutavano categoricamente l’idea di accettare apertamente una economica ancora capitalistica e chiedevano riforme radicali, a partire da quella agraria. Il momento che viveva l’Italia però era tutt’altro che favorevole all’attuazione di interventi così importanti, perché esisteva ancora un regime di occupazione militare e non era del tutto scomparsa la paura di un colpo di forza alleato o monarchico.
“E poi la gente non avrebbe capito. Si sarebbe spaventata. I comunisti volevano infatti guadagnare il consenso anche dei ceti medi e ritenevano anche loro che la linea da tenere da parte delle forze di sinistra dovesse essere moderata. Ed allora rimandarono alle decisioni del Parlamento che sarebbe stato eletto la discussione sulle riforme economiche importanti. Anche perché i comunisti non avevano perso certo l’illusione che le forze di sinistra avrebbero comunque vinto le prossime elezioni. Nel frattempo però, anche questi partiti si dovevano dare da fare per mandare i loro rappresentanti ad un organismo che poteva avere una decisione fondamentale per il futuro: l’Assemblea Costituente, cioè l’assemblea che avrebbe scritto la costituzione della repubblica.
“Già, il 2 giugno ho già ricordato che oltre a scegliere fra monarchia e repubblica, si eleggevano i rappresentanti alla Costituente. Si votò con sistema proporzionale, come sarà poi per molti altri anni. Il voto era così diretto, cioè tanti voti, tanti candidati, libero e segreto, su liste di candidati concorrenti. Non era certo poco dopo le farse delle elezioni del periodo fasciste. La gente provava un vero entusiasmo e credeva sinceramente nella possibilità del cambiamento.
“I collegi elettorali erano 32 per eleggere 556 deputati. Un po’ meno dei 573 che prevedeva la legge elettorale, ma non si votava a Bolzano, Trieste e nella Venezia Giulia dove ancora non c’era la sovranità dello stato italiano. Grosso modo la DC ebbe il trentadue per cento dei voti, socialisti e comunisti ciascuno quasi il ventuno per cento, il cinque e qualcosa per cento fu per l’Uomo Qualunque e gli altri, a parte l’Unione Democratica Nazionale che ebbe il sei, furono tutti sotto il cinque per cento e cioè Repubblicani, Blocco Nazionale della Libertà e Partito d’Azione, quello che ebbe meno voti tra i partiti ritenuti importanti.
“Così, il 25 giugno, a Montecitorio, Saragat fu eletto presidente dell’assemblea e questa che, due giorni dopo, elesse Enrico De Nicola come capo provvisorio dello stato, finchè non fosse stato nominato un nuovo capo dello stato secondo le norme della costituzione che doveva ancora essere scritta. La Costituente inoltre deliberò la nomina di una commissione ristretta, composta da settantacinque membri scelti dal presidente dell’assemblea sulla base delle designazioni dei vari gruppi parlamentari, cui venne affidato l'incarico di preparare un progetto di carta costituzionale da sottoporre a tutti gli eletti.
“La commissione presentò i suoi risultati al Parlamento a fine gennaio del ’47 ed il 27 dicembre dello stesso anno la Costituzione dello stato italiano fu promulgata da De Nicola.
“Le sue caratteristiche riassumono ancora oggi le varie tendenze di pensiero dei costituenti e cioè quella cattolico-democratica, quella democratico-liberale e quella socialista-marxista.
“Dopo una premessa in cui sono elencati i suoi principi fondamentali, vi sono due parti che trattano l’una dei diritti e dei doveri dei cittadini e l’altra dell’ordinamento dello stato stesso.
“La Costituzione è ancora oggi la legge fondamentale dello stato in Italia ed i cittadini di questo stato dovrebbero sempre ricordarsene e portarle rispetto!
Questa volta tutti eravamo contenti allo stesso modo. Non c’erano ne’ vinti ne’ vincitori, anzi ci sentivamo tutti un po’ vincitori mentre ci godevamo il tramonto infuocato sul mare. Rimanevamo ancora solo noi sulla Punta all’imbrunire.
“De Gasperi dunque, dopo aver risolto i suoi problemi con i cattolici ancora attaccati alla monarchia ed il Vaticano, aveva di fatto liquidato socialisti e comunisti ponendo termine all’esperienza dell’unità della Resistenza per cominciare un governo di centro. Eppure comunisti e socialisti pensavano ancora di aver quasi fatto un affare, dal momento che aspettavano da un momento all’altro il crollo della DC ed il fallimento dell’avventura del suo capo. Ed invece non solo la DC resisteva viva e vegeta, ma con l’appoggio degli USA, palese e nascosto, riescì persino ad incrementare i suoi consensi. Allora Nenni e Togliatti, indispettiti, passarono al contrattacco con l’organizzazione di manifestazioni di piazza sui temi caldi della riduzione dei posti di lavoro e della produzione, che spesso portavano a scontri con la polizia e disordini.
“E’ proprio in questo anno, nel ’47, che iniziò la rigida contrapposizione tra Pci e Dc, tra comunismo e anticomunismo, anche in conseguenza di quanto stava accadendo a livello internazionale, con l’inizio della guerra fredda. In settembre si tenne a Mosca la prima riunione del Cominform che formulava la cosiddetta ‘teoria dei due campi’, quello ‘imperialista antidemocratico’ contro quello ‘antimperialista democratico’. Ai partiti comunisti di Francia e Italia, che vi venivano fortemente criticati per la collaborazione coi partiti conservatori, venne praticamente ordinato di mettere a soqquadro i rispettivi paesi; tutti i partiti comunisti, inoltre, dovevano rinsaldare il loro legame con l’URSS, guida del comunismo mondiale.
“Sembra l’incitamento alla rivoluzione mondiale, dai!
“Non lo era in effetti in Italia, ma un pensierino penso che l’Unione Sovietica ce l’ha fatto più di una volta. E senza esagerare.
“Dall’altra parte, lo schieramento era guidato dalla Chiesa stessa che, con il papa Pio XII, riproponeva lo scontro politico ed ideologico nei confronti del marxismo, imponendo ai cattolici la scelta con la formula ‘con Cristo o senza Cristo’. Ed in conseguenza di questa distinzione netta, repubblicani e socialisti democratici, guidati da Saragat, entrarono a sostenere il governo di De Gasperi direttamente nella sua coalizione.
“Con queste tensioni che venivano esasperate ad arte dall’una e dall’altra part,e si arrivò alla campagna elettorale del ’48. Furono le vere prime elezioni politiche e la sinistra, con socialisti e comunisti, si unì in un Fronte Popolare che avrebbe dovuto schiacciare la DC. Questa condusse un blocco di partiti contrapposti che raggruppava socialdemocratici e repubblicani. A destra l’Uomo Qualunque confluì nel Blocco Nazionale, mentre all’estrema destra ricomparivano i monarchici ed un nuovo partito, il Movimento Sociale Italiano. Era appena stata promulgata la costituzione antifascista e già questi ricomparivano apertamente sulla scena politica del governo.
“Ad elezioni avvenute il bilancio lasciò insoddisfatte ovviamente le sinistre. Era stata una netta affermazione della coalizione governata dalla Democrazia Cristiana, mentre il fronte Popolare usciva sconfitto. Però per la prima volta il PCI ottenne un maggior numero di voti rispetto ai socialisti che erano suoi alleati. Comincia così una fase che ormai non si sarebbe interrotta più fino alla scomparsa del PCI e cioè l’egemonia di questo partito nella sinistra italiana.
“Una cosa è certa: dalle elezioni emerse quella che sarebbe divenuta la caratteristica futura della vita politica italiana. Gli elettori, quando si trattava di scegliere tra due schieramenti, davano sempre il voto ai due partiti, DC e PCI, che più degli altri caratterizzavano la loro netta contrapposizione politico-ideologica e non li cedevano ai partiti minori alleati. Quando invece il clima si faceva più tranquillo, i voti risultavano ripartiti in maniera più diffusa.
“Tuttavia, sulle lezioni del ’48 incisero anche fattori che non avevano niente direttamente a che fare con l’Italia. E la prima grande spallata alla sinistra l’avevano data i comunisti cecoslovacchi che, pur non avendo la maggioranza dei voti, fecero un colpo di stato. La paura di subire la stessa sorte anche in Italia era palpabile ed il fatto rovinò la politica moderata dei comunisti nostrani. E poi ci furono gli Stati Uniti: minacciarono gli italiani di non farli partecipare alla distribuzione degli aiuti del piano Marschall se avessero vinto le sinistre. La cosa non la dichiararono apertamente, ma la fecero capire e questa fu un’arma molto convincente nella propaganda democristiana! E non è finita! Gli Alleati potevano giocare anche la carta del ritorno di Trieste all’Italia solo a condizione che vincesse De Gasperi e dagli USA arrivavano lettere di italo-americani che invitavano gli italiani a non votare per i comunisti e raccontavano della ricchezza e del benessere che assicurava loro una bella vita in America e che avrebbero avuto anche gli italiani se…avessero votato la DC.
“E poi… e poi c’era una macchina di propaganda che le superava tutte: la Chiesa Cattolica. Da tutti i pulpiti d’Italia cosa pensate che si invitasse a votare allora?
“Aaahh! Volevo ben dirlo io! C’ero eccome quando i preti facevano propaganda per i democristiani…- fa l’Angiolino
“E allora? Cosa c’è di maleee??Forse che i preti devono stare tutti zitti?E’ questa la tua democrazia? Di te e del tuo Stalin?- la signora non si tirava indietro.
“Per favore! E’ vero che i preti… potevano fare le loro scelte, ma ha ragione anche Angiolino. Come concorrenza era un po’ sleale se la religione non è la politica… Comunque, sta di fatto che i democristiani partivano nettamente ‘protetti’ e favoriti, anche se i comunisti credevano veramente che ce l’avrebbero fatta nonostante tutto!
“E invece perdono…ancora una volta!
“E sì, invece persero e la tensione delle elezioni in cui se n’erano dette di tutti i colori per demonizzare l’avversario non si calmava. Anzi, si arrivò quasi al limite della guerra civile. Molta gente, soprattutto partigiani, avevano ancora le armi nascoste e magari pensavano proprio di usarle. Aspettavano un segnale dai loro capi. In luglio il fatto più grave: Togliatti subì un attentato. Sembrò ormai che il paese fosse sull’orlo del dramma. Venne proclamato lo sciopero generale dalla CGIL ed in tutte le piazze lavoratori e dimostranti si scontravano con la polizia. Sembrò che nessuno riuscisse più a tenere il controllo.
“Ed invece… invece anche questa volta i dirigenti comunisti non si sentivano pronti alla rivoluzione. Predicarla era una cosa, ma farla un’altra! E gli italiani ne avevano abbastanza di morti ammzzati e belli freschi! Lo stesso Togliatti riuscì a parlare alla radio ed a calmare i più esagitati. E poi successe una cosa straordinaria! Bartali vinse la tappa del giorno al Giro di Francia! Tutti furono elettrizzati dalla notizia. Lo sport è lo sport e un italiano che vince, in Francia poi, mette tutti d’accordo…
“Tutto finisce in niente eh? – fa sorniona la Luigia. “un po’ di sport e non capite più niente! Uomini…
“In niente no, dal momento che questo fatto restò sempre come una sfida e da allora il PCI accettò la logica della guerra fredda e cominciò a contrastare e combattere tutte le scelte politiche della DC, a cominciare dall’entrata dell’Italia nella NATO, cioè il Patto atlantico militare tra gli Alleati nella guerra mondiale e che prevedeva il dislocamento di basi militari straniere in Italia. Niente da fare però. Le basi militari si costruirono e ci sono ancora oggi.
“E la riforma agraria? Almeno quella sono riusciti a farla?
“Ah già, la riforma agraria. Tu Angiolino che vieni dal sud d’Italia non te la dimentichi eh?
“Eh, sapessi che sogno che era per noi del sud! Pensa un po’, possedere un po’ di terra che diventava tua… costruirti una casa… che sogno!
“Cominciamo a dire che, allontanati PCI e PSI dal governo, De Gasperi aveva puntato sempre più sulle scelte economiche suggerite da Einaudi. L’Italia doveva tornare a produrre ed essere ricostruita: case, strade, ponti, ferrovie, palazzi… un grande impegno, ma anche una grande occasione di far soldi, no? E allora Einaudi studiò un piano in due punti semplici: primo restringere il credito bancario, cioè prestare meno soldi, così lo stato non andava in bancarotta, contrastando le speculazioni e facendo comprare agli italiani i titoli di stato piuttosto che le azioni di borsa; secondo controllare i prezzi dei beni alimentari più comuni che venivano comperati all’estero e si vendevano così a basso costo, frenando ogni tentativo di inflazione per difendere il potere d’acquisto delle poche lire dei lavoratori.
“Ecco come si fa ad aiutare la gente! Non chiacchiere…
“Ma tu non eri quella che non si intendeva di economia?
“Questa politica difatti frenò l’inflazione, migliorò la bilancia dei pagamenti e garantì la stabilità alla lira e l’Italia si inseriva nel mercato internazionale. Però frenò anche gli acquisti degli italiani e ne risentirono gli investimenti e le industrie. A farne le spese ovviamente fu l’occupazione e se non lavoravano le industrie, anche il reddito nazionale diminuiva, ovvio. Niente paura: Einaudi faceva una politica così perché aveva le spalle coperte. Gli italiani avevano fatto i bravi ed avevano votato come volevano loro ed allora gli americani, con il loro piano Marchall, fatto apposta per sostenere gli alleati politici, regalarono agli italiani, o meglio al governo che naturalmente li usava come credeva, ben 1.470 milioni di dollari in quattro anni! Ed allora erano soldi veri!
“E dove c’è il profumo dei soldi va anche chi vuole guadagnarseli più degli altri. Einaudi con la sua politica attirava verso la DC l’attenzione ed i voti dei ceti medi, degli statali, degli impiegati e di chi aveva uno stipendio fisso, di chi cioè vedeva protetto il suo tenore di vita. E poi, visto che le sinistre erano state sconfitte, non c’era bisogno più d’aver paura e votare a destra…
“E la riforma agraria?
“E va bene: la riforma agraria! E’ la riforma che si poneva come centrale per la politica economica del governo De Gasperi. In buona parte gli italiani erano ancora contadini e le terre le possedevano i proprietari terrieri che spesso le tenevano anche incolte per vari motivi. Nelle campagne meridionali le minacce di rivolte contadine ed il rischio dell’occupazione delle terre erano all’ordine del giorno e, per la DC, diveniva forte la paura che i contadini meridionali venissero convinti a passare ai partiti di sinistra. De Gasperi doveva però fare i conti con le richieste opposte delle diverse anime del partito: un gruppo che faceva capo agli industriali con l’appoggio americano ed il gruppo di Dossetti, uno che non aveva certo paura a mettersi dalla parte dei diritti dei poveri, favorevole alla riforma agraria, mentre i proprietari terrieri, soprattutto quelli del meridione, erano ovviamente ferocemente contrari.
“Allora il governo, tirato e schiacciato da tutte le parti, non fece una vera e propria riforma complessiva per l’agricoltura, ma votò alcune leggi, anche importanti a volte come quella per la Sila e la legge stralcio, con cui cominciò con cautela ad espropriare la terra ed a ridistribuirla con un po’ più di giustizia sociale. I provvedimenti toccarono solo le proprietà veramente enormi, superiori ad una certa estensione o che avevano un certo valore per un insieme di settecento mila ettari, che una volta espropriati vennero divisi fra centoventi famiglie, sotto forma di piccoli poderi, proprio per chi non aveva neanche un metro di terra e poi poche quote che vennero aggiunte alle piccole proprietà. Ai proprietari espropriati le terre furono pagate con buoni del tesoro, mentre i contadini si impegnavano pagare un affitto di trent’anni per diventare veramente proprietari definitivi. Intanto si creavano anche enti appositi per distribuire crediti, aiuti tecnici ed informazioni ai contadini su come dovevano gestire i fondi. Era la tecnica del creare funzioni più o meno utili dello stato per distribuire ancora un po’ di soldi e ottenere voti sicuri.
