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To Mongolia

sulle Vie della Seta

 

impressioni di viaggio

da Milano a Ulaan Baatar 

di carlo castagna

ã Copyright Castagna Carlo 1997


 

 

Regarder les autres

nous oblige à lever la tête

et nous permet de voir loin

(Jean Rostand)

 

 

A lei, che non è venuta in viaggio con me...

 

 

E’ il primo settembre ed osservo dal cielo infuocato del tramonto la laguna di Venezia che si stende lussureggiante, magnifica sotto di me. Le isole e le insenature del mare vi si intrecciano e vi si allacciano in un abbraccio naturale, che ne esalta i colori variegati e le forme sinuose come in un fantastico gioco di luci ed immagini. L’aria condizionata non mi permette di sentire la vampa del sole che intuisco ancora intensa dal riverbero di fiamma che s’accende sull’acqua.

Da Vienna, il piccolo veivolo della Tirol mi sta riportando ormai in Italia, sull’ultimo tratto di percorso compiuto al mio rientro da Ulaan Baatar. Avevo lasciato il nostro paese quasi due mesi fa, il dodici luglio, mentre tutti si preparavano affannosamente a vivere le loro vacanze. Anch’io m’avviavo allora per il mio lungo viaggio.

Tra le mani, da rileggere per l’ennesima volta, stringo le righe d’appunti che mi ispiravano le impressioni al ritorno dal mio primo, lontano incontro, profondo ed indimenticabile, con l’estremo oriente, vissuto anni fa.

“ 10.09.1989. Dall’oblò dell’aereo la pista appare immersa in una sonnolenta oscurità, punteggiata da luci gialle e dalla sagoma grigiastra di un aereo in attesa di decollo. Il cambio dei fusi orari disorienta in questa sosta prevista durante il volo che da Pechino ci riporta in Europa. A Karachi scende una pioggerella fitta e insistente che allevia un poco l’afa pesante e fa brillare l’asfalto nero nella notte. 

Torno col pensiero all’immensità grigia in una desolata solitudine della piazza Tienanmen vista nel pomeriggio plumbeo. E´ l’ultima immagine che mi accompagna di un viaggio che pareva interminabile e si è concluso in quel cuore di Pechino, che dal giugno scorso ha smesso di pulsare e mostra il suo selciato ruvido malinconicamente vuoto.  Segnato dai colpi che ne hanno scalfito i gradoni del monumento e dal fuoco che ha annerito le larghe pietre incise dai mezzi cingolati, é ora protetto sui bordi da giovani soldati disposti su una linea immaginaria perfetta e continua, in assetto di guerra. L’emozione qui si tocca con mano nel silenzio dei nostri sguardi inquieti, mentre la giovane guida cinese mi sussurra con un filo di voce sgomenta:" Anche per me é la prima volta ... dopo...!".

Piazza Tienanmen é stata per giorni e giorni la nostra meta, l’obiettivo da raggiungere di un viaggio che ha assunto i toni sfumati di una scommessa contro noi stessi e le nostre forze, contro l’altrui incredulità, quasi contro un avvenimento della storia  certo più grande di noi e da cui non volevamo, non dovevamo lasciarci travolgere. E proprio qui, proviamo un’ultima emozione fortissima, un sentimento di felicità frammisto a grande tristezza, come sempre quando un sogno finisce ed é un grande sogno ed oggi questo spazio proibito ha assunto un significato veramente importante per tutti.

Perfettamente in orario, il Dc 10 della Swissair inizia lentamente a rullare sulla pista senza un fruscio. In poche ore ripercorriamo a ritroso l’itinerario che ha impegnati assiduamente noi ed i nostri mezzi per cinquantun giorni da Milano fino a Pechino...”

Oggi, concludo il terzo lungo incontro con l’oriente, su un percorso che, attraverso dieci paesi, mi ha condotto ancora una volta con vecchi e nuovi compagni fino alla capitale della Mongolia sulla Via di Mezzo della Via della Seta, uno dei percorsi che mi hanno sempre affascinato e che in un lontano passato conducevano le merci dal cuore dell’Asia alla ricca Europa e che si perdono oramai nel tempo e nel ricordo...

Di quest’Asia ho imparato a conoscere negli anni l’accoglienza della gente, il caos delle città, i contorni geografici sempre diversi e le forme strane e affascinanti, il pensiero profondo, difficile e le aspirazioni taciute che la proiettano verso il futuro. Ho imparato ad amarla.

Questo diario continua a testimoniare il mio rapporto intenso con questo continente, rivelando, al di là delle immagini descrittive della terra e degli incontri, le impressioni immediate, soprattutto le sensazioni personali  maturate lungo quest’ultimo fantastico percorso di oltre quattordicimila chilometri che mi ha condotto da Milano ad Ulaan Baatar.

 

Venezia, 1 settembre 1997.

 

                                                                                                Carlo Castagna

 

12.07.’97

Ho baciato Alessandra sulla guancia, sorprendendola un po’, come Anna. Ma quietamente, contento.

Finalmente si parte dopo un’ora d’attesa febbrile. La morsa inesorabile, assurda, di Lecco blocca anche stamani il serpente infuocato di lamiere brillanti che poi lentamente inghiotte a sussulti, solo per sputarlo più su in Valtellina o Valsassina. Questa pretesa città si vendica forse così anche del mio profondo disgusto per il suo ammasso sregolato ed inutile, vuoto, di edifici e di uomini.

Le undici e trenta oramai e Patty mi abbraccia con gli occhi arrossati dal pianto nascosto, restandosi sola ancora una volta e facendomi ancora sentire colpevole in fondo. “ Che ti aiuti...!” sussurra sul labbro convinta, con dolce speranza, mentre Lele per ultimo quasi infila la testa dal vetro pulito, suggerendo prudenza “...Va’ adagio; sta’ attento...”. Chissà come fa pure lui a capire la mia esuberanza che tento tenere nascosta, geloso dei miei sentimenti, sentendo che forse sarà disatteso.

Alessandra frattanto è seduta di già accanto a me, in silenzio. Diffida. Con tacita trama mi è stata affidata, compagna di viaggio per Teheran. Cinquemila chilometri circa. Coi soli vent’anni immaturi e un carattere detto da tutti introverso e difficile, il viaggio sarà terapia. Per lei e per me.

Petrolcarbo: Annabella si butta sul traffico teso allo spasmo del sabato, bloccandolo, piazzandosi lì risoluta davanti al cancello per far scivolare all’unisono i mezzi sul dorso d’asfalto del ponte, liberandoli. Per primo, verde e panna, possente in assetto da dune, il land di Roberto con Anna, la bionda sorella di Ale; poi i nostri tre minibus, di me, di Graziano e Alessandro, di Romano con Fabio, tutti bianchi e lucenti da far tenerezza, col marchio d’un giallo e d’un nero precisi dell’Agip in alto a sinistra sul box dei ricambi, davanti alla serie ordinata di taniche. Carovana ch’è strana e che attira l’occhiata curiosa, dubbiosa, impaziente, mentre punta diritta a Milano.

Un po’ titubante, Alessandra  non vuole sentirsi da subito sola. E allora le faccio domande e parlo di me e quasi commento me stesso per non lasciare finire il discorso. Sentiamo che il nostro rapporto può morire da adesso e assolutamente non voglio. Forse, non vuole. Lei mi tende una mano, sempre più. Siede già meno rigida, anche se non può sopportare la cintura che stringe  e la soffoca. Pazienza. E pure la radio, un vecchio catorcio, riesce a gracchiare per tratti dei brani di qualche canzone. E’ già tanto.

Poi tanta campagna e le ondulazioni delicate dei colori pastello della riviera adriatica, con le macchie intense d’oro dei girasoli e la striscia blu, in fondo, costante, del mare e la solita sosta all’autogrill, anonimo.

La sera trascorre in ”fattoria”: una casa peraltro moderna, dalle pareti solo intonacate di fresco ed  aiuole di pini e magnolie al bordo d’un breve cortile d’autobloccanti grigi in cemento.

Fabio e Alessandro sono diciannovenni entrambi, un esame di maturità sostenuto da poco senza ancora risultato alle spalle (“...ma chi se ne frega!”) e tanta voglia d’avventura: chi riuscirebbe ad impedir loro di montare la tenda, per la prima volta nella loro vita, nel prato all’inglese?

Le ragazze, più prudenti, guardano noi. Cincischiamo. L’esperienza suggerisce d’attendere un invito a  cena, che regolarmente arriva, e poi a dormire all’interno, in un ampio salone di otto per sei con troppo pochi mobili e molto spazio per i sacchi a pelo. Ospitalità squisita del meridione. Per stanotte, Anna e Alessandra si uniscono volentieri a noi. Avranno ancora spesso altre occasioni per giocare alle Giovani Marmotte.

E pure noi ci addormentiamo per terra, immaginando per quanto possibile le successive tappe di questo percorso che di sicuro pare solo interminabile sino a Ulaan Baatar, un puntino nero che abbiamo osservato per mesi, dubbiosi, sulla carta, ma che non riusciamo a figurarci ancora come reale!

 

13.07.’97

Ti sorprende improvvisa la cura e la bellezza delle siepi profumate d’oleandro, di pino, d’eucalipto e di ginestra lungo il percorso dell’autostrada di Marche ed Abruzzo, solo quando scopri a confronto lo squallore d’abbandono della Puglia, secca e riarsa nelle sue prospettive, bruciata come l’erba e le macerie sparse ai bordi dell’asfalto, senza tregua. Pretenzioso lo stabilimento balneare brulicante, in cui ci concediamo un tuffo dispendioso a Monopoli, prima dell’atmosfera da terzo mondo che affolla il porto di Brindisi. Tutto per liberarci dalla noia dei chilometri inutili ed interminabili di questa tappa.

Meglio così. Dimentico l’Italia più in fretta, con la stessa stupida facilità con cui risulta disperso a bordo il mio bagnoschiuma, sulla nave che scivola silenziosa nella notte verso Igumenista.

La costa, coi festoni di luci della città, scompare lontana, nel buio impenetrabile.

 

 

14.07.’97

La Grecia questa volta mi accoglie dalla parte del mare, che le è più congeniale, con le isole che il traghetto induce ad accarezzare in un soffio, leggere sull’acqua quasi immobile. Igumenista è colorata di insegne e ricca di voci, rumori, suoni e indicazioni di segni che d’improvviso mi riportano agli studi del ginnasio. A stento mi cimento nella lettura, sillabando come allora. Uno scherzo.

Da mare a mare c’è la barriera verde dei monti impervi, con cittadine e villaggi appena accennati fra i passi e la strada tagliata nei fianchi. Imponenti, le rocce di Meteora richiamano i miti degli dei e la loro possenza incombendo sulla piccola chiesa bizantina del secolo dodicesimo. “Acquistare il ticket per l’ingresso!” vi compare. Ma il guardiano se la dorme in una siesta goduta chissà dove e non resta che attendere inutilmente, delusi sotto un sole che cade a perpendicolo sbiancando gli alberi e le case.

Scientificamente posso dire d’avere eliminato una tartaruga. Scientificamente. L’ho uccisa. Forse! Ecco la versione dei fatti, dal mio punto di vista. Sono solo i primi chilometri di saliscendi. Una strada tutta curve nel verde dei lecci, betulle biancheggianti, anche pini di mare. Su un tornante in discesa una macchia più scura d’asfalto. O sembra una macchia. Un pugno o qualcosa di più. Guido il gruppo e discendo veloce. A pochi metri l’inganno. D’un lampo il nero si fonde con l’ombra del sole d’un poco allungata sul carapace.

Una tartaruga attraversa la strada solo in storielle  d’Esopo o in racconti di humour inglese! Non qui. Del resto, l’onestà impedisce d’immaginare che ad attraversarci la strada sia un giorno una tartaruga! Un cane forse, un gatto, una mucca... addirittura ammettiamo un impala magari, se siamo nel folto del Serengheti! Ma una tartaruga! Grottesco!

Sono solo artefice del gesto e testimone. Il mezzo è pesante, è da dire. Carico, non ben equilibrato, veloce. Devo evitare la vittima, probabile, e la pericolosa sbandata, impossibile. Ci provo.

A sostenere convinta che lo “scrasch” percepito sia indubbiamente riconducibile allo stritolamento di concrezione ossea è Alessandra. Che non vede nulla però... Io non potrei del resto giurare che il rumore non provenga dallo schiacciamento improvviso del mio stomaco, al pensiero. Voglio ancora credere d’aver evitato l’impatto, irrimediabilmente funesto, d’aver solo sfiorato (o in parte toccato di striscio) e fiondato sul lato il povero, piccolo animale. Il gruppo che segue non vede e non sente di nulla!

Avrei pure proposto  (ed ora lo faccio soltanto con fare ideale: profonda l’angoscia e il rimorso!) di condurre la tartarughina indifesa nel viaggio, come nostra mascotte. Non è dell’avviso Alessandra. Non si fa in assoluto. E’ sconvolta. L’animale non sarebbe a lungo rimasto. E del resto, a lei personalmente, dopo aver visto “La storia infinita”, le tartarughe fanno decisamente schifo!

Naturalmente tutto per ipotesi!

Poi via sull’assolata Larissa e le gole dei fiumi ed il verde lussureggiante dei boschi sull’Egeo verso un tuffo nel mare stupendo, di smeraldo...

 

15.07.’97

... Leptokarina, Katerini, Salonicco, Kavala: tappa di trasferimento veloce sull’azzurro del mare verso l’Irini Camping, sosta che ormai m’è divenuta usuale sin da quando tagliavo l’allora Jugoslavia per l’assolata Turchia. Pochissima gente quaggiù. “E’ presto ancora per la stagione di punta” mi spiega gentile il custode gestore con occhio un po’ freddo.

Mi distendo nel mare. Le lunghe nuotate da solo mi danno una soddisfazione intensa, selvaggia, da sempre. Amo il mare, d’una passione inconscia, tenace.

Anche il mattino, nel fresco del sole nascente, sono stato a lungo “sospeso sull’acqua come un acrobata” per ritrovare me stesso. Inutilmente per ora.

La notte, il temporale ci sorprende violento e impedisce dispettoso a Roberto ed a me di provare il tettuccio del minibus come giaciglio sotto le stelle. Ci rannicchiamo invece mugugnando, un po’ scomodi, sugli stretti sedili, pentendoci di non aver montato una tenda colorata  nel sole, come gli altri.

 

 

16.07.’97

Se c’è un mare in un paesaggio che raccoglie in sé splendore e primitività è senza dubbio quello della Grecia orientale. So che nell’asprezza del monte verso Xanti, quindi la discesa vertiginoso sin sulla laguna nidificata dai trampolieri, la risalita a Komotini e giù di nuovo a picco su Alessandropoli, è racchiuso da millenni tutto l’arcano del mondo vissuto nei canti d’Omero. Ed è ciò che mi aspetto ancora di assaporare con nostalgia. Eppure...

Eppure avrei dovuto prevederlo dai tanti piccoli segni. Kavala, divenuta d’un tratto immensa città, megalopoli che specchia ancora a fatica il suo castello nel mare e lo scheletro d’acquedotto romano quasi ormai con angoscia ne è il simbolo più evidente. Ancora una volta, anche qui, l’uomo ha dimostrato la sua prepotenza di modernizzazione sconsiderata.

Così, oltre ad aver cementificato selvaggiamente le coste e rotto anche la solitudine silenziosa e suggestiva della piccola chiesa ortodossa che ingentiliva come una perla la conchiglia tremula della laguna (mentre il pope, isolato nel tempo dagli anni, lento e solenne ne ripara il pontile), ha deturpato l’incanto del monte con una orrenda autostrada. Una striscia crudele d’asfalto ora soffoca il tessuto vitale del verde, la realtà millenaria di pastorizia, la cultura unica d’un mondo che ha ispirato nella sua bucolicità secoli di letteratura e di arte. Rimangono qua e là, ultimi sacrali frammenti, tracce d’inserti di rami, un tempo omerici ovili segnati da mano d’esperto nel verde, sui fianchi scoscesi dei monti.

