carlo castagna
0. FLUIRE NEL TEMPO
D’improvviso stamane, ho notato il fluire del tempo. Su di me. La vecchiaia ha disteso una mano, fors’ancora indecisa, e ha sfiorato il mio volto. É bastato!
Nella bruma che tenue risale dal lago, un mio gesto preciso ha deterso il vapore. E lo specchio, brillante al raggio di luce, mi rinvia impietoso un levissimo velo di rughe abbozzate lì in fronte, ragnatela tessuta dai giorni, ed un candido filo di seta lucente più su ed un altro... ed ancora.....
Il mattino ha colto un torpore di membra cresciuto in silenzio, insensibile e piano. E la mente s’è illusa, mi ha illuso ogni giorno, bugiarda di fronte al sorriso perenne di giovani volti.
Diecianni di vita trascorsa in un soffio leggiero, un batter di ciglia, via via mi han tradito. Oppur forse ho soltanto sognato. Un bellissimo sogno nel tempo ch’è eterno e per questo ha diritto d’esser sempre il presente di oggi!
Ed a me, tra le dita, ora sfugge ancor palpitante il ricordo, ch’è fresco e cristallo lucente, d’un amico, come acqua che pura tu stringi e veloce ti scivola via.
Eppur l’umida traccia, inebriante profumo d’eteree voci lombarde, il silenzio vissuto in ascolto e lo sguardo d’affetto non può cancellarsi, svanire nel buio che attende. E spera altre voci e poi canti, altri sguardi e silenzi, su quell’orma sicura che sta lí a indicare la via.
Non per me, non più ormai, ma per voi, voi ragazzi d’adesso e di un tempo che siete cresciuti con me tutt’insieme nel sogno.
E scusate s’è poco. Non è nulla! Sarà stata soltanto, per me, l’illusione d’insegnarvi a sognare.
1986
1. LIEVI NOTE DI PRIMAVERA
Il pneumatico, nero e veloce, schizza il limo ancor molle di pioggia recente sul verde ch’è intenso dell’erba dintorno. Ampie macchie di giallo, picchiettato nel denso smeraldo, prorompono ai bordi dei campi. Profumo d’un’umida soffice terra ed esili steli del grano!
Figuro le nevi sui monti. Son sciolte e sussurrano chiare in mille ruscelli.
Inspiro, avido, l’aria ch’è azzurra di cielo ed è pregna di vita e la sento percorrermi gelida il volto in un brivido intenso di gioia.
Ho fiducia in me stesso e nell’uomo e racchiudo il suo mondo, il mio mondo, in un chiaro sentore di forza, potenza, speranza.
Vorrei coglier vicino l’immagine rosa del pesco, la nuvola bianca che soffice avvolge il ciliegio nel tenue sussurro che canta il ronzio delle api. Ma il mio tempo è rubato e non posso. M’attendon nell’aula ragazzi a cui debbo insegnare ad amare la storia di oggi e d’un tempo, trasfusa nell’arte che lieve diviene parola. M’affretto ad Oggiono.
Ricomincio daccapo ogni volta e ritrovo me stesso ingranaggio del tempo, che insaziabile torna laddove è già stato, mai stanco di fare, proporre ed amare la vita.
É con esso che anch’io m’accompagno e ne sento le note felici d’una musica dolce, suonata da sempre, incapace a carpirne il segreto.
1987
2. ARMONIA D’ESTATE
É silenzio ed é pace la fresca penombra in cui poso il mio corpo. La fronte s’imperla di gocce che ghiacciano quasi al contrasto violento fra il sole spietato che sbianca l’immagine fuori e l’assenza di luce che dentro, in gelida morsa, ti coglie improvvisa ed acceca lo sguardo.
Sui conci squadrati, su archi e spioventi di selce, il calore dardeggia ed esplode sul monte nel verde piú cupo che sfuma, su in alto, al ceruleo ch’è chiaro e intensissimo. La basilica è immobile, immota da secoli e secoli, carezzata d’eterea bellezza.
E ferma è anche la foglia che avida sugge la vita. La linfa le scorre dal tronco, inudita e tenace. Nell’afa non scorre la minima brezza.
Il ciborio sovrasta in immagine plastica la vuota navata, che accumula i secoli e preghiere e ricordi, in una dolce armonia ch’è sempre presente e si perde nel tempo, facendo vibrare la vita in un filo continuo che varia soltanto nei nomi e nei volti, dai tratti che specchian nei figli il rude profilo degli avi più antichi.