“La riforma però risultò un vero disastro! Fallì subito, anzitutto perchè l’agricoltura moderna si stava orientando verso le grandi e medie aziende, capaci di dotarsi di mezzi, tecnologie e tecniche all’avanguardia, e non su piccole proprietà condotte con i vecchi sistemi di un tempo e inserite in un territorio del tutto privo di infrastrutture e di industrie di trasformazione dei prodotti agricoli. La terra espropriata, inoltre, non bastava per tutti ed è per lo più la più brutta, impervia, difficile da lavorare e poco fertile, soprattutto perché i proprietari anticiparono la confisca degli appezzamenti migliori dividendoli tra i famigliari o realizzando piccole migliorie per non farsele portar via. Molti di loro riuscirono anche a piazzarsi in posizioni di potere negli enti di riforma che ben presto si tramutarono in nicchie di potere democristiano. E aspetti come i patti agrari, il piano nazionale di bonifica, il miglioramento dei salari e delle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti non vennero neppure sfiorati dalle leggi di riforma. Anche sul piano politico non furono raggiunti i risultati sperati: il malcontento di quanti erano esclusi dalla redistribuzione o ricevevano terre poco fertili e poverissime diventò immediatamente un cavallo di battaglia del PCI che allargò così il suo consenso elettorale nel sud.
“Il 1950 fu anche l’anno in cui si istituì la Cassa per le opere straordinarie di pubblica utilità nel Mezzogiorno, che venne subito chiamata Cassa del Mezzogiorno. Proprio quella che avrebbe scatenato la rabbia delle regioni del nord, perché sarebbe diventata un serbatoio senza fondo e senza controllo per inghiottire un sacco inimmaginabile di soldi senza migliorare la situazione del sud. Pensate che fino al 1984 la Cassa avrebbe gestito più di cento mila miliardi per infrastrutture agricole e industriali e provvedimenti per l’occupazione. Una gigantesca attività che si disperdeva su di un’area troppo vasta, spesso senza aver preventivamente acquisito informazioni sulle caratteristiche dei territori o delle situazioni in cui realizzare gli investimenti e sugli effetti nel medio e lungo periodo. A ciò si aggiunse la piaga della corruzione che diventò una istituzione quasi riconosciuta ed accettata socialmente, che spinse ad utilizzare il denaro pubblico non per creare opportunità di lavoro e produzione, ma per organizzare ed alimentare le clientele dei partiti e gli interessi particolari. E fosse solo questo! Mafia, Camorra, Drangheta divennero i maggiori beneficiari dei regali governativi!
Altra riforma attuata dal centrismo in quegli anni e più precisamente nel ’52, fu quella fiscale. Si chiamò riforma Vanoni. Rappresentava almeno un primo passo verso la creazione di un moderno sistema fiscale grazie alla introduzione della dichiarazione dei redditi, il cui principale scopo doveva essere essenzialmente quello di contrastare l’evasione. Ma come ha funzionato non si sa o meglio lo si sa, dato che l’Italia è diventata famosa per i suoi ‘condoni’! Cioè nel premiare gli evasori in barba a tutti i cittadini onesti che le tasse le hanno sempre pagate!
“Senti un po’! Ma tu parli di mafia, di comorra eccetera… Ecco, vorrei saperne qualcosa di più. Pensa che quando sono arrivato a Manarola, la gente mi guardava in modo strano. Poi mi hanno detto che, siccome ero meridionale, avevano paura che fossi un mafioso.
Evidentemente Angiolino questo atteggiamento non lo aveva ancora digerito del tutto e la Luigia se ne stava zitta, vergognandosi un po’ dei suoi stessi compaesani.
“Beh! Sentite. Parlare di mafia in Italia non è così semplice. Le sue radici sono probabilmente molto antiche e dare una data di nascita a questo potere del crimine che è legato al nostro paese, anzi che abbiamo pure esportato, è impresa ardua, se non impossibile. La faccio semplice nel dirvi soprattutto come è organizzata e cosa rappresenta, perché è un fenomeno proprio nostrano, tutto nostro insomma.
“Certo, anche in altri paesi ci sono forme di criminalità organizzata eccetera, ma è soprattutto in Italia che il sistema della illegalità, proprio storicamente, è stato definito in strutture precise di organizzazione, con riti di affiliazione, capi e sottocapi… e ognuna ha le sue forme particolari, i suoi territori di influenza e si distingue anche in modo molto chiaro e profondo da regione a regione del nostro sud. Comunque, il fenomeno più diffuso e conosciuto è senza dubbio quello della mfia siciliana, anche perché, come dicevo prima, negli anni dell’emigrazione di fine ottocento e di inizio novecento è stato esportato, come prodotto tipico italiano, in tanti paesi ricchi come gli Stati Uniti.
“La mafia siciliana si chiama anche ‘Cosa nostra’ ed è una società, chiamiamola così, organizzata per il crimine, con varie ramificazioni. In Campania invece c’è la Camorra, in Calabria la ‘Ndrangheta, in Puglia la Sacra Corona Unita, per citare quelle conosciute.
“Spiegare perché c’è la mafia ci porterebbe a considerare un sacco di motivazioni sociali, politiche ed economiche. Basta il fatto che la mafia nasce là dove sono state assenti le istituzioni, dove da secoli il potere era in mano a pochi, pochissimi aristocratici, dove lo stato italiano dopo l’unità è arrivato solo per far pagare le tasse, per imporre la leva obbligatoria, per ‘piemontizzare’ il sud e di questo ne abbiamo già parlato. E quando lo stato è solo prepotenza, ovvio che la gente non si fidi, ovvio che la gente cerchi qualcuno che la protegga e qui si inseriscono poteri che chiedono il rispetto assoluto, il silenzio dell’omertà, l’appoggio ottenuto con la paura in cambio di un aiuto che effettivamente forse all’inizio c’era, ma che si è perso nel tempo e che ora ha lasciato soltanto i suoi aspetti negativi di violenza, di sopraffazione, di ingiustizia.
“Ma lo stato questa giustizia, questa sicurezza l’ha saputa veramente dare? Oppure lo stato e i partiti non si sono loro stessi servuti della mafia tante volte per raccogliere voti, per garantirsi fette di appalti, per eliminare i loro avversari, per conquistare una parte del potere in cambio di collusioni, di connivenze, di silenzio ed occhi chiusi? Questa non è forse anch’essa mafia?
Era una costatazione amara da fare sull’Italia che amiamo certamente, ma una costatazione che tutti noi sapevamo bene che rispecchiava la realtà delle nostre parole.
“Erano anni di tensione ed anche di confusione ed un po’ di anarchia: anche l’esperienza politica di un governo, come quello di De Gasperi, che si reggeva su quattro partiti, dipendeva da questa realtà che si assommava alla tensione internazionale sempre più crescente e diventava da ideologica anche militare con la guerra fredda, cioè lo scontro a muso duro fra U.S.A. e URSS. Lo scontro a livello internazionale fra paesi dell’est e dell’ovest europeo si trasformò in scontro interno sempre più aspro fra comunismo e anticomunismo su cui fecero blocco i voti ed i consensi di tutto l’elettorato piccolo e medio borghese.
“E poi De Gasperi, bisogna dirlo, ci sapeva fare…
“Vai avanti che questo l’hai già detto!
“Va bene, l’ho detto e lo ripeto. Ci sapeva fare, era abile politicamente ed fu capace di smorzare le diverse anime della sua coalizione di partiti che avevano anche interessi diversi ed a volte contrapposti. Senza contare che la stessa DC era uno strano contenitore in cui stavano insieme elementi grandemente eterogenei, oltre ad essere un partito confessionale a differenza degli alleati laici, profondamente laici. Tutto ciò fu evidentemente un elemento di debolezza profonda. Aggiungete anche l’ evoluzione di tutta la situazione interna ed internazionale, come l’allontanamento del PSI dal comunismo, l’equilibrio che si realizzò tra le due superpotenze con alti e bassi e poi ditemi voi. Ci mancava la morte dello stesso De Gasperi per far saltare il suo equilibrio e portare ad una crisi profonda il centrismo. Questo si basava infatti non sulla grande forza unificatrice della DC, ma sulla difficoltà delle forze che la contrastavano a coalizzarsi tra di loro sia nella destra che nella sinistra del paese.
“Già all’inizio degli anni cinquanta era cominciata la crisi strisciante con l’emorragia di voti democristiani sia verso destra che a sinistra. Non c’erano già più le motivazioni che avevano portato al successo schiacciante delle elezioni del ’48! E De Gasperi, non potendosi apertamente schierare con la destra, aveva affrontato l’emergenza giocando una carta, quella della riforma elettorale. Questa riforma prevedeva un premio di maggioranza dei due terzi dei seggi per il partito o la coalizione che vinceva le elezioni con la maggioranza assoluta dei voti. Era il sistema per mettere la DC in una botte di ferro: permetteva infatti a quel partito di ottenere la maggioranza sicura ed assoluta a patto che scattasse il premio di maggioranza per la coalizione di centro!
“Hai capito che furbo? Si assicurava il governo per sempre…
“Sembrava fatta a De Gasperi, ma le elezioni del ’53 videro immediatamente fallire il tentativo di manovra, anche perché nel paese si era creata una reazione durissima a quella che veniva apertamente chiamata la ‘legge truffa’. La coalizione di centro, accusata di voler conservare il potere in modo antidemocratico dagli avversari politici, per soli cinquantasette mila voti non raggiunse la maggioranza questa volta. Molti elettori infatti risposero spostando il voto verso i partiti d’estrema destra e d’estrema sinistra: il PCI ed i missini. Era la netta bocciatura della linea politica e strategica della DC e quindi di De Gasperi. Anzi, lui in questa situazione non poteva neanche più formare un nuovo governo, perché repubblicani e socialdemocratici non ci stavano più. Tentò allora di fare un governo solo con la DC, ma ovviamente l’esperimento fallì subito e si chiuse anche la sua carriera politica.
“Tutto ciò portava comunque ad un periodo di grave instabilità politica, perché nella coalizione i partiti più piccoli si rendevano conto di avere tra le mani uno strumento di ricatto molto potente, con cui pretendevano di imporre la loro volontà, dal momento che senza i loro voti non si poteva governare. Fu il cosiddetto ‘governo ai margini’, per cui la principale preoccupazione di tutti i partiti, anche dell’opposizione, era quella di diventare più forti mettendo propri uomini di fiducia nei punti chiave della amministrazione pubblica, della burocrazia e di ogni struttura organizzata politica, economica e sociale. Era l’occupazione del potere.
“Intanto nella stessa DC si prese coscienza che non si poteva più continuare con un governo formato solo da centristi. Occorreva stabilire nuove alleanze per un blocco anticomunista il cui perno fosse sempre la DC: si andava già verso l’idea della formazione del centrosinistra, aprendo timidi colloqui col partito socialista.
“Mamma mia! Non mi sarei mai immaginata che fare politica fosse una cosa così confusa! – commentava ingenuamente la Luigia.
“Ma che confusa! Sono dei furboni i politici, altrochè! E tutto per tenere ben stretta la loro poltrona, in ogni modo. Gli interessi della gente vengono sempre molto dopo! Se vengono…
Non potevo condividere pienamente la convinzione di Angiolino. Eppure, mentre mi arrampicavo sbuffando dalla Marina Piccola su per il Vicolo Chiuso (‘chiuso agli scemi’ come qualcuno aveva aggiunto a mano sull’indicazione viaria!) riconoscevo che non aveva neanche tutti i torti. In senso generale…
“Furono gli anni cinquanta della nostra nuova repubblica che caratterizzarono il grande sviluppo economico, un vero e proprio miracolo che cambiò completamente il modo di vivere e di pensare degli italiani fin nel loro intimo. Secoli e secoli trascorsi stavano per concludere la loro esistenza ed aprirne una nuova alla nostra società. Iniziava quella che è ancora oggi l’era del consumo per tutti, perché anche la società ormai diventava di massa: si acquistavano automobili, televisioni e tutti gli elettrodomestici possibili! Si intraprendevano una serie di costruzioni stradali mai viste e queste trascinarono tutto il resto dell’economia della nazione. Fra il 1951 ed il 1962 l’industrializzazione sembrava crescere come un fungo in un bosco dopo la pioggia! Uno sviluppo incredibile, senza precedenti, e più alto di tutti gli altri che si manifestarono in Europa.
“C’era una corsa alla ricostruzione di un paese distrutto dalla guerra, che si indirizzava al recupero ed alla innovazione nel senso di modernizzazione degli impianti industriali che fino allora erano stati sotto-utilizzati, nell’impiego delle fonti di energia a più basso costo, per cui vennero sfruttati i giacimenti di petrolio e metano che con gli idrocarburi venivano scoperti in Val Padana, in Abruzzo ed anche in Basilicata. Lo stato costituì due società pubbliche per questo, l’IRI e l’ENI. Il mercato nazionale di base intanto cresceva soprattutto per la disponibilità di manodopera a basso costo che sembrava allora un serbatoio inesauribile, dato che nel sud del paese soprattutto molta gente era disoccupata. Il tutto fu aiutato da una congiuntura internazionale favorevole in cui l’economia crebbe un po’ dappertutto con i primi passi di integrazione europea, gli aiuti americani e gli investimenti degli stranieri in Italia.
“Fu un miracolo economico che si divise in due parti. Una prima, dal ’51 al ’58 dovuta alla crescita della domanda interna. Cioè gli italiani avevano più esigenze da soddisfare. La seconda invece dipese dal fattore trainante dell’esportazione: i prodotti italiani costavano meno, ma pure si vedevano i primi effetti del Mercato Comune Europeo! Però questo sviluppo non avvenne nello stesso modo in tutto il paese, anzi! Aumentava la distanza fra nord e sud della penisola ed il mezzogiorno fu coinvolto in una ondata migratoria senza precedenti verso le regioni del nord che erano rapidamente industrializzate. Questo tolse la manodopera più giovane e quindi la migliore alla agricoltura meridionale, un settore già povero di per sé. Però la scelta fu questa e tra nord e sud sarebbero aumentate sempre più le differenze economiche!
“E non fu solo la differenza enorme, che si andava allargando, fra nord e sud a preannunciare che ci sarebbero stati problemi in seguito. Oltre a questo c’era anche il fatto che, a differenza delle altre nazioni europee, da noi si guardava intensamente solo allo sviluppo industriale ed al suo finanziamento ed alla sua protezione con interventi anche statali di sostegno a questo settore. L’agricoltura venne invece abbandonata a sé stessa e gli interventi furono solo marginali, senza pensare ad un suo ammodernamento.
“Si investì per far crescere la produttività industriale, ma non si pensò in modo serio all’occupazione, per cui con lo sviluppo dei settori trainanti, crebbero senza controllo ed a dismisura le piccole imprese ed il settore terziario che dovevano assorbire la manodopera. Lo stato, con un sistema di partecipazione a questo sviluppo, in assenza di un vero progetto complessivo univoco ed omogeneo, cercò solo di dare ed aiutare a far crescere quello che non seppe e non volle realizzare l’industria privata. Creò cioè tutte le infrastrutture a sue spese, così con le tasse di tutti gli italiani costruì tutto quello che serviva solo all’industria ed alla produzione privata che non volevano rischiare di investire capitali propri, anche perché trovavano comodo che lo stato lo facesse al posto loro. Si accontentavano di sfruttare tutti i vantaggi offerti dalla spesa pubblica. E questo è un male ancora presente nella nostra imprenditoria.
