viva
cochabamba
note di viaggio in sudamerica
Castagna Carlo 1998
sino ai confini del mondo,
se rimani ancora dentro la tua pelle.
Per conoscere veramente gli altri,
è necessario che, prima,
tu impari veramente a lasciare te stesso.
A lei, che per me è donna.
Sommario
Ho conservato una coppia colorata di tori in argilla dal mio primo viaggio in Perù. Porteranno fortuna alla mia casa, anche se non li metterò sul colmo del tetto come si usa fare laggiù per decorare una nuova costruzione. È una antica tradizione che gli indios conservano intatta ancora oggi, così come i sacrifici per il culto della Pachamama, la dea terra, che allevia ogni giorno le gravi fatiche del lavoro su montagne così elevate ed impervie in tutta la regione andina, sino a dove termina la Cordigliera a sud di Santiago, nella lontana Terra del Fuoco.
Mi sono portato pure un po’ di foglie di coca in una piccola tasca di lana d’alpaca con disegni di vari colori. Queste foglie sono state per lunghi secoli e sono tuttora cibo, sollievo alla fatica e medicina per l’indio del Sudamerica. Così, sorbendo il mio mate, ripenso ancora ai due incontri affascinanti avuti con questo continente che mi continua a stupire, alle sue città bianche e popolose, alle montagne altissime su cui mi sono anche arrampicato con estrema fatica e determinazione per scoprirne i tesori nascosti degli inca.
Rivedo gli altipiani dove ho sofferto giorni e giorni il soroche per ammirare da vicino le lagune ghiacciate sullo sfondo dei vulcani innevati, per incontrare la gente di cui ho cercato di capire i sentimenti, i colori, la musica meravigliosa nata quasi spontanea tra le timide vigogne e gli ombrosi lama. Ripercorro sul filo dei ricordi gli itinerari diversi vissuti attraverso il Cile, la Bolivia ed il Perù, l’arte delle civiltà della Sierra, tiwanakota, chavin, nazcá, moche, huari, incas… lo splendore degli ori di Lima… l’altezza dell’Inti… l’immenso infinito Salar di Uyuni… i grattacieli di Santiago posti sullo sfondo della Moneda ancora segnata dai colpi di mortaio della sofferta storia recente…
Attento, rileggo gli appunti frettolosi d’allora che pur mi hanno aiutato a ricostruire a tratti, in brevi note, l’incontro stupito con questa terra meravigliosa e risento vivi in essa i sorrisi e le parole degli amici che mi hanno accompagnato ed aiutato in quest’ultimo viaggio: Graziano, Mario & Mario, Paolo, Agostino ed Agostinho, Giò, Fedele e Monica… e ancora Patty, che mi ha seguito, sopportandomi con pazienza anche nei momenti più difficili e mi è stata accanto come moglie e come amica.
Carlo
La fragile imbarcazione di totora sembra troppo piccola sotto la sagoma imponente dell’unico meticcio uros che la occupa. Altro non potrebbe neppure reggersi forse su quell’esile fascio di giunchi d’acqua che solca lenta e sicura l’immensa superficie del lago.
Di primo mattino il Titicaca è calmo, ma non è difficile immaginarsi l’orribile violenza delle onde quando questo vero mare, che si distende senza fine a quasi quattromila metri d’altezza, decide di infuriarsi. Eppure l’indio, con un viso che sembra scolpito nella pietra scura, non se ne avvede per nulla, come ignora impassibile la nostra presenza, quasi fossimo parte solo un po’ fastidiosa dell’ambiente naturale e continua a pescare risoluto piccoli pesci argentei che paiono uno scherzo bizzarro, mentre guizzano minuti a confronto con l’immensità degli elementi all’intorno.
La pagaia si muove appena adeguandosi al trascorrere delle linee d’onda costanti con movimenti ripetuti, lenti e regolari. Il busto dell’uomo si mantiene ritto ed immobile. Sullo sfondo galleggiano impercettibili le isole di totora su cui, tra un cerchio di capanne dello stesso materiale fibroso, le donne indie, così buffe con in bilico sul capo le loro bombette arrotondate che non lasciano un momento, arrostiscono il pescado su fuochi stenti di sterpi accesi all’aperto.
Cammino con cautela tra il fumo acre, appoggiando appena i piedi sulla superficie fresca di canne ammassate per evitare di immergerli nell’acqua che qua e là traspira insidiosa in superficie. Sento alle mie spalle le voci squillanti di Antonio e Xabier, che ripetono gaiamente gli scherzi in uno spagnolo stretto ed armonioso, cantilenante. L’aria è ancora pungente ed indossiamo goffi i giubbottini salvagente di plastica rossa. Sono curioso come sempre d’osservare ogni cosa nei particolari, mentre tento di sottrarmi alla rumorosa compagnia dei ragazzi. Fatica inutile, tanto è esigua la superficie artificiale dell’isolotto, un lembo di qualche decina di metri.
Le Uros sono le piccole isole, se così le si può definire e non zattere di canne, più vicine all’ammasso di case irregolari d’argilla d’un bianco sporco di Puno, la cittadina che s’affaccia a semicerchio sul divino Titicaca, dove ho trascorso la notte gelida Da Miguel, coprendomi alla meglio con una montagna di coperte umide. Giuntovi finalmente in aereo da Arequipa La Blanca a pomeriggio inoltrato, ho strascicato nella hall il bagaglio di zaini verso una tazza di mate de coca, dopo la seconda partenza inquieta dal Rodriguez Balon. Mi sono poi sgranchito le gambe sino al buio, tra le viuzze gremite all’inverosimile di gringos, di bancarelle di frutta esotica, di richiami infiniti e di tessuti d’alpaca, diretto alla piazza vuota e deludente della cattedrale spagnola. Solo una trucia al horno, Da Pedro, con contorno di riso e banane fritte e innaffiata da una cusqueña gelata rimette a posto lo stomaco come si deve, dopo una giornata iniziata tanto male. Abbiamo infatti rischiato di precipitare stupidamente poco dopo il primo decollo.
Già il veivolo dell’Aerocontinente suscita subito perplessità motivate, con la sua carlinga ammaccata in modo poco rassicurante. Quindi, dopo dieci minuti di volo, continua a proiettare la sua ombra enorme e scura sulle linee chiare delle alture ondulate ed erbose sotto di noi. Per troppo tempo. Possibile che non possa alzarsi ad una quota meno rischiosa? Siamo passati miracolosamente indenni tra gli stupendi crateri spenti e innevati di Misti e Chachani. Guardarvi dentro da vicino fa forse parte dell’emozione intensa concessa ai gringos, ma se salissimo un po’ più in alto? Patty mi fa notare ansiosa che così non può andare!
Finalmente, o disgraziatamente, giunge l’annuncio bilingue del pilota, della necessità del rientro per ‘motivi tecnici’. In verità stiamo perdendo, non so come, tutto il carburante. Una ragazza yankee dà palesi segni di isterismo, consolata alla meglio dall’amica che ogni tanto ci sorride per rassicurarci che tutto è O.K. I coniugi francesi con cui abbiamo conversato per ingannare la noia della partenza scambiano con noi sguardi perplessi. Dovrebbero essere in serata al confine boliviano per incontrare il figlio. Dovrebbero! Costatiamo con estrema calma così, per l’ennesima volta, che in Sudamerica il concetto di tempo e di programmazione è sempre un’ipotesi.
Il pilota, è da riconoscere, è però uno che “c’ha le palle!”, come si lascia sfuggire Patty in un’osservazione intima, a differenza delle hostess prima inaccostabili, ora bianche come cenci. E ci rimette a terra. L’unico inconveniente risulta essere l’istantaneo allagamento col kerosene della pista sotto la pancia dell’aviogetto. Per fortuna c’è un’uscita di coda. Estrema. Osserviamo dalle vetrate l’aereo assolato, scintillante, immobile sopra il lago del combustibile per lunghe ore, senza nessuno che intervenga o se ne preoccupi, attendendo per un momentito che giunga finalmente un mezzo in sostituzione.
Tuttavia abbiamo deciso proprio seduti ai tavolini con tovaglia a quadretti bianchi e rossi, Da Pedro, di prenotare il motoscafo per oggi.
Attendiamo dunque con un poco d’insofferenza di ripartire da questa totora in ogni senso artificiale, che pare molto per gringos, con foto di bambini dagli occhi vivaci e dai volti bisognosi d’una energica strofinata e donne incurvate dal lavoro, souvenir con cartoline colorate e tutto il resto incluso.
La meta è Taquile: tre ore di navigazione veloce su un fuoribordo. Una prospettiva coraggiosa per Patty che solitamente sta male solo al vedere l’acqua. Ma tiene bene. Sorride titubante. Antonio e Xabier, con un altro amico vengono da Città del Mexico. Studenti universitari, percorrono il loro continente per scoprirne gli angoli più affascinanti finché possono e finché restano. È una amicizia immediata ed istintiva con loro, nonostante la differenza d’età; una fiducia reciproca senza condizioni. Insieme a noi una famiglia regolare di ricchi argentini si fa i fatti propri, mentre ci sorride invece la coppia di sposini giapponesi sul fondo della barca, in cerca d’intesa. Ci intendiamo e le lingue al solito si mescolano: spagnolo, italiano, inglese, risolini nipponici … Ci si capisce con naturalezza. Si parla di cibi messicani, edifici giapponesi ed arte italiana …di letteratura e di calcio, giocando a carte sul tetto dell’imbarcazione o facendosi gioiosamente predire il futuro dalle foglie di coca ammonticchiate dal capitano dell’imbarcazione.
Improvvisamente Taquile si presenta all’orizzonte d’un verde intenso, una montagna verticale sul lago immenso che la circonda, blu da ogni parte. È un attimo per essere al pontile dove ci attende una arrampicata terrificante che ci porta ben oltre i quattromila. Una scalinata infinita di pietra che ascende ininterrotta con solo qualche tornante benevolo da cui guardare al di sotto la profondità dell’acqua che, sofferta, si allontana. Qualche arco abbandonato produce scorci da cartolina in controluce che richiamano le Cinque Terre, con la sensazione di trovarsi a casa su questo strapiombo di vegetazione.
Indios aymarà, uomini e donne, ci superano senza difficoltà con enormi carichi sulla testa, per sedersi poi a tratti sul muretto a riposare. Le donne hanno mantiglie al ginocchio, tutte nere, che avvolgono anche il capo. Ma sotto gli abiti sono colorati: rossi e blu. Le gambe sbucano nude con i piedi impolverati, scuri e induriti dall’abitudine e dal tempo. Finalmente in cima stendiamo lo sguardo, accarezzando un paesaggio incontenibile nella sua bellezza naturale prepotente.
Il villaggio si allunga più sotto, rado, dall’altra parte dell’isola e lo guardiamo attraverso l’improbabile finestra della capanna di canne e sterpi in cui ci servono pesce cattivo con la coca. Sosta inutile ed irritante su panche dure e insufficienti, che soddisfa solo la sete indotta dalla sfacchinata. E ciascuno si disperde fra le quattro case dell’abitato d’una povertà spoglia, angosciante, che s’apre da un arco sulla piazza del mercato davanti alla chiesa, una costruzione che definire tale è pretenzioso nella sua piccolezza e fragilità architettonica, come tutto qui.
Anche le bancarelle in fondo allo spiazzo si vedono in un minuto e non offrono nulla. Però oggi, per semplice coincidenza, c’è la fiesta dell’isola. Significa bailes e chicha. Ed infatti, sotto il sole che sbianca ogni cosa ecco comparire gruppi di uomini e donne in costume, sbucati da non so dove. Gli uomini hanno i tradizionali strumenti di canne coi tamburi e presto iniziano ad alzare i motivi secolari su cui le donne inscenano una danza in tondo, regolare, ripetuta all’infinito col roteare delle gonne ampie a pallone sui polpacci ed i piedi abbronzati e nudi, con i volti tristi, impassibili.
Le danze sono affascinanti. I movimenti lenti, compunti, paiono avere il sentore dei secoli, del rito, della sacralità del dovere in una esibizione pacata di agilità e perfezione più dell’insieme che dei singoli movimenti. Eppure nulla ne rompe il senso di tristezza e da che sono in Perù, non ho ancora visto sorridere. Gli adulti, i bambini stessi hanno tutti lo stesso sguardo fisso, sgomento, assente, impenetrabile, che trasmette ed incute tristezza. Una tristezza greve, profonda, che viene da secoli di sofferenza, ma che continua anche oggi, immutata. E pure queste donne, che ballano a ritmo, sembrano obbligate a ripetere per volontà arcana un rito multicolore sofferto, che fa scattare le foto dei gringos, ma non una scintilla nel loro animo o nei loro gesti.
Siedo attonito sull’unico gradino di una platea minuscola e polverosa di curiosi assiepati sotto i tavoli degli uomini che bevono lenti in un angolo della piazza. Abiti neri, cappello nero sotto cui contrasta la macchia bianca della camicia. Bevono lenti usando i piccoli tappi cilindrici delle grandi bottiglie di plastica delle bibite. Contengono un liquido trasparente, caldo al sole. Lo versano con cura, lo depongono sul tavolo. Quindi, d’un tratto, come ad un segnale lo afferrano decisi e lo ingollano d’un colpo, risoluti. Ogni tanto, senza parole, ne offrono anche alle donne: quelle abbrunate che stanno accoste al gruppo degli uomini negli abiti tradizionali o quelle che interrompono la danza per riposare. Esse afferrano il bicchierino improvvisato e trangugiano d’un colpo il contenuto. Stringono gli occhi come colte da una grandissima sofferenza improvvisa. Dalle palpebre scendono addirittura delle lacrime a volte. Poi silenziose tornano alla loro occupazione: osservare o danzare. Nessuno parla. Anche gringos stupidi come noi non osano interferire con le loro voci. Ed è proprio allora che m’accorgo, tra le mie riflessioni, che alcuni guardano intensamente verso di me. Anche Patty richiama la mia attenzione indicandomi alle spalle.
Un indio alto, maturo, imponente e dignitoso nel suo completo nero e cappello a falde mi osserva dritto negli occhi. È seduto al tavolo sopra di me e tra le mani tiene l’astuccio della mia calcolatrice solare. Devo averla appoggiata sovrapensiero per terra e poi me ne sono dimenticato.
Capisco che ha osservato i miei gesti distratti e colto l’intuizione della mia definitiva trascuratezza dell’oggetto. L’ha raccolto con gesto meticoloso e me lo porge immobile, quasi in accenno. Avanzo verso di lui di quel poco spazio che ci separa. Vorrei dire qualcosa, ringraziare per questo gesto che, d’un tratto, ha assunto inconsapevolmente esso stesso il ritmo, la dignità, la nobiltà grande di un rito, ma non so cosa dire, come dire. M’accorgo infatti a un tratto che le mie parole in uno strascicato spagnolo sono inutili. Anch’egli è conscio che la sua frase in quechua non avrebbe senso per me. Allora, senza variare il ritmo nei suoi movimenti, prende un tappo bianco di bottiglia, pieno di liquore trasparente e me lo porge.
Non so dire ora quale sapore avesse quel pisco. Senza dubbio era intensissimo, terrificante nella sua rozza asprezza, ma non me ne rimane traccia al ricordo perché annullata assolutamente dal fatto straordinario che mi ha colpito in quell’istante, come una bomba, quasi uno scoppio interiore, una esplosione contemporanea dell’animo e della mente.
Afferravo con la mano il bicchierino ridicolo e trangugiavo il liquido perplesso, quando, d’improvviso, mentre puntavo fisso il mio sguardo nei suoi occhi scuri, intensi, profondissimi, mi sono accorto, ne sono certo, che l’indio, senza un cenno, senza un movimento, senza un segno apparente o una vibrazione, nella profondità di quegli occhi, sorprendentemente ma chiarissimamente e con amicizia, mi sorrideva.
Afferma Isabel Allende che la vida es una suma de ironías. Forse per questo pure impreco ininterrottamente, mentre arranco dietro al fantasma di Julio, la nostra guida.
Il sudore mi cola abbondante sul volto nonostante il freddo e l’ora del mattino. Sono da poco passate le sei e percepisco soltanto i rumori smorzati dei passi davanti a me. Una umidità lattiginosa ci avvolge inclemente. Patty l’ho lasciata qualche passo più indietro. Poi seguono gli altri.
Sono quattro giorni che camminiamo su questo percorso millenario di pietra, scendendo raramente vicino ai tremila. La vegetazione è ancora folta. Da ieri, improvvisamente, a tremilaseicento metri siamo entrati come d’incanto nella foresta pluviale: liane, palme nane, orchidee…
Sbatto violentemente senza preavviso contro il corpo di Julio. S’è fermato al passo. Intravedo soltanto ai lati del sentiero i resti di costruzione in pietra. É Intipunku, la Porta del Sole, il motivo della levataccia alle quattro, nel cuore della notte. Inciampando nelle pietre del percorso siamo quasi corsi sin qui al buio, per vedere il sole invernale che nasce su Machu Picchu, l’ultimo baluardo invisibile dell’Inca, città fantastica, irreale, che si protende sul nulla, inutilmente cercata dagli spagnoli per secoli e scoperta solo all’inizio del nostro nelle sue antiche forme originarie, inviolata. E la nebbia non consente di vedere a più di qualche palmo dal naso. Maledizione, c’è andata male! Lo spettacolo, unico al mondo, per vedere il quale siamo anche arrivati sin qui quasi correndo, oggi non si recita per noi!
Quattro giorni fa, di prima mattina, ci hanno raccolti a gruppi sul vecchio furgone malandato da trasporto; noi due presso il nuovo albergo alla periferia del Cuzco, dietro il palazzetto sportivo. Una dozzina di persone sistemate alla meglio un po’ strette sui sedili fra zaini, sacchi a pelo e carabattole. C’è tempo a sufficienza per saluti smozzicati protesi su volti assonnati, poi via. Quasi tutti siamo italiani, eccetto due ragazze inglesi e Isabel, una madrileña fidanzata a Marco, romano incrociato da un anno a Londra.
Attraversiamo la Valle Sacrada per giungere all’88° chilometro. Qualche ora di viaggio a sobbalzi con una sola sosta obbligata presso un villaggio qualsiasi d’abitazioni di fango. Sul ciglio della strada attende un piccolo gruppo di uomini di età varia fra i quindici e i trent’anni, vestiti alla meglio.
Mentre facciamo colazione e acquistiamo al piccolo variopinto mercato qualche sacchetto di foglie di coca per un dollaro, Julio ha scelto tre portatori per noi. Saranno anche i nostri cuochi, ci dice disinvolto in spagnolo, allorché acquista tra le bancarelle e le masserizie stese a terra le poche provviste per il viaggio: un po’ di verdura, frutta e un pollo. Non possiamo far altro che subire perplessi questo mercato umano avvilente e non del tutto rassicurante per la nostra coscienza d’europei puliti. Gli altri sfortunati attendono fermi con rassegnazione atavica, sotto il sole, un’altra opportunità.
