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di carlo castagna

frammenti per un restauro

S. Nazaro di Civate

 

Civate,  dicembre 1991

 

Sommario

 

1. la traccia.

2. le origini

3. dedicazioni

4. consonanze architettoniche

5. molini e monasteri

6. presenza bizantina

7. santi e riti d’oriente

8. trasformazione del culto pagano

9. oratorio o chiesa battesimale?

10. prime visite pastorali

11. cento anni dopo

12. gli studi recenti

13. conclusioni

14. annotazioni in calce

BIBLIOGRAFIA

 

Forse pochi s’accorgono, transitando nel traffico intenso del raccordo stradale che ai piedi di Civate stringe impietoso una sagoma grigia e un po’ spoglia, della pre­senza dell’oratorio di S.Nazaro[1], entrato involontariamente a far parte d’un pae­saggio di oggi che stride al confronto coi resti d’un tempo passato. Solo il verde in­tenso di qualche ippocastano superstite e la facciata, modesta nei tratti d’un fine-ba­rocco austero appena ondeggiante in due riccioli posti sui lati, invitano a una rapida occhiata.

Eppure, occultato da un guscio d’incuria di anni recenti e assediato dall’asfalto che arriva a lambire il suo ingresso, insieme al fragore dei camions che ne fanno vi­brare le mura vetuste, esso è uno dei monumenti più antichi del nostro territorio e nasconde in sè, legata alla sua origine, una cripta d’un primitivo romanico ancor tutta da riscoprire nelle sue forme architettoniche più pure, con la sua storia più lontana che conduce a remote origini bizantine o più oltre.

Minacciato in maniera insensata di distruzione  col progetto dell’attuale superstrada che collega Milano con Lecco[2], il prezioso monumento è stato allora salvato in extremis , ma le sue fondamenta sono state private dell’acqua del fiume che da secoli le lambivano[3]. Ciò ha segnato l’aprirsi di crepe profonde, che hanno moti­vato per l’edificio una chiusura che ormai si protrae da anni, tra il colpevole disinte­resse generale.

Così, il suo destino segnato sembra ormai quello dell’imminente rovina.

Riscoprendone per qualche tratto la storia di vita trascorsa nel tempo, ho inteso iniziare a sottrarre quest’opera d’arte, testimonianza inestimabile e profonda di cul­tura e di fede, all’incuria ed all’ignoranza, segni attuali e purtroppo frequenti di una nuova definitiva barbarie.

 

1. la traccia

 

Sfogliando pazientemente i documenti più antichi d’archivio della parrocchia di Civate [4], si scopre, fra tante preziose notizie, che il primo riferimento lì certificato sull’oratorio di S. Nazaro, posto in località Scarenna, data soltanto l’anno 1604 [5]. Il documento riporta fedelmente le disposizioni adottate dall’allora arcivescovo di Milano, Card. Federico Borromeo, e relative alla visita che il suo reverendo delegato, Don Baldassare Cipolla, aveva diligentemente compiuto nella pieve di Oggiono e quindi nella parrocchia di Civate.

Quest’ultima località invero, che in una visita del 1455 alla stessa pieve ad opera del Card. Gabriele Sforza [6] era ben lungi dal comparire come sottoposta alla giuri­sdizione ambrosiana, nel 1604 risultava parte effettiva della pieve oggionese da poco più di vent’anni, non senza peraltro vivaci contestazioni in atto e tutt’altro che paci­ficamente risolte. Il monastero di San Calocero, già occupato dagli olivetani, infatti, rivendicava ancora i suoi diritti usurpati con sottile e paziente raggiro.

Il “colpo di mano”, se così si può definire, era stato opera di fine psicologia diplo­matica del Card. Carlo Borromeo, che senza colpo ferire e illudendo non poco la co­munità dei monaci di Monte Oliveto, da poco insediatasi nell’antica abbazia benedet­tina [7], aveva convinto l’abate della necessità e innocuità di nominare un curato nella stessa chiesa dei monaci, cui affidare le anime degli abitanti del piccolo villag­gio. Ciò avrebbe liberato da ulteriori preoccupazioni i monaci medesimi, che avreb­bero così goduto della libertà di dedicarsi alla loro precipua opera di lavoro intellet­tuale e preghiera. Anzi, qualora l’abate in persona non avesse inteso assumere l’incarico, designasse egli stesso un monaco o, in ogni caso, pure un prete secolare in sua vece[8].

Fu così che, con discrezione sempre meno sottolineata, i vicari iniziarono a sosti­tuirsi all’abate nella cura delle anime civatesi e ad operare spiritualmente nella chiesa del monastero, alle dipendenze più o meno dirette dell’arcivescovo.

I resoconti della visita alla pieve oggionese di Carlo Borromeo, del 1571, e della successiva del cugino Federico Borromeo, del 1595, già dimostrano come gli arcive­scovi si facessero largo spazio nella chiesa del monastero e sul territorio, neppure molto preoccupati di nascondere ormai le loro mire. Dopo la prima visita infatti, il santo fa scrivere tra l’altro nelle disposizioni di modifica, che impone di eseguire pe­rentoriamente al per nulla convinto monaco-parroco, “ entro sei mesi da questa data “ nella chiesa dei monaci:

“. . . Per beneficio, et maggior facilità del governo delle anime di que­sta Curia, ma senza però pregiudicio delle raggioni del Preposito di Oggione per una parte, et delli suddetti Padri, et Monastero per l´altra, circa l´esser o non essere Chivate membro della Prepositura d´Oggione facciano le infrascritte provisioni, et ordinazioni.

Che l´Padre, quale di presente essercita, et esserciterà questa cura pigli nella Pasqua gli olij s.ti dal Prevosto d´Oggione conforme al decreto del no­stro Concilio Diocesano.

Che esso Curato vadi a tutte le Congregazioni generali del Clero della plebe d´Oggione, et parimente quando gli toccarà, le faccia ò nella Chiesa del Monastero, ò in altra, ò vero per meno disturbo dell´ordine claustrale non gli parerà di fare ancora lui le sue Congregazioni possa ciò fare; ma in tal caso vada puoi lui alla Congregazione de Preti, senza spesa, ne’ gravezza alcuna loro...[9]”.

Il suo successore non si mostra da meno dichiarando, rivolgendosi al parroco già prete secolare, dopo un ulteriore richiamo alle disposizioni che i monaci persistono nel rifiutare di eseguire:

“ ... Idem Parochus curet, facto verbo cum Ill.mo, ut paramenta, et omnis suppel­lectilis ecclesiastica olim ipsis Monacis consignata antequam constitutus esset Vicarius perpetuus tradatur, et consignetur ipsi Parocho, sive perpetuo Vicario Curam Animarum gerenti, cum ipsa sint de iuribus spectantibus ad Ecclesia parochia­lem.

Curet Parochus nè legatis, et annalibus, et Missis defunctorum, quae iure spec­tant ad Ecclesiam tamquam Parochialem, Monaci se immisceant.

Sindici huius Loci, qui tempore benedictionis generalis huius Plebis Ugloni iu­raverunt nomine Communitatis se soluturos pro eleemosina sex ducatonos termino unius mensis satisfaciant, aliter puniantur tamquam periuri; hi vero sex ducatoni impendantur pro Ordinationibus exequendis.”,

ossia :

“... Il parroco medesimo provveda, dopo averne parlato con l´Illustrissimo, affinchè i paramenti e tutte le suppellettili ecclesiastiche una volta consegnati agli stessi monaci prima che si costituisse il Vicario perpetuo, siano ceduti e siano consegnati al parroco stesso, ovvero al Vicario perpetuo incaricato della cura delle anime, spettando gli stessi di diritto alla chiesa parrocchiale.

Il parroco abbia cura affinchè nei legati e negli annali e nelle messe dei defunti, che di diritto spettano alla chiesa come parrocchiale, non si immi­schino i monaci.

I sindaci di questo luogo, che al tempo della benedizione generale di que­sta pieve di Oggiono giurarono nel nome della comunità che essi avrebbero di­spensato in elemosina sei ducatoni nel termine di un mese, lo facciano, altri­menti siano puniti come spergiuri; questi sei ducatoni siano realmente spesi per l´esecuzione delle disposizioni...[10]”.

Man mano che le mire ambrosiane si facevano più palesi e pressanti, nonostante le veementi proteste dell’abate, esse estendevano la pretesa di custodia anche su quei beni ed istituti che da secoli, all’ombra dell’abbazia, avevano accompagnato la ricca vita spirituale e religiosa del borgo e legavano la propria storia a quella già plurise­colare del monastero d’origine longobarda. In tal modo, sempre nel 1571, il primo Borromeo si preoccupò già della relativamente recente costruzione dell’oratorio di S. Vito e Modesto, posto al centro del villaggio, e che comunque faceva risalire la sua consacrazione certa al 1498 [11], oltre che dei più importanti complessi di S.Pietro al Monte e S.Benedetto. Poi, a seguito della visita del 1604  [12], il successore prende i primi provvedimenti anche per la risistemazione interna dell’oratorio di S.Nazaro, la­sciandoci così una sommaria descrizione indiretta del suo stato.

Esso doveva allora conservare nei sui profili la struttura architettonica e decora­tiva originaria, mantenuta per secoli,  dal momento che con la basilica di S.Pietro al Monte, S.Calocero e gli oratori di S.Benedetto e S.Rocco, risultava tra gli edifici sacri più antichi di Civate. Una tradizione religiosa, che già nel cinquecento faceva per­dere la sua traccia originaria nel tempo, li santificava infatti con le più solenni cele­brazioni liturgiche [13].

Fortunatamente quelli parrocchiali non sono gli unici documenti che ci parlano di S.Nazaro. Infatti, presso L’Archivio Arcivescovile di Milano, si scopre che la già citata visita del Card. Carlo Borromeo del 1571, era stata  preceduta dapprima, nell’ottobre del 1566 [14], da una visita pastorale alla pieve di Oggiono da parte del prevosto di Asso, Don Giacomo Filippo Sormano, delegato dell’arcivescovo, che non fa parola di Civate, dal momento che esso non fa ancora parte della pieve. Quindi, sempre nel mese d’ottobre, ma del 1570, il gesuita P. Leonetto Chiavone compì la prima visita in assoluto a Civate e tra altre annotazioni lascia anche frettolosamente scritto qual­cosa su S.Nazaro:

“ Adest ecclesia S.Nazari clausa campestris que habet duo Altaria sine ornamentis et nuda, male pavimentata et sine sofitta .[15]”.

Come si potrà intuire anche dal confronto con documenti quasi contemporanei, questo visitatore non si mostrò molto attento o forse più semplicemente si accontentò di raccogliere una sommaria descrizione fatta dall’allora monaco-vicario, senza peral­tro mettere piede nell’edificio.

Risalendo ancora più indietro di qualche secolo nel tempo, si scopre che lo stesso oratorio è però citato come già esistente nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani  di Goffredo da Bussero, raccolta in cui si afferma, tra riferimenti vari agli altri sacri edifici:

“ ... Clavate ecclesia sancti nazarii [16].

La data precisa della stesura del volume bassomedioevale non si conosce, ma l’autore visse circa fra il 1220 e il 1289, permettendo così di risalire nella ricerca an­cora di qualche centinaio d’anni, oltre a documentare l’uso del termine distintivo di “ ecclesia “. Eppure, l’oratorio di S.Nazaro doveva risultare già allora essere molto più antico fra le chiese di Civate.

 

2. le origini

 

Perdute nel tempo le origini del monastero di S.Pietro al Monte, almeno nella si­curezza di documenti certi, si sono disperse con loro le notizie sull’origine di realtà “minori” che ad esso sono seguite o ne hanno anticipato la nascita. In effetti, il sor­gere del monastero civatese è senza dubbio stato preceduto da insediamenti di tipo civile, ma soprattutto militare sull’intero territorio.

E’ pertanto plausibile che, nei secoli romani di diffusione del cristianesimo e in quelli immediatamente successivi, anche questi insediamenti fossero accompagnati da un diffondersi pur primitivo di edifici religiosi, come le chiese battesimali delle pievi nei villaggi maggiori e i piccoli oratori collocati in punti nevralgici o di pas­saggio obbligato del territorio. E se di questi ultimi non permane una documentazione scritta, di per sé già così difficile da reperire per costruzioni e insediamenti ben più importanti, occorre oggi operare una ricostituzione, se non certa almeno plausibile, di un quadro di elementi di tipo geografico, storico, etimologico, militare, topologico, economico e religioso per rintracciare il tessuto connettivo che ne giustifichi la pre­senza e la collocazione in un determinato momento storico.

Ed è questo il caso dell’oratorio di S.Nazaro a Civate.

Ora, la distribuzione topografica di elementi geografici ed insediamenti umani sul territorio circostante, come il loro uso funzionale già dall’epoca romana sono ab­bastanza noti nelle loro linee generali. E innanzitutto, si può con facilità ricostruire il tracciato di quel sistema di strade che, dal periodo dell’occupazione romana, permet­teva il passaggio ed il controllo militare ed economico sulla zona.

Il centro militare più importante era indubbiamente il castrum Leucum [17], che controllava unitamente l’imbocco della Valsassina ed i passaggi lungo l’Adda verso sud, avendo  ad occidente, al di là del fiume, la Vallis Mater agraria. Attraverso questa valle naturale una via conduceva, lungo l’attuale Rio Torto, in prossimità del lago, contornato, come testimonia già Plinio  il Vecchio nella sua “Naturalis historia  [18]”, da estese ed infide paludi. Qui la strada incrociava la ben nota ed importante arteria che già dal III secolo d.C. collegava Aquileia a Como [19]. Essa prima, superato presso Olginate l’Adda con un ponte di cui rimane ancora traccia, saliva  all’attuale sella di Galbiate, per poi discendere al lago e da qui, scavalcato facilmente il piccolo emissario lacustre, risaliva la collina ora di Civate per continuare a mezzacosta, evitando gli in­sidiosi acquitrini, verso Como.

Dallo stesso sperone del monte allora chiamato Pedale, una strada si diramava per Annone attraverso l’originaria ‘insula ‘, Isella [20], collegata da due manufatti: uno, di più sicura e probabilmente molto più antica fattura, era nel primo tratto che costitui­sce ancora l’odierno collegamento con l’agglomerato urbano civatese, l’altro, una specie di lungo pontile, longus pons  [21], in pietrisco e legname, si snodava fra l’estrema propaggine della penisola e la stessa Annona, luogo di raccolta delle gra­naglie e quindi ideale per il pagamento “in natura”  delle imposte.

Tale delicata micro-rete di collegamenti ed accumulo di viveri, evidentemente, richiedeva una protezione militare sicura ben più prossima del semplice castello di Lecco, fortezza di confine. Erano pertanto presenti fortificazioni minori sul Barro, come sul Pedale e nella stessa Isella a controllo del passaggio obbligato e tali che ga­rantissero la costituzione di posti di guardia minori dotate d’un sistema di segnalazioni visive dalle alture per consentire la comunicazione rapida con Castelmarte, Como, l’Isola Comacina e Castelseprio, cioè il resto delle roccaforti principali della linea confinaria [22]. Ne sono testimonianza l’occupazione, l’ampliamento e il completa­mento di tali fortificazioni da parte dei successori Goti, Bizantini e Longobardi, attra­verso opportune modifiche dettate dalle diverse esigenze e con la costituzione di spe­ciali distretti [23].

E’ così che, successivamente nel tempo, sorgono il vallo, fossatum  [24], di Isella o le fortificazioni gote sul Barro [25] e la Sala  longobarda, luogo di permanenza dei ca­valieri, sotto Galbiate, il castrum  (Castello) e novum castrum (Castelnuovo)[26] sulla collina di Civate. Qui, le monete romane rinvenute nel “ buco della sabbia “, un’antica grotta funeraria del neolitico situata nei pressi del “ dosso della guardia “, sono solo alcune tracce involontariamente lasciate nei secoli dai soldati succedutisi nei turni di guardia, che forse supplivano col gioco alla prolungata noia delle ore di riposo.

Proprio il passaggio obbligato all’incrocio con la via proveniente da Aquileia, là dove un piccolo ponte varcava il Rio Torto, assegnava invece, naturalmente, il nome alla stessa località minore. Infatti, così come in altri punti di controllo ai piedi delle Alpi o nelle vallate prealpine si trovano i cosiddetti “ punti chiusi “ fortificati, come ricordano ad esempio Valchiusa, Le Chiuse di Susa o la più vicina Chiuso, nei pressi di Lecco [27], a questa confluenza i romani avevano assegnato l’attribuzione di clavis , ossia “ chiave “, per indicarne il senso necessitato e determinante del transito. Toccherà in seguito ai Longobardi variare la voce latina in Clavate , da cui Ciavate e l’odierna Civate, il borgo successivamente edificato sulla collina.

Proprio sulla originaria ‘clavis ‘ romana, quasi dimenticato, sorge ancora oggi l’oratorio di S.Nazaro, unico ed ultimo indizio della presenza dell’antica postazione militare romana.

E’ impossibile certo sostenere solo per questo l’origine tardoromana dell’oratorio. Inesistenti infatti ed improbabili sono sinora gli elementi a riprova della sua costru­zione nel tardo periodo imperiale. Più agevole invece è forse collocarne la prima uti­lizzazione cristiana fra la fine dell’occupazione bizantina e il sorgere di quella longo­barda.

Ecco come.

 

3. dedicazioni

 

E’ noto come a tutte le popolazioni barbariche, particolarmente a Franchi e Longobardi, fossero care le figure dei santi guerrieri, da San Giorgio a San Michele e come le stesse alternassero i loro nomi nelle dedicazioni delle chiese a quelli più illu­stri di Pietro e Paolo, primati della chiesa romana. Tuttavia, prima della comparsa in Italia dei Longobardi, già dal V secolo era noto nel calendario liturgico un gruppo di santi, cui solo poco dopo la chiesa ambrosiana avrebbe aggiunto i nomi di Marcellina, Calimero e Materno [28].

Il calendario liturgico che ne derivò fu detto martirologio gerominiano, ed in esso figurano già santi particolarmente cari alla chiesa milanese: Babila, i Tre Fanciulli, Ambrogio, Vitale, Vittore, Dionigi, i Fratelli Canzii, Sisinio, Martirio, Alessandro, Gervaso, Protaso, Nabore, Felice, Marcellina, Materno, Nazaro, Celso, Calimero,  Simpliciano, Satiro, Eustorgio. Tra loro S.Nazaro fu particolarmente in auge, legato com’era agli insediamenti di tipo militare dal periodo tardoromano a quello longobardo, dal momento che egli figurava come protettore dei soldati e costi­tuiva una realtà tanto cara agli arimanni. Nello stesso Castello di Lecco compare, in alternanza al primogenio Santo Stefano, l’antico oratorio di S.Nazaro proprio in tale funzione [29].

I medesimi santi del martirologio gerominiano  figurano, insieme a santi minori di origine pavese e franca successivamente aggiuntisi in periodo longobardo, in un preziosissimo documento della storia Civatese, Il Messale di Civate  [30], l’unica opera originale giunta sino a noi dallo scriptorium  [31] del monastero di S.Pietro. Tale fonte preziosa di notizie, da cui si traggono in aggiunte del XII secolo anche le dedicazioni di S.Giorgio (probabilmente in Annone) e di S.Eufemia ( pare d’Oggiono), viene collo­cata dagli studiosi in un periodo che va dal X all’ XI secolo: da tutti comunque esso viene ritenuto copia diretta di un’opera senza dubbio più antica.

Il Messale stesso è diviso in due parti: nella prima si rinviene il calendario litur­gico e una serie di rituali, nella seconda il testo del messale. E se sulla appartenenza univoca della seconda al monastero civatese qualcuno avanza dei dubbi, il calendario è stimato sicuramente di S.Pietro al Monte.

Da esso si possono già trarre indirettamente degli spunti interessanti anche in rapporto a S.Nazaro, il cui culto aveva preceduto nel territorio ambrosiano, come si è visto, il martirologio gerominiano  e quindi il calendario monastico civatese.

Non solo. Il culto di S.Nazaro si accostava nello stesso oratorio a quello di due altri santi particolari: S. Simone e S. Mamete. S. Simone anzi divenne così importante nel tempo, che quasi sostituì il nome stesso del primo titolare della chiesa, anche perchè in occasione della sua festa, all’intorno, si teneva una grande fiera di campagna con l’esposizione di prodotti agricoli ed animali, che rappresentava la sagra più impor­tante del villaggio stesso di Civate. Tale sagra è continuata da tempi antichissimi sino a tutto il primo novecento.

S.Mamete invece è ricordato nel documento di visita pastorale del 1608, già citato, con alcuni interessanti particolari sul suo culto contadino legato alla terra, ai boschi ed al lavoro dei campi.

 

4. consonanze architettoniche

 

Prima di trattare in maniera specifica delle singole antiche dedicazioni e dell’importanza storica e religiosa che esse rivestono, occorre considerare un aspetto particolare che, oltre a queste, distingue nell’architettura primitiva l’oratorio di S. Nazaro, per meglio intuirne le origini. Esso infatti, è l’unico edificio sacro “minore”, situato nel territorio contiguo al monastero, a presentare una cripta , che si vedrà  inconfutabilmente di struttura romanica o preromanica, similmente alla più famosa basilica di S.Pietro al Monte, alla chiesa del monastero di S.Calocero ed ai poco lontani S.Vincenzo di Galliano, presso Cantù, e S.Pietro di Agliate.

L’ambiente architettonico stesso delle cripte citate è simile, con tre navate divise in campate da colonne, che sostengono volte a crociera  con archi ribassati di rin­forzo.

Coincidono pure, al di sopra della cripta, un presbiterio sopraelevato e la navata lunga e stretta, con caratteri preromanici molto simili, se si eccettua S.Pietro al Monte, dove la cripta non è direttamente posta sotto l’altare principale.  A tale strut­tura basilicale inoltre si rifanno anche S.Vincenzo in Prato e l’antico S.Ambrogio  in Milano [32].

La comunanza di particolari di tale interesse, oltre a sottolineare la rilevante im­portanza attribuita all’edificio nella sua primitiva edificazione, indicano l’oratorio di S.Nazaro, nella sua concezione architettonica, come rispondente alla medesima e precisa esigenza teologica, precedente non solo gli altri oratori che sorgeranno sui vasti possedimenti del monastero, ma anche la stessa chiesa pievana di Oggiono. Anzi, la sua costruzione rivela in più un elemento particolarmente singolare ed, in epoca sia bizantina che longobarda, molto significativo. Essa è infatti realizzata sopra ed at­torno ad una singola fonte, cui i fedeli per tradizione hanno bevuto sino a pochi anni orsono, ancora presente nella cripta ed usata per secoli. Ad essa si accede da due serie simmetriche di tre gradini, che conducono ad una specie di piccola vasca antistante, dotata di scarichi per l’acqua e che indurrebbe a supporre l’uso liturgico del battesimo per immersione.

La simbologia battesimale e di purificazione in tali elementi peraltro è eviden­tissima e si collega chiaramente non solo all’iconografia di S.Pietro al Monte, ma, come sembrano confermare alcune recenti deduzioni [33], ad una simile situazione nella chiesa originaria, oggi ancora praticamente inesplorata e sepolta sotto l’attuale pavimentazione, per la basilica del monastero montano. E ciò indurrebbe almeno a considerare l’ipotesi di una contemporaneità del periodo di una prima costruzione, che per S.Pietro, si è certi, risale all’ VIII secolo.

Un’altra considerazione ulteriore porta a ricollocare in questo ambito storico l’oratorio di S.Nazaro ed essa viene dalla comparazione con gli altri oratori esistenti sul territorio del monastero. A Civate infatti, nel 1500 erano presenti da tempo altri edifici sacri oltre a quello considerato ed ovviamente alle chiese di S.Pietro al Monte e S.Calocero [34].

Già tra essi si è accennato alla presenza, certificata durante la visita pastorale del 1571, dell’oratorio di S.Vito e Modesto, l’unico allora ‘recente’, tanto che la sua data di consacrazione riporta precisamente all’aprile del 1498, anche se Goffredo da Bussero ne parlava già verso il 1288 .

Più antico e conosciuto di quest’ultimo e certamente costruito nell’ XI secolo, è l’oratorio di S.Benedetto, di cui hanno ampiamente trattato tutti gli studi storici ed ar­tistici inerenti l’abbazia benedettina di Civate. Sull’altarino armoniosamente affre­scato dell’oratorio sono raffigurati appunto S.Benedetto, cui l’edificio è consacrato e S.Andrea. Proprio a questi è dedicato l’oratorio di Isella, l’isoletta originaria, poi con­giunta alla terra ferma da due ponti-terrapieni, che tanta parte doveva aver avuto nella funzione difensiva di Annone in epoca romana. Per esso la derivazione dal mo­nastero della dedica è evidente.

Più difficile sembrerebbe collocare nel tempo con precisione la presenza dell’oratorio di S.Rocco a Scola, posto sul dirupo che controlla uno dei passaggi obbli­gati per S.Pietro al Monte. In effetti, la figura del santo è legata al tardo periodo me­dioevale. Tuttavia, oltre al fatto che la variazione motivata dall’uso specifico della de­dica ad un santo non risulta in questi casi straordinaria, la stessa dedica completa del sacro edificio è a S.Maria e S.Rocco, il che permette di supporre anche così che l’attribuzione al santo francese sia intervenuta solo molto più tardi rispetto all’origine dell’edificio, oggi purtroppo completamente ricostruito. Esso infatti doveva essere direttamente collegato alla presenza , nei pressi di una originaria postazione militare strategica di controllo, di un ospizio per i pellegrini, che numerosi si reca­vano, come dimostra la tradizione più antica, alla basilica sul Monte, dove non pote­vano soggiornare. Tale ospizio era retto da una delle numerose confraternite di assi­stenza ai poveri, ai mendici, agli ammalati ed ai pellegrini, una schola , da cui deriva ancora oggi, non unica ma sicura traccia, il toponimo dell’agglomerato contadino.

Che l’oratorio fosse più tardi dedicato a S.Rocco, ricordando la sua originaria funzione, non deve stupire. Anzi, altre due piccole costruzioni, semplici cappelline campestri aperte sul fronte, accoglievano nel tardo medioevo i pellegrini, che transi­tando da Borimina  e dal Bruniosius  si recavano a S.Pietro. Entrambe erano pure de­dicate a S.Rocco.