“Per questo, già nel ’63 questo miracolo cominciava a mostrare i suoi limiti. Finiva la prodigiosa crescita economica. Il rapporto produttività-salario, che fino ad allora era stato sopportabile, cambiò drasticamente. Sommato alla crescita eccessiva e rapida dei prezzi e alla perdita della competitività internazionale questo fece esplodere tutte le tensioni irrisolte fra padronato e mano d’opera. Se ci mettiamo anche che i pochi veri imprenditori lungimiranti erano ostacolati o addirittura eliminati dalla competizione economica…
“Cosa vorresti dire con questo?
“Voglio dire che la lotta economica richiedeva coraggio, creatività e idee, ma dietro l’angolo stavano anche le insidie di chi voleva conservare i propri interessi intatti, dentro e fuori l’Italia o anche contro di essa. Se c’è qualcuno che non sta al gioco dei più forti, non va bene neppure alla politica ed anche molto più in là.
“E allora c’è qualcuno che vuole intromettersi, dentro e fuori dall’Italia.
“Ma che cosa vuole dire? - fa l’Angiolino abbastanza sorpreso dell’interruzione.
“Vuol dire che certe cose, anche in campo economico, ma non solo, non fanno piacere a certa gente. Prendi per esempio il caso Mattei. Uno dei primi misteri irrisolti d’Italia?
“Il caso Mattei?
“Sì, Mattei. Era un imprenditore italiano con un cervello di cui Verga avrebbe scritto che ‘era un diamante’! In pochi anni era diventato presidente dell’ENI e aveva in testa di rendere l’Italia indipendente o almeno il meno dipendente possibile dal mercato esterno dell’energia: petrolio! Per cui aveva sfruttato al meglio non solo la produzione di petrolio e gas in Italia, ma cercava anche di stipulare contratti diretti coi paesi produttori. E questo dava fastidio.
“Ecco qua. E’ sabato, il sabato 27 ottobre del ’62. Sono quasi le sette di sera. La torre di controllo dell’aeroporto di Linate perde i contatti con un piccolo bireattore. E’ un Morane Saulnier, registrato con la sigla I-Snap, di proprietà dell'ENI, l’ente petrolifero di stato. A bordo del velivolo si trovano il presidente della società Enrico Mattei, un giornalista inglese, William Mc Hale e il pilota Irnerio Bertuzzi. L’aereo è decollato dall’aeroporto di Catania alle 16.57, dopo una visita lampo di Mattei nella Sicilia meridionale.
“Mancavano pochi giorni ad un appuntamento importantissimo per Mattei. Il 6 novembre, in Algeria, avrebbe firmato un accordo diretto sulla produzione di petrolio, un accordo che non stava bene alle ‘sette sorelle’ del cartello mondiale.
“Le sette sorelle?? Ma cosa sono? - era la Luigia che sembrava sorpresa questa volta.
“Eh! Questo lo so – fa l’Angelino orgoglioso – sono le compagnie petrolifere che controllano tutto il mercato del petrolio del mondo, praticamente. E sono tutte americane!
“Verissimo! Sono tutte degli Stati Uniti o di paesi economicamente affiliati. Mattei aveva elaborato un piano sia per produrre il petrolio in Italia, sia anche per fare dei contratti separati coi produttori arabi. Ovvio che questo non faceva piacere a chi voleva controllare tutto il mercato.
“I resti dell’aereo vennero trovati in un campo alla periferia del comune di Landriano, in provincia di Pavia. Mancavano solo pochi minuti in linea d’aria perché l’aereo arrivasse all’aeroporto di Linate, vicino a Milano. Gli occupanti sono tutti morti. Il solo testimone dell’accaduto, un contadino proprietario del terreno, racconta subito ai giornalisti che ha sentito un’esplosione. Secondo quello che dice l’aereo è esploso in volo. Però, dopo che sono arrivati il magistrato ed i carabinieri cambia versione. E non una, ma diverse volte, finchè finalmente da quello che dice risulta tutto un incidente che mette tutti a tacere in fretta.
“In verità, ancora oggi ci si chiede se la scomparsa di Mattei fu realmente dovuta ad un tragico incidente o ad un sabotaggio deliberato. E sapete una cosa buffa? Dopo anni di processi che non hanno portato a nulla se non ad alimentare nuovi dubbi, l’unico imputato, per la magistratura è rimasto il povero contadino!
Con la costruzione del parco-giochi sopra la Punta era aumentata la confusione e gli strepiti dei turisti si facevano più intensi. Raramente ormai si trovava un attimo di calma per poter discutere. Così avevo ormai rinunciato alle mie due o tre ore di pesca al mattino per ritrovarmi con gli amici. Si guardava insieme il sorgere del sole. Era quasi un momento magico ormai. Sembrava che tacitamente attendessimo in silenzio finchè i raggi si distendevano gradualmente sulle case arroccate di Manarola. Era una mano che l’accarezzava dall’alto verso il basso nel trascorrere di pochi secondi, come se l’illuminasse rendendola brillante. Era il segnale per noi. Si poteva rincominciare.
“Durante gli anni del cosiddetto miracolo economico i partiti politici avevano fatto a gara per conservare e rafforzare ciascuno la propria parte di potere. Soprattutto la Dc ed i suoi alleati di governo, in una posiziona naturalmente vantaggiosa, avevano fatto in modo di ottenere un ampio controllo sui voti, soprattutto sulle masse contadine e rurali del mezzogiorno che era ancora poverissimo, promettendo miglioramenti e realizzando una serie di enti statali autonomi che distribuivano posti di lavoro controllati e stipendi, finalizzati alla realizzazione di opere pubbliche pagate dallo stato nelle aree depresse.
“Ovviamente gli enti si trasformavano subito anche in centri di potere, che controllavano gli interessi non solo dei partiti, ma anche delle correnti diverse che si formavano dentro gli stessi schieramenti politici. Infatti, il controllo e la gestione di tali enti permetteva di determinare il flusso delle erogazioni statali a livello locale di tutte le risorse che venivano incanalate al sud e di avere sotto controllo anche i poteri minori, come la concessione di licenze, le assunzioni, le assegnazioni degli appalti e tutto significava un serbatoio di voti controllabili e controllati dei diretti interessati e delle loro famiglie, amici, parenti prossimi… Era la tecnica clientelare che costituiva i bacini elettorali.
“Eh lo so bene io! – Angiolino, che veniva da Napoli, sapeva bene cosa significasse una raccomandazione!
“Intanto, per quanto riguarda il governo vero e proprio, nella seconda metà degli anni cinquanta, quando andò in crisi il Centralismo, tanto per intenderci, cominciava la lenta deriva verso il Centrosinistra, l’alleanza fra la DC ed il PSI. Ad aiutare questo avvicinamento sarebbe stata la frattura all’interno della sinistra, iniziata formalmente fino dal 1956.
“Quell’anno fu denso di avvenimenti a livelo internazionale che fecero scalpore e che si ripercossero come un uragano sulla politica interna dell’Italia. Anzitutto, al ventesimo congresso del partito comunista sovietico, Kruscev, che allora era il segretario del partito e capo del governo, rivelò i grandi crimini del suo predecessore, Stalin, iniziando un lento smantellamento, la distruzione del culto della personalità che aveva trasformato i capi sovietici quasi in divinità di culto per tutti i comunisti. Il PCI cercò allora di distanziarsi da un passato tanto compromettente e tentò pure di distinguersi più autonomamente dagli altri partiti comunisti europei ed anche di liberarsi un po’ dal vincolo dell’URSS.
“Nel PSI intanto si faceva strada l’idea che l’alleanza con i comunisti facesse perdere voti preziosi e che era meglio squagliarsela quatti quatti da una alleanza che diventava sempre più scomoda e perdente. E la DC naturalmente stava pronta ad accogliere questi nuovi alleati, anche se per il momento solo come sostegno esterno ai propri governi.
“L’assalto dei carrarmati in Ungheria ad un governo comunista che chiedeva solo un po’ più di indipendenza da Mosca scatenò la reazione del centro e delle sinistre più moderate cui si accodarono anche i socialisti. I comunisti italiani invece erano divisi al loro interno e non seppero rispondere con una condanna chiara contro l’aggressore, quando non si alzavano addirittura voci di appoggio all’URSS. Così la divisione politica nella sinistra italiana si fece lampante.
“Già al congresso di Torino dell’anno precedente, Nenni, il segretario dei socialisti, aveva lanciato apertamente un appello alla Dc di ‘aprire a sinistra’. Allora i tempi non erano ancora pronti ed erano ancora molteplici i legami coi comunisti, ma intanto sotto sotto si lavorava in questa direzione. Nel PSI vi era ancora un’ala di sinistra molto vicina ai comunisti e gli stessi socialisti rimproveravano troppe vedute diverse e ristrette alla DC, soprattutto in materia di politica estera.
“Furono le elezioni del ’58 che premiarono la politica di apertura a destra del PSI: i suoi voti aumentarono, contro la stabilità dei comunisti, mentre nella Democrazia Cristiana prendeva la maggioranza la corrente di sinistra guidata da Fanfani. Ma anche lui non fu in grado di ottenere una maggioranza governativa che gli desse fiducia per una alleanza diretta coi socialisti. Si alternano allora dei governi diversi: dal monocolore democristiano guidato da Segni col sostegno delle destre, cioè il PLI, i Monarchici e addirittura l’MSI, al governo di Tambroni che segnò per reazione un momento che spianava la strada all’avvento dei socialisti al governo.
“Che significa ‘sta reazione?
“Te lo spiego subito. Tambroni aveva costituito un governo dalle caratteristiche molto deboli, con un programma limitato e senza disporre di una maggioranza in Parlamento. Per stare in piedi ebbe addirittura apertamente bisogno del voto dei missini. Si cercò di giustificare in qualche modo il fatto che i fascisti dovessero sostenere un governo della DC, motivandolo come una esigenza tecnica, ma era una scusa inconsistente e anche la stampa statunitense rise sulla faccenda e lo definì un ‘governo in tecnicolor’! Fu il segnale della fine per la parte conservatrice della DC. Tambroni fu costretto a dimettersi addirittura dalla direzione stessa della DC e Fanfani tentò di costituire un governo con PSDI e PRI, con l’astensione del PSI.
“Ancora una volta però non ci riusciva per l’opposizione feroce dello schieramento dei conservatori nel suo partito ed il presidente della repubblica Gronchi tornò indietro e richiamò Tambroni. Questi ottenne la maggioranza al senato, ancora con i voti dell’MSI. Nel paese la tensione salì alle stelle, si verificarono gravissimi scontri di piazza, soprattutto a Genova dove era in programma il congresso del partito neofascista che gongolava per essere tornato al potere.
“In luglio, il vertice della Dc dichiarava definitivamente conclusa la funzione del governo di transizione e costrinse Tambroni a dimettersi definitivamente. Il nuovo incarico venne affidato a Fanfani che presentò al Parlamento l’ultimo governo di transizione al centrosinistra. Il governo Tambroni, infatti, aveva dimostrato che la Dc non poteva svoltare a destra senza provocare fortissime tensioni nel paese e che repubblicani e socialdemocratici non volevano più un governo centrista.
“La via obbligata da seguire era l’apertura a sinistra, resa possibile anche dalla mutata situazione internazionale. Negli Stati Uniti era stato eletto come presidente il democratico Jhon Kennedy e si mostrava anche un maggiore distacco dalle cose politiche da parte della Chiesa che era retta dal papa Giovanni XXIII,’ il papa buono’.
“Il centrosinistra nacque di fatto con il quarto governo diretto da Fanfani nel ’62, che scaturì dall’alleanza fra Dc e PSI, grazie proprio all’astensione dal voto parlamentare dei socialisti. Cioè i socialisti, non votando contro il governo, ma astenendosi, gli davano la maggioranza e lo sostenevano dall’esterno. Questo governo sarebbe durato solo poco più di un anno, fino al giugno del ’63, ma saranno importantissime le riforme promosse a favore delle idee introdotte dai socialisti.
“Anzitutto venne costituita una commissione per la programmazione economica. Poi fu nazionalizzata l’industria della produzione dell’energia elettrica, l’Enel. Quindi, all’inizio del ’63 vennero adottati provvedimenti di riforma della scuola con la realizzazione della scuola media unica e l’estensione dell’obbligo di frequenza scolastica a quattordici anni. Il governo non sarebbe riuscito comunque a realizzare altri due progetti importanti: la realizzazione del piano verde per l’agricoltura e l’attuazione dell’ordinamento federale per l’autonomia regionale che era previsto già dalla Costituzione. E della mancanza di quest’ultimo elemento importante ci si renderà conto anni dopo col rischio dello smembramento del paese!
“Con Bossi e la Lega, dì la verità!
“Sì, ma adesso è troppo presto per parlarne…
“Così, di fronte alle elezioni che stanno per venire, proprio la non realizzazione di queste ultime riforme aveva spento gli entusiasmi per il centrosinistra. Questo anche perché nel frattempo era iniziata per vari motivi una crisi economica dopo il ‘boom’, che era caratterizzata da una forte crescita della inflazione. Nelle elezioni la Dc perde voti a favore del PLI, che aveva contrastato l’apertura ai socialisti e del PSDI, mentre a sinistra crescono i voti dei comunisti. Emergevano le anime più conservatrici e più estremiste dei partiti che dimostravano così la loro contrarietà alla svolta di Fanfani e Nenni.
“A fine anno comunque i socialisti entrarono a far parte del governo Moro direttamente. Fu il primo di tre governi guidati da lui con tutti i membri di un quadripartito formato da DC, PSI, PSDI e PRI. Venne immediatamente rilanciato il programma di riforme che non era stato completato da Fanfani, ma la spinta verso il cambiamento aveva perso vigore e incisività. Di fatto fu la crisi economica a condizionare le scelte e frenare la realizzazione di interventi forti e radicali che erano anche molto costosi. Moro dovette anche fare i conti con le grandi lobby dell’edilizia, molto potenti, con quelle dei finanzieri, dei grandi proprietari agrari. Nessuno di questi voleva fare dei cambiamenti. Per loro andava bene tenere tutto come stava ed erano loro ad avere in mano i grandi capitali.
“Nel 1964 era morto Togliatti e gli era succeduto, a capo del PCI, Luigi Longo. Due anni dopo, nel ’66, i due partiti socialisti si fusero nel PSU, Partito Socialista Unitario, lasciando sempre più isolati i comunisti. Ma nel ’68, solo due anni dopo, gli elettori avrebbero dato torto ai socialisti decretando il fallimento dell’unione che si risolse miseramente nel ’69.
“Ormai tuttavia queste vicende sembravano interessare poco gli italiani. Era cominciato un periodo molto difficile a livello internazionale, ma anche nazionale. Aumentavano le tensioni nella società civile e vi si aggiunsero scandali e tentativi di colpi di stato anche da parte di generali del nostro stato che guardavano a destra, come il generale De Lorenzo. Iniziava una nuova stagione che coinvolse studenti, lavoratori e infine anche il terrorismo.
“Oggi finalmente parliamo del ’68! Ed è importante perché ormai di questi avvenimenti sono stato testimone anch’io. Finora parlavo solo per sentito dire, ma adesso… E so anche che è più difficile essere obiettivi se ci si è stati dentro agli avvenimenti. Perciò cerco solo di raccontarli.
“Ci fidiamo, ci fidiamo! E’ inutile che ti preoccupi tanto!
“Il '68 non fu semplicemente un fatto, né un singolo avvenimento, ma un insieme di personaggi, idee, episodi, comportamenti, atteggiamenti, aspirazioni e desideri, di aspettative e delusioni. C'era in atto un vento di cambiamento anche se pieno di contraddizioni che ha soffiato su ogni situazione presente non solo in Italia, ma anche a livello internazionale, coinvolgendo un'intera generazione e suscitando un modo comune di sentire che rompeva con il passato, tutto il passato e con tutte le convenzioni sociali e politiche fondate sull'autoritarismo. Non saprei come definire ancora adesso esattamente cosa è stato nel suo complesso il ‘68. Senza dubbio è stata una stagione che mi ha affascinato perchè diversa da tanti altri periodi storici, con tutti i pregi e i difetti che naturalmente adesso riconosco che ha portato con sé.