All’88° si scende tutti al di là della stazione ferroviaria. Qualche centinaio di metri lungo la parallela dei binari luccicanti e ci si butta a strapiombo tra la polvere sulla sponda dell’Urubamba, che scorre gonfio di acque scure e impetuoso. Non esiste un ponte (a che servirebbe?), solo un cavo d’acciaio brillante, teso fra le due rive scoscese di fango, distanti. Vi pende un cesto di ferro in cui possono trovare posto, con un poco d’impegno, tre persone e qualche masserizia. Così, altalenando vertiginosamente sull’acqua si compie l’operazione precaria del trasbordo da una parte all’altra, a forza di braccia, con gli strilli acuti di paura di Isabel e pregando che il cavo sia abbastanza robusto e non tocchi a noi finire malauguratamente di sotto.
Siamo a duemilatrecento metri. Il primo campo, per la sera, è previsto a tremilaquattrocento, sette chilometri più su, e ben presto la carovana si sfilaccia variopinta lungo il sentiero sempre ripido, con i portatori che fuggono in avanti carichi di una incredibile soma di tende, fornello e attrezzi da cucina.
La sola sosta prevista lungo il percorso è per il pranzo: una brodaglia rada che non sa di nulla e un’arancia sbocconcellata seduti su un prato. Poi via di nuovo nell’arrampicata. Un’ora e mezza di marcia, quindi la sosta per attendere i ritardatari che giungono sfiancati e si riparte. Sempre così.
L’arrivo sospirato, la prima sera, non offre nulla. Proprio nulla! Due tuguri in pietrame a secco coperti di fango e paglia, protetti da una rada palizzata d’arbusti. Il campo è montato al centro dello spiazzo fangoso in cui razzolano i polli e due capre. Subito ci accorgiamo pure che le tende sono meno del previsto e dopo qualche calcolo e discussione, in cui ci si convince che Marco e la battagliera Isabel dopo un anno che si aspettano devono pur stare insieme in intimità, si deve fare buon viso. Inutile lamentarsi.
Ci tocca condividere lo spazio esiguo nella carpa, a me e Patty, con una delle ragazze inglesi che, perplessa e intimidita, non parla, ma in compenso puzza parecchio. Gli zaini stanno praticamente sopra i sacchi a pelo su cui ci buttiamo per riposare.
È già buio quando sentiamo il richiamo desiderato per la cena. Accanto al fuoco ridicolo, acceso in un barattolo di latta (pare sia proibito accendere fuochi liberi!), afferriamo il piatto di plastica. Dentro la brodaglia galleggia qualche pezzettino di carne sull’osso di pollo, che si fatica ad individuare con la pila: impresa del resto resa acrobatica dal fatto che non c’è alcun posto asciutto per sedere incolumi e le mani sono impegnate a sorreggere cibo e posate. Possibile che a nessuno qui sia mai venuta l’idea cretina di una panca e d’un tavolo anche improvvisati? Sono decine i gringos che vi transitano ogni giorno! Non resta allora che rifugiarsi al più presto nelle tende, anche per sfuggire al gelo che comincia a farsi sentire pungente sotto il cielo stellato.
Dentro, sacchi a pelo e bagagli sono così ammassati che ci si ritrova praticamente in un solo mucchio, col vantaggio forse di scaldarsi a vicenda, mentre ci si illude di svegliarsi in un indomani almeno più umano! E non si possono lasciar fuori neppure gli scarponi. Di notte, pare, sparisce tutto! Eppure il sonno non si fa attendere.
Per esperienza so che alla luce del sole la miseria è sempre più nera, soprattutto quella che riguarda la nostra personale condizione. Il riposo non basta certo a ristorare le membra indolenzite quando la sveglia assassina è prima delle sei e ti aspetta una giornata intera di marcia massacrante. E il té bollente non riempie lo stomaco in protesta! Eppure si parte con una certa allegria e determinazione.
Qualcuno, più prudente, ha caricato lo zaino pesante su un cavallo bigio, pigro e indolente, che ci segue per un tratto; pagamento a parte. Sembra incredibile, ma arrampicati volontari su questa montagna che non finisce mai d’innalzarsi tra la vegetazione folta, compaiono bambinetti scalzi di sei sette anni forse, pronti ad offrire coca cola e sprite nei punti di sosta, dove solitamente non si riesce a rinfrescarsi ad una sorgente impantanata. Ben presto tuttavia anche questa compagnia allegra e rumorosa ci lascia. Io osservo estasiato un colibrì, non più grande d’un coleottero, che infila il suo becco sottilissimo in un fiore mentre si libra nell’aria come un elicottero in miniatura. Il movimento delle ali coloratissime è così rapido che si fatica a distinguerle dal corpo.
Ormai non c’è più traccia di vegetazione. Solo l’erba folta d’altura si fende attorno al sentiero sconnesso in grossi ciuffi verdeggianti. Non ci si può perdere su questa via crucis sempre più atroce, perché il percorso è tutto punteggiato da un rosario di masochisti che arrancano stralunati verso il passo. Le distanze nel gruppo sono incalcolabili ormai e qualcuno si sente male davvero. Il soroche non perdona. Neppure le foglie di coca masticate da ore e rinnovate tolgono il senso di nausea e sfinitezza. Personalmente preferisco ricorrere a qualche pezzo di Mars, che fortunatamente mi sono portato. Non che questo allevi la pena di tanto!
Il paesaggio è tuttavia stupendo. Osservo a tratti la lunga vallata da cui siamo risaliti e scorgo le capanne del campo della grandezza di un puntino nero sullo sfondo della macchia sporca del cavallo che vi ridiscende. Ora sono gli scerpa che portano, oltre al loro carico già enorme, anche gli zaini di alcuni, precedendoci. Mi sento morire, ma non ho il coraggio di addossare pure il mio bagaglio alle loro schiene incurvate, anche se so che così arrotondano la povera paga di pochi soles che riceveranno alla fine della fatica immane. Intanto si arrampicano scalzi sull’ultimo tratto, che all’improvviso si apre in una scalinata di pietra larga e sconnessa, guidando al centro delle rovine di Warmiwañusqu, che in quechua suona più o meno come il passo della donna morta !
Qui, mentre mi accascio a terra stremato ad oltre quattromila metri, sarei tentato di maledire ancora una volta Graziano che con i suoi racconti affascinanti mi ha indotto a compiere questo camino, che lui peraltro non ha sperimentato, ma è troppo grande il fascino della natura, troppo immensa la ricchezza della visione mozzafiato della cerchia incontaminata di cime innevate che ci circondano, sospese al cielo d’un blu intenso sopra i cinquemila, troppa la felicità d’essere riuscito ad arrivare sin qui. È veramente immensa la gioia e la soddisfazione anche per poterla capire se non la si vive ammirati, in silenzio.
Finalmente, m’è concesso d’osservare a lungo, con attenzione estrema i resti di questo percorso millenario del popolo inca, di riflettere sugli uomini che hanno espresso questa civiltà straordinaria di mulattiere, fortilizi, acquedotti, templi spettacolari ad una altezza a cui possono vivere solo i condor e le aquile. Al pensiero, non mi infastidisce più neppure sapere che m’attendono ancora due giorni di durissima fatica, se il compenso è la meraviglia, lo stupore, l’esaltazione per la bellezza d’un ambiente così pieno di natura, di cultura, di vita dell’uomo che si fondono e si giustificano a vicenda come nati per essere così come sono e nient’altro. E da questo momento, infatti, é per me ed i miei compagni un concatenarsi inarrestabile sul percorso di sentieri lastricati di pietra che scendono a strapiombo, notti di pioggia stretti nella minuscola tenda, fortini e torri di controllo antichissime, torrenti e fonti freschissime, cibo scarso e invariato, passi che salgono ancora oltre i quattromila per ributtarci poi giù in un saliscendi che pare interminabile, la foresta che coglie improvvisa con il prorompere rigoglioso delle sue piante ed il delicato profumo che accarezza lo splendore delle orchidee selvagge…
Le sette del mattino: è ancora troppo presto perché i ‘normali’ gringos giungano qui con gli autobus. Lo spazio è tutto per noi ed il miracolo si compie. Nel silenzio.
Seduti sull’erba che finisce ai suoi lati la radura verde su cui sorge la Roccia Funeraria, cogliamo attenti la lotta fra i raggi d’un sole ancora timido e l’umidità che si stempera lentamente allentando la morsa della nebbia da cui a tratti traspare la città inviolata di Machu Picchu. Folate dense scivolano lungo il declivo scosceso ed entrano a forza tra le vie ed i palazzi lucidandone le pietre mastodontiche e perfette che le creano dal nulla, accarezzandole, forgiandole, inserendole precise l’una nell’altra ad incastro come un cesello che operi su materia malleabile, dolce, nelle dimensioni e nelle forme più strane ed ardite. Una sfida all’assurdo ed al sogno.
È così che ai nostri piedi si schiudono via via le immagini della fantasia: dapprima le terrazze coltivate, ordinate e sovrapposte l’un l’altra, poi il fossato di difesa che immette ai Bagni, al Tempio del Sole, alla Roccia Sacra, Al Tempio delle Tre Finestre ed al Tempio del Condor… Il sole, coi suoi raggi prepotenti, ora brilla assoluto dominatore disegnando verde ed intenso sullo sfondo l’Huayna Picchu, che racchiude col suo picco boscoso questo spazio nel tempo lontano dell’Inca e della sua corte segreta, che lievita imponente fra le nuvole candide che l’assediano.
Ci manca il coraggio di scendervi subito e rompere l’incanto di questo momento magico. Ammiriamo allora a lungo, irretiti, quest’arte incredibile, strana per noi, ma sueta nei suoi movimenti decisi, d’estremo equilibrio trovato tra essa e l’ambiente d’attorno dei monti e l’abisso. Sul fondo, nel nulla lontano lontano, sottile e piccino, incurvato a nastro d’argento, si perde il riflesso brillante del fiume che scorre da sempre ai suoi piedi, ascoltando il silenzio profondo del tempo.
Cleo, che sta per Cleopatra, normalmente svolge con ironia la professione di psicologa a Brescia. Per questo sembra meno traumatizzata dalla disavventura. Anna invece, infermiera diplomata a riposo dall’ospedale di Treviso, i segni dell’aggressione li porta ancora ben stampati sul collo: due macchie violacee, un po’ allungate all’indietro e più piene, intense dove la pressione dei pollici deve essere stata maggiore.
A dire il vero non ne sapevo nulla di loro due, e del resto neppure Patty, prima di incontrale sul treno affollato, accucciate su due sedili in un angolo, senza tentare neppure di conversare con gli altri passeggeri. Forse per questo Patty non s’è posta problemi quando, all’ennesima sosta del Coche Inca, le ha abbordate con disinvoltura offrendo delle piccole banane deliziose.
Veniamo da Puno, dopo i nostri giri a La Paz e sul Titicaca. Anzi, ieri eravamo ancora in Bolivia e il Coche Inca è appunto il treno che congiunge Puno col Cuzco. La stazione risulta già affollata alle sei del mattino, ora su cui qui bisogna ormai imparare a fare riferimento per l’inizio delle attività normali della giornata. Molti sono accucciati ancora dentro il sacco a pelo in cui hanno passato la notte umidissima e gelida. Nonostante la prenotazione e la conferma del biglietto, meglio essere previdenti. Anche se il treno è riservato ai gringos, non è detto non vi siano sorprese ed il posto non si dà mai per assicurato! Ergo…! Risolto questo problema, tutto diventa apparentemente più semplice. Il convoglio partirà prima o poi. Solo che, per compiere poche centinaia di chilometri, occorrerà tutta la giornata: certo è che si parte col buio, si arriva col buio!
Cosa si faccia in una giornata per esasperare a tal punto il tempo da avere l’impressione d’essere riusciti a fermarlo è presto detto. Il treno infatti non solo va avanti verso la meta, come i treni di tutto il mondo, ma ogni tanto ci ripensa e ritorna sui suoi passi, senza una ragione apparente. O perlomeno la ragione non è chiara a tutti i passeggeri, che dopo le prime soste prolungate cominciano ad azzardarsi a scendere, chiacchierare sui binari, fumare, comprare tortillas, saltenas e empanadas.. Queste ultime arrivano anche sul treno, soprattutto sul treno, vendute da indios che salgono e scendono con ogni mercanzia e per ogni proposta, creando quasi un gorgo, un flusso e riflusso costante di persone e di merci entro cui senza dubbio alla fine risulta inghiottito qualche zaino, una mocilla o due, giacche a vento e sacchi a pelo e uno scarpone. Il clou delle occasioni è ovviamente l’istante in cui il convoglio fantasma (non si vede personale da nessuna parte cui chiedere informazioni!) riprende d’improvviso, si fa per dire, la marcia, procedendo in senso opposto, disorientando anche i più orientati e meticolosi e mandando la logica a farsi benedire per sempre. E tutti si precipitano a risalire o a scendere, a seconda dei ruoli.
Noi il nostro posto l’abbiamo trovato, controllato, istallato i bagagli sopra le nostre teste e sotto i nostri sederi in un mucchio di sacchi e borse che minaccia di crollare ad ogni istante sui malcapitati su cui incombono e che riempiono letteralmente anche il corridoio di transito, peraltro indifferenti al fatto di divenire una passatoia da calpestare per giovinastri di ogni tipo e dimensione senza prenotazione e senza posto e senza rispetto altrui. Armati di riviste e di libri ci siamo dunque rassegnati a superare indenni la giornata delle attese. Illusi!
Illusi sì, perché pensiamo di essere artefici del nostro destino, mentre è questo che ci strattona ad ogni istante divertendosi come un matto!
Innanzitutto c’è il grande tema della partenza, il cui orario si trasforma ovviamente in argomento fra i più gettonati in una decina di lingue. Ciò tiene occupati per un bel po’ ed è l’elemento giusto, misurato, che serve a rompere il ghiaccio ed a farci appartenere ad una babele incontenibile di voci, di volti, di indumenti, di capigliature, di copricapi e di calzature. La qual cosa distrae i più scettici e immusoniti, come me, che si ostinano a tenere il libro sotto gli occhiali ed a non riuscire a capire un c… di quanto stanno leggendo! E un orario ipotetico diventa il centro dell’esistenza, il perno attorno al quale sembra debbano ruotare i massimi sistemi e la politica internazionale nonché l’O.N.U. Quante energie psichiche e linguistiche sprecate, dal momento che il convoglio, quando lo decide lui, demiurgo assoluto, parte!
Il paesaggio scorre allora dietro i finestrini dalla dubbia trasparenza con una certa monotonia da sonno incompleto. Le carrozze sfiorano in alcuni punti le abitazioni d’argilla e qualche muro di fabbrica diroccato. Prima di uscire del tutto dalla cittadina o dai suoi sobborghi, lungo una fila di case imbiancate ammiriamo compunti l’opera di una squadra di barbieri che tosano altrettanti individui accoccolati su sedie impagliate, posti l’uno dopo l’altro in riga regolare come soldati ad una parata. Fanno evidentemente le prove della tosatura di greggi di pecore, alpaca e di lama… Noi siamo solo spettatori impotenti. Tanto il treno tra un po’ si ferma!
Incollati ai sedili, quelli che hanno posto, ripassano mentalmente che non devono alzarsi, perdere d’occhio i bagagli ed il bolsillo, non dare troppa confidenza, tenersi sulle proprie, fare gli antipatici ed i guardiani integerrimi dei propri averi insomma. E qualcuno già cede. E sono proprio questi che rovinano tutto, perché se si muovono loro… Non che io sia uno di loro, però, quando il treno si ferma, aspetta, va avanti, si riferma, va indietro, non si muove per un numero n. di volte, anch’io, alla fine… Tuttavia Patty lo aveva già fatto, impaziente. Aveva già lasciato il suo posto, tanto ci sei tu che guardi e che curi, abbandonato il corridoio, incrociato indios e non indios, contrattato mercanzie senza comprare, sgranchite le gambe. E agganciato Cleo ed Anna.
L’ho capito subito perché è tornata, in cambio delle banane piccole e deliziose che le ho comprato ieri, con dei biscotti alla crema e cioccolato, traditrice, perché sa che mi piacciono. Non te lo dice subito però da dove vengono e tu l’hai vista che confabulava giù in fondo al vagone, per un pezzo. Vieni a dire grazie, poverine.
Poverine forse no, ma intimorite questo sì, dalla strizza che si sentono ancora addosso. Sono state aggredite ad Arequipa La Blanca, in pieno giorno, proprio sulla via sotto la cattedrale, quella che da Plaza de Armas scende verso San Francisco, da quattro individui. Due, alle spalle, hanno serrato loro la gola, gli altri due a volto scoperto hanno frugato a colpo sicuro sotto gli indumenti per trovare il bolsillo coi soldi. Questione di uno due minuti forse, ma quello che teneva Anna, per paura eccessiva o perché Anna sembra più robusta stringeva come un matto. Adesso non le è tornata del tutto ancora la voce e parla a stento.
Arequipa, apprendiamo attenti e guardinghi, è una città pericolosa. Sono decine ogni giorno gli scippi ed i furti e la fila dei gringos al comando di polizia in attesa per le denunce è costante…
Patty ed io ci guardiamo complici negli occhi in un silenzio d’intesa. Ad Arequipa abbiamo trascorso quattro interi giorni, visitato la città in lungo ed in largo da soli e con una guida giovane e simpaticissima, che tentava di parlare in un inglese fantasioso e che abbiamo convinta subito che avremmo capito meglio se avesse continuato col suo spagnolo. Alla sera, dopo aver cenato ad uno dei ristorantini sulla terrazza che dà sulla cattedrale e sui giardini della Plaza de Armas, sorseggiando mate de coca con la scusa del soroche e assistendo alla peña di musiche locali, siamo penetrati in tutti i pertugi seducenti delle viuzze buie dei quartieri vecchi, partecipato sino a tardissimo, fra la simpatica gente del posto, stranamente soli gringos, alle esibizioni di musiche andine d’un gruppo locale in poncho, dentro una osteria fumosa e piccolissima, sorseggiando la chicha. Abbiamo cioè fatto tutto quello che è caldamente sconsigliabile fare! E ci è andata bene: le nostre perdite sono solo una decina di dollari scomparsi dalla camera, inopportunamente lasciati incustoditi. Forse per questo ci sentiamo ingenerosamente più tranquilli e abbiamo stretto un’amicizia di viaggio che continua ancora.
Le ore da trascorrere sono comunque interminabili in questo lento procedere e recedere infinito. A certe fermate, impreviste, qualcuno addirittura ormai non risale neppure e si fa passo passo delle camminate affiancando sulla massicciata il buffo dondolio del convoglio, almeno sinchè quest’ultimo non accenna ad accelerare. Allora si butta di colpo sul predellino e vi s’arrampica aggrappato alla meglio.
All’interno non esiste più neppure quella minima illusione di ordine che pareva indispensabile alla partenza. I posti sono stati scambiati istintivamente; si formano capannelli d’interessati ai giochi di carte, alla politica, ai racconti avventurosi, alle barzellette di cui non si capisce l’umorismo della battuta in una lingua che si mastica solo balbettando, ma di cui si ride a crepapelle perché lo fanno gli altri. Il clima è rilassato, vacanziero e tutto sommato non si percepisce così pesante la tetraggine dell’attesa. È così che c’è dato di conoscere metà almeno della vita di Anna e Cleo, mentre Patty racconta l’altra metà della nostra, incastrando gli aneddoti che ci riguardano nei loro e scoprendo che sorprendentemente si completano: dalle pampas argentine, alle sabbie del Belucistan, dalle cattedrali di Porto, alle case dei pescatori sotto le mura di Rodi il mondo è proprio piccolo per incontrare a migliaia di chilometri di distanza ed in altri continenti chi non s’è mai incontrato fuori di casa propria.