Lo stesso S.Vito e Modesto, forse in origine aveva di fatto sostituito nella sua  primitiva funzione d’accoglienza l’oratorio di Scola, quando l’abbandono e la lonta­nanza avevano un po’ offuscato l’immagine della basilica di S.Pietro posta sul monte, a vantaggio di S.Calocero, dove più comodamente risiedevano i monaci [35]. Esso per questo, ancora nel ‘600, aveva un altare dedicato a S.Rocco e nelle vicinanze mante­neva un antico edificio che a tutt’oggi conserva l’appellativo di “cà di pelegrett”, con i resti di vetusti affreschi.

Tutti gli oratori e sacri edifici di Civate pertanto avevano avuto direttamente origine e funzione in dipendenza dal monastero e dalle sue chiese. Tutti eccetto S.Nazaro, la cui origine si conferma anche da ciò diversa e forse per questo antece­dente.

 

5. molini e monasteri

 

A sostegno di quanto sinora affermato si possono aggiungere altri elementi di analisi significativi, soprattutto quelli che emergono via via sia dal Messale di Civate , in relazione al calendario, al testo proprio ed alla presenza dei santi sul territorio, sia dalle informazioni carpite ai contenuti di un’altra opera ancor più famosa ed impor­tante, elaborata attorno all’ 850 a Civate: l’Espositio Regulae  [36] dell’abate  e magister  Ildemaro [37].

Nell’Espositio , il grande monaco franco sottolinea l’assoluta necessità della collo­cazione del monastero in un ambiente idoneo alla sua sopravvivenza ed alla sua fun­zione. Esso pertanto deve avere nelle strette vicinanze non solo boschi e sorgenti, ma un forno per il pane e un mulino. Dice infatti:

“ ...si est aqua et silva et cetera sicut necessarium est monachis ... ut nil de his ha­beat aqua molendinum, pistrinum et reliqua quae S.Benedictus dicit, nullo modo debet construi”  [38], ossia:

“ ... se v’è acqua e bosco e le altre cose secondo il necessario per i mo­naci ... altrimenti, se non v’è nulla di queste, acqua per macinare, il forno e il resto di ciò che S.Benedetto dice, in nessun modo si deve  costruire”.

Ciò che Ildemaro riteneva di sottolineare come indispensabile per la collocazione di un monastero, oltre che dal buon senso, sembra essere dettato proprio dalle stesse condizioni che egli poteva riscontrare nel monastero di S.Pietro al Monte. Lì infatti, c’erano sì acqua, boschi e probabilmente il forno, ma il grano doveva essere macinato ancora con l’antico sistema orientale ‘a folla’ [39], mentre ai piedi della montagna già preesisteva una situazione ideale per collocarvi un monastero, S.Calocero [40], che, con buona pace di tanti studiosi, doveva avere già una sua struttura abbastanza de­finita nella seconda metà del IX secolo [41]. Solo una tale realtà, probabilmente come si è visto già nata anche con l’esigenza di soccorrere i numerosi pellegrini, poteva infatti garantire l’amministrazione diretta dei non pochi beni della abbazia e la pre­senza di uno scriptorium  e di una biblioteca, che hanno tramandato traccia di sè e delle loro opere sino a noi. Le condizioni indispensabili sottolineate da Ildemaro, nei pressi del monastero di S.Calocero coincidono, infatti, con la già mutata caratterizza­zione della “clavis”  in funzione economico-produttiva nel tempo.

Al momento della fondazione della prima chiesa di S.Pietro al Monte, all’epoca di Desiderio, ultimo re longobardo, la situazione della zona, precedentemente descritta come attuale nel periodo della dominazione romana, era già sostanzialmente variata. La trasformazione tecnica relativa alla macinatura del grano, passata prima dalla semplice e rudimentale follatura  alle molazze  e molini a palmenti  , tipici dell’era romana avanzata, era pervenuta infatti definitivamente alla macinatura con molino ad acqua, tecnica senza dubbio meno faticosa e più redditizia, che permetteva di otte­nere, con macine molto più grandi, un prodotto senza dubbio migliore. Ciò aveva fatto perdere importanza ad Annone come centro di raccolta della granaglie, non presen­tando la stessa località caratteristiche idonee all’installazione dei mulini, mentre ac­quisiva sempre più un ruolo decisivo la località immediatamente contigua alla stessa “clavis”  romana, perchè non solo da essa prendeva inizio la fertile e agevole esten­sione della Vallis Mater agraria  [42], il fondo valle più favorevole alle coltivazioni, ma perchè lì, allo sbocco dell’estuario del lago, era collocata la zona più idonea alla costruzione ed al controllo dei mulini essendo già preesistenti le antiche strutture di controllo militare.

Nulla di strano pertanto che già i Goti ponessero proprio al di sopra di questa, sul Barro, una grande fortificazione da cui mantenere dall’alto un costante controllo sulla posizione,  certo meno difesa dalla natura di quanto lo fosse stata Annone, col lago d’attorno e lo stretto passaggio obbligato di Isella,. E non stupisce neppure che i Longobardi, più tardi, costituissero l’agglomerato militare di Sala proprio nelle vici­nanze e ampliassero l’attigua Scarena , cioè il luogo di collocazione dei mulini, con l’aggiunta di  un torchio per le olive.

 

6. presenza bizantina

 

Meno visibili, tra le due presenze appena ricordate dei Goti e dei Longobardi, sono le tracce della presenza bizantina sul territorio, almeno ad un primo frettoloso esame.

In effetti, gli emissari dell’impero d’oriente erano usi operare, per logica affinità storica e culturale, nei modi e sulle strutture strategiche ed economiche, dove possi­bile, già proprie dei romani. Eppure segni della loro permanenza compaiono, anche se in forme esteriori meno eclatanti di quelle dei loro diretti predecessori e succes­sori, presso la “clavis”.

Già si sono ripercorsi in alcuni toponimi assegnati a località come clavis, vallis mater agraria, annona, castrum , i segni della presenza romana. Altri pervengono dai nomi propri romani o derivati dalla fusione di nomi celti e romani nelle località cir­costanti, come: mons Pedalis  [43], mons Baronis  [44] barsecuta [45], caribiolum [46],vallis deae orum  e  silva Diana [47], cioè, per riferirci solo a quest’ultima, la zona boschiva posta tra la parte orientale del lago, la collina su cui sorge Civate e la stessa “clavis” .

Proprio questi ultimi due toponimi inducono a riflettere sulla realtà non solo militare ed economica della vita della guarnigione qui stanziata e senza dubbio della popolazione rurale dell’epoca romana, ma anche sulla loro sensibilità religiosa. E questo non solo ci suggerisce che vi fossero evidentemente, e del resto sono rimasti intatti quasi sino ai nostri giorni, delle sorgenti e un bosco, dedicati come naturale alla divinità delle fonti e della caccia, ma induce ad approfondire in tal senso anche l’etimo  dell’estensione di campi di fondo valle, aperti, coltivati e rigogliosi perchè irrigati dalle acque del fiume emissario e dei torrenti montani.

La vallata si scopre infatti dedicata alla Mater agraria , ossia inizialmente la dea Cerere  [48] , affiancata e confusa, in queste regioni limitrofe, con la dea Cibele  [49], protettrice dei campi e delle messi, oltre che degli animali. Qui, il culto orientaleg­giante di quest’ultima era andato vieppiù diffondendosi in tal senso in tarda epoca imperiale con riti complessi di iniziazione. E sembrerebbe strano che alla dea, cui era dedicata la valle, gli abitanti e le truppe non dedicassero un tempietto rurale, forse laddove un tempo i progenitori Celti avevano già a loro volta dedicato un piccolo sacro edificio all’antenata più antica della stessa Mater agraria, ossia alla triplice antica divinità nordica delle Deae Matres  [50].

Sebbene sia vero che il cristianesimo, durante l’ultimo rigurgito di vita dell’impero romano, portasse la sua diffusione ben lontano da Roma, in città anche vicine alle sponde orientali del Lario come Milano e la stessa Como,  è altrettanto im­probabile che nei pagi  [51], i villaggi di campagna, il nuovo annuncio religioso giungesse con convinzione e sollecitudine. E neppure ci si deve illudere troppo che i Goti, pur con Teodorico ed i mausolei sfavillanti di Ravenna, fossero stati più convinti e convincenti nella conversione di queste zone prealpine. Ma i bizantini?

La presenza bizantina doveva aver assunto in Italia, nel periodo delle invasioni barbariche, un senso ed una dimensione di vera e propria crociata in nome del ri­pristino d’una civiltà ,portata allo sbaraglio con crudeltà e ignoranza dai Goti, e che ormai si identificava col cristianesimo.

Quale doveva essere pertanto l’atteggiamento minimo, immediato di questi restau­ratori, se non la sostituzione, senza alcun dubbio, dei simboli barbari e pagani con simboli di civiltà cristiana e di fede. E dove avrebbe agito innanzitutto un crociato, moderatamente fervente perchè uso ai contatti con le culture barbariche, se non là dove permanevano le radici del culto di antiche religioni e superstizioni.

Nulla di strano dunque che soprattutto venissero pacificamente sostituiti i luoghi specifici di culto pagano con edifici, simboli e santi cristiani che ne avessero le iden­tiche caratteristiche e rispondenze. 

Quindi, se qui non fu possibile ai bizantini, nella loro opera di cristianizzazione, cancellare di fatto i nomi come Silva Diana o Vallis Mater agraria , ormai divenuti to­ponimi radicati, certamente essi si diedero da fare per sostituire, nel luogo stesso della “clavis “, il tempietto rurale della Dea Mater , ormai comunemente chiamata solo con l’appellativo di sancta”  [52] e che già doveva aver a suo tempo supplito le divinità celtiche del luogo, con un edificio cristiano dedicato non ad uno solo, ma addirittura a tre santi, che rispettassero nel contempo i caratteri di protezione e propiziazione propri delle divinità pagane, legandoli alle esigenze del territorio d’appartenenza: Mamete, Simone e Nazaro.

  

7. santi e riti d’oriente

 

Proprio la scelta particolare dei santi, cui fu dedicato in tempi remoti l’oratorio di S.Nazaro, sottolinea alcune particolarità che conducono ad identificare con più pre­cisione il periodo della sua origine cristiana. Il Messale di Civate conduce ad essi, sia attraverso il calendario, di origine diversa e particolarmente legato al monastero di S.Pietro al Monte, che attraverso il testo del messale, più recente, ma comunque al­meno dell’XI secolo, secondo questa distribuzione [53]:

Calendario

*       C. XVI Kl. sept.       Octava Sancti Laurenti. Mammetis mart.,III lect.                                                                                   

*       C. II Id. Iunii          Basilidis. Cirini. Naboris et Nazarii, III lect.

*       C. V Kl. Aug.           Nazarii et Celsi. atque Pantaleonis martiris., XII lect.

*       C. VI Id. Maii          Gordiani et epimachi. Translatio Sancti Nazarii.

*       C. VI Kal. Nov.        Vigilia apostolorum Symonis et iude.

*       C. V Kal. Nov.         Symonis et iude apostolorum, XII lect.

                                                                        

Messale

*       M. II Id. Iunii         Sanctorum Basilidis. Cirini. Nazarii.

*       M. VI Kal. Nov.       Vigilia Sanctorum apostolorum Symonis et iude.

*       M. V Kal. Nov.         In  die ad Missam.

 

Come si vede il calendario attribuisce particolare importanza alla triade dei santi cui era dedicato l’oratorio ed in diverse occasioni.

S.Nazaro [54] si ritrova citato nel volume ben quattro volte; tre nel calendario ed una nel messale. Due citazioni sono corrispondenti alla vigilia delle idi di giugno, per noi il giorno dodici del mese. Qui S.Nazaro viene ricordato, secondo l’uso orientale, senza S.Celso, ma in compagnia di S.Basilio e S.Cirino, due santi tipicamente legati alla chiesa orientale bizantina, rivelandone l’originaria accettazione sul territorio d’influenza già ambrosiana da parte di officianti che forse non appartenevano alla stessa. Le altre due citazioni, di cui una con dodici lezioni il 28 luglio, vedono invece il santo legato a S.Celso e alla sua traslazione, secondo la vicina e senza dubbio forte tradizione  milanese. A loro volta le dodici lezioni sottolineano la particolare impor­tanza della celebrazione, indice della venerazione distinta della comunità per il santo e che doveva conseguentemente riferirsi ad un edificio di culto importante, da tempo a lui espressamente dedicato in loco.

Quanto a S.Simone [55] è indubbia anche per lui l’origine dal culto orientale. Egli è citato nel codice civatese ben quattro volte, il 28 e il 29 ottobre, sia per la vigilia che per la sua festa, che, come testimoniano le stesse dodici letture celebrative e la tradi­zione popolare continuata nel tempo, doveva aver assunto particolare importanza, tanto da essere unita ad una grande fiera agreste.

E’ comunque opportuno notare ancora che, mentre nel messale S.Simone è acco­munato a S.Giuda con le stesse caratteristiche grafiche, nel calendario il suo nome è indicato con la maiuscola, mentre quello di S.Giuda con la minuscola per ben due volte. Ciò indica che non può trattarsi di un errore, ma di una precisa indicazione dell’amanuense. Tuttavia, è difficile  sostenere l’intenzione volontaria nell’uso della lettera minuscola per sottolinearne o l’aggiunta posteriore nella venerazione o un grado comunque minore dell’importanza attribuita ai due santi [56]. Tutto questo tut­tavia non stupirebbe, ricordando che ancora oggi la chiesa orientale celebra gli stessi due santi in date completamente diverse.

S.Mamete, il santo più particolare nel culto del monastero montano, era indicato il 17 agosto nella celebrazione con tre letture, ma poi scompare completamente nel messale. La sua venerazione antica non trovava quindi ufficialmente già più traccia nel calendario romano o monastico, mentre si manteneva  a livello di culto popolare. Ciò sottolinea la impossibilità  ormai di risalire con certezza alla sua primitiva com­parsa, che pertanto doveva conservare solo un lontano ricordo già al momento della stesura del messale stesso, mentre ancora permaneva da un’epoca non del tutto di­menticata alla compilazione del calendario, cioè della parte più antica riferita al mo­nastero civatese.

A proposito di S.Mamete si deve dire che in territorio lariano poche sono rimaste le tracce di questo santo, anche se due parrocchie gli sono ancora dedicate: Oltrona S.Mamete e Valsolda S.Mamete. Il santo particolare, cui si riferisce la dedica di S.Nazaro, è identificabile con S.Mamete martire ed eremita [57], protettore della natura e degli animali, vissuto nelle vicinanze di Cesarea di Cappadocia, l’attuale Kayseri, giustiziato sotto l’imperatore Aureliano nel 272 d.C. Di lui parla Basilio il grande in un elogio pronunciato, mentre era vescovo di Cappadocia tra il 370 e il 379, in un santu­ario dedicato appunto a S.Mamete. Alle virtù particolari del santo accenna inoltre S.Gregorio nazanzieno nel IV secolo, ricordando la presenza di un suo santuario a Cesarea di Cappadocia. Attualmente un affresco medioevale nella Elamali Kilise (chiesa del Melo) di Göreme, una delle chiese rupestri a colonne della Cappadocia, presenta fra i vari santi Anicheto, Fotio, Niceta, Demetrio, Orestio anche un St.Mama, cioè St.Mamete [58].

Un tardo affresco del 1300, nella parrocchiale di Valsolda S.Mamete, lo ritrae in tipici abiti orientali, mentre un dipinto del 1613 riprende la tradizione del santo, rap­presentandolo in un ambiente agreste, attorniato da animali domestici e leoni. L’iconografia rappresentativa del santo e il martirologio sembrano ricalcare alcuni stereotipi pagani presenti in Anatolia già in secoli precedenti il cristianesimo.

In effetti, l’immagine agreste ed attorniata da leoni ed altri animali è la stessa ri­cordata di Cibele, dea mater  dell’Anatolia, divinità protettrice della fertilità e della natura anche selvaggia, la cui raffigurazione e funzione, come già si è visto, si in­treccia con quella della romana Cerere e a sua volta della greca Demetra [59]. Queste divinità sono tutte identificate con immagine unica di dea Mater  e appunto nel greco Méter si ritrova la radice di Memete o Mamete, che , in oriente, sostituisce così pun­tualmente nel culto Cibele, che qualche studioso ne mette in dubbio la stessa reale esistenza.

La sostituzione di una divinità pagana con un santo cristiano, che ne rilevasse puntualmente le caratteristiche protettive, fu presente sin dall’espandersi della nuova religione, in modo analogo a quello usato dai romani nella sostituzione non traumatica delle divinità celtiche nella provincia gallica. Sostituzioni più note di questo tipo si ritrovano ad esempio significativamente in Egitto, dove Iside  venne considerata un simbolo di Maria e Horus  simbolo di Cristo. Qui anche la croce fu rap­presentata dall’antico geroglifico ANK , la chiave indice della vita , costitutiva della “croce ansata” [60].

 

8. trasformazione del culto pagano

 

Dopo le considerazioni appena svolte, al di là delle certificazioni documentate alla fine del ‘500 dal padre Leonetto Chiavone, visitatore del card. Carlo Borromeo o dell’indicazione di Goffredo da Bussero alle soglie del ‘300, si può dapprima desumere in modo fondato che la presenza dell’oratorio di S.Nazaro fosse situato accanto alla scarena   longobarda nel periodo della stesura della Expositio Regulae  da parte di Ildemaro verso la metà del IX secolo. Inoltre, dalle caratterizzazioni specifiche pro­prie del calendario contenute nel messale e dalle successive riflessioni,  si può ag­giungere che la dedica ai tre santi maggiori dello stesso, S.Nazaro, S.Simone e S.Mamete, deve essere ricondotta all’intervento bizantino in Italia ed in particolar modo nei territori lariani, in cui essi lasciarono varie tracce in consonanza con le postazioni militari, come sull’Isola Comacina.

In effetti, la presenza bizantina sul territorio, dopo le sconfitte di Totila e del suo successore Tela a Cuma nel 552, era stata immediatamente minacciata dall’invasione, nell’anno successivo, da un’orda di bande franco-alamanne che spogliarono come poterono un’Italia già in preda alla carestia ed alle devastazioni di lotte ferocissime, scoppiate nell’ultimo periodo di regno dei Goti. Il ritorno alla stabilità civile e politica, rappresentata dall’ordine bizantino e dalla religione, che in quegli anni attraversava la ribellione dello scisma dei Tre Capitoli cui aderivano le città di Milano ed Aquileia, fu quindi di brevissima durata, se già dal 568 i ferocissimi Longobardi, provenienti dalla Pannonia, iniziavano ad occupare rapidamente queste regioni, racchiudendo nel 584 gli emissari di Bisanzio nel territorio della Pentapoli.

L’influenza religiosa dell’oriente doveva invece essere stata molto più radicale, se si pensa che i Goti, sostituendo in questa lontana provincia della Gallia Cisalpina i ro­mani, non avevano certo svolto una sicura opera di conversione e trasformazione dei pagi e si sentiva la necessità, soprattutto in questo periodo, di riaffermare il cristia­nesimo con forme di vita religiosa comunitaria come la nascita del monachesimo oc­cidentale, tra cui spicca il cenobio di Montecassino eretto ad opera di Benedetto da Norcia nel 534. Ecco perchè i bizantini si trovarono favoriti ad operare la trasforma­zione di riti, culti e divinità pagane, sostituendole con santi e luoghi di preghiera cristiani che non rompessero con le aspettative tradizionali.

L’alleanza tricapitolina, che univa spiritualmente Milano all’oriente, in quel momento consentiva e consigliava diplomaticamente ai bizantini la dedicazione dell’oratorio a S.Nazaro, particolarmente amato dalla chiesa ambrosiana originaria e la cui figura militare benissimo si adattava alla funzione protettiva delle truppe lì di­slocate. S.Simone, martire d’oriente, si collocava del resto opportunamente come fi­gura distintiva del luogo col titolo di apostolo della comune chiesa primitiva. S.Mamete poi, nell’immagine sovrapposta a Cerere-Cibele, era figura fortemente presente nella chiesa orientale e riassumeva qui, nel medesimo significato, il carattere di radicale sostituzione dei riti e dei culti della dea mater  legati alla terra e tanto cari agli abi­tanti della zona sotto le sembianze  della sancta dea . L’immagine peraltro si fondeva praticamente nel culto greco rituale di Demetra, dea originaria, Madre della Terra (Tellus Mater ) e della fertilità, divinità primogenia riconducibile ai lontani culti celti delle Deae Matres .

L’ipotesi affascinante su questo legame e che dovrà essere chiarita da studi suc­cessivi e dai restauri, scaturisce dalle considerazioni sulla funzione e sulla struttura della fonte e del piccolo accesso alla stessa nella cripta originaria di S.Nazaro. Questo spazio architettonico, sistemato ad occidente tra le due scale d’ingresso che discen­dono dall’unica navata della chiesa, ha delle caratteristiche singolari. Sormontata da un arco a tutto sesto, quasi una nicchia, non solo vi è presente infatti una fonte rin­novata un tempo dallo zampillare vivace di una sorgente e delimitata sul fronte da una pietra che funge da vasca, ma ad essa si scende per due brevi scale laterali e simmetriche che circoscrivono un piccolo vano rettangolare, posto alquanto sotto il piano del pavimento. E’ da questa conca in cotto che dipartono nel pavimento stesso della cripta tre tubi cilindrici di scarico, sovrapposti e di diverse dimensioni, con l’evidente funzione di svuotare a diversi livelli quella che risulta una piccola cisterna o piscina.

Ora, il rito del taurobolio , dedicato a Cibele, richiedeva che la celebrazione av­venisse in una camera sotterranea (pastos ) [61] come è appunto la cripta. Qui, colui che era sottoposto al rito purificatore entrava nella vasca e vi veniva irrorato col sangue di un toro o di un montone (criobolium ) [62]. Alcune formule rituali della ce­lebrazione pagana pare siano comuni al cristianesimo  nella formula [63]:” taurobolio criobolioque in aeternum renatus [64]”. Inoltre, il rito medesimo era interpretato come purificazione per un ritorno alla Terra Madre (Tellus Mater ), fonte  originaria della vita.

La combinazione degli elementi nella cripta di S.Nazaro presenta pertanto una singolare quanto stupefacente coincidenza con le esigenze dell’antico rito anatolico portato a Roma attraverso la Grecia, mentre il successivo mantenimento degli stessi nella loro struttura funzionale originaria sembra indicarne la continuità d’uso nei riti alto medioevali di purificazione già noti in altre cripte di chiese battesimali [65].

 

9. oratorio o chiesa battesimale?

 

Nel volume dedicato al romanico in Lombardia, Sandro Chierici scrive:

“L’opera missionaria della chiesa nelle campagne dell’Italia settentrio­nale ha privilegiato, a partire dal V secolo, uno strumento fondamentale, la pieve. Il termine, schematicamente, indica una circoscrizione territoriale ci­vile e religiosa facente capo ad una chiesa - detta chiesa matrice - alla qu­ale sono riservate alcune funzioni liturgiche assicurate da sacerdoti facenti vita comune. Fra queste funzioni, la più importante per noi, in quanto ricca di conseguenze in campo architettonico, è il diritto di amministrare il batte­simo. Sin dal suo primo apparire, la chiesa matrice ha accanto a sè il batti­stero, edificio staccato dal corpo della chiesa, a pianta centrale, ora poli­gonale, ora rotonda... [66] ”.

Eppure, nello stesso volume, gli esempi di battistero riportati dall’autore vanno tutti dall’VIII al XII secolo: S.Maria Maggiore a Lomello (VIII sec.), S.Pietro ad Agliate (IX-XI sec.), S.Vincenzo a Galliano (XI sec.), S.Vittore ad Arsago Seprio (XII sec.). E prima?

Dato il fatto che il rito battesimale doveva essere anche prima sicuramente cele­brato e non trovandosi tracce di strutture particolari ad esso destinate, è pertanto così scontato che  fin dal V secolo ‘ la chiesa matrice’ avesse ‘accanto a sè il batti­stero, edificio staccato dal corpo della chiesa, a pianta centrale, ora poli­gonale, ora rotonda’, oppure la realtà potrebbe essere un po’ più articolata, conside­rata anche l’epoca di successivi stravolgimenti politici e militari, da cui non va escluso il terrificante pericolo costituito dalle invasioni ungare, protrattesi in Europa e in Italia sino al 960?

Si può anzitutto credibilmente supporre che nel periodo di permanenza dei bi­zantini e quindi dell’insediamento longobardo, la chiesetta di Santo Stefano, pur priva di battistero, nell’omonimo castello di Lecco svolgesse un ruolo pievano come chiesa battesimale [67], anche se difficile è certificarne con sicurezza l’estensione dell’ambito di influenza sul territorio circostante.

Gian Piero Bognetti, che ne parla, fa risalire l’epoca di edificazione del castello di cui fa parte, per le sue caratteristiche, dapprima al periodo tardoromano [68], quindi a cavallo fra il V e il VI secolo, come erezione teodoriciana [69]. Si è certi comunque che, nel 535, nella chiesa risiedesse un prete, Vigilio, mentre della sua costruzione e presenza testimonia un frammento marmoreo dai caratteri sicuramente bizantini [70].

Eccettuata questa chiesa dalle dimensioni peraltro molto modeste, non si ha an­cora notizia della presenza, sul territorio posto a sud del Lario orientale, di altre chiese battesimali o battisteri in quest’epoca. In effetti, come è molto difficile soste­nere che piccole chiese, che univano funzioni militari e civili come quella di S.Stefano, si corredassero di un proprio battistero esterno all’edificio, è pure impro­babile che la stessa chiesa lecchese potesse operare su un territorio molto vasto.

C’è da supporre invece un’altra realtà. Cioè che sul territorio potesse sorgere qu­alche altra chiesa, di altrettanto piccole dimensioni, al servizio come la prima di una postazione militare, che servisse pure da chiesa battesimale per il territorio circo­stante della Vallis Mater agraria  al di qua del Lario e dell’Adda. E la funzione dei riti di purificazione cristiani che la cripta di S.Nazaro sembra suggerire con la forza di tanti elementi, conservati nella loro struttura originaria, indica uno stretto legame al rito battesimale della medesima.

Del resto, altri elementi paiono suggerire tale identificazione. Innanzitutto per analogia.