Grazie civiltà odierna, uomo dello spazio e dei pianeti, dei robot che mandano immagini da Marte! Grazie! Sei riuscito a distruggere e cancellare, indifferente, la Civiltà del tempo, quella che ha avuto umilmente la dignità preziosa e la grazia sublime di insegnare e reinsegnare al nostro mondo occidentale, ora tanto superbo, la Filosofia, l’Arte, la costante tensione alla Bellezza come fonte di ricerca inesauribile della Sapienza per l’Uomo. Grazie veramente!

L’annientamento verso cui sei celermente avviato è un prezzo ancora troppo inadeguato per la tua estrema imbecillità suicida!

E che per questo tu sia maledetto!

 

 

17.07.’97

La costa che finisce la città europea sotto le mura del Topkapi è stamani d’un nitore assoluto fra la terra ed il  mare. Densi nuvoloni carichi di pioggia minacciano lividi, dal cielo bordato d’azzurro della città d’Istanbul, tersa nell’aria mattutina al suo risveglio. Anche qui solo pochi pigri turisti ad ammirare il fascino misterioso e sempre nuovo della Sultanamet Cami o accodati presso le teche scintillanti, custodi di inenarrabili ricchezze del Topkapi o rumorosi nella vastità tristemente vuota dell’Aghia Sofia, dove neppure i frammenti dorati dei mosaici riescono a scacciare la sensazione di ritrovarsi in un inutilmente enorme magazzino di granaglie abbandonato. Solo le sue architetture esterne e l’immensa prepotenza armoniosa delle linee che si sciolgono in cupole e minareti svettanti ne riscattano l’immagine all’occhio diffidente.

Luci e colori, imbonitori e profumi rendono felice il nuovo visitatore del bazar affascinato da un modo falsamente creato per lui e per la sua ricchezza, come lo sarebbe da noi una fantastica Disneyland. C’è invece un vero sentore di vita reale negli olezzi e nelle fragranze, nelle grida che si rincorrono e nel via vai ininterrotto della gente che riempie i vicoli sotto al bazar sino al Corno d’Oro, attraversato da un nuovo ponte di Galata, ricostruito orrendamente in cemento come una ferita sul mare.

 Solo chiudendo gli occhi posso riassaporare il dolce dondolio del ponte di barche d’un tempo e la confusione curiosa e vivace dei piccoli ristoranti del pesce. Quanta malinconia ai ricordi passati, come la carezza delicata ed intensa di Patty sulla mia mano e quanta diversità provata nell’animo se non fosse per lo stesso tramonto rosso del sole che incendia il cielo sullo sfondo delle moschee e lo sguardo sognante sulla città che s’oscura e sfavilla di miliardi di luci all’accendersi dei minareti sottili in un gioco che rimanda veloce lo sguardo dalla Sultanamet, al Topkapi, all’Aghia, al vento...

Ma perché i tassisti di Istanbul sono pazzi? Forse la città è troppo immensa ed anche per loro perdersi nelle periferie è come un gioco di cui accettano il rischio con filosofia, mettendo a repentaglio il prezzo pattuito. Mi rimarranno comunque sempre nel ricordo queste folli corse e infinite nella notte attraverso l’antica Costantinopoli, contro ogni regola del codice e contro ogni capacità di comprensione della logica umana, vissute con paura e temerarietà sottili.

 

18.07.’97

Lo spettacolo del Bosforo da oriente è il primo assaggio stupefacente del giorno. Ieri l’ho osservato dalla balconata d’archi del Topkapi, tra la folla variopinta e sconcertante dei visitatori: donne rigidamente in nero, coperte sino agli occhi ed oltre dallo chador, mescolati a turisti distratti e chiassosi e cantanti rock, sbucciati come arance malaticce.

Ora lo riosservo dal ponte che l’attraversa, singolarmente occupato da un traffico ordinato, lontano oramai dal fantastico, caotico groviglio inestricabile di lamiere, clacson e frenate improvvise cui m’ero assuefatto nei precedenti trascorsi.

Dov’è finita l’Istanbul caotica dei miei ricordi?

Poi l’Asia, inizio di periferia di un continente immenso che riaffronto, dopo un ultimo tuffo dello sguardo sul mare solcato dai navigli ad Izmit ed il su e giù che conduce inesorabile all’altopiano anatolico su Ankara, in una variazione deliziose di paesaggi ed ampie distese di grano e girasoli dorati, immense sino all’orizzonte andulato, leggero, infinito nel cielo d’azzurro.

La città-capitale d’attorno è quasi infinita essa stessa e distesa, assopita tra il verde degli alberi nella sua estraneità al nostro viaggio. Non mi incuriosisce e non mi stimola più a visitarla, con qualche mugugno del gruppo!

Alla sera è già festa. Esaltati dalla diversità, contenti di noi stessi gustiamo leccornie: antipasti di olive, kebab di montone, yogurt, dolci al miele, vino turco e poi frutta... La tensione di tutti, accumulata negli animi dalla fatica, è per ora lasciata da parte...

 

19.07.’97

Il percorso su Sivas è tra i più spettacolari che conosca, con continui saliscendi, passi alpini disseminati fra verdi distese di pascoli, pini e boschi cedui, tornanti e torrenti impetuosi. La città stessa ci appare nel tardo pomeriggio vibrante di luce pur nella sua configurazione anonima, ma pulita ed efficiente; al centro la moschea del XII secolo, una facciata di palazzo e l’antica medrase coi due minareti finemente cesellati e trapunti d’arabeschi e bassorilievi geometrici; all’interno il piccolo bazar per turisti, rigorosamente senza turisti!

E’ forse per questo il primo vero tranquillo contatto prolungato del team con la gente, finché l’idea di campeggiare presso delle fonti termali, che neppure scorgiamo, è disastrosa al calar della notte. Venti chilometri di sterrato per ritrovarsi di fronte ad uno sconcertante campeggio turco: niente acqua, niente docce, niente servizi, niente igiene...

Il ritorno avversato e precipitoso nell’oscurità su Sivas è ancor peggio; riscalda gli animi stanchi e sollecita i nervi a fior di pelle. Alessandra mi è sempre accanto, stravolta. Da qualche segno d’isteria. Naturalmente tocca a me rientrare in città e dirigermi all’albergo.

In breve. Seguo il veicolo che mi precede passando allo scoccare del rosso; sbaglio la direzione successiva all’incrocio; blocco per fare inversione; Roberto mi precede nervoso; metto la freccia e mi accingo alla manovra; sopraggiunge un veicolo che compie una spettacolare (quanto inutile e rumorosa) frenata; Roberto seguito dagli altri infila contromano un senso unico presso l’hotel, mentre il motore del mio mezzo, per la prima volta, si spegne all’incrocio!

Mentre tratto con una certa concitazione e con qualche fraintendimento voluto, da parte sua, l’assegnazione delle camere col direttore dell’albergo, nella hall, dove gli altri aspettano sorseggiando un te, c’è maretta. Chi voleva restare al campeggio turco per voglia d’avventura, chi inveisce contro gli errori di direzione... Alessandra a gran voce denuncia i presunti pericoli cui è stata sottoposta la sua vita... miracolosamente superati... Dulcis in fundo, Romano che non si sente bene raggiunge una camera destinata alle ragazze! Anche Roberto, un po’ eccitato, lo coglie come un grave problema...!

Siamo all’ammutinamento del Bounty?

No, siamo soltanto all’esasperazione della coniglieria nostrana, infarcita da eccitazione eccessiva e confusione mentale! Nessuno ha il coraggio di rivolgermisi direttamente. E sarebbe inutile sottolineare che, nella necessità e nell’ansia di restare uniti, di passaggi col rosso se ne sono ripetuti parecchi, a cominciare dall’attraversamento di Salonicco, per finire alla stessa serata quando sia Graziano che Romano hanno infilato il rosso per non perdere Roberto! E neppure affrontare contromano un senso unico risulta infine migliore manovra!

Il fatto è che siamo tutti stanchi e che guidiamo in un paese dove le regole sono alquanto approssimative se non addirittura disattese da tutti e dove spesso ci si deve adeguare ai “costumi locali”, anche in fatto di guida...

La cena appetitosa col pilav ed il bazar scintillante di luci fanno trascorrere anche la tensione: si contrattano sorridendo anelli, bracciali e tappeti in una atmosfera distesa. Tutti infine sono soddisfatti e ci si sorride di nuovo.

Del resto, è un mio principio: sfogarsi, ogni tanto, fa bene!

 

20.07.’97

MI chiedo come sarà questa mattina. Alessandra si siederà tranquillamente ancora accanto a me dopo lo sfogo irruente di ieri sera o metterà il muso e vorrà farsi accompagnare da qualcun altro?

Incredibile! E’ lei la prima a sorridere, un po’ incerta, mostrandomi il nuovo acquisto: un bracciale di cuoricini  d’argento decorato da finissime pietre dure. Grazioso. Pace fatta? Dorme per quasi tutto il giorno mentre raggiungiamo a gran velocità Erzican, attraversando magnifiche vallate e passi alpini d’incredibile suggestione.

I tassisti di Istanbul non detengono comunque il primato della follia. Altrettanto pazzi sono i camionisti ed ancor più micidiali per l’arma di cui dispongono: il Tir. Roberto si butta a capofitto dalla stretta discesa di un passo: cento-centodieci nelle punte. Noi dietro in fila indiana, dal momento che dopo gli umori alterati della sera precedente sono passato in coda. Dall’altra parte spuntano improvvisi camion alla stessa velocità: un confronto temerario.

Ad un tratto, uscendo da una curva secca, un articolato giallo e nero, enorme, sbanda perdendo il controllo. Da una parte, sopra, la roccia a strapiombo, dall’altra, sotto, il fiume. Mi ritrovo il mostro di fronte, sulla mia carreggiata, a trenta metri.

Penso con estrema lucidità che è la fine, mentre mi sorprendo a riflettere con tranquillità che in fin dei conti mi dispiace per Alessandra, così giovane ancora... Scendo dalla carreggiata per quanto me lo consente il guardrail.

Devo ammettere ora che l’autista del Tir è stato formidabile! Ed anch’io!

Sterza per togliermi dal muso la motrice mostruosa a non più di cinque metri; controsterza per far letteralmente volare il rimorchio dall’altra parte della strada. Io prego che non mi agganci con qualche uncino o sporgenza: finiremmo stritolati senza speranza. Accelero disperato. Non so come, ma ce la faccio. Sono oltre e devo aver gridato.

Alessandra ha aperto gli occhi sonnacchiosa. Probabilmente non s’è accorta di nulla od ha percepito lontanamente che qualcosa non andava. Anzi, penserà che ho combinato di nuovo qualche guaio! Pazienza. Non sa che veramente, questa volta sì ha rischiato la pelle e se l’è cavata per miracolo e per la freddezza dell’autista, e mia, che non abbiamo frenato!

Non se ne renderà mai conto, come non se ne rende conto, o lo finge, il fiume maestoso che continua a scorrere violento e possente sotto di me: l’Eufrate!

 

21.07.’97

Mi sono svegliato questa mattina rinfrancato nelle forze e nello spirito. Lo scampato pericolo di ieri mi ha fatto a lungo riflettere sulla mia vita nell’aria frizzante della notte. Forse il destino mi si apre ancora dinanzi e mi accorgo con stupore che da qualche parte Patty mi aspetta ed io aspetto d’incontrare lei, come una volta, anche se ancora timidamente.

Sopra il tettuccio del minibus, su cui dormo comodamente con Roberto, il freddo si faceva sentire, eppure le stelle splendevano numerose e brillanti nel cielo terso dal vento.

Siamo al primo distributore oltre Erzurum, sulla strada che porta al confine. I distributori, abbiamo imparato nel tempo, sono ottimi punti notturni di sosta, adeguati: c’è acqua, kebab, pilav... e la presenza costante di personale per tutta la durata della notte. Peccato che questo significhi anche un via vai di camion a tutte le ore, ma al rumore dopo un po’ ci si abitua quando si è stanchi.

Ci si abitua anche al camion frigorifero che lascia acceso il motore rumoroso del freezer tutta notte. E assicuro che non è uno scherzo. Penso risentito, stizzito a quanto dorme ‘sto camionista! Quando mai guida?

L’arrivo a Erzurum ieri è stato improvviso, verso sera. Mi sono infilato nella via principale di questa città che conoscevo un po’, non sottovalutandone le notevoli dimensioni, dopo aver fatto il giro del rondò che ne inizia il tratto urbano, per essere certo di non sbagliare.

Dalla rotonda su cui domina la statua di Ataturk tuttavia, vi sono i perenni lavori in corso! Questo costringe alle solite gimcane cittadine.

Niente da fare comunque per un campeggio. Dopo Ankara non ne esistono. Esiste invece il pericolo di perdersi tra queste vie cittadine accidentate e strette.

Infatti, nel carosello del ripartire il land resta bloccato da un camion. Chi dovrebbe, cioè Graziano che è in coda, non se ne accorge e una volta tornati forzatamente al punto di partenza manca all’appello. Lascio gli altri e parto alla sua ricerca da solo.

Non è immaginabile il labirinto di viuzze, sensi unici, dossi e semafori seminati in una città di oltre mezzo milione di abitanti, dove la regola fissa pare sia impedire comunque il passaggio anche alle migliori intenzioni. Scorro le vie, sono costretto a giravolte e inversioni improvvise e senza senso. Credo ad un certo punto di aver perso i riferimenti così come sono, senza una pur minima pianta della città: rondò d’ingresso, rotonda Ataturk...

Fortunatamente l’intesa con Roberto funziona ogni giorno di più. Lui lascia Anna chiusa nel land su una via periferica. Corre alla rotonda, dove non ci trova. Quindi, sempre a piedi e a buon ritmo, punta sul luogo della precedente sosta in centro. Ci ritroviamo lì. Non ci diciamo nulla. Meno male che ha un buon allenamento in palestra! Penso.

In Kurdistan, dove siamo da ieri, i posti di blocco e la presenza militare sono drasticamente intensificati. Nuove caserme, carri armati, soldati in assetto di guerra che impongono l’alt, armi in pugno, sono ormai parte integrante del paesaggio da due giorni. E in tutto ciò sfioriamo il grottesco. Siamo multati dalla polizia ad un posto di blocco perché non indossiamo le cinture di sicurezza, in un paese in cui non le indossa nessuno!

Ha ragione Fabio. Sostiene che è una tangente che siamo costretti a pagare. Da una prima richiesta di cinquantadue dollari si arriva comunque a venticinque. Non possiamo trattare oltre. Ormai siamo vicini al confine ed abbiamo fretta. E paghiamo.

Già da lontano l’Ararat si mostra frattanto in tutto il suo splendore e la sua grandezza. La giornata tersa ci favorisce e lo ammiriamo nella sua meravigliosa imponenza in un’immagine che ci segue sino al tramonto che lo infuoca tra un gruppo di nuvole rosse. Magnifico, esaltato ed esaltante nella sua bellezza, si innalza come un monarca dignitoso coperto sulla cima da un cappuccio bianco di neve ed una corolla sottile di nuvole che si fonde con la solenne regalità dei cinquemila.

Le formalità di dogana sono invece svolte faticosamente, con tanta, inutile e becera tracotanza burocratica da parte turca e una “mancia” involontaria di cinque dollari; in maniera rapida, gentile e pittoresca per la parte iraniana. Qui si deve inseguire, attraverso gli uffici ed i cortili, il funzionario giusto per ottenerne cordialmente timbri e controlli. Una specie di frontiera peripatetica, in cui tutti si rincorrono un po’ come in un gioco, ma che riduce quasi alla normalità la serie numerica e infinita del controllo dei precedenti controlli...

E siamo in Iran, mentre scende lenta la sera sull’Ararat infuocato e facciamo il pieno di benzina, increduli, ad ottanta lire il litro! In compenso l’albergo è un tugurio.

 

22.07.’97

Tappa di puro trasferimento? No. Viviamo anche oggi una sorpresa: Tabriz, colta rumorosa e caotica sul finire del mattino infuocato. Al risveglio abbiamo pagato i dieci dollari pattuiti al guardiano notturno dei nostri mezzi. Solo così ce ne siamo assicurati l’incolumità. Del resto, il custode giura d’aver vegliato sinora su un gradino in loro difesa e dei nostri beni! Forse! Annabella ha confermato a Romano che non ci potrà raggiungere a Teheran e lui pare indeciso se proseguire con noi.