Arrivando infine, mentre il buio cala dietro la calura dei vetri imbrattati, decidiamo che, data l’ora e la difficoltà di trascinarsi i bagagli appresso, punteremo tutti all’albergo che abbiamo prenotato al Cuzco. Il taxi ci scarica infatti in una hall scintillante di cristali apparenti e finiture cromate, che le amiche ora osservano con apprensione, facendo mentalmente i calcoli di quanto costerà loro più del previsto, per ritrovarsi in una cameretta pulita, ma così piccola da faticare a girarvisi, però col frigo-bar ed il telvisore che non accenderemo mai. È comunque un paradiso stare sotto una doccia dopo l’indolenzimento muscolare da imputare agli scomodi sedili del Coche Inca, dove siamo rimasti rattrappiti per undici ore! Siamo tuttavia arrivati.
Così i progetti per l’indomani li possiamo fare grandiosamente seduti sulla terrazza che da sulla Plaza de Armas di fianco alla cattedrale dagli ornamenti arzigogolati alla spagnolesca, in un presepio di luci multicolori che tuttavia non riescono a penetrare gli anfratti dei vicoli che vi irrompono. Anna e Cleo ci ringraziano finalmente felici e rilassate, dopo aver sorseggiato la prima cusqueña gelata nonostante la temperatura un po’ rigida. Da giorni non avevano avuto più il coraggio di uscire sole, la sera, troppo spaventate dopo la loro disgraziata avventura perueña.
De que no era un engaño de las sombras.
( Gabriel García Márquez)
Un feto di lama da seppellire sotto la nuova abitazione non mi pare un souvenir conveniente per qualche amico europeo. Questi mostriciattoli ammonticchiati, allungati, rinsecchiti e nerastri, risaltano strani e macabri tra le altre mercanzie anche qui, dove li si guarda con abitudine antica. Meglio buttarsi allora, al Mercado de Hechiceria, su una statuetta in vecchia arenaria della Pachamama, col rituale serpente che s’aggroviglia con la salamandra e la tartaruga lungo il corpo da cui spuntano tre testoline. Mi ricordano le deae matres abbracciate, culto perso nel tempo delle nostre antiche popolazioni ariane.
La scelta dell’amuleto tuttavia non è semplice, anche se le preoccupazioni per lo stesso non coincidono. Per me prevale una dimensione estetica dell’oggetto, ma quest’aspetto non pare assolutamente incrinare l’indifferenza della bruja, la strega che li offre, quanto piuttosto l’uso che ne farò. Mi raccomanda attenta, quasi ansiosa, d’averne rispetto, di collocarlo in un luogo dignitoso privilegiato della casa, di offrirgli un po’ d’alcool e della coca, ma solo il martedì e il venerdì. Ricordatelo, mi ripete come fossi uno scemo. Sì, penso, magari una gocciolina di wiskey o di grappa va bene, ma con la coca sarà un’altra faccenda! Intanto me lo incarta meticolosa in un foglio di giornale, non dopo avergli legato attorno dei fili colorati di lana, che avranno anche loro un senso misterioso.
In realtà siamo venuti quassù, dal momento che il mercato si tiene sui vicoli che tagliano di traverso la salita del cratere in cui sprofonda il centro di La Paz, sopra la chiesa di San Francisco, per trovare un po’ di china rossa, che serve ad Angelica per i suoi intrugli. Uno scherzo, dal momento che noi non sappiamo neppure se è qualche foglia, delle radici, un rametto o un sasso! Figurarsi se lo chiediamo in uno spagnolo che non conosciamo, se non per dire poco più di buon giorno e buona sera, a gente così strana che parla aymarà. Logico che sono oltre due ore che giriamo. Però indicazioni ce ne danno, un sacco. E non per prenderci in giro: prova qua, vedi laggiù, io non ne ho, ma forse più sopra dalla mia amiga. Continuiamo comunque a girare perché non finiamo di stupirci divertendoci un mondo, curiosi come siamo, in questo miscuglio di gente e di prodotti d’ogni tipo che è davvero uno spasso senza fine.
La giornata è iniziata in anticipo con la sveglia non prevista alle sei del mattino. Ed una certa strizza. Chi sapeva infatti che ogni mattina una banda militare saluta il presidente della repubblica e lo sbatte giù dal letto? E ancora prima, movimenti di camionette, passi pesanti affrettati nei corridoi e sulla strada. Quando girano agitati i soldati, in un paese del Sudamerica, non si sa proprio cosa possa succedere, ma lo si immagina!
Falso allarme!
Che pensiero gentile dunque ha avuto Federico a prenotarci l’Hotel Paris! Già quando arrivi ti senti un barbone, coperto come sei dalla polvere raccolta sull’autobus scalcagnato che ci ha portati su dal Titicaca, per una strada a doppio senso di marcia dove però di veicoli ce ne può passare solo uno, con sulle spalle lo zaino da viaggio, perché tanto a Puno ci dobbiamo ritornare e ci butto dentro le quattro cose che mi servono e il resto lo lascio! Un giorno intero di viaggio e di sudore, una frontiera interminabile, assolata, da dove scopri finisce la strada asfaltata, una rarità ancora in questo paese!, e ti ritrovi al Grand Hotel che da su Plaza Murillo, armi e bagagli, di fianco al Palazzo del Parlamento e di fronte a quello del Presidente! È naturale che uno non ha neanche niente di decente da mettersi per presentarsi al ristorante dell’albergo, dove girano uomini d’affari in cravatta ed abito scuro e signore laccate. Allora si riduce, peraltro senza troppo dispiacersi una volta ripulito, a cercare qualche localino tipico nelle viuzze meno centrali, seguendo il profumo dei piatti esotici che ne esce assassino per lasciare posto ai clienti che abboccano come pesci. E perché noi non dovremmo lasciarci prendere all’amo?
Lo svizzero lo incontriamo proprio lì. Sente che parliamo italiano dal tavolo vicino, mentre noi discutiamo con un certo interesse sulla tovaglia non proprio di bucato, pensando di rovesciarla. Il solito trucco che però qualcuno prima di noi ha già adottato, come sempre. Viene dai dintorni di Ginevra, parlando un francese molto largo e, venduta la tabaccheria della sua vita, sta girando da quattro mesi il Sudamerica, solo: Guatemala, Honduras, Ecuador… Colombia, dove la vita della gente vale meno di un dollaro e accoppano con disinvoltura davanti ai tuoi occhi. Tante avventure davvero. Noi veniamo da Lima? E giù a raccontarci come una puta che l’ha rimorchiato lì, gli ha fatto bere non so quale intruglio e rubato la cintura in cui teneva i soldi. E incontrarla tranquilla il giorno dopo in una via del centro non la sconvolgeva granché. Mentre lui cercava un poliziotto lei se l’era svignata di nuovo. Brutto posto il Perù. Meglio la Bolivia. Qui non ci sono problemi. Brava gente. Povera ma onesta. Un demi? Gli occhi gli brillano troppo intensamente.
Oggi è anche fiesta nacional: bande, cortei, sfilate paramilitari. Forse l’eccitazione armata di questa mattina lo si deve anche a questo?, rifletto. E dopo aver osservato da un punto strategico unico, l’ultimo piano del grattacielo in cui sta l’ufficio informazioni, il panorama stupendo dell’intera città dall’alto, cosa che consiglio a tutti di fare, giunti nei pressi di San Francisco vediamo uno schieramento di reparti ben allineati in divisa di gala? Che facciamo? Ci infiliamo tra i drappelli e conquistiamo il grande portale senza che nessuno si preoccupi di noi. E allora dentro.
Alla messa sono tutti in piedi. Gli ufficiali più giovani dietro e man mano che si avanza verso l’altare aumentano gradi, stellette, medaglie e nastrini colorati in bella mostra. I generali sono con signora annessa, compunta, e figli insofferenti e sbuffanti, annoiati. Il Presidente, generale guarda un po’, domina la prima fila, per annusarsi bene le nuvolette d’incenso abbondanti. Osserviamo con maggior interesse le decorazioni rutilanti degli altari e le statue. Un Cristo, vestito di tutto punto con abiti seri in panno, come si usa qui e una folta capigliatura scura, di capelli veri entro cui penetra agghiacciante una corona dalle spine lunghe e aguzze, ci controlla minaccioso, terribile! Un cadavere sconvolgente dagli occhi spalancati. Forse però non ce l’ha con noi qui dentro!
Incredibile, ma infine la china roja la troviamo veramente, al mercado. È lì in un sacco di juta, a pezzi: una corteccia disseccata o almeno così sembra. In un bugigattolo dove non ci si muove ce la da in un foglio di giornale, frammento per frammento, una ragazzina che avrà quindici anni, ma che dall’aspetto e dagli abiti ne potrebbe avere settanta. Giovane bruja. Sarà veramente la china che cerchiamo? Sua madre, almeno sembra dalla pelle rinsecchita e rugosa del volto color cioccolato, ci osserva di sottocchio accoccolata sulla soglia. Contornata di intrugli vari di erbe e pozioni, meticolosamente divise, mastica coca ma non si offre di predirci il futuro. Siamo gringos. Però Patty è contenta. Adesso riuscirà a farmi ripercorrere uno per uno tutti i vicoli per infilarsi in ogni negozietto, toccare mocillas, cappelli, coperte colorate, cuoi di ogni genere e soprattutto gli oggettini, grandi e piccoli, in argento e oro, tanto carini. E poi costano sempre così poco! Quasi niente, pensa che in Italia…
Nella strada principale che scende da Plaza Murillo, a partire dal balcone del palazzo dove a tratti si mostra benevolo il Presidente, e va giù incrociando proprio davanti a San Francisco, sfilano alle note musicali, verso un radioso futuro, cortei di ogni età ed associazione possibile e immaginabile, fieri delle loro divise distintive: dai buffi bambini dell’asilo infantile travestiti da Simon Bolivar (che per chi non lo sapesse si vestiva come un Garibaldi con lo zainetto!), alle flessuose ragazze dei gruppi ginnici, ai tetri baschetti neri degli infelici reduci da chissà quale guerra, sciancati e malrasati. Continueranno fino a sera la sofferenza.
E la chiamano festa!
Noi nuotiamo nella calca come pesci, senza meta.
Non ho mai visto tanto oro raccolto in un posto solo come a Lima. E neppure Patty. Non me lo sarei mai immaginato!
Nel sotterraneo blindato dalle porte blindate del palazzo blindato del museo de armas, appartato fra gli alberi, che abbiamo raggiunto dando solo un’occhiata annoiata, di sfuggita alle divise e scimitarre che troneggiano dalle vetrine, drappeggiando ieratici personaggi di cera pieni della loro stupida boria, la vista stupita abbraccia tesori tanto immensi e tanto vari che ci si domanda come possano essere appartenuti ad un solo popolo. Eppure, è solo una infima parte delle ricchezze degli incas. Un tesoro inestimabile che non esiste più se non nei suoi ultimi resti di tombe sfuggite alla rapina degli spagnoli, alla violenza dei conquistadores, alle fucine che hanno fuso quintali di metallo finemente lavorato nei secoli. All’ignoranza ed alla stupidità umana! E si capisce perché proprio per secoli si sia cercato qui, sino allo sfinimento, l’Eldorado.
Lo scintillio degli idoli, l’originale stupore delle maschere, la perfezione degli intarsi e dei ceselli della gioielleria hanno come comune denominatore, nella preziosità di tanti materiali, l’uso del metallo corrusco che sfavilla ognidove sotto le luci e racconta la cultura di popoli di questa terra che si sono succeduti in millenni e di cui ancora conosciamo solo a tratti i caratteri delle antiche civiltà: civiltà della Sierra, chavin, nazcá, moche, huari, incas…
I visitatori osservano increduli ed estasiati. Sussurrano come in una chiesa…
Anche noi passiamo lenti e silenziosi davanti a tanta arte e tanta ricchezza, chiamandoci a tratti per indicarci a vicenda i dettagli più raffinati, la precisione e la rarità degli inserti, l’incredibile abilità degli artisti, la semplicità strabiliante ed eterea delle forme. Le tombe ritrovate nei più vari ambiti del territorio, con le loro mummie accovacciate in posizione fetale ricoperte di diademi, pietre preziose e mantelli di piume d’uccello, attorniate dagli oggetti in oro della vita quotidiana e dalle offerte per la loro vita ultraterrena, ci parlano di loro, delle loro aspirazioni, delle loro speranze, delle loro paure e illusioni scongiurate con l’arte infusa nel prezioso metallo. Tuttavia, se la vita dei grandi di questa terra è narrata dai preziosi delle loro tombe, la terra stessa nell’argilla delle ceramiche plasmata dalle mani dei più umili ha segnato la traccia maggiore della loro dimensione umana a noi più vicina, anche negli aspetti più intimi, scabrosi e nascosti…
Un enorme fallo in erezione è sostenuto dalle mani sicure di un guerriero moche. Da esso si è succhiato per secoli il liquido contenuto nel vaso di cui svolge la quotidiana funzione. Attorno ad esso, in una sequenza misurata, ma nel contempo nutrita di ordinate immagini plastiche d’utensili quotidiani, si stempera un universo di epoche attraverso la rappresentazione della più disincantata celebrazione dell’erotismo e della sessualità. Patty mi lancia di quando in quando occhiate significative ed interessate, lasciandosi sfuggire qualche sospiro di sorpresa.
I visitatori osservano increduli ed estasiati. Sussurrano come in una chiesa…
Vagine enormi prorompono più che allusive ed invitanti da corpi femminili stilizzati in colori d’ocra e nerofumo, stillanti umori liquidi, dissetanti la fantasia. Accanto ad esse, scene modellate irriguardose, naturali e innaturali, ripetono la copula più e più volte in ogni sua forma gentile e perversa, suggestive nell’incanto, inscenando un kamasutra locale di semplice terracotta, interprete libero delle fantasie erotiche più sfrenate in cui l’azione fallica, ante e retro, sotto e sopra vissuta, è condivisa da coppie e da gruppi eterogenei ed omogeni in ogni sua forma e dimensione possibile, culi e tette al vento, in una elencazione di stili ininterrotti: civiltà della Sierra, chavin, nazcá, moche, huari. incas… temi proposti a lunga riflessione critica ed intima febbrile imitazione. È questo un aspetto culturale, singolare, dell’arte che si scopre al museo Herrera della ceramica, una casetta candida e quasi riservata nel verde del prato alla periferia della città, appartata fra gli alberi, cui non abbiamo voluto mancare…
Ora ci sta invece di fronte immobile, ancora chiusa, la Rosa Nautica, il miglior ristorante di Miraflores per chi ha un po’ più di cento dollari da investire in una cena a base di pesce. Le nostre tasche invece sono ormai desolatamente vuote ed è ancora mattina di domenica. Però è grande lo spettacolo della costruzione un po’ orientaleggiante che, minuscola e grigia, resiste intrepida alle onde enormi del Pacifico che le si infrangono contro senza pietà, lunghe e spumeggianti, oltre l’esiguo e stretto pontile che vi conduce.
Qui, sulla Costa Verde, sulla cui scarpata di sabbia incombono paurosamente gli alti edifici del quartiere più elegante di Lima e il Circuito de Playas che si ricongiunge alla Carretera Panamericana Sur, c’è per intera la condizione climatica invernale della capitale peruviana: nuvole basse che si fondono alla nebbia solo un po’ sopra i palazzi, in un cielo grigio e scuro schiacciato sull’oceano che si perde all’orizzonte. Dire cielo è però esagerato, dal momento che entrambe le volte che mi sono fermato a Lima non ho mai scorto l’azzurro. Quaggiù perlomeno si ha la sensazione di respirare a pieni polmoni l’aria che gelida contiene qualche spruzzo di salsedine, mentre passeggiamo sulla sabbia umida e osserviamo incuriositi i radi pescatori di frutti di mare che perlustrano la battigia appena abbandonata dal riflusso della marea.
Siamo venuti qui per salutare un’ultima volta il Perù, sfuggendo all’atmosfera plumbea e soffocante del centro, tra strade brulicanti e palazzi eternamente bagnati da una pioggerellina invisibile, insistente, fastidiosa e perenne. Certo, il piccolo hostal in cui ci siamo fatti accompagnare da Tipe, non ha la grandiosità del vecchio e maestoso Bolivar di Plaza San Martín su cui s’affaccia imperioso, inquadrando in una degna cornice la statua equestre che la domina, ma è caldo ed accogliente ed ha tutto quello che serve per ripararvisi pochi giorni. E discutere con Tipe.
Già lo sapeva lui. Gli ho telefonato dal Cuzco e da Puerto Maldonado per lamentarmi e capirci qualcosa y està muy preocupado. Gli devo ancora dei dolares, ma con ragione.
Tipe l’abbiamo incontrato subito appena scesi dall’aereo della Lhuftansa: Francoforte Lima con scalo a Caracas. Avrà vent’anni, ma è difficile indovinare l’età di un latinoamericano. Lui sta appoggiato alla transenna oltre l’uscita degli arrivi, all’esterno. Sembra aspettare proprio noi. Infatti, è intervenuto subito nella trattativa col taxista che chiede la solita cifra esorbitante per il centro. Italiani? Se aspettiamo un attimo ci pensa personalmente. Per noi fa lo stesso e durante il tragitto ha l’opportunità d’annusare il bisness.
L’Axel Tour è solo un minuscolo ufficio tirato a lucido a Miraflores, tutto vetri trasparenti, in un grande grattacielo di lusso, tutto vetri bruniti, con tanto di pass e polizia privata all’ingresso. Forse lui è anche l’unico operatore, proprietario e gestore.
Questo è quanto voglio fare, in questo tempo e in questo modo, gli dico sprofondato nelle poltrone della hall del Bolivar. Trattare da ospite d’un Grand Hotel poi, mette in posizione di privilegio indubbiamente.
Due ore dopo c’è già il programma individuale stampato, con costi, alberghi, trekking per Machu Picchu, Titicaca, autobus, aerei e passaggi vari per la Bolivia. Una carta di credito basta per l’acconto e Patty già è più tranquilla. Non ha detto nulla finora, gentilmente, ma lo so che seguirmi nei miei spostamenti programmati solo sulla carta, rigorosamente senza sicurezze anticipate, la agita un po’. Si fida, però… Tanto che, per rassicurarla, le ho lasciato prenotare il Bolivar ed il Grand Hotel Paris a La Paz, perché è pur sempre una rottura farlo in poco tempo nelle grandi città. E poi siamo stati liberi di muovere i primi passi, sul Jiron de la Union che lega la San Martin a Plaza de Armas per il Correo Central, cioè al cuore della città.