“Si può comunque dire che i ‘68 è un movimento che nasce spontaneamente, un movimento di ribellione, che si trasforma in un'aperta rottura e che interessa tutta quanta la vita di ogni giorno e la società in tutti i suoi aspetti. Quindi non agisce soltanto in ambito politico, anzi, sembra intervenire maggiormente negli aspetti più profondi e privati della vita. Investe i sentimenti ed i giudizi sulla realtà. E la sua forza è durata per molti anni dopo, quando già la sua spinta iniziale era finita e forse ancora oggi viviamo degli aspetti e dei condizionamenti che ci arrivano da quella esperienza.
“Il ‘68 allora non si è svolto secondo un percorso lineare, ma si è diretto in mille direzioni, a seconda del paese in cui si realizza e segna una forte trasformazione di tutta la società, perché nascono nuclei quasi spontanei di giovani che si interessano di politica e che pretendono e si sforzano di rileggere criticamente dalle sue basi, e addirittura dalle sue fondamenta, la società con un filtro dato dal marxismo, dal leninismo ed anche da una forma abbastanza profonda di settarismo. Forse questo aspetto soprattutto stimolerà quegli avvenimenti legati ai cosiddetti misteri d'Italia, di non facile lettura ed ancora tutti da scoprire e interpretare.
“Nel 1968 esplode rumorosa la rivolta studentesca. E non solo in Italia! In ogni parte del mondo occidentale, dall’Europa agli Stati Uniti gli studenti scendono in piazza a protestare. La società che era stata proposta e propagandata dal miracolo economico, che ha promesso mari e monti a tutti non era stata in grado di mantenere le sue promesse. E allora i giovani si rifiutavano di guardare ai modelli che venivano proposti loro, ai valori che ci stavano dietro. E non solo i giovani delle classi più sfavorite e povere: anche quelli delle classi borghesi.
“I giovani contrappongono le loro idee al consumismo di massa proposto: vogliono una società non degli individui, ma collettiva, in cui tutti condividono quello che si ha, da realizzare con la rivoluzione delle idee, della cultura, addirittura con una loro controcultura. Ed in questa controcultura quei valori che parlano di autorità e di famiglia sono estromessi. Sembra una follia, ma una follia positiva e propositiva. I ragazzi guardano infatti ai miti dell’antifascismo, ma molto ingenuamente anche alla dottrina marxista rivista attraverso l’esperienza della Cina di Mao e della guerra del Vietnam contro gli Stati Uniti.
“Alla contestazione giovanile e studentesca si aggiunge anche quella degli operai. In questo clima di alta tensione, infatti, in Italia il movimento sindacale è al massimo della sua forza e parla a nome di tutta una società che vuole risposte a tantissimi problemi, mettendo sotto accusa come si è portata avanti l’economia arricchendo pochi a scapito di molti negli ultimi anni. Lo sciopero diventa un mezzo non solo per reclamare più soldi nella busta paga o miglioramenti sul posto di lavoro, ma la richiesta di riforme profonde, forti, che riguardano tutta la società e che neanche i governi del centrosinistra erano stati in grado di promuovere. I sindacati quasi si sostituiscono addirittura ai partiti politici in questo momento e trattano direttamente col governo. C’è però un loro limite, cioè quello di essere abituati a difendere gli interessi soprattutto delle classi lavoratrici e operaie e questo li costringe ad essere chiusi ed isolati nelle fabbriche. Molti non li capiscono.
“Comunque, di fronte ai cortei degli studenti ed agli scioperi che riempiono le piazze, i partiti politici sembrano spiazzati, non sanno che fare. A destra non c’è un partito, come invece c’è in Francia, che sappia raggruppare molti voti in nome degli interessi comuni di tutti quelli che sono contrari alla contestazione. A sinistra invece il partito comunista ed i socialisti non sono in grado di controllare il movimento, hanno paura e non riescono a farlo proprio, non sanno neppure capirlo e non riescono a dialogare con i giovani studenti che esprimono altre opinioni che spesso trascinano alla violenza verbale ed anche fisica i gruppi più estremistici, radicali e globali.
“Certo che le pazzie ‘dell’autunno caldo’, come venne in seguito chiamato, hanno segnato le scelte degli anni successivi, spingendo anche controvoglia le forze politiche ad una serie di riforme che si realizzarono nello statuto dei lavoratori, nell’attuazione delle regioni, nei referendum e negli interventi sul divorzio…
“Ehh! Quanta roba tutta in una volta. Questo sessantotto sì che ci voleva!! - Angiolino era entusiasta.
“Ma bravoo!! Ma bravoo!! Fai festa! Belle riforme portare il divorzio! Bella festa per le famiglie! - sbottava così invece la Luigia inviperita.
“Ci voleva solo questo! In Italia dove c’è anche il papa!
“Per favore: non sto facendo un comizio. Dico solo quello che è successo e basta!
“Comunque, se proprio vi interessa, nonostante il polverone ed i litigi suscitati dalle riforme non è che poi si ottenne molto. Almeno a mio parere! Anzi, fu forse una delusione, perché il movimento degli studenti non riuscì certo a cambiare la società, la politica o il modo di pensare, ma soprattutto perché le riforme andarono avanti a rilento, se addirittura non si fermarono a metà. Certo qualcosa si fece, ma non abbastanza. Anche perché ci si accorse che si possono fare le riforme che si vogliono, ma se la burocrazia nelle istituzioni non cambia, non cambia mai proprio nulla. E difatti nel dopoguerra in questo senso non è cambiato proprio niente: ai loro posti nei ministeri e negli uffici sono rimasti gli stessi burocrati che andavano bene al fascismo e che potevano condizionare come e quanto volevano tutto il funzionamento della macchina statale e la sua amministrazione!
“Anche quando si voleva cambiare la cultura, come adesso, non succeva niente: si gridava contro l’autorità, il capitalismo, la repressione sessuale, la famiglia borghese, il consumismo. E cosa è cambiato? Niente. La società italiana, come le altre, una volta passata la buriana, riprense la sua strada come prima. Far soldi ed invidiare chi i soldi ce li ha! E non importa come. ‘La fantasia al potere’, come volevano i contestatori, era tutta una chimera, altroché! Il terzo mondo, Cuba, la Cina di Mao, il Vietnam, ma chi se ne importava poi nella nostra società di tutto questo. Si pensava solo a sé stessi e gli altri si arrangiassero. Questa è la logica di sempre. I rivoluzionari nelle idee restarono pochi e non riuscirono a coinvolgere neanche gli operai, che peraltro non andavano d’accordo neanche tra di loro, guardandosi in cagnesco fra quelli del nord e quelli del sud.
“E questo faceva comodo! E sì che faceva comodo. Dividere chi era più fortunato da chi ancora era legato alla campagna rende, e magari ancor di più se si separavano quelli più poveri, la terza Italia dei disgraziati e degli emarginati che si voleva nascondere, ma che c’era ancora in quel momento.
“Al nord, contro la contestazione degli studenti ed i cortei dei sindacati, vennero mandati avanti i colletti bianchi, la media borghesia degli operai che stava dentro le fabbriche, la ‘maggioranza silenziosa’ che pensava di proteggere il proprio orticello, ma salvaguardava chi non voleva spartire il potere, chi parlava di democrazia, ma la democrazia non la voleva vedere.
“A sud fu addirittura la destra dei fascisti ad alzare la voce. Furono i ‘boia chi molla’ di Reggio Calabria e dell’Aquila, quelli pagati dall’MSI che tentò in tutti i modo di approfittare della situazione di scontento e di disordine per raccogliere voti. E li raccolse soprattutto nel sud alle elezioni amministrative del 1971.
“Erano i sintomi di un malessere che non voleva essere sanato, i segnali di una contrapposizione costruita ad arte e che preparava uno dei momenti più tragici della nostra repubblica, quella che venne poi definita la ‘notte della repubblica’! Sarebbero stati attentati, stragi, ‘anni di piombo’ e di terrorismo.
“Si tentò allora di indicare il terrorismo nella sinistra e nelle Brigate Rosse, ma il terrorismo non ebbe un volto unico, fu un mostro dalle mille facce. Anzi, si teorizzò anche di mettere contro terrorismi contrapposti e l’esistenza di un terrorismo di stato che veniva praticato dai servizi segreti corrotti e che aiutava certe forze politiche. Furono momenti di terrore e di paura, di incertezza e di violenza sociale inaudita che ancora oggi non sono stati chiariti.
Ed anche la Luigia ed Angiolino sapevano di che si trattava e stavano zitti.
"Il terrorismo comunque non nacque a caso. Sembrava preparato da una strategia profonda: quella della tensione. La strategia della tensione fu una drammatica concatenazione di avvenimenti, dietro i quali, anzi dietro ognuno dei quali si intravvede ora un complesso meccanismo di controllo per condizionare e gestire la vita politica italiana. Fu una specie di meccanismo che non funzionava mai nello stesso modo, nella stessa direzione, anche se il tentativo di spaventare l'opinione pubblica con lo spettro del disordine sociale era lo scopo attorno a cui ruotò l’insinuazione costante della prospettiva di una instabilità, di una minaccia sociale ed economica, del terrore come elementi che solo un potere forte, dietro le quinte tra le quali si nasconde, per anni e anni poteva gestire.
“Questo potere era rappresentato da un insieme di forze non sempre istituzionali, molto spesso in competizione e in antitesi tra loro, che giocavano una partita mortale i cui contorni ancora oggi non si è riusciti a definire del tutto. Di queste forze occulte fecero parte servizi segreti italiani ed internazionali, ma anche strutture armate segrete, una parte dell'estrema destra più disponibile alle scorciatoie del golpismo, una estrema sinistra fuori da ogni controllo, lobby segrete, gruppi di dominio corrotti, centrali economiche preoccupate che l'eccessivo cambiamento non danneggiasse le posizioni di privilegio raggiunte, alleanze complicate in ambito politico che sfumavano e si mescolavano tra legalità e illegalità, tra corpi e istituzioni dello Stato, criminalità, fenomeni che sorgevano spontaneamente ed altri fenomeni che furono abilmente orchestrati e manovrati.
“Fu una vera e propria strategia della paura che si delineò in Italia, almeno in certi suoi aspetti teorici, già nella prima metà degli anni 60. Fonti istituzionali come la Commissione Stragi del Parlamento, ma anche numerose fonti di stampa e pubblicistiche, indicano la nascita di questo fenomeno nel convegno dell'Istituto Pollio, che si svolse dal 3 al 5 maggio 1965 all'hotel Parco dei principi di Roma. Tuttavia questa sembra solo una coincidenza con i movimenti che poi caratterizzarono le proteste sociali in Italia del ‘68 e del ‘69, definite spesso come lotte studentesche e autunno caldo, in cui il partito della tensione apparve mettendo in campo sistematicamente una strategia che era fatta dell'alternanza di bombe gettate nel mucchio, per diventare tra gli anni ‘69-‘74, lucida strategia di un'orribile stragismo organizzato.
“Tutto questo tese alla destabilizzazione delle istituzioni e fu paradossalmente favorito da una sinistra cieca di fronte alla sua strumentalizzazione, che si ostinava ad affermare una propria identità confusa. Tutto ciò non produceva che una stabilizzazione verso il centro del potere politico, una centralità cui ancora oggi l'Italia sembra fare costantemente riferimento. La strategia della tensione, dunque, è risultata un apparato perfettamente intercambiabile di uomini legati per lo più al servizio dello stato, indirizzati al perseguimento di un'idea politica precisa: la conservazione del potere rispetto a qualsiasi forma di proposta di cambiamento profondo, anche se non radicale, delle situazioni sociali, economiche, politiche in Italia.
“Proprio in quest'ottica di cristallizzazione della situazione esistente si collocarono anche le strutture segrete di Gladio, i Nuclei di Difesa dello Stato e formazioni dal profilo politico molto ambiguo come furono i NAR di Fumagalli. Ne seguirono come conseguenza idee nefaste, tra cui l'idea principale era quella degli opposti estremismi che ebbe come conseguenza diretta l'inarrestabile spirale della lotta fascismo-antifascismo.
“Per questo non è un caso che il partito della tensione e la strategia che sviluppava cominciarono a dinimuire sulla scena politica nella seconda metà degli anni settanta, cioè quando ormai la pratica del consociativismo, in cui si predicava che nessuna scelta del governo dovesse venire senza il consenso dell'opposizione, cessò di essere un'alternativa temibile all'assetto dominante. La strategia della tensione intanto coinvolse e consumò un intero periodo della storia dell'Italia repubblicana, anche se non è un segreto che le sue trame siano un mistero irrisolto a tutt'oggi.
“Facci un bell’esempio di chi era responsabile di tutto questo! Altrimenti…
“Sì, altrimenti chi mi crede! Ma gli episodi ed i fatti sono tantissimi, non so… Partiamo dai servizi segreti… ed anche Gladio.
“I servizi segreti italiani erano nati ufficialmente nel 1866, cinque anni dopo l'unità risorgimentale. Hanno sempre avuto una caratteristica particolare che li distingue negativamente dagli altri strumenti d'intelligence internazionale. Infatti, non solo la loro attività è sempre rimasta riservata, ma essi sono stati spinti in numerose occasioni ad approfittare di questa situazione, in parte giustificabile, acquisendo un potere sempre più importante che li ha condotti ad azioni irresponsabili, spesso rese oscure e misteriose, interpretando i loro compiti con logiche e funzioni di parte.
“Se c’è in Italia un organismo dove la trasparenza è meno di un optional, quest'organismo sono i servizi segreti, che hanno costituito un'area di impunibilità assoluta in questi anni. Formalmente i servizi segreti dovrebbero esistere per garantire la sicurezza interna ed esterna del paese. Tuttavia, nonostante i continui cambiamenti di nome che seguivano ogni volta una loro messa sotto accusa, essi rimasero di volta in volta uno strumento dei giochi politici della classe del potere dominante.
“Un importante magistrato, Giovanni Tamburrino, che più di una volta si è scontrato con i privilegi e le deviazioni dei servizi segreti italiani, ha detto di loro: ‘Le deviazioni delle polizie segrete non sono un fenomeno occidentale, ma nascono contemporaneamente alle polizie segrete. La potenza di una polizia segreta fa sì che, da strumento in mano al principe per perseguire gli scopi di sicurezza del regime, si trasformi in potere separato che persegue propri scopi di sicurezza o, quanto meno, interpreta a suo modo la ' sicurezza necessaria ' al regime ‘.
“E sì, ma Gladio…? Vieni un po’ al dunque!
“Ecco, Gladio è proprio un esempio di questi. Infatti, che in Italia, negli anni della guerra fredda ci si preoccupasse di difendersi di fronte ad un pericolo che poteva venire dall’Unione Sovietica, ha in sé una certa logica e lo si può capire. Ma che per questo esistesse una vera e propria organizzazione armata, segreta perfino a molti membri dei governi che si sono succeduti e praticamente dipendente da forze straniere, anzi diciamolo subito, statunitensi, prima che dal governo italiano lascia perlomeno perplessi! Anzi, sconcertati e inquieti. Soprattutto quando ci si accorge che tale organizzazione di tipo militare ha continuato ad esistere ed operare anche quando il pericolo sovietico era chiaramente venuto meno. E tale organizzazione aveva una base militare, naturalmente segreta, in Sardegna e migliaia di miliziani pronti ad intervenire. Intervenire per cosa?