Se la presenza infatti e la costruzione del battistero attuale di Oggiono risale sicu­ramente all’XI secolo [71], gli scavi eseguiti al suo interno hanno messo in luce in esso la presenza di una vasca battesimale, rettangolare, al di sotto del livello del pavi­mento, cioè una piscina infossata usata ai tempi della prima diffusione del cristiane­simo per il battesimo degli adulti [72]. Ed essa è un elemento identico e ancora pre­sente presso la fonte di S.Nazaro.

Che pure a Civate fosse situata una chiesa battesimale poi, sembra richiamato da indizi ancor più duraturi nel tempo.

Già si sono ricordati i legami iconografici relativi al tema battesimale e di purifi­cazione della basilica di S.Pietro al Monte. Tuttavia, sembrerebbe strano che il riferi­mento fosse consono a riti propri della chiesa d’un monastero, del resto non menzio­nati nel Messale di Civate, così attento alle singole celebrazioni liturgiche [73]. Eppure, l’insistenza nella ricerca di un fonte battesimale risulta anche dalla confu­sione operata da alcuni studiosi  e concernente la funzione dell’oratorio di S.Benedetto. Oltre a questo, i primissimi interventi da parte del Card.  Carlo Borromeo per condurre Civate nell’ambito della pieve oggionese comportarono l’imposizione di un vero e proprio battistero nella chiesa monastica di S.Calocero [74], laddove si de­sume si celebrassero già certamente battesimi, come viene ribadito anche dalle suc­cessive ordinationes  di fronte all’opposizione dei monaci e dei laici ad ottemperare a tali modifiche [75].

Evidentemente per secoli i monaci (forse inizialmente i ‘sacerdoti facenti vita comune’ di cui parla il Chierici?) si erano riservati il diritto di amministrare il batte­simo nel loro contiguo territorio abbaziale e se non avevano ritenuto necessario edi­ficare un fonte battesimale proprio, ciò lascia presumere che esso fosse già presente ed utilizzato all’interno degli stessi possedimenti civatesi. Ora solo gli elementi carat­teristici presenti in S.Nazaro rispondono a tale esigenza liturgica e, dato lo stato an­che attuale di conservazione, devono essere stati utilizzati per secoli nella loro strut­tura originaria.

Il fatto poi che nel 1571 si pretendesse che i battesimi venissero celebrati nella di fatto requisita chiesa abbaziale, cui era stato imposto un parroco ancora tanto provvi­sorio, segnando un così eloquente cambiamento, doveva essere la conseguenza di due avvenimenti importanti intervenuti. Dapprima l’effettiva assenza dei monaci nel pe­riodo di quasi un secolo intercorso fra la fine della presenza benedettina, venuta meno verso il 1470 [76], e l’arrivo dei monaci olivetani nel 1556. Quindi l’ottemperanza, rigidamente imposta da  Carlo Borromeo e dai suoi successori, alle di­sposizioni del Concilio di Trento.

Eppure, anche in quell’anno di visita del santo si segnala una conferma dell’indiscutibile legame fra il monastero e S.Nazaro. Infatti, i documenti di visita di Carlo Borromeo vengono allora corredati da sommari prospetti grafici delle varie chiese ed oratori da considerarsi nell’inventario dei futuri possessi della pieve. Tra essi sono vistosamente assenti, oltre alle chiese abbaziali di S.Pietro al Monte e S.Calocero, gli oratori di S.Benedetto e S.Nazaro [77].  Ed a confermare che non si trattò allora di una svista basterebbe citare i benefici che costituivano da secoli il partico­lare patrimonio di S.Nazaro, a conferma della tradizione popolare della sua grande importanza e antichità. E tale patrimonio non doveva essere passato inosservato nella costituzione ex novo  di una parrocchia, al momento praticamente priva di ogni pos­sedimento.

 

10. prime visite pastorali

 

Il territorio sottoposto al Vicario del Monte di Brianza, cui politicamente si sotto­poneva il sindaco di Civate eletto dalla comunità degli anziani del borgo, aveva subito nel 1468 un duro attacco ai privilegi riconosciuti, da parte di Galeazzo Sforza, figlio di Francesco.

Il Vicario del Monte di Brianza era stato  per la prima volta eletto nel 1451 dai de­legati delle pievi sotto la protezione militare del capitano della Martesana. Tale entità territoriale, con giurisdizione amministrativa, giudiziaria e di polizia, oltre che con­trollo di pievi e mercati, era di antica costituzione viscontea. Gli stessi Visconti ap­punto, già a partire dal 1373, avevano riconosciuto una speciale forma di autonomia alle popolazioni confinarie situate nel territorio del Monte di Brianza e definite in un’unica entità politica col termine di università .  Tale riconoscimento prevedeva speciali agevolazioni fiscali e particolari forme di autonomia politico-amministrativa che ne facevano quasi una provincia autonoma all’interno del ducato di Milano [78].

L’attacco alla autonomia delle popolazioni residenti fu perpetrato attraverso la determinazione di un nuovo estimo fiscale e incontrò la feroce opposizione del dele­gati delle pievi e dei borghi autonomi come Civate [79], che di fatto, sottoposto alla particolare giurisdizione del monastero, non vedeva più dallo stesso difesi i suoi inte­ressi, soprattutto quelli posti fuori dai confini del borgo, dal momento che la presenza benedettina si era andata lentamente esaurendo con la scomparsa dell’ultimo monaco verso il 1470.  Tale scomparsa aveva ancor più rimarcato l’assoluto disinteresse per i problemi di difesa e protezione degli abitanti da parte degli abati commendatari, or­mai da secoli non residenti.

La situazione determinò invece una maggior saldatura dei capofamiglia e degli anziani ai rappresentanti delle comunità delle pievi circonvicine, ponendo man mano le premesse, attraverso la partecipazione attiva ad azioni di rivendicazione po­litica e giuridica comuni, in cui sempre più spesso compaiono i rappresentanti di Civate, all’ingerenza anche del clero ambrosiano e quindi dell’arcivescovo sui terri­tori del monastero. L’idea consequenziale infatti fu che, se poteva esserci una parte­cipazione di carattere civile comune, doveva parimenti realizzarsi una partecipazione unitaria d’ordine religioso ed ecclesiale. E ciò sarebbe stato possibile solo all’arcivescovo della chiesa ambrosiana.

Il cardinale Gabriele Sforza, nella visita del 7 luglio 1455 alla pieve d’Oggiono, non si era neppure sognato di spingersi sin nelle proprietà dell’abbazia. Così, il primo documento delle visite pastorali effettuate a Civate, che parla anche dell’oratorio di S.Nazaro è dunque quello redatto dal padre Leonetto Chiavone nel 1570, al tempo della prima visita in assoluto di un visitatore arcivescovile inviato nel territorio proprio del monastero di S.Calocero, dopo l’arrivo nel 1556 dei monaci olivetani, e forse pro­prio anche in virtù di questo cambiamento, in cui doveva aver avuto parte attiva an­che la chiesa ambrosiana.

Che il visitatore  avesse di persona compiuto veramente una visita a S.Nazaro è tutto da dimostrare, data la brevità della nota, che in ogni modo risulta perfettamente corrispondente nei tre particolari riportati. Già si è detto come paia più probabile che il Chiavone si limitasse a riassumere in due righe quanto brevemente riferito dagli stessi monaci sull’edificio. Scrive infatti che a Civate:

“ Adest ecclesia S.Nazari clausa campestris que habet duo Altaria sine ornamentis et nuda, male pavimentata et sine sofitta.[80]”, ossia:

“ C’è la chiesa campestre di S.Nazaro, chiusa, che ha due altari, senza ornamenti e spoglia, mal pavimentata e senza soffittatura”.

Dai documenti successivi potrà invece determinarsi come l’oratorio non fosse poi così spoglio ed abbandonato come nella descrizione del Chiavone. Documenti peraltro che non si avrà modo di avere sino al 1604.

Comunque, anche se l’inclusione nell’elenco del padre Leonetto Chiavone fu pro­babilmente fortuita o poco approfondita, essa ci rivela che allora S.Nazaro era ancora definita col termine ecclesia  usato da Goffredo da Bussero. Il fatto stesso poi che essa fosse clausa  , non la classificava certo nel novero degli altri oratori minori o cap­pelle votive, notoriamente aperte sul davanti per consentire la preghiera ai passanti.

Poco tempo dopo, sia il cardinale Carlo Borromeo che il cugino Federico avevano già operato direttamente o tramite i loro visitatori altre visite alla pieve Oggiono ed a Civate in altre condizioni. Il borgo nel frattempo aveva visto trasformarsi definitiva­mente il vicario in parroco a tutti gli effetti e con tutti i diritti e doveri connessi alla sua carica, pur sempre esercitata nella chiesa dei monaci.

Al proposito, la visita e la descrizione del 1604 sono da ritenersi pertanto l’atto  di capitolazione del monastero rispetto alla rivendicazione di beni e possessi millenari. Toccò così al visitatore del cardinale Federico Borromeo, Baldassare Cipolla, firmare tra le altre le disposizioni per la chiesa di S.Nazaro in questi termini:

“ In Ecc.a S.ti Nazarij, et Celsij loco scarennae intra fines.

Executioni dimandent decreta visitationum praeteriter.

Lapis sacratis in mensa insertus, ita aptetur ut aliquantulum  tum  ex ea exstet.

Gradus fiat, qui ducat à cancellis usq. ad murum capellae, ut ita pavimentum ca­pellae adequatur, ut altitudo nimia bradellae tollatur.

Fenestrella urceolor. aptetur ad formam.

Fenestrae tela muniantur.

Caelum, quod restat sub tigulis, laquiato opere perficiatur.

Vicini Indum.ta Altaris, et sacerdoti rubri coloris, et alia ad missam sacram ne­cessaria adesse curent  [81].

 

Nella chiesa di S.Nazaro e Celso nella località di Scarenna, entro i con­fini

Si rimandi all´esecuzione di precedenti decreti.

Sia inserita la sacra lapide nella mensa e sia adattata in modo che sporga pure un pochino da essa [82].

Si costruisca un gradino che conduca dalla balaustra sino al muro della cappella, in maniera che il pavimento della cappella sia reso adeguato, perchè sia sminuita l’altezza esagerata della predella.

Si modifichi la nicchia per gli orciuoli.

Le finestre siano corredate di tela.

Il soffitto che resta sotto le tegole, sia realizzato a cassettoni.

I vicini provvedano che vi siano i paramenti dell´altare e del sacerdote di colore rosso e di quanto necessario per la santa messa.”

Le disposizioni erano pertanto semplici e con formula tradizionale facevano un generico quanto rituale riferimento a ‘precedenti disposizioni’, che difficilmente vi erano mai state.

La successiva visita del 1608 ci dà invece modo di constatare più da vicino e con precisione lo stato della chiesa, non ancora declassata ad ‘oratorio’. E’ il visitatore Antonio Albergato che questa volta ne parla in modo meticoloso:

“ De Ecclesia SS. Nazarij et Celsi Scarenae

Eodem die, et anno Idem R.mus D. Visitator G.nlis Ecclesiam SS. Nazarij et Celsi loci Scarenae, intra fines Parochialis Ecclesiae S.ti Caloceri loci Clivati sitam visitavit.

Ecclesia haec Altare unicum habet, quod muro adhaeret, iuxtaque praescriptam formam constructum est, supposita est mensa lignea, cui Altare gestatorium ad prae­scriptum forma insertum est. Bradella eius decens distat à latere Clathris, sive can­cellis cubitis duobus, sub qua extat gradus unicus lapideus, qui extrà dictam Bradellam non exit, et eam nimis minue facit, et ob id ante Bradellam locata adest mensa marmo­rea, quae alias super d.o altari existebat. Hoc ipsum altare gradu lateritio mappis con­tecto, cruce item, et duobus candelabris ligneis, pallio coriaceo, et duabus mappis, qu­arum una dupplicata ornatum est. Tegmen non habet, fenestrella urceolorum ad for­mam disecta non est. Capella verò ita extructa est, ut quadratam formam exhibeat, la­queari tegitur. Huius pavimentum lapide stratum satis aequale est, quò novem gradi­bus lapideis ascenditur, cancellis ligneis septa est. Iconulam habet ex tabulis ligneis confectam, Imaginem B.V.M. cum filio continentem. Ante ipsum Altare in pariete B.V.M., et aliorum sanctorum imagines faerè consumptae picta visuntur. Fenestra unica adest à latere Epistolae reticulis clathris ferreis, et vitro munita. Christi in Cruce pendentis à regione altaris locata est. Ante Altare vitrea lampas pendet ferro inclusa, cuius lumen die festo SS.Titularium alitur ex devotione Donati Theoldi. Intra septum Altaris laici quandoque ad audiendam missam pervadunt.

Ad hoc Altare die festo SS.Titularium, et aliquando viciniorum devotione celebra­tur.

A latere aquiloni Ecclesiae in pariete picta visitur Imago S.ti Mamettis martiris, antequa adest rastrum ligneum cum nonnullis rebus huic sancto oblatis.

De Ecclesia

Ecclesia haec non consecrata orientem spectat solem, cuius longitudo latitudini non convenet, navi unica constat. Pavimentum lapide stratum satis aequale est, eo tribus gradibus lapideis descenditur; quae quidem Ecclesia cancellis ligneis intra ostium septa est. Parietes alicuti albario opere sunt induti, alicuti verò picturis faerè corosis exornati Ecclesia tegitur tegulis, Cap.a, et Eccl.a lapideis sedilibus circundan­tur. Pavimentum scopis mundantur; raro autem ex parietibus pulvis excutitur. Ostium habet in frontispicio, cuius fores clave, et passulo clauduntur.

A latere dextero adest capsula ad elaemosynas fabricae Ecclesiae nomine colli­gendas; atque haec semper exposita est, nulla huius rei licentia impetrata.

Labrum aquae lustralis unum pilae impositum est intra Ecclesiam à dextero in­gredientium latere, idque ex nudi lapide effirmatum, ibi promiscue mares, et faemi­nae se se aqua benedicta aspergunt, quae quidem aqua raro renovari solet.

Turris campanilis quadratae formae est propè portam edificata.

Huius fastigium tegulis lapideis tegitur, in summo vertice crux erecta non est, ostium quod patens est, Ecclesiam spectat. Campana ibi adest de cuius consecratione non constat, huius funes ex elemosynis atque Ecclesiae oblatis emuntur.

Post Turrim campanilis adest domucula à nemine habitata.

Ecclesia subterranea adest, cuius coelum fornicatum quattuor columellis marmo­reis quadratis sustentatur, huius pavimentum lapide stratum satis aequale est, parie­tes rudes sunt.

Altare parvum inornatum, et decens in ea adest.

Quatuor faenestrae oblungae sunt omninò inornatae, quarum tres in frontespicio Ecclesiae ante Altare, aliae vero à latere meridionali cernuntur.

Portae duae adsunt, per quas duabus scalis decem gradibus pro qualibet ascendi­tur ad Ecclesiam.

Nullum adest Coemeterium, et nulla sacristia.

Suppellex Altaris, atquae indumenta sacerdotalia adservantur in arca inter cui­sdem Altaris septum locata, clave munita, clavem verò penes se habet Donatus de Theoldius.

Indumenta autem, atque ornamenta sunt haec.

Inventario della suppellettile della Chiesa de S.ti Nazario e Celso di Scarena.

L.ta  un Calice con la patena.

Un Corporale con l´animetta.

Purificatorij n.3.

Fazoletti di tela bianca n.3.

Un velo di Calice.

Una Pianeta rossa con stola, e manipolo verdi usati.

Un Camice novo. Un Amito novo. Un Cordone. Un Coscino.

La Tavoletta de secreti.

 

De redditibus huic Ecclesiae

Ecclesia haec multis ab hinc annis pacificè possidet vinetum, quod appellatur La Vigna di S.Nazaro tab. trium, situmque est in loco Scarenae, annexumque eidem Ecclesiae à parte meridionali cum quattuor arboribus moronorum huic hinc via pu­blica confinis est, inde Josephi Crottae dicti il Codeghino, illinc flumen Scarenae, ex alia verò parte Ecclesia praedicta.

Quod quidem vinetum fuit à q.mo Rev.mo Pr.e Don Hippolytho de Mediolano alias Rectore Clivati locata sups.to Donato, ut dietum fuit pro ficto annuo solidorum triginta Im., sed ipse Conductore de sp.nti annuas libras sex Im. persolvit fabricae d.ae Ecclesiae. Praesuponitur hoc vinetum fuisse largitum Ecclesiae à Desidero Longobardorum Rege, qui ut dicitur hanc Ecclesiam edificare fecit.

Claves huius Ecclesiae dictum Donatum servantur  [83].

 

La chiesa di S. Nazario e Celso in località Scarena

Lo stesso giorno ed anno, il medesimo reverendissimo signor visitatore ge­nerale visitò la chiesa di S. Nazario e Celso in località Scarena, entro i confini della chiesa parrocchiale di S. Calocero di Civate.  Questa chiesa ha un unico altare addossato al muro ed è stato costruito nella forma prevista; sopra ha una mensa lignea, in cui è stato inserito l´altare portatile secondo norma. La sua predella, decorosa, dista a lato dalla grata e dal cancello due cubiti; sotto questa vi è un unico gradino di pietra, che non fuoriesce dalla suddetta predella e la rende troppo alta e per questo motivo davanti alla pre­della è stata sistemata la mensa di marmo che un tempo stava sopra il suddetto altare. Questo stesso altare è rifinito con un sopralzo di terracotta rico­perto da drappi, quindi da una croce e due candelabri di legno, un pallio di cuoio e due sottotovaglie, delle quali una ripiegata in due. Non ha un cibo­rio; lo scomparto degli orciuoli non è ricavato secondo norma. Tuttavia la cappella è costruita in forma quadrata ed è coperta da una volta. Il suo pavi­mento  in pietra è abbastanza uniforme ed ad esso salgono nove gradini di pie­tra. E´ delimitata da un cancello di legno. Possiede un piccolo quadro dipinto su legno, che mostra l´immagine della Beata Vergine col Figlio. Davanti allo stesso altare, sulla parete, si possono osservare le raffigurazioni affre­scate, quasi rovinate, della Beata Vergine Maria e di altri santi. Una unica finestra  si trova sul lato dell´epistola, corredata di grata di ferro e ve­tro. L´immagine di Cristo in croce è collocata nella regione dell´altare. Dinnanzi all´altare pende una lampada di vetro, racchiusa in un contenitore di ferro, la cui luce è accesa per voto, nel giorno della festa dei santi tito­lari, da Donato Teoldo. I laici accedono nella parte riservata dell´altare ogni tanto per ascoltare la messa.

A questo altare si celebra nel giorno della festa dei santi titolari e di tanto in tanto per la devozione dei vicini. Sulla parete laterale nord della chiesa  si osserva dipinta l´immagine di S. Mametto martire, davanti alla qu­ale vi è un rastrello di legno con moltissimi oggetti offerti a questo santo.

La chiesa

Questa chiesa, non consacrata, è rivolta ad oriente; la sua lunghezza non è proporzionale alla sua larghezza e consta di un´unica navata. La sua pavi­mentazione è abbastanza regolare ed ad essa si scende per tre gradini; questa stessa chiesa è protetta oltre l’ingresso da una cancellata di legno. Le pa­reti sono in parte rifinite con calce, in parte invece sono ornate da dipinti quasi rovinati. La chiesa è coperta con tegole; la cappella e la chiesa sono contornate da sedili in pietra. Il pavimento si pulisce con la scopa; rara­mente si toglie la polvere anche dalle pareti. Ha un uscio sulla facciata, le cui porte si chiudono con chiave e catenaccio. Sul lato destro vi è una cas­setta per raccogliere l´elemosina in nome della fabbrica della chiesa; e que­sta è sempre stata esposta, senza che venisse chiesta alcuna autorizzazione.

Un solo contenitore per l´acqua lustrale è stato collocato sopra una co­lonnina nella chiesa, sul lato destro di chi entra e questo è fatto di nuda pietra. Qui, insieme, uomini e donne si aspergono con l´acqua benedetta, che di solito, per la verità, si rinnova raramente. Il campanile è di forma qua­drata e vicino alla porta. La sua cuspide è rivestita con lastre di pietra; alla sommità non è eretta una croce. Le sue funi sono pagate con le elemosine e le offerte della chiesa.

Al di là del campanile  vi è una casupola non abitata da nessuno.

Vi si trova una cripta, il cui soffitto fatto a volta  è sostenuto da qu­attro colonne quadrate di marmo. Il pavimento di questa è abbastanza regolare, mentre le pareti sono grezze. In essa vi é un altare piccolo, disadorno, ma decoroso. Vi sono quattro monofore totalmente disadorne, delle quali tre  nella parte frontale della chiesa davanti all´altare, le altre(?)  invece si trovano sul lato meridionale. Si hanno due porte, dalle quali con due scale di dieci gradini a scelta si sale alla chiesa.

Non vi è alcun cimitero e nessuna sacrestia.

Le suppellettili dell´altare e i paramenti sacerdotali si custodiscono in una cassapanca collocata entro lo spazio riservato di questo altare, munita di chiave. La chiave la custodisce presso di sè Donato Teoldo. I paramenti dunque e gli ornamenti sono i seguenti:                                                                                                                                              

“Inventario della suppellettile della Chiesa de S.ti Nazario e Celso di Scarena.

L.ta(Lista); un Calice con la patena.

Un Corporale con l´animetta.

Purificatorij n.3.

Fazoletti di tela bianca n.3.

Un velo di Calice.

Una Pianeta rossa con stola, e manipolo verdi usati.

Un Camice novo. Un Amito novo. Un Cordone. Un Coscino.

La Tavoletta de secreti”.

 

I redditi di questa chiesa

Questa chiesa da molti anni a questa parte possiede pacificamente un vi­gneto, che è chiamato La Vigna di S. Nazaro, di tre tavole [84], e situato in località Scarena, adiacente alla stessa chiesa dalla parte sud con quattro al­beri di gelso, a cui fa da confine da lì la strada pubblica, da altra parte la proprietà di Giuseppe Crotta detto il Codeghino, dall´altra il fiume di Scarena, e da un´altra infine la chiesa medesima. Questo stesso vigneto fu as­segnato in affitto dal reverendissimo priore don Ippolito di Milano, un tempo rettore di Civate, al sopracitato Donato, tanto da stabilire un affitto annuo di trenta soldi imperiali, ma lo stesso conduttore di sua volontà  versò per la fabbrica della detta chiesa sei libbre imperiali annue. Si suppone che que­sto vigneto fosse stato donato alla chiesa da Desiderio re dei Longobardi, che, come si racconta, fece edificare questa chiesa. Le chiavi di questa chiesa sono tenute dal detto Donato.

 

Decreta pro Ecclesia S. Nazari membr. Clivati

Faenestrae tela abducantur. Imagines sanctorum in frontespicio Altaris maioris removentur. Coelum ecclesiae laqueario opere contigatur, et ita trabibus fulciatur quod substentari possit. Nullo modo celebretur in ecclesia subterranea à qua auffera­tur altare  parvum. Curatus curam gerat ne situs ecclesiae contiguum usurpetur sed fructus qui percipitur expendatur in illius ecclesiae reparationem. Idem oblationes quae fiunt in hac ecclesia vendendas curet, et scribat in libro et redditus implicentur in beneficijs illius ecclesiae.  Quoniam in fornice huius ecclesiae subterraneae   ad­sunt rimae ita ut de facili ad tamen collabi posset, curatus curam geret et medio ali­cuius magistri coementarijs illum resarcendum curet, et quod, expurgetur à sordibus, fenestrae acludantur, et reliquae clathris ferreis muniantur.

Incrustetur item tota haec eccl.a et dealbetur.  Tectum ecclesiae domui contiguae tegulis tegatur et lignis ita aptetur ut in eam non   pluat  [85].

 

Per la chiesa di S.Nazaro di Civate

Le finestre siano protette con tela. Le immagini dei santi sul frontespi­zio dell´altare maggiore siano rimosse. Il soffitto della chiesa sia rifinito con una volta e così sia rinforzato con architravi per poter essere sostenuto. In nessun modo si celebri nella cripta dalla quale deve essere tolto il pic­colo altare. Il curato si prenda la responsabilità affinchè la proprietà con­tigua non sia usurpata, ma i frutti che ne derivano siano spesi nella ripara­zione della chiesa. Nello stesso modo curerà le offerte da vendere che si fanno in questa chiesa e le segnerà sul registro e il reddito sarà inglobato nel beneficio della chiesa.

Poiché nella copertura della sua cripta vi sono crepe, tanto che potrebbe facilmente addirittura cadere, il curato provvederà e con l´aiuto di qualche muratore farà in modo di ripararle e questa si ripulirà dalla sporcizia, le finestre saranno chiuse e le rimanenti saranno munite di grate di ferro.

Pure sarà ridata la malta sulle pareti di tutta questa chiesa e sarà im­biancata. Il tetto della casa della chiesa adiacente si copra con tegole e le­gname per far sì che non vi piova.

Sia la descrizione della chiesa, sia le disposizioni successive alla visita risultano una fonte preziosa di notizie, anche se non del tutto complete.

Dapprima si può notare come purtroppo manchino delle misure precise dell’edificio e delle sue parti costitutive. Però vi si riscontra come, a parte la ristruttu­razione dell’altare secondo le nuove norme tridentine e che lascia traccia ancora vi­sibile nella lastra di marmo antica posta, ancora intatta, di fronte alla predella di le­gno, la chiesa deve essere comunque rimasta praticamente inalterata rispetto alle di­sposizioni di visita del 1604.

L’altare era sormontato da affreschi in cattivo stato, raffiguranti la Vergine con altri santi di cui non si riconosce l’identità. Del resto la parete settentrionale della cappella è adornata con il dipinto di S.Mamete, in una cornice di moltissimi oggetti agricoli, come lascia intuire il rastrello di legno di cui si parla e che dà modo di risa­lire alla presenza del santo, alla sua particolare venerazione ed alla caratterizzazione della chiesa nella sua funzione di protezione dei campi.

L’altare è semplice, privo di particolari decorazioni e con un sopralzo di terra­cotta, probabilmente mattoni. E’ singolare notare come esso, non avendo il ciborio, non sia comunque direttamente collocato sotto la copertura del tetto a capriate sco­perte come il resto della chiesa. Infatti la cappella dell’altare ha una soffittatura a volta che funge da ciborio. Il pavimento della cappella è in pietra e non in cotto come l’attuale.