La prima cosa che si nota arrivando in una metropoli sudamericana è la presenza forte dei militari. Ovunque ti giri ne trovi qualcuno infilato stretto in quelle divise tetre chiuse sino al collo, elmetto da combattimento, anfibi neri pesanti, appena lucidati e guanti bianchi che imbracciano il fucile. Tornano immediatamente alla memoria, senza volerlo, le truppe di Pinochet, gli stadi del Cile gremiti di futuri desparecidos e la Plaza de Mayo in Buenos Aires. Mettono a disagio comunque, dando sempre un senso di mal di stomaco quando ti stanno vicino. Oggi poi si festeggia la repubblica e allora la piazza è piena zeppa di soldati in parata: caroselli di mezzi corazzati, motociclette e blindati leggeri ruotano nella loro esibizione di prepotenza. La gente s’assiepa ai lati ed osserva malinconica, a tratti incupita. Solo qualche bimbo è curioso. Di certo nessuno sorride, nessuno si diverte. È il primo giorno per me qui in Perù, ma sinora non mi pare che questo sia un popolo felice!
Così non resta che fare il gringo, collezionando la visita alla cattedrale, vescovado, San Francisco, palazzo del governo, museo nacional … saltando da un taxi all’altro e mescolandoci alla gente diffidente, quasi gentile ma attenta, nei bar e nei piccoli ristoranti in cui ci fermiamo in cerca di novità culinarie. E in questi andirivieni è l’amico Josè, quello col maggiolino rosso, coche la cui età probabilmente rasenta la nostra, ma luccica come una lampadina e non soffre delle orribili ammaccature rugginose dei suoi consimili, che ci si impone. Dopo averci stordito con un nugolo di parole che narrano la vita sua e dell’intera famiglia, mentre compie manovre spericolate per districarsi dal traffico intenso e caotico della capitale, afferma perentorio che non hai visto Lima se non hai visto due cose: el museo de oro y el museo de eros!
Con ragione.
Da due giorni sul Madre de Dios, il mio stomaco non funziona. Provo un leggero malessere generale mentre oscillo sulla lunga piroga del lodge attendendo che si parta. Patty, a ragione, sostiene che sono stato un folle a farmi vaccinare all’aeroporto. Appena messe le ruote a terra del piccolo veivolo dell’Americana, ho infatti adocchiato, nella baracca che serve da reception per gli arrivi e le partenze, le due uniformi d’un bianco immacolato. Sulla porta di un piccolo bugigattolo le giovani infermiere accoglievano i passeggeri con un sorriso, sotto un enorme cartello che diceva perentorio: non illuderti, di malaria e di febbre gialla si muore!
Non che al notizia mi abbia peraltro sconvolto. Tuttavia, mi pareva sciocco perdere l’occasione di una vaccinazione per la fiebre amarilla, conclusa in un attimo, contro le interminabili file e pratiche burocratiche e attese snervanti della pubblica assistenza italiana. Di fatto la mia decennale copertura era scaduta e si sa che sono sempre in giro in posti poco tranquilli. Ergo…! Tener conto che una decisione simile, che oltre tutto adesso non serve perché fa effetto solo tra una decina di giorni!, induce sempre un po’ di problemi, no!, non potevo, come mi ripete per la millesima volta Patty, guardandomi preoccupata. Le faccio un largo sorriso, col mal di pancia. Sopravviverò, non fosse altro che per ripicca!
La foresta amazzonica comunque accoglie come un pugno nello stomaco se ci arrivi in aereo. Il volo ti sbalza dalle alture andine, dove combatti il soroche e il freddo delle giornate senza sole con grandi tazze di mate, al caldo torrido che toglie il respiro, d’un tasso d’umidità impensabile. Asciugo in continuazione le lenti degli occhiali e l’obiettivo inquadra panorami con aloni bluastri, deformati dalla calura insopportabile.
Puerto Maldonado lo raggiungiamo su un bus d’anteguerra, simpaticissimo. Il cassone è aperto e ci suddividiamo per sedere su panchine di legno, mentre l’autista praticamente guida accovacciato sul pavimento. Il tutto è di un pittoresco che non si limita alle scritte variopinte del Cuzco Amazzonico cui siamo diretti. In verità ho qualche dubbio già sulla destinazione. I nostri nomi nella lista non compaiono, però il mio è stato fatto per una prenotazione di qualche mese fa. Almeno lo afferma con fare risoluto un’india che ci fa da guida. Scopriremo troppo tardi, ma senza rimpianto, appesi miracolosamente alla civiltà da un filo telefonico comparso dal nulla d’uno scatolone abbandonato in un prato, di essere stati svenduti.
Siamo più di una decina dunque a riversarci con una certa precauzione nella lunga piroga che ondeggia ormeggiata al pontile di legno quasi putrido, dopo che tutti i bagagli sono stati sistemati al centro fra casse, panieri di foglie intrecciate e fusti di kerosene. Altro gruppo pluriassortito con cui scambiare convenevoli, domandare le provenienze e subire spezzoni di aneddoti di viaggio! Comunque tutti siamo interessati ed entusiasti mentre affrontiamo il percorso che in un paio d’ore di navigazione ci porterà sino al lodge. Dallo scafo osserviamo sparire presto il mucchietto di casupole e baracche di Puerto Maldonado, unico avamposto della regione su questo fiume, piccolo affluente del Rio delle Amazzoni, che a tratti si estende per due chilometri di larghezza traboccanti di acque torbide e vorticose. Le sponde sono ricoperte da una fitta vegetazione tropicale che le chiude come una barriera di verde impenetrabile. Solo a tratti la guida ci indica un caimano sonnacchioso sulla riva impantanata o il suo profilo rugoso che facilmente si confonde coi tronchi ed i rami trascinati dalla corrente.
Il lodge, alla fin fine, sembra un’isola improbabile, abbarbicata su una riva scoscesa tagliata da ripidi scalini di legno. Il fiume è nel suo periodo di secca. Durante le piogge la scala diventa inutile. L’acqua raggiunge normalmente il livello delle costruzioni annullando l’alta scarpata. Quassù, una serie di edifici comuni più grandi in stile amazzonico si collega con una tettoia, da cui pendono deliziosi caschi di banane fresche, a singole palafitte in legno e paglia, sparse fra le palme, completamente aperte sulla veranda cui è appesa una amaca invitante. La zanzariera che pende sopra il letto a difesa dai pericolosi mosquitos e una lanterna posata accanto alla porta ci rammenta la lontananza da ogni insediamento civile e da ogni comodità che gli appartiene.
Un indios alto e nerboruto ci fa subito da guida competente, dandoci le prime informazioni elementari su quanto ci circonda, su cosa fare e cosa non fare in una giungla e come farsi sentire in caso di necessità. Da un po’ di coraggio seguirlo da vicino, lui che in questa foresta c’è nato, per scoprire l’albero tamburo, le diverse qualità di palme, le erbe pericolose o mortali, le tracce di alcuni animali, le insidie delle ragnatele e degli insetti. Come gli altri dello staff che ci ospita, è un indio che continua a vivere nel suo ambiente naturale ed aiuta altri a conoscerlo, anche se ha abbandonato da anni la realtà delle misere capanne di coltivatori di banane e tuberi, scorte a tratti sulla riva fangosa protette da fragili palizzate e quasi schiacciate dalla foresta incombente.
Piante ed animali sono comunque i dominatori quaggiù e lo percepiamo con maggior forza il giorno successivo quando ci inoltriamo più a sud nella vera giungla, camminando su un sentiero sepolto dalle piante gigantesche che non permettono di scorgere neppure l’azzurro del cielo e sono tanto enormi da non entrare se non in parte anche nei nostri obiettivi. Qualcuno che vuole un ricordo si fa immortalare ai piedi della sola radice che già abbondantemente lo supera in altezza.
Sono gli animali invece che sembrano scomparsi, dopo aver lasciato il dominio incontrastato alla vegetazione. Di essi si scorgono solo qua e là i segni d’un rapido transito, soprattutto dove il sentiero incrocia ruscelli o torrenti o paludi che supera a stento con l’aiuto precario di tavole e anche tronchi gettati o caduti traverso il cammino. Eppure la loro presenza discreta è costante. Dal lago raggiunto dopo un lungo percorso, scorgiamo avvoltoi, poi anatre in fila, fagiani dorati sui rami all’intorno e scimmie e scoiattoli e lontre e nel fango le anse lasciate da lunghi serpenti. Scivoliamo silenziosi sull’acqua d’un blu elettrizzato, attenti, per scorgere e quasi rubare allo scatto brandelli di vita scomparsa.
Oggi, solo un gruppo di noi, imbrattato di repellente e protetto da calzoni e maniche lunghe s’è inoltrato di nuovo nella foresta. Qua e là piante di caffè divenute selvatiche e rosseggianti pomodori minuscoli o bacche spaccate e biancheggianti di cotone, sommersi dalle erbe folte e dalle foglie rigogliose sotto alberi fitti e liane ci indicano un abbandono d'insediamento umano. Proseguiamo con cautela, attenti a mettere i piedi dove la nostra guida india ripulisce il cammino col macete dando ampi colpi violenti alla vegetazione. D’un tratto indica, oltre una ripa scoscesa che si tuffa in una pozza, un intrico di liane da cui emerge graduale alla vista la struttura metallica di una grossa imbarcazione fatiscente ed arrugginita.
È il Fitzcarraldo, il cui mitico arrivo sul Rio delle Amazzoni, costato centinaia di vite, è celebrato quasi di recente in un grande film di Herzog. Trasportato pezzo a pezzo, con incredibile sforzo titanico dall’Atlantico attraverso le Ande, ha svolto un servizio di trasporto e d’ospedale ambulante per breve tempo. Un’inondazione sola del Madre de Dios, più violenta de solito, lo ha un giorno spinto e precipitato con una grande ondata all’interno della foresta da cui nessuno è più riuscito a recuperarlo. Per qualche stagione attorno ad esso è sorto un piccolo insediamento religioso, ma l’insalubrità del luogo, la presenza d’animali selvaggi, le difficoltà e l’inadeguatezza alle coltivazioni del suolo hanno ben presto prevalso.
Ora è qui, divorato dalla giungla che lo farà scomparire per sempre, testimonianza ancora breve nel tempo, singolare, malinconica e rugginosa per noi pochi spettatori muti, accaldati, della sconfitta della tecnologia e della forza dell’uomo di fronte alla potenza della natura.
Ancora almeno per una volta!
Patty è già incazzata, furibonda. E praticamente non siamo ancora partiti. Con un gruppo nutrito sta assediando feroce due poveri impiegati della compagnia aerea spagnola che si trincerano indecisi dietro frasi scontate ed inconcludenti, in uno spagnolo stretto stretto, da fuga verbale, come sempre reagisce chi ha paura quando la situazione si fa critica. Personalmente, vivo ai margini finché posso!
Jeans stretti sui fianchi, maglietta blu elettrico sotto i capelli neri e lucidi tirati nella corta coda a spazzolino, è scura di rabbia. L’avevo detto! Ovvio! Si indirizza a Graziano, ma parla con me. Io faccio da tramite, sempre, nei momenti di bollore più intensi. Sono un conduttore, fisicamente. Tuttavia, nella scienza fisica i conduttori hanno la proprietà appunto di traslare energia, calore o che so io da un corpo a ad un corpo b! Io, purtroppo, non funziono allo stesso modo. La scarica l’assorbo, risucchio inesorabile, parafulmine senza messa a terra, anche adesso che accampiamo nella hall dell’aeroporto di Barcellona. Fuori programma nel nostro viaggio verso il Sudamerica.
È cominciata a Venezia la peripezia, male! Felici ci siamo assiepati davanti al check-in, incappando nella solita hostess di terra immotivata, bionda, imbranata. Si fa una fila interminabile, tanto il volo è in ritardo di un’ora. Per adesso. L’avevo detto…!
Eppure devi essere contento. Siamo in nove. Due aspettano a Madrid, forse. Passi il controllo bagagli e si parte alle venti, ritardo due ore e trenta. Maledizione! E ricalcoli i tempi di trasbordo a Madrid. Può ancora funzionare. Ma non se l’equipaggio, che finisce in aria il suo turno, ti deposita a Barcellona come un cretino, senza spiegarti il perché, dal momento che non può fregargliene di meno! Ringraziamo dunque per la delicatezza di non averci scaricati direttamente nel Mediterraneo! Ecco perché l’impiegato, con certezza possibilista sul suo labbro sporgente, non ti dice un bel nulla d’un sicuro inesistente.
E i bagagli? A Santiago è pieno inverno, solo qualche grado sopra lo zero se va bene, in jeans e maglietta! Doveroso incazzarsi, senza pensare al resto. Eppure, ad un certo punto, non si sa come, riusciamo ad essere sprofondati nella fila centrale dell'airbus 340-300 per il Cile. In ovvio ritardo, insultati da tutti gli altri passeggeri incattiviti da ore d’attesa, col pensiero. 277 posti uno per uno meticolosamente occupati, mentre osservo i monitor spenti che pendono, genitali inutili di notizie, dalla cornice centrale che taglia longitudinalmente la carlinga, a sua volta rilievo vertebrale di dinosauro in cui si innestano costole trasversali del tettuccio: penombra promiscua pervasa da rutti di birra, miasmi di fondo schiena, spifferi gelidi condizionati e liberatori.
Graziano è pieno di macchie rosse da subito: eritema meritato improvviso da gamberetti avariati e stress da ritardo. Porca Iberia! È lui che rompe perché scriva diversamente. Comprensibile. Più comprensibile! Sillabato-banale per gli idioti, cioè. A che servono tante assonanze? Giusto. Per lui.
Non sono scrittore. Ho deciso che scrittore è chi riesce a vivere della sua azione dello scrivere. Come Victor. Domenica Chiara era sdraiata sul prato a leggerci la traduzione dal russo del primo capitolo de’I Cinque Fiumi…’ . Noi, all’intorno, seduti accovacciati ascoltatori critici, cavie: un condor pilucca qua e là resti di carogne geografico-storico-fantastiche sul Volga, per restare in tema di volo andino. Allora, post domanda, ho pensato ad un’espressione di surrealismo-casuale con inserti ironico-masochisti del Daudet nel Tartarin. Se esiste. Mentre per ora volo verso il Sudamerica.
Galia, da Rimini, mi ha detto ciao ieri fra i suoi russi di Pietroburgo, promettendomi l’articolo su Puskin, da tradurre. Anche lei scrive soltanto, come me. E guida i turisti. Fortunato tu che sei sempre in giro! Per me è ogni volta Rimini, Firenze, Milano, Venezia, Roma… coi russi come bambini. Vanda approverebbe.
È inutile che tu corra sino ai confini del mondo, se rimani ancora dentro la tua pelle. Per conoscere veramente gli altri, è necessario che, prima, tu impari a lasciare te stesso!
Sono partito che avevo dieci anni, forse più verso gli undici a gennaio. Non sono più rientrato e nessuno se n’è ancora accorto.
A dodicimila metri d’altezza, sopra la pampa argentina, in mezzo ad un tremendo temporale, ho conati di vomito. Ore 11,37 ora italiana, ore 5,35 ora locale. Il mio tempo è nel mezzo.
Ucciderei tutti quelli che riescono a dormire, per una questione di giustizia sociale.
Frattanto, Santiago mi aspetta nelle tenebre e l’orologio della mia mente è assolato: ecco la differenza.
Claudia si aggrappa avvilita al suo colosso colombiano, un centonovanta per un metro dalla mascella quadrata sotto un viso butterato da eczema giovanile e capelli cortissimi a spazzola, neri. Lei, così carina all’estremità della tavolata, ha ancora gli occhi languidi acquosi, brillanti di pisco sauer, che ogni tanto mi cercano per una battuta. Non che possa essere d’aiuto in questo caso specifico. I maledetti non mi hanno avvertito che sorseggiare pisco alternandolo al forte vino cileno produce l’effetto bomba. E sono già scoppiato. Non potrei comunque essere d’aiuto.
È dunque sullo sfondo di uno scenario punk-evanescente che si svolge il concatenarsi improbabile di immagini notturne in cui Agostino si dimena sudato trascinando la povera, incolpevole Gilda in un vorticoso ritmo di ballo sudamericano ed io mi chiedo timidamente, la testa che mi scoppia tra un po’, come possa essere finito a Los Buenos Muchachos, direttamente sotto pedana degli spettacoli della peña. Davanti ho un barbecue stracarico e blu-sfrigolante di carni diverse in quantità industriali, mentre l’occhio mi si fa progressivamente, involontariamente annebbiato dall’alcool. La stanchezza e il fuso orario segnano impietosi la cognizione del tempo e dello spazio nella mente. Il gigante, sbronzo al punto giusto ma stabile, coprendomi la vista consolatoria della ragazza che almeno mi parla incomprensibile un discorso che non colgo per nulla, m’afferra alle spalle come un tronco di cedro cileno e, in un tête a tête preoccupato e preoccupante mi supplica, nel suo spagnolo, confuso a brandelli nel mio cervello, di fingere un discorso qualsiasi per evitare d’essere coinvolto nel vortice esasperante della serata.
Sulla pedana si sono sinora succeduti, sarabanda incontrollata, una orchestra incolpevole e qualche paio di gauchos che battono volenterosi fruste e stivali speronati all’unisono. Raramente urlando. Le donne slanciate, in costumi sgargianti a raggiera li accompagnano a ritmo, movendosi lente, colorate e sinuose, lanciando cappelli nel vuoto interrotto.
Finché irrompe, improvvisa e annunciata, strampalata persino, fuori luogo negli strani drappeggi di fiori, una manciata di danzatori di Pasqua, esaltati e frenetici. Battono i loro bambù, alternando le danze ed i canti in un vortice sempre più intenso e avvincente: il clou della festa.
Tuttavia, Rodriguez, il colosso di Claudia, mi fa quasi pena. Quattro volte, mi racconta, gli è toccata già, lacrimevole sorte, di subire i lazzi impotente e i motteggi volgari d’avventori ubriachi assiepati d’intorno, mentre il gruppo di ballerine isolane lo spogliava, lasciandolo esposto in gonnellino variopinto, mentre la danza voluttuosa impietosa lo insinuava fra due corpi languidi e femminili, praticamente nudi ed offerti sotto le collane di fiori ed i fianchi ondeggianti, prementi indecenti invitanti allusivi col ventre, strusciando impietosi, torturandolo, lui impotente di nuovo eccitato allo spasmo. Sarebbe impazzito in quegli attimi attesi. Fra il fragore di risa e lo scoppio di scherni, senza dubbio avrebbe ghermito all’istante entrambi quegli esili corpi, rovesciandoli indietro indifesi, famelico, sulla stessa pedana, vendicativo e sfrenato… Non avrebbe sopportato di nuovo, inconcludente, quella provocazione erotica estrema. Per questo mi supplicava all’orecchio e lasciava volentieri sollevato, scampato, il ruolo ad un Agostino arrossato, inconsapevole e brillo, che ingenuo dimenava il deretano elefantiaco fra gli esili corpi femminini, sinuosi e ammaliatori sotto le lunghe chiome brillanti fluenti, già troppo fuori controllo oramai per essere invaso infelice dalla provocazione dei sensi.