Poi ci siamo precipitati sulla città, Tabriz, che, a nostro avviso, ha tuttavia ben poco da dire. Anche la Moschea Blu, rimpianto sofferto per me d’un altro viaggio, completamente ricostruita attorno alle tracce di splendidi lacerti di maioliche colorate che un tempo la ricoprivano interamente e, s’intuisce, splendidamente, dà ancora l‘idea di un’area deserta, ‘bombardata’.

Il centro della città appare invaso da un fiume umano ininterrotto tra gli edifici anonimi che convergono dalla Kheyabun-é-Emam Khomeini e sul bazar, grande e ricco di merci preziose e quotidiane. Qui, ad un giovane pasdaran, nella sua vecchia uniforme color kaki, non sembra vero di poter osservare e seguire degli occidentali per controllarli. Da lontano in verità, perché anche nella Tabriz arcigna e diffidente, non è più il periodo del loro potere e strapotere. Finalmente, a contrasto coi ricordi, se ne può anche non aver timore!

Siamo tuttavia i soli europei a spaziare in questo mare umano che ci risucchia e ci avvolge.

Annoto che il motore del Terrorist, il mio furgone, fa le bizze prima di partire!

La rapida corsa verso sud, tra vallate e montagne verdeggianti, dopo una campagna magnificamente coltivata e ricca di sorgenti, ha come meta temporanea notturna una grande area di sosta per camionisti.

In questo paese incredibile e sconcertante, l’essenzialità delle risposte ai bisogni umani a tratti stupisce. Qui ad esempio coincide inaspettatamente pure con una piccola sauna e piscina!

Perché non approfittarne allegramente?

 

23.07.’97

La meta del giorno ora è Teheran. L’autostrada che vi si dirige crudele inizia a Zanjan: terribile nella sua assoluta nudità, spietata ma efficiente; bruciata dal sole implacabile che non dà tregua; sprovvista di ogni pur minimo ristoro è spesso incontro di morte nelle numerose lamiere contorte ai suoi lati.

Di essa mi rimane negli occhi la macchia nera dello chador infilato di volata in una cassa grezza di legno e negli orecchi l’urlo nero, disperato ed acuto di dolore delle donne.

Manca il respiro nel calore insopportabile, impossibile, di chilometri interminabili ed identici, vuoti.

Poi la megalopoli informe, sgraziata, soffocante e che tutto inghiotte, mentre un fumo bianco, sempre più intenso lascia una scia preoccupante dietro il mio mezzo che arranca.

Il contatto telefonico con Patty alla sera mi angoscia. L’ho sentita sconfortata e profondamente infelice. Per me.

Scopro di nuovo, lentamente, di soffrirne e d’amarla, con quieta sensazione. Da sempre. E glielo confesso, finalmente, nella luce accecante del mattino.

 M’ha risposto, in un sogno, solo grazie e ci siamo capiti...

 

 

24.07.’97

Nella notte il nostro numero è magicamente raddoppiato, con l’arrivo “by air” degli altri viaggiatori per Ulaan Baator. Sono Lele e Grazia, gli amici da anni, Carla, attesa con trepidazione da Graziano, nonostante il finto cipiglio da duro, Italo e Marida, i coniugi calolziesi, Angelo che riabbraccia il figlio Fabio e il resto del clan Mariani: Luisa, la madre, Grazia, la zia! Troppa gente, troppe donne!

Così il mattino è perso fra levate tardive dovute e il sollievo mio di lasciare il volante per aggredire liberamente, con la penna, almeno sprazzi di sensazioni disorientate.

Non avrei sospettato un’anima meravigliosa per questa orribile, troppo enorme e confusa capitale d’oriente. Innegabile è dunque la sorpresa stupita di fronte all’unicità dell’arte al museo dei tappeti ed ai resti archeologici che impreziosivano regni lontani e dissolti di assiri, persi e babilonesi... rari, preziosissimi, incredibili testimonianze in sete e lane intessute da rara finezza e capacità creativa fantastica, marmi e terrecotte grandiose, sublimi, scioccanti di grazia e leggerezza nel cesello di forme e di linee pure e moderne da lasciar senza parola.

Vale la pena veramente d’essere a Teheran anche solo per scoprirne questo cuore nascosto, stupendo e impagabile!

Di contro a questa immagine di pace e di toccante bellezza, nelle strade, sulle piazze il caos e la follia dei veicoli è norma, in un’orgia di clacson, clamori, pedoni incoscienti e fetori inquinanti di gas ed arresti improvvisi ed estremi!

Il taxi che ci trasporta non fa eccezione e nutre copiosamente ad ogni istante il nostro sconsolato, inevitabile terrore.

 

25.07.’97

Ecco, ci siamo. Quasi ancora in partenza, ch’è trepida ormai, il motore del Terrorist, il mio intrepido furgone bianco, che ha già da tempo festeggiato quasi lo stesso numero di primavere di Fabio e Alessandro che con Anna stamani vi sono saliti fiduciosi come nuovo equipaggio, è scoppiato.

Le premesse le aveva già poste, ad esser sinceri, da giorni. E il primo segnale l’aveva sussurrato a Sivas, con un fermo improvviso all’incrocio. Poi il suo incedere è stato più lento, via via, più stanco e arrancante.

L’altro ieri era nero dall’olio sputato. Inutile è stato l’intervento, dato per risolutore, sull’impianto elettrico. Oggi il suo rantolare è già troppo forte. E pure se non giunge all’umiliazione d’essere rimorchiato, il viaggio è inesorabilmente interrotto. Per ora.

Così, ignominiosamente, i quattro mezzi che nel mattino quasi deserto del venerdì musulmano s’erano affrettati verso la periferia cittadina, si volgono a ritirata di nuovo nel ventre terribile della città sonnacchiosa.

Di positivo c’è che il morale è alto e la sosta fa nascere una amicizia di strada fra Fabio, Alessandro ed Alì. Alì infatti, alle sei del mattino di oggi, ha sostenuto brillantemente un esame all’università di Teheran. E’ dunque contento e disponibile quando per caso ci incontra. E’ lui praticamente il nostro salvatore e mentore per ritrovare un meccanico, un albergo, un programma alternativo di visita alla città...

Filosoficamente, penso, la sosta mi permetterà di riordinare le idee ed anche riposarle nella mente con ordine e cura. Ho così avuto finalmente il tempo d’accarezzare i miei sentimenti sofferti che a lungo ho nascosto.

Nell’intensità oscura della notte affoghiamo il pensiero dei nostri guai buttandoci dietro Alì, a capofitto nell’immenso, incredibile, scintillante luna park di Teheran, affollato all’inverosimile da giovani alla ricerca dell’emozione assoluta, dell’incontro fantasticato, della trasgressione voluta... tra gruppi di famiglie coi bambini ed i gridi acuti delle ragazze sulle giostre brillanti di luci e di colori.

 

26.07.’97

Forzatamente, dunque, di nuovo a Teheran. Fuso dal caldo soffocante degli oltre quaranta gradi, nello smog pesante, sento passarmi gentile sul corpo la frescura d’interno della cattedrale armena. E’ un tuffo strano in un mondo apparentemente irreale di volti di Vergini e Santi in un azzurro soffuso d’un manto celeste ed incenso e candele, isola singolare in un mare di minareti e cupole di maiolica arabescata brillante nel sole.

Mi perdo volentieri col pensiero in questa navata di tempio silenzioso e nelle vie tranquille che lo circondano, dense di piccoli negozi pregni di merci vivaci...

Parc é Sar è offerta di giardini e fontane nel centro della città, in un bagno di folla alla ricerca disperata d’un po’ d’ombra e di frescura in un alito d’aria che scorre fra le piante dalle sole fronde frementi nel pomeriggio torrido...

Frammento di Louvre al museo del vetro e ceramica. Perfezione mozzafiato dei pezzi esposti, leggerezza ed armonia austera, strabiliante, fantasia allo stato puro, in un tocco incredibile di modernità intrinseca all’antico e scenografica, combinata alla perfezione architettonica, armoniosa dell’edificio.

Stupisco senza rimpianti.

 

27.07.’97

Da oggi è il deserto. Inumano persino, immenso, sconfinato, soffocante nella sua nudità di vita. Non amo il deserto, ma mi affascina ed ammalia ogni volta, per attrarmi curioso e feroce nelle sue spire.

Le linee dei monti lo sospendono all’orizzonte, modulandone le forme a nord di Teheran e lo seguono ininterrotte sino a Mashad, ora sinuose e carezzate nel susseguirsi incredibile di archi allungati di mille colori sfumati leggeri, ora aspre e spezzate da rocce improvvise di piombo.

Mille chilometri di dritta striscia d’asfalto lo tagliano nella polvere. E’ il Dàsh é Càvir, il ‘grande deserto di sale’ senza nome, che scende poi al Lut, suo fratello di morte nella natura.

A sera il campo è montato presso un antico caravan serraglio in argilla, castello diroccato nel tempo di torri ed arcate, rovine preziose di fatti e di storie lontane, d’un tempo passato a sfondo d’un cielo di stelle infinite a illuminare i fantasmi di vite trascorse nei secoli: mercanti, pascià, guerrieri e cammelli in cerca di sosta e sollievo al calore assolato, assetato del giorno... ed agguati funesti.

 Le tombe su un fianco, profonde, ne narrano dura la vita, precaria nel cogliere qui, come sempre e per sempre nel tempo, l’enigma di fondo d’ogni fragile evento per l’uomo. Alcune, predate di già, ne mostrano il ventre di fango e di cocci di giare spezzate, inutili offerte benevole a rendere meno infelice quel viaggio nell’orco.

M’attardo a riflettere ch’è tenue per tutti quel filo che spezza improvvisa la vita dell’uomo in un cuore che a tratti risucchia di dentro e rispecchia il deserto.

 

28.07.’97

All’ingresso di Mashad sono miriadi gli autobus dei pellegrini muslim al ritorno dalla Moschea d’Oro. Dopo un altro giorno di deserto, sono convinto ora che è meglio avvicinarsi alla città con circospezione e servirsi di un taxi per rintracciare l’ufficio turistico.

Non so se è giusto dire che qui di occidentali ne arrivino pochissimi. Forse non ne vedono proprio nessuno. Di certo all’ufficio nessuno sa cosa sia l’inglese. Solo farsi e urdu! La vicinanza con Afganistan e Pakistan si sente e si vede nei costumi della gente. Per fortuna nostra si trovano sempre studenti incredibilmente ansiosi di fare amicizia con noi. Del resto, senza una guida non avremmo neppure la speranza d’entrare nella favolosa Moschea d’Oro che ci ha attratti sin qui.

Mashad è infatti la Lourdes dell’Islam, almeno quello iraniano, e non solo per la religione! Negozi e chincaglierie, luci e fast-food di kebab e verdure alla griglia sono agli angoli delle strade illuminate e opulente.

La sera, il centro sfavilla di luci, le vetrine sono ricche di prodotti di consumo, che a noi fanno un po’ tenerezza nella loro ingenuità infantile d’allestimento tra i neon violenti, che tuttavia costituiscono oggi ancora il sogno di ogni iraniano.

 

29.07.’97

La Moschea d’Oro è inimmaginabile a chi non la visita per l’arte e la ricchezza che vi sono disseminate. Siamo venuti per ammirarla e non ne siamo delusi.

Già all’ingresso proviamo una sensazione d’attesa ed una strana curiosità. Siamo disposti persino a dichiararci muslim sul modulo d’ingresso riservato agli stranieri e sorbirci in buon ordine e compiti anche le raccomandazioni di rito dall’autorità preposta ad accogliere i non musulmani pur di penetrare in tanta suggestione e meraviglia. Naturalmente, nessuno ci scambierebbe mai come musulmani. Siamo così goffi e inesperti in tutto che facciamo, da muoverci imbarazzati al centro dell’attenzione generale. La nostra presenza è infatti una occasione eccezionale.

Imperturbabilmente comunque, concludendo, il nostro istruttore consegna a ciascuno di noi una foto notturna del complesso. E’ di grandi dimensioni. Serve, spiega, a compensare il normale disappunto dovuto al divieto assoluto di fotografare gli edifici all’interno del sacro recinto, come abbiamo già appreso immediatamente dopo le perquisizioni subite all’ingresso, rigidamente distinte per uomini e donne.

Ritorno con la mente, sorridendo della mia ingenuità, al mio proditorio ed ingenuo avvicinamento nell’89 alla Moschea della Sposa Profumata in Qom, alla ‘profanazione’ incauta del luogo dovuta all’uso delle nostre macchine fotografiche ed al conseguente, inevitabile, arresto!

Dietro la guida questa volta passiamo velocemente di cortile in cortile, sbirciando gli interni sfavillanti delle diverse cappelle in cui i pellegrini, per cui costituiamo spesso un intralcio al passaggio, sono in preghiera, ascoltando i discorsi dei maestri delle scuole coraniche sull’uscio aperto e cercando di depistare come possibile l’interesse troppo attento della polizia religiosa.

Siamo assorti da tutto ciò che scorgiamo, cercando di penetrarne lo spirito ed il significato profondo al di là della magnificenza e raffinatezza dell’arte.

La giovane guida si azzarda infine, dopo un lungo confabulare con un amico, a farci lanciare un’occhiata dall’ingresso della moschea principale dalla tonda cupola d’oro. Sono fuggevoli immagini d’interni sfavillanti fra riflessi di ori, preziosi e cristalli, azzurri e bianchi e verdi delle maioliche in linee geometriche precise, armoniose, che ne esaltano l’architettura e complicati arabeschi d’oriente...

Stop! Inevitabilmente la polizia interviene con severità e fermezza. Abbiamo osato spingerci troppo oltre e veniamo gentilmente, ma fermamente espulsi dall’interno degli edifici di culto e dirottati sulla spianata circolare che corre larga dattorno all’enorme complesso della moschea.

 Mortificati passiamo fra l’esiguo, mesto corteo di un funerale. La bara scoperchiata, posta a terra, ne occupa funesta il centro coi miseri resti. Da dentro ci giungono cori di fanciulle che alzano chiare le voci entusiaste in canti religiosi e ci scrutano intanto con bellissimi occhi felici al passaggio.

Domina il nero delle loro leggere presenze a contrasto con la freschezza dei volti teneri e sorridenti.

Non sarebbe occorso alla nostra guida, per scusare l’imbarazzo dell’accaduto, ripiegare sulla visita, ottenuta per raccomandazione, ad un tetro museo i cui veri importanti reperti, considerata l’attenta curiosità e simpatia divertita della folla, siamo proprio noi! Allora è orgogliosa la guida quando ripete che finalmente è avvenuto che turisti occidentali siano attirati dalla Moschea d’Oro.

“Turisti” è infatti per lui e per tanti iraniani la parola magica che non richiama banalmente solo il baluginio del denaro, ma pure la speranza di una maggior libertà di costumi per la gente, soprattutto per i giovani studenti che si accalcano accanto a noi e fanno a gara per parlarci un momento.

Prima di sera, dopo una inutile sfrenata rincorsa del tempo su passi alpini d’incantevole splendore, la frontiera con il Turkmenistan è già chiusa al nostro arrivo. Qui, fra le montagne non v’è hotel, telefono, acqua...

Non importa. Ci accampiamo sulla spianata provvisoria e polverosa dove le guardie giocano al pallone, attorniati da ragazzini sorridenti.

Si dorme all’addiaccio, con in pancia un piatto di riso e verdure. E tanta speranza.

 

30.07.’97

Frontiera turkmena su Ashkabad, ovverosia, dove la follia burocratica perpetua se stessa e la sua dinastia al di là del trascorrere del tempo, degli eventi, della storia...!

Controlli, controcontrolli, ricontrolli... Controlli, controcontrolli, ricontrolli... e dollari di tangenti che restano appiccicati ‘casualmente’ qua e là alle mani di doganieri e soldati semizelanti nella mezza giornata che si deve dedicare al passaggio. Più è la povertà e l’ignoranza, più la burocrazia, più la corruzione, più la fame di denaro sporco! E’ l’illusione del potere! E la fame!