“L’esistenza di questa struttura segreta, chiamata in Italia Gladio, ma appartenente ad una organizzazione dipendente dagli U.S.A. dal nome di Stay Behind (Stare Dietro!), venne casualmente scoperta da un magistrato, il giudice Casson, nel 1990, mentre indagava su uno dei ‘misteri d’Italia’, la strage di Peteano. In un attentato avvenuto in questa località del Friuli erano stati assassinati alcuni carabinieri. Nelle sue indagini il giudice Casson era arrivato ad indagare sui depistaggi operati dai servizi segreti e dai carabinieri stessi per coprire i responsabili della strage. Nell’inchiesta era incappato nella scoperta di alcuni depositi di armi, munizioni ed esplosivi appunto appartenenti a Gladio, gestiti segretamente dal SISMI, il servizio segreto militare, intuendo che la sola colpa dei carabinieri massacrati era stata quella di essere anche loro casualmente venuti a conoscenza dei depositi. Per questo gli sfortunati carabinieri erano stati ‘eliminati’ dai servizi segreti.
“Fu lo stesso presidente del Consiglio dell’epoca a svelare l’esistenza di Gladio e della rete internazionale, scatenando una violentissima reazione tra i poteri dello stato. Si scoprì allora cos’era Gladio.
“Nato formalmente nel 1956, in realtà l’organizzazione esisteva già dal 1951. La sua formazione era avvenuta mediante accordi intercorsi solo fra servizi segreti occidentali, al di fuori di ogni regola democratica. Soltanto nel 1959 fu ‘regolarizzata’ segretamente dalla NATO. I suoi compiti sarebbero dovuti essere solo difensivi in caso di attacco esterno. Ma essa collaborò ad un piano della CIA, il servizio segreto statunitense, dal nome in codice Demagnetize ( Smagnetizzare) che prevedeva una serie di ‘operazioni politiche, paramilitari e psicologiche, atte a ridurre la presenza del partito comunista in Italia e in Francia. Quindi gli intenti erano dichiaratamente quelli di una struttura armata di controllo interno, pronta ad intervenire con le armi se, in libere e democratiche elezioni, il partito comunista avesse ottenuto la maggioranza dei voti!
“Eravamo una democrazia sotto tutela! Sembrava la dichiarazione di un governo che proclamava la democrazia ‘solo se vinceva lui le elezioni’! E poi quanti uomini erano stati coinvolti in Gladio? Perché tanti di questi uomini comparirono poi nelle stragi e nella strategia della tensione? Ancora oggi, anche di questo si sa ben poco!
“Per la miseria! Ma siamo in Italia? Stai parlando dell’Italia? – chiedeva stupito Angiolino.
“Certo che devono essere stati anni difficili, proprio difficili – faceva eco la Luigia perplessa.
“E sì che sono stati anni difficili, di stragi e di attentati. Ti ricordi di Calabresi? Ma come è andata a finire l’indagine? – inclazava Angiolino.
“Calabresi, già. Il delitto Calabresi del resto risulta sia stato una conseguenza dell’affare Pinelli. Pinelli era uno degli anarchici che vennero sospettati di aver progettato ed eseguito la strage di Piazza Fontana a Milano, una delle stragi più terribili. Era in pieno la strategia della tensione. Le indagini puntarono subito a sinistra. Si cercava un mostro rosso!
“A Roma si era già imprigionato Pietro Valpreda ed a Milano Pinelli. Soltanto che Pinelli, in un modo che non fu mai del tutto chiarito, durante una pausa dell’interrogatorio ‘saltò giù’ dalla finestra della questura di Milano. Subito si disse che era disperato, essendo colpevole. Poi venne fuori che magari si doveva cercare da tutt’altra parte gli autori della strage, tra i fascisti e la destra. Fu così che il commissario responsabile delle indagini fu preso di mira dagli extraparlamentari di sinistra che gli davano la colpa della morte di Pinelli. Era Luigi Calabresi. Fu seguito ed assassinato nel maggio del ‘72.
“Questo omicidio sembra quasi un crocevia dei misteri d’Italia. Una tragica concatenazione di fatti collega l’assassinio, infatti, prima alla morte di Pinelli, poi all’eccidio di piazza Fontana, quindi alla strage davanti alla questura di Milano ed infine alle trame dei servizi segreti, all’estrema destra golpista e perfino all’enigma di Gladio.
“Secondo quello che ne ha pensato però la magistratura italiana, che ha condotto una storia processuale contro ogni logica, i responsabili dei due colpi sparati il 17 maggio 1972 alla nuca del vice responsabile dell’ufficio politico della questura milanese sono quattro militanti di Lotta Continua, un gruppo della nuova sinistra, sciolto nel 1976. Dopo ben sedici anni di indagini, vengono imprigionati e condannati per il delitto. E così si inventa il caso Sofri.
“E’ il 1988 ed un certo Leonardo Marino, un ex operaio diventato rapinatore, compagno un tempo degli imputati, dopo diciassette giorni passati con un colonnello dei carabinieri senza che nessuno della magistratura ne sappia nulla, confessa di aver partecipato come autista all’omicidio Calabresi, in compagnia di Ovidio Bompressi, che viene indicato come complice. L’ordine di eliminare Calabresi sarebbe partito da due dirigenti di Lotta Continua, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.
“Da subito questa confessione puzzava palesemente di storia preconfezionata. Da allora si sono fatti ben otto processi, tutti indiziari, basati sulle testimonianze piene di contraddizioni di Marino, spesso senza alcun riscontro e con l’assenza di prove o fatti strani in cui sono scomparsi o andati distrutti anche corpi del reato. Le sentenze ogni volta cambiavano, fino alla definitiva condanna di Sofri, Pietrostefani e Bompressi a ventidue anni di carcere e la prescrizione del reato per Marino, cioè la sua libertà garantita.
“E’ una sentenza che non ha convinto nessuno e che ha chiuso il caso Calabresi, lasciando aperto il caso Sofri.
La Luigia ed Angiolino non aggiugevano alcun commento. Ne avrebbero forse parlato tra loro dopo. In quel momento i turisti vocianti impedivano quasi di sentirci fra noi. Meglio così.
“Quando si parla delle stragi avvenute dal 1969 al 1984 in Italia, si indicano ben 50 morti, 652 feriti. È il frutto di ben 11 stragi riuscite e di un numero ancora indefinito di tentativi di massacro avvenuti in un paese dominato dalla logica del terrore. È una logica che deriva dallo stragismo a servizio di finalità politiche ancora oscure: si tentava di condizionare la vita democratica dello Stato, di mantenere strettamente il potere nelle mani degli apparati più reazionari di questo Stato, di far sì che la lotta politica fosse concepita come scontro senza quartiere improntato al ricatto e al terrore. Oggi si può affermare questo guardandosi indietro, ma si può dire con certezza che questa storia sia completamente passata o che essa non ritornerà mai più in Italia?
“Nel 1993 lo stragismo è tornato a visitare l'Italia mettendosi la maschera della mafia: ma era soltanto essa? Fatti gravi come la ricomparsa delle brigate rosse nel 1999 con l'assassinio dell'economista D'Antona e nel 2002 con l'assassinio dell'altro economista del lavoro, Biagi, lasciano ancora intendere che il fenomeno non si è esaurito del tutto. Oltre ciò ci si deve chiedere perché oggi, oramai nel 2003, non si conoscono ancora i responsabili di tanti episodi di strage.
“Si chiede allora perché non si conoscono ancora se non in maniera molto frammentaria gli esecutori ed i mandanti di tanti delitti che hanno coinvolto così tanti innocenti. La sensazione generalmente condivisa è quella che i riferimenti a questi delitti risalgano ai servizi deviati dello Stato, soprattutto ai servizi segreti e coloro che li hanno protetti in queste operazioni di chiaro sovvertimento dell'ordine pubblico che essi stessi dovevano garantire.
“Qual era dunque l’esatto disegno che induceva a mettere bombe sui treni, nelle banche, nelle piazze, alle stazioni? C'è chi sostiene, in ambienti anche qualificati, che la strategia del terrore avesse proprio in sé stessa la sua radice, ma che noi non scopriremo mai completamente dal punto di vista giudiziario la verità.
“Sarà davvero così? Dovremo per sempre accontentarci di archiviare le stragi come un semplice fenomeno di follia politica che riguarda l'Italia? Eppure l'opinione pubblica vuole sapere chi sono i colpevoli e lo chiede ancora a gran voce.
I casi particolari dei misteri d’Italia erano forse più interessanti, ma Angiolino insisteva che parlassi dei fatti della storia e della politica dei partiti anche. E se la Luigia s’anniava un po’… beh, che non ci facessi caso!
“Era la quinta legislatura per il governo e finì con lo scioglimento anticipato delle camere: tutti alle elezioni. Erano tutti d’accordo i partiti, perché così rinviavano il referendum sul divorzio, che comunque faceva pensare ad altri problemi la gente. Già, perché le sinistre avevano spinto forte per fare questa legge, ma avevano paura che gli elettori li smentissero. Dall’altra parte c’era la Dc che doveva giocoforza fare una campagna contro il divorzio insieme ai missini, non sapendo però più come fare poi un’alleanza con la sinistra. Un bel pasticcio! Per questo meglio rimandare!
“Non preoccuparti. La storia dell’Italia dei nostri giorni è piena di pasticci… - mi consolavano loro.
“Quei governi li guidava Giulio Andreotti, uno dei più scaltri uomini politici italiani, che faceva buon uso degli insegnamenti di De Gasperi. Si faceva appoggiare dai liberali e dai repubblicani che tengono fuori per un po’ la sinistra dal governo. Però la cosa non poteva reggere e, nell’estate del ’73, i maggiori esponenti delle correnti democristiane, Moro, Fanfani e Rumor, si misero d’accordo per aprire ai socialisti di nuovo. C’era la crisi economica da affrontare e senza la sinistra legata ai sindacati c’era poco da fare.
“Per creare serbatoi di voti poi non si era badato a spese ed il debito pubblico era fuori controllo. La ‘politica delle mance’ con cui si erano premiati i collegi elettorali stavano mandando in rovina il paese. Ci mancava la crisi petrolifera di quell’anno, che imponva delle restrizioni nei consumi energetici! Rumor, capo del governo, costituì un gruppo stretto di lavoro con i ministri delle finanze, del bilancio e del tesoro. Si tirava la cinghia.
“Anche i comunisti però davano una mano. L’opposizione si fece più leggera sulla politica economica del governo e votò per i provvedimenti che dovevano sollevare dalla crisi. C’era sotto un discorso politico che smorzava i toni e che faceva avvicinare il nuovo segretario del PCI, Enrico Berlinguer, alla DC ed ai partiti di centro. E’ proprio Berlinguer che lancia l’idea di un compromesso politico. Si sarebbe chiamato ‘compromesso storico’! Cosa vuol dire? Vuol dire che tra PCI e DC si stabiliva una tregua politica per andare verso il risanamento del paese. Era finito il momento di guardarsi in cagnesco. Anche perché, con i partiti comunisti di Francia e Spagna, si stava costruendo un comunismo più democratico diciamo, l’eurocomunismo, come si diceva allora, che voleva una maggior indipendenza da Mosca per cercare strade politiche adatte alle singole situazioni per puntare a guadagnare il governo con una strategia propria.
“Però c’era ancora da fare il referendum, quello rimandato sul divorzio! Era il maggio del ’74 ed i partiti incrociarono le dita. Difficile fare pronostici, però… però vinse il divorzio, cioè le sinistre, che si sentirono esaltate. Naturalmente tra DC e PSI fu di nuovo scavato un solco di incomprensioni, anche perché, forti del successo, i socialisti coi comunisti e coi radicali spinsero a pensare a riforme che parlavano di aborto, ordine pubblico, politica economica. Erano temi cruciali che facevano vacillare seriamente il centrosinistra come guida della società civile.
“Così, a fine anno, i socialisti salutarono il governo Rumor, a cui succedette un grande leader democristiano, un vero capo, Aldo Moro, favorevole ad instaurare un dialogo con l’opposizione comunista. E solo sei mesi dopo, alle elezioni che seguirono per le amministrative, il PCI ottenne un successo mai visto. E’ vero che per la prima volta votavano anche i ragazzi di diciotto anni, ma la sinistra vide pesare sempre di più la propria forza nei poteri locali. Questo è ovvio suscitasse un po’ di terremoto per i più conservatori che si spaventarono immediatamente. L’Italia andava verso sinistra con i voti anche di tanti cattolici e per la prima volta il PCI sembrava una forza pronta non solo a fare l’opposizione, ma a lasciare tutte le velleità rivoluzionarie per guardare seriamente alla conduzione del paese.
“E scommetto che ti saltano fuori le bombe eh!? L’hai detto tu prima.
“Certo, anche se non in modo così diretto. Questo però fa ancor più paura. ‘Se i comunisti non spaventano più l’opinione pubblica, dove andremo a finire?’ pensa qualcuno. Ed ecco che invece di calmarsi, come sarebbe stato ovvio, aumentano i fatti distruttivi, dalle bombe fino al terrorismo, alla tensione. C’è chi il cambiamento non lo vuole ed in qualsiasi modo deve impedire che avvenga. Fu il momento dei più strani e sempre irrisolti attentati, delle stragi.
“Come non arrivare allora a pensare seriamente che la proposta di un governo di unità nazionale non dovesse essere la soluzione più ovvia per la politica onesta? Si era pronti da parte della componente più sana della DC a far entrare il PCI nel governo e così terminava la legislatura con lo scioglimento anticipato delle camere. Questo avveniva tra l’altro ad opera dei socialisti rampanti che volevano sfruttare a pieno l’onda del successo elettorale avuto alle elezioni amministrative, rinnovandolo con le elezioni politiche.
“Le elezioni politiche si svolsero il 20 giugno del 1976. Avrebbero dato l’avvio ad una nuova stagione della storia politica dell’Italia.
“Tutta la campagna elettorale del ‘76 girava intorno al tema del probabile sorpasso del comunisti ai danni della DC, ed allora i democristiani, già bastonati alle elezioni amministrative, sbandierarono per l’occasione tutto il repertorio dell’anticomunismo, parlando di nuovo di pericolo rosso, contro cui solo loro rappresentavano l’estrema difesa. Intanto i socialisti giocavano su due fronti: si presentavano agli elettori come gli alleati di governo del partito cattolico, ma dall’altra parte si mettevano loro come possibile alternativa ai democristiani per non fare passare i comunisti.
“Berlinguer, dal canto suo, continuò a parlare del ‘compromesso storico’ scaldando le piazze con l’idea di una rinascita degli ideali della resistenza, che avevano unito tutti gli antifascisti. Propugnava l’idea di un governo di ‘unità democratica’ che avesse il compito di fronteggiare il momento di crisi gravissima del paese. Accanto ai comunisti si faceva largo un partito nuovo, il Partito Radicale, che col suo leader, Marco Pannella, sbandierava la difesa o la conquista di nuovi diritti di civiltà come il divorzio e l’aborto.
“Alla fine, chi vinse veramente le elezioni furono i comunisti, che mai avevano avuto tanti voti dagli italiani. E il PCI si propose allora come unico partito d’opposizione che raccoglieva ormai non solo i voti degli operai, ma anche di tanti altri settori della società: gli impiegati ed il ceto medio del commercio e dell’industria. Però il sorpasso nei confronti della DC non c’era stato nonostante il grande numero dei voti ricevuti. Questo perché anche la DC recuperava un buon numero di voti e di consensi che aveva perso nelle amministrative dell’anno precedente. Tra i due colossi veniva schiacciato il PSI che toccò il suo minimo storico e tutti gli altri piccoli partiti alleati e satelliti della DC subirono tutti un drastico ridimensionamento, tranne il PRI.
“L’Italia politica dunque era praticamente divisa in due: DC e PCI si fronteggiavano. I socialisti erano troppo arrabbiati, delusi ed in crisi per allearsi al governo con la DC e gli altri partiti troppi ed ormai troppo piccoli. O non si governava, oppure si governava mettendo insieme le due anime contrapposte del paese con una grande alleanza: si doveva ingoiare l’idea di Berlinguer e fare un governo di solidarietà nazionale.