L’orientamento della chiesa a levante corrisponde ai canoni tradizionali ripresi dal concilio tridentino, mentre non è accettabile nel ‘600 lo strano rapporto propor­zionale delle misure complessive della navata unica. Contornata lateralmente da sedili in pietra, come la cappella dell’altare, si raggiunge “scendendo tre gradini”.  Ciò pe­raltro consente di rilevare come la chiesa stessa si trovasse ormai notevolmente già sotto il livello del terreno esterno circostante l’edificio, denunciandone chiaramente l’antichità.

Pur preoccupato che le offerte si raccolgano a favore della fabbrica della chiesa senza autorizzazione alcuna, il visitatore annota la presenza del campanile quadrato, accanto alla porta e con la cuspide d’ardesia. Con esso si rileva la costruzione disabi­tata in fianco alla chiesa. Il campanile pertanto è l’unico elemento che conserva lo stesso materiale di copertura  di S.Pietro, mentre non si dice purtroppo di quale tipo fossero le rimanenti tegole della navata.

Della cripta è invece sottolineata la sua caratteristica soffittatura a volte, soste­nuto da”colonne quadrate di marmo”. Tali colonne d’arenaria sono abbastanza grezze, come grezze e primitive ( parietes rudes  ) sono ancora le pareti dell’ambiente sotter­raneo, il quale conserva quattro “monofore totalmente disadorne”, di cui tre sulla pa­rete orientale dell’altare. Un’altra, a sud, doveva già essere stata affiancata da altre aperture quadrangolari che appaiono ancora. Ora è interessante sottolineare come nelle cripte similari a quella di S.Nazaro le pareti fossero tutte intonacate, come del resto era norma nelle costruzioni romaniche. Oltre a ciò, anche attualmente, sulle colonne d’arenaria non vi sono tracce di stucchi decorativi che le ricoprissero e che eventualmente fossero di già scomparsi all’inizio del ‘600. Queste considerazioni sulle particolari caratteristiche, mancanti delle attenzioni di rifinitura propria del periodo e degli edifici sacri del periodo romanico, permettono di presumere una loro auten­ticità rispetto alla costruzione originaria che si era nel tempo mantenuta e antece­dente allo stesso periodo pre-romanico [86].

Una ulteriore notizia interessante, che permette di ristabilire le altezze origina­rie, è quella che riferisce dei dieci gradini componenti le scale gemelle che salgono dalla cripta alla chiesa. Oggi i gradini sono dodici, per il recupero in altezza della pa­vimentazione interna della chiesa allora già di tre gradini al di sotto del livello dell’ingresso, mentre i gradini d’accesso al presbiterio da nove sono diventati sette.

L’elencazione delle suppellettili della chiesa, pur singolare, non fornisce dati di particolare interesse. Ne dà invece la documentazione relativa alla proprietà della “vigna di Desiderio”, posta sul lato meridionale dell’edificio e di antichissima origine, tanto da essere riferita dalla tradizione ad un lascito d’epoca longobarda. Se ciò ov­viamente non può essere documentato, rimane comunque un indizio della vetustà della costruzione stessa.

Le disposizioni successive alla visita, se da una parte mostrano un certo interesse per il restauro delle volte della cripta, sottolineano uno zelo, per noi eccessivo, nel cancellare tracce dell’antico edificio, insistendo sulla cancellazione degli affreschi, l’intonacatura delle pareti, la costruzione del soffitto e soprattutto l’eliminazione dell’altare nella cripta, che pur nella sua semplicità aveva attirato l’attenzione del visitatore stesso. Per quanto concerne gli affreschi, il loro stato non era certo reso precario dalla mancanza di pulizia. Anzi, in un certo senso, oltre naturalmente agli acciacchi naturali dovuti all’antichità degli stessi, il loro maggior nemico nel tempo dovevano essere state proprio quelle scope, fatte con frasche, con cui si spazzava il pavimento e che ingenuamente servivano poi per togliere polvere e ragnatele dalle pareti. Con quale conseguenza pei i poveri affreschi lo si può immaginare!

Tanta determinazione nel cambiare ornamenti e strutture non era peraltro da addebitarsi direttamente al visitatore incolpevole e neppure interamente al suo man­dante, il card. Federico Borromeo, dal momento che la radice di modifiche ed elimina­zioni doveva essere fatta risalire a Carlo Borromeo.

Nipote di Giovanni Angelo dei Medici, divenuto papa col nome di Pio IV, Borromeo era divenuto cardinale nel 1560 e nominato arcivescovo di Milano nel ‘65, aveva ap­profittato del suo ufficio di Segretario della Curia Romana non solo per spingere alla riconvocazione del Concilio di Trento, ma anche per imporre nel 1577 le “Instructiones Fabbricae Ecclesiae “ che gli consentirono, dopo le prime visite pasto­rali alle parrocchie da cui era nata l’ispirazione, di “imporre un codice di precetti minuziosi e sostanzialmente pratico nella loro applicazione secondo l’assiomaticità delle tesi [87] ”.

I principi dei decreti operativi, da inserire nell’assoluto rispetto  per dignitatem et elegantiam , sono sintetizzabili nella ricerca di concetti minuziosi, anche se mai categorici, in un sostanziale dettato pratico, nell’insistenza per il rispetto dei principi generali in materia di dogmatica e nella rinuncia a definizioni di ordine artistico, demandandole ai progettisti. Gli stessi principi vengono ribaditi appunto dal succes­sore Federico Borromeo nel 1620,  con le “ Costitutiones ad Fabricam vel Reparationem Ecclesiarum [88] .

Come tali disposizioni poi portassero alla manomissione se non alla completa tra­sformazione di notevoli architetture antecedenti è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

Solo qualche anno dopo comunque, le disposizioni successive all’ulteriore visita del cardinale Federico, avvenuta nel maggio del 1615, certificano che ancora prati­camente nulla era stato fatto di quanto precedentemente ordinato ai monaci.

 “  Ecclesia SS.mi Nazarij, et Celsi, loci Clivati

Fenestra, quae est in parte meridionali unico lapide obstruatur, repleatur tota, ut parietem aequet.

De altera fenestra idipsum statuimus.

Fenestra verò, quae sequitur in eadem parte, vitro, ac retibus integratur.

Coelo Ecclesiae, arcu destructo, laqueata contignatio substruatur, cautio tamen adhibeatur ne tectum corruat.

Tectum cubiculi prope frontespicium superedificati, lignis et imbricis ità sarcia­tur, nè pluvia aqua rimetur. In altari subterranei sacelli non celebretur, quin prius ad formam sit coagustatum, sublato gradu, qui superest.

Dictum Sacellum subterraneum instauretur, et de Architecti iudicio rimis eius accurratur, ne cadat.

Terrula illa perpaucis arboribus, ac vitibus consita, cura parochi probo alicui homini locanda est, cuius fructus et oblationis item in Ecclesiae instaurationem, et ornatum insumantur.

Administrationi, et curationi Ecclesiae eiusque emolumentorum Parochus ido­neum praeficiat virum, qui recepti, et expensi librum fideliter conficiat à Parocho recognoscendum.

Celebretur hic per Curatum festivitate S.ti Nazarij, alijsquae diebus, ut fidelium pietati satisfiat.”

La chiesa di S. Nazaro e Celso in località Civate

La finestra che c´è sulla parete meridionale sia chiusa con un´unica la­stra e completamente ostruita per unificare la parete.

Lo stesso stabiliamo per l´altra finestra.

Invece la successiva finestra su quel lato sia rifinita con vetro e rete.

Il soffitto della chiesa, realizzato a volta, sia sostenuto dal basso, dopo aver eliminato l´arco [89] ; tuttavia si usi precauzione  per non demolire il tetto.

Il tetto della stanzetta accanto alla facciata, edificato con legno e te­gole, sia pure riattato in modo che la pioggia con l´acqua non la eroda.

Non si celebri all´altare della cripta, fino a che non sarà ristrutturato secondo la norma, con un gradino posto al di sotto, che lo elevi.

Il detto santuario sotterraneo sia restaurato e sia posto rimedio con cura alle sue crepe, secondo il giudizio di un architetto, perchè non cada.

Quel piccolo terreno piantumato con pochissimi alberi e viti, deve essere affittato dal parroco a qualche uomo retto; le sue rendite e pure le offerte verranno spese nel restauro e nella decorazione della chiesa.

Il Parroco preponga  all´amministrazione e alla cura della chiesa e dei profitti della stessa un uomo idoneo, che fedelmente compili, per le entrate e le spese, un registro che deve essere controllato dal Parroco.

Qui il Curato celebri nella festività di S. Nazaro e in altri giorni per soddisfare la pietà dei fedeli.

Oltre al fatto che probabilmente doveva essere scomparso il devoto Donato Teoldo, che tanta cura aveva avuto nel custodire e nel finanziare la chiesa, si rileva che la trasgressione dei decreti del 1608 aveva almeno salvato l’altare della cripta, mentre continuano le donazioni probabilmente in natura dei fedeli, tanto che si sollecita il riordino dell’amministrazione e la documentazione scritta della stessa.

Un documento però successivo ci documenta come avvenuta la tanto perseguita volontà di ristrutturazione e in modo che andava ben al di là dei suggerimenti-decreti del secondo Borromeo. E’ il testo successivo alla visita pastorale, avvenuta nel 1686, meticolosamente trascritto dal notaio e custode dell’archivio arcivescovile di Milano, certo don Giovanni Francesco Sisinio, probabilmente per ordine dell’attento card. Pozzobonelli nel 1753.

“Reperitur in Archivio Visitationum Curiae Arch.plis Med.lni in volumine, cuius titulus in fol. 379 est Visitatio Plebis Ugloni peracta ab Em.mo et R.mo D.no D.no Federico Vicecomite Card.le Archiep.o Anno 1686. In fol. 398. ubi de oratorio SS.rum Nazarij, et Celsi sub Parochiali Clivati d.tae Plebis Ugloni scriptum, ut sequitur v.l.t.

“  De oratorio SS.rum Nazarij, et Celsi

Oratorij S.S.Nazarij, et Celsi prope dictum locum Clivati, cuius Jus ad solum Parochum spectat, Ecclesia antiqua admodum est, sed nunc recenter reaedificata, et fornice dealbato contecta, unica navi constans longitudinis brachiorum 33. com­prehenso choro, pariter tecto fornice dealbato, recentis structurae, latitudinis bra­chiorum octo, altitudinis 12. In facie Ecclesiae duo adsunt ossaria; unum a parte dextra perfectum, et crate ferrea munitum; aliud a parte sinistra adhuc rude, et imperfec­tum.

Altaria duo in ea sunt; Maius subicet in choro situm ad formam, aliud sub invoca­tionis Annunciationis B.tae Virginis Mariae situm in Ecclesia subterranea subtus chorum, in quibus aliquando celebratur ex devotione fidelium.

Sacra supellex satis sufficiens asservatur in Armariolo posito in choro.

Nulla sunt in hac Ecclesia legata, et celebratur tantum aliquando ex elemosinis fidelium ad hanc Ecclesiam concurrentium, et quam multae tabellae Votorum circa Ecclesiam appensae indicant magnam concurrentium frequentiam, et pietatem erga mortuos ibidem humatos.

Collector elaemosinarum, qui etiam custodit ecclesiam est Joseph de Ciceris, qui ad hunc effectum facultatem a Curia Archep.li obtinuit quaestuandi intra fines Plebium Leuci, Vallis Saxinae, Incini, Missaliae, Assij, Olginati, et Ugloni datur die 12. septembris 1685. ad annum.

Ex calculis subiectis dicti oratorij appellatur Mortuorum S.S. Nazarij, et Celsi com­pertum est Assistentem d.Marcum Claponum Loci Clivati remanere creditorum libra­rum 7375:5:-

Quae elaemosinae expendantur in fabrica dicti oratorij, ac sacristiae quae nunc aedificatur post chorum satis ampla pro commoditate oratorij.

Decretum ==== Ossarium adhuc imperfectum perficiatur, muniaturque ferreis cratibus.

Ita est, et pro fide Ego Pbr. Jo:Fran.s Sisinius Not.s Apo.licus, et suprad.ti Archivij Custos subscripsi. Die 17 Maij 1753  [90].

 

Trovato nell’Archivio delle Visite della curia arcivescovile di Milano nel volume il cui titolo,  al foglio 379, è: Visita della Pieve di Oggiono operata dall’Eminentissimo, Reverendissimo Signor Cardinale Arcivescovo Federico Visconti nell’anno 1686. Nel foglio 398 dove (si parla) dell’oratorio dei Santi Nazaro e Celso sotto la Parrocchiale di Civate della suddetta pieve di Oggiono, come segue.

                                                       

L’Oratorio dei Santi Nazaro e Celso

L’antica chiesa dell’oratorio di S. Nazaro e Celso, vicino alla suddetta località di Civate, il cui diritto spetta al solo parroco, è in buone condi­zioni, ma proprio recentemente ricostruita e coperta da una volta in gesso, costando di una unica navata della lunghezza di 33 braccia, compreso il pre­sbiterio; ugualmente per la copertura a volta in gesso, di recente costru­zione, della larghezza di otto braccia e dell’altezza di 12. Sul fronte della chiesa vi sono due ossari; uno a destra finito e corredato d’una grata di ferro; l’altro a sinistra ancora rustico e incompleto.

Vi sono due altari; il maggiore collocato nel presbiterio è sistemato se­condo norma, l’altro, dedicato alla Annunciazione della beata Vergine Maria,  è sistemato sotto il presbiterio nella chiesa sotterranea; a questi si celebra ogni tanto per la devozione dei fedeli.

Le sacre suppellettili, abbastanza sufficienti, si conservano in un arma­dio collocato nel presbiterio.

Nella chiesa non vi sono legati e vi si celebra solo ogni tanto per le elemosine dei fedeli che accorrono a questa chiesa e i molti quadri votivi ap­pesi intorno alla stessa chiesa rivelano questo grande afflusso e la pietà verso i morti qui inumati.

L’incaricato di raccogliere le offerte, il quale custodisce anche la chiesa, è Giuseppe Ciceri, che l’incarico per questa mansione l’ ha ottenuto dalla curia arcivescovile, cioè il permesso di fare la questua nei territori delle pievi di Lecco, Valsassina, Incino, Missaglia, Asso, Olginate e Oggiono, dato il 12 settembre 1685 per l’anno.

Dai conti sottoposti di questo oratorio chiamato ‘dei morti di S.Nazaro e Celso’ è stato calcolato tramite l’assistente don Marco Chiapponi della loca­lità di Civate che rimangono 7375,5 libbre in attivo.

Queste elemosine si spenderanno nella costruzione del detto oratorio e della sacrestia che ora si sta costruendo dietro il presbiterio, sufficiente­mente grande per la comodità d’uso dell’oratorio.

Disposizione ==== L’ossario ancora incompleto sia portato a termine e cor­redato di grata in ferro.

Così è e per conferma io prete Giovanni Francesco Sisinio, notaio aposto­lico e custode del sopradetto Archivio ho firmato. 17 maggio 1753.

Il documento è interessantissimo, giacchè ci rivela il momento preciso in cui si sta ancora compiendo la ristrutturazione. Di essa ci ricorda la costruzione della volta a gesso del soffitto, le misure di lunghezza, larghezza e altezza in braccia: 33 x 8 x 12, che ancora non comprende la sacrestia, evidentemente aggiunta all’edificio preesi­stente, come sono aggiunte ex novo  le cappelle laterali sull’entrata di cui la sinistra ancora incompleta.

Altro particolare curioso del tempo è quello relativo alla definizione di oratorio dei morti attribuito a S.Nazaro. In effetti, si deve tener conto della funesta pestilenza della prima parte del ‘600, che doveva aver falcidiato la popolazione locale che aveva, come in altri luoghi, dedicato parti di chiese e cappelle alla raccolta dei poveri resti dei morti rimasti ignoti perchè sepolti e ricoperti frettolosamente con calce in fosse comuni. E’ anche la prima volta comunque che si parla di S. Nazaro come oratorio e forse quest’ultima vicenda, involontariamente, l’ha relegato in questo ruolo ed im­magine.

Quanto al possesso della chiesa esso è perentoriamente reclamato di diritto “al solo parroco”, il che conferma il passaggio diretto e recente dall’appartenenza del mona­stero alla parrocchia, altrimenti sarebbe stato di pertinenza delle confraternite lai­che come tutti gli altri oratori, anche i più antichi, presenti sul territorio di Civate. Il passaggio non del tutto pacifico è stato però ‘nudo’. Ciò giustifica evidentemente l’assenza di lasciti particolari e benefici, probabilmente toccati, nella spartizione di fatto, al monastero, nonostante le evidentissime entrate, ancora cospicue a dispetto delle dispendiose e tanto evidenti opere di completa ristrutturazione.

La devozione particolare ed assidua dei fedeli, senza dubbio non solo recente dati i segni tangibili nel tempo lasciati a testimonianza e che ricoprono le pareti, non fa che confermare la tradizionale forma di particolare legame della gente alla chiesa stessa, la cui cura era affidata ad un elemosiniere che controllava, per incarico di­retto della curia, l’esazione annuale di ben sette ricche pievi molto estese, tra cui quelle di Lecco e tutta la Valsassina.

 

11. cento anni dopo

 

La vita del sacro edificio di S.Nazaro, che aveva ormai perso coscienza delle sue oscure origini lontane, tanto da demandarle alla leggenda, aveva dunque dovuto se­guire man mano gli avvenimenti e le trasformazioni che coinvolgevano in dispute non sempre cordiali il monastero e la parrocchia in un secolo, il XVII, già buio da sè, sottoposto com’era alla prepotenza spagnola e alla sua voracità.

Fu così che la fine del casato di Ambrogio d’Adda nel 1651, mise in moto, per l’anno successivo, la vendita delle feudalità nelle pievi d’Oggiono e Garlate, a £.27 im­periali per ogni focolare ad opera della Camera Spagnola di Milano [91] . Ed anche Civate, ormai integrato nella pieve oggionese, pagò per i suoi focolari, anche se i suoi territori erano praticamente feudo ecclesiastico dell’abbazia a cui difficilmente pote­vano essere sottratti; anzi, proprio per questo fu presto coinvolto nelle dispute sul possesso del lago che i monaci pretendevano di avere “ iam supra annos 800 in quieta et pacifica possessione [92] ” con lo “ius piscandi et prohibendi”, mentre gli spagnoli lo ritenevano “demanio” .

Quest’ultimi inviarono pertanto un “bargello di campagna”, con gli sbirri, a re­clamare il presunto maltolto. Volarono insulti e legnate e alla fine ci scappò il morto, nella persona dello stesso bargello e l’abate commendatario Francesco Pirovano, pe­raltro già accusato di complicità con i nemici francesi, fu accusato d’essere il man­dante del delitto [93].

Tutto ciò solo per ricordare la tranquillità dei tempi.

Di fatto gli spagnoli rimasero in Lombardia sino al 1713, anno in cui gli austriaci ne rilevarono l’occupazione.

Nel frattempo vari cambiamenti erano intervenuti anche per quanto concerne l’ormai definito “oratorio” di S.Nazaro e Celso. Anzi, già si è visto come proprio la fine del secolo di dominazione spagnola coincidesse con lo svolgersi di un mutamento strutturale radicale dell’intera costruzione, che portò l’edificio alle attuale dimensioni e caratteristiche sia architettoniche che decorative.

Le stesse sono esteticamente riconducibili al passaggio da un manierismo austero, ispirato alla pura linearità dei modelli classici, ad una elaborazione di elementi che “investono lo scenario della vita nella sua totalità” e si inseriscono “nell’ambito di una coerenza implacabile” in cui “l’uomo barocco ha riformato e deformato la realtà [94] ”.

Della nuova realtà dell’oratorio, ormai definitivamente modificato all’inizio del ‘700, lascia ancora ampia ed articolata menzione e descrizione il Card. Pozzobonelli, a seguito della visita personalmente eseguita il 21 giugno 1759, permettendo una analisi approfondita, utile anche al confronto attuale. Eccola:

“ De Oratorio SS. Nazarij, et Celsi

Secus alveus fluvij, que aqua proximorum lacuum post brevem per Vallem Madreriam excursum supra Malgratum in Abduam exoneratur, situm est oratorium S.S.Martijribus Nazario, et Celso eadificatum, atque ut fama est a Rege Desiderius ex­tructum. Frons respicit occidentem, eique adiacet area satis ampla tabularum trium, longitudo interior est cubitorum 20, latitudo 9. altitudo 12. Pavimentum lateritium, fornix coementarius, parietes albario liniti, et plusioribus Sacris Imaginibus, partim ex ligno caelato, pictoque, partim pictis in tabulis ornati; atque, inter has posteriores visuntur illae, quibus Via Crucis, ut aiunt, describitur. Vasa Marmorea pro aqua lu­strali ad latera januae parietibus affixa tria; itemquae capsula pro colligendis, et as­servandis elaemosinis, clave munita, quae iuxta consuetudinem, custoditur a Ven: Parocho Vic.o. Fenestrae tres rite munitae. Adest sedes Confessionalis, iuxta gradus, quibus ad Capellam ascenditur, collocata, ex tabulis pictis decenter elaboratis, instructa omnibus, quae ad normam decretorum requiruntur. E regione sedis confes­sionalis extat e pariete sugestus ligneus figurae sexangularis, sed propter difficilem ascensum, nulli usui est, quemadmodum, et orchestra supra januam primariam ex ta­bulis extructa sine organo. Sedile mulierum, quod positum est ad sinistram ingre­dientium, olim construcum fuit expensis Ill.mae D. Theresiae Carpanae; sed non extat memoria obtentae facultatis.

A plano oratorij per sex gradus lapideos, et unum marmoreum ascenditur ad Capellam maius pavimentum est lateritium, fornix coementarius opere plastico orna­tus; longitudo cubit.um 9. latitudo 8. altitudo 10. Sepitur a fronte cancellis marmoreis valvatis. A Capellae plano ascenditur per duos gradus ad altare adhaerens parieti po­steriori. Eius stipes, mensa, telare, lapis sacer, et reliqua ad praescriptum. Supra Mensam assurgit Tabernaculum pro asservanda SS.ma Eucaristia, ex lignis politè ela­boratis, qua coloribus, qua auro linisis. Ciborium in eo ad normam. Jcon constat ex ta­bula picta Imagines B.V. Mariae, ac SS. Tutelarium exibente. Sub Capella adest Arca Confessionis, vulgo scurolo, in quam per duas scalas hinc, et inde ab oratorio de­scenditur. Eius pavimentum est lateritium, fornix coementitius, quatuor pilis lateritijs innixus; longitudo cubitorum 9. latitudo 8. altitudo 6. Duabus fenestris rite munitis lumen excipitur. Ad orientem intra septum lapideum extructum est altare parieti adhaerens, ad quod ascenditur per unum gradum ligneum; nihilque in ea desideratur ad unum rei sacrae faciendae. Jcon exibit depictam in Tabula B.V.M. ab angelo saluta­tam supra septum lapideum altare cingens iuxta parietem ad latera affixae sunt Tabulae nuceae eleganter elaboratae ad usum excipiendi confessiones mulierum. A tergo altaris in loculamento in pariete excavato collocatum est simulacrum Salvatoris e Cruce pendentis, coram quo frequenter fideles orant, et lavant oculos aqua subtus iugiter manante. Sacristia extructa est a tergo Capellae atque ex hac in illam aditus patet per duo ostia rite munita, ijsdemque dimensionibus continetur, quibus Capella ipsa. Pavimentum est lateritius, fornice coementitius. Armarium ex tabulis nuceis de­center elaboratis cum cessis ductilibus, et armariolis, ob servandam sacram supel­lectilem, quae satis nitida est, et copiosa, ultra quam in simplici oratorio desiderave­ris. Genuflessoria duo cum tabulis sac.rum precum ad usum sacerdotis celebraturi; Item vas aquarium ex solido lapide cum manutergio.

Ex sacristia per aliud ostium descenditur in Turrim Campanilem quadratae for­mae in qua pendet Campana una consecrata. Hinc etiam aditus patet in domum Questoris quae duobus cubiculis inferioribus, totidem superioribus constat, cum alia cellula subtus excavata.

A Latere frontispicijs adsunt duae Capellae quadratae cubitorum 4 . longitudinis et latitudinis, altitudinis vero sex, in quas ingressus patet ex oratorio per januas bene firmas. Ambae depictae sunt interius; exteriusquae ambarum fenestrae quadratae ad quas orandi causa acceditur, munitae sunt clathris, et retibus ferreis. In altera locata sunt recto ordine ossa mortuorum, in altera prostat Crux lignea cum Imagine Christi D.ni eidem affixi.

Decreta

Removeatur ab Altare Confessionis mappa nimis rudis, et alia decentior substitu­antur. Vasa aquae benedictae sordescentia purgantur, et saepius renovetur ipsa aqua, eodem tempore vasium nitori consulatur

De Legato

In hoc Oratorio singulis diebus festis celebrari debet Missa ex obbligatione, quae est super omnia bona, quae in territ.o Clivati possidentur a DD. R. Carolo Ambrosio, et Petro Fratribus De Nigris Ugloni, cum onere solvendi solidos duos, denarios sex ora­torio titulo manutentionis pro qualibet Missa. Dicta autem bona obligata sunt pro summa Capitali librarum 4233.6.8. Ita ex Instrumento recepto per Not.um Carolum Emilius Applanum die 19. Februarijs 1723.

De Redditibus Oratorij

Hoc Oratorium possidet pro dote bona quaedam immobilia; quae in Tabulis novi Census Communitatis Clivati sic describuntur:

N° 877. _ Casa d’abbitaz.e del Romito                                         pert. _  t. 2.

     830. _ Casa del Torchio affitata                                              pert. _  t. 8.

    627. _ Aratorio                                                                       pert. 7. t. 3.

    628. _ Aratorio Vitato                                                             pert. 1. t. 8.

    635. _ Prato liscoso                                                               pert. 2. t. 5.

                                                                                                _________

pert.11.t. 2.

Ex his fundis locatis D.Josepho Mariae Mauro

percipiuntur annuatim                                                                       £.  81.

Ex Domo dicta del Torchio 

  Anto.io Brusadello                                                                 £.  36.

  Ex Torculari                                                                         £.  10.

                                                                                                ________

                                                                                                      £. 127.

Deductis sumptibus pro oneribus

Regijs, et reparationibus                                                                  £.  26.