Non dimenticherò facilmente il giovane, borioso funzionario di polizia che tiene il timbro nella tasca dei pantaloni attaccato saldamente ad una catena d’acciaio. Saldamente come il potere che il piccolo stampo inchiostrato rappresenta e che lui soppesa superbo e geloso! Un funzionario forse già nel recente passato talmente compromesso con il vecchio regime di Mosca, da finire qui, ad una frontiera al di là dei confini del mondo civile! Per sempre.

Ashkabad ci sorprende improvvisa con giardini, fontane e ragazze finalmente ritornate all’armonia delle loro forme provocanti ed alla freschezza del muoversi vitali in libertà e spontaneità. Una sorpresa esistenza per noi, estremamente piacevole alla vista, dopo dieci giorni di tetra, funerea onnipresente immagine di neri chador attorno ai volti femminili più delicati. Una coltre di lutto irreale.

Al mercato russo ci si immerge nell’immediata dimensione della realtà umana d’una parte d’Asia che ha sciolto da poco se stessa in un bagno di consumismo occidentale, reinterpretato dai resti del linguaggio e della stranezza del socialismo reale.

Ed è reale il centinaio ed oltre di nuove, nere Mercedes 590 parcheggiate in fila ordinata di fronte al palazzo presidenziale! Mai viste tante in una volta sola. Una sfilata di lamiere luccicanti e vetri fumé, una sfilata di miliardi d’aiuti occidentali alle nuove repubbliche d’Asia! Bruciati!

Sergej, da bravo russo, è introvabile. L’unico indizio avuto per fax è un numero di telefono al cui capo estremo non risponde nessuno da giorni. E’ allora una caccia al tesoro di ore roventi che si snoda per le vie ed i quartieri della capitale immensa nella periferia più strana, fino all’ultimo messaggio lasciato al Plaza, Grandhotel! Vi ci accampiamo i nostri mezzi e noi stessi in una duplice attesa estenuante dell’amico.

Dopo i giorni assolati, le fontane del parco tuttavia ci rinfrescano anche con la sola presenza sui bordi erbosi dove ci stendiamo pigramente.

Possibile che in un paese in cui la sola ricchezza è il petrolio non si trovi il carburante?

Possibile, possibile!

Un pieno richiede infiniti giri a vuoto nella notte incombente sulla città ed un trasbordo del liquido prezioso in taniche pagate il triplo del loro prezzo al mercato nero! Sono i confini superati della civiltà più vicina a noi che abbiamo raggiunto!

E poi la corsa continua nella notte, attenti a non investire dromedari insonni, vaganti nei primi lunghi, oscuri chilometri di deserto turkemeno.

 

31.07.’97

Zanguzkije Karakuruj: Deserto delle Pietre Nere! Copre il novantadue per cento del Turkmenistan. Ma perché farci uno stato qui? Solo sabbia, dune, rocce inospitali!

Un giorno infinito, interminabile, di attraversamento verso nord fra dune e dromedari dall’aria trasandata e dall’aspetto poco attraente: povertà e buche tremende nell’asfalto. Sarebbe meglio una pista. L’asfalto, segno della civiltà remota, ma incalzante nei desideri del terzo mondo, lentamente si solleva nel tempo e poi scoppia, lasciando pericolose voragini che s’allargano al passaggio di tutti i mezzi.

Stupore, felicità, appiattimento, noia, fame, stanchezza, sete, nausea da viaggio e di deserto e di tutto ciò che comporta nella successione visiva e sensitiva.

La fortuna, bonariamente, aiuta le nuvole a cancellare in parte i cinquanta gradi ed oltre già attesi.

La sfortuna, maliziosamente, fa precipitare nell’incubo la spedizione: altro minibus con filo di fumo bianco in aumento; indigestione di olio e fermate costanti, snervanti, inutili da autobus di periferia!

Un meccanico a Kunja Urgenc! La riparazione nella notte ha il sapore dell’incredulità creduta, del sapore amaro della delusione che anneghiamo nella vodka.

 

01.08.’97

Nuovo mese, nuove speranze, nuova frontiera dopo la visita ai resti della grande moschea distrutta di Urgenc: un vero e proprio inno all’astronomia, al trascorrere delle stagioni ed alla fragilità della vita dell’uomo nel tempo, in una poesia e filosofia di geometrie, arabeschi e simboli architettonici stupendi.  Rimane oggi, insicuro, lo svettante minareto in cotto e lievi ceramiche: il più alto dell’Asia un tempo. Dal XIII secolo, dopo varie distruzioni assurde che accomunano nella ferocia Gengis Khan e Tamerlano, varie le costruzioni di mausolei di pascià e sufi in uno sconfinato cimitero di solitudine.

Poi pioppi, pioppi a migliaia ritrovati come un tempo sul mio percorso coi fusti chiari, argentati, svettanti tra le foglie tremule e delicate.

Doganiere turkmeno troppo zelante o imbecille? Vuole srotolare i rullini fotografici scattati per controllarne la liceità da regolamento! Mezza giornata per fare i venti metri che ci portano verso l’Usbekistan e il minibus fuma feroce, confermando il pessimismo di tutti!

Cercasi miracolo meccanico! Subito!

Proseguiamo ugualmente per Nukus. L’Amudarja è il primo grande incontro. Si snoda possente per seimila chilometri dal Pamir al lago d’Aral. Grandioso! come intercala costantemente Fabio. Lento, maestoso, travolgente nella sua imponenza! Sergej propone di discenderlo in gommone a motore in un prossimo futuro. Possibile.

Nukus è anche il primo incontro con l’Usbekistan per i più di noi e la sua gente. Mentre rimango a guardia dei mezzi in piena città, presso l’albergo internazionale, si accostano da ogni parte ragazzi e curiosi. Invadenti dal fare minaccioso e provocatorio. Ci credono russi!

Il ritorno del gruppo è precipitoso e la successiva sosta nella piazza degli autobus sembra un assedio, più per la paura insensata dei presunti assediati dentro le vetture che per vera pericolosità rappresentata dai sempre più numerosi ed intrepidi assedianti.

Semplicemente questi ultimi non hanno mai visto degli occidentali che non fossero russi! Che non amano certo! Occorre per noi tutti ritrovare il senso della misura nei rapporti.

La diagnosi frattanto per il mezzo di Romano è delle peggiori, di quelle che non lasciano scampo. Si procederà lentamente per quanto possibile. Propongo di essere pratici: in camion fino alla prima officina Volswagen per l’eventuale, anzi indispensabile riparazione! Sergej approva. Non vi è null’altro da fare. Domani, da Urgenc, un gruppo vi provvederà dopo avervi trainato il mezzo col land.

Per ora ci si accampa nel deserto delusi, ad un po’ di chilometri dalla città di frontiera.

 

02.08.’97

Ci si dirige di buon mattino con soli due mezzi sull’antica Kiva. Frattanto il land trascina lentamente, un po’ mesto, il minibus in avaria fino a Urgenc, per la riparazione.

Il morale nostro comunque ritorna su livelli normali: si ride e si scherza. Perché lasciarsi sopraffare dallo sconforto. I problemi sono fatti per essere risolti dopo tutto!

Dopo il ponte di barche superato al di là di Baruni. Fabio e Alessandro danno improvvisamente ospitalità sul mezzo ad una compita signora che ‘pare’ dover andare ad Urgenc. Era seduta in crocchio al bordo della strada tra simpatici venditori di meloni, che ci fanno gentilmente gustare la loro merce appetitosa e rinfrescante ridendo divertiti. Angurie e meloni sono i nostri acquisti abituali e più frequenti. Ci aiutano a dissetarci e Graziano, dopo i primi fallimenti, è diventato quasi un esperto nella scelta dei frutti più diversi.

L’invito tuttavia provoca un battibecco fra i ragazzi ed Italo. Per prudenza, s’era tacitamente deciso di non dare passaggi durante il percorso, onde evitare conseguenti complicazioni nel malaugurato caso di incidenti.

Intanto la signora tace, guarda avanti con fare sicuro e competente ed ogni tanto prega portandosi al volto le mani, tenendole a coppa un istante davanti a sé, coprendosi il viso. L’osserviamo.

Le sue indicazioni silenziose ci portano al mercato di Urgenc, dove tra bancarelle colorate e profumate di merci e persone vivaci facciamo scorta di viveri, contenti come bambini incontrollati in un negozio di dolci. Mentre a Kiva giungiamo per un intrico complesso di strade di campagna dopo vari abboccamenti di spiegazione fra la signora imperterrita e occasionali viandanti. Sarà veramente stata la strada più breve?

Singolarmente, la signora, una volta giunti, non sembra intenzionata ad andarsene per i fatti suoi. Accompagna dapprima le nostre signore alla toilette, poi accetta di mangiare con noi pane e melone. I frutti in verità sono squisiti! Poi si dispera un po’, quando capisce che noi non ritorneremo, se non domani, verso Baruni. Riflette un po’, quindi saluta contenta e se ne va, probabilmente pensando che siamo ben strani!

Eppure, anche noi non conosceremo mai l’enigma del suo stravagante viaggio improvviso e, pare, senza meta precisa.

Kiva è di fatto un vero tesoro, una miniera d’arte architettonica e decorativa protetta dalle alte mura d’argilla  impastata con paglia che la contornano a difesa. Dentro, palazzi, medrase, moschee e caravan serragli rammentano quasi intatti, con le loro maioliche ed architetture armoniose, un passato di ricchezza e di potere, di vita laboriosa e di estrema crudeltà dei suoi khan.

Un nugolo di bambini ci fanno subito festa, sguazzando nell’acqua torbida dei rigagnoli che contornano la piazzetta su cui sostano i mezzi, mentre sotto magnifiche e provvidenziali fronde verdeggianti attendiamo di essere raggiunti dagli altri del gruppo. Intanto, sfilano lente le ore in un caldo umido, soffocante.

L’attesa è infinita, finché a sera decidiamo ormai di fissare le camere per la notte all’Hotel Kiva, in restauro. Ex medrasa, la costruzione è magnifica dal punto di vista architettonico, pessima per i servizi offerti al viaggiatore occidentale. Si discute a lungo con vari intermediari e infine col direttore che non parla se non russo e usbeko, fin sulla piazza. La contrattazione è intensa e laboriosa. Da diciassette dollari a persona si arriva a dodici, ma vi sono problemi per il pagamento in ‘son’, la moneta locale. Questi devono essere cambiati ufficialmente e non al mercato nero. Però, come sempre quando si tratta di soldi, ci si accorda, anche se ci sarà un extra per il guardiano notturno dei mezzi.

Lele, Roby, Grazia e Sergej sono arrivati infine. Sergej soprattutto è fresco e pimpante. Mi conferma d’aver fatto una breve nuotata a Urgenc, mentre ceniamo sui nostri tavoli allestiti nella piazza della città-museo di Kiva. Una intera città antica è a nostra completa disposizione come scenario al nostro pranzo serale. Tutto sembra  fuori da ogni realtà immaginabile. Ci sentiamo antichi principi...

 Nella notte le musiche non ci attirano, ma ci scoliamo due bottiglie di vodka, assaggiando anche vino locale e pesce essiccato.

 

03.08.’97

E’ Domenica oggi. Non si capisce comunque se questo abbia qualche importanza per la gente di qui. Si parte tardi tuttavia, dirigendo su Urgenc. Qui ci si dividerà ancora. Lele, Grazia e Sergej seguiranno il mezzo in avaria sino a Tashkent, la capitale, ma anche il centro più vicino per la possibile riparazione. Il minibus sarà trasportato su camion.

Quattro ore d’attesa trascorrono a Urgenc sotto un sole disperato, per noi disperati! Non riesco ancora a capire come si possa collocare un furgone di questa portata sul cassone di un camion senza aver nulla a disposizione. Ma proprio nulla! Voglio ben vedere. Eppure avviene! e accetto il fatto, la realtà impossibile con stupore e rassegnazione illogica.

Finalmente seguiamo per lungo tratto di strada il camion, per ragioni “giuridiche”. Pare che sino al confine di provincia, Grazia non potrà usufruire direttamente del passaggio sul mezzo, che sosta spesso per i più svariati motivi, incomprensibili o banali: far carburante, prendere acqua ad una sorgente, discutere o chiacchierare con amici...

A sera finalmente il camion ci abbandona al nostro destino e presto presto campeggiamo presso la strada, tra le dune di sabbia poste al primo bivio.

 

 

04.08.’97

Buchara è una grande sorpresa per me. Non per la bellezza mozzafiato della città, peraltro attesa, ma perché inaspettatamente vi ritrovo sui suoi palazzi e sulle sue moschee un amico, che mi ha accompagnato coi miei ragazzi quest’anno in una ricerca culturale: il simbolo del Simorgh e ne scopro finalmente il suo significato tanto a lungo ed inutilmente indagato.

Simile alla Fenice, è uccello mitologico dalla testa d’aquila, penne di pavone, ali di cicogna, coda di serpente... sintesi ideale ed estrema dei trenta uccelli che vanno con fatica alla sua ricerca, tra mille difficoltà, scoprendo infine di specchiarsi in esso. Anch’io riscopro me stesso e la mia vita nel Simorgh: felicità raggiungibile leggendo in me stesso l’esistenza molteplice delle mie personalità, qualità, doti, paure, difetti...

Come per il Simorgh, qui tutto è un po’ magico. Mi immergo nella visione della città, trasognato, nel suo senso di finito e infinito del tempo e dello spazio, nella sua frenetica voglia di porsi e riproporsi fra piazze, medrase e moschee grandiose e palazzi del potere dopo duemilacinquecento anni di storia e di cultura che la distinguono e la esaltano in bellezza, saggezza ed armonia.

Qui è nato ed ha operato Avicenna... ascolto a tratti il francese un po’ scolastico della guida fra architetture svettanti, archi molteplici e poderosi, maioliche brune e delicate, minareti...

La signora che ci accompagna come guida è competente, simpatica e risponde volentieri in francese ai nostri curiosi interrogativi. Ci accompagna persino nella ricerca problematica di un distributore con un po’ di benzina disponibile. E’ questa una vera e propria caccia al tesoro attraverso la periferia della città, coi suoi momenti comici e grotteschi. Infine riusciamo a trovare un po’ di carburante, anche se di pessima qualità...

 

05.08.’97

Mattinata libera per le vie di Buchara. Passo tra la rara folla delle prime ore di vitalità del giorno, lasciandomi sfiorare e sospingere da essa. Colgo incuriosito il risveglio cittadino immergendomi nelle vie e nelle strade di cui godo, bighellonando, giocando divertito a rimpiattino col sole delle piazze che filtra fra gli alberi e illumina i venditori di tappeti e di spezie e di souvenir variopinti nel rincorrersi allegro delle voci e dei richiami. Uno scherzo di vita che rimbalza e suscita ilarità e gioia di vivere.

Accanto alla grande vasca Labi-hauz mi servono una coca gelata da un litro e mezzo. Non c’è altro se non te bollente. Va benissimo e la sento entrarmi dentro ghiacciata come una lama di coltello.

Al tavolino del bar, sotto gli alberi, scrivo pigro le cartoline agli amici d’Europa e mi immergo col pensiero nel cuore di quest’Asia senza tempo e dimensione che rifà il belletto ai monumenti per attrarci qui numerosi.

Vedo scorrere il mondo davanti a me, negli edifici antichi, negli sguardi ed i sorrisi della gente, nella loro saggezza di vivere il tempo, nella polvere dei secoli accumulata, che viene lentamente spazzata via...

 

 

06.08.’97

E poi Samarkand, la meravigliosa. L’ho sognata cantando nell’anima e la scopro bruciata dal sole in questo mattino, immensa e sorprendente. Eppure il suo fascino misterioso tarda a rivelarsi, reso forse banale dal vociare della gente, dalle prove di ballo dello spettacolo nello spiazzo d’ingresso al Registan, il maggiore, monumentale ed ornato complesso dell’intera città.