“Però come si faceva a proporlo subito agli italiani, dopo lo scontro infuocato ed appena finite delle elezioni? Digerire il PCI al governo con la DC era ancora una fantasia troppo difficile per gli italiani moderati. E l’anticomunismo tanto sbandierato dalla DC dove sarebbe finito?
“Ma i nostri governanti sono dei maestri nell’inventare trucchetti e giochini politici. Il governo si fece, con a capo Andreotti e lo chiamò ‘governo della non-sfiducia’ , che vuol dire che i comunisti lo appoggiavano di fatto dall’esterno, astenendosi dal votargli contro. Non erano ancora al governo, è vero, ma dai lontani tempi del CLN del dopoguerra, i comunisti non avevano più avuto un piede e forse anche due nella stanza del potere. Era praticamente finita l’epoca in cui poteva essere solo una bestemmia pensare per i comunisti un ruolo di governo in Italia.
“Considerate però che la scusa, anzi, diciamo la ragione c’era: far uscire il paese dalla grave crisi di cui soffriva con l’aiuto di tutti. Sul fronte dell’ordine pubblico non se ne poteva più di confusione a causa del terrorismo che viene usato a destra ed a sinistra non si sa bene a favore di chi e delle stragi. Ma il governo di unità nazionale faceva anche comodo ai due maggiori partiti. Infatti, i dirigenti comunisti capirono che solo schierandosi in una vasta coalizione contro i fascisti potevano pensare ormai di conquistare la fiducia per stare al governo. Gli stessi dirigenti ammettevano fra sé che non sarebbe mai stato possibile che la sinistra da sola vincesse le elezioni. La DC, per conto suo, non sapeva più con che argomenti affrontare l’avanzata dei comunisti che non venivano solo appoggiati dal voto dei diciottenni, ma dalle simpatie crescenti di chi voleva ormai vedere finalmente crescere il paese in un altro modo.
“Ed allora erano tutti d’accordo! Peppone e Don Camillo! Aveva ragione Guareschi davvero! – Angiolino era di nuovo contento, ma anche la Luisa non pareva dispiaciuta d’aver trovato un accordo.
“Aldo Moro ed Enrico Berlinguer furono le due figure grandissime della politica italiana che dominarono la brevissima, ma intensa stagione della solidarietà nazionale. Dalle rispettive teorie, che si trasformavano man mano in proposte politiche, nacque rispettivamente la ‘terza fase’ ed il ‘compromesso storico’.
“Per Berlinguer c’era forte l’esigenza di un incontro tra la morale cattolica e quella comunista per salvare l’Italia dalla crisi economica e dal terrorismo. Al termine di questo percorso vedeva la possibilità di introdurre elementi e soluzioni di tipo socialista, indirizzando così l’Italia verso una fase nuova, cioè la creazione di un sistema in cui al proletariato sarebbe spettato un ruolo centrale nella vita politica ed economica.
“Aldo Moro, invece, prospettava una strategia che prevedeva di realizzare col PCI quello che era già avvenuto negli anni sessanta col PSI. Voleva inglobarlo nell’area di governo, in maniera indolore, adagio adagio e senza scossoni bruschi, per far star zitti i soliti paurosi e conservatori anche all’interno del suo partito. Per arrivarci però, era condizione essenziale che il partito democristiano appianasse ogni divisione interna e arrivasse all’appuntamento unito e compatto, in modo da far valere la propria forza e imporsi come gruppo egemone nella stessa nuova coalizione governativa.
“Oh! Ma che stratega politico sei diventato. Non è che vuoi candidarti per qualche partito?
“Ma lascialo finire, no. E poi anche se si candidasse non sarebbe una cattiva idea. Con la gente che si vede al governo oggi… - solleticava la Luigia, insidiosa. Ma non mi lasciavo distrarre.
“In fin dei conti, se vogliamo dirla in parole semplici, la strategia di Moro prevedeva finalmente una politica italiana tutta nuova, cioè proprio la ‘terza fase’, la democrazia dell’alternanza, riconoscendo in prospettiva il diritto e la possibilità di altre forze politiche a governare il paese. Non voleva dire indebolire il potere della DC, dal momento che la sua politica voleva invece proprio fare il contrario, rafforzarla, cementandone la compattezza interna, cosicché fosse preparata ad affrontare ogni nuova situazione nel futuro.
“Eppure c’era nel paese chi non l’aveva capito, aveva paura di tutto questo e già pensava di toglierlo di mezzo!
“Nel gennaio del 1978 ecco che il PCI pone un ultimatum: o direttamente al governo o all’opposizione. Ed il governo Andreotti entrò in crisi immediatamente. Si andava verso la formazione di un governo coi comunisti, con a capo Aldo Moro. Senonchè qualcuno aveva un altro coniglio nel cappello! Le Brigate Rosse rapirono nientemeno che Aldo Moro!
“Il caso Moro! Di questo non puoi non parlarne!
“E’ vero, del caso Moro devo parlarne subito per far capire tante cose. Perché i 55 giorni relativi al caso Moro sono senza dubbio i giorni più misteriosi dell'intera storia dell'Italia repubblicana.
“Oggi, a distanza di moltissimi anni, la rievocazione del caso Moro, significa ancora riferirsi ad elementi di sospetto, di connivenza, di copertura che ancora rappresentano un segreto denso di domande e forse a cui non saremo mai in grado di contrapporre una completa verità. Ovviamente, il tempo che passa ci allontana sempre più della scoperta di una verità completa, relativa alla strage che fu compiuta in via Fani la mattina del 16 marzo 1978 ed alla successiva lunga detenzione del leader della Democrazie Cristiana, conclusasi con la sua orrenda fine. Però, col trascorrere gli anni, noi ci accorgiamo che vi sono sempre nuovi tasselli da inserire in un mosaico di responsabilità e di connivenze che sembra oramai infinito.
“Aldo Moro, presidente delle democrazie cristiana, fu per più di vent'anni un personaggio centrale della politica italiana. La mattina del 16 marzo 1978, in una via centrale di Roma, via Fani, alla vigilia del voto parlamentare che per la prima volta, dal 1947, avrebbe sancito l'ingresso del partito comunista nella maggioranza di governo, fu aggredito con la sua scorta e successivamente rapito.
“Questo rapimento comportò la strage i cinque uomini della scorta che venne così completamente sterminata nell'assalto. Il gruppo armato si impadronì di Moro affermando di volerlo processare, per processare con lui tutta la Democrazie Cristiana e la politica che la stessa aveva condotto in Italia della fine dalla seconda guerra mondiale. Forse addirittura il gruppo delle brigate rosse intervenuto in via Fani non si rese neppure conto che avrebbe gettato sulla scena politica nazionale una bomba ad alto potenziale o viceversa, chi ne era il mandante, lo sapeva benissimo. Per tutto il tempo in cui Moro venne detenuto in un ‘carcere del popolo’ si aprirono infatti enormi contraddizioni in seno a tutta la classe politica italiana, mentre i brigatisti riusciranno soltanto a porsi al di fuori della realtà storica del paese, cancellando, semmai ne avessero avuto, anche il poco consenso che essi avevano raccolto attorno ai loro documenti spesso deliranti.
"La fine fatta dal leader democristiano Aldo Moro è nota a tutti: il 9 maggio 1978, Mario Moretti, capo dell'organizzazione armata delle B.R., ‘ eseguì la sentenza‘ come scrisse nell'ultimo comunicato pazzoide degli stessi brigatisti. Quel colpo di pistola, attenuato soltanto dal silenziatore, risulta ancora oggi uno delle azioni più folli e sconvolgenti che agirono sul resto della storia italiana. Ma per chi operavano le brigare rosse?
“Di fronte alla situazione disperata di un Parlamento così disorientato si giunse ad un compromesso: venne costituito un governo con a capo Andretti, che otteneva ancora una volta l’astensione del PCI. Ma ormai l’esperienza della ‘solidarietà nazionale’ non poteva continuare all’infinito. Chi aveva rapito, ma soprattutto che aveva fatto rapire Moro li aveva fatti bene i suoi conti. Senza di lui le cose non potevano procedere e difatti fu così.
“In marzo, nacque un nuovo governo di Andreotti: era il quinto. Un governo fatto apposta per arrivare a nuove elezioni ed il PCI tornò indispettito all’opposizione. In campagna elettorale si sapeva già cosa doveva succedere e si parlò di un governo con cinque partiti: il Pentapartito.
“Era finita la fase in cui gli italiani si schieravano chiaramente o col PCI o con la DC. Era cioè finita la fase in cui si prospettava in Italia, come era nel resto dell’Europa, una possibilità di scegliere veramente la democrazia dell’alternanza, spingendo il partito al governo a dare il suo meglio. Altrimenti si cambiava pagina senza paura di chissà quali sfracelli!
“Eppure questo non lo si voleva da parte delle forze che premevano per mantenere all’infinito il proprio potere e che stavano nascoste tra le imprese e le banche e gli affari. Non si fecero infatti quelle riforme istituzionali che servivano. Si preferiva dare in mano il paese alla instabilità delle coalizioni di partiti e partitini che poi dettavano legge col ricatto di andarsene al primo soffio di vento! Figurarsi le risse e le contrapposizioni che questo permetteva e garantiva!
“Vedete. E’ il potere il fine di tutti, non il bene del paese! Sarò un ingenuo, lo so, ma è così!
“Il centrismo verso cui tendevano a convergere i partiti non porta convergenza, ma la conflittualità esasperata dello stesso sistema. E’ da qui che comincia la crisi della politica e dei partiti che esploderà al momento opportuno in anni successivi.
“Si era alla fine degli anni settanta e fu proprio il PSI a passare alla controffensiva per rintuzzare il tentativo del PCI di sostituirlo nel suo ruolo di alleato dei democristiani. Tuttavia, i socialisti erano enormemente cambiati rispetto al vecchio partito di Nenni. La classe dirigente fu completamente rinnovata e il suo leader, Bettino Craxi, era un condensato di dinamicità ed ambizione che non si fermava di fronte a nessun ostacolo o compromesso. Così, il pentapartito si fondò sul perno politico strutturato attorno a DC e PSI, ma caratterizzato da un reciproco costante atteggiamento di sospetto e diffidenza, e su una forte conflittualità fra i due protagonisti della scena politica. Il quadro d’insieme sarebbe stato drammatico se il PCI stesso, che era stato così vicino alle stanze del potere durante la fase Moro, non fosse ripiombato in una profonda crisi, rimanendo isolato alla sua sinistra e di fatto non proponendosi per questo come credibile nella sua funzione di possibile alternativa politica.
“E sì, ormai era inutile sperare nel PCI – anche Angioline ne era convinto.
“Intanto il governo si basava su una formula completamente diversa dalle precedenti: era una formula di governo in cui, nonostante i numeri fossero diversi rispetto ai voti ottenuti, tutti i partiti pretesero un potere uguale. Si parlò di ‘pari dignità’ per comuffare il sopruso di chi, con una manciata di voti, ma indispensabili a far star in piedi la coalizione, pretendeva di comandare come la DC che di voti ne aveva a bizzeffe! Non solo. PSI, PSDI, PLI e PRI pretesero anche di diventare alternativamente i leader stessi della coalizione con funzioni importanti non solo di governo, ma anche di Presidenza del Consiglio. Fu così la prima volta che il Presidente del Consiglio non era democristiano, ma un repubblicano, Giovanni Spadolini. Ed al suo governo parteciparono tutti i segretari della coalizione dopo che erano falliti due governi affidati al democristiano Cossiga, governi affondati dai franchi tiratori del pentapartito e quello di un altro democistiano, Forlani, che era invece stato travolto dallo scandalo della P2!
“Franchi tiratori, P2, ma cos’è sta roba?? Mi pare che tu non spieghi poi un bel niente! - era Angiolino che si faceva un po’ feroce nel momento che perdeva le fila del discorso.
“Magari se hai un po’ più di pazienza, vedrai che ti spiega, no? - la Luigia era sempre diplomatica e nel contempo mi premeva ancor più di Angiolino.
“Facciamo così. Adesso vi spiego cosa sono i ‘franchi tiratori’, mentre la faccenda della P2 la chiariamo dopo, perché è un bel po’ complessa e non vorrei fare tutto un pasticcio.
“Allora va bene!
“Dunque, ho detto che nel governo c’erano addirittura cinque partiti e che tutti volevano avere gli stessi diritti e lo stesso potere. Così, siccome all’interno della DC i mugugni erano tanti e molti parlamentari democristiani non ci stavano, i deputati degli altri partiti alleati boicottavano le proposte parlamentari, votando contro nelle votazioni a scrutinio segreto e facendo così fallire i governi che nel frattempo erano appunto guidati ancora da Cossiga e da Forlani!
“Hai capito i furbi! Anzi, chiamali furbi! Erano dei ricattori! – protestava vivacemente la Luigia.
“Ricattatori! Che parolone! Facevano il loro gioco politico. Non certo pulito ed alla luce del sole, ma in questa condizione si era messa la stessa DC. Non si poteva volere la ‘botte piena e la moglie ubriaca’ come dice il proverbio. Cioè non si poteva pretendere di rinnegare la politica di Moro verso una alleanza storica con il PCI e pretendere di farla franca rispetto ai ricatti dei partitini alleati!
“Sta di fatto che già quando si trattava di votare la fiducia al governo Spadolini scoppiò la guerra interna alla coalizione: erano i due pilasti della stessa alleanza, DC e PSI che si scontravano. Il PSI mordeva già il freno: voleva per sé la Presidenza del Consiglio, ma era obbligato a votare la fiducia a Spadolini solo per evitare che il governo si sostenesse sull’astensione dei comunisti richiesta dai democristiani e che avrebbe portato dritti dritti ad elezioni anticipate! E proprio le elezioni erano il punto di maggior attrito. Il PCI non le voleva perché stava perdendo sempre più consensi; il PSI invece le cercava in ogni modo per sfruttare il momento di particolare favore che gli lettori davano alla politica spregiudicata di Craxi ed alla sua strafottenza. Ma anche i democristiani adesso avevano paura del loro principale alleato-nemico e non se ne fidavano per nulla.
“Ah, ma allora era tutta da ridere! Prima si vuole una cosa, poi se ne ha paura…
“Politica, politica: e noi dovremmo poi fidarci dei politici? Per fortuna che avete fatto la democrazia! Voi e la vostra Rivoluzione Francese… lo dicevo…
“Ma dove ti va a finire questa!? Ce l’ha su con la Rivoluzione Francese! Ma aggiornati, se no t’ammuffisci!
Meglio intervenire subito.
“Allora le elezioni si rimandavano in successione fino al giugno del 1983. Ed allora la sentenza delle urne segnarono davverpo una batosta per i democristiani, che persero addirittura sei punti in percentuale. Il PCI invece perse pochissimo, mentre il PSI continuava a guadagnare consensi. Non era questo che importava comunque: era soprattutto il ruolo politico sempre più importante che assumeva il PSI nello scenario generale della politica italiana e che sembrava un terremoto.
“DC e PCI erano sostanzialmente equilibrate nei voti, separati da un due per cento dell’elettorato. Per cui i socialisti potevano decidere se stare con l’uno o l’altro dei due partiti al governo, naturalmente offrendosi a chi avrebbe dato loro i maggiori vantaggi possibili, cioè a chi avrebbe calato di più le braghe! E mi scuso con le signore presenti nel dire questo!!
“Ovviamente cominciarono con la pretesa della Presidenza del Consiglio! Tanto per gradire! Erano in una botte di ferro per il fatto che senza di loro governi non se ne potevano fare!
