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di carlo castagna

 A  PROPOSITO DI S. BENEDETTO

 

Ogni volta che si considera l’antichissimo e pregevole complesso monastico di S. Pietro al Monte, si evidenzia soprattutto l’importanza della basilica dedicata a S. Pietro e Paolo nei suoi aspetti architettonici e decorativi, quasi passando sotto silenzio o comunque ponendo sempre in secondo piano la realtà di S. Benedetto, l’oratorio di successiva costruzione che accoglie come prima immagine il visitatore dell’abbazia millenaria. Invece, il pregevole edificio,  quanto alla sua realizzazione contemporaneo alla costruzione dello scalone d’accesso e del pronao antistante la più famosa basilica biabsidata, dovrebbe sollecitare l’interesse e la curiosità degli studiosi per alcuni suoi caratteri di incompiutezza strutturale e decorativa, messi in risalto sia dalla configurazione architettonica, che dalla decorazione pittorica.

L’originalità della costruzione è innanzitutto sottolineata dalla pianta quadrata da cui dipartono su tre lati delle absidi semicircolari, dando ad essa una figura trilobata, mentre il lato occidentale termina con un vano quadrangolare che fa da atrio all’ingresso. La struttura esterna dell’edificio è caratterizzata dall’uso, per la sua realizzazione, di conci squadrati con una cura ed una perfezione maggiori rispetto a quelli utilizzati per la costruzione del corpo centrale della maggiore basilica di S. Pietro. Gli archetti pensili poi, in tufo leggero, che sottendono la copertura in ardesia del tetto, non sono inframmezzati da lesene e non presentano le caratterizzazioni simboliche in raggruppamenti a due, tre e quattro che distinguono il discorso teologico della stessa basilica. Oltre a ciò, l’abside orientale, corrispondente alla posizione dell’altare, è impreziosita da una decorazione a denti di coda di drago, frapposti tra gli archetti e la copertura del tetto. Questo particolare sottolinea un utilizzo di elementi ornamentali, già tipici dell’arte bizantina e presenti in edifici alto medioevali dell’Italia meridionale, poi diffusisi nel basso medioevo anche nella nostra zona ed aiuta a distinguere con maggior precisione la diversa datazione delle due costruzioni. La figura dell’ingresso laterale a sud è invece incorniciato da tre archetti pensili.

L’osservazione esterna permette inoltre di evidenziare come le tre absidi siano coperte da tetti conici, che poggiano direttamente sulla muratura semicircolare, mentre le parti che costituiscono  la navata rettangolare sono protette da due tetti a capanna semplice.

L’interno dell’edificio, rischiarato da sette monofore diversamente distribuite, presenta due evidenti specifiche: mentre l’ingresso quadrangolare esprime una campata con volta a crociera, quattro pilasti compositi, polistili, sono posti negli angoli del vano centrale, interrompendosi bruscamente un poco al di sotto dell’inizio degli spioventi delle falde di copertura a capanna; al termine delle quattro colonne di sostegno l’intonacatura porta le tracce di una semplice soffittatura orizzontale in legno, ora scomparsa. La decorazione originaria in affresco è poi limitata all’altare, mentre la decorazione parziale dell’abside principale stessa, rilevata dal maestro Mandelli durante i recenti restauri dell’estate ‘89 e raffigurante un Cristo in croce, sovrapposto ad una monofora  originale, successivamente chiusa ed oggi di nuovo riaperta, è sicuramente di molto successiva alla costruzione.

Mons. Valerio Vigorelli, facendo sua l’ipotesi espressa in una ricostruzione grafica di Angelo Julita, nel terzo numero di "Arte Cristiana" del 1987, sostiene quanto segue:" L’insieme appare dunque assai incoerente in quanto si hanno due vani quadrangolari di cui il primo senza alcun contrafforte è coperto da volta a crociera, mentre il secondo, munito dei quattro grossi pilastri angolari ha una copertura si direbbe quasi di fortuna, come se ad un certo punto la costruzione fosse stata interrotta, ovvero, ruinata col tempo, riparata alla bell’e meglio.". E presenta quindi l’ipotesi, all’interno, di una volta a crociera costolonata poggiante sui quattro pilastri ed all’esterno una copertura finale a piramide a base ottagonale, con quattro bifore intercalate da rosoni.

L’ipotesi è suggestiva seppure storicamente ardita, come riconosce lo stesso Mons. Vigorelli, ma in parte non certo priva di fondamento per quanto riguarda almeno la parte interna. Infatti, una crociera non può essere che la naturale e necessaria prosecuzione dei pilastri compositi, già nella mente del costruttore. L’interrogativo si pone invece sul perchè della non realizzazione della stessa, che avrebbe costituito una anticipazione interessante nel romanico del dopo mille. Difficile, infatti, è il sostenersi un suo successivo crollo, dal momento che non è mai stato reperito un solo frammento dell’opera che, perlomeno nella costolonatura avrebbe presentato degli elementi semicircolari facilmente individuabili e non certo scomparsi nel nulla in un luogo solitario e privo di altre costruzioni, laddove ogni altro particolare costruttivo, compreso un ultimo torso in granito d’una colonnina esterna del pronao, dato per qualche tempo come disperso è stato di recente recuperato. La stessa regolarità del bordo d’intonaco cui appoggiava la soffittatura in legno, realisticamente forse coeva all’affrescatura del Cristo sull’abside, ne smentisce l’ipotesi.

Ed allora è giocoforza legare il motivo del non completamento architettonico interno o ad incapacità realizzativa delle maestranze e pare strano, od al sopraggiungere di eventi storici tali da dover improvvisamente troncare il rifiorire del monastero sul monte, e pure bruscamente da impedire la decorazione in affresco e stucco delle pareti dell’oratorio, da allora semplicemente intonacate. Tanto invero si è ipotizzato sui motivi della rifioritura e dell’arricchimento dell’abbazia nel primo basso medioevo, quando l’utilizzo del monastero sembrava più funzionale alle dispute teologiche ed alle lotte religiose che allo sviluppo del monachesimo! E la personalità del vescovo Milanese, Arnolfo III, sepolto a S. Pietro al Monte nel 1093, non deve essere tanto estranea al momento di rinata bellezza e costruzione dell’oratorio stesso.

Quanto alla forma della cupola esterna, ottagonale, la sua elaborazione complessa sembra così diversa e distante dalla semplicità architettonica dell’insieme armonico dell’edificio, che è ben difficile da accreditare. E comunque, vorrei continuare a credere ancora che anche per l’ideatore di un’opera così completa e suggestiva nella sua linearità, equilibrio ed armonia di forme, l’immagine perfetta fosse già quella che anch’io ho da sempre imparato ad amare.

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