La  sua magia tuttavia esiste, deve esistere nel silenzio assolato della bellissima,  grandissima Bibi-Karym, a ridosso del variegato bazar e fra le incredibili tombe-mausoleo della Shahi-Zinda, che riportano al secolo undecimo, alle distruzioni, alle lotte feroci, alle guerre di Gengis Khan e alle ricostruzioni di Timur, passato alla nostra storia col soprannome di Tamerlano, lo zoppo, ma qui riverito e pregato con figli e nipoti. E di Timur, che domina ancora effigiato nelle piazze, è pure il grande mausoleo che ne conserva, geloso e magnifico, la tomba ai piedi del suo maestro. Di lui e della sua potenza e dei suoi successori tra ori, marmi politi, singolari rilievi di cartapesta e l’incredibile devozione di fedeli di oggi che lo ricordano e lo venerano con ammirato stupore.

Chiudo il pomeriggio assolato in una antica casa da te, dalle incredibili architetture di legno colorato, disteso sul tipico letto sotto decine di gabbie d’uccelli cinguettanti, variopinti e secchiate d’acqua improvvise, lanciate a terra per rinnovare la frescura del posto...

 

07.08.’97

La corsa continua verso Tashkent, sulla strada polverosa, noiosa, straziata dal sole implacabile che la calcifica rendendola strumento di lenta, intollerabile tortura.

Essa invece, capitale, t’accoglie con immagine fresca di ombrosi viali alberati, alberghi scintillanti di modernità, palazzi di vetro, parchi e giardini. D’attorno, la cinge infinita la selva miserabile di cotto e detriti e ciarpame in cui vive la gente comune, rendendole, solo attributo costante, il profilo comune di nero abbandono di tutte le grandi metropoli.

Raggiungiamo il consolato italiano al 95 dell’Amir Timur, che scorgiamo da lontano sotto la torre svettante della televisione di stato, mentre Romano, distratto un momento dagli altri, tampona il land di Roberto.

Inutile illudersi che il Volkswagen sia pronto. I ricambi sono ancora attesi dall’Italia, con pazienza, da Lele.

L’hotel cittadino, oasi strana e improbabile immersa nella suburra terribile, ospita una troupe della BBC insieme a noi. I letti mancanti vengono allestiti a terra, di fretta, nell’immenso salone che fa da hall e da sala da pranzo, in una improvvisazione confusa d’azioni.

 

08.08.’97

Sono già le 15,30 quando il viaggio finalmente decolla da Tashkent: controlli ai mezzi, cambi di carico, ricerca disperata del carburante in un carosello infinito sotto un sole cocente decidono del nostro destino per oggi.

Dovremmo arrivare ad Os per la sera, lasciando il paese. Illusione! E’ più facile falsificare la data sui documenti d’ingresso e rinviare l’uscita per un giorno. La strada del resto è disastrata, il sole inclemente ci perseguita sino a sera, vanificando il noioso riposo mattutino.

Inseguiamo il traguardo che sembra ancora troppo lontano, come se una mano invisibile, ogni giorno, lo spostasse un poco più in là, fra fiumi e vallate innumerevoli e verdi.

 

09.08.’97

Chilometri, chilometri e chilometri di salite e discese fra i monti d’argilla e di polvere rossa, fermati a ogni tratto da posti di blocco. Non capiamo se occorre essere sciocchi per fare il poliziotto o se è fare il poliziotto a rendere sciocchi! Ma da dove pensano che possiamo essere passati sino ad ora per fermarci in continuazione e controllare milioni di volte i documenti, quando questa è l’unica strada transitabile? Qualcuno di loro però è più esplicito: si fa pagare il pedaggio! Un resto di medioevo in un territorio dove dovrebbe essere passata la rivoluzione d’ottobre!

Verso Os e Fergana la natura esplode nel sole arricchita dall’acqua abbondante; sono mille profumi di frutti e di fiori e di bimbi già adulti che giocano e vanno sicuri a una meta precisa, decisa da altri... Salutano.

Quattro ore di sosta alla frontiera, quattro ore d’attesa, fortunatamente con Sergej che pazientemente, convincente e testardo sbriga le pratiche infinite e paga tangenti a burocrati esosi, stanchi, annoiati, sperduti ai confini di un nuovo, recente paese già vecchio che ancora non sa cosa esista di vero e perché.

Il Kirghisistan, in una prima immagine, è una fuga interminabile, orrenda, pericolosa nella notte fra passi scoscesi e strade di pietra e di polvere, dirupi infiniti che piombano dritti su laghi stupendi e su fiumi d’acciaio, dopo scorci di gente felice al lavoro nei campi, sull’oro del grano e la luce di fuoco al calar della sera.

La notte profonda ci coglie ancora una volta in cammino. Un boccone all’impiedi, nel buio assoluto ed il campo è allestito di furia già sotto le stelle lucenti ed immobili sul nostro percorso del giorno.

 

10.08.’97

San Lorenzo ci accoglie al mattino su un magnifico passo alpino. Oltre tremila metri di suggestione mozzafiato, di prati verdissimi e ruscelli e torrenti impetuosi e iurte e pastori, superbi, a cavallo, e vallate ed oasi di pioppi imponenti che s’allungano e s’alzano in dritti filari nel cielo più azzurro. E’ una gioia di vita che prende e elettrizza e rinfresca frizzante nell’aria e ristora dopo tanto calore di sole, di polvere e sabbia e fatica... Ci immergiamo ubriachi e felici.

Ma le stelle cadenti, stasera rimangono sole. Un freddo pungente ed il vento rapace ci coglie e costringe al riposo immediato, quassù, oltre il passo, ben sopra i duemila.

 

11.08.’97

Issykul: un lago di centosettanta chilometri ininterrotti in lunghezza, sessanta di larghezza dopo valli che scendono verdi e rigogliose, quasi inchinandovisi,  tra il Pamir, il Ti Shan e il Tien Shan della Cina.

 Il vento caldo spazza costante le rive ed ancora una volta mi allungo nell’acqua quassù, a milleseicento metri, in una riserva ambientale gelosamente custodita. E’ il lago significativo più alto del mondo dopo il Titicaca. Mi rammento, scivolando leggero fra le sue acque, dell’anonima Puno e della stupenda Taquile, verdeggiante nel suo elevarsi scosceso delle coste a strapiombo sull’acqua.

Ci stendiamo sull’erba pigri e viziosi: lucertole al sole in attesa e felici del sonnacchioso riposo. Del resto, ci stiamo solo godendo anche noi gli ancora recenti luoghi di vacanza esclusiva dell’intellighenzia e della nomenclatura sovietica, ormai relegate tristemente alla storia.

Si accontentavano di poco, comunque. Di ben poco.

 

12.08.’97

Verso il Kazakistan, ridiscendiamo la sponda occidentale dell’Issykul, variando percorso; sponda magnifica nel vento che spazza, freddo oggi nel sole, le sue rive da Mediterraneo. Calcoliamo che questo cambiamento ci potrebbe consentire maggiori opportunità di scelta nel caso disperato e preoccupante in cui il minibus di Tashkent sia ancora in avaria.

Oltre la Valle Nera, stretta e rocciosa, v’è Biskek, la sovietica Frunze, dal nome del generale legato alla sua eroica...etc. Solita storia da eroe, che pare i sovietici abbiano immortalato definitivamente una volta divenuto fastidioso: intervento operatorio obbligatorio seguito da regolare, certificato decesso con trionfale commemorazione ed encomiastica dedica di una intera città, capitale di una provincia dell’impero, il Kirghisistan.

Sergej ci conduce attraverso il suo centro moderno segnato da viali alberati, attento, con fare sicuro: statua equestre e svolazzante nel bronzo di Manas, mitico cavaliere; Teatro dell’Opera; Università... come ogni capitale che si rispetti. Poi d’un tratto deviazione su uno spiazzo asfaltato di fronte ad un anonimo edificio: un grande istituto scolastico squadrato accanto ad un campo sportivo, APOLLOH.

La nostra guida si commuove raccontandoci come sino all’età di ventitré anni, lo scopriamo anche noi solo ora, è vissuto qui. Il padre insegnava in questa scuola superiore di educazione fisica. Del padre Sergej conserva senza dubbio la prestanza fisica e la tempra indistruttibile. Potrebbe stritolarti un braccio con una sola mano... Eppure sembra così fragile mentre insegue i suoi ricordi! Come quando una sera mi ha parlato di sua moglie e suo figlio a Mosca... E dietro la scuola, la seconda palazzina è stata la sua casa da allora non più rivista.

Anneghiamo tutti la nostalgia di Sergej succhiando un gelato alla panna. Meglio, una panna gelata, squisito ed unico gusto di questa che è la miglior gelateria di Biskek.

La frontiera kazaka è superata veramente in un soffio più tardi, se facciamo il paragone con le ore inutili trascorse presso altre frontiere. In compenso, una telefonata oltre confine con Tashkent ci impegna per quasi due ore d’attesa snervante. E’ più facile addirittura parlare con l’Italia.

Finalmente la linea: oltre il filo sento la disperazione, quasi le lacrime di Grazia nella voce spezzata: i pezzi non sono ancora arrivati, forse domani... Lele reagisce e sconsiglia Roby e Sergej di mettersi in viaggio per raggiungerli. Significherebbe abbandonare definitivamente un minibus a Tashkent... E la meta è lontana. E’ una soluzione che, pur estrema, abbiamo considerato tutto il giorno. Il più accanito a sostenerla sembra Roberto. Cerco di fargli capire che, forse, non è davvero la soluzione migliore. Ma neppure io ne sono convinto!

Che novità! Si campeggia al buio in uno spicchio di campagna polverosa, ma le orecchiette al pomodoro tuttavia sono squisite. O almeno lo sembrano a noi!

 

13.08.’97

Giornata dell’Agip, all’Agip, con l’Agip. Occorre proprio dire che, dopo le arrabbiature e le perplessità suscitate dai ritmi d’intervento prima di partire, oggi il nostro maggiore e illustre sponsor ci ha dato una mano.

Ci presentiamo alla palazzina immacolata degli uffici con fare deciso, dopo aver fatto lo slalom fra le vie periferiche di Alma Ata dopo il mezzogiorno. Qualche titubanza iniziale c’è da parte di Antonio, che ci accoglie dietro una scrivania, strappato precipitosamente al pranzo quotidiano, solitario.

Il gelo tuttavia si scioglie in fretta e ci consegnerebbe la palazzina intera, se potesse. Esagerando ovviamente. A noi basta una stanza per sistemarci e la sala riunioni sembra già talmente enorme! Anche un appartamento e le docce, i servizi, la lavanderia, il bar addirittura a nostra disposizione... Un caffè corretto? Sì, grazie, scherziamo.

Renato pure, che a breve qui sostituirà Antonio di ritorno in Italia, ci incontra con estrema gioia. Tutti sono a nostra disposizione ed a noi non pare vero a migliaia di chilometri da casa. Ma è così anche per loro... Anzi, stasera tutti insieme appassionatamente al ristorante Adriatico con lasagne, vodka e segretarie d’ambasciata: pianoforte e violino ci accompagnano!

Tutto dorato finalmente?

Un mio amico sostiene convinto che se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo. Ed a noi ha messo gli occhi addosso da tempo. Lo dico per chi non se ne fosse accorto!

Terzo furgone knock out! Roba da spararsi subito. Lo lasciamo, nonostante tutto fiduciosi, al service Volkswagen di Alma Ata, accompagnati dall’autista-guida a messo a nostra completa disposizione da Antonio.

Intrecciamo fax e telefonate fra Tashkent e Ulaan Baatar. I mongoli vogliono la conferma che saremo puntuali a Chagannur, Lele comunica che i pezzi di ricambio sono arrivati dall’Italia. Meno male!

Dopo un colloquio con Sergej, che continua a non credere affatto che i russi ci facciano passare da Chagannur, decido testardo che ci passeremo, ad ogni costo. Non voglio rinunciare al nostro progetto e lanciare tutti in una corsa sfrenata che ci costerebbe duemila cinquecento chilometri in più! Ma soprattutto deluderebbe le nostre attese ed i nostri progetti, rendendoli banali. Ed odio ferocemente la banalità! Non la posso assolutamente sopportare.

Solo dopo aver parlato con Patty sono un po’ più tranquillo e sicuro d’aver preso la decisione giusta. Meno male che c’è lei.

 

14.08.’97

Allucinazione da meccanico! Oltre quattro ore ancora di rincorsa da un negozio all’altro. Con Sergej, Roberto e Angelo passo la mattinata intera fra meccanici e rivenditori di ricambi, olio, cambi, filtri, guarnizioni... attraverso tutta Alma Ata.

Le officine qui fanno solo il lavoro. E’ demandato al cliente la ricerca dei pezzi per lo stesso e tutto il resto! Un supplizio. E Sergej imperterrito si butta nella folla rincorsa. Mi fa quasi rabbia. Per lui tutto questo è normale, quasi rilassante! Ho la nausea e non solo io. Penso agli  altri che visitano intanto la città e fanno compere. Lele da Tashkent non è ancora partito, qualcosa nel motore non funziona ancora.

Poi, a piedi, nel pomeriggio inoltrato, quando tutti gli altri sono tornati, Sergej mi massacra, ma soprattutto massacra i piedi di Angelo guidandoci nella visita veloce alla capitale che non voglio rinunciare a vedere: parco immenso, zeppo di piante e monumenti dedicato agli eroi di guerra; cattedrale ortodossa biancoazzurra, d’architettura tipicamente russa e singolarmente costruita in legno senza l’uso di chiodi, dove dei pope bambini amministrano la liturgia quasi come in un gioco; bagni turchi, russi, finlandesi..., biblioteca, musei, università...

Sono distrutto prima della cena in pizzeria! Lele è ancora a Tashkent. Febbrili consultazioni rimbalzano da una parte all’altra dell’ex Unione sul filo del telefono! Sembra che tutto congiuri contro di noi. Il nervosismo è alle stelle. Sparatevi tutti allora. Sono stanco!

 

 

15.08.’97

Le notizie più folli e disperate si sono rincorse nella notte! Da Tashkent giunge un saggio della sagra dell’imbecillità meccanica. Il motore rimontato dapprima non parte, poi batte in testa, poi...

Mattinata a dir poco nervosa dedicata al cambio dell’olio e del filtro della land ed al recupero del minibus, col telefonino pronto per chiamare in ogni momento Lele e Grazia.

Finalmente c’è l’ok! Il motore è partito.

Con un giorno e mezzo di ritardo sulla tabella di marcia si riparte, ma almeno si parte, dopo saluti e foto ricordo! Alessandro e Romano aspetteranno qui gli inseguitori. Poi proseguiranno la rincorsa alternandosi alla guida senza fermarsi.

Un caos tremendo di mezzi, bazar, persone colora la nostra uscita dalla città e la rallenta. Siamo di nuovo in marcia, felici, ma la sfortuna non demorde ancora. Su un tratto di sterrato un nugolo di sassi investe il Terrorist: cristallo anteriore in frantumi! Perdio, un po’ più di furbizia e di accortezza...!

Mentre si diffonde per folle reazione una certa euforia isterica nel gruppo, per compiere l’opera, foratura del land e successiva corsa disperata nella notte del deserto prima di far decidere finalmente Sergej alla sosta per il campeggio sotto le stelle.

E’ così tardi e sono talmente giù di nuovo, che rinuncio alla cena fredda: la solita scatoletta di tonno, e dormo all’addiaccio sulla brandina.

A contrasto con la mia malinconica delusione, il cielo è un intenso, magnifico pulsare infinito di stelle. Mi sfotte?

 

16.08.’97

E riprende al mattino, monotona nel paesaggio sempre uguale, la corsa verso Ajaguz. Si ha l’impressione che le distanze aumentino sempre più, mentre si rincorre il tempo perduto: strade dissestate, caldo soffocante ed oasi improvvise in un verde sbiancato dalla polvere che non dà alcuna frescura.

D’improvviso ci si ferma per il rattoppo del vetro rotto: “russian glass”, ripete Sergej, “very bad!”. Ed è vero. Recuperato non si sa dove in maniera rocambolesca, già usato, più piccolo di quanto occorre, viene tamponato alla meglio con lo scotch marrone da pacchi. Il tutto risulta molto kitsch, ma sembra divertire un mondo Alessandro e Fabio, che si propongono di elaborarne ulteriormente l’aspetto artistico. Temo purtroppo in peggio!