Riposo in silenzio e respiro la bellezza dell’arte profusa in S. Pietro, adagiato sul monte. Anch’io ho costruito paziente ogni giorno per gli altri e ne provo la gioia profonda.
1988
3. SINFONIA D’ AUTUNNO
Sono ancora tornato al vecchio registro, alle pagine bianche del libro, così fitte di lettere nere, capaci però di donare un senso alla vita di tanti ragazzi. Son tornato alla lenta esistenza di sempre, alla scuola, ed osservo intristito, dall’ampia finestra, la linea scura di zolle dei campi che fumano, rivoltate indecise dall’argentea lama.
Il mattino la bruma ricopre la terra. Impalpabile e muta la nasconde anche a tratti, leggera, e vi staglia l’immagine d’alberi neri. Ma il sole al tramonto è una palla di fuoco che rossa gl’incendia le foglie sottili e indifese alla brezza tagliente dell’aria. Le rapisce nel vuoto, riempiendo di giallo e di rosso sfumato o brillante il loro ultimo volo indeciso.
Se ne vanno con loro, mescolandosi insieme alla coltre ch’è soffice in terra al mio passo strusciato, i pensieri ed i sogni d’un tempo, più difficili a viversi ora, malinconici. Anche loro risuonano dentro d’un senso di lento abbandono.
Alle spalle le voci risuonano dolci e felici. Sinfonia che si perde nei tenui colori d’autunno! Sono loro che, giovani e ingenue, danno la forza di credere ancora. É con loro che posso sperar di sognare.
1989
4. CONTRAPPUNTO D’ INVERNO
Come tutti ho aspettato la neve, ma invano! L’inverno è più triste se il suo bianco mantello disteso non copre la terra, sagomandone ogni sua forma in contorni appena abbozzati. Posso solo sentirne lontano il ricordo, ancor più malinconico e m’accorgo che fuggo il mio tempo, il momento che vivo.
Non ritrovo me stesso a mio agio nel vero e tutto d’attorno mi sembra più arido e gelido; rinsecchito il pensiero e ogni voglia d’agire. Il mio mondo mi appare diverso e stento a capirne gli amici, i compagni. I progetti comuni intristiscono grigi. Non v’è alcuno che coglie con me l’entusiasmo di nuove frontiere.
Sono solo e mi sento un estraneo a una vita vissuta finora con gli altri. Che cosa succede?
Eppure m’illudo che si possa ancora creare, inventare, scoprire e sperare in un mondo diverso. Riconosco la voglia di vivere e amare nei volti sinceri che, giovani, guardano a noi ed attendono un segno. Han fiducia e son pronti a rischiare!
Perchè non venite anche voi? Perchè siete chiusi a contrasto in un muto silenzio, contrappunto d’un gelo che lento vi penetra dentro...?
1990
5. PARTO ANCH’ IO
Ho aspettato in silenzio, paziente ed invano. Ed ora non posso tacere. Ho anche sofferto per questo ed a lungo! E ho pensato a qualcuno già andato lontano, da dove non può ritornare!
Dov’è la mia scuola? Dov’è quell’impegno di tutti in cui posi i miei sogni di anni, la fatica, la gioia, le notti trascorse a pensare, a cercare.....?
Solo leggi e regi decreti son le aride norme di vita qui dentro? Hanno spazio soltanto gli assurdi divieti e il negare e il punire? O il celare il pensiero ( che libero crea e si espande ed origina idee e le prova e ricerca ogni giorno per dare una forma diversa alla vita!) è la prassi decisa?
Circolari ed orari, permessi e libretti! Puntuali vi voglio! Silenzio!
E i ragazzi quaggiù dove sono? Quei ragazzi che sono la scuola, con cultura e sapere, vi contano ancora qualcosa? Non c’è forse più posto per loro? Non v’è spazio per i sogni che vivon con essi?
Non c’è allora posto neppure per me!
Diecianni di vita ho trascorso con loro, imparando ogni giorno a scoprire la vita ch’è libera e s’alza in magnifico sogno nell’arte del dire, creare, ascoltare e sognare nel canto bellissimo d’ogni poeta, finché li vedevo partire.
Hanno tolto anche l’aria a quel sogno ch’è di oggi ed antico? Ed è forse per lui questo l’ultimo volo?
Non credetelo! Al pensiero nessuno può toglier le ali! Continuate ad amare e sperare, ragazzi, siete adulti oramai e capaci di scegliere. Volate più in alto!
Quando voi partirete alla fine, come sempre negli anni trascorsi, lasciatemi un posto. Questa volta anch’io parto con voi! E non per guidarvi.