                                                                                                ________

Remanent                                                                                       £. 102._

Ex  nundinis, quae fieri solent die 28.8tobris

  in  Festo S.S.Apostolorum Simonis, et Judae                            £.   40.

Ex collectis, quae fiunt per questorem                                       £. 100.

Ex oblationibus, quae extrhauntur ex

Capsula Oratorijs, et ex duabus

Capellis lateralibus circit.                                                                  £.   15.

                                                                                             _______

                                                                                                      £. 256.

De Oneribus Oratorij

Praeter sumptus faciendos pro cera, oleo, paramentis, et repparationibus cele­brantur quotannis Annualia quatuor primum mense Februarij cum sex sacerdotibus, secundum die Festo S.Nazarij cum sacerdotibus 12. tertius die sequenti ad Festum S.S. Simonis et Judae, ad quod evocatur totus clerus Clivatensis, quartum intra novem dies Nativitatem D.N.J.C. praecedentes.

Prioribus quinque Ferijs sextis Quadragesimae Ven: Parochus Vicarius, celebrata Missa, cum applicatione, impartitur Benedictionem cum SS.mo Sacramento, constituta mercede librarum 2. pro qualibet vice.

Celebratur festum S.S. Simonis, et Judae praesente Ven: Parocho, duobus R.R. Sacerdotibus Confessorijs, et R.R. Capellanis, cum Missa Solemni, et Vesperis item Solemnibus in Cantu, ac Benedictione SS.mi Sacramenti.

Atque haec omnia fiunt sumptibus Oratorij ex Veteri Consuetudine.

Administrantur autem redditus per Ven: Parochum Vicarium adhibito Viro Laico per ipsum designato, et per admod: R.D.Vicarium Foraneum approbato; isque nunc est Antonius Maurus fil. q.m Joannis. Rationes vero dati, et accepti redduntur eidem adm. R.D.Vic.o Foraneo. Siquid superest pecuniae post impleta onera, et factos sumptus, id remanet apud ven. Par.um Vicarium. Parcellae inpresentiarum sunt eaequales.

Questor est Ambrosius Columbus Curiae Archip. facultate munitus pro tota die­caesi  ([95]).

L´Oratorio di S. Nazaro e Celso

Lungo il letto del fiume, per mezzo del quale l´acqua dei vicini laghi si riversa, dopo un breve tragitto per la Valle Magraria, nell´Adda,  è situato l´oratorio edificato per i santi martiri Nazario e Celso, realizzato, come narra la tradizione, dal re Desiderio. La facciata è prospiciente ad occaso ed ad essa confina uno spazio abbastanza esteso di tre tavole [96] ; la sua lun­ghezza interna è di 20 cubiti, la larghezza di 9 e l´altezza di 12. Il pavi­mento è in mattoni, il soffitto di cemento e le pareti intonacate di bianco e decorate con diverse sacre rappresentazioni, parte su legno scolpito e di­pinto, parte dipinte su tavola; tra queste ultime sono visibili quelle con cui, come si dice, illustrano la Via Crucis. Tre vasi di marmo per l´acqua be­nedetta sono inseriti nelle pareti a lato della porta; e così la cassetta per la raccolta e la custodia delle elemosine, corredata di chiave, che secondo la consuetudine viene tenuta dal venerabile parroco vicario. Le finestre sono tre, correttamente corredate. Vi si trova un confessionale, presso i gradini per i quali si sale alla cappella, ricavato da tavole di legno discretamente intagliate, completato con tutto ciò che si richiede secondo le normative dei decreti. Dalla zona in cui è posto il confessionale sporge dalla parete un pulpito di legno di forma esagonale, ma a causa della difficoltà per salirvi non si usa mai, come del resto il soppalco riservato alla musica, senza or­gano, realizzato sopra la porta principale. Il banco riservato alle donne, che è collocato a sinistra dell´ingresso, è stato costruito tempo fa a spese dell´illustrissima signora Teresa Carpani; ma non vi è traccia di alcuna auto­rizzazione ottenuta.

Dal piano dell´oratorio, per sei gradini in pietra e uno di marmo, si sale alla cappella maggiore; il suo pavimento è in mattoni e il soffitto di cemento ornato con decorazioni in stucco. La lunghezza é di 9 cubiti, la larghezza di 8 e l´altezza di 10. E´ separata sul davanti da balaustre di marmo con can­celli. Dal piano della cappella si sale per due gradini all´altare che è acco­stato alla parete posteriore. I suoi stipiti, la mensa, la copertura, la sacra lapide e  le reliquie sono come prescritto. Sopra la mensa si innalza il ta­bernacolo per conservare la Sacra Eucaristia, di legno finemente scolpito, in parte rifinito a colori, in parte con oro. Il ciborio al suo interno è secondo norma. L´icona consiste in una tavola dipinta che presenta le immagini della B.V.M. e dei santi protettori. Sotto la cappella si trova la cripta della con­fessione, volgarmente detta scurolo, alla quale si scende da una parte e dall´altra dell´oratorio attraverso due scale. Il suo pavimento è in mattoni, con la volta in cemento sostenuta da quattro colonne in mattoni; la lunghezza è di 9 cubiti, la larghezza di 8 e l´altezza di 6. Prende luce da due finestre corredate a norma. Ad oriente, nel mezzo della parte divisa, in pietra, è co­struito l´altare accostato alla parete, a cui si sale per un gradino in legno; non vi è nulla in essa di quanto richiesto per la celebrazione della messa. L´icona mostra, dipinta su una tavola, la  B.V.M. salutata da un angelo; sopra la parte separata in pietra che circonda l´altare, accanto alla parete di lato, sono appese delle tavole in noce elegantemente scolpite per ascoltare le confessioni delle donne. Dirimpetto all´altare, in una nicchia scavata nella parete, c´é la statua del Salvatore in croce, dinanzi al quale pregano di fre­quente i fedeli e lavano gli occhi con l´acqua sotterranea che scaturisce pe­rennemente. La sacrestia è costruita dietro la cappella. Da quest´ultima verso la sacrestia si aprono due porte corredate a norma e essa è delle stesse di­mensioni della cappella stessa. Il pavimento è in mattoni, il soffitto in ce­mento. Vi è un armadio in noce dignitosamente scolpito, di facile accesso e con scomparti per conservare le suppellettili sacre che sono abbastanza deco­rose e numerose, piú di quanto si richiederebbe in un semplice oratorio. Vi sono anche due inginocchiatoi con le tabelle delle sacre preghiere ad uso del sacerdote che sta per celebrare. Ugualmente vi si trova un lavello in solida pietra coll´asciugamano.

Dalla sacrestia, per un altro, uscio si ascende nella torre del campanile di forma quadrata, in cui pende una sola campana consacrata. Da qui si ha adito anche nella casa del questore, che consta di due stanze inferiori e al­trettante superiori con un´altra stanzetta scavata nel sottosuolo.

A lato della facciata vi sono due cappelle quadrate di 4 cubiti di lun­ghezza e larghezza e 6 d´altezza, il cui ingresso si apre dall´oratorio con porte ben solide. Entrambe sono affrescate all´interno e all´esterno di en­trambe vi sono due finestre quadrate, a cui ci si accosta per pregare, munite di grate e rete di ferro. In una sono sistemate ordinatamente le ossa dei morti, nell´altra è esposta una croce di legno con la figura del Cristo Signore appesa alla stessa.

Disposizioni

Sia tolta dall’Altare la tovaglia troppo rozza e sia sostituita con un’altra più decente. Le acquasantiere siano ripulite dalla sporcizia e la stessa acqua sia rinnovata più spesso; nello stesso momento sia verificata la pulizia dei contenitori.

                         

Lascito

In questo oratorio deve essere celebrata la messa tutti i giorni festivi per l´obbligazione che grava su tutti i beni che sono posseduti nel territorio di Civate dai reverendi signori fratelli  Carlo e Ambrogio De Negri di Oggiono, con l´imposizione di pagare due soldi e sei denari a titolo di manu­tenzione per l´oratorio per una messa da celebrarsi dove si vuole. Gli stessi beni suddetti sono vincolati per la somma di capitale di libbre 4233.6.8. Così risulta dallo strumento registrato dal notaio Carlo Emilio Appiani il 19 feb­braio 1723.

I Redditi dell´Oratorio

Questo oratorio possiede in dote certi beni immobili, questi sono così de­scritti nelle nuove tavole censorie della comunità di Civate:

N°  877. _ Casa d’abitazione del Romito            pert. _  t. 2.

      830. _ Casa del Torchio affittata                  pert. _  t. 8.

      627. _ Aratorio                                           pert. 7. t. 3.

      628. _ Aratorio Vitato                                 pert. 1. t. 8.

      635. _ Prato liscoso                                    pert. 2. t. 5.

                                                                     _________

                                                                              pert.11.t. 2.

Dai beni mobili affittati al Sig. Giuseppe Mauri di Maria

  si percepiscono annualmente                                                    £.  81.

Dalla casa detta del Torchio di Antonio Brusadelli                         £.  36.

Da coloro che vengono a torchiare                                               £.  10.

                                                                                                ________

                                                                                                      £. 127.

Dedotte le spese per i contributi

regi e le riparazioni                                                                           £.  26.

                                                                                                ________

Rimangono                                                                                      £. 102._

Dai mercati che sono soliti esser tenuti

il 28 ottobre alla festa

dei Santi apostoli Simone e Giuda                                               £.  40.

Dalle collette del questore                                                          £. 100.

Dalle offerte che si prelevano

dalla cassetta dell’Oratorio e

dalle cappelle laterali, circa                                                                 £.  15.

                                                                                                _______

                                                                                                       £. 256.

                    

Gli Obblighi dell´Oratorio

Oltre alle spese per la cera, l´olio, i paramenti e le riparazioni, si ce­lebrano ogni anno quattro anniversari: il primo al mese di febbraio con sei sacerdoti, il secondo il giorno della festa di S. Nazaro con dodici sacerdoti, il terzo il giorno seguente alla festa dei santi Simone e Giuda, al quale in­terviene tutto il clero civatese, il quarto nella novena precedente il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il venerabile parroco vicario, nei primi cinque giorni feriali della sesta settimana di quaresima, celebrata la messa, senza interruzione dalla stessa, impartisce la benedizione con il Santissimo Sacramento, con un rimborso stabi­lito di due libbre per qualsivoglia aiutante.

La festa dei santi Simone e Giuda viene celebrata alla presenza del vene­rabile parroco, due sacerdoti confessori e i reverendi cappellani, con una messa solenne e pure i vesperi solenni in canto e la benedizione del Santissimo Sacramento.

E tutto questo viene operato a spese dell´oratorio secondo una antica tra­dizione.

Anche i redditi vengono amministrati dal venerabile parroco vicario tra­mite un laico designato all´incarico e ugualmente confermato dal reverendo si­gnor vicario foraneo; adesso egli è Antonio Mauri, figlio di un certo Giovanni. I rendiconti delle entrate e dei riscontri vengono riferiti appunto al medesimo reverendo signor vicario foraneo. Se avanza qualcosa del denaro, dopo aver soddisfatto a tutti gli obblighi ed operate le spese, questo rimane presso il venerabile parroco vicario. Allo stato presente delle cose le suddi­visioni delle cifre sono equivalenti.

Il questore è Ambrogio Colombo, investito della mansione per tutta la dio­cesi su incarico della curia arcivescovile.

Come si può notare, le trasformazioni rispetto al precedente edificio descritto nel 1608 sono evidenti e scrupolosamente riportate, anche se dal punto di vista delle mi­sure un poco approssimate.

Oltre alla precisa collocazione geografica, dal documento si evince l’attribuzione dell’origine dell’edificio a Desiderio. La facciata è volta ad occidente e si ricorda la vi­gna di tre tavole di superficie a sud. La dimensione  della navata in cubiti risulta es­sere di 20 x 9 con altezza 12 [97] . Una semplice analisi rivela come il riferimento alla misura classica del cubito, cioè a m 0.44 , è poco sostenibile. Tuttavia questo è abba­stanza comune nel dimensionamento di edifici in quell’epoca.

Il pavimento è in mattoni, quindi in cotto, mentre nel 1608 era in pietra. Il sof­fitto è in cemento, corrispondendo all’attuale volta a botte, mentre le pareti, intona­cate, hanno decorazioni su legno scolpito e dipinto e su tavola, con una “moderna”, per allora, Via Crucis. Gli affreschi antichi sono stati coperti o distrutti. E’ comparso un confessionale scolpito e un pergamo ligneo esagonale, tanto angusto e poco fun­zionale da essere inutilizzabile. Notevole è il richiamo “all’orchestra” al di sopra della porta principale. Purtroppo oggi di tutto questo non rimane più alcuna traccia.

Singolare è pure il richiamo al “banco riservato alle donne”, una suppellettile pure di recente introduzione e destinato alla nobildonna Teresa Carpani, probabil­mente della celebre famiglia nobiliare di Annone. Senza autorizzazione! Probabilmente la concessione doveva essere subordinata ad un beneficio.

Sono sette i gradini mediante i quali si sale alla cappella dell’altare con pavi­mento in cotto e copertura a volta ornato come oggi in stucco, mentre nel 1608 erano ben nove. Ciò evidentemente significa che il pavimento è stato alzato dell’altezza di ben due gradini. Le dimensioni sono di cubiti 9 x 8, con una altezza di 10 cubiti che consente il recupero dell’altezza del presbiterio rispetto alla navata. Il tabernacolo in legno, addossato all’altare è pure decorato e collocato sotto una pala con la Vergine ed i santi protettori.

Il termine volgare di designazione della cripta è ‘scurolo’, con ovvio riferimento alla penombra in cui doveva costantemente essere immerso, data la presenza ormai di due sole finestre, che verranno in seguito corredate per questo motivo da altre aper­ture. Due e simmetriche sono anche le scale che vi scendono sotto il presbiterio. Sono ormai completamente sparite e dimenticate le quattro monofore originarie, mentre la parte dell’altare è separata da una balaustra in pietra.

Anche qui il pavimento originario in pietra è stato sostituito col cotto e le volte sono sostenute da colonne in mattoni. Non si descrive la forma, ma essa, da quanto ap­pare ancora oggi è tozza, circolare e di dimensioni notevoli e sproporzionate rispetto all’ambiente, costruite attorno alle colonnine quadrangolari originarie. L’altarino è in pietra sormontato da una tavola dipinta, mentre il confessionale per le donne è una paratia di legno scolpita elegantemente. Siccome l’altare ha di fronte una pre­della in legno, esso è certamente stato semplicemente alzato e non ricostruito rispetto all’originale antico. Anzi, probabilmente quest’ultimo si trova semplicemente all’interno dell’attuale.

Per la prima volta descritta, appare la ‘nicchia scavata nella parete, col croci­fisso, che suscita particolarmente la devozione dei fedeli e sotto cui si trova ‘ la fonte sotterranea che scaturisce perennemente, a cui ci si lavano gli occhi’. Questa caratteristica singolare richiama in modo interessante la tradizione cui era legata anche la basilica di S.Pietro al Monte.

L’identità dei simboli battesimali e di purificazione, con l’intrecciarsi della me­desima tradizione del lavacro degli occhi potrebbe pure spingere ad una considera­zione forse insolita. Non potrebbe essere questa stessa ‘ubi (servus Dei nomine durus sollitariam elligens habitationem) angelicam erat ducens conversationem ecclesiam­que brevissimam constituens [98] ’ di cui narra la leggenda per giustificare la suc­cessiva costruzione della basilica stessa di S.Pietro al Monte?

Purtroppo, nonostante l’estrema vicinanza geografica della Sala longobarda, la leggenda, peraltro pervenutaci in una versione bassomediovale, è sapientemente poco attenta a particolari descrittivi che possano aiutare ulteriormente nella sua in­terpretazione. E forse il dubbio che rimane per questo è ancor più affascinante.

Alla chiesa è stata aggiunta una sacrestia dietro l’altare, di cui oggi rimane il la­vello in solida pietra e, diviso in due pezzi, l’armadio in noce dignitosamente scolpito. Sul fondo della navata si aprono le due cappelle, di cubiti 4 x 4 ed un’altezza di 6, af­frescate all’interno, con due grate per la preghiera dei viandanti. Quest’ultimo particolare è ovviamente legato alla trasformazione della chiesa con l’aggiunta di ca­ratteristiche proprie “ ad oratorio”.

Altre interessanti informazioni giungono dall’analisi dei redditi propri. Dunque, la casa a fianco della chiesa, già presente nella descrizione del 1608, conserva ancora l’appellativo interessante di ‘Casa del Romito’, che ricorda tanto il già citato ‘servus Dei nomine durus sollitariam elligens habitationem’.  Più probabilmente comunque si trattava di un riferimento a quanto racconta con una certa approssimazione anche l’Abate Longoni in Memorie storiche dell’Abazia di S.Pietro e del Monastero di Civate, quando a proposito di S.Nazaro dice che “ per molto tempo venne questa chiesuola un tempo isolata, custodita dai romiti” [99] . Pare che l’ultimo fosse stato un certo Andrea Cantone di Mandello, frate laico sino al 1724, che ricoprì l’incarico di custode.

Poi si parla del possesso, oltre che della vigna nota, di un prato liscoso, ma soprat­tutto della ‘Casa del Torchio’, che fa parte dei mulini della contigua Scarenna. E non da meno per importanza si ritrova il riferimento alla fiera agreste di S.Simone che di­pendeva così strettamente dall’antica chiesa da derivarne una entrata fissa come contributo di £. 40.

Gli obblighi dell’oratorio riservano ancora alcune sorprese. Innanzitutto vi è una celebrazione non meglio specificata e di cui probabilmente si è persa l’origine nel tempo, da operarsi nel mese di febbraio . La festa è abbastanza solenne, tanto da richiedere la presenza di sei sacerdoti, ma neppure la consultazione del calendario e del Messale di Civate può essere d’aiuto [100] .

Il giorno della festa di S.Nazaro vi è la richiesta della presenza di ben dodici sa­cerdoti e nel giorno seguente la festa di S.Simone e Giuda vi è obbligatoria la presenza di tutto il clero civatese. A tanto si aggiunge una celebrazione durante la novena di Natale.

Durante la quaresima si prevedono quindi cinque messe consecutive settimanali, con successiva benedizione in forma solenne, mentre il giorno principale della festa di S.Simone la celebrazione richiede la presenza specifica del parroco, di due confes­sori e di tutti i cappellani con messa in canto, vesperi cantati e benedizione solenne. E tutto ciò secondo ‘una antica tradizione’.

Che in fondo si sostenga ancora dopo tutto questo la tesi di S.Nazaro semplice oratorio campestre, pare  ormai un po’ riduttivo.

A concorrere in questo parere sembrano anche i lasciti operati in relazione alla ricostruzione e alla successiva manutenzione cui si obbligano i fratelli Negri di Oggiono, secondo registrazione notarile del 1723, che devono aver contribuito all’ultimazione dell’opera di trasformazione con l’acquisto della campana su cui an­cora si legge la data del 1725  [101] .

 

12. gli studi recenti

 

La minaccia, fortunosamente sventata, della completa distruzione della chiesa di S.Nazaro prevista dai primi progetti di costruzione della superstrada che collega Milano a Lecco nel 1957, ha suscitato da allora come reazione un certo interesse che via via è notevolmente cresciuto, ma che pare abbia sinora prodotto pochi frutti tan­gibili. Oltre infatti agli interventi allarmati e giustamente veementi di qualche at­tento ed accorto architetto [102] , si sono susseguite più o meno apprezzabili disserta­zioni soprattutto da parte di studenti della varie facoltà d’architettura, che peraltro non hanno sortito alcun effetto pratico.

Tra le prime riscoperte del monumento, se non la primissima in tempi recenti, pare apprezzabilissima dal punto di vista della precisa lettura architettonica, seppur nei limiti della breve esercitazione didattica, quella proposta nell’anno accademico ‘62-‘63 ad opera di Sr.Stella Pirola della Famiglia Beato Angelico di Milano [103] . Da tale manoscritto, seppur a tratti semplice ed incompleto, si colgono qui alcuni spunti significativi sia di tipo descrittivo che interpretativo dell’oratorio di S.Nazaro, che possono utilmente accostarsi come confronto alle descrizioni del 1759 pervenute dalla visita del Card. Pozzobonelli, per sottolinearne le consonanze, ma pure alcune varia­zioni. Tanto più che lo stesso breve lavoro è corredato da preziose tavole che riprodu­cono in scala le diverse parti dell’edificio e suggeriscono addirittura una distinzione fra originarie murature e livelli preromanici e interventi successivi di ricostruzione e ripristino barocchi e classicheggianti.

Dopo alcune osservazioni di carattere generale sulla presenza di diversi oratori in Civate accanto alle più note e conosciute e realtà di S.Pietro al Monte e S.Calocero, il testo così si articola:

“... Orientato col suo asse longitudinale nella direzione est-ovest, con la facciata ad occidente, l’Oratorio è così rivolto all’intero paese posto sull’altura; al complesso di S.Pietro nella sua solitudine sullo sfondo del monte Cornizzolo e ad un paesaggio discretamente ampio dei luoghi circostanti.

Ci si trova di fronte ad una piccola e modesta costruzione. Una facciata settecentesca, si eleva nella parte centrale terminando a cuspide, quale fronte al corpo della navata che si prolunga fino a intersecare il braccio trasversale della casetta del custode sul lato est, la quale verso il Monte Barro limita il canal Torto.

All’incontro dei due bracci si innalza un campaniletto di forma quadrata, perfettamente assonante, nella sua semplicità, con l’insieme.

Alla parte centrale della facciata sono aggiunte due cappelle, molto più basse della navata, coperte da un tetto a falda che vuole armonizzarsi con quello più alto della navata; per meglio accordarsi ad essa, una linea di vo­luta, piatta quanto una parete, si interpone ad ammorbidire l’angolosità del passaggio tra i due livelli. Le cappelle, a differenza del corpo centrale, sono esenti da sovrastruttura architettonica, se si eccettua un breve ripiega­mento sull’angolo della cornice che scende percorrendo la gronda del tetto.

In corrispondenza della navata, la facciata presenta i suoi aspetti più caratteristici. Una porta centrale racchiusa in una cornice di pietra e sor­montata da una lunetta ad arco ribassato, il quale a sua volta è spezzato al centro per lasciar posto ad una piccola nicchia, è affiancata da lesene abbi­nate, tipicamente classicheggianti. Lesene che partono da un elevato piede­stallo arrivando, con quel lineare capitello di semplici modanature poco ag­gettanti, alla cornice orizzontale del timpano che conclude alla sommità que­sta facciata.

E’ questa fronte di una composizione piuttosto serrata; in ogni parte di superficie è inserito un elemento che giustifica, del resto, la sua funzione, oltre che il pretesto di una ricerca compositiva. Così, ancora in asse con la porta, al di sotto della cornice, si apre una finestra che trova un immediato richiamo distributivo nelle altre due delle cappelle, mentre, rispetto all’interno, la stessa finestra si apre sopra la cornice, nell’arco di lunetta sotto la volta e lo stesso avviene per le finestre che si aprono a sud.

Sui fianchi si avverte appena il rilievo delle lesene, che fanno presen­tire una più chiara ripartizione in campate dell’interno e che all’esterno ar­rivano al tetto incontrando la cornice che percorre con continuità e unisce nello stesso tempo la chiesa alla casa.

Il campaniletto, discretamente alto e ripartito in quattro zone, di cui due per la cella campanaria, aperta sui quattro lati da una monofora, si con­clude anch’esso con la ripetizione di una cornice che corre lungo il perimetro al di sotto di un tettuccio a falde.

Osservando e anche gustando l’aspetto di questo piccolo oratorio, è in­sieme sconcertante e triste costatarne lo stato di conservazione, vedere, nello stesso tempo, come annesso alla cappella della Pietà, a sud, vi sia un ambiente in continuazione di essa, così unito al tutto, quasi fosse una nava­tina laterale, adibito a pollaio.

Internamente si presenta ad una navata lunga m.21 e stretta m.5 che si apre nelle due cappelle, una per lato, alle quali si accede appena superato l’unico ingresso principale, tramite due portine in legno che se chiuse occul­tano completamente la loro presenza. Sono, le due cappelle, due cubicoli pres­sochè quadrati, di m.2,33 x 2,34 circa, volute forse da una tradizionale pietà popolare più che per una funzione specifica, ma, come si è visto, assumono una parte importante nella configurazione compositiva della facciata, così come ci è dato di percepirla oggi.

La navata è ripartita in campate da una leggera sporgenza di lesene, con capitelli, che si alzano quale sostegno fittizio di una cornice che corre all’impostazione delle volte e che si arresta alla parete di fondo del presbi­terio dopo una breve interruzione in corrispondenza di una finestra.

La successione delle campate e la loro varietà è in rapporto alla funzione alla quale sono destinate e perciò a una distribuzione delle diverse parti che costituiscono il tutto. Così le prime due campate, tra loro uguali, sono de­stinate all’assemblea dei fedeli formando l’oratorio vero e proprio; la terza campata - un po’ maggiorata in lunghezza rispetto alle prime due - destinata alla celebrazione dei sacri riti, costituisce il presbiterio, il quale risulta notevolmente sopraelevato da una gradinata centrale.

Tra presbiterio e oratorio si inserisce una campatella nella quale sono collocate ben tre rampe di scale: quella centrale che porta al presbiterio e due laterali che scendono in una cripta; è una campatella-ponte fra tre di­versi livelli.

La successione delle campate conclude con quella della sagrestia l’oratorio in tutta la sua lunghezza; anch’essa di dimensioni 5,21 x 5,00 poco differenti dalle precedenti (5,10 x 4,65), ed alla quale si accede per due porte laterali all’altare.

Una distribuzione planimetrica, quindi, lineare del presbiterio, ad un unico asse. Una semplice nave scandita da lesene e nuda poichè non appare nes­suna decorazione figurativa sulle pareti, ma tutto è coperto da una grossolana intonacatura che ostenta l’imitazione di marmi in una fascia della cornice e accentua il colore nelle specchiature delle lesene.

Sopra una cornice di ispirazione classica si imposta la copertura a volte a botte con l’inserimento di lunette più o meno grandi, nelle quali, sul lato rivolto a mezzogiorno, sono aperte le finestre e al centro della volta com­paiono riquadri di varia forma.