Niente all’orizzonte intanto, per quanto riguarda i nostri inseguitori. Ma sarebbe troppo presto ovviamente. Telefono ad Antonio, ad Alma Ata, e mi conferma che sono partiti da lì, dopo una breve sosta per ulteriori riparazioni! Rabbrividisco!

Ci defiliamo sul far della sera con le tende fra le colline kazake, dolci di erba tagliata di fresco, eppure gialle come dune. Sullo sfondo scorgiamo lo scintillio dei fari delle auto sulla strada principale, che sempre accompagnano le nostre notti, e lo sferragliare di un minuscolo treno, rugginoso che fischia solitario verso sud.

Nutriamo la segreta speranza che magari questa notte Lele e Grazia e gli altri...

 

17.08.’97

Gli inseguitori non sono passati durante la notte! Abbiamo lasciato un cartello d’indicazione del nostro campeggio, casomai...

Da sotto il minibus sul quale mi trovo con Graziano e Carla, proviene ora un rumore sordo e preoccupante. Preoccupante? Niente di grave, ci ripetiamo falsamente convinti. E proseguiamo nel vento gelido e raffiche di pioggia fra campi sterminati, ondulati leggermente e dall’aria triste, grigia e abbandonata.

A Semipalatinsk la casa museo di Dostojesky, al di là del grande fiume che attraversa la triste città, offre una parentesi culturale alla nostra corsa. Qualche lettera, fotografie, disegni ed appunti dei primi romanzi. Qui ha composto “ I Demoni”, tra queste stanze anguste di legno dal soffitto basso: anonimato di grande scrittore fra finte suppellettili d’epoca? Si respira un’aria strana fra queste mura. Di muffa?

E siamo alla frontiera tra boschi di pini e uno scorcio di tajga sullo sfondo. Ci raggiungono puntuali anche Lele e Grazia. Ci abbracciamo. Finalmente insieme. Ho atteso io, hanno atteso gli altri questo momento, ansiosamente, mentre la pioggia ci accompagnava fastidiosa per tutto il giorno, a tratti ingiuriosa.

Alla frontiera russa è la solita trafila d’attesa. Qualcuno di noi provoca Sergej, ricordandogli che sta finalmente tornando a casa sua. La risposta è pronta: “Fino a poco tempo fa, questa era tutta casa mia!”. La ferita delle secessioni, per un russo convinto come lui, è ancora recente.

Eppure la tristezza di questa gente che non sorride mai è vera e tutta riassunta e racchiusa negli occhi smarriti di un bambino, un orfano incontrato per caso, mentre siamo alla ricerca dell’acqua presso un’isba. Mostra tacitamente la ferita d’un morso, stretta alla meglio da una sudicia benda. Implora silenzioso un aiuto. Il suo sguardo profondo si perde in un male infinito di triste abbandono e paura. Un giudizio implacabile a noi che per tendere a lui una mano abbiamo soltanto un fugace momento. Uno squarcio d’amara verità su tutti questi volti che ci osservano e da cui è scomparso il sorriso.

Sotto un filare di betulle d’argento, fra i campi neri d’un misero grano maturo, a sera le zanzare ci divorano coi nostri rimorsi, mentre ci accampiamo per la notte in questo nuovo paese.

  

18.08.’97

C’è il sole che abbozza fra timide nuvole oggi. Man mano, anche il paesaggio però si distende fra il verde ed infiniti, dorati, i campi di grano si perdono nell’orizzonte lontano. Dopo Barnaul, s’alzano magnifiche colline verdeggianti d’erba fresca e di fronde a preannunciare i vicini rilievi d’Altaj.

Si monta il campo nei pressi d’un grande fiume, tra gli alberi e lo scorrere vorticoso dell’acqua che gelida passa sui miei pensieri come sul mio corpo alla ricerca di solitudine.

E’ troppo immenso e grandioso questo tramonto per essere contenuto nel mio solo sguardo ed il rosso fuoco della luna piena riverbera in mille scaglie sulla corrente bizzosa, giocandovi. Tra gli alberi il fruscio del vento accompagna il crepitio delle fiamme che ascolto in silenzio. Attento.

Parlo a loro di me, di noi due, del senso assurdo del nostro rincorrerci e fuggirci, verso una meta che neppure noi conosciamo. Se esiste!

 

19.08.’97

Katun è il fiume che scorre nell’Ob, grandioso e veloce nel verde smeraldo dell’acqua. Gengis Khan l’ha passato e la storia con lui ed anch’io, nella mia nullità l’osservo estasiato, rapito nel sorger del sole al mattino d’un giorno qualunque fra tanti...

 Che importa la storia, che importa la vita, che importa il pensiero dell’uomo ad un fiume impetuoso che scorre da sempre nel verde più intenso dei prati, dei monti che corrono e scherzano in mille colori sfumati su impervi pendii, ma dolci allo sguardo e l’argenteo innalzarsi di piante, betulle infinite e d’abeti e piccoli pini gentili. L’estate qui esplode nei prati, nei fiori, nel cielo d’azzurro più intenso e catene che sfumano in alto in un bianco di neve perenne a segnare l’Altaj sul confine.

Il percorso serpeggia indeciso ed arrancano i mezzi col nostro taciuto timore che a un tratto di nuovo ci fermi il destino spietato.

Eppure, a fine giornata le tende ordinate e vivaci risaltano ancora in vari colori, lontane da Tusca oramai, in attesa, quiete nel freddo notturno che è intenso.

 

20.08.’97

E’ il gran giorno, ma ancora ci attendono lunghi chilometri, duri e rischiosi, tra passi ed abeti e cavalli selvaggi e cammelli: i nostri usuali compagni di viaggio ci osservano muti, diretti al confine.

A Tasanta, tra misere case di legno e la tetra caserma, i bambini che giocano e l’attesa di sempre, inutile attesa nel gelo del vento impetuoso, col cibo ingollato all’impiedi... Pazienti, impazienti si spera. Non resta più nulla da fare se non affidarsi all’assurdo permesso o diniego di gente che non ci conosce, che pare lontana, distratta dal nostro pensiero e dal nostro volere.

L’assurdo per loro è per forza l’assurdo del nostro sentire? Davvero? Non credo. E’ troppo diversa la vita, il trascorrer del tempo, il credere insieme guardando il futuro... se esiste futuro per loro... Possiamo capire in che modo, per essi, da secoli e secoli è ferma, immutabile, triste la vita?

Intanto guardiamo nei pressi il confine segnato. E’ un fragile, stento steccato, ridicolo pure e per questo più tragico, forte, potente per noi. Al diavolo tutto! E tutti i pensieri.

Rinchiusi impotenti all’interno dei nostri furgoni fuggiamo dal vento insistente più gelido ancora e tagliente che sempre ci investe. Il turbinio della polvere densa allontana anche i crocchi insistenti di bimbi curiosi che ignari, insistenti, ci attorniano.

Il sorriso scompare dai volti pian piano. Ci strema l’attesa snervante protrattasi ore; in fondo la lieve speranza s’attenua lenta, man mano ed infine vediamo l’abisso.

Niet! Da qui non si passa!

Per sempre? Per oggi? Per giorni? E domani? Notizie ... le solite storie che corrono... Si parla d’un gruppo tedesco che ha atteso per giorni...

Il telefono è a cinquanta chilometri. Via tutti da qui!

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L’ambasciata a Mosca sembra lontanissima anche al ricevitore del posto telefonico diroccato di Kosh Agash. Una voce sbigottita all’altro capo del filo chiede dove diavolo si trovi questo posto! E Tasanta? Mai sentito. Poi un’altra voce e un’altra ancora in un rimando più incredulo. Certo si stanno chiedendo chi siamo noi: diciassette disgraziati! e perché ci siamo ficcati in un simile pasticcio ai confini estremi dell’ex impero!

Ci danno dei pazzi?

Non importa. Insisto deciso. Devono darsi da fare, muoversi, telefonare, farsi sentire al ministero delle frontiere, sommuovere il mondo...

Le telefonate si seguono lente, dopo attese estenuanti della linea libera, fra speranze esaltanti e delusioni per questo più profonde. Forse c’è una speranza per domani. I documenti sono a posto, il visto mongolo per Chagannur, valido... Basta, nel nostro logico immaginario, una semplice telefonata al confine...

 Ma con quale logica? La nostra! E basta? Chi farà mai questa telefonata in un paese allo sbando, che a poco a poco in questi giorni da mille segnali ha rivelato il suo sgretolarsi, il suo contraddirsi, il suo annullarsi con la logica della follia? Ci dividono anche migliaia di chilometri, tre ore di fuso orario dalla capitale; ulteriore complicazione.

Poniamo il campo avviliti di nuovo nella steppa solitaria, al buio, mentre la pioggia ci perseguita a raffiche incostanti. E’ una notte di umidità estrema, senza fuoco e delusione profonda mista ad un filo di speranza, senza luna, a duemila metri, al confine della nostra meta che ci è negata: la Mongolia. A portata di mano!

 

21.08.’97

Mattinata uggiosa di pioggia fine e snervante. Fa freddo. Smontato il campo, attendiamo rinchiusi nei furgoni il ritorno del land allontanatosi per fare provviste. Poi si raggiungerà la frontiera... forse.

I programmi già incerti sono comunque sconvolti. Riappare dopo due ore Sergej accompagnato dalla polizia. “New problem”, risponde soltanto alla mia insistenza. Non aggiunge altro se non un confuso racconto di soprusi. Riparte coi passaporti ed i visti di tutti. Siamo sconcertati.

Alle dodici e trenta, senza notizie, si decide di andare al villaggio, al posto di polizia, almeno per telefonare ormai all’ambasciata. Nulla da fare. Quando incontriamo i nostri amici, scopriamo di essere “trattenuti” senza poter usare i mezzi. Si pretende da noi una tangente di cento dollari a testa!

Motivo? La semplice nostra presenza!

Da chi? Dallo stesso capo della polizia locale!

Sergej, da parte sua, non vuole cedere al ricatto, ma intanto i passaporti sono nelle loro mani. Noi stessi siamo dunque sequestrati su questo confine.

Mi attacco al telefono con rabbia rinnovata, per ricevere e dare nuove notizie dall’ambasciata e all’ambasciata. Sono calmo ora.  I primi passi formali sono stati compiuti. Nulla! Si tenta per altra strada, mi spiegano. Difficile. Voglio parlare con l’ambasciatore. Non c’è. C’è invece il console. Sa di noi e dei nostri problemi. Promette. Abbiamo fretta! Il nostro visto scade il 24 prossimo, fra tre giorni e chi ce lo rinnoverà in questo luogo dimenticato del mondo? Accenno ad informare la stampa italiana... Immagino i titoli: ”Sedici italiani sequestrati dai russi...”

Non siamo ridicoli! almeno per il momento.

L’ultima telefonata rivela quasi una supplica da parte del console. Abbiate un po’ di pazienza. I nostri interlocutori li conoscete... Già! Forse stasera... forse domattina...

I passaporti restano ancora in ostaggio. Io tratto con l’ambasciata, mentre Sergej non demorde dalle trattative con la polizia... Dai pretesi cento dollari si è scesi a venti, con la promessa di sporgere denuncia...però i documenti non ci verranno restituiti prima di domani.

Sulla via del ritorno al campo nella steppa, facciamo provvista d’acqua di fronte ad una postazione militare di controllo radar. Chiacchieriamo coi soldati semplici che lasciano i posti di guardia, infilandosi fra il reticolato, mentre le antenne girano lentamente e scandagliano il cielo. Ci scambiamo saluti, foto e cartoline in un clima disteso.

Il cielo è sereno, l’aria tersa, il freddo serale pungente, ma Sergej ha acceso il fuoco per noi e non lo sentiamo. Attorno si accendono anche le nostre discussioni. Decidiamo di insistere per il transito alla frontiera di Tasanta. L’alternativa sarebbero quattromila chilometri da percorrere di corsa, senza visto e permessi di transito, dal Bajkal per Ulaan Udè e Ulaan Baatar! Insisto e convinco anche gli altri.

Voglio passare di qui ad ogni costo, pure se Roberto e Sergej sono di parere contrario! Grazia mi spalleggia decisa e penso anche Lele.

La nostra guida mongola, siamo venuti a sapere oggi, ci aspetta oltre il confine. Gli abbiamo inviato un messaggio: “Aspettaci!”.

Passeremo, lo sento.

 

22.08.’97

Mattinata di sole stupendo che sembra irridere ai nostri problemi. Ci intorpidiamo sonnacchiosi nell’attesa di poter telefonare. Si inganna il tempo senza smontare il campo questa volta. Graziano si improvvisa allegramente parrucchiere del gruppo e, dopo Carla sempre allegra e tranquilla anche nei momenti più tesi, molti passano sotto le sue forbici.

Più tardi, con Sergej e Grazia raggiungo il villaggio per una nuova ennesima serie di telefonate e trattative con la polizia per il rilascio dei passaporti.

Sul mio fronte, quello telefonico, esulto per il successo! Il ministero russo ha comunicato l’ok all’ambasciata italiana. Euforico raggiungo di corsa il posto di polizia per rintracciare Sergej. Anche lui ha concluso le trattative: trecentoventi dollari complessivi per la nostra presenza in Kosh Agash. Ma vogliamo pagare attraverso la banca e in rubli, col proposito di non favorire così palesemente l’indubbio furto e poter sporgere denuncia per il sopruso.

Vorrei partire subito per la frontiera. Sergej tuttavia è scettico. Non si muove. E’ stato inviato l’ordine al border? E che ne so! Vuole telefonare per la prima volta a Cita, il capoluogo del nord della Siberia, a migliaia di chilometri da qui, dove ci sono gli uffici centrali di questa frontiera. Lì non ne sanno niente. Per loro è ancora solamente un NIET!

Altro giro frenetico di telefonate fatte e ricevute, di attese stressanti in questo bugigattolo di due per tre, infernale, cadente, decorato dai graffiti naïf e volgari dei militari di passaggio (segni identici e messaggi riconoscibili in tutto il mondo) e che ormai occupo stabilmente, penosamente, da oltre due giorni per contattare il solito circolo vizioso: Cita, ambasciata, ministero russo... Cita, ambasciata, ministero russo...

Solo a sera il giro si chiude. E’ confermato il passaggio da Tasanta tramite l’ambasciata: lo assicurano il console dottor Verde, la dottoressa Tagliero, Anna l’interprete russa...

Purtroppo manca ancora il tassello più importante: l’ordine non è arrivato al border e non possiamo dunque partire!

Sergej continua ad essere scettico, dopo un mamento di dubbio. Conosce bene il suo paese, dice! Io spero, invece, non demordo!

Ci consoliamo attorno al fuoco con una bottiglia di vodka, mentre scendono le ombre sempre più nere della sera. Il vento gelido spazza la steppa. Impossibile anche accendere il fuoco. Lascio scorrere l’aria gelida sul viso, nell’oscurità. Sono convinto che ce la faremo.

D’improvviso anche il vento cessa per lasciar posto nel cielo infinito a nuvoloni neri, minacciosi. Sulle montagne vicine si prepara una notte di neve.

 

23.08.’97

Dopo il vento di ieri, il sole brillante nel mattino. Sole veramente per noi! Con Sergej, silenzioso, torno al maledetto ufficio postale. Angelo, Lele e Grazia, lasciandoci soli, si sono diretti al mercato.

La linea col border è facile da prendere. Un soffio. Incredibile! Sergej ascolta attento, richiede conferma in un russo stretto e concitato dalle vocali profonde. Sorride, esulta, salta, balla addirittura, mi abbraccia lasciando il ricevitore. Go, Go Carlo! Gooo! E non ci credeva. Da Mosca è arrivato l’ordine di lasciarci passare e se lo ordinano da Mosca... ci crede anche un russo!

Oggi ciò che avviene può essere riassunto solo in un sogno. Ci buttiamo di corsa alla ricerca dei compagni. Urliamo attraversando il villaggio, impazziti. Ci scorgono, capiscono, ci corrono incontro. Lele lancia in aria le taniche per l’approvvigionamento dell’acqua. Via, via, viaaaa!