Voglio solo seguire quel volo e scoprire la gioia di vedervi riuniti, tutt’insieme, da soli, entrare nel sogno.
... e il sogno di essere uguale
A Lwenge, la piccola chiesa è in mattoni di fango, appena coperta dai ciuffi a pennacchio ingialliti e allungati dell'erba, che cresce selvaggia sui bordi all'immensa savana. La luce abbagliante del sole invernale d'agosto vi filtra brillante, fendendo tagliente il fresco torpore dell'ombra, scoprendo i profili dei corpi assiepati, spiccando i kitenge irescenti e il biancore smagliante dei denti dei bimbi.
E poi canti ritmati, lontani e tamburi la notte tra i fuochi...
Lwenge è nel nulla. Sulla carta, pur vasta, né un nome e neppure un puntino sottile d'inchiostro segnato tra i fiordi d'azzurro che invadono primi nel verde più intenso, a sud-est del Vittoria, nel cuore sperduto dell'Africa nera. Eppure, lì allora t'ho visto e strappato in un gioco d'immagine occulta la linea del volto, le tumide labbra, i tuoi occhi arrossati assieme allo sguardo e al sorriso, profferta d'amico. E in un lampo, ho capito il tuo sogno taciuto.
E poi canti ritmati, lontani e tamburi la notte tra i fuochi...
T'ho rivisto. Sei tu che, insistente, impedisci il passaggio alla gente assiepata al mercato d'Oggiono, tenendo una scatola al collo ed offrendo mediocri accendini e sapone? Che importa? Riconosco la linea del volto più tesa, le tumide labbra riarse, i tuoi occhi arrossati, ma lo sguardo, il sorriso ... ed il sogno? Almeno "vendessi elefanti"! Il passante non scorge nemmeno il tuo gesto implorante. Si scosta. Sei nulla per lui? Neppure un puntino sottile di uomo? O un rimorso scacciato?
E poi canti ritmati, lontani e tamburi la notte tra i fuochi...
E' bianca purtroppo la mano che ha scritto i diritti dell'uomo e non sa del tuo sogno. Sono bianche le mani che uccidono il "negro" sulle vie di Romagna e lo sanno il tuo sogno. E son bianche, al mercato, le mani di chi ha già paura che tu sia come lui. T'osservo e mi sento tra i tanti diversi che ributtan la colpa lontano, ma un rimorso non so cancellare. Perchè t'ho guardato quel giorno, t'ho sorriso a Lwenge, t'ho stretta la mano e ho illuso il tuo sogno di essere uguale?
E poi canti ritmati, lontani e tamburi la notte tra i fuochi...
VERGOGNATI D’ESSERE UOMO
Stupisce e sorprende stamane il vociare del bar e l’aroma al caffé che vi aleggia, mentre dentro ti scoppiano insieme tonnellate di ‘bombe chirurgiche’, in un caleidoscopio di fuoco.
Nel mattino brillante di luce, un signore distinto, al parcheggio, rimira il profilo slanciato e fiammante della nuova automobile. Sorride appagato.
Io penso, nel sole che luccica appena sugli steli a fatica argentati da scaglie di brina, a cadaveri kurdi e iracheni, bianchi di calce accecante il dolore. Nella verde May Lai, negli stadi del Chile, a Kabul polverosa e sui monti lontani del Tibet o a Sabra e Chatila e laggiù in Tien An Men, col selciato di pietra annerito dai colpi e segnato dai cingoli atroci, nel silenzio giacciono, monito inutile, spietati ricordi e violenza inumana.
Ogni volta han promesso: mai più… e anche noi, ribadendo nel coro, solenni: l’Italia ripudia… ed all’O.N.U…. per anni…
Menzogne! A Bagdad, nella notte, neanche il buio nasconde impietoso la nostra impostura di sempre e il Tornado volteggia radente, irridente farfalla di morte, tremenda, per noi e con noi spettatori morbosi svenduti incollati all’immagine.
Ed intanto ci scivola addosso e poi via scompare ragione ed amore dalla mente e dal cuore e distrugge il pensiero, il sentire e li nega.
Per sempre?
Non so e mi spaventa, perché m’hanno detto:” E come… cantare… all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo?”.
Eppure la pace è utopia, scommessa tenace che avvince il poeta, che soffre con lui e gli parla e sussurra alla mente ed al cuore, finché grida di nuovo:” Caino, non correre via, soffermati un attimo, pensa. Hai ancora una volta le mani arrossate di sangue. Vergognati, oggi, di essere uomo!”.
(17 gennaio 1991)