Per questo è finalmente a lui che hanno appiccicato al petto il ciondolino del bue col diploma tricolore!
Più tardi, Santiago, sputata fresca nella oscurità della notte rotta dalle luci violente e prepotenti dei lampioni sui lunghi viali alberati dagli scheletri neri dei quartieri residenziali, potrebbe essere indifferentemente Istanbul, Teheran, Il Cairo, Monaco… E naturalmente il tassista convulso ci trascina in una corsa vertginosa e folle, senza meta nel suo pensiero, in un andirivieni insensato e inconcludente: immagine-evento che mi perseguita ognidove.
Ci siamo arrivati consapevoli questa mattina fredda e soleggiata quaggiù, in fondo quasi al continente, dopo ore dilatate in un malessere pervasivo interminabile di volo, catapultati mezzo incoscienti sino alla Posada del Salvador. La doccia affrettata ed un letto sembrano allora l’unica salvezza da un incubo sadico nero che già cerchia la testa, finché subito il telefono maledetto dissolve col suo urlo metallico un sonno senza sogno non ancora iniziato.
Eppure Claudia è giovane e carina nella hall. Sorride gentile e tenue simpatia alla mia faccia stravolta, imponendosi leggera come guida cittadina, dal momento che Graziano e Agostinho, prevedibile ingorgo, non sono tornati dall’officina. Così, raccolti a fatica intorno a lei tanto fragile nell’immagine di chioccia, ci tuffiamo nel caos misurato della capitale ordinata, pulita, dall’aria un po’ vecchia e demodé, che risveste quasi tutti gli edifici d’una patina opaca d’antico recente e le strade sorvolate da raggi di cavi che aggrovigliano incredibili il blu contro il cielo, sfrecciando ognidove, creando artistici inserti nell’aria.
Il metro, rapido e moderno come deve, sfreccia a intervalli regolari verso il cambio di nuove banconote fruscianti, passaporto universale alla nostra scoperta del mondo. Denaro e progresso: gli ingredienti che fanno di questo Cile un paese sudamericano che vive da europeo. Anche il ritmo studiato della gente nelle vie è il veloce rincorrersi e superarsi che immerge immediato in una sensazione conosciuta. con isole improvvise di dimensione diversa, più genuina forse, più vera.
É senza dubbio il mercato coperto, in cui ci rifugiamo alla ricerca delle prime immagini da rubare per i nostri racconti d’inverno, che ci incanta.
Sotto una volta di travate e strutture metalliche ricurve, suggestive, che ricordano tanto le stazioni ferroviarie e certamente fanno il verso a quella che armoniosamente Eiffel, altro architetto che ha operato moltissimo in questa città, proprio quello famoso per la torre parigina, ha realizzato poco distante, si alternano le grida dei venditori delle merci più varie e sgargianti a quelle dei piccoli ristoratori, assiepati coi loro tavolini variopinti in un canto dell’ampia campata avara di sole e di luce e per questo ancor più misteriosa e suggestiva. Noi, impacciati, con le macchine fotografiche e gli obiettivi quasi vergini ed indecisi, seguiamo Claudia, in una fila indiana sfilacciata dai ritardi e dai rapiti dalla novità delle immagini, dal sentore dei profumi, dal cicaleccio delle voci cadenzate ed armoniose, invitanti. E da Augusto, il ristoratore più noto ed esperto della hall dalle colonne brunite e slanciate all’insù, affoghiamo le angustie della lunga fatica, la pesantezza impercettibile delle palpebre sugli occhi, la leggera nausea da transizione oceanica in salse deliziose, contorni tropicali, manicaretti di pescado diversi e molluschi profumati…
Eppure non è questa la Santiago che voglio ricordare, la Santiago delle peñas conturbanti e traditrici, dei manicaretti gustati da Augusto o le cene superbe, nei cibi e nei prezzi, del Todo Fresco al barrio Bellavista nelle notti del ritorno bagnate di pisco e risate infinite tra amici antichi e ritrovati.
La Santiago che voglio e devo ricordare è la città disincantata che si snoda di giorno lungo il Paseo Ahumada che incrocia, coi suoi svettanti edifici in vetro polito e metallo frammisti ai ricchi palazzi d’epoca coloniale, la Plaza de Armas ed il Paseo Huérfanos verso la Plaza de la Constitución che apre la vista sulla Moneda. La Santiago che voglio ricordare è questo suo cuore che pulsa invaso dalla gente diversa che corre ai negozi, dai bar dove gli avventori possono fingere di sorbire il caffè per guardare le commesse con minigonne vertiginose rigorosamente tenute dietro una sbarra di metallo lucente, la Santiago dalle immense luci notturne dove si inseguono passato e presente nelle bancarelle dei venditori dei pueblos sui paseos del centro e degli studenti squattrinati al Bellavista immersi nelle musiche da discoteca. È la Santiago che vede Mario & Mario inseguire affannosamente e con successo i borseggiatori di Paolo, che l‘hanno colpito di soppiatto davanti al Tribunal de Justicia, la Santiago che mostra sulla facciata lineare della Moneda, palazzo del presidente, l’assalto dei mortai dell’ancora recente e discusso colpo di stato e che lascia estasiati nell’ammirare i pezzi pregiati, favolosi del museo d’arte precolombiana alla Real Casa de Aduana, ricordo d’una storia passata, ricca e complessa…
Santiago moderna, Santiago attuale è una città che, facendo tesoro del passato e amministrando il presente, con mille contraddizioni apparentemente assurde per me, in cui convivono la recente repubblica e il generale Pinochet, offre uno spettacolo inimmaginabile di vita, di forza interiore, di slancio finanziario e produttivo, di intelligenza misurata e di abilità sapiente che la pone senza dubbio al primo posto fra le metropoli popolose del continente andino.
“Inti e la Pachamama si guardarono allora sconsolati e stanchi. Non potevano più sopportare in silenzio le tremende invocazioni alzate verso di loro dai poveri indios dell’altopiano andino. L’arrivo dei conquistadores, come un’aggressione di innumerevoli condor rapaci, aveva violentemente ridotto i loro popoli in miserevole schiavitù ed essi non riuscivano ormai più a sopravvivere a tanta stupida crudeltà e ferocia.
Dunque, Inti, il dio sole, e Pachamama, la dea terra, decisero di fare un dono speciale e prezioso ai loro indios e sull’Isola del Sol, luogo stesso d’origine del mondo nell’immensità delle acque del Titicaca, crebbe la coca, una pianta dalle proprietà straordinarie che avrebbe aiutato come una benedizione infinita i loro protetti d’un tempo. Essa avrebbe innanzitutto tolto loro gli stimoli più acuti della fame cui erano costretti dalla insaziabile voracità degli invasori. Poi, essa avrebbe alleviato di molto la percezione della fatica durante il duro, infinito lavoro imposto dalla schiavitù, cui erano loro malgrado sottoposti. Infine, essa sarebbe stata la magica medicina che avrebbe curato loro i mali del corpo e della mente e avrebbe permesso di leggere il futuro dei loro giorni. Ma essa, benedizione estrema per il popolo indio, sarebbe un giorno divenuta maledizione inarrestabile, distruzione ultima della civiltà dell’uomo bianco.
Non meravigliarti dunque di ciò che succede nel mondo. Non devi stupirti. È solo la profezia di Inti e Pachamama che finalmente ora si realizza in occidente…”.
Saul sta un po’ rannicchiato accanto alla porta pieghevole del piccolo autobus che ci conduce nella ormai tarda mattinata alla attesa fiesta de la Virgen de Urcupiña, a Quillacollo, dopo che abbiamo scorrazzato liberamente senza costrutto al mercado dell’artisanía di Cochabamba per acquistare qualche ahuayo, maglioni d’alpaca e ceramiche inca. Una posizione innaturale e scomoda la sua. Lui però ha cominciato a parlare così, come fosse per caso, dopo essere praticamente salito alla chetichella sull’autobus, senza sedersi, come per non disturbare più di tanto. E mentre parla, osservo che si dondola un po’, impercettibilmente, con la testa abbassata, nera di capelli folti da indio dell’altipiano, quasi sussurrando e senza mai guardare l’interlocutore immaginario, che si trova su una linea oltre l’orizzonte, direttamente negli occhi. Mette anzi un poco a disagio, quasi avesse veramente qualcosa da nascondere. Eppure è figlio del Felix sempre contento e sicuro di sé che abbiamo lasciato al confine boliviano. Non assomiglia per nulla neppure al fratello Carlos, più snello e socievole, sorridente mentre scopre una doppia fila di denti candidi, perfetti.
Saul non sorride, come avesse un dolore profondo nell’animo.
Ha cominciato a parlare forse per paura, per rompere il muro di silenzio rancoroso e di diffidenza sottile che accompagnano questa sua comparsa improvvisa, quasi provvisoria, impalpabile, dopo che per giorni ci siamo aspettati di incontrarlo per fare andare in modo diverso le cose. Di fatto capiamo, impercettibilmente sconfitti, che non cambia e non cambierà nulla.
Comunque racconta, ci informa, butta lì dei fatti e delle opinioni senza parere di incrociarle nelle parole, come per caso. Riempiendo dei vuoti palpabili. A La Paz troveremo una grande manifestazione di cocaleros, immensa. Contadini straccioni dell’altipiano, campesinos poveri tra i più poveri, coltivatori di coca per forza, che marciano decisi per gridare il diritto alla loro sopravvivenza.
Visto dalla parte opposta, singolarmente il mondo rovescia anche i suoi problemi con un’altra logica, a ben vedere. Nelle vetrine di Sucre le magliette la portano la scritta senza paura: La hoja de coca no es droga! (la foglia di coca non è droga!). E non è ne’ immediato ne’ facile per me da digerire all’istante, anche perché il primo mate de coca me lo son fatto con una certa pruriginosa curiosità non certo metafisica! Toccando una esperienza con gli occhi rivolti altrove. E sbagliando, deluso in fondo.
Eppure tra questa stupida incapacità di capire e un modo netto di pensare forse alla rovescia ce ne corre. Perché quello che da noi si legge e si vede cocaina, di fatto, in tanta parte dell’America Latina, si legge e si vede in diverse forme: cibo, ristoro, salute, medicina…
Tutto il mondo occidentale spara. E naturalmente spara nella direzione dove è più facile colpire e dove è più difficile farsi male, ai propri interessi ovviamente. Campagne spettacolari viste in TV, da tutti, convinti; operazioni di distruzione definitiva delle coltivazioni, reclamizzate da video ammazzasette girati da uomini ammazzasette! Terminator I, II, III …
Palle! Impossibile, umanamente impossibile controllare l’intero territorio delle Yungas e degli altipiani. Impossibile convincere i cocaleros che la terra è quadrata. La Bolivia risulta così essere ancora il secondo produttore di coca al mondo dopo la Colombia.
E allora?
Allora alle ultime elezioni la Bolivia elegge come presidente democratico un certo Balzer, suo ex dittatore. Realtà sudamericane, ma non solo. Il favore USA è immediato come l’adesione alla campagna antidroga della DEA da parte del nuovo governo, cioè la promulgazione di un decreto legge che prevede la confisca ipso facto del fondo agricolo in caso di coltivazione di coca.
Ed i campesinos cocaleros?
Che coltivino banane e ananas…!
E se banane e ananas non li vuole nessuno perché il mercato è già saturo e non ci si cava un soldo?
Problemi che non riguardano il nuovo governo…!
Centinaia di migliaia di cocaleros marciano pacificamente su La Paz, chiedendo semplicemente il diritto di vivere. Il governo proibisce loro di camminare sulle strade, per motivi di ordine pubblico e perché non si intralci il traffico regolare. Essi marciano allora sulle montagne, percorrendo i cammini millenari che sono stati dei tiwanacota, dei nazca, dei moche, dei mapuche, degli incas… con la determinazione irrinunciabile indotta dalla fame e dalla miseria, senza perdersi d’animo.
Centinaia di migliaia di cocaleros sono giunti pacificamente a La Paz in questi giorni, chiedendo il diritto di vivere.
Ne abbiamo sentito parlare?
Eppure ora conosciamo la maledizione di Inti e Pachamama !
Eppure ora sappiamo che la hoja de coca no es droga !
Così ci ripete triste Saul, senza sorridere mai, mentre ci accompagna alla fiesta.
In Sudamerica la fiesta è un rito religioso, senza dubbio, proibito ai pagani. Anche se non importa a quale religione tu sia fedele. Importante è che tu creda fermamente, alla fiesta. Solo così puoi esserne profondamente parte ed attore. Solo così puoi capire che questa è la sola filosofia profonda e significativa della fiesta.
Assonnato, osservo sbalordito dal finestrino del minibus i pellegrini che percorrono faticosamente, a piedi, cantando e chiacchierando, il tratto di strada asfaltata che va da Cochabamba a Quillacollo; all’apparenza una quindicina di chilometri soltanto, che divengono tuttavia infiniti se rappresentano gli ultimi di un percorso molto più lungo, intrapreso da altre miriadi di pueblos distanti nel cuore profondo della notte. É infatti poco a poco una processione interminabile quella che si rivela e sempre più nutrita, soprattutto di ragazzi e ragazze vestiti all’occidentale. Si snoda senza interruzione nella penombra fresca e diffusa del mattino.
Non fa però freddo ed in questo è vero il detto dei cochabambinos che recita “Las golondrinas nunca migran de Cochabamba ( Le rondini non se ne vanno mai da Cochabamba)” . L’orologio mi conferma ancora che è il sedici d’agosto e la festa iniziava appunto il giorno prima, secondo il calendario, e finirà domani!
È così che, mentre i miei compagni sonnecchiano e Paolo lamenta di non poter riprendere con la cinepresai pellegrini, mi impongo di rimettermi a sedere col ricordo, per riflettere sull’accaduto, sotto la tenda colorata del grill, sistemato all’occasione lungo la via principale del pueblo di Quillacollo, tanto piccola da non offrire neppure a tutti noi insieme il ristoro momentaneo della sua ombra traslucida. Per questo non riusciamo nemmeno a capirci nella baraonda, che subito si crea intrecciandosi ai nostri scherzi sottolineati da un bicchiere di cerveça in più e dalla gran fame. Il sole invernale picchia obliquo da nord, traditore, rovesciando le stesse prospettive in questo emisfero australe. Sul braciere intanto sfrigolano sospirati spiedini dal profumo intenso di carne brasata e peperoni maturi, dietro il corpo massiccio e protettivo di una matrona sorridente, attenta, dalle ampie gonne sovrapposte. Ha piuttosto l’aria di sopportare i nostri scherzi come si chiude un occhio bonario sulle marachelle inevitabili dei bambini. Italia? Ci chiede. E all’affermazione segue uno scuotere di testa impotente e remissivo.
Del resto, facciamo anche noi parte a buon diritto della festa e sostituiamo con abbondanza ed impegno quella voglia di risa e allegria che ci pare sempre un po’ assente qui, nella gente, anche quando si diverte, quasi che tutto nell’intera vita fosse sempre e comunque una faccenda tremendamente seria! Ma in verità, cosa ne sappiamo noi?
Lo capisce forse, con un’alzata di spalle, la bella ragazza che ci serve le bibite a ritmo incalzante e frigge per noi montagne di patatine osservandoci curiosa ed attenta. Ma di ragazze carine, anzi decisamente affascinanti, se ne vedono da tutte le parti: sembra la cuccagna delle giovani bellezze riunite qui da tutta la Bolivia, venute qui a mettersi in mostra con civetteria ed eleganza nel migliore dei modi. E qualcuna, bisogna dirlo, è proprio da primato. Anzi, questa pausa sotto la tenda multicolore ci voleva proprio, perché è davvero faticoso anche inseguirle e riprenderle tutte con l’obiettivo che scotta e sorridere a tutte e fare complimenti…
Almeno qui, seduti finalmente a rimpinzarci, stretti stretti l’uno accanto all’altro, ci rifacciamo delle sfacchinate di giorni e giorni su strade polverose e devastanti, dei sobbalzi improvvisi e costanti e dei sudori maleodoranti e copiosi, sopportati rinchiusi per ore ed ore senza remissione nei fuoristrada o delle ghiacciate notturne di cui portiamo addosso tossendo i postumi influenzali. E pensare che avevamo anche in serbo un poco di diffidenza, temendo il bidone, nei confronti del facile entusiasmo di Graziano, che ha tanto insistito per trascinarci sin qui. Ed abbiamo capito perché ci tenesse tanto, il furbone!
E nel tempo, anche Viva Cochabamba, la canzone ascoltata e riascoltata una infinità di volte nelle ore interminabile in movimento, la più gettonata dell’intero viaggio assieme a El sol de la mañana, oltre ad essere diventata il nostro disco dell’estate ha acceso via via le fantasie di tutti attorno a questa favolosa città, alla sua incantevole piazza piena di palme su cui s’affacciano i maggiori edifici pubblici tutti candidi e la cattedrale, ma in particolar modo nell’attesa della sua festa. E sinora non ci ha delusi, come non ha deluso le migliaia di spettatori che attorno a noi applaudono frenetici fra venditori di gelati, noccioline, coca cole, cerveça e chica cochabambina.
Così stavolta l’autobus ci ha proprio scaricati qui, promettendoci un ritorno per il tardo pomeriggio e ci siamo riversati con la gente lungo la strada principale. E qui, ordinatamente, quasi scientificamente, una ottantina di scuole di ballo con tanto di banda personale al seguito ha intenzione di sfilarci davanti. Ottanta gruppi di danzatori e ballerine che nei loro magnifici costumi, scintillanti lustrini d’oro d’argento e soffici velluti solleticano il nostro sguardo senza interruzione in una esplosione di lunghe gambe affusolate, raggianti sorrisi di compiacimento, seni in tensione nei corpetti delicati e traboccanti, flessuose contorsioni ed agili elevazioni. Chi non si sentirebbe allora partecipe attivo e felice della fiesta, almeno nel cogliere le immagini più affascinanti ed ardite in una confusione di lenti, obiettivi, scatti e pellicole non sempre, purtroppo, sotto controllo rigoroso e professionale.
Inutile dire che Agostino, spettatore estremo nel suo ruolo, s’è subito ritrovato nell’ambiente, perdendo letteralmente la testa e dopo averlo visto girare estasiato fra le interminabili file di brillanti ballerine, lui che non ha neppure portato la macchina fotografica ma ricerca postazioni d’apprezzamento senza dubbio vantaggiose, si ritrova entusiasta ad offrire gelati ad una intera scolaresca in costume cui non sembra vero d’aver incontrato un estimatore così benefico e gentile. E non trattiene neppure la sua sciolta parlantina veneta che suscita buffe risate d’incomprensione all’intorno, in un gergo spesso inventato da cui escono espressioni linguistiche sperimentali, come il famoso “campo a pelo” e l’immancabile “ taja e liga”, conclusione risolutrice di ogni controversia dialettica relativa alle problematiche del nordeste. Ed anche qui, dove il suo stomaco trova finalmente risposta adeguata al fine della propria corposa esistenza, non riesce a trovare un attimo di tregua: troppo spesso deve seguire l’impulso di raggiungere un’immagine eterea di fanciulla librata nell’aria, per incoraggiarla con espressioni ammirate e compiaciute.