Al più presto si parte, dopo una sosta dovuta per la foto storica sotto al cartello stradale d’indicazione a quello che abbiamo soprannominato già Angosh Agash! Abbiamo anche fatto meglio dei tedeschi, molto meglio! Ed è tutto dire...

Le formalità di frontiera, pur lunghe, sembrano espletate più per routine dai doganieri ancora increduli, ma ormai rispettosi, che per necessità o per mostrarci che anche loro, in ogni caso, esistono! Pensate: controllo elettronico dei bagagli, controllo antidroga con spray e cartine tornasole...! Da non crederci, ma a noi non importa nulla.

Ci arrampichiamo felici e liberi sul passo sterrato di confine, tra strani, vispi topolini distinti curiosamente per sesso dalla coda fluente e grasse marmotte, pigrone dal pelo chiaro, sonnacchiose nel sole e stupite mentre osservano il transito dell’ insolita carovana.

Foto di rito ai tre soldati annoiati, russi e mongoli, sistemati rigidi davanti al cippo posto sul colle. Siamo finalmente in Mongolia, la meta del nostro viaggio, dopo quasi tredicimila chilometri. Ci aspettano ancora oltre un migliaio di chilometri, forse duemila per Ulaan Baatar, ma non importa!

Al border opposto sopra Chagannur, ci aspetta la nostra guida, Bolt Baatar, che scoprirò solo in seguito, significa nientemeno che Eroe d’Acciaio! E’ giovane, alto e vispo. Sorride a tutti stringendoci energicamente la mano. Anche per lui, dopo tre giorni d’attesa su una montagna, sembra ancora impossibile che siamo arrivati, o forse la sua filosofia asiatica non conosce questo termine...

Svolge carte geografiche, mostra programmi, è tutto un fremere di iniziative, purtroppo! Ma questo lo scoprirò solo dopo!

Vorrei fargli capire che, considerato il ritardo, sarebbe meglio ridisegnare il percorso, viaggiare a sud, sulla strada più breve, migliore, più sicura... Vorrei convincere anche gli altri, ma sono troppo euforici. E’ impossibile riportarli coi piedi per terra. Più decisa di tutti è Grazia. Non vuole rinunciare per nulla al percorso elaborato da tempo.

Il tracciato montano che si precipita letteralmente su Chagannur è ovviamente sterrato, come lo è stata la salita sinora: pieno di buche,  con passaggi su torrenti che richiedono una certa abilità tecnica e coraggio ai driver, ma il paesaggio che si distende sempre più all’intorno è da favola.

I monti dell’Altaj svettano sullo sfondo verdi, azzurri, grigio rosa, viola, rossicci, con pendii tenui, luminosi, accarezzati dalla brezza, che si modulano leggeri attorno a mandrie tranquille ed indifferenti di incredibili yak, vitelli vivaci e greggi infinite. Branchi di cavalli selvaggi, superbi nella loro bellezza, pascolano indisturbati ed a tratti sgroppano felici sul fianco del monte e scompaiono.  Nel cielo volano lente, solenni e maestose le aquile.

E’ per noi un fascino curioso, sconosciuto, coinvolgente, di paesaggi che stupiscono, sopraffanno ed entusiasmano, ci ammutoliscono per la loro straordinaria bellezza e primitività originaria.

Frattanto, corriamo coi mezzi e rimbalziamo follemente sui sassi dietro la uaz di Bolt Baatar, dentro gole e torrenti, per giungere a sera ad un’amplissima valle segnata da rocce granitiche sparse. Superiamo  sul percorso mandrie al rientro nella luce del tramonto, fra ruscelli e sorgenti, pastori felici e donne e bambini che ci corrono incontro e ci salutano contenti.

Dopo tanta tristezza letta nei volti, questa gente è veramente felice.

E’ la nostra prima notte sotto un cielo mongolo infinito, disseminato di stelle, le stesse che scorgiamo da sempre e ci accompagnano silenziose nel nostro cammino interminabile, come la luna che ammicca sorridente dal cielo.

Sorride sulle nostre illusioni!

 

24.08.’97

Dopo un periplo lunghissimo che a sud contorna un lago d’un blu scintillante, popolato da stormi di anatre selvatiche che s’alzano in volo stupendo e lineare, ci si accorge che, incredibilmente, è trascorso quasi tutto il mattino.

Alzatici all’alba, abbiamo affrontato la prima parte del cammino tra piccole valli e pendii, cercando il percorso migliore sul terreno vergine, ancora in attesa di raggiungere una strada sterrata o almeno un vero percorso segnato. L’entusiasmo e le discussioni sulla direzione, fra fautori di un tragitto che segnasse un rapido volo su Ulaan Baatar da sud, ed incalliti cultori del “voglio vedere tutto comunque”, lasciano il posto ora ad una realtà più prosaica e forse per questo più amara per tutti, perché inserita in uno scenario, al contrario, stupendo e magnificente, che alterna gli scorci di tratti desertici al dirompere improvviso del fiume vorticoso ed al sussurro più lieve del ruscello che scorre irrequieto o al mormorio gorgogliante della sorgente che scaturisce improvvisa nel verde.

Il viaggio infatti si snoda in un ambiente naturale suggestivo che brilla soprattutto per una verità oramai assoluta: l’assenza sicura di strade!

Solo dei solchi rovinosamente scavati dalle acque e dal passaggio annuale di animali in transumanza tracciano in più linee variegate e incostanti un percorso che conduce verso la montagna indicata approssimativamente dalle guide per un ipotetico transito. La scelta era già da principio infelice, ora è chiaro!, poiché i nostri mezzi sono completamente inadatti a questo tipo di percorso già molto impegnativo per dei veri fuoristrada! Arranchiamo faticosamente dietro la uaz che fugge veloce, rimbalzando su ogni ostacolo, inutilmente, sconsolatamente. Allibiti!

Su un pendio scosceso, tra l’erba ed i massi diversi d’un torrente dobbiamo tornare sui nostri passi. Più volte è il secco battere del masso sulle lamiere o il terribile grandinare della ghiaia sul fondo del motore a tenerci in trepida allerta, in preda allo sconforto ed alla incredulità.

Affrontiamo ormai rassegnati un percorso che mai avremmo immaginato di incontrare per la sua durezza. Superiamo dislivelli paurosi sul ciglio di precipizi da capogiro correndo spesso su tre ruote, dando di cozzo terribilmente sulle pietre, sfiatando i motori all’impossibile e tagliando un pneumatico che sfidava intrepido il granito tagliente. Un’intera giornata di affanno conclusa dalla torsione d’un’asta del cambio, dopo l’ennesimo scontro coi massi e il pietrame che fa innervosire tutti e scatena, sulle possibilità dei mezzi, dispute salaci e inconcludenti.

Termino il giorno, per quanto mi riguarda, infilato sul land, stretto fra Lele e Grazia, per alleggerire il nostro minibus che ha subito i più duri attacchi dalle rocce ed i maggiori danni, mentre il tramonto sfila languido davanti ai nostri occhi, stupendo, incendiando un orizzonte di monti d’azzurro incredibile, che si perdono sbiancando sul fondo in catene coperte di candida neve recente. Più in basso, sui fianchi scoscesi, riappaiono ora anche gli alberi, scuri, protetti dal vento nelle gole profonde. Due laghi hanno aperto e richiuso in immagine unica, magica, il giorno di angosce e stupende bellezze.

A notte, alla luce d’una semplice torcia, discutiamo in un vertice stretto il percorso che veramente consenta di giungere, salvi e per tempo, alla meta, senza il rischio di distruggere i mezzi.

Mentre cerco di prendere sonno nel mio sacco a pelo, m’accorgo che le date non possono essere esatte! Ci siamo sbagliati d’un giorno!

Sarà amaramente la prima osservazione da arrischiare domani mattina.

 

25.08.’97

Si riparte. La mia conclusione notturna è esatta, purtroppo. Occorre quindi recuperare chilometri ancora attraverso i giorni. Non ci mancava che questa! Quando gli altri se ne accorgono è subito di nuovo burrasca e la mia conferma spazientita non fa che aumentare il malumore. Ma non si può scappare di fronte alla realtà e questa non va ingenuamente confusa col desiderio!

Si punta comunque su Ulaangoom, con i soliti tempi morti d’attesa, esasperanti, per il rifornimento di benzina in un villaggio posto a due o tre chilometri dalla pista principale. Non si capisce perché si debba lasciare il breve tratto di strada asfaltata, sì, dico asfaltata come in un sogno!, per buttarsi su buche e salti da gare di cross! Tra l’altro, il benzinaio dorme ancora, mentre Fabio e Alessandro meticolosi abbelliscono, secondo loro, il Terrorist con due crani di yak, misere ossa sbiancate con avanzi di corna; legati alla meglio sopra il cristallo già orribilmente evidenziato dall’adesivo dell’Agip, giallo e nero, figurano sinistramente funerei e grotteschi.

Ulaangoom si presenta come la prima cittadina, capoluogo di provincia, in tutta la sua povertà di pochi edifici pubblici d’architettura sovietica, senza fantasia e bellezza, contornati da centinaia di ger, le bianche abitazioni stanziali dei mongoli diffuse ovunque anche qui in città.

Riviviamo le solite attese snervanti all’ufficio postale, senza poter telefonare. Vorrei almeno sentire la voce di Patty e dirle che l’amo, oggi che è il nostro anniversario... La sveglierei nel cuore della notte, ma lei ne sarebbe comunque felice, lo sento.

Tutto inutile, rinunciamo. Un augurio posso fartelo solo col pensiero, amore...

Ed ancora via, per scoprire che appena ai margini della città l’asfalto termina improvviso e dopo un primo tentativo in direzione errata, si imbocca la via, forse giusta, verso Tosonsengel.

Se al peggio non c’è limite, stiamo sperimentandolo noi! In paesaggi ed ambientazioni da favola, immersi nella natura incontaminata che ci circonda stupiti, con scorci di una suggestione mozzafiato, il percorso diviene sempre più impossibile e pericoloso: attraversiamo a guado i fiumi, aggrediamo arrancando le ripide colline e le montagne polverose...ci lanciamo da pendii vertiginosi...

Già da ora Roberto è stranamente, innaturalmente nervoso e mi interpella, troppo deciso, sul perché non si sia proseguita la strada asfaltata. Sono sbigottito! Ma quale strada asfaltata? Non esiste neppure la strada, altro che asfalto! Alla risposta allibisce, ma è la realtà! Deve abbandonare anche lui l’illusione troppo fugace e per questo più amara!

La polvere è l’elemento che ci perseguita maggiormente, penetrando fastidiosa ed insolente fin dentro i mezzi ed ad ogni istante, perseguitandoci. Ormai non si fa che viaggiare e viaggiare, ad una velocità che tuttavia non riesce a superare i venti all’ora, frustrandoci maggiormente.

Infine, nel tardo pomeriggio appare all’orizzonte, scintillante nel sole, un lago vastissimo, affascinante come un miraggio. Non dovremmo fermarci, lo sappiamo, per accumulare chilometri ancora, finché dura la luce del giorno, ma l’attrazione è troppo grande, come la sporcizia insopportabile che ci sentiamo appiccicata addosso. Sarà solo una nuotata sofferta col patema del tempo che trascorre, si pensa, ammaliati dall’idea. E così se ne vanno quasi due ore e riusciamo ad impiantarci col nostro mezzo anche nella sabbia, subendo l’umiliazione di farci trascinar fuori!

Si riparte tardi dunque, con il sole che incendia le acque, per correre su una linea di percorso che neppure si distingue ormai, ma che si sente reale coi continui colpi e sobbalzi incontrollati, dietro le due lucette rosse della uaz lontana che fila sempre troppo rapida al nostro confronto.

Più tardi, una breve fermata, una consultazione concitata e ad un tratto nella notte il viaggio è drammaticamente interrotto. A Roberto sono saltati i nervi. Capita. Non vuole più proseguire nel buio per la stanchezza.

Dopo un attimo di perplessità e uno sguardo d’interrogazione e d’intesa con Sergej che mi ha raggiunto, la decisione migliore è quella di fermarsi. Domani sarà un altro giorno e l’incidente presto svanito. E’ tuttavia il segno, per ora fortunatamente estremo, della nostra tensione crescente.

 

 

26.08.’97

Correre, correre, correre con l’angoscia nell’animo per non completare neppure i chilometri di percorso previsti. E’ il nostro destino attuale. Oggi non si raggiunge neppure Tosonsengel e la notte, freddissima, su questo altopiano che domina un ennesimo lago indifferente alla nostra fatica, consolida il nostro sconforto.

Stamani ho proposto, dapprima fievolmente, poi sempre più convinto, di abbandonare all’ospedale di Tosonsengel due mezzi e proseguire con due o tre uaz affittate nella cittadina cui dobbiamo giungere. Sperando di trovarle! Resteranno a noi solo il Terrorist, che tra le mani di Sergej incredibilmente non sembra sentire la fatica ed il land. Non pare completamente una resa.

Il  mezzo di Roberto ormai sputa olio come un drago ed ogni dieci chilometri ha bisogno urgente di un rabbocco abbondante. Il mezzo di Romano ha rotto gli ammortizzatori ed è ingovernabile. Salta d’improvviso sulle buche come un canguro, mettendoci in serio pericolo di ribaltamento ogni volta. La guida dei veicoli è comunque faticosissima, estenuante.

La riflessione avviene rapida e decisa con Lele e Roberto, mentre gli altri per distrarsi provano a cimentarsi sul dorso d’un cammello, assaggiando formaggio duro e vodka di latte presso una ger a cui facciamo sosta. I cavalli pascolano all’intorno in una incredibile armonia che li fonde all’ambiente. Decine di aquile volano nel cielo e si posano accanto a noi. Impassibili.

Salgo sulla uaz per percorrere un tratto di percorso con Bolt Baatar, cui espongo diplomaticamente la nostra intenzione. E’ d’accordo con me. Nel frattempo anche il land subisce il contrattempo di una foratura. Nell’operazione del cambio ruota il supporto non tiene ed il mezzo oscilla paurosamente, minaccia di travolgere qualcuno e di rotolare dalla scarpata! La stessa uaz ha una ruota che si sgonfia lentamente come in un incubo. Quando finirà questa sfortuna che ci perseguita?

A sera, i nervi tesi scatenano un ulteriore violento battibecco fra Graziano e Romano. E mancano ancora quasi mille chilometri alla meta!

Osservo con tranquillità il paesaggio magnifico, la dolcezza della prateria e l’armonia delle rade ger che la interrompono d’improvviso, bianche tra mandrie di animali al pascolo, silenziosi. Maestosi nella pianura avanza un gruppo di superbi cavalieri. In lontananza una carovana di cammelli tanto lenta da sembrare immobile. Mi sento conquistato, immerso nella natura da questa vita senza tempo, senza affanni, senza fretta da sempre. Immutabile.

Sono felice.

 

27.08.’97

Sembra di essere allo stremo ogni volta con le forze, ma poi si riprende il ritmo di ogni giorno con nuova lena. Metro per metro, chilometro per chilometro si continua ad insistere verso Tosonsengel, testardi, ostinati. Arriveremo.

La città la raggiungo sulla uaz di Bolt. Qui si viaggia alla rinfusa, fra scatoloni di viveri, bagagli, un intenso odore di benzina che proviene dalla tanica di scorta posta all’interno dell’abitacolo. I sobbalzi sono un po’ attutiti dalle caratteristiche del fuoristrada, ma moltiplicati ed in un certo senso esaltati dalla guida acrobatica dell’autista che non si cura affatto di evitare alcun ostacolo posto sul percorso e poi vi rimedia d’improvviso con manovre spericolate, sbattendo i passeggeri a destra e sinistra senza ritegno.

Appena alla cittadina, Italo, forse terrorizzato all’idea di non poter ripartire in tempo per l’Italia e stremato fisicamente e psicologicamente dal viaggio gravoso, cerca di imporsi. La prima scelta deve essere l’aereo!