Le cappelle votive, come la sagrestia, hanno volta a padiglione; conten­gono un rozzo altare rivolto a levante come il maggiore, sopra il quale, al livello della mensa, in una nicchia incavata nello spessore del muro, è collo­cata la Pietà nell’una e una Madonna Bambina nell’altra, di modo che risultino comodamente visibili (attraverso l’unica finestra orizzontale, che illumina la cappella, posta in facciata) al passante che una volta forse più di adesso avrà potuto sostare tranquillamente in preghiera e riposarsi su quei sedili di pietra messi allo scopo.

Da una visione di simmetria, di freddezza classicheggiante, da un’impressione desolante per lo squallore e l’incuria che hanno coperto ogni cosa che si trova in questo oratorio, ci si volge con un senso di respiro al presbiterio. E’ questa la parte che contiene tutta la ricchezza della decora­zione che qui vi si trova e che fortunatamente ci si presenta ancora in condi­zioni abbastanza buone.

Il presbiterio sopraelevato dalla nave di sette gradini per un dislivello di m.   si stacca dalla nave anche per una balaustra che meglio lo definisce spazialmente. La parete di fondo, alla quale è appoggiato l’altare, è tutta interessata da una gustosa decorazione plastica di stucchi barocchi ad alto rilievo: una decorazione propriamente ambientata in cui si compenetrano feli­cemente ghirlande di fiori, putti e testine d’angioli, accentuate volute e cornici; il tutto fuso a creare una cornice di gloria, sopra l’altare, al di­pinto che racchiude nel centro, un dipinto che per essere in accordo con la decorazione ne ha sostituito uno di epoca precedente, ora accantonato in sa­grestia.

La sagrestia, si è detto, è voltata a padiglione; da essa si arriva al campanile e alla casa del custode. Illuminata da due finestre che arrivano all’imposta della volta, contiene un regolare lavabo scolpito in pietra arena­ria, semplicissimo, e del mobilio in noce che ha evidenti segni di antichità oltre che di essenza buona.Pure buone e di fattura artigianale sono quelle po­che panche che ancora si trovano nella nave, scampate a tanti manomessi.

Ci spinge ora, insieme all’interesse di uno studio di questo oratorio, an­che la curiosità di un presbiterio tanto sopraelevato e di quale possa essere la natura di un sepolcreto o di una cripta che vi si cela sotto, in una chiesa che nella sua veste esterna si rifà a influenze classicheggianti e barocche.

Due scale di dodici gradini, laterali a quella centrale, conducono in una piccola cripta, quasi perfettamente corrispondente alle dimensioni del presbi­terio. Perciò quasi quadrata, divisa in tre navatine da quattro robuste co­lonne, senza base, notevolmente rastremate con capitello pseudo-dorico molto sporgente, che sostengono l’imposta di volte a crociera; volte che appoggiano lungo le pareti laterali su capitelli di lesene in asse con le colonne stesse. Si tratta di una cripta già piccola per le dimensioni in se stesse, m.   x   m.    , ma che appare ancor più ridotta dalla sproporzionata robustezza delle colonne che ne suddividono lo spazio in campate.

Sulla parete di fondo, al centro della navata, un rozzo altare di pietra e due balaustre in arenaria, la probabile arenaria di Oggiono, che si interpon­gono tra la seconda e la terza navata. L’illuminazione debole, penetra in mas­sima parte dalla navata soprastante, attraverso le aperture arcuate in corri­spondenza delle scale e in parte da finestrelle, tre per lato, che stanno poco più in sù dal livello della campagna esterna.

Alla sorpresa della costatazione di una cripta nel suo vero senso, vale a dire così tradizionalmente concepita, si aggiunge anche quella che mi si offrì la prima volta che la visitai, cioè la sorpresa di trovarla completamente al­lagata da dovermi arrestare al decimo gradino. Ciò seppi che purtroppo avviene con facilità dopo un forte temporale o nei periodi di piena del vicino lago di Annone, quando appunto l’estuario del lago penetra attraverso il sottosuolo nella cripta.

Più tardi fu possibile vedere che nella cripta vi è una vaschetta scavata nel pavimento, nella quale vi è sempre dell’acqua e sembra più probabile giu­stificare gli allagamenti per una infiltrazione sotterranea del fiume, piutto­sto che vedere l’efflorescenza di una sorgente, tanto più che tra la cripta e il fiume vi è la sola distanza di una stalla. Un particolare però, più o meno leggendario, della storia secolare di Civate, deve aver suggestionato la popo­lazione e forse nulla di tanto sentito viene da tutti raccontato e tra loro tramandato, del fatto prodigioso avvenuto al figlio di re Desiderio che riac­quistò la vista lavandosi ad una sorgente sul monte Pedale dove ancor ora ri­mane quale testimonianza dell’evento il S.Pietro che ne attua i voti del re in segno di riconoscenza a Dio. E’ perciò forse, che anche qui, alla presenza di quest’acqua nella chiesa di S.Nazaro, che si sia accreditato qualche potere benefico, per cui non è molto singolare che le mamme vi portino bambini verso quell’età in cui dovrebbero incominciare a muovere i primi passi e che diver­samente non avviene ancora, per immergerveli, con la riposta fiducia di otte­nere quanto desiderano. Ma a parte l’aspetto leggendario e l’affezione del po­polo a tutto questo, ciò che maggiormente interessa è che la presenza dell’acqua rende sempre più fradicio l’intonaco delle pareti e vi regna una tale umidità da rendere impossibile la funzionalità dell’ambiente.

Il fatto ancor più curioso ci viene offerto da alcune colonne che mettono in evidenza una struttura midollare; un assaggio fatto nel 1957 quando sem­brava ormai convenuto doversi demolire l’oratorio per l’allargamento della strada, dimostra che l’apparenza robusta e levigata non è che l’impasto di una sovrastruttura in mattoni ricoperti di un buon spessore di intonaco, ad un pi­lastrino quadrato di arenaria. Lo stesso capitello ne maschera un altro in­terno di forma tronco-conica rovesciata.

Evidentemente si è condotti a supporre che rimaneggiamenti diversi abbiano trasformato l’aspetto della cripta. Una colonna che ora alla base ha un diame­tro di cm.40 dovrebbe lasciar posto ad un pilastrino di cm.20 x 20 e ciò sa­rebbe più rispondente alla concezione di un ambiente siffatto. La rivelazione che ci offre questa cripta sembra porre un anello di congiunzione con un pas­sato che qui pare si sia voluto cancellare.

La presenza di S.Calocero e di S.Pietro nella stessa area e la vicinanza di S.Vincenzo a Galliano di Cantù e S.Pietro in Agliate sono prototipi che fa­voriscono un immediato confronto con l’oratorio dei SS.Nazaro e Celso in Civate. In entrambe le cripte di S.Pietro e di S.Calocero comunque è comune un ambiente a tre navate divise in campate da colonne granitiche prive di base e volte a crociera con archi ribassati di rinforzo. Con una variante ammessa nel materiale impiegato nell’arenaria anzichè granito è pure quanto si riscontre­rebbe nella cripta di S.Nazaro se le colonne si riportassero alle condizioni, direi, primitive.

Ma veramente questi esili pilastrini, incorporati in enormi colonne, po­trebbero essere il vero sostegno sufficiente e perciò autonomo dallo strato di mattoni che li ricopre?

Può veramente consistere in essi una struttura primitiva che ci fa sup­porre una somiglianza con il S.Calocero e il S.Pietro e che perciò porterebbe a datare la sua esistenza alla loro stessa epoca?

Se si pensa poi anche a ciò che sta sopra la cripta, cioè una navata unica lunga e stretta con presbiterio sopraelevato, si potrebbe dedurre che le forme dell’oratorio, che accanto agli esempi vicini appaiono preromaniche e che con­ducono anche al S.Vincenzo in Prato e al più antico S.Ambrogio, sembrano so­prattutto più vicine al S.Calocero e solo in parte al S.Pietro dove non esiste la sopraelevazione del presbiterio e dove la ricchezza degli stucchi sono parte notevole, quasi esclusiva dei capitelli e della decorazione parietale, differentemente dal S.Calocero e S.Nazaro.

Ma anche l’aspetto attuale, interno ed esterno dell’oratorio può far dubi­tare della sua esistenza plurisecolare; non potrebbe l’attuale chiesa sorgere sul luogo di una più antica della quale conservi semplicemente il titolo?

Rimane da chiedersi, qualora l’ambiente nel quale sorse fosse lo stesso ambiente longobardico di S.Pietro, quali potrebbero essere i motivi che giu­stificano in particolare la sua esistenza e la sua ubicazione. Cercare di ar­rivare, o almeno avvicinarsi ad una identificazione il più possibile esatta delle origini dell’oratorio di S.Nazaro impone inevitabilmente di addentrarci nelle vicende di Civate...”

La parte successiva del lavoro qui riprodotto si addentra quindi nella conosciuta vicenda storica del monastero civatese, ripercorrendo in parte alcuni di quegli stessi documenti che questo breve lavoro già ha visitato spingendosi con le sue ipotesi già oltre l’ambiente ed il periodo longobardico. Resta pertanto  da sottolineare quanto d’interessante offre la recente testimonianza e descrizione, che precisa e specifica i dati della visita del Pozzobonelli, con qualche aggiunta particolare.

La piccola nicchia collocata infatti sulla facciata, al di sopra del portale d’ingresso, non è una decorazione architettonica a sè stante, ma aveva una precisa funzione prevista nelle disposizioni caroline del 1577 [104] e nelle successive ag­giunte del cardinale Federico Borromeo [105]. Sulla facciata infatti, nei decreti si di­sponeva la collocazione a destra dell’effige del santo cui era dedicata la chiesa, a sini­stra del santo più venerato, mentre sopra la porta maggiore si raccomandava la collo­cazione dell’immagine dipinta o scolpita della Vergine. Ciò naturalmente era rivolto alla realizzazione di edifici principali della parrocchia. Laddove, come nel caso dell’oratorio di S.Nazaro, ci si riferisse ad una costruzione minore, sarebbe bastata  la sola piccola nicchia centrale  riservata ad accogliere la Vergine o il santo protettore.

Peraltro, che fosse realmente mai stata collocata un’immagine sacra nella fac­ciata dell’edificio in questione nessuno sa confermarlo.

Altro aspetto interessante e completamente scomparso in pochi anni è quello re­lativo alla separazione delle cappelle laterali dalla navata con porte di legno. Esse dunque giustificavano l’uso d’oratorio delle stesse cappelle, aggiunte alla conforma­zione strutturale originaria e che mal vi si adattavano funzionalmente. Inoltre, per­mettevano di mantenere certo più pulito l’interno della navata, dato che molto pro­babilmente le due finestre a grata erano al più semplicemente protette da una rete, per consentire come d’uso di introdurre qualche piccolo soldo d’offerta. E la strada maestra, contigua alla facciata, doveva essere alquanto polverosa dato il traffico in­tenso che vi si svolgeva tra Lecco e Como.

All’interno si nota quindi l’aumento e la distribuzione delle finestre della cripta, tre per lato, rispetto alle due uniche che sembrano presenti durante la visita del 1759 [106] . Quaggiù, l’autrice del breve saggio, preoccupata per l’umidità eccessiva, sembra anche non distinguere fra la vasca posta ai piedi delle due scalette simmetriche che vi scendono e la fonte separata, da cui la gente attinge l’acqua da bere, come ricorda il visitatore settecentesco. Certo quest’ultimo non aveva del resto sottilizzato ne’ sulla sproporzione delle colonne rispetto all’ambiente, ne’ sui caratteri distintivi prero­manici della costruzione stessa, dando per scontato che la medesima risalisse comun­que a Desiderio. Sarebbe bastato osservare la parete absidale della cripta nella sua parte esterna per evidenziare la presenza di tre monofore, di cui le due laterali visi­bilissime, rilevando dalla semplicità e caratterizzazione delle stesse l’appartenenza ad un ambiente ed ad un mondo tanto antico e forse lontano da riservarci ancora la pia­cevole sorpresa della scoperta di qualche mistero, così come al di sopra della volta a botte attuale le murature più antiche, incrociandosi tra le capriate con le più recenti correzioni secentesche, imprigionano frammenti del legname originario.

 

13. conclusioni

 

Da quanto raccolto ed argomentato, seppur in modo incompleto, dall’analisi di ca­rattere etimologico e storico più che architettonico, forse si può trarre qualche ipo­tesi plausibile che consenta di valutare appieno l’importanza di S.Nazaro e l’assurdità che accompagna ancora attualmente il suo progressivo degrado, dopo che già si è consentito pericolosamente di distruggere in buona parte l’armonia necessaria di un paesaggio secolare che gli offriva la giusta e preziosa cornice della natura, dei campi, dei boschi e del fiume che lo lambiva.

La dedicazione originaria, sostitutiva di divinità pagate legate ai riti romani di celebrazione dei misteri in connessione con la venerazione di Cerere e Cibele sem­brerebbe indicare, per la vicinanza della Vallis Mater Agraria  un culto ancor più antico, celtico, proprio delle Deae Matres  in cui convergono i rituali dei vari popoli d’origine indoeuropea. Tale dedicazione, per la scelta stessa dei santi Mamete, Simone e Nazaro, tradisce la radice bizantina della trasformazione in tempio cristiano, di cui interpreta in modo concreto e diretto il culto specifico e la scelta religiosa.

La struttura architettonica della cripta e quanto può supporsi dell’edificio origi­nario, riconducono ad una trasformazione costruttiva propria dell’arte pre-romanica minore, che fonda le sue radici strutturali nell’inizio dell’architettura del periodo alto-medioevale, di cui rimangono esempio di semplicità assoluta sia le colonne qua­drangolari in arenaria, prive di base e con capitello tronco conico in serizzo-ghian­done, sia le monofore strettissime, ancora visibili all’esterno dell’abside della cripta. La stessa ristrutturazione seicentesca esprime nei suoi tratti purissimi un esempio apprezzabile di elaborazione architettonica di caratteri barocchi scevri da eccessiva ridondanza ed ampollosità, sottesi invece dalla rispondenza quasi assoluta ai dettami delle disposizioni caroline, in un pacato equilibrio di forme e di volumi, immagine dell’armonia permeante il rapporto fra divino ed umano.

Basterebbe questo, accompagnato da quanto a tratti via via rivelato come ancora presente, visibile o da scoprire in S.Nazaro, per indicare a tutti noi quel filo di conti­nuità nella storia e nell’arte che, attraverso la fede così diversa di tanti secoli, lega noi stessi, uomini del duemila, alle nostre più lontane radici in un edificio tanto grande nei riflessi della sua lunga vita. Ed è oggi responsabilità di tutti noi non per­mettere che questo filo venga reciso, cancellando in modo irrecuperabile il legame che ancora può parlarci del nostro territorio, del nostro ambiente e delle secolari tradizioni della nostra gente.

 

14. annotazioni in calce

 

Durante la stesura di questi appunti, ho notato che, nonostante il tentativo di esposizione cronologica e di attenzione geografica, forse non sempre sarebbe risul­tato chiaro l’insieme dei riferimenti a chi poco conosce del territorio civatese. Per questo ritengo opportuno proporre qui in calce al lavoro, con l’aiuto di alcuni rilievi appositamente predisposti, delle mappe sulla conformazione stessa del territorio e la distribuzione storica della toponomastica e degli insediamenti, suddividendoli in tre momenti distinti e successivi.

Il primo periodo, il più lontano che abbia lasciato traccia della presenza umana presso l’attuale borgo di Civate, si rifà al neolitico, con la presenza di insediamenti umani presso il cosiddetto “buco della sabbia “, caverna funeraria composta da tre suc­cessive ‘sale’ di cui l’ultima fornita di camino verticale di ventilazione e abbarbi­cata sulla roccia prospiciente il lago d’Annone, utilizzata anche durante l’insediamento romano; di questo periodo sono state recentemente ritrovate altre tracce anche presso l’attuale rifugio della S.E.C., sul monte Cornizzolo, e più precisa­mente sul cosiddetto “prà della culmen [107] .

Lo stesso periodo “primitivo”, in generale,  riporta ad una presenza dell’elemento mediterraneo (ariano, preindoeuropeo) da cui deriva il termine Lario. Successivamente si riconosce la presenza ligure ( italo-iberica), con la fondazione di Como. Alla lingua ligure l’Olivieri [108]  fa risalire il termine clav, per ‘pala o roccia sporgente’ da cui deriverebbe il nome primitivo di Civate, anche se ammette l’estrema discutibilità di tali attribuzioni, come avviene anche per la denominazione Adda, per alcuni stu­diosi ligure, per altri etrusca. Più tardi i retici inserirono altri termini nella topono­mastica, di cui si può ricordare nelle vicinanze nava, per ‘conca’ ed au­cia, per terra arativa, cinta di fossati, da cui Olginate e Olgiate.

Pure gli etruschi  si dettero da fare nella fondazione di insediamenti, assegnando ad essi termini corrispondenti a nomi di persona: Almenno, Berbenno, Civenna, Lenno .... I celti, chiamati poi dai romani galli,  non solo hanno dato la denominazione all’intera Brianza, da brigantia, forse per “luogo elevato” , ma pure al Leucum, per Lecco, Laus  per Lodi e soprattutto la radice barros, dall’Olivieri interpretata come “cespuglieto”, da altri, nella sua riduzione in bar o ber, come altura o recinto [109] . Di fatto alla radice più semplice sono legati i nomi, senza dubbio trasformati e fatti pro­pri in epoca romana, di Bar, monte Barro, monte Barone, Barzegutta, Baroncello e probabilmente, come si vedrà, anche Tozio.

I celti, suddivisi principalmente in due grandi gruppi tribali, i Cenomani e gli Insubri, ultimi ad essere sottoposti alla potenza romana, con la conquista della loro capitale, Mediolanum , nel 222 a.C., furono alleati di Annibale e rimasero ostili fino alla capitolazione di Como e ventotto centri fortificati del circondario all’inizio del se­condo secolo, per finire ridotti in colonia dall’89 a.C. [110] . In tal modo i romani si stanziarono sul territorio, iniziando un nuovo periodo storico, pur compenetrando la tradizione latina alla cultura gallica.

Gradualmente compaiono allora le denominazioni di Clavis , poi ampliato col suf­fisso in -ate, che già presente in epoca etrusca continuò ad essere usato per secoli sino all’alto medioevo, di Silva Diana , Vallis Mater Agraria , poi Vallis M.agraria , Faël -Faëe, Vallis Deae Orum, Mons Pedalen, Barsecuta, Puteus, Caribiolum, Baroncellae, Boriminae, Isella , Linate [111]. Allo stesso periodo storico si riconduce quindi la de­nominazione della Sancta. .

Dalla toponomastica sembrano risaltare di questo periodo soprattutto i luoghi de­dicati alle diverse divinità o luoghi di culto minore, accanto a termini che indicano piuttosto le caratteristiche fisiche delle singole località.

Il terzo periodo di caratterizzazione del territorio civatese è invece legato all’alto e al basso medioevo, che hanno portato al­tri sostanziali arricchimenti alla topono­mastica, giunti numerosi attraverso le suc­cessive epoche sino ad oggi. Ad essi risal­gono infatti Scarena, Bellingera, successi­vamente Castello e Castelnovo, Scola, Cà  Nova, Nuvereto, Brugnoso, Cersciera, Campacci, oltre naturalmente alle dediche degli edifici religiosi in successione: S.Nazaro (ristrutturato in epoca bizantina da luogo di culto preesistente), S.Pietro al Monte, S.Calocero, S.Maria  (poi S.Rocco) a Scola, S.Andrea  a Isella, S. Rocco  del Brugnoso, S.Rocco  di Borimina, S.Vito e Modesto

Solo nel ‘700 sarà realizzato anche l’oratorio di S.Carlo al Brugnoso probabilmente sul precedente oratorio di S.Rocco [112] .

In tali richiami toponomastici, si intuisce come accanto al significato meramente indicativo delle funzionalità delle denominazioni, come Castello e Castelnuovo, vi sia un riferimento alla vita particolare del borgo, nei suoi aspetti militari-difensivi ed in quelli religioso-economici. Se, infatti, Bellingera probabilmente traeva il nome da uno sconosciuto Bellingero o Beringhiero, erano chiaramente indicati ora i caratteri delle fortificazioni come del comparto produttivo dei mulini, mentre dalle chiese maggiori si creavano in dipendenza gli oratori diversi ad uso dei pellegrini.

Dapprima deve essere sorta S.Maria di Scola, accanto alla quale sorgeva l’ospizio per coloro che si recavano a S.Pietro. Nel basso medioevo poi, la fama del pellegrino S.Rocco e la sua devozione ne avrebbe affiancato il nome originario, quando già da tempo, almeno dal XIII sec., la costruzione di S.Vito e Modesto aveva soppian­tato il primo sacro edificio. Ciò fu in conseguenza della progressiva importanza ac­quisita dal monastero di S.Calocero a valle, il quale ovviamente era anche più facile da raggiun­gere. Pertanto, accanto a S.Vito, in cui non manca ovviamente l’altare dedicato a S.Rocco,  sorge un nuovo ospizio, la cà di pelegrett , che darà il nome al rione di Cà Nova.

Questi periodi, apparentemente così distinti, presentano tuttavia  elementi di rac­cordo che suscitano profonda meraviglia ed interesse. Se la mancanza di una seria ri­cerca ar­cheologica nell’ambito territoriale specifico di Civate non permette infatti, sino ad ora, di essere un poco più precisi rispetto alla presenza celtica ed alla confi­gurazione sociale del territorio ad essa legata, la toponomastica del territorio già ci­tata  non lascia comunque dubbi sulla consistenza degli insediamenti.

L’ipotesi più suggestiva, ma più probabile, è che  il primo insediamento celtico non sorgesse sulla sommità collinare, ma nella località di Tozio, accanto al punto, se­gnato da un altarino o una sacra edicola, ancora oggi presente. Qui, ancora a ridosso del monte, il torrente omonimo si distende più tranquillo e i campi permettono una prima forma di coltivazione vicino al sicuro approvvigionamento idrico. Il toponimo stesso potrebbe derivare da successive mo­dificazioni del nome della divinità principe dei celti, giunto a noi nella dizione latina di Teutates , ma forse originariamente pro­nunciato Deuzo, Deussio  o Teuzo , distorto poi con l’aggiunta della solita desinenza in -ate [113] . La successiva modificazione idrologica, con l’ampliamento delle coltivazioni nel fondovalle dai campi più fertili, strappati con lo scavo di argini più sicuri alla malsana palude, induceva quindi alla costruzione di un vero, seppur semplice, edifi­cio sacro alla divinità della terra, posto più in basso, alla Santa Vecchia , lungo lo stesso torrente,  finchè, sia la continuazione dei lavori di bonifica, sia il controllo militare delle vie d’accesso ne inducevano lo spostamento quasi all’imbocco del rio Torto , nel luogo della Santa  attuale.

Quanto ai tempi di tali progressive modifi­cazioni, essi potrebbero con approssi­mazione collocarsi fra il VI e il I secolo a.C. Tra il II e il I secolo a.C. infatti, si realizza l’avvento della dominazione romana, di cui rimangono diversi resti in sculture, em­brici ed avelli, alcuni dei quali conservati in S.Calocero, e la determinazione più pre­cisa degli insediamenti, sottolineati perloppiù da sacri simboli di culto minori, man­tenuti inalterati, nella loro collocazione, dalla molto più tarda cristianizzazione. Infatti, esistono ancora oggi sul territorio elementi di richiamo votivo che spingono le loro radici al di là della semplice recente devozione, non solo popolare, ma anche cristiana. E’ noto infatti, come alle deae matres , le divinità agrarie, identificate in Cerere-Cibele, si accompagnasse non solo la venerazione di Diana nella silva diana , come divinità silvestre, ma anche Afrodite , figura abbastanza similare, ma caratte­rizzantesi maggiormente come protettrice delle acque. Proprio ad essa ed alle ninfe minori è dedicata infatti la località vallis deae orum [114] . Nei dintorni di questa si collocano le edicole sacre, un tempo tutte affrescate, che la tradizione cristiana ha poi dedicato alla Madonna, proprio dove sgorgano le sorgenti: presso Linate, dov’é la più importante ed imponente, presso l’Oro, quindi a Faello [115] .

Il legame più antico in questo caso è però l’edicola di Tozio, già ricordata come ri­salente al culto celtico poi passato ai romani. Più volte distrutta dall’inclemenza del torrente, è sempre stata ricostruita nello stesso luogo, sulla sua sponda. Tuttavia si ri­cordi che anche nella cripta di S.Nazaro si trovava una sorgente e, per quanto conce­dono di ipotizzare gli indizi, una sorgente doveva sgorgare sotto l’attuale chiesa di S.Pietro al Monte, la cui cripta è parimenti dedicata a Maria [116].

L’alto medioevo e quindi il basso medioevo hanno così occultato ciò che nacque in epoca ben più lontana, confondendolo spesso con nuove realtà. Non deve infatti trarre in inganno la successiva collocazione di ulteriori segni di culto in cappellette od oratori (al Brugnoso e a Borima), pur vetusti, ma, come già detto, successivi e ri­chiesti da finalità nuove. Basterà  citare l’esempio dell’antichissima edicola ora scom­parsa di San Peder bass  (S.Pietro basso), semplice pio segnale indicatore del percorso verso la base d’appoggio per San Pietro al Monte, cioè l’ospizio di Scola, situato laddove la strada svoltava a gomito, dal momento che era allora impossibile proseguire dopo Barzagutta. Da quella parte, solo due esilissimi e strettissimi ponticelli a tutto sesto, di cui uno ancora esistente, mentre del secondo si scorgono tracce dell’antico appoggio, permet­tevano un temerario attraversamento dall’alto dell’orrido sul cui fondo scorre il Toscio. Tali ponti per la verità non servivano neppure allora da transito se non in caso di necessità, perchè essi costituivano l’acquedotto che conduceva e conduce tut­tora l’acqua dalle sorgenti sotto i campacci all’abbazia di S.Calocero, sorta evidente­mente quando già la tradizione di innalzare sacri edifici su sorgenti o ninfei andava perdendosi.

Eppure anch’essi, come l’antico ponte ad arco in Tozio, di probabile epoca romana ed ormai distrutto o “ul circul “, base d’una torretta d’osservazione, col Castello e  il  Castelnuovo sono segni minori d’una architettura antichissima che, rispettati, si spera rimarranno sempre a rammentarci un passo della nostra piccola storia di uo­mini.