“Capite invece adesso l’intelligenza di Moro e Berlinguer? Unire anche brevemente DC e PCI al governo in modo eccezionale, avrebbe significato veramente far vedere agli italiani che si poteva poi fidarsi degli uni e degli altri per sceglierli alternativamente, con la maggioranza dei voti e senza cedere al ricatto dei partiti minori. Questa era veramente una democrazia scelta dalla gente! Ma gli intrallazzatori non avevano voluto la chiarezza e trionfavano i pescecani della politica a danno degli italiani. E questo patrimonio, assolutamente negativo, l’Italia non sarebbe stata in grado di scrollarselo di dosso neppure in futuro! Ecco dove sta la radice del marcio nella politica italiana attuale! Ecco perché i partitini non vogliono stare bene né di qui né di lì, ammassandosi al centro: per scegliere e ricattare l’alleato di turno che ha bisogno di loro!
“E questa storia, purtroppo, sarebbe durata fino al 1992, cioè fino all’anno della crisi di tutti i partiti politici in conseguenza del tracollo dell’URSS ed alla fine della cosiddetta ‘prima repubblica’ in Italia. Tra crisi e litigi all’ordine del giorno, ricatti politici ed inflazione a due cifre incontrollata, si passò attraverso ben sette governi di brevissima durata. Intanto, negli anni ottanta, prese il via una discussione profonda sempre più significativa ed urgente, sulla necessità di cambiare radicalmente l’ordinamento istituzionale previsto nella Costituzione del’48.
“Ma pensate che ai socialisti andasse bene??
“E adesso parliamo un po’ della P2 come ho promesso. Così entriamo a toccar ancora quelli che ancora restano i ‘misteri’ italiani di quegli anni.
“Si cominciò a parlare di P2, o meglio della ‘Loggia di Propaganda 2’, una apparente loggia massonica, nel marzo del 1981. Infatti, i magistrati di Milano che stavano indagando su un altro dei misteri più fitti d’Italia, il caso Sindona, si imbatterono in una serie di strani collegamenti tra finanza e politica. I magistrati erano Turone e Colombo ed arrivarono a seguire una pista che li condusse nella villa e negli uffici di Arezzo di un certo Lucio Gelli, grande maestro della massoneria, un personaggio dal passato molto ambiguo e misterioso.
“Tra i documenti emerge una lista che contiene 953 nomi. La particolarità è che appartengono per lo più a personaggi politici, alti ufficiali dello stato, personaggi del mondo economico e gente che appartiene ai servizi segreti dello stato. Tutti questi, stranamente, appartenevano a questa stessa loggia massonica, che diveniva così uno strumento di potere enorme per controllare l’intero paese. Anzi, per farlo meglio e naturalmente secondo le sue idee, Gelli e i suoi affiliati avevano anche previsto un ‘piano di rinascita democratica’ che, mediante la presa di controllo dei mezzi di comunicazione, si proponeva di controllare i sindacati, la magistratura, cambiando lo stato e le sue istituzioni rafforzandone il sistema autoritario. La Loggia P2 era cioè evidentemente un potere potente, parallelo allo stato e fuori dalle istituzioni, che imponeva svolte decisive allo stato stesso attraverso l’economia e le istituzioni e che era in grado di gestire e promuovere la strategia della tensione che, guarda caso, con atti terroristici ed attentati aveva minato la struttura del paese negli anni settanta!
“La scoperta suscitò grande scalpore nel paese, ma anche una grande attività di insabbiamento, tanto che alla fin fine solo una piccola parte di quello che realmente era stata la P2 è veramente emerso. Ed il dubbio si fa certezza nel dire che questa piccola parte era la meno importante rispetto al potere cui la loggia massonica aspirava con la cospirazione e il lavoro di intrighi sotterranei. Oggi ancora alcuni dei personaggi coinvolti, purtroppo, sono ai vertici dei poteri di comunicazione e di controllo politico e militare dello stato!
“Ma alla P2 non si riferiva anche la faccenda dei banchieri che sono morti? Calvi mi pare… e poi…
“E poi Sindona, un siciliano… - suggeriva la Luigia.
La mattinata fredda e ventosa non ci avrebbe permesso di resistere lì a lungo. Almeno a me ed all’Angiolino.
"È stata senz'altro una delle pagine più scure dell'Italia dei misteri quella relativa al caso Sindona.
“Nonostante le tante inchieste che si sono svolte da parte della magistratura siciliana, ancora poco nulla si riesce a sapere realmente riguardo al viaggio che Sindona compì in Sicilia nell'estate del 1979. In quell'anno ci fu un cambiamento di rotta da parte di Cosa Nostra, l'organizzazione mafiosa siciliana più conosciuto nel mondo. In quell'anno, nasce e si ramifica una nuova forma di mafia, la stessa mafia che probabilmente ancora agisce ai nostri giorni. Tante volte si è fatto riferimento al viaggio del banchiere Sindona in Sicilia. Ma chi era in effetti Michele Sindona?
“Era nato nella città di Patti, in provincia di Messina, diventando nel corso degli anni '60 uno dei più spregiudicati ed aggressivi banchiere al mondo. Per Giulio Andreotti, Sindona fu addirittura salvatore della lira nella difficile crisi dell'economia di quegli anni. Ma qual era la sua abilità? Era quella di legare in maniera inestricabile di affari economici e politici ai quattro pilastri della società italiana: il potere economico della democrazia cristiana, gli interessi del Vaticano, l’ingerenza egemone della massoneria e lo strapotere criminale della mafia. Sindona creò addirittura un vero e proprio impero, controllando un numero incalcolabile di banche e società finanziarie, oltre alla metà dei titoli quotati in Piazza Affari a Milano.
“Il suo potere comincia a scricchiolare nel 1974, in relazione fallimento della Franklin Bank di New York ed all'accusa di bancarotta mostragli addirittura del governo degli Usa. Riuscito a fuggire alla giustizia degli Stati Uniti d'America, si rifugia in Sicilia nel 1979, e qui rimase nascosto per ben 75 giorni per evitare l'arresto delle autorità d'oltreoceano. Anche in Italia intanto fu accusato di essere il mandante dell'omicidio Ambrosoli, l'avvocato nominato come liquidatore di uno dei suoi istituti falliti. E per sfuggire alla giustizia inscena addirittura un finto sequestro, facendosi ferire da un colpo di arma da fuoco ad una gamba. Comunque imprigionato, fu condannato dalla giustizia degli Stati Uniti e successivamente estradato in un carcere in Italia.
“Viene trovato morto una mattina nella sua cella del carcere di Voghera, dove peraltro era guardato a vista giorno e notte, dopo aver bevuto un caffè avvelenato col cianuro. Non si scoprì mai se fu suicidio od omicidio.
“Tuttavia chi era stato veramente Michele Sindona? In Sicilia, nell'estate della sua fuga, cercò alleanze e protezioni oppure fu veramente prigioniero tenuto in ostaggio dalla mafia? Fu indagando proprio su Sindona che la magistratura di Milano arrivò a scoprire l'esistenza della loggia P2 di Licio Gelli!
“E poi quale legame poteva esistere tra due misteriosi suicidi: quello di Michele Sindona e di Roberto Calvi? Il mistero Sindona fu il primo dei tanti misteri che si susseguirono negi anni ‘80 intrecciati alle stragi mafiose degli anni '90 in Italia.
"E il caso Calvi?? Ricordaci un po' quello che è successo! – insisteva ancora Angiolino, nonostante fossimo ormai intirizziti.
"Il 18 giugno del 1982, a Londra, sotto il Blackfriars bridge, cioè il ponte dei frati neri, venne trovato impiccato ad una impalcatura di tubi di ferro il banchiere italiano Roberto Calvi. Questo fu soltanto l'epilogo di una avventura finanziaria molto travagliate e complessa, iniziata proprio quando era terminata la tragica avventura di un altro banchiere, Michele Sindona. I due personaggi comunque erano accomunati dalla iscrizione alla loggia P2, per le loro capacità professionali. Erano senza dubbio maestri nell'arte di districarsi tra i mille incroci societari creati nella cosiddetta politica delle ' scatole vuote'; società di comodo acquistate e poi successivamente rivendute.
“Nel 1975 Roberto Calvi diventa presidente del Banco Ambrosiano. Per potersene impadronire totalmente, crea una particolare struttura, suddivisa in filiali offshore alle Bahamas, holding Lussemburgo, società pirata in centro-america e casseforti in Svizzera. Così Calvi, col trascorrere degli anni, crea un vasto impero giovandosi soprattutto dello stretto rapporto con la P2 ed i suoi membri e con le conoscenze che possedeva in Vaticano, attraverso lo IOR retto da monsignor Marcincus, tanto da meritarsi il soprannome di banchiere di Dio.
“Questo impero si sviluppò in maniera smisurata, diventando un punto focale non solo del riciclaggio dei soldi sporchi della criminalità organizzata, ma pure per operazioni internazionali di varia natura: dal traffico delle armi per la guerra delle Faulkland-Maldine al sostegno dato al dittatore Somoza, fino ad arrivare al finanziamento del sindacato cattolico polacco Solidarnosc, che era sotto la protezione del papa Giovanni Paolo II.
“Senonché il gioco delle scatole vuote e dei passaggi di proprietà di Roberto Calvi non durò a lungo. Nel 1981, travolto dal fallimento del Banco Ambrosiano, il banchiere viene arrestato. Appena scarcerato cerca di fuggire all'estero nel tentativo di salvare il salvabile del suo impero che oramai era in disfacimento. Anche questa volta pensava di poter ricattare il sistema politico attraverso una nuova operazione che tuttavia non gli riesce. La mafia, probabilmente, gli lega un cappio al collo e il suo corpo viene trovato penzolante dal traliccio di un ponte di Londra, messinscena ben macabra di un improbabile suicidio che in realtà è soltanto un ennesimo delitto nell'ambito dell'alta politica finanziaria coinvolta in oscure trame.
I miei due interlocutori non sapevano che dire ed anch’io avevo ben poco da aggiungere. S’è parlato tanto di questi fatti in Italia negli ultimi decenni ormai, ma sono sempre rimasti appunto dei misteri. Nessuna magistratura è riuscita a far luce su tanti avvenimenti.
“Comunque, visto che ho raccontato di terrorismo e misteri, devo per forza a questo punto almeno accennare alla strage di Ustica. E’ stata un caso troppo grande per essere dimenticato.
“Ustica me la ricordo bene. Cavoli se me la ricordo! – confermava la Luigia.
“Però ve la leggo da un reseconto che ho trovato. Ecco, dice così:
“Roma. Torre di controllo di dell'aeroporto di Ciampino. E’ il 27 giugno 1980 e sono le ore 20 e 59 minuti e 45 secondi. Sul punto di coordinate 39º 43' Nord e 12° 55' Est scompare dallo schermo radar della torre di controllo un velivolo civile. È un Dc9 della società Itavia che è in volo da Bologna a Palermo con a bordo 81 persone di cui 78 passeggeri e tre uomini di equipaggio. Il controllore di turno cerca inutilmente di ristabilire il contatto con il pilota del Dc9. Il suo richiamo viene ripetuto disperatamente una, due, tre volte. Gli risponde soltanto il silenzio. E’ il silenzio della morte che ha coinvolto tutti i passeggeri e l’equipaggio di un aereo in uno dei casi più strani e più dibattuti degli ultimi anni. L'aereo si trovava a metà tra le isole di Ponza ed Ustica ed è precipitato. I suoi resti sembrano scoperti soltanto la mattina dopo, con un ritardo che diviene immediatamente sospetto. Altrettanto sospetta è la causa che coinvolge la scomparsa del Dc 9 dell'Itavia.
“Il disastro viene immediatamente attribuito ad un difetto strutturale dell'aereo, difetto che ha provocato un improvviso cedimento delle ali. Questa tesi del cedimento strutturale resterà per quasi due anni la sola spiegazione ufficiale della tragedia, tanto che la società proprietaria dell'aereo, l’ITAVIA diventerà il primo capro espiatorio della tragedia e sarà costretta al fallimento. Senonché, in ambienti giornalistici, la tesi semplicistica della sciagura comincia quasi subito a fare acqua. C'è qualcosa nella faccenda che non quadra. Questo dovrebbe capirlo anche il magistrato romano al quale viene affidata l'inchiesta. Infatti, egli chiede la consegna direttamente al pubblico ministero Santacroce dei nastri di Roma Ciampino sui quali era conservata tutta la sequenza degli ultimi istanti del volo del Dc 9, fino alla sua scomparsa degli schermi radar.
“L'aeronautica militare impiega ben ventisei giorni prima di consegnare il materiale richiesto. Non solo. Impiegherà ben 99 giorni per consegnare i nastri del controllo radar di Marsala. Oltre a ciò, molto materiale verrà tenuto nascosto in modo da ingenerare il sospetto che gli stessi alti gradi della nostra aeronautica militare siano implicati nella strage stessa. In effetti, nella tragedia entrano in gioco altre potenze militari presenti nel Mediterraneo, come la Francia e gli Usa con le loro portaerei ed un fantomatico aereo libico su cui doveva essere trasportato il colonnello Gheddafi, il leader malvisto della Libia. Verrà frapposto in tutti questi anni ogni ostacolo possibile nei confronti dell'indagine e nei confronti della chiarezza che vorrebbe fare l'inchiesta giudiziaria.
“Oggi ancora non si sa chi abbia abbattuto, perché pare proprio sia stato un missile militare, l'aereo dell'Itavia ad Ustica.
Silenzio. Angiolino e la Luigia non fiatavano. Tutti quei morti sembrava pesassero veramente sulla loro coscienza. E peseranno sulla coscienza di tutti gli italiani finchè non verrà fatta luce su quanto sia veramente successo a Ustica!
“E questa è solo una piccola parte sia delle stragi, sia degli attentati, sie dei misteri che veramente hanno coinvolto il nostro paese in questi ultimi decenni!
“Ho capito! Sarà meglio che ritorni a parlare dei partiti e dei loro giochetti politici. Di fronte a quello che abbiamo detto finora, sembrano ancora uno scherzo!
“Già, hai ragione. Eravamo curiosi di sapere certe cose… ma è forse meglio non ripeterle troppe volte!
“Ma come è possibile? Siamo o non siamo in un paese democratico, civile…?
“Certo che lo siamo. Ma questa civiltà è a volte una facciata e tutte le realtà più sconvolgenti hanno le radici nella politica di tutti i giorni e nel nostro disinteresse!
“Sai che hai ragione! – Angiolino lo diceva in maniera convinta.
Lasciai passare una frotta di bambini urlanti, scalmanati e mi chiedevo fra me e me se non fosse il caso di rimproverarli un po’.
“Ho già detto che nel 1992 si era conclusa l’esperienza della ‘prima repubblica’, quella nata dalla resistenza e dai buoni propositi fatti tra i partiti dopo la seconda guerra mondiale. Difatti, le elezioni del 5 aprile di quell’anno hanno praticamente cancellato dalla scena politica i vecchi partiti. Era il segno che gli italiani ne avevano abbastanza, volevano cambiare, erano scontenti del ‘sistema dei partiti’ ed urlavano in qualche caso contro lo strapotere, la prepotenza, il furto alla luce del sole… Eppure, di fronte a questa protesta, chi si fa avanti per governare il paese? Chi è capace di sostituirsi legittimamente alla vecchia classe politica?
“Nel 1989 era crollato il muro di Berlino, dopo che per anni si era trasformato passo passo in mondo politico internazionale, con le richieste di maggiori libertà nel blocco sovietico e la progressiva liberalizzazione della ‘perestroika’, con il PCI che era diventato Partito Democratico della Sinistra, rinunciando al suo nome ed al suo simbolo. Ma anche tutti gli altri partiti dovettero cambiare, dalla estrema destra all’estrema sinistra. Con queste trasformazioni si iniziava la rincorsa al potere con situazioni nuovissime.