E’ pur vero che esiste un piccolo scalo per i voli a Tosonsengel e se ne era parlato la sera, ma so ormai perfettamente che non è possibile trovare posto su un veivolo che oggi è già partito e che sino alla prossima settimana non potrà offrirci nessuna speranza. Sto per fermarlo. Ci ripenso.  Meglio lasciarlo allontanare. La confusione e le contraddizioni di oggi saranno parecchie. Alleggerirle anche così, con una persona in meno presente, non può che farci bene. Quindi se ne parte con l’autista della uaz per non scoprire naturalmente nulla di nuovo.

Intanto Bolt Baatar cerca dei mezzi per noi. Il posto è piccolo e non offre infine altra soluzione che un grosso camion. Eppure siamo pronti a sacrificarci Graziano, Angelo, Romano ed io per viaggiare sul cassone per i rimanenti ottocento chilometri. Italo e Marida viaggeranno in cabina, si prospetta. Per le altre donne si farà posto sulla uaz delle guide.

Sergej tuttavia si oppone fermamente e poi anche Roberto. Troppo estenuante, troppo freddo: noi non ce ne rendiamo conto! Meglio sostituire gli ammortizzatori al mezzo di Romano e proseguire lasciando un solo minibus presso l’ospedale. Poi, in qualche modo sarà recuperato e riparato per la Croce Rossa di Ulaan Baatar. Solo i bagagli saranno caricati sul camion che ci seguirà sino alla capitale, alleggerendo in questo modo i furgoni ed il land, dando loro ulteriore respiro.

Le opinioni in merito sono diverse e di conseguenza le discussioni si fanno feroci. Tutti sono presi dalla frenesia di arrivare ora e gli spropositi, detti ed ascoltati, non si contano più. L’aria è incandescente, mentre Sergej, Lele e Roberto lavorano attorno ai mezzi per riparare forature e ammortizzatori. Deve intervenire persini Sergej per calmare gli animi.

Verso sera finalmente si riparte, pacificati. Con Graziano, Carla, Romano ed Angelo mi sistemo sulla uaz, cercando alla meglio di attutire e controllare i sobbalzi continui. Niente da fare.

Dovremmo stare noi davanti al gruppo, chiuso a sua volta dal camion. Ben presto però, questo, che ci ha superati tutti, si ferma. Noi della uaz scendiamo e, con sorpresa, attraverso un breve tratto di bosco, siamo magicamente condotti da Bolt ad una vasta radura verde, dominata dalla presenza di una candida ger. All’interno, per noi è preparata una inattesa cena mongola.

Ci accomodiamo titubanti sui tappeti stesi a terra con un po’ di circospezione, mentre vengono offerti il te col latte tradizionale ed i cibi: formaggio fresco, burro fuso, polenta dolce col miele, pastelle fritte... Tutto è incredibilmente, sorprendentemente gradevole al nostro gusto e mangiamo con appetito sotto lo sguardo attento e curioso, oltre che un po’ divertito, della intera famiglia che ci osserva all’intorno. L’atmosfera è cordiale, estremamente gradevole nonostante la difficoltà nel comunicare.

Naturalmente i nostri ospiti sono, come il novanta per cento della popolazione qui, allevatori. Ricchi allevatori, fa osservare Bolt con un po’ di invidia malcelata. Con centinaia di capi fra yak, mucche, pecore, capre e gli immancabili cavalli, possono permettersi un camion ed un fuoristrada, mentre lui neppure una piccola macchina...

Ritroviamo poco lontano i nostri mezzi, presso il primo bivio, dopo la sosta inattesa e così speciale. Non sanno quale direzione prendere, ma hanno anche forato. La solita fortuna! E per recuperare i l tempo perso, la uaz si inerpica letteralmente su un prato scosceso, per affrontare con una scorciatoia la via del passo posto ad oltre duemila metri. Mentre viaggiamo, un poco rinfrancati all’interno del fuoristrada, ci esibiamo nella notte in canti italiani ed ascoltiamo canti mongoli dai nostri compagni di viaggio con cui abbiamo stretto amicizia.

I mezzi dietro a noi arrancano intanto in carovana ed al calare del buio diventano solo una teoria di luci che ci inseguono e brillano gialli nella notte. Cerco di non perderli mai di vista.

D’improvviso tuttavia, dopo aver superato la cinta in muratura di un monastero montano, che fugge via nella notte coi suoi contorni appena sfumati, una macchia lattiginosa nella completa oscurità, la uaz si ferma. Lontano, su quello che ci appare indovinare come l’altro crinale del monte, due fari lampeggiano piccini piccini, segnalando. L’autista risponde. E’ il camion al seguito che ha preso un’altra strada e ce la indica: l’ennesima scorciatoia!

Si torna indietro per un tratto che sembra infinito, per scoprire che la presunta semplificazione del percorso sembra divenire sempre più un inferno di pietre, solchi spaventosi, greti impossibili: un vero supplizio per noi, ma soprattutto per i nostri miseri mezzi che sembrano non reggere allo sforzo azzardato. Eppure si continua fra le imprecazioni, in un nero d’inchiostro strappato a tratti dal fascino misterioso degli alberi, vivi d’improvviso folgorati dalla luce nella caligine su cui s’apre un cielo di stelle.

Si supera così anche il passo nel gelo. Un altare di pietre ammucchiate e preghiere svolazzanti nell’aria pungente ne segna semplicemente il confine. Poi via ancora nella lunga notte...

Più tardi, quando impongo la sosta, Roberto mi rimbrotta gentile: fa notare lo sbaglio di un’ora a nostro svantaggio. Mancano pochi minuti alle tre. Non m’ero neppure accorto del cambio del cambio di fuso, ma lui, pur se stanco, quasi esausto, non si inquieta per questo. Sentiamo di essere amici, nonostante i miei difetti ed i suoi, soprattutto in queste occasioni.

Chiediamo una pausa di sonno che duri sino alle sei del mattino. La prostrazione fisica di tutti ci concede una tregua un po’ più lunga tra la nebbia ed il freddo che penetra lento intirizzendoci all’interno degli scomodi  mezzi, mordendoci le ossa durante la notte ch’è breve di sonno.

 

28.08.’97

La meta di oggi è la cittadina di Cecerleg e l’avvicinamento più prossimo possibile ad Ulaan Baatar, la nostra meta finale che sembra maledettamente irraggiungibile. Ognuno si esercita ormai in una specie di confronto chilometrico con le mappe più disparate, confronto che vorrebbe essere rassicurante per tutti, ma in realtà esaspera ancor più il percorso.

Sulla uaz manteniamo maggiormente la calma. Addirittura troviamo il tempo e l’interesse per fare i turisti e fermarci ad osservare con curiosità il più grande canyon naturale della Mongolia, una grande frattura impressionante, sul cui fondo scorre un piccolo torrente, commovente alla vista della sua fragile dimensione sovrastata dai bordi giganti della faglia.

Nei pressi, entro un bosco di pini ed abeti, un antichissimo albero sacro, divenuto nei secoli tempio buddista, ha richiamato anche il Dalai Lama per la preghiera. I suoi rami irsuti e quasi spogli si protendono altissimi nel cielo, ghermendolo sopra un tronco enorme, contorto e sofferto dagli innumerevoli anni di vita. Alla base una spaccatura naturale forma una specie di caverna, una cappella in cui si prega e si appendono preghiere con poveri ex voto tra il fumo d’incenso.

Pongo anch’io devotamente un sasso sull’altare di pietre e compio silenzioso il giro rituale all’intorno con le guide, propiziando il nostro viaggio. Poi via, all’inseguimento degli altri mezzi che, nonostante i ripetuti segnali di richiamo, preoccupati dal percorso non ci hanno visti sostare. All’intorno il paesaggio continua ad essere una successione infinita di laghi, boschi perenni e praterie incantevoli...

Il guado di un ennesimo fiume al traino della uaz fa perdere infine il controllo ad Italo, che inveisce ferocemente contro la nostra guida. E’ una vena apparente di follia comprensibile, dettata dalla paura e dalla debolezza che ormai ci accompagnano, specchio del nostro stato d’animo e che non sempre si riesce a contenere. Con un po’ di esperienza sappiamo che è reazione comune in questi viaggi. Eppure ci vergogniamo per lui e ci scusiamo, perché realmente il passaggio, anche se azzardato (ma ormai cosa non lo è, mi domando!), ci consente di sostare straordinariamente presso uno dei monumenti naturali più interessanti ed imponenti, oltre che culturalmente preziosi, dell’intera Mongolia.

Una roccia enorme, un unico masso dalle dimensioni gigantesche si eleva solitario ed improvviso dal suolo pianeggiante, quasi una meteora caduta dal cielo in un tempo remoto. Le leggende ed i miti più antichi dell’Asia ne parlano e ne narrano la sua provenienza improvvisa, divina e misteriosa, facendone oggetto di culto da sempre.

Sul far della sera, quando ancora il sole è al tramonto, dopo aver superato il piccolo centro di Cecerleg, dove edifici vetusti di dubbia architettura socialista sono contornati da una ampio giardino ordinato di ger, raggiungiamo il monastero di Karakorin. Era un tempo la più antica città-capitale del regno immenso di Gengis Khan, il più grande, il più esteso impero mai esistito al mondo. Città una volta magnifica e decantata nei suoi ricchi palazzi, stupende fontane e celebri piazze, fu distrutta dai Manciù. Solo tra gli edifici del monastero, ricostruito nel XVI secolo raccoglie ancora qualche resto della città originaria: volti di draghi, leoni, serpenti e colonne marmoree fra magnifiche pagode policrome, leggeri tetti miniati e dolci tintinnii di campane scosse dal vento. Finalmente ora queste preziose reliquie del passato iniziano ad essere ripristinate dopo anni bui d’oblio e di abbandono.

Nella notte finalmente raggiungiamo l’asfalto! Sembra un incredibile sogno che non vorremmo mai più abbandonare. Sentiamo di volare leggeri, veloci. Eppure il campus di ger che ci deve accogliere più tardi, nel cuore oscuro della notte mongola, ci costringe a riprendere il cammino fra i boschi, la polvere e gli animali notturni. Una volpe, coi suoi occhi di luce rossastra ci osserva.

Domani sarà veramente il gran giorno?

 

29.08.’97

Al mattino la partenza è come al solito dilazionata nel tempo per gli usuali inconvenienti. Sulla uaz devono trovare normalmente posto altri occasionali viaggiatori: studenti, pastori... Questa mattina ve ne sono due o tre di troppo, universitari che raggiungono la capitale per l’inizio dell’anno scolastico. Due di noi sono sloggiati per far loro posto.

Salgo volentieri sul land con Lele e Grazia. Non me ne dispiaccio proprio, perché voglio godermi questi ultimi chilometri di percorso quasi in solitudine. E se v’è conversazione, finalmente riesco a scambiare un po’ di opinioni con due amici che, nonostante la vicinanza, ho avuto poco tempo per incontrare durante il viaggio. Mi accorgo infatti che, nonostante i lunghi giorni trascorsi insieme, non sempre si riescono ad avere gli stessi rapporti intensi con tutti i membri del team.

Del resto, oggi il viaggio è molto più semplice sull’asfalto della strada che presto riprendiamo a soli duecento chilometri dalla capitale. Sembra ora di correre sul velluto ed i chilometri si inanellano senza fatica come un tempo che ci sembra già così lontano. Dolcemente cullato, non sento più il peso del viaggio e tutto il sofferto sembra già alle mie spalle. Torno già col pensiero alle recenti esperienze come ad un ricordo, mentre divoriamo veloci la strada, superando di volta in volta le alture oltre le quali ci si aspetta di scorgere ormai la città, impazienti.

E ad un tratto, eccola distendersi immobile, improvvisa, sotto di noi, in attesa. S’allunga pigra, sotto i monti, scura nel verde, in una valle che raccoglie da un lato nel suo palmo disteso industrie e ciminiere, a contrasto con gli accampamenti di palizzate e di semplici ger tesi verso l’aeroporto dall’altro: due ali che ne proteggono il cuore segnato dallo scintillio brillante dei cristalli e dall’ergersi maestoso di edifici superbamente moderni.

Vi scendiamo in un soffio, avvicinandoci silenziosi, quasi ancora non osando penetrarvi. Ci fermiamo all’unisono di fronte al grande, candido arco d’ingresso, su cui campeggia a grandi lettere il nome della metropoli.

Resto per un attimo attonito, incapace di reazione. Poi abbraccio Grazia e mi congratulo con Lele. Scendiamo tutti insieme dai mezzi per attendere la uaz attardata e scattare la foto di rito.

Siamo giunti alla meta.

Il resto, tutto il resto, come l’accoglienza straordinaria della Croce Rossa, la visita veloce alla città ed al suo fantastico antico monastero buddista, i giorni stessi trascorsi nella ritrovata Pechino, in cui incontro dopo anni gli amici d’un tempo, non contano nulla.

Siamo giunti alla meta dopo oltre quattordicimila chilometri percorsi! Solo questo è il pensiero che conta!

E mentre tra i sorrisi ci abbracciamo ancora increduli, incrocio lo sguardo di Alessandra. Titubanti, entrambi non riusciamo a superare i pochi passi che ci dividono. Nei nostri occhi, infatti, leggiamo sì a vicenda la felicità immensa d’essere faticosamente riusciti nell’impresa, ma scorgiamo pure la dolce amarezza, che fa un po’ paura e che coglie alla fine di ogni affascinante avventura, una avventura che ci ha fatti conoscere, ci ha regalato momenti preziosi e affascinanti, irripetibili sensazioni che abbiamo timore di perdere ora, in un attimo.

Per questo, per continuare ad assaporare più a lungo la nostalgia profonda di ciò che abbiamo vissuto insieme, che mi sento dentro, dolce e che non voglio scompaia, non l’ho baciata.

 

 

annotazione

Il viaggio da Milano a Ulaan Baatar, organizzato da Lele, Roberto e da me, è la terza esperienza di percorso sulla Via della Seta.

1989: si realizzava con successo il Progetto Cina, un percorso automobilistico di diciassettemila chilometri da Milano a Pechino attraverso Iugoslavia, Turchia, Iran, Pakistan e Cina.

1991: si realizzava con successo il Progetto Ritorno, un percorso automobilistico di ottomila chilometri da Pechino a Mosca attraverso Cina, Siberia e Russia Europea.

1997: si è realizzato il progetto Via di Mezzo, un percorso di oltre quattordicimila chilometri attraverso Italia ( Ancona, Pescara, Monopoli, Brindisi), Grecia (Igumenista, Meteore, Larissa, Leptokarina, Salonicco, Kavala, Alessandropoli), Turchia (Ipsala, Istanbul, Izmit, Ankara, Sivas, Erzican, Erzurum, Dugubayazit), Iran (Maku, Tabriz, Teheran, Sezbzevar, Mashad), Turkmenistan (Ashkabad, Deserto delle Pietre Nere, Konia Urgent), Uzbekistan (Nukus, Kiva, Buchara, Samarcanda, Tashkent), Kirghisystan (Fergana, Issykul, Biskek), Kazakystan (Alma Ata, Sarkand, Ajaguz, Semipalatinsk), Russia Siberiana (Barnaul, Tuska, Gorno Altaj, Tasanta), Mongolia (Chagaannur, Ulaangom, Tosonsengel, Cecerleg, Suur, Ulaan Baatar) e ritorno aereo da Pechino.

Sono partiti da Lecco il 12 luglio: Andreetta Graziano, Bonfà Alessandro, Bonotto Romano, Castagna Carlo, Castagna Roberto, Mariani Alessandra e Anna, Spinelli Fabio.

Sono stati raggiunti a Teheran da Andreoni Grazia, Andreoni Luisa, Boschini Carla, Bussi Marida, Furgeri Italo, Piazza Lele, Spinelli Angelo, Todeschini Maria Grazia che li hanno accompagnati per il resto del viaggio.

            Il team è stato completato ad Ashkabad da Romanov Sergej ed ha raggiunto Ulaan Baatar il 29 agosto, dopo cinquanta giorni di viaggio e quattordicimilatrecentoquaranta chilometri percorsi..

            I mezzi con cui il viaggio è stato compiuto sono stati lasciati, con viveri e medicinali alla Croce Rossa di Ulaan Baatar. Così abbiamo desiderato che rimanesse con essi più a lungo il ricordo della nostra recente avventura nel cuore dell’Asia.

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