 

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note

[1] L'oratorio di S.Nazaro si trova esattamente in località La Santa, tra Scarenna e la stazione ferroviaria ai piedi di Civate. Alle sue spalle scorre, ormai incanalato in un letto di cemento e scomparso sotto la superstrada proveniente da Milano, il primo tratto del Rio Torto, emissario del lago di Annone.

 

[2] All'epoca della costruzione della superstrada, che ha sconvolto completamente l'ambiente naturale che  circondava l'edificio, a cominciare dallo stesso fiume che ne lambiva le fondazioni, l'oratorio ha rischiato di essere demolito perchè costituiva un impedimento sul tracciato stradale. Solo il tempestivo e intelligente intervento di Mons. Valerio Vigorelli della Scuola Beato Angelico di Milano ne ha evitato la definitiva distruzione, provocando l'intervento della Sovraintendenza ai Monumenti, dopo veementi segnalazioni all'ordine degli architetti ed alla stampa.

 

[3] L'acqua filtrata per secoli dal fiume nel terreno, fungendo da coibente con il terriccio, dava alla costruzione un suo equilibrio statico, un poco come succede per Venezia. L'eliminazione dell'acqua invece, dovuta alla cementificazione dell'alveo del fiume, ha determinato, col rinsecchirsi del terreno, un riassestamento delle fondazioni con la conseguente apertura di preoccupanti crepe nella navata.

 

[4] Purtroppo l'archivio parrocchiale di Civate è stato oggetto di incuria per anni e ad esso sono stati sottratti parecchi documenti importantissimi non solo per la storia di S.Nazaro, ma anche della parrocchia stessa. Ciò che pur rimane lascia intravvedere una realtà affascinante, ultima propaggine della vita millenaria del territorio civatese, che ha conosciuto il suo apice nel momento di maggior sviluppo del duplice monastero di S.Pietro e Calocero, tra il IX e il XII secolo.

 

[5] Decreta Visitationis  alla parrocchia di Civate da parte dell'incaricato del Card. Federico Borromeo, Don Baldassare Cipolla, nel 1604; documento manoscritto in latino non registrato, archivio parrocchiale di Civate.

 

[6]  Cfr. Atti di Visita  del Card. Gabriele Sforza, Archivio Arcivescovile, Milano, Sez.X, Pieve di Oggiono, vol.I, fol. 319-20, anno 1455.

 

 [7] I monaci olivetani erano giunti nel monastero di S.Pietro e S.Calocero nel 1556, ad opera dell'abate commendatario Nicolò Sfondrati, vescovo di Cremona e successivamente papa Gregorio XIV.

 

 [8]  Il primo vicario arcivescovile fu Cesare Cattaneo, monaco di S.Calocero. Nell'Atto di Visita di S.Carlo del 1571 viene riconosciuto presbiter vicarium perpetuum Clivati, titularis residens . c.f.r. Atti di Visita in Archivio Arcivescovile, Milano, Sez.X, Oggiono, vol. 13. Solo nel 1580 egli risulterà nell'elenco dei parroci di Civate. Cfr. Elenco dei vicari  per bolla di Gregorio XIII , manoscritto in archivio parrocchiale di Civate, ma la parrocchia di Civate risulterà effettivamente riconosciuta solo nel 1585.

 

[9]  Decreta Visitationis  per la parrocchia di Civate da parte del Card. Carlo Borromeo del 4 settembre 1571, documento manoscritto in volgare non registrato, archivio parrocchiale di Civate.

 

[10] Decreta Visitationis  per la parrocchia di Civate da parte di Don Paolo Barchio, delegato del Card. Federico Borromeo nel dicembre del 1595, documento manoscritto in latino non registrato, in archivio parrocchiale di Civate.

 

[11]  La consacrazione dell'oratorio di S.Vito e Modesto avvenne il 22 aprile 1498. Di una chiesa di S.Vito però, parla già Goffredo da Bussero verso il 1288. Cfr. V.LONGONI, Oggiono antica pieve , ed. Cattaneo, Oggiono, 1985, p. 41.

 

[12]  Decreta Visitationis , 1604, doc.cit.

 

[13]  Miscellanea , manoscritto settecentesco di Don Simone Cattaneo,  in archivio parrocchiale di Civate.

 

[14]  Cfr. G.P.BOGNETTI-C.MARCORA, L'Abbazia benedettina di Civate , ed. Casa del Cieco, Civate, 1985,  Visite Pastorali , p. 243.

 

[15] Atti di Visita , in Archivio Arcivescovile, Milano, Sez.X, pieve di Oggiono, vol. 21.

 

[16]  GOFFREDO da BUSSERO, Liber notitiae Sanctorum Mediolani , 217 C.D., ed. a cura di M. Magistretti- U.Monneret de Villard, Milano, 1917.

 

[17]  Il Castrum Leucum divenne l'attuale città di Lecco, che fu centro fortificato non solo nel periodo romano, ma anche per molti secoli successivi. Per quanto concerne l'etimologia, in A.BORGHI e A.BENINI, Appunti sulla storia di Lecco , ed. Beretta, Lecco, 1975, p. 6, gli autori riprendono le varie tesi note, proponendo una derivazione di Lecco da Leuki , tribù celtica che ai tempi di Cesare era insediata in Francia, oppure dal termine indoeuropeo locas, lucus, lucos  per indicare campo/paese. Quanto all'identità del castello romano di Lecco gli storici sono divisi piuttosto fra l'attribuzione all'attuale quartiere Castello e la fortificazione nella zona di S.Stefano. Di esso parlano diffusamente A.BORGHI e S.DELSANTE in Castello, ed. Stefanoni, Lecco, 1967, dove a p. 7 si ricordano le attribuzioni di G.P.BOGNETTI, in S.Maria di Castelseprio , Milano, 1948, p. 141, poi in Storia di Milano , Treccani, II vol., p.21 e di E.GANDOLA, in Le antiche mura di Lecco , Lecco, 1936, P.6. Quanto alla presenza dei romani è certa per diversi reperti sia militari che civili ricordati ampiamente nelle opere sopra citate.  Lecco ebbe  soprattutto una funzione importante come baluardo contro i Reti, rifugiati sulle Alpi dopo la conquista romana del 189 a.C.; da qui essi preparavano incursioni che giunsero a incendiare la stessa Como.

 

[18]  GAIUS PLINIUS, Naturalis historia , lib. III, cap. XXIII. Plinio il Vecchio Gaio Secondo nacque a Como il 23 o 24 d.C. e morì, come narra il nipote Plinio il Giovane, sotto la famosa eruzione del Vesuvio a Stabiae, l'attuale Castellammare nel 79. Retorico e grammatico insigne sotto Vespasiano e poi Tito, ricoprì importanti cariche politiche e fu comandante della flotta a capo Miseno. La Naturalis historia  è un'opera enciclopedica che tratta  un po' tutto il sapere del tempo.

 

[19]  Del ponte romano che superava l'Adda verso Olginate rimangono i resti di alcuni piloni affioranti. C.f.r. Appunti sulla storia di Lecco , op. cit., p. 7. Interessante è anche verificare la tavola itineraria di PEUTINGHER ricostruito dalle testimonianze dell'Anonimo Ravennate del VII sec., in Itineraria romana , Lipsia, 1940. Tra gli studi più recenti V. LONGONI, in Monte Barro una gita nel tempo, ed. Consorzio Parco Monte Barro, Galbiate, 1988, pp. 16-17, cita A. PALESTRA in Strade romane nella Lombardia ambrosiana, Milano, 1984, che formula un tracciato così distinto i miliari da Como in questo tratto: "... miliario XI a N-W di Pusiano, XII a S/W di Cesana Brianza, XIII Suello, XIV Cariolo superiore, XV Civate, XVI Cascina Monte Oliveto di Sala, XVII Galbiate, XVIII Cascina Vignazza di Galbiate, XIX Garlate, XX Ponte di Olginate". A Civate, comunque, la strada romana passava da Baroncello verso il Pozzo e non da Cariolo, posto troppo vicino al lago ed in epoca romana ancora terreno paludoso. Più difficile è invece documentare con certezza la presenza di un ponte tra l'attuale Pescarenico e la zona Porto, dal momento che non esistono tracce supestiti. A.BORGHI, in Appunti sulla storia di Lecco , op.cit., p.7, ipotizza:" Le tombe trovate a Pescarenico e al Porto fanno pensare che un ponte attraversasse l'Adda pressapoco dove c'è ora quello della ferrovia di Como". Inoltre, del ponte di Olginate parla in modo ampio N.DEGRASSI in Il ponte romano di Olginate  e la strada da Bergamo a Como, in R.A.C. 1946, p. 5 ss.

 

[20]  L'etimo originario di Isella è facilmente deducibile. Non si sa comunque quando essa sia stata dapprima congiunta con una sottile massicciata alle falde del monte Pedale, su cui sorge Civate, ma il tracciato si presentava sino a qualche anno fa, prima della costruzione della superstrada, praticamente allo stato originario, allungandosi per breve tratto fra le canne della palude lacustre. La stessa Isella costituiva in questo modo un luogo ideale di difesa militare.

 

[21]  Cfr. A.T.SARTORI, Un longus pons sul lago di Annone , in Atti Centro Ricerche e Documentazioni sull'antichità classica, vol. VIII, 1975-76, p.553 ss.

 

[22]  La linea difensiva creata dai romani è ampiamente conosciuta e documentata da tutti gli studiosi del territorio. Per una più completa conoscenza cfr. G.P.BOGNETTI, in S.Maria di Castelseprio , Milano, 1848 e G.P.BOGNETTI e C.MARCORA, in L'Abbazia di Benedettina di Civate , ed Casa del Cieco, Civate, 1957 e 1985.

 

[23]  Cfr. G.P.BOGNETTI, S.Maria , op.cit. p.52 ss., A.BORGHI, Castello, op.cit. , p.9.

 

[24]  Il termine fossatum  viene utilizzato ancora secoli dopo, come testimoniano i documenti dell'Archivio di Stato di Milano, Fondo religione, cart.37O1. In uno del 1461 si dice:"... que petia lacus presentis investiture capit a fossato...", in un altro del 1468,"... usque ad quondam fossatum sive terminum...".

 

[25]  Cfr. AA.VV., Scavi di Monte Barro, Comune di Galbiate-Como (1986-87) , in Rivista Archeologica della Provincia di Como, 1990.

 

[26]  cfr. V.GATTI, Abbazia benedettina di S.Pietro al Monte sopra Civate , Milano, 1980, p. 8-9.

 

[27]  A.BORGHI, in Appunti  , op.cit. p. 15, ricorda anche " la rocca della Chiusa di Vercurago" tra le"mura e torri già antiche".

 

[28]  Cfr. C.MARCORA, Il Messale di Civate , ed. Casa del Cieco, Civate, 1957, p. 18.

 

[29]  G.P.BOGNETTI, S.Maria , op.cit., p. 477; A.BORGHI, Appunti , op.cit., p.9; A.BORGHI, Castello, op.cit., p. 14.

 

[30]  Missale saeculo XI exaratum ad usum monasterii SS.Petri et Caloceri de Clavate ordinis S.Benedicti Dioecesis Mediolanensis , codice della Biblioteca Trivulziana, Milano, 2294 (D.127).

 

[31]  L'esistenza di una biblioteca nel monastero di Civate è diffusamente trattata da C.MARCORA in L'Abbazia Benedettina , ed. 1985, op.cit., p. 137 ss., rilevando la presenza di almeno 76 testi, di cui alcuni molto antichi, dopo la scoperta di due codici di Civate, con l'elenco di delle opere appartenenti al monastero, da parte di EVA ZIESCHE nella Staatsbibliothek Preussicher Kulturbesitz di Berlino. Ciò fa supporre la presenza di uno scriptorium a Civate, come conferma anche A.BERNAREGGI in Studi sacri e scuole ecclesiastiche in Milano prima dei Seminari , in Humilitas, 1929, p. 151. Nell'excerptum della dissertazione della tesi di dottorato di V.GATTI, Missale Clavatense - Manoscritto del secolo XI della Biblioteca Trivulziana, 2294 , Milano, 1988, p. 51, citando Dozio attraverso Magistretti, l'autore ricorda come, ancora nel 1470, l'unico monaco superstite si rendesse famoso per l'abilità nello scrivere libri, come documenta una carta d'archivio del monastero femminile di Lambrugo:"...questo monaco lasciò scritti per il monasterio di Lambrugo salterij e altre belle cose: veniva da Chivate a confessar le monache, et si tiene che fosse santo".

 

[32]  Le cripte più o meno similari, che vengono collocate fra il VI ed il XII secolo da S.CHIERICI, in La Lombardia , per la collana Italia Romanica, ed. Jaca Book, St. Léger Vauban,1978, sono numerose:

- cripta di S.Ambrogio di Milano: la cripta si fa risalire forse ad un intervento di Angilberto II vescovo tra l'822 e l'859. La costruzione della chiesa originaria comunque era di molto precedente e la prima consacrazione data 386. E' interessante notare comunque che Angilberto II fu l'arcivescovo di Milano che verso l'845, su insistenza dell'imperatore Lotario, permise il trasferimento delle reliquie di S.Calocero da Albenga, sul Ligure, a S.Pietro al Monte;

- cripta di S.Michele a Pavia: ne parla già Paolo Diacono nella Historia Langabardorum, affermando che vi trovò rifugio Unolfo, nel 642, dopo aver aiutato il suo signore Pertarido a salvarsi dalla vendetta di Grimoaldo. La costruzione attuale ha subito notevoli rielaborazioni da allora;

- cripta di S.Siro a Cemno: le sue volte sono a crociera ed appoggia su pilastri rettangolari. Le colonne sono prive di base ed hanno capitelli che vanno dal VII all'VIII secolo;

- cripta di S.Vincenzo a Galliano: è strutturata ad oratorio ed il concetto ispiratore, come ad Agliate, è legato alle particolari esigenze delle disposizioni liturgiche che imponevano officiature particolari alle chiese battesimali. Al di sopra il presbiterio è molto elevato;

- cripta di S.Pietro ad Agliate: è una delle più note dell'area comasca di tipo oratorio. Si estende sotto il presbiterio elevato e la navata. Le bifore che danno sulla navata centrale hanno una colonnina con pulvino a gruccia;

- cripta di S.Filastrio nel duomo vecchio di Brescia: la sua costruzione viene datata VIII-XI secolo e le spoglie del santo vi furono trasferite nell'838;

- cripta di S.Vincenzo in Prato a Milano: le prime notizie sulla sua esistenza risalgono all' XI secolo. Il presbiterio è elevato per dare spazio alla cripta stessa, di cui sono caratteristici i capitelli delle colonne, che sostengono le volte a crociera delle navatelle, che vanno dall'arte romana alla barbarica sino al romanico. Le campatelle sono divise da archi trasversi e logitudinali ribassati come in S.Calocero a Civate;

- S.Giacomo a Bellagio: questa chiesa del X-XI sec., pur avendo il presbiterio particolarmente elevato non ha tracce di cripta forse per la presenza sottostante di solida roccia;

- cripta di S.Carpoforo a Como: si fa risalire nelle sue linee attuali all'XI secolo. E' di tipo ad oratorio con tre navatelle;

- cripta di S.Vincenzo a Gravedona: caratteristica per i capitelli perloppiù cubici;

- cripta di S.Eufemia all'Isola Comacina: è particolarmente nota l'importanza storica e religiosa dell'isola durante le invasioni barbariche;

- cripta di S.Stefano a Lenno;

- cripta di S.Donato a Sesto Calende: il tipo delle volte, cupoliformi con archi trasversi è simile a quella di S.Calocero a Civate;

- cripta di S.Pietro in ciel d'oro a Pavia: la chiesa era la cattedrale della capitale longobarda;

           - cripta di S.Teodoro a Pavia: è la terza chiesa romanica pavese per importanza dopo S.Pietro e S.Michele.

             

[33]  Il riferimento è a ciò che in questi ultimi tempi si va supponendo esistesse un tempo proprio sotto l'altare di S.Pietro al Monte, in relazione anche a quanto verrà successivamente collegato alle divinità pagane delle fonti.

 

[34]  Intorno all'argomento "oratori" a Civate, l'autore di questi appunti si ripromette di pubblicare presto un lavoro specifico, data l'eccezionale importanza ed il legame culturale e sociale, oltre che religioso, che gli stessi ebbero nella storia del duplice monastero civatese e del suo territorio.

 

[35]  Questa ipotesi non è suffragata da certezze. In realtà, sarebbe più logico dedurre che la necessità della costruzione di un nuovo ospizio per i pellegrini, di cui oggi ancora rimane traccia evidente, e quindi della costruzione di un oratorio attiguo, derivasse proprio dall'ampliamento del monastero stesso con la costruzione a valle e il conseguente aumento di richiamo che esso costituiva.

 

[36]  HILDEMARUS, Expositio Regulae ab Hildemaro tradita et nunc primum typis mandata (Vita et Regula S.S.P.Benedicti una cum Expositio Regulae ab Hildemaro tradita) , Ratisbona, 1880.

 

[37]  Ildemaro, monaco franco, giunse in Italia con l'imperatore Lotario, sconfitto dai fratelli Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, alleatisi col giuramento di Strasburgo. Egli era in fuga dai territori franchi e tedeschi nell'843, dopo la firma del trattato di Verdun. Facevano parte del gruppo, tra gli altri, Wala, già abate di Corbie, che diverrà abate di Bobbio, Wolvinio, architetto ed orafo dell'imperatore Lotario e sicuramente autore dell'altare di S.Ambrogio. Egli era stato allievo di Eginardo, a sua volta un tempo architetto ed orafo nonchè biografo di Carlo Magno. Con loro c'era pure il monaco Leodegario, che dopo un primo periodo trascorso a Brescia fu inviato dal vescovo di quella città, Ramperto, nell'841, assieme allo stesso Ildemaro a Civate, dove quest'ultimo ebbe l'incarico di attendere alla revisione della regola benedettina, regola che nella sua revisione fu propagata in tutta Europa. Cfr. C.CASTAGNA, In hoc monasterio quod dicitur Clavate , Oggiono, 1987, pp. 32-33.

 

[38]  HILDEMARUS, Expositio , op.cit., p. 606.

 

[39]  Una folla di mortaio per la macinatura dei cereali è ancora visibile, inserita nel prato che fiancheggia a sud l'ingresso della basilica di S.Pietro al Monte. L'uso di questo tipo di macinatura, quasi rudimentale, è antichissimo ed è di origine orientale. Venne utilizzata a lungo nelle campagne anche in periodo romano e poi nel primo altomedioevo, data la sua semplicità e praticità anche per semplici gruppi familiari. Nel mulino a palmenti invece, due grandi macine unite da un perno e rotanti su una base tonda di pietra, erano mosse da più uomini o da animali aggiogati alle due estremità sporgenti del perno, oppure le macine erano costituite da due imbuti uniti per il collo e vuoti all'interno; esse poggiavano su un perno di pietra che aderiva perfettamente all'imbuto di base ed erano ruotate da animali o schiavi mediante un palo che attraversava l'imbuto superiore. Esempi di questi tipi di mulino si ritrovano  presso il 'forno di Modesto' a Pompei. La tecnica del mulino ad acqua risaliva già, come invenzione, alla scuola di Alessandria d'Egitto, nel III secolo a.C., ma come tante altre invenzioni tecniche non venne applicata che molto più tardi.

 

[40]  Il corpo del martire S.Calocero venne trasportato dal monastero di Albenga, sul mar Ligure, a S.Pietro al monte durante la permanenza di Leodegario ed Ildemaro, per l'intervento dello stesso imperatore Lotario e del vescovo di Milano Angilberto II. Esso rimase per qualche tempo a S.Pietro, finchè venne ultimato il monastero a valle, appunto dedicato a S.Calocero. La sua permanenza nella prima basilica ne determinò anche la particolare struttura architettonica biabsidata, sui modelli delle chiese dei monasteri tedeschi ristrutturati da Carlo Magno. Cfr. C.CASTAGNA, In hoc monasterio , op. cit., p.48 ss.

 

[41]  A questo proposito, con un poco di approssimazione, il Card. I. SCHUSTER, in Regula Monasteriorum , Milano, 1942, p.349, ed in Monasticon , Viboldone, 1946, p.73, afferma: " A Civate il monastero di San Pietro si erge sulle alte rocce della montagna impervia, assai distante dalla strada consolare. Però, sin dalla fondazione del monastero, ai piedi del monte venne eretto un secondo cenobio in onore di San Calocero, dove una parte della comunità si dedicava alle opere di spirituale assistenza ai viandanti ed ai mendichi" e quindi:" L'Abazia era duplice sul monte per per la comunità monastica colle chiese di S.Benedetto e di S.Pietro ed un secondo cenobio al piano, colla

chiesa di S.Carpoforo (sic) pel servizio dei pellegrini e degli infermi".

 

[42]  L'originale Vallis Mater agraria  è divenuta in seguito nei tardi documenti Vallis M.agraria , o Vallis M.agrera, anche se ha derivato l'attuale nome di Valmadrera da Vallis Mater-a, ossia dal termine mater nella ovvia trasformazione in 'madre'. OLIVIERI D., in Dizionario di Toponomastica Lombarda, ed. Ceschina, Milano, 1961, alla voce Valmadrera cita le due interpretazioni di A.Orlandi di Valmagrera , come valle dai magri campi e pure di Vallis Madraria , da una Materaria, luogo donde si ricava il legname.  La realtà locale non pare sostenere o aver sostenuto tali interpretazioni. La vallata era fertile e coltivata, dal momento che le zone al di là del lago erano occupate da estese paludi di cui rimangono tracce evidenti nella toponomastica come per il Laguccio o Peslago.

 

[43]  Il monte Pedale, oggi monte Cornizzolo, ha presumibilmente il significato di 'monte posto come piede' delle Alpi, perchè in effetti le sue propaggini sono le prime che si affrontano venendo da Milano sul tracciato che ora è percorso dalla superstrada Milano-Lecco.

 

[44]  Originariamente il nome doveva essere di lingua celtica e provenire dalla radice 'bar o ber ', molto diffusa nella zona. Da essa ad esempio deriva pure Barra e Barro, probabilmente anche Bergamo. A.BORGHI, in Appunti , op.cit., p. 6, attribuisce ad essi il significato di 'altura' o 'recinto'. OLIVIERI D., nel suo Dizionario di Toponomastica Lombarda, ed. Ceschina, Milano, 1961, alla voce Barra, ma non solo, sostiene la derivazione dal celtico barros , cioè 'sterpeto o cespuglieto'. Sembra però molto difficile attribuire tale significato a tutta la toponomastica locale, che vede un abbondantissimo uso della stessa radice. A Civate con tale radice si trovano ancora 'Bar - zegutta' (che forse è derivata dalla congiunzione del celtico bar con il latino sectus  o secutus , nel senso di separato o uscito fuori, dal momento che la località immette in uno stretto passaggio fra alte rocce che sbocca poi nella Valle dell'Oro) e pure ' Bar - oncello' (forse dal celtico baron  e dal latino cella, in cui si evidenziava la presenza, sull'altura particolarmente fertile, di una nicchia dedicata alla divinità della fonte attigua. Da lì transitava infatti la strada per Como). Vi è una località ancora sopra Valmadrera che conserva semplicemente intatto a tutt'oggi il toponimo 'Bar '. I romani probabilmente devono aver accettato senza cambiamenti il termine originario Baron , derivandone ' mons baronis ', ossia letteralmente' monte dello sciocco', fraintendendone (volutamente o per scherzo?) il senso. In altre località, sempre attigue al borgo, si ritrovano toponomastiche, come Faël e Faëe, le cui radici riportano al latino fanae , cappellette campestri dove i contadini deponevano le offerte alle divinità, o più semplicemente dal latino fagus, faggio. Cfr. V.LONGONI, "Oggiono ...", op. cit., p. 27 e OLIVIERI D., in Dizionario ..., op. cit. alla voce Faédo.

 

[45]  Cfr.  nota precedente.

 

[46]  La località oggi ha trasformato il suo nome in Cariolo. La derivazione è dal latino quadruvium. Cfr. OLIVIERI D., Dizionario..., op. cit. alla voce Carrobio.

 

[47]  La vallis deae orum o vallis deae oris, cioè "valle delle dee delle sorgenti", che risale il Cornizzolo verso S.Pietro al Monte, oggi è divenuta 'valle dell'oro' dalla dizione volgare che con le note cesure in dialetto suona "val de (l)'or" (mentre forse più difficile è sostenerne la derivazione dal greco "òros " monte, anche se Artemide aveva in Grecia l'appellativo di Méter òrèia, Madre della montagna). Il riferimento alla divinità delle sorgenti, con l'uso del termine os, oris  nella sua accezione antica, derivata dalla radice di orior, sorgere, riconduce il riferimento alle Deae Matres  (cfr. anche le note seguenti) nel culto delle sorgenti o dei pozzi, che antichissimo e diffuso in tutto il mondo, nei suoi tratti essenziali è simile a quello dei fiumi. L'acqua corrente, specie quella che sgorga dalle viscere della terra, per la mentalità primitiva era animata e divina. Nell'antichità fu connessa al culto femminile di Artemide, confusa anche con le Ecate e Selene, che a Roma si identificò con Diana. Artemide, divinità di origine pre-ellenica, regna sulla terra, soprattutto le parti incolte, le foreste e le colline dove abbondano gli animali selvatici. La sua funzione di dea delle nascite e di donatrice di fertlità all'uomo e agli animali e della salute ai neonati la fa onorare dalla gente comune, che crea sulla sua figura miti di donne o ninfe rese madri. Essendo fonte di fertlità doveva essere a sua volta Dea Mater. Cfr. AA.VV., Dizionario d'antichità classiche, Oxford University Press, London, 1962, vol. I p. 214, vol. III p. 502.

 

[48]  Cerere è l'antica dea italica del grano, il cui nome trae origine dall'osco Kerri; comunemente veniva identificata nell'antichità con Demetra, la dea greca della fertilità. Il culto di Cerere era associato a quello della Tellus Mater, come dimostra la sovrapposizione delle feste. Il più famoso culto di Cerere sull'Aventino, con Liber e Liberta, si riconduce alla triade del gruppo eleusino di Demetra, Kore e Iacco. Quanto a Demetra, dea greca del grano venerata in Grecia e nei territori del Ponto e dell'Asia minore, ella si identifica in Italia con Cerere. Le ultime due sillabe del nome indicano il termine "meter" (madre) e forse la prima sillaba viene da "Geo"(terra). Cfr. AA.VV., Dizionario d'antichità classiche, Oxford University Press, London, 1962, pp. 576-7, Vol. I. Dedicate a Cerere ed alle Matres, si trovano nelle vicinanze, a Beolco, due piccole are ricordatete già da G. Dozio in Notizie di Brivio e sua Pieve, Milano, Agnelli, 1858 e da C. Clericetti in Chiesa di Beolco , in Rivista Archeologica della Provincia di Como, n.10 dic. 1876.