“Alla sinistra del nuovo partito dei DS, si forma un piccolo ma aggressivo partito che non ci sta a rimangiarsi tutto: è il gruppo della Rifondazione Comunista. E poi c’è il fenomeno della Lega Nord, un movimento che dietro la bandiera dell’antimeridionalismo si scaglia contro le disfunzioni del sistema politico-amministrativo e dapprima in Lombardia, ma poi in tutto il nord, o la Padania come dicono loro, raccoglie il consenso di tutti gli insoddisfatti, gli ingenui ed i furbi che vogliono saltare sul carro di chi grida di più in un momento in cui la politica si fa con gli insulti più che coi dibattiti, con le grida più che con i ragionamenti, col fumo negli occhi e gli slogan più che con l’intelligenza e la misura del reale.
“La DC è completamente frantumata e spazzata via dagli scandali e dalla corruzione dilagante nel paese e in cui è completamente immersa. Un suo leader onesto, Martinazzoli, cerca di salvare il salvabile, riproponendo il partito col suo antico nome di Partito Popolare. Il vecchio MSI perfino, al congresso che si tiene a Fiuggi, cambia nome in Alleanza Nazionale e comincia addirittura a non riconoscersi nel suo passato storico sotto la guida di un intelligente e ben scaltro volpone, Gianfranco Fini, che guarda dritto all’occasione di arrivare al potere cancellando anche il suo legame col fascismo.
“A determinare il terremoto politico, in cui si buttano tutti gli approfittatori, ci sono gli scandali che riempiono le pagine dei giornali di notizie di reato e le prigioni di ospiti illustri. Un gruppo di magistrati milanesi ha infatti costituito un ‘pool’ che indaga a fondo sulla corruzione politica. Si scoprono le tangenti che ormai per prassi i partiti estorcevano agli industriali ed alle aziende per favorirli negli appalti. Un sistema che tutti conoscevano e che ancora purtroppo tutti conoscono e che porta ad una serie di arresti, di processi, di proclami, di suicidi e di fughe anche all’estero di personaggi eccellenti, ma che non cambierà le brutte abitudini.
“Il gruppo di magistrati milanesi scopre una serie di scandali di quella che sarà chiamata ‘tangentopoli’, cioè la città delle tangenti. E pensare che era Milano, la metropoli più industriale del paese, il motore dell’economia italiana! Partono una serie di processi dal 17 febbraio del 1992, quando Mario Chiesa viene arrestato ad opera della procura di Milano. Poi, via via, inchieste e processi dilagano in tutta Italia e scoprono il marcio di un sistema di corruzione praticamente istituzionalizzato che per decenni ha dominato incontrastato larga parte della classe politica italiana.
“E dicevano che non era vero! Facevano perfino le vittime. E noi qui a pagar tasse! – Angiolino non dimenticava le storie avute per il suo lavoro e le reti sequestrate e le licenze pagate e…tutto insomma!
“Tangentopoli comunque è solo l’eccesso di un sistema che non può più reggere. I motivi profondi della crisi e del crollo del sistema dei partiti parte da cause interne, legate a fatti nazionali ed internazionali ed ha origini lontane radicate già alla fine degli anni settanta. Guardiamo al mondo cattolico per esempio. Tra religione e politica è in atto un processo di distinzione sempre più forte, iniziato con papa Giovanni XXIII, il papa buono e contadino con una eccezionale capacità di premonizione politica e per questo malvisto dai burocrati della curia romana, proseguito con Paolo VI per arrivare all’attuale papa Giovanni Paolo II. Pensate, un papa polacco che guarda ai grandi temi della politica internazionale e quasi non vede nemmeno quello che preoccupava gli altri papi: la piccolezza della politica italiana. Lui parla di pace! Quella vera!
“Alla DC poi, si presentano due richieste completamente contraddittorie ed inconciliabili: da un lato c’è l’allontanamento della gran parte del suo elettorato a causa del suo sistema di corruzione politica in cui si era immersa ormai cinquant’anni, dall’altro c’è l’indisponibilità a qualsiasi forma di cambiamento, che le avrebbe fatto perdere ogni vantaggio considerevole, cioè i privilegi di tutti i ceti clientelari che la DC aveva formato e sostenuto con la sua complicità.
“Lo stesso PCI è invecchiato senza speranza! Le sue strutture, il linguaggio politico, i modelli di riferimento, il modo di definire e fare politica sono obsoleti, inadeguati alle esigenze dei più giovani e non sono in grado di fronteggiare i problemi che assillano le nuove generazioni.
“ Come si possono improvvisare risposte convincenti e coinvolgenti rispetto ai nuovi problemi ambientali, atomici, energetici, esistenziali ed istituzionali in un bagaglio culturale ed ideologico che ha radici in contesti storici e sociali completamente diversi e superati?
“Il mondo è cambiato anche in Italia. Addirittura l’antifascismo, che era stata per decenni la spinta elettorale di coalizzazione della sinistra, viene a mancare nella sua sicurezza. Si ridiscute la storia, si rivisitano le realtà, si scoprono fatti e documenti sepolti o cancellati, si richiede una analisi sul piano storiografico, si revisiona.
“Pensate un po’ al quadro politico italiano: sbattuto a destra ed a sinistra in un attimo dai recenti fatti internazionali e preso in contropiede da queste esigenze interne. Altro che terremoto! Gli equilibri e le giustificazioni d’esistenza dei partiti erano legati alla situazione di fatto internazionale: cambiata la situazione, essi non hanno più giustificazione. Manca la guerra fredda, il contrasto planetario tra due superpotenze come URSS e USA, non c’è più dialettica ideologica che si scontra, basta con un certo tipo di cultura per o contro qualcosa, il bipolarismo scompare sul piano culturale… Sono morte le ideologie: tutte le ideologie!
“Non crolla solo il comunismo e tutti, o quasi tutti, i regimi che vi si ispirano. E’ la Chiesa stessa che coraggiosamente denuncia le storture del liberismo.
“E poi, in Europa, si conclude un cammino lunghissimo verso l’unificazione, che sembra imporre nuova forza al vecchio continente. Così, le condizioni di mantenimento del sistema italiano si sono frantumate, sono venute meno. Se non c’è più la paura del comunismo la DC non è più la risposta a questa paura: senza il pericolo rosso non serve più l’esercito degli anticomunisti!
“E’ solo all’inizio il terremoto, poi ci saranno le scosse di assestamento! Si cerca di far transitare la politica attraverso i cambiamenti meno dolorosi: si promuovono i referendum da parte di Segni, Occhetto, i radicali di Pannella. Il 18 aprile del 1993 in Italia si passa la sistema maggioritario, cioè con un premio di stabilità per la coalizione di partiti che ottiene più voti.
“Però il Parlamento è ancora restio a cedere del tutto e vara subito una legge elettorale mista. C’è sì un sistema maggioritario, ma viene conservato un 25% dei voti come quota proporzionale. In questo modo anche i partiti più piccoli od esclusi dalle coalizioni continuano a mantenere una loro combattività e un loro peso. I vecchi vizi sono duri a morire.
“Vuol dire allora che resta ancora la possibilità di ricattare i partiti più grandi?
“In una certa misura sì, resta ancora.
“Ed allora perché s’è fatta questa riforma?Per gettare fumo negli occhi?
Mentre se ne andava, Angilino scuoteva ancora la testa. Io guardavo Manarola. Ogni volta che la guardo, mi pare sempre di scoprire qualcosa di nuovo. E la trovo più bella!
“Le elezioni del 27 marzo 1994 furono le prime che seguirono lo scandalo di ‘Mani Pulite’ e segnarono un definitivo passaggio dalla vecchia alla nuova forma del sistema politico in Italia. L’inchiesta, che aveva coinvolto alla fine molte delle procure italiane, aveva decimato l’intero ceto politico che per decenni aveva governato o comunque gestito anche dall’opposizione il paese, sia a Roma che nelle regioni italiane. Essi avevano coinvolto nel malcostume industriali, uomini d’affari, apparati dello stato come i servizi segreti e la guardia di finanza, quadri e dirigenti statali.
Angiolino era uscito in mare a pescare quella mattina ed era tornato un po’ deluso. Neanche i pesci per lui erano quelli di una volta. In realtà ce n’erano sempre di meno. Questo già lo sapeva, perché era uno dei motivi per cui anni prima aveva smesso il suo lavoro. Eppure ogni volta sembrava sinceramente sorpreso ed amaraggiato. Per questo s’era fatto anche tardi.
“Il primo atto che portò alle elezioni furono le dimissioni del presidente del consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, che era succeduto al socialista D’Amato nel 1993. Ciampi era stato un grande economista e Governatore della Banca d’Italia, tentando di risanare il bilancio dello stato con tagli alla spesa pubblica e inasprimenti fiscali mirati a fronteggiare la svalutazione costante della lira per l’inflazione galoppante. Era una politica di sacrifici la sua che doveva basarsi su un forte ed ampio sostegno politico.
“Nel quadro politico generale abbiamo già detto che la DC si era trasformata in Partito Popolare, il PCI in Democratici di Sinistra, l’MSI in Alleanza Nazionale, mentre sparivano completamente, travolti dal ciclone giudiziario PSI, PSDI e PLI. Accanto a questi partiti, diciamo superstiti, nasceva un nuovo partito, Forza Italia, prendendo spunto da un movimento promossa da Silvio Berlusconi, un uomo d’affari rampante, che in pochi anni aveva accumulato aziende soprattutto nel campo dell’informazione. Proprietario anche delle maggiori reti televisive private italiane, legate al gruppo finanziario Fininvest e Mediaset, si era messo in politica, a suo dire, per opporsi alla possibile affermazione delle sinistre che avevano vinto le elezioni amministrative. Qualcuno sussurrava già allora che era perché non c’era più Craxi a coprirgli le spalle per i suoi affari. La magistratura già gli soffiava sul collo. Le promesse che faceva erano quelle allettanti di un rilancio dell’iniziativa privata per gli imprenditori, di un aumento dell’occupazione con un milione di posti di lavoro, la riduzione delle tasse per le imprese. Occorreva tuttavia fare i conti con il nuovo sistema elettorale, così Forza Italia si era unita nel settentrione alla Lega Nord, che con le sue urla contro ‘Roma ladrona’, aveva fatto molti proseliti, formando il Polo delle Libertà. Nel centro e sud d’Italia si unisce con Alleanza Nazionale, formando il Polo del Buon Governo.
“Forza Italia ebbe così la vittoria elettorale, ottenendo più voti con le sue coalizioni, mentre uscivano sconfitti gli altri due poli: i progressisti con PDS, Rifondazione Comunista, Verdi, Alleanza Democratica, Rete, PSI, guidati dal segretario pidiessino Occhetto, il Patto per l’Italia con Partito Popolare e Patto Segni, sotto la guida di Mario Segni e Martinazzoli.
“Berlusconi risultò vincitore, ma il governo da lui formato era talmente eterogeneo che non ebbe lunga vita. Nella stanza dei bottoni entravano per la prima volta i post-fascisti di Fini, ma anche i rissosi leghisti di Bossi. Furono subito evidenti gli scontri giudiziari con la Procura di Milano: Berlusconi ed i suoi amici si ritrovavano ad essere imputati in numerosi processi di ‘Mani Pulite’, mentre lo scontro politico diveniva aperto con la Lega di Bossi e le sue pretese. Sul piano sociale i sindacati scendevano sul piede di guerra sulla riforma delle pensioni che il governo voleva imporre d’autorità. Tutto questo condusse ad una repentina caduta del governo nel dicembre del 1994 ed alla fine della legislatura.
“Dopo una breve parentesi di un governo tecnico guidato da Lamberto Dini, che era stato ministro del Tesoro di Berlusconi, sostenuto all’esterno dalla sinistra e dalla Lega Nord, si ritornò a votare due anni dopo, nel 1996.
Le ombre si allungavano come sempre sulla via per Palaedo, mentre i gabbiani tornavano a piccoli stormi dal largo e lanciavano nel cielo della sera i loro gridi acuti.
“A due anni dalla vittoria elettorale del 1994, il 21 aprile del 1996 la Casa delle Libertà fu battuta alle nuove elezioni dalla coalizione dell'Ulivo, che era composta da partiti dell’area di centro-sinistra come il PDS, il PPI, la Lista Dini, i Verdi, la Rete ed altre formazioni più piccole. Il capo della coalizione era l’ex presidente dell’IRI, Romano Prodi. Con questi partiti c’era anche Rifondazione Comunista, che avrà poi un suo ruolo e una sua reponsabilità nel minare la coalizione, così come aveva fatto nel governo precedente la Lega Nord, che si presentava questa volta isolata.
“E meno male! Chi l’avrebbe voluto Bossi ancora con sé? – obiettava Angiolino.
“Non alzare la voce, che non è finita. Vedrai che quello se lo prenderà ancora qualcuno che ha il pelo sullo stomaco, va! – faceva la Luigia.
“Inizialmente la legislatura ebbe tutti i crismi della continuità: il governo era stabile e poteva dedicarsi finalmente ad una rigorosa politica di risanamento economico ed all’entrata dell’Italia in Europa. Anzi, proprio questo ingresso costringeva il nostro paese ad adottare rigidi controlli finanziari e di spesa che mai erano stati applicati.
“Iniziava anche il processo di privatizzazioni delle aziende pubbliche con un rilancio della economia e della occupazione. Questa legislatura giunse al termine, cosa abbastanza rara in Italia sino allora, anche se all’interno dello schieramento nascono non pochi problemi di interpretazione del mandato elettorale che vede la fuoruscita appunto di Rifondazione Comunista dal sostegno del governo.
“Prodi deve lasciare la guida della coalizione dell’Ulivo e viene sostituito da D’Alema, che allora era segretario dei DS e quindi, a seguito del tracollo della coalizione avuta alle elezioni amministrative regionali, da Giuliano Amato, ex socialista.
“Il 20 maggio 1999 un commando terrorista delle Br uccide Massimo D'Antona, sindacalista della Cgil, collaboratore del ministro del Lavoro Bassolino.
“Quasi un anno dopo, comunque, nonostante il cambiamento radicale imposto al paese, le frange conservatrici riemergono vedendo toccati i loro privilegi ed alle elezioni politiche del 12 maggio del 2001 la Casa delle Libertà, che contava Forza Italia, Alleanza Nazionale, Biancofiore, Lega Nord, Nuovo PSI, si prende la rivincita sull'Ulivo che aveva perso la collaborazione di Rifondazione e non ha ottenuto quella del nuovo partito fondato dall’ex magistrato di Mani Pulite, Di Pietro. Berlusconi a capo di Forza Italia e Gianfranco Fini per AN, battono il binomio Rutelli-Fassino ed il partito berlusconiano, che ha saputo fare un misto fra gli ex fascisti e la Lega Nord di Bossi, ottiene oltre il trenta per cento dei consensi degli italiani. Il conto da pagare per Berlusconi è però alto: Bossi riceve in cambio della sua alleanza alcune poltrone strategiche dell'esecutivo. Sono i ministeri importanti della Giustizia, del Welfare e delle Riforme.
“Hai visto che Bossi l’ha ritrovato un compare? Che ti avevo detto?- ridacchia la Luigia.
“Il centrosinistra, che si è presentato diviso all'appuntamento elettorale, non ha saputo far valere davanti agli elettori i risultati realizzati in cinque anni. La vittoria è soprattutto schiacciante più nei numeri dei parlamentari che in quello degli elettori.
“In effetti, alla Camera la Casa delle Libertà prende 16.839.562 voti contro i 16.406.969 voti dell'Ulivo. Tutto questo tuttavia in una democrazia non conta: il premio di maggioranza permette a Berlusconi ed ai suoi alleati di occupare il Parlamento e le istituzioni. Ed è così che stiamo ancora oggi.
Ora veramente, la Luigia Angiolino ed io, mentre in silenzio ripensiamo a tutto quello che ci siamo raccontati alla Punta di Palaedo in tutti questi anni, ci sentiamo finalmente soddisfatti nell’ammirare in pace questo stupendo, meraviglioso ed unico mare di Manarola!
Perché per noi resterà sempre il mare più bello del mondo!