Non mi si racconti ancora, come cerca d’insistere Graziano, che tutti stiano devotamente compiendo un voto, una promessa d’espiazione per le proprie colpe! Forse qualche giovanotto sudato, sottoposto a maschere e sovraspalle mastodontiche e scenografiche, sta soffrendo per una dimostrazione di fuerza macha voluta ed ammirata, ma il turbinio delle cosce femminili ed il sorriso soddisfatto delle ragazze, dopo mesi di prove e ripetizioni, ha più l’aria di una sfilata altamente compiaciuta e partecipe di civetteria ed esibizionismo che di una mortificazione della carne! Ed i boccali di chicha, che girano rapidi e numerosi fra i ballerini ed i musicisti, danno sempre più quel tono di disinvoltura e di liberazione corporea che prima di sera lascerà ben poca cognizione del proprio essere e della propria faticosa esistenza anche ai più mistici.
Così, in questo clima ed atmosfera sempre più di libertà sfrenata, si susseguono le danze più diverse ed interessanti, espressioni culturali eterogenee di tutto il territorio boliviano. Tra i costumi più interessanti si inseguono quelli tipici di Tarabuco, sottolineati dai copricapi borchiati ed i pensanti cinturoni di cuoio grezzo ed i lunghi corni sonori; la Diablada, che mima in allegoria la lotta titanica fra il condor, il demonio e l’angelo salvatore; i gruppi di indios dalle piume colorate e volteggianti; i campesinos dai ponchos ampi e colorati e gli indios nordamericani dai lunghi copricapi e le vesti di cuoio conciato…
Solo a sera inoltrata abbiamo salutato le luci e gli scherzi di tanta voglia di vivere. Solo a sera abbiamo ritrovato gli ingorghi fastidiosi del rientro in città. Solo a sera abbiamo abbiamo tenuti stretti nel pugno i nostri nuovi ricordi con quelli di giorni più bui o bizzarri, scoppiando in fragorose risate, veramente felici attorno ad una caipiriña brasiliana, in cui nuotano allegri e invitanti, tra limpide scaglie di ghiaccio, piccoli limoni d’un giallo lucente. E tra le risa qualcuno grida ancora convinto: “Viva Cochabamba!”.
Viaggiando a volte si ha la sensazione che si ripetano ad un tratto situazioni ed emozioni in precedenza già vissute. Nulla da dire se queste fossero tutte sensazioni gradevoli. Più spesso, purtroppo, sono invece sgradevoli. Una di queste, in particolare, mi coglie ogni volta al passaggio delle frontiere: la sensazione ogni volta, col suo carico di emozioni, di dover rinunciare in un certo qual senso a me stesso, svendere la mia sicurezza, azzittire la mia dignità nel profondo, soffrire il silenzio. Quasi sempre. E difficilmente comunque essa è una situazione che mi mette di buon umore. Infatti, non tanto le frontiere in sé come luoghi fisici o entità ideali di delimitazione d’uno stato, ma la pletora proterva di funzionari che vi alberga, appartiene per lo più alla categoria delle persone da classificare decisamente come estremamente sgradevoli.
Me ne rammento immediatamente proprio ora, sotto il sole dirompente del mattino ancora fresco, appena fuori del labirinto catartico degli edifici di fango essiccato e paglia della estrema periferia di San Pedro d’Atacama. Difatti è proprio qui, a nord est del Cile, praticamente ai margini vivibili di quella che sarebbe enormemente presuntuoso definire anche un embrione di cittadina prima del deserto, che da essa prende pretestuosamente il nome, che si trova una sembianza di frontiera: una sbarra trasversale ed un edificio bianco, anonimo come un cubo inutile e deforme, fastidioso, dimenticato lì da qualcuno per caso dietro la scritta ‘PARE’ stilata a grandi caratteri neri. Come sempre, zona militare.
Scivolati coi passaporti dai potenti fuoristrada rombanti che ci porteranno sicuri oltre il confine cileno, sono il primo impaziente della fila conosciuta nel raggiungere lo sportello obbligatorio. Un ufficiale ancora giovane, qui, tiene indolente nelle mani ossute e inanellate il documento stropicciato d’identità d’un ragazzo boliviano. I decisi tratti olivastri di quest’ultimo sono indubbi, d’origine india, ma il portamento abbastanza sicuro lo qualifica per studente. Le quattro righe coi dati sono lette e rilette o almeno così pare, con aria di sufficienza maniacale, poi con evidente disprezzo. Il ragazzo attende in piedi, controllato, fingendo pazienza, le unghie conficcate nei palmi, provando dentro la rabbia esplosiva che anch’io ho provato altre volte alla scena. Impotente. Umiliato. Ed allora rivivo per me gli stessi momenti trascorsi e sofferti.
Avevo circa vent’anni immaturi all’aeroporto di Bujumbura ed ero stupidamente impaziente solo come lo si può essere a quell’età. Sbarcato felice ormai da oltre due ore dal veivolo Alitalia, che in una sola notte aveva ribaltato sui due poli il mio modo di vedere il mondo, fisicamente dal bianco al nero, attendevo che qualcuno mi insegnasse ancora a ribaltare il mio modo di pensare, dal logico all’illogico o così m’illudevo fosse allora. Oggi so che il passaggio è più traumatico. É semplicemente quello che trascorre da una logica ad un’altra logica, senza connessione e senza alcuna gerarchia superiore: una logica diversa dove possono non esistere i diritti per la persona; una logica dove la volontà o il capriccio d’una divisa o di un timbro sono tutto e la propria faccia, anche se bianca e per questo presuntuosa, nulla; una logica dove il tempo non si misura in minuti, ore o giorni, ma semplicemente scompare; una logica dove il valore di una vita umana non esiste neppure come concetto. E se a questa logica appartengono centinaia di milioni di persone, se non miliardi, da sempre, è poi così strano che vi debba dunque appartenere anch’io per qualche momento nella mia esistenza?
A Dar el Salaam di anni ne avevo qualcuno in più, con una dose molto maggiore di pazienza, e l’elenco delle frontiere faticosamente superate non aveva più trovato posto disponibile sulle pagine del passaporto sgualcito. Eppure…
Ad Ipsala, scegliendo a caso, funzionari greci, gentili, mi avevano indicato sorridenti d’andarmene pure, mentre schiaffeggiavano i turchi in transito, spargevano a terra le loro masserizie e riducevano alle lacrime le donne con noncuranza da duri. Se i vopos di confine cecoslovacchi, a Mikulov, avevano rovistato a lungo nei miei indumenti più intimi facendomi scaricare infine sull’asfalto bagnato (perché in Cecoslovacchia pioveva sempre?) l’intero bagaglio per contemplare, grandissima nuova!, la ruota di scorta, quelli turchi, gentili allora, in cambio d’una ‘mancia’ spontanea s’erano visti premurosi. Oggi anche loro pretendono la tangente, in dollari verdi, come i poliziotti del resto.
Nella intera giornata passata come ospite dei pasdaran di frontiera, in Iran, sotto le pendici dell’Ararat, lasciavo solo qualche rivista ed un mazzo di carte quasi rubate dal mio furgone. Ingenui ragazzini! In compenso gli amici frattanto passavano lunghe ore rinchiusi in uno stanzone senz’aria e senz’acqua e nient’altro. Oggi i funzionari iraniani sono tra i più gentili del mondo, occorre riconoscerlo, anche se devi rincorrerli da un ufficio all’altro per ottenerne i timbri necessari in una specie di frontiera peripatetica, divertente e tutto sommato tra le più umane.
A Taftan, il confine del Pakistan al cominciare del deserto belucio, laddove la civiltà sembra scomparire per sempre con il colore scuro dell’asfalto iraniano, una perfetta imitazione d’ufficiale inglese, in baffetti curati e divisa inappuntabile, protetto da un Simbad, truce marinaio del deserto in pastrano pesante color carta da zucchero e fucile ad avancarica, ci ha offerto cerimonioso e condiscendente un té per trattenerci con cortesia estrema un giorno e una notte, mentre all’orizzonte transitavano nell’oscurità leggermente ondulata delle dune incredibili carovane di cammelli! Le difficoltà cinesi ai piedi del Kunjerabpass le sbrigava invece Gao Shu Min, la nostra guida cinese: intanto allo stato, cinese, a testa versavamo, giudiziosi, ottanta dollari il giorno per la trasferta!
Eppure non importava nemmeno questo ai giovani e neri doganieri di Dar el Salam, mentre mi perquisivano a fondo entro una specie di tenda oscura e nauseante palpandomi tutto. Attratti non da me, ma dal mio portafogli, non se ne disamoravano, testardi, finché il trasferimento dei dollari verdi non era completamente compiuto dopo una lunga sofferenza psichica ed una gran repulsione fisica.
I doganieri svizzeri, nelle decine di volte che transiti ogni anno, ti guardano con sufficienza dovuta all’andata. Quelli italiani non ti degnano di uno sguardo finché non ti fanno un sacco di storie per il documento del cane. Nei porti in sostanza la frontiera non esiste neanche: così passi da Brindisi e Igumenista come da un colabrodo. Gente di mare, dello stesso mare da cui si va e si viene da millenni!
Tra Iran e Turkmenistan la frontiera si chiude alle cinque del pomeriggio o anche prima. Se vuoi passare conosci i metodi di rapina dell’ex impero sovietico, con i dollari. Senza non passi. E un funzionario in borghese da telefilm americano, che ti deve applicare l’ennesimo timbro dopo ore ed ore, tiene il suo prezioso tesoro gelosamente attaccato con una catena d’acciaio alla cintura dei pantaloni, da cui lo estrae con estrema parsimonia, cerimonioso e petulante dopo che hai versato l’obolo!
Usbekistan, Kirghisistan, Kazakistan, Russia siberiana: provate solo a calcolare le ore ed ore che vi tocca trascorrere a queste frontiere, i dollari che restano attaccati alle mani vischiose dei funzionari, i meticolosi controlli dei vostri mezzi con specchietti che entrano nelle loro viscere, i sorrisi stentorei che dovete mostrare per accelerare le operazioni prima della disperazione o della follia.
A Tashanta, confine sperduto sull’Altaj tra Siberia e Mongolia, della cui esistenza neppure l’ambasciata italiana a Mosca era a conoscenza, lo scorso anno la mia sosta è durata tre giorni in piena steppa spazzata dal vento e dalla pioggia gelata. Nel frattempo, con comodo, il capo della polizia si incaricava di requisirci con la forza mezzi e passaporti valutati cento dollari a cranio!
Ecco perché mi è decisamente sgradito questo funzionario cileno d’Atacama, così pieno di sé, solo perché indossa una divisa, così sottilmente prepotente nei confronti di uno studente boliviano. Ed il viscido sorriso che mi rivolge quasi ossequioso non mi incanta, mentre mette da parte con noncuranza il documento del ragazzo senza timbrarlo. Anzi, mi umilia ancor di più il fatto d’osservare il suo sguardo preoccupato, perso, in cui traspare la paura e l’impotenza per questo vile sopruso, ed essere io per di più gratificato per il fatto d’essere bianco, turista, europeo coi dollari nelle proprie tasche…
Lo so, il mio sguardo quasi di sfida, l’antipatia palese con la quale sto volutamente guardando ora negli occhi questo funzionario è forse soltanto una reazione donchisciottesca che non risolve alcun problema, anzi, fa attendere qualche minuto in più i miei compagni che non s’accorgono di nulla. Potrebbe tuttavia essere anche l’occasione per lui di riflettere come me sul rispetto che ognuno deve avere per gli altri, almeno per una volta.
Questo non cambierà di certo il mondo, ma spero serva ora ad aiutare un poco questo ragazzo boliviano che se ne sta triste, attendendo sconsolato il suo destino in un angolo d’una frontiera sperduta del deserto cileno.
Mientres la cultura occidental se desarrolla a la velocidad del galope del caballo,
el mundo andino estructura su pensamiento al paso del llama,
animal que fue domesticado para caminar al paso del hombre
Tiwanaku, 20 agosto ’98.
Gli occhi scuri di Carmen si riflettono neri come il velluto nel vetro terso della teca scintillante che mi sta di fronte, sorridenti. I vasi di terracotta di Tiwanaku vi sono allineati, quasi identici nelle impercettibili variazioni di forme e colori sparsi in linee essenziali. Mi sta guardando convinta che io non la osservi. Oppure ben sapendolo. Silenziosa. Il gioco sinora innocente si sta ripetendo ormai di sala in sala, da quando lei mi si è avvicinata un po’ troppo, fingendo indifferenza ed io le ho premuto, altrettanto indifferente, il braccio contro il corpo morbido, provando un certo piacere. Non mi è sembrata sorpresa. Piuttosto divertita. É rimasta ferma al suo posto, anzi, mi ha spinto un poco a sua volta, con dolcezza, insistente. Allora mi ha guardato per la prima volta direttamente negli occhi, con calma decisa. Era una chiara accettazione dello scherzo ed ho continuato insolente. Voglio vedere fin quando.
Questa mattina la partenza era prevista dall’albergo per le otto e trenta. Dopo l’inutile corsa di ieri verso le Yungas non è che ne eravamo poi così convinti, giacchè, oltre ad aver pagato una somma esagerata in dollari, l’esperienza si è rivelata un vero bidone per citrulli: il castello favoloso promesso, non è risultato altro che un resto coloniale malandato, un rudere praticamente fatiscente, degno solo di stimolare allucinazioni spiacevoli, mentre la foresta è una farsa di bosco da cui abbiamo ricavato solo un gran caldo e qualche graffiatura di spine sulle braccia e sulle gambe. Neppure i precipizi dei percorsi così decantanti e l’assalto dei furiosi cani randagi, che per lo più sono parsi poveri sacchi di pulci rinsecchiti e spelacchiati sui bordi malinconici dell’asfalto, hanno suscitato in noi un po’ d’entusiasmo meritato. Dunque, rientro immediato e immusonito!
A Tiawanaku tuttavia non voglio ormai assolutamente rinunciare, anche se non sembra troppo dell’avviso Monica che ha rifatto per l’ennesima volta pace con Fedele, visto che per di più dobbiamo rimanere a La Paz anche oggi e domani. Inattivi.
In realtà a me la situazione fa comodo, per rilassarmi un poco. Sono ancora sotto l’influsso del cocktail di farmaci che mi hanno indebolito ed accompagnato lungo tutto il viaggio. Ora ho raggiunto il livello di guardia, quanto a saturazione, anche per la vita di gruppo. Prima o poi si arriva normalmente a questo punto se si viaggia con altri. Non riesci più a sopportare con la facilità necessaria la loro presenza costante intorno a te. Cerchi allora istintivamente di allontanarti. Isolarti. Senti il bisogno di restare solo o di andartene un po’ a zonzo per conto tuo. E non sai nemmeno quando ti può succedere. Dipende da tanti fattori, incontrollabili. L’anno scorso, durante le soste, riuscivo ogni tanto a starmene chiuso per ore da solo nella mia tenda, non potendo di meglio, tagliando fuori dal mio universo il mondo intero. La mia piccola tenda d’un blu elettrico come un castello. Però non c’era Patty.
Così ieri ho approfittato per sedermi a piazza Murillo con lei, nel sole che cadeva a picco come una rasoiata sui volti. Mi sono lasciato scaldare dai raggi generosi dell’inverno andino, su una panchina qualunque, guardando curioso e fotografando il movimento intenso della gente comune attorno a me, divertito per ore da tanta varietà di tipologie umane. Finché una grandinata improvvisa di chicchi di mais non m’è piovuta addosso, attirando un nugolo infinito di piccioni affamati. Dietro venivano Giò, Mario e Paolo che se la ridevano divertiti.
Il minibus dunque si è presentato dunque puntuale e brillante nella sua vernice nuova, d’un grigio pallido, metallizzato e lucente. Ci siamo allora disposti contenti sui sedili, in bell’ordine, mentre già partivamo verso gli oltre quattromila dell’Alto, il quartiere sovrastante e più povero di La Paz, anche se ora che lo rivedo dopo due anni mi accorgo che non è più composto dalle sole favelas d’un tempo. Si frammischiano, al fango di queste, delle costruzioni recenti che spiccano come ferite per il rosso dei mattoni finiti dal bianco accecante della calce, anche se non sono scomparse per nulla la sporcizia incredibile e la miseria disseminate a caso nelle strade polverose di pietre dissestate che non vedono mai alcuna opera di manutenzione ed in cui si espletano l’intera vita ed i bisogni primari di ciascuno.
Luis intanto era già sceso fresco e pimpante dal mezzo, accogliendoci con un largo sorriso spontaneo. Lei, Carmen, si teneva dietro, un po’ in disparte, limitandosi a sorridere. Poi, durante il percorso, lui s’è girato dal sedile accanto al posto di guida per parlarci con convinzione del suo paese e di ciò che stavamo per recarci a vedere, con abilità e competenza, chiaro nella sua pronuncia lenta dello spagnolo, per consentirci di capire e di riflettere. L’autobus ormai percorreva veloce la via asfaltata e comoda dell’altipiano, tagliando in due con essa una campagna livida e spoglia, con le tracce dei primi lavori di preparazione invernale della terra. Solchi freschi; qua e là e piccole biche minuziosamente preparate con gli sterpi raccolti per il fuoco.
S’è girata a tratti anche Carmen allora, che stava stretta tra lui e l’autista, ma sempre silenziosa, in attesa. Finché ad un tratto ha sollevato decisa una busta di plastica pubblicitaria ed ha estratto con semplicità coppie diverse di bambole di pezza, a rappresentare le cholas nei vari costumi simpatici e coloratissimi della sua gente. Ce le ha fatte quasi scivolare nelle mani. È allora che l’ho notata, che mi ha notato, che ci siamo notati. Dapprima quasi per sbaglio, poi con maggior insistenza.
Mi incuriosiva il suo volto, il suo sguardo, il suo sorriso.
Non posso dire che sia bella Carmen, ma ha quel qualcosa che la rende interessante nei suoi occhi brillanti e vivi, nei suoi capelli nerissimi, lucidi, freschi. La sua pelle liscia accompagna il volto regolare, accarezzandolo con dolcezza, sfumandone il colore abbronzato dalla natura. Mi sono così ritrovato inconsciamente ad osservarla a lungo, con insistenza. Ovvio che se ne sia accorta, che ci posso fare? La curiosità comunque non è stata solo da parte mia. Anche lei mi ha osservato e gli sguardi si sono intensificati, con quelle piccole pause che sono fatte apposta per capire se, tra due persone che provano reciprocamente un certo interesse, veramente ci si sta osservando con attenzione, illudendosi che sia senza darlo a vedere all’altro. Lei, stuzzicata dalla eterna debolezza della vanità femminile, io stupidamente stimolato dalla singolarità divertita della situazione.
Siamo scesi finalmente dal minibus dopo che il percorso m’è parso lungo un solo attimo intensissimo. Fianco a fianco siamo entrati nel museo di Tiwanaku, pronti ad ascoltare e vedere meraviglie. E mi sono subito fermato. Sull’ampia parete, di fronte all’ingresso, campeggia una scritta che mi colpisce :” Mientres la cultura occidental se desarrolla a la velocidad del galope del caballo, el mundo andino estructura su pensamiento al paso del, animal que fue domesticado para caminar al paso del hombre. (Mentre la cultura occidentale si sviluppa alla velocità del galoppo del cavallo, il mondo andino struttura il suo pensiero al passo del lama, animale che fu addomesticato per camminare al passo dell’uomo)”.