 

[49]  Cibele è la grande Dea Madre  dell'Anatolia, venerata col suo giovane amante, Attis, dio della vegetazione. Il suo principale centro di venerazione fu a Pessinunte in Frigia e il culto compare anticamente in Lidia, da cui la venerazione passò in Grecia dove fu associata al culto di Demetra. Dea della fertilità, guarisce anche dalle malattie e protegge il suo popolo in guerra. Dea della montagna (Méter òreìa, madre della montagna) è anche signora della natura selvaggia, simboleggiata dai leoni che l'accompagnano. Cfr. CATULLO, LXIII. Il culto di Cibele venne portato a Roma dall'Asia Minore nel 204, ma ebbe solo più tardi una particolare venerazione con riti primaverili di purificazione e con l'immersione rituale. Alcuni riti si celebravano nel 'pastòs', una camera sotterranea. Ad essi è legato il rito del taurobolium , diffusosi a Roma all'epoca dell'imperatore Antonino e da qui diffuso in tutto l'occidente e soprattutto in Gallia nel periodo di rinascita pagana del 370 - 390. Per il suo carattere agreste, il culto era particolarmente amato dai contadini e dalle donne. In questo rito il partecipante scendeva in una 'fossa' e veniva irrorato col sangue del toro o di un montone sgozzato sopra di lui (Cfr. A.C.PRUDENZIO, Peristephanon , X, 1011-1050 e M. YOURCENAR, Mémoires d'Hadrien , 1951). Il rituale pare ripreso dal cristianesimo nella formula di purificazione:" Taurobolio criobolioque in aeternum renatus ", anche perchè il culto fin dall'antichità comportava la fede nell'immortalità, perchè Cibele e Attis erano i custodi delle tombe e l'aldilà era originariamente concepito come la riunione con la Madre Terra; secondo successive testimonianze si credette poi che l'anima facesse ritorno col rito alla sua fonte celeste. Cibele era solitamente raffigurata in un sacello, con un cesto e in mano una patera e un timpano e fiancheggiata da leoni o con un leone in grembo. Cfr. AA.VV., Dizionario d'antichità classiche, Oxford University Press, London, 1962, pp. 408-9, Vol. I. Legami antichissimi assimilano l'immagine del toro alla fecondità della terra e dell'uomo e il suo sangue alla rinascita. Gli stessi Ittiti (II millennio a. C.), che si stanziarono nell'Anatolia, rappresentavano con tale immagine il dio della tempesta, che era garante della fecondità. Interessanti sono alcuni frammenti di testo rinvenuti su tavolette d'argilla, scritti fra il XV e XIII sec. a. C., ma risalenti all'inizio del II millennio, in cui si parla della scomparsa del dio della tempesta, Telipinu, con il conseguente deperimento di tutti gli aspetti della vita naturale. Per questo è la stessa dea madre che interviene. Ecco la traduzione del testo: " Il grande dio solare preparò una festa ed invitò i mille dei: essi mangiarono, senza poter soddisfare la loro fame, essi bevvero senza poter estinguere la loro sete. Il padre del dio della tempesta disse agli dei: 'Mio figlio non è qui, si è adirato e ha portato con sè ( la virtù della crescita). Ha portato via tutto quello che è buono'. I grandi dei, quelli meno grandi, l'aquila si misero alla ricerca del dio della tempesta, ma non riuscirono a trovarlo. Ormai disperato, il padre del dio della tempesta si reca a trovare il nonno (del dio della tempesta) e gli dice:' Chi dunque ha peccato e ha fatto perire la semente e seccare ogni cosa?'. Il nonno risponde:' Se non sei stato tu, nessun altri ha peccato ... Ora va alla ricerca del dio della tempesta.' Il padre del dio della tempesta si reca presso la grande dea madre e le dice:' Il dio della tempesta si è offeso; tutto si è seccato, la semente è perita e mio padre mi ha detto: 'E' colpa tua...''. La grande dea madre risponde:' Non avere timore ... Va, portami l'ape. Le insegnerò a cercare (il dio della tempesta)'. Il padre del dio della tempesta disse alla grande dea madre:' I grandi dei e quelli meno grandi l'hanno cercato e non l'hanno trovato. Ora andrà a cercarlo l'ape, ma le sue ali sono deboli e anche l'ape è debole ....'." (in A.DE BERNARDI, S.GUARRACINO, Storia e società I, Mondadori, p.111). Qui si interrompe il frammento, anche se successivi documenti del mito permettono di ricostruire il ritorno alla vita attraverso il versamento del sangue del dio della tempesta (il toro). Tale mito del rapporto tra morte e ritorno alla vita è riconducibile sia ai racconti biblici, sia al mito di Gilgamesh, di origine mesopotamica, che riporta la storia del diluvio universale e dell'arca su cui si rifugia il saggio Utnapishtim con la sua famiglia e gli animali. L'acqua e il sangue sono gli elementi sacrificali legati alla simbologia della morte e della vita.

 

 

[50]  Il gruppo delle Deae Matres compare principalmente nelle province celtiche e germaniche dell'impero romano, come testimoniano numerosi monumenti di culto rinvenuti nella Gallia Cisalpina, Narbonense, nella Gallia vera e propria, nella Germania inferiore ed in Britannia. Le Matres  sono generalmente rappresentate in triadi, su un baldacchino con in mano un cesto di frutta, simbolo di fertilità ed abbondanza. Le Matres proteggevano gli interessi delle donne e la sfera militare (campestres).  Il culto si diffuse principalmente fra le classi umili delle province, soprattutto tra il 100 e il 250 d.C. Cfr. AA.VV., Dizionario d'antichità classiche, op.cit., p.561. vol. II.

 

[51]  E' noto come da pagus  derivasse appunto il termine 'pagano', per identificare coloro che rimanevano nelle campagne legati alla religione tradizionale romana o addirittura celtica. V.LONGONI, in "Oggiono ...", op. cit., a p. 27, indica come derivazione il greco pagá, peghé = fons  (fonte), oppure pagós = tumulus, collis  (tumulo, altura).

 

[52]  Quanto detto nelle precedenti note giustifica l'ipotesi del processo di continuità che senza dubbio dovette esservi nel passaggio dai culti celtici delle deae Matres  ai culti romani dell'italica Cerere e quindi dell'anatolica Cibele, comunque entrambe sovrapposte al culto eleusino di Demetra come dea Mater che ne sintetizzava i caratteri originari. La presenza del culto di Cibele si capirà in seguito anche per la scelta orientale sostitutiva di S.Mamete e nella sua ideale identificazione con la stessa divinità pagana, oltre che coi già accennati riti di purificazione legati alla particolare strutturazione della cripta di S.Nazaro. L'appellativo "La Santa" è comunque rimasto ancora oggi ad identificare la località ed i Bizantini stessi lo mantennero identificandolo con la Mater  cristiana, Maria.

 

[53]  Cfr. V.GATTI, Missale Clavatense , op.cit, p. 35.

 

[54]  S.Nazario e Celso sono martiri cristiani di origine romana uccisi a Milano durante le persecuzioni operate per ordine dell'imperatore Nerone (37-68 d.C.) nei primi anni di diffusione del cristianesimo. I loro corpi furono ritrovati da S.Ambrogio nel 395. Per questo la loro venerazione è particolarmente cara alla chiesa ambrosiana. La loro festa si celebra il 28 luglio. Più difficile sarebbe dare notizie precise di S.Basilide e S.Cirino. Quest'ultimo è nome oggi quasi completamente scomparso nella zona, pare legato in origine ai nomi Ciriaco e Cirico da cui anche Quirico, di origine sempre orientale. Il significato in greco è " del padrone o del Signore", tanto che esso indicò per un certo tempo anche la Domenica. Tra i vari S. Cirino ricordati dal Vol. I del 1961, dal Vol. II del 1962, dal Vol.III  del 1963, e dal Vol. VIII del 1966 della Bibliotheca Sanctorum editi a Roma, proprio la permanenza sul territorio delle derivazioni dal nome originario sembrano indicare come riferimento il santo citato con Primo e Teogene (cfr. p. 1340 del Vol. III). Questi è ricordato come santo dell'Ellesponto sia dal Martirologio Romano , che dal Martirologio Geronimiano , anche se studi recenti insinuano addirittura il dubbio che la presenza del nome del santo sia frutto di un errore di interpretazione del testo nella traduzione latina dalla passio  greca. Sull'identità di S.Basilide pure, sempre citato nella stessa opera al Vol. II, p. 903,  esistono molte interpretazioni. La più condivisa è quella che lo vede santo martire di Antiochia. Questa interpretazione è accompagnata in letteratura dagli Atti, del tutto favolosi, che narrano la sua vita. Tali Atti, tradotti poi in etiopico dal copto nel 1397 da un monaco del monastero di S.Antonio in Egitto, conservati oggi in una traduzione etiopica degli agiografi copti e in una araba (ms. arabo 150 della Biblioteca Nazionale di Parigi ff. 212-280), sono attribuiti a papa Celestino I, che governò la Chiesa al tempo di Teodosio II (408-450).

 

[55]  S.Simone apostolo e martire si venera il 28 agosto nel calendario romano. Fu soprannominato il Cananeo o lo Zelota per distinguerlo da Simon Pietro. Secondo la tradizione cristiana predicò il vangelo in Persia e vi subì il martirio. E' particolarmente e singolarmente celebrato dalla chiesa di rito orientale. La sua celebrazione resterà legata sino agli inizi di questo secolo alla maggior festa nel territorio civatese del monastero, celebrata a fine ottobre e accompagnata da una grande fiera agricola e del bestiame.

 

[56]  Per un esame codicologico-paleografico più preciso, si rimanda all'opera di V. GATTI, Missale Clavatense , op.cit, p. 57.

 

[57]  Un altro S.Mamete è presente fra i santi cristiani. Presbiter, ma non martire, appartiene anch'egli alla chiesa orientale di quel periodo. Giunto nella Gallia romana, pare operasse alla conversione dell'Avernia. A lui fu intitolata la diocesi di St. Flour ed a lui è intitolato un paese, St.Mamet Le Salvatat.

 

[58]  Cfr. FATIH CIMOK, Cappadocia , ed. Turizm Yayinlari LTD., Istanbul, 1988, p. 31.

 

[59]  L'identificazione o la sovrapposizione di immagini e culti di divinità similari, ampiamente riscontrabile soprattutto negli anni dell'impero, più che nella diffusione di culti diversissimi sul vasto territorio della romanità, è da ricercarsi nella comune radice d'origine, in particolar modo per quanto concerne le deae matres, legate all'orginaria unità d'appartenenza indoeuropea.

 

[60]  Cfr. AA.VV. Storia dell'Arte , Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1976, vol.III, p. 57.

 

[61]  FIRMICO MATERNO, De errore profanarum religionum , 18.

 

[62]   CLEMENTE ALESSANDRINO, Protrepticus , II, 15.

 

[63]  AA.VV., Dizionario d'antichità , op.cit., p. 409. Cfr. anche L. BOUYER, Il rito e l'uomo , ed. Morcelliana Brescia, 1980, p. 167, dove l'autore sostiene che lo stesso rito pagano sia stato influenzato dal cristianesimo.

 

[64]  H. DESSAU, Inscriptiones Latinae Selectae , 4152.

 

[65]  Cfr. S.Vincenzo a Galliano in S.CHIERICI, La Lombardia , op.cit., p.244-5.

 

[66]  S. CHIERICI, Lombardia , op.cit., p. 238.

 

[67]  Cfr. A.BORGHI, Castello, op. cit., p. 7.

 

[68]  G.P.BOGNETTI, S.Maria , op.cit., p. 141.

 

[69]  G.P.BOGNETTI, Storia , op.cit., vol. II, p. 21.

 

[70]  Cfr. A.BORGHI, Castello, op.cit., p.7.

 

[71]  Cfr. V.LONGONI, Oggiono antica pieve , ed. Cattaneo, Oggiono, 1985, p. 26.

 

[72]  Cfr. C.GOTTIFREDI, Il battistero medioevale di Oggiono , ed. Cattaneo, Oggiono, 1953, pp.VIII-IX.

 

[73]  Cfr. V.GATTI, Missale Clavatense , op.cit., pp.101-2.

 

[74]  " ... Al Baptisterio si faccia il suolo, et la ferrata intorno...". Decreta Visitationis alla parrocchia di Civate da parte del Card. Carlo Borromeo del 4 settembre 1571, manoscritto in volgare non registrato, archivio parrocchiale di Civate. Lo stesso MAGISTRETTI ha sostenuto che" ha tutta la ragione di esistere in quel luogo un battistero, il quale potrà essere dedicato a San Benedetto, quando cessò il primitivo uso", in Archivio Storico Lombardo 1896, II, p. 337, nota. Anche il card. A.I.SCHUSTER sembra confermarlo  ne 'L'opera del monachesimo nella vita liturgica a Roma, in Liber Sacramentorum, Torino-Roma, 1930, sostenendo, come fa P.SCHMITZ in Histoire de l'Ordre de S.Benoit, Maredsous, 1949, II, pp. 338-40, che allora i benedettini abbandonavano il cursus proprio, per seguire quello della chiesa a cui erano stati chiamati.

 

[75]  " ... Baptisterium collocetur in Capella eo nomine construenda à Populo ad formam institutionum praescriptam prope portam maiorem à parte aquilonari inter columnas, et parietes aquilonares, quae claudatur, et ad eam ascendatur uno gradu, tum descendatur duobus gradibus ad fontem iuxtà praescriptum...". Decreta Visitationis  alla parrocchia di Civate da parte di Don Paolo Barchio, delegato del Card. Federico Borromeo nel dicembre del 1595, manoscritto in latino non registrato, in archivio parrocchiale di Civate. Civate appartenne poi sempre alla pieve d'Oggiono, eccettuato un periodo della durata di due anni a partire dal 14 luglio 1754, quando la Giunta del Censimento lo pose alle dipendenze della pieve di Garlate, come è documentato negli Archivi di Stato di Milano, al Fondo Censo p. a. , Cart. 951.

 

[76]  Cfr. G.P.BOGNETTI e C.MARCORA, L' Abbazia , op. cit., p. 232.

 

[77]   Cfr. G.P.BOGNETTI e C.MARCORA, L' Abbazia , op. cit., p. 313.

 

[78]   Cfr. V.LONGONI, Oggiono antica pieve ,op. cit., pp. 70-71. Dello stesso autore Monte Barro..., op. cit., cap. IX, in cui, a p. 80 si ricorda di come, nel 1373, Bernabò Visconti facesse uccidere e bruciare, disperdendone le ceneri come esempio per i suoi nemici, l'allora abate di Civate, Giovanni Visconti, suo parente, ma colpevole di qualche dissenso nei confronti del feroce tiranno milanese. Lo stesso peraltro fu poi avvelenato dal nipote Gian Galeazzo che ne ereditò il potere.

 

[79]   Ibid., pp. 73-79. Non deve trarre in inganno la segnalazione di "el borgo o loco de Civà pieva de Ogion" che si trova negli Statuti delle strade del Contado di Milano fatti nel 1348, a cura di G.Porro-Lambertenghi in Miscellanea di Storia Italiana, VII (1869), Torino, citato da LONGONI V. in Monte Barro ..., op.cit., p. 76. Tale identificazione, peraltro incerta già nella determinazione di borgo o loco e dovuta al  pagamento della manutenzione stradale, veniva approssimativamente assegnata per la vicinanza della pieve di Oggiono, ma non per l'effettiva appartenenza nella diocesi, come è comprovato dall'assenza della stessa Civate dai documenti ecclesiastici successivi.

 

[80]  Atti di Visita , in Archivio Arcivescovile, Milano, Sez.X, Oggiono, vol. 21.

 

[81]  Decreta Visitationis alla parrocchia di Civate da parte dell'incaricato del Card. Federico Borromeo Don Baldassare Cipolla nel 1604, manoscritto in latino non registrato, archivio parrocchiale di Civate.

 

[82]  La precisazione è interessante, perchè ci consente di scoprire che l'altare era ancora senza pietra sacra, a testimonianza della sua antichità.

 

[83]  Decreta Visitationis  alla Parrocchia di Civate da parte di Antonio Albergato, visitatore incaricato dal Card. Federico Borromeo nel 1608, in Archivio Parrocchiale di Civate, manoscritto latino non registrato.

 

[84]  La "tavola" è un'antica unità di misura agraria di superficie oscillante fra le a O,4 di Udine e le a 10 di Roma.

 

[85]  Decreta Visitationis  alla Parrocchia di Civate da parte di Antonio Albergato, visitatore incaricato dal Card. Federico Borromeo nel 1608, op.cit.

 

[86]  L'attenzione si deve in particolar modo rivolgere alle caratteristiche colonnine di sostegno. Esse, infatti, pur rudi nella loro conformazione quadrangolare, sono evidentemente tagliate a filo da blocchi di arenaria, a differenza dei torsi delle colonne di S.Pietro e S.Calocero, che sono in ghiandone lavorato a mano. Il taglio a filo della pietra e la presenza di una cava estrattiva è da ricondursi al periodo della presenza romana ed alla introduzione di tecniche più specialistiche di lavorazione, che non si sono evidentemente mantenute nel successivo periodo alto medioevale. Esistono ancora nei pressi di Oggiono delle cave d'arenaria, che hanno operato attivamente per secoli, a Momboldo, Baravighetto e alla Molera come ricorda anche F.PIROLA in "La mia Oggiono di oggi e di ieri ".

[87]  U.SACCHI, La ex chiesa parrocchiale di S.Anna a Bosisio Parini, ed. Lions Club Castello Brianza Laghi, Oggiono 1989, p. 2.

 

[88]  Ibidem.

 

[89]  IL riferimento all'arco fa supporre che esso esistesse fra la cappella del presbiterio e la navata.

 

[90]  Estratto della visita di Federico Vimercati del 1686, manoscritto latino in Archivio Parrocchiale di Civate, non registrato.

 

[91]  G.BENEGGI, Oggiono - Pieve e dintorni , ed. Biffi, Oggiono, 1897, p.16. Dall' INSTROMENTO di liberatione dall'infeudazione, per le Terre delle Pieui d'Oggiono, e Garlate  si evince che i focolari di Civate all'epoca erano 103. La vendita delle feudalità fu una illusione, anche per i diritti di giudizio sulle terre, rivendicati dal Magistrato della Martesana, che però si risolsero favorevolmente nel 1655, con delibera del Senato di Milano. In base a tale delibera si dichiarano redente le terre di Oggiono, Civate, Annone, Vergano, Sirone, Brongio, Molteno, Luzzana e Garbagnate con Garlate, Galbiate, Sala, Vamadrera, Malgrate, Pescallo e Pescalina, Dozio, Biglio e Bartesate. La comunità di Civate pagò, per mano di Domenico Sacco, suo procuratore, la somma di lire otto cento imperiali, l'8 maggio 1562. I conti furono definitivamente saldati con il versamento di altre 2290 lire imperiali.

 

[92]   8 agosto 1652, Archivio di Strato di Milano, Religione p.a., 3701.

 

[93]  E.BRAMBILLA, Politica, Chiesa e Comunità locale in Lombardia: l'Abbazia di Civate , in Nuova rivista storica, fasc.I-II gennaio-aprile 1987, p. 90.

 

[94]  U.SACCHI, La ex chiesa parrocchiale di S.Anna , op.cit., p. 2.

 

[95] Visita pastorale  del card. Pozzobonelli del 21 giugno 1759, doc. manoscritto in latino non registrato, Archivio Parr. di Civate.

 

[96]  Cfr. nota 84.

 

[97]  Il cubito è una unità di misura lineare che corrisponde a circa metri 0,44. L'edificio risulterebbe pertanto avere in metri le seguenti dimensioni: circa m. 9 x 4 con altezza m. 5,4. Le dimensioni devono pertanto essere alquanto approssimative e riferirsi alla sola navata.

 

 

[98]  Cfr. C.CASTAGNA, In hoc monasterio quod dicitur Clavate, Cattaneo, Oggiono, 1987, p. 12.

 

[99]  Cfr. C. CANTU', Le vicende della Brianza , S. Bravetta, Milano, 1836 e Storia di Como e la sua Provincia  , Sardini, Milano, 1859.

 

[100]  V.Gatti, autore del più recente ed importante studio sul Messale di Civate , individua la festa in riferimento alla celebrazione dei santi Faustino e Jovita oppure alla Purificazione, il 2 febbraio. Questa seconda ipotesi è senza dubbio la più interessante, perchè permette di collegare la tradizione alla stessa celebrazione ricordata da una decorazione plastica ancora visibile e leggibile, conservata nella cripta di S.Pietro al Monte. La festa cristiana della Presentazione, corrisponde alla celebrazione dei riti della luce, legati a quelli della purificazione e battesimali.

 

[101]  Miscellanea, doc. manoscritto in latino non registrato e non datato, Archivio Parr. di Civate.

 

[102]  Vedi nota n. 2.

 

[103]  Sr. S.PIROLA, L'Oratorio di S.Nazaro e Celso in Civate , documento manoscritto corredato di tavole, archivio Famiglia Beato Angelico, Milano.

 

 

[104]  Cfr. C.BORROMEO, Instructiones Fabbricae Ecclesiae , 1577, Archivio Arcivescovile di Milano.

 

[105]  Cfr. F.BORROMEO, Costitutiones ad Fabricam vel Reparationem Ecclesiarum , 1620, Archivio Arcivescovile di Milano.

 

[106]  Visita pastorale  del card. Pozzobonelli del 21 giugno 1759, doc. manoscritto in latino non registrato, Archivio Parr. di Civate.

 

[107]  Uno studio particolareggiato è stato fatto da CORNAGGIA CASTIGLIONI O., La Cultura di Civate: una nuova "facies" arcaica della Civiltà eneolitica della Lombardia, pubblicato nella rivista NATURA della Soc. Sc. Nat. del Museo Civ. St. Nat. e Acquario Civ. di Milano, n.62/1 del 15.III.1971. In esso, oltre ad una descrizione della "cella funeraria" risalente dall'età del rame all'epoca volgare, si esaminano le incisioni parietali ed i reperti stratigrafici dei vari periodi, tra cui, oltre ad una moneta romana risalente all'imperatore Gallieno, un "antoniniano", reperti d'industria litica, in metallo ed osso, oggetti di adorno, resti di ceramiche e faunistici.

[108]  Cfr. OLIVIERI D., Dizionario ..., op. cit. p.14.

[109]  Cfr. nota 44.

[110]  Cfr. LIVIO T., Historiae, XXXIII, 36, 9-18.

[111]  Riferendosi alla località nei pressi di Milano, l'Olivieri sostiene la derivazione di Linate da linum o da Linus e quindi può essere altrettanto per la località omonima di Civate, anche se qui forse la radice è derivata da lineatus, allineato.  Borimina : forse da bar-imus, cioé al di sotto dell'altura, essendo ai piedi di Baroncello. Per il Pozzo, la derivazione non pare da puteus , ma piuttosto da potus , per indicare forse la possibilità di bere presso una taverna o un casolare. Cfr. anche nota 44.

 

[112]  Per una più completa comprensione dei toponimi si indica l'opera di OLIVIERI D., Dizionario .., op. cit. alle relative voci. Qui, per semplicità, si riportano sottolineate alcune note tratte appunto da tale opera, con qualche commento. Isella: fr.Civate; fr. Abbadia Cerreto (Lodi) a.879 e 972; fr. Castiglione (Lodi) L'Agnolelli sostiene sia sincope di Isolella. Presente nel XII sec. presso Milano. Nisèla, presso Pasturo ha forse la stessa radice, "quando la Valsassina era tutta un lago". La Santa :  località presso Monza , dove si trova la chiesa di Sant'Agata. Valmadrera : vallis Magrera sec. XIII lib.Not. Per l'Orlandi Valmagrera è ancora denominazione popolare derivando il nome dalla 'scarsa fertilità dei suoi campi'. Altrimenti da Vallis Madraria derivata da Materaria, "luogo da cui si ricava legname". Tozio : inesistente nell'opera in cui si dà solo l'interpretazione di Dozio da (locus Docio sec. XIII lib.Not.) forse riconoscibile anche in Deussio a.956 (Cod. Long., 1052) identico a Desio da un nome personale , Deozza. Barzagutta: inesistente. Brugnoso : inesistente nell'opera, oggi Borgnoso. Chiaramente deriva da pruno. Nuveredo: inesistente nell'opera, ma forse da ricondursi a nuvoloso o a nuvolaio, cioè luogo di scolo delle acque piovane.Scola : inesistente Baroncello: inesistente. Borima : inesistente.Cariolo: da Quadruvium. Bellingera: dal nome Bellingero, Beringhiero. Scarena: anche fr. di Asso e fr. di Sospello (Alpi Marittime) di cui si dà l'interpretazione dal provenzale escareno, luogo molto ripido o fianco scosceso del monte. Insieme con Scarenno in due luoghi del novarese. Per Civate l'etimo non corrisponde assolutamente ed anche ad Asso la Scarena è caratterizzata dalla presenza di mulini. Castello e Castenuovo : da castrum. Scola  : dalla confraternita d'assistenza ai pellegrini che vi era insediata. Cà  Nova : dal nuovo ospizio dei pellegrini  sorto presso l'oratorio di S.Vito in epoca successiva.Cersciera :  probabilmente dall'aggettivo cereseus. Campacci :  campi comuni, poco produttivi, posti in località montane.

 

[113]  Cfr. nota precedente.

[114]  Cfr. nota 47.

[115]  Si ricordi quanto già riportato:  fanae , cappellette campestri dove i contadini deponevano le offerte alle divinità, in LONGONI V., "Oggiono ...", op. cit., p. 27 .

[116]  Che vi fosse una sorgente od un pozzo persino davanti alla chiesa lo sostiene anche Cesare Cantù nelle sue Storie, quando parlando di S.Pietro ricorda come verso il 1870 una ragazza vi sia cascata dentro e vi sia rimasta per qualche giorno.

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