Apparentemente semplice o addirittura banale, ho immediatamente colto come questa osservazione raggiunge inconsciamente la profondità infinita della scelta dell’animo e della cultura india del Sudamerica, traducendola in modo impercettibile e preciso, perfetto, violento. Come uno schiaffo in pieno volto.
Accosta infatti, nella sua disarmante concisione, due mondi posti così lontani per essere improvvisamente, drammaticamente, tanto vicini. Misura in un solo tratto l’evolversi delle volontà diverse nella contraddizione del percorso della mente. Inverte poi nel lessico quotidiano le funzioni dell’uomo e dell’animale, tranciando un giudizio inappellabile sul ruolo diverso di guida assunto da due civiltà nel tempo. E condanna in modo inappellabile, netto, la protervia dell’occidente.
È quanto ho pensato in un istante. É quanto ho trasmesso col mio pensiero. É quanto ha colto al volo l’intelligenza di Carmen che mi osserva divertita. Forse per questo le sono piaciuto, per la mia incapacità ingenua di nascondere fuori quanto sento dentro, nell’animo.
Così è cominciato intenso il gioco degli sguardi e dei rimandi. Per me questa è ancora la scoperta sempre più evidente di un mondo che intreccia la sua filosofia culturale alla storia. Per lei è il confronto di quanto saputo da sempre con la novità del mio ingenuo incontro con essa.
E Tiwanaku è il luogo ideale e fisico di questo incontro, Tiwanaku è la presenza di una cultura che prorompe dalla terra liberandosi dapprima con fatica primitiva nei sui giganteschi monoliti antropomorfi e zoomorfi di millenni, poi con la progressiva raffinatezza delle ceramiche, dei bassorilievi, dei tessuti, degli ori, delle forme, dei tessuti, dei colori che rapiscono lo sguardo e stimolano la mente alla ricostruzione ed al ricordo.
Di questo è fiera Carmen nel suo sguardo ora, della grandezza di una civiltà più grande di tutte le altre, più alta della stessa cultura incaica a cui dà origine, più intelligente e viva della prepotenza cieca e distruttiva della colonizzazione. È lei stessa nello sguardo un “piccolo puma”, il Titi delle montagne che contornano il lago Titicaca che da esso prende il nome, orgogliosa della sua origine, plastica nelle movenze impercettibili del volto e precisa nei tratti come le linee perfette, sinuose, ammalianti, segnate da secoli nella dura pietra vulcanica o modellate leggere nella tenera argilla policroma.
Seicento anni prima di Cristo cominciava a nascere Tiwanaku e la sua civiltà, accumulando in quasi due millenni un patrimonio immenso d’arte, architettura, cultura, ricchezze e sapere. Pochi decenni sono bastati a distruggere e disperdere un patrimonio di secoli dopo la conquista spagnola. L’oro fu saccheggiato, gli oggetti in pietra e terracotta distrutti dal fanatismo religioso, il resto rubato o riutilizzato per costruzioni inutili o la massicciata della ferrovia.
Di Tiwanaku rimangono superbe oggi solo le tracce del complesso favoloso d’un tempo, i megaliti enormi e le basi massicce dei templi colossali, inamovibili, dedicati ad Inti, il dio sole, Pachamama, la dea madre, e l’uomo, mediatore e fruitore dei doni concessi dal cielo e dalla terra. Tre templi costituiscono così ancora oggi l’immagine dei tre livelli dell’esistente. Una piramide, Akapana, s’innalza mezzo sepolta per Inti; una scalinata discende nel Templete scavato per Pachamama nel ventre della terra; una piattaforma gigantesca, Kalasasaya, innalza la Puerta del Sol col calendario donato dalla munificenza degli dei alla stoltezza infinita degli uomini. Da essi parte il vertice del triangolo perfetto, magico, con l’Inti , il grande vulcano e l’Isla del Sol. E tra le rovine, Carmen cammina sempre alle mie spalle, attenta, tenendosi a distanza per non lasciarsi fotografare da me, indispettita quasi per la mia futile distrazione.
Il ritorno verso la capitale non ha più importanza al confronto di Tiwanaku, ogni cosa perde valore per me come la miserevole Valle de la Luna, che soffre le sue indegne contorsioni di polvere chiudendo un fiume d’immondizia ed inquinamento che finisce a sud la città, umiliandola e rendendo ancor più spaventoso, perfido lo scorcio sul Dente del Diavolo stagliato nel cielo intenso del tramonto. Non ha importanza neppure il civettare di Carmen con Luis per una sfida intervallata di sguardi che non ha senso per me e non ha risposta…
La Paz, 22 agosto ’98.
L’ho rincontrata questa mattina Carmen, improvvisamente. Accanto all’ingresso di cristalli dell’albergo, coglievo le ultime immagini dei preparativi della festa degli studenti. Dentro e fuori per fissare scorci maldestri di costumi vivaci, cappelli coloratissimi, velluti e lustrini scintillanti. Un po’ ombroso anche, perché la luce insufficiente non mi permetteva di ritrarre a modo la bella ragazza che s’era rifugiata all’interno per riparare un attimo dall’aria gelida le sue splendide, magnifiche forme, tanto superbe nel costume succinto. Quasi mi sono scontrato con lei che entrava in un soffio.
I bagagli erano già lì, pronti per la partenza. Ingannavamo appunto l’attesa, ma non era lei che aspettavo. Invece Carmen è arrivata, così, all’improvviso, con sua sorella che ora mi guarda attenta.
Anche sull’autobus ampio che ci ha caricati non mi perde di vista un istante, mentre lei finge invece di non vedermi, guardando senza vederlo il paesaggio dal finestrino, rigida sul sedile accanto. Eppure mi sta vicino quando scendiamo, mi prende la borsa, m’accompagna per un tratto verso la hall dell’aeroporto, in silenzio. Poi mi prende la mano, per salutarmi. Ci baciamo sulle guance senza dir nulla. Per la prima e l’ultima volta. Ci guardiamo negli occhi, per un attimo intenso.
Non mi dirà mai nulla.
Non le dirò mai nulla.
È così che mi piace salutare e ricordare oggi la Bolivia.
Magari per sempre.
Precipitiamo da due giorni: dapprima vertiginosamente, poi sempre più in maniera impercettibile e lenta. Ma scendiamo inesorabili in un nugolo di polvere fredda verso il mare di sale di Uyuni, immenso, terribile nel suo essere incredibilmente magnifico.
Tre giorni orsono i furgoni si sono inerpicati dapprima sul passo che divide invisibile, oltre i quattromila, il confine. Su uno c’eravamo noi, stretti stretti, sull’altro i nostri zaini ammonticchiati. Due cartelli coi semplici nomi, una misera bicocca di fango imbiancato, sperduta nel cuore della vallata immensa, segnavano l’ingresso in Bolivia dopo il nero cono d’un vulcano che s’alza nitido a contrasto del cielo azzurro, intenso.
I fuoristrada per il cambio vi sono giunti dopo un po’ di ritardo, dall’interno, mentre finalmente sorseggiavamo chiacchierando il primo ed unico mate del giorno, in una cucina scura e fumosa, maleodorante, che funge da locanda e da abitazione. Dalla finestra impolverata si scorgeva, ritagliato nei quadri del vetro, il tratto centrale della laguna blanca, accerchiata dai monti innevati anche loro di fresco. Il ghiaccio ricopre quasi sempre buona parte della superficie quassù, formando una crosta sottilissima e resistente su cui si reggono i flamencos rosati, pattinando. Sulla riva di poche canne, dietro un muro di pietre a secco che li ripara a stento dal vento, una vecchia donna india ed un giovane soldato lavano un bucato di povere cose nell’acqua gelida, indifferenti alla temperatura polare. Non sapevo allora quanto sarebbe stato utile anche per me imparare quell’indifferenza.
Così i fuoristrada hanno cominciato ad inanellare senza interruzione lagune diverse dai colori sempre più strani: verde, amarilla, rosada, azul…, lagune letteralmente invase dai fenicotteri ora rosa, poi rossi, quindi neri…, di timide e delicate vicuñas che s’affacciano alle sponde per bere, seguendo costanti il serpeggiare difficoltoso delle piste. Le montagne allora non hanno certo voluto essere da meno nello sciorinare variazioni cromatiche incredibili di vene minerali e forme inusuali, alternando le vette rocciose all’altro cono scuro del maggior vulcano, il Licancábur, con qualche traccia di fumo stampato a cartolina nel cielo dell’orizzonte. I mezzi vi si sono inerpicati impassibili, senza parere, fino ai cinquemila per incontrasi lassù con uno spettacolo naturale inatteso: decine di geyser in attività che s’aprono spaventosamente sulle bocche d’un inferno mostruoso di croste di fango ribollente e getti improvvisi e diseguali d’acqua putrida, giallastra, micidiale.
Poi giù di nuovo, tra pietre spaccate dal freddo e dirupi, fino al gelo impossibile e assassino della laguna colorada dipinta sullo sfondo improbabile di mandrie lente di lama sospettosi, iniettata del sudore della febbre incessante d’Agostinho e dal puntuale soroche di Graziano che s’allungano su tutti noi come fantasmi portatori di luttuosi presagi nella notte.
Tre giorni così, a caracollare apparentemente senza meta e direzione, per incrociare a tratti fortilizi impossibili da immaginare nella loro essenzialità precaria come nel Deserto dei Tartari, soldati bambini che supplicano una rivista da sfogliare nella loro solitudine senza fine.
San Juan de Rosario infine, ci apre per primo di nuovo un mondo di uomini, di visi, di cani e animali da cortile e di temperature almeno sopportabili ed ambienti vivibili. Seguiamo, immergendo i piedi profondamente nella sabbia dorata, la linea sottile d’un pugno di case d’argilla che alza al suo margine un cimitero minuscolo, contro la montagna ed una chiesina ancor più minuscola nel mezzo, indifesa, assurda barriera con l’unica campana al deserto che l’assedia.
Da lì si fiancheggia la valle segnata ora dal lavoro dell’uomo, valle che si apre sui campi distesi di qyinua , interrompendo la monotonia selvaggia della puna, steppa riarsa delle altitudini andine più impervie, spazzate dal vento, per ritrovarsi all’improvviso, di fronte, un mare infinito di sale, una distesa illimitata scintillante d’un bianco assoluto, una rigida coltre di neve bugiarda che stende se stessa senza confine visibile, abbagliando ogni essere vivente. Un incanto!
D’un tratto infatti è il Salar de Uyuni: la realizzazione dell’impossibile visivo, la materializzazione incredibile d’un sogno lunare reso visione certa, palpabile, la dimensione unica di un fenomeno permanente della natura che scioglie goccia a goccia nelle migliaia di tonnellate d’incrostazioni di cristalli di sale il dilavarsi millenario dei monti che lo sovrastano a corona.
Non è possibile a nessuno qui continuare il cammino. Una forza misteriosa costringe a fermarsi, ad agire inconsulti. E la forza trascina e convince a scendere senza esitazione dai mezzi, a calpestare il minerale coi propri piedi per rendersene parte, gioiosi come bambini, a correre liberi, impazziti col fiato mozzato dall’altezza e sbiancato dal freddo intensissimo, a scivolare sulla superficie scabra ed accecarsi al riverbero impietoso del sole violento.
Anche Agostino, solennemente e fra lo stupore di tutti, inaugura infervorato un nuovo paio d’occhiali a specchio, conservati gelosamente segreti per un’occasione speciale che ora è dunque arrivata. Sorride divertito, infantile quasi a contrasto della mole poderosa ed urla come sempre l’emozione sorpresa di vivere la straordinaria avventura del viaggio.
Ha forse ragione lui, che interpreta al limite ancora una volta tutto ciò che anche noi vorremmo liberare dal di dentro, noi ancora una volta incapaci di rendere viva e presente la nostra emozione frenata.
Osserviamo curiosi correre sull’orizzonte stemperato in una atmosfera irreale un carosello di auto impazzite. Incrociamo increduli una breve teoria di ciclisti intabarrati dai cui indumenti pendono minuscole stalattiti di ghiaccio iridescente. Ci dirigiamo verso un’altura grigia, ancora lontana e indistinta, un’isola sola di pietra, singolare nell’immenso mare di sale, unica meta di vita in tanto deserto. È l’Isla de Pescadores, rifugio roccioso, massiccio di due giovani lama, un’aquila solitaria, qualche timida vescachas ed una coppia di vecchi guardiani che sbarcano il lunario mostrando resti di cocci di insediamenti antichi e vendendo coca cola ai turisti di passo, sotto il profilo spinoso di migliaia di cactus enormi e centenari, che sfiorano anche i dodici metri d’altezza.
Non pare vero potersi arrampicare quassù, arrancando per l’altura, sulle asperità diverse di un’isola persa in un pavimento di milioni di mattonelle esagonali di sale: oltre dodicimila chilometri quadrati di minerale che riverbera negli occhi la luce tutto attorno abbagliante calcinando la vista e di cui non si scorge la fine. Eppure più in fondo, e ancor più incredibile, ecco un albergo interamente di blocchi di sale: pareti, letti ed arredo scavati nel minerale. È l’hotel Playa Blanca che attira i gringos più snob alla ricerca delle più originali sensazioni.
A noi, per oggi, basta specchiarci per un momento negli ojos de salar poco lontano, aperture tonde e ribollenti di acque calde che risalgono in superficie e creano eruzioni saline, che potrebbero definirsi ben strane nelle loro forme se qui non fosse già strano tutto il mondo che ci circonda.
E poi via di nuovo, in viaggio verso Uyuni, distanti ancora dalla meta.
Soy la rica Potosì,
tesoro del mundo
y envidia de los reyes
La Croce Rossa di Potosì è ad un centinaio di metri dall’Hotel Jerusalem, appena svoltato l’angolo verso la piazza. Un portone ampio che immette in un vecchio androne quasi pulito ne costituisce l’ingresso su cui si apre direttamente la farmacia. Da un bugigattolo buio sul fondo, chiuso da uno sportello a vetri, l’impiegato mi ha allungato sorridendo il ticket per la visita medica: sei boliviani, dopo un piccolo conciliabolo in cui peraltro ci siamo capiti a gesti.
Adesso me ne sto seduto perplesso su una panca, in una specie di corridoio un po’ fatiscente, coperto appena da onduline semitrasparenti in plexiglas, ad attendere paziente il mio turno. Accanto delle povere donne nei loro costumi tradizionali avvolgono i figli più piccoli nell’ ahuayo che poi legano abilmente sulle spalle. Gli altri girano loro d’attorno scalzi, con gambe e braccia, oltre che il musetto simpatico, bisognosi d’una urgente strigliata col sapone. Le madri entrano ed escono, senza togliersi il cappello a bombetta, in un piccolo ambulatorio alla cui porta di tratto in tratto s’affaccia una infermiera col camice bianco e le calze di lana sottile che le scivolano sui polpacci. Fanno delle iniezioni di non so che.
Patty mi sta invece accanto ancora incredula. Al mattino stavo veramente ancora male. Non ho chiuso occhio per la tosse che m’è tornata insistente e bellicosa. Gli antibiotici mi fanno oramai l’effetto dell’acqua fresca. Ci mancava il maledetto odore penetrante di petrolio con cui qui sono soliti lavare l’impiantito di legno delle camere per fare il resto. Non riesco a respirare e la fitta alla schiena si fa più intensa. Ieri sera ho voluto accompagnare gli altri a cena. Bella trovata! Ne ho ricavato, dopo oltre un’ora d’attesa, solo un gran freddo ed una trucha al horno a dir poco disgustosa, oltre al fatto di non essere per nulla una trota con le squame da coccodrillo che si ritrovava.
Così ho dovuto rinunciare alla visita in miniera, con disappunto, ma pure con un certo sollievo, devo dirlo. Del resto non riuscirei a resistere un minuto nella polvere delle gallerie.
Patty è uscita molto presto alla ricerca di una farmacia, nella speranza di trovare qualche medicinale più incisivo e un po’ di pastiglie per la gola che deve essere una grattuggia arroventata. Non ha avuto tuttavia successo. Tutti le hanno suggerito di cercare un medico. Ecco perché sono finito nell’ambulatorio di Potosì, in fila con gli altri ammalati ad aspettare il dottor Carlos Chamarro, almeno così dice il biglietto trattenuto da una puntina sulla porta a vetri verniciata male di marrone scuro. Afferma anche, per la verità, che il dottore dovrebbe esserci da un pezzo, ma non si vede alcun movimento. Mi domando nel frattempo come farà a vederci, all’interno, dal momento che la sola luce che entra là dentro è quella naturale che proviene dal corridoio. L’elettricità è sospesa durante il giorno.
Basta però avere un’oretta di pazienza, guardandosi in giro per osservare attentamente i giochi dei bambini che, a seconda dell’età, si arrampicano sulle madri o si fanno allattare golosamente da seni color cioccolata ben forniti, ed ecco che il medico fa il suo ingesso in scena.
Chamarro, in un camice bianco decoroso, ha una testa nera nera imbrillantata di fresco e sul volto piuttosto cinereo gli spiccano due baffetti da ufficiale, ben curati. È però indifferente alla natura dei suoi pazienti, quasi annoiato.
Ora posso attendere il mio turno con più fiducia di prima. Infatti, mi sono chiesto come mai sono tanto convinto di farmi visitare qui. È la stessa domanda che mi ha posto incredula Patty. Ma ne sei convinto?
Convinto, a dir la verità, non lo sono per niente, soprattutto quando costato con una certa inquietudine le tracce sensibili dell’igiene precaria del posto e dei suoi avventori, ma non potevo certo aspettarmi un improvviso miracolo! Anche l’interno dell’ambulatorio, ora che ci sono, ha un’aria alquanto misera e sprovvista. C’è solo un tavolino, una sedia, una bacinella con qualche ferro del mestiere che luccica un po’, un lettino bianco. Mi devo sedere innanzitutto e consegnare il ticket del pagamento. Sono registrato come paziente. Intanto osservo interessato la mezza dozzina di palette di legno per l’esame odontoiatrico affastellate in un bicchiere. Usate!
Sul lettino Chamarro mi fa tossire e respirare mentre mi ausculta con lo stetoscopio. Io guardo ancora le palette inquieto. Per me si diverte! Ne sono convinto perché insiste in questa gag del respiro oltre il normale. Od è il mio respiro a non essere normale? Poi finalmente, con gesti lenti, estrae una bustina opaca, lattiginosa dal taschino del camice. Ne strappa la parte superiore con un movimento deciso ed estrae una paletta, nuova, e senza darmi neppure il tempo di godermi il fatto me l’infila per la gola in un grido strozzato.
Infezione polmonare e tracheite. Penicillina: due dosi da cavallo in due giorni, come si usa qui. O guarisci o crepi e avanti un altro. Del resto è la malattia tipica della valle, perché io dovrei farne a meno? Conoscere l’ambiente fino in fondo.
Ieri pomeriggio, più o meno cosciente, ho visitato il Palazzo della Moneda, forse la zecca certamente più famosa del mondo intero nei secoli, vero simbolo di questa città.
Costruzione quadrata, massiccia, gira attorno a due grandi cortili sulla Ayacucho che porta su alla piazza del centro, dove s’affaccia pure la cattedrale affiancata dall’ex chiesa di Belen.
Dentro, dopo averci indottrinati un attimo sotto il mascherone ironico di Bacco, enorme, che domina la vista dall’ingresso, la guida s’appassiona nella descrizione estetica e storica delle presenze museali: oggetti, quadri, macchinari di secoli per la produzione di monete che hanno costretto a sputare sangue indios e negri importati come schiavi, vite umane a centinaia o forse migliaia buttate nella spazzatura attorno al luccichio della plata, ricchezza e maledizione di questa città.
Non per niente ciò che più mi ha colpito e lasciato estasiato è un quadro, sulla parete ultima d’un ampio salone di tele mediocri, che riproduce, in una dimensione estetica di dubbia considerazione, il Cerro Rico e la sua condanna. In una didattica semplice e atemporale, l’opera riunisce nel fascino pittorico dei colori le immagini d’una storia secolare che ruota attorno appunto alla montagna d’argento, la fonte d’una ricchezza immensa, di delitti, di soprusi, di agi inimmaginabili e di orrori inenarrabili della città un tempo più grande e ricca del mondo, che paga il fio oggi della sua prepotenza.
La montagna dunque si erge al centro del quadro, stilizzata a panettone. Percorsi, indicazioni e personaggi reali e mistici diversi l’affollano da ogni parte. Un piccolo indio s’affanna in un canto ad indicare la scoperta casuale del ricco giacimento, esausto per lunga corsa che lo ha condotto sino al Cuzco per portarne notizia all’Inca. Questi, in altro sito, osserva da lontano la ricchezza fortuita che un presagio sfortunato destina ad un popolo d’oltremare. Cavalieri spagnoli, conquistadores, picari e prelati di rango dunque s’affrettano a strappare all’altura il suo cuore di metallo prezioso, insaziabili di ricchezza e di sangue, inventori e mentitori di storie di salvezza religiosa e di condanna demoniaca. Una schiera di schiavi indios, imprigionati dall’orrore, dalla paura e dalla violenza brutale sono costretti per mesi al lavoro di morte senza scorgere la luce del sole! Per secoli un fiume d’argento è spaventosamente uscito dalle viscere di questa terra, spargendosi da Potosì al resto dell’avido mondo d’occidente.
Inchiodato alla sedia nella hall del Jerusalem, imbottito di penicillina fresca fresca che mi fa l’effetto d’un flash abbagliante nel cervello, ascolto i miei compagni che smozzicano racconti concitati su ciò di cui sono stati appena testimoni. Penso d’essere ancor più convinto d’aver inconsciamente voluto evitare questa terribile esperienza, mentre sulle altre domina la voce di Giò che dipinge nell’angoscia delle parole il terrore del suo volto stravolto. Nella testa gli rimbomba il grido straziante del ragazzo sedicenne, in fondo al “pozzo”, che urla disperato verso l’alto, piangendo, supplicando all’estremo della resistenza “Cocaaaa!!”. Un’immagine spaventosa che avrà modo di destarla ancora nelle sue notti a venire!
Le miniere di Potosì, ricchezza dell’intero paese per secoli, poste a quattromiladuecento metri d’altezza, da anni sono ormai ufficiosamente chiuse. Mancano i finanziamenti, manca la volontà politica, manca il coraggio di sfruttare oggi ufficialmente un esercito di schiavi. Così, il Cerro Rico è abbandonato all’aggressione dei disperati, uomini e donne senza speranza se non l’illusione di trarre dalle viscere del monte quella ricchezza che è stata nei loro sogni e nei racconti lontani della loro infanzia infelice. Disperati, che folli tentano invano di strappare alla terra, praticamente con le sole mani, il degrado della loro stessa umanità, l’annullamento della loro dignità, uccisi dal calore che raggiunge i quarantacinque gradi e dal pulviscolo di silicone onnipresente, dalle esplosioni improvvise e incontrollate del monossido di carbonio, dalle mine, dai crolli dei “pozzi” strettissimi e fangosi in cui si calano, spazi angustissimi maleodoranti per le esalazioni di arsenico, acetilene sudore ed escrementi, sostenuti dalle dosi quotidiane di hojas de coca.
In un angolo delle gallerie, il Tio, la divinità demoniaca della morte che governa indisturbata questo inferno volontario scavato dalla follia dell’uomo nel sottosuolo, ottiene giornalmente come sacrifici le sue offerte propiziatorie di chicha, coca e tabacco. I gringos che hanno pagato il biglietto, nei giorni di visita all’inferno, sono invitati ad acquistare allo spaccio della miniera coca, alcool, sigarette, detonatori e dinamite per donarli ai dannati della terra. I minatori, coi picconi tra le mani nude callose, attendono speranzosi, giacchè oggi possono risparmiare i pochi boliviani per l’acquisto di cibo, materiale e coca. Fuori le donne miseramente vestite, pailiris in quechua, al gelo dell’altura osservano la scena, avide pur esse d’un piccolo regalo, setacciando i rifiuti della miniera per non perdere neppure le più piccole tracce di metallo!
Qualche notte Giò rivivrà un suo incubo. Nell’oscurità, in un buco incredibile scavato nel ventre della terra, carcere per la sua intera vita, un ragazzo di sedici anni disperato, urla al limite delle sue forze “Cocaaa!!”. Un gringo gliela butta nel “pozzo”, tacitandolo per oggi, e se ne va, sconvolto per un momento.
Io mi domando ancora se è possibile permettere che anche questo possa far parte dello ‘spettacolo’!
Quando l’osservi, pensi che senza dubbio sia uno degli spettacoli più belli che tu abbia mai visto! L’acqua della laguna si distende colorata di rosso intenso sotto una sottile patina di ghiaccio, così trasparente d’essere quasi impercettibile. Solo i fenicotteri riescono a tratti a pattinarvi coi movimenti goffi che hanno tutti gli acquatici quando si cimentano fuori dal loro elemento. Poco più in là, un gruppo di uccelli forse più anziani osserva le evoluzioni impacciate con aria critica, di disapprovazione. Tutt’attorno prorompe il verde dei prati a declivo che s’immergono ad un tratto nel lago senza mutare d’un attimo la loro inclinazione, tagliato solo qua e là da macchia biancastre di sale che luccica al sole come un lungo infinito riverbero di luce spezzata.
Per gli indios è solo la Laguna Colorada, una delle tante che contornano a quattromila settecento metri d’altitudine il confine a sud ovest dell’altopiano spaccato a tratti dai picchi che s’elevano imperiosi in una gara di colori diversi e sfumature improbabili. Oggi a un tratto s’è pure interrotto il pianoro, solcato da incredibili concrezioni rocciose, reminiscenza immediata di un’arte recente, fantastica, improponibile, definita surreale in un’interpretazione onirica che qui è realtà e non solo reminiscenza psichica: Las Rocas de Dalì.
Osserviamo ancora una volta increduli, per lunghi minuti, le creazioni impossibili della natura che questa distesa di silenzio ci offre da ammirare. Trascorriamo di giorno in giorno, di vallata in vallata la manifestazione più strana di quanto c’è di più bello e suggestivo in un mondo tanto lontano dagli sguardi degli uomini, cui, giustamente si dimostra anche tanto ostile. È il giusto prezzo che si deve pagare per strappare il diritto a violare con gli occhi e con l’animo rapito queste sensazioni irripetibili altrove.
Ieri, da San Pedro d’Atacama, dove anche le mummie del museo sembrano testimoniare la condanna a non trovar pace per essere vissute qui, avversati dall’ostilità polverosa e spiacevole del deserto, abbiamo lasciato alle spalle quegli ultimi spazi miserevoli, eppure ancor tanto generosi da soffrire una stentata e patita presenza dell’uomo, per addentrarci nelle valli dell’orco, ove sola esistenza è la morte e il suo fascino immenso. Così, La Valle de la Luna si addentra dapprima nelle viscere della terra, seguendone le stente contorsioni scavate da un’acqua impetuosa esistita in un tempo che non è ancora venuto, per salire all’improvviso in un cielo di alte dune di sabbia finissima, dorata, inondata dal sole impietoso, particelle sminuzzate e riarse, assetate e sconvolte da milioni di secoli, distese sinuose e invitanti come rapide onde di pietra che muta e compone un cammino costante, ma lento e tenace. Scompaiono anche gli ultimi cactus quaggiù, anche l’ultima estrema traccia di vita possibile.
Arrampicati a fatica sudati su crinali di sabbia alti come cattedrali, abbiamo raggiunto la cresta del monte spazzata da un gelido vento. Silenziosi, schiacciati come gabbiani sull’ultimo scoglio, ammassati in un triste spettacolo multiforme di fogge e colori, violentati senza riparo possibile dalla polvere densa alzata dalle folate impetuose e improvvise, abbiamo atteso il tramonto d’un sole di sangue, cui rispondeva ad oriente il simultaneo apparire d’un tondo compiuto di luna argentata.
Poi, fila nera di fantasmi sbigottiti nella calante oscurità della notte, ci siamo diretti al ritorno come animali che rientrano al covo la sera senza avere compreso per nulla l’immagine e il senso del giorno trascorso.
Eppure, la prima laguna l’abbiamo attesa con ansia questa mattina inondata dal sole che rivestiva di luce la schiena regolare del grande Licancabur, vulcano che alza orgoglioso i suoi quasi seimila metri nel cielo. È la Laguna Blanca, forse la più piccola che ci accoglie, ma non per questo la più suggestiva, anche perché già dentro il territorio boliviano e luogo di cambio dei mezzi. Una torretta diroccata, su cui sventolano fin troppo gioiosi i colori della Bolivia, dando a tratti dei colpi secchi e sonori al tessuto, è il misero baluardo d’una difesa inesistente del confine. Ed i due soldati bambini, di stanza quassù, sbrigano le corvée più umili per i gringos di passo, unici interlocutori possibili al loro mondo d’esilio forzato.
Dopo essa comunque, sono seguite una teoria incantevole di altre lagune, grandi e piccole, popolate all’inverosimile da flamencos ed altri più minuti trampolieri, che sembrano essersi scambiati le divise a seconda del colore cangiante dell’acqua, così diverso per ognuna di essa a cominciare dal verde per finire all’azzurro, poi al bianco ed al rosso ed al giallo…rinviando i riflessi dei diversi minerali che vi si sono disciolti. Le vigogne sospendono allora l’abbeverata, timide timide, per osservarci con trepidazione, pronte a fuggire al minimo movimento sospetto. Hanno occhi grandi e rotondi che danno loro un senso di gentilezza profondo, una nobiltà naturale che accompagna i movimenti aggraziati al punto da farle sembrare solo sfiorare la terra imbiancata di sale al loro passaggio. Il mantello delicato brilla morbido al sole riflettendosi come oro corrusco, lambito sui fianchi dalla neve ad ornamento. Non si tranquillizzano sinchè non ci vedono finalmente ripartire se già prima non hanno preso la via della fuga trasportate leggere dal vento sospinte da un gesto qualunque.
Non sono solo le lagune comunque che accompagnano il nostro cammino, ma vulcani, vescachas, branchi di lama al pascolo nelle piane più verdi e difese ai margini da costoni verticali di roccia ed il piccolo Salar di Chalviri, sul cui bordo sgorgano calde le sorgenti. Eppure è troppo grande il freddo e troppo intensa la tensione e la stanchezza del viaggio che ci coglie nella salita verso il passo posto a cinquemila metri per concederci qui un bagno stravagante e ristoratore. Guardiamo di già sulla Laguna Colorada, riempiendoci avidi la vista con la sua straordinaria bellezza.
Saluteremo domani l’ultima laguna, quella di Cañapa, densa di fenicotteri socievoli dal petto rosso che risalta sul fondo blu cobalto delle brevi onde, mentre gustiamo la colazione preparata all’aperto. Ci siamo lasciati alle spalle da poco anche il Passo dell’Inca, dopo la pianura de Rocas, su un percorso che, secondo la leggenda guidava gli ultimi indios dominatori di questa terra sino ai territori meridionali dei Mapuche.
Anche a noi piace crederlo mentre dirigiamo i nostri mezzi a nord, dove ci attende ancora l’ampio deserto e la sterminata pianura formata dal Salar de Uyuni, che chiude in un mare bianchissimo il territorio più remoto e lontano dell’altipiano immenso e spettacolare di Bolivia, continuando così il nostro ancora lungo viaggio verso la sua capitale.
Agostino stasera è già impaziente. Ad alta voce ripete a tutti la sua teoria con la cadenza tipica del nordeste: “ Dove se fa musica, no se magna! ”. Filosofia senz’altro semplicistica, ma quasi sempre ci azzecca. Ogni volta che siamo rimasti coinvolti in una peña, abbiamo rischiato di attendere un secolo prima di poter mettere qualche cosa sotto i denti, per poi non riuscire neppure ad esserne soddisfatti. “ Anche a Potisì…”.
Siamo finiti questa sera al ristorante posto in una traversa orizzontale sopra a San Francisco, dall’altra parte del quartiere in cui si tiene il mercado de las brujas, tra Linares e Tarija, quasi appena dopo essere arrivati con affanno a La Paz. L’albergo domina questa volta la stazione delle corriere, un enorme hangar dignitoso, con aggiunte architettoniche varie da dove partono e arrivano ininterrottamente i mezzi su gomma che trasportano passeggeri alla capitale da tutto il paese. Del resto l’autobus è il solo mezzo con cui ci si può muovere in Bolivia, se si eccettua il treno che porta da qui a Oruro e Calama, in Cile. Anzi, anche quest’ultimo viaggia secondo la legge della relatività ed evita ormai di offrire un diversivo inedito sulla piccola ferrovia a scarto ridotto che ad un certo punto, da Rio Mulatos, s’inerpica fra paesaggi incredibili di gole e burroni sino a Potosì. Ne abbiamo costeggiato i due binari desolatamente vuoti giorni fa, mentre risalivamo l’ultimo tratto da Uyuni, osservandoli con la curiosità con cui si guarda ad un giocattolo, increduli che su quella ferrovia da bambole potesse realmente aver arrancato una locomotiva con tanto di vagoncini sovraffollati al seguito.
Eppure Graziano m’ha fatto cercare inutilmente per un tempo infinito qualche indizio di quel treno ormai fantasma, mentre preparavo il viaggio fantasticando sulle carte e navigando attraverso internet, avanti e indietro sui percorsi reali che ci hanno riempito per giorni e giorni i polmoni di polvere, lasciandoci senza fiato per la loro spettacolarità e il mal di schiena dovuto ai sobbalzi. Ovviamente ho cercato per nulla, eppure serviva anche questo a caricarmi allora e proiettarmi nell’atmosfera giusta della partenza, quella che monta dentro poco a poco la curiosità e l’interesse e fa capire, ad un certo punto, che del viaggio non se ne potrà più fare a meno. Serve a quella fantasia che astrae dal mondo delle banalità quotidiane, rivelando confini vastissimi, territori incredibili che attendono d’essere esplorati…
Così siamo sbarcati al tramonto, anche noi affascinati dalla città che s’illuminava, dal nostro piccolo bus divenuto incubo costante per il suo incedere da tartaruga, scaricati armi e bagagli di fronte all’Hotel Latino, albergo di terz’ordine in cui ci si impegna immediatamente a convincere una doccia a sputare un po’ d’acqua calda.
Sembra banale a chi non lo sperimenta, ma provatevici un po’ a misurarvi ogni giorno con questi marchingegni elettrici di fabbricazione brasiliana, sparsi disgraziatamente in tutto il paese, e da cui dovrebbe miracolosamente uscire qualche goccia di liquido caldo, sempre che abbiate fede oltre ad almeno una laurea in ingegneria e statistica, unite ad una dose di pazienza infinita. E se non rimanete fulminati prima da una scarica elettrica, molto probabile, dal momento che il tutto è montato paurosamente a contatto diretto col soffione stesso della doccia. Elettrizzante!
In questi casi, mentre armeggio inutilmente, inconcludente, non mi vergogno neanche di rimpiangere un poco le lussuose comodità del Gran Hotel Paris, di cui ho costatato con mano l’esistenza reale a pochi isolati di distanza!
Eppure ora, precipitati in questo ristorantino sussiegoso con entrata nascosta dal cortile interno, Agostino non demorde. E non andategli a raccontare che tutto sommato la musica è gradevole ed il gruppo che si sta esibendo non è niente male, come del resto moltissimi altri in questa terra, in cui si crea la miglior musica andina del continente. Neanche un vero artista ha dei dubbi amletici nella scelta fra espressione artistica ideale e fame vera. Figuriamoci lui.
Quando poi, una buona mezz’ora dopo le ordinazioni, un cameriere alquanto imbarazzato ci annuncia che: “ Spiacente, ma non c’è più carne!”, si riesce a stento a contenere l’istinto d’un pestaggio. Non si rinuncia però certo agli improperi dettati dall’incredulità del fatto, insinuandosi sempre più il sospetto che ci abbia messo, nella vicenda kafkiana, una buona parola Saul, che se l’è svignata alla svelta lasciandoci una manciata di duecento boliviani con cui dovremmo sfamarci! Ma quanto è sempre più simpatico l’amico!
Ed io che m’ero illuso di riuscire a gustare un buon arrosto di lama.
Ad Agostino, in simili frangenti, sembra abbiano appioppato apposta questo nome per dimostrare, senza possibilità alcuna di incertezza, che il quasi omonimo Agostinho è proprio per questo esattamente il suo contrario nel perenne silenzio che lo caratterizza, interrotto da una settimana all’altra solo per una garbata osservazione sussurrata mezza voce, di cui subito si scusa peraltro. Ed il contrasto esplode più evidente perché, almeno per un attimo, la tranquillità di Agostinho suggerisce cortesemente conciliante di sostituire la richiesta di carne col pesce, ed impedisce ad Agostino di esplodere. Stranamente, rifletto in nell’istante cruciale, è un po’ quanto avviene anche per la sovrapposizione del giudizio sui Mario & Mario: l’uno espansivo, ciarliero, costantemente attento e sul chi vive per cogliere ciò che gli passa davanti; l’altro riservato, un po’ timido e condiscendente nel cogliere l’aspetto positivo della realtà anche in una catastrofe.
Ora tuttavia, mentre Giò ‘a me va bene tutto’ ammicca a Paolo che fa da paciere in ogni occasione e sorride alla vita, perde il contegno di attesa perenne e sofferta anche Graziano.
In effetti, la faccenda lo tocca personalmente come organizzatore. Ha appena finito di telefonare all’amico Fusi (e lo chiameremo sempre così come se non avesse un nome proprio che non conosciamo!), invitandolo a cena con noi. È un processo lento quello che si sta avviando, che avrà bisogno di una notte intera per bruciare la miccia che permetterà a Graziano di urlare tutta la sua indignazione nei confronti di Saul ed attuare la sua rivalsa nella hall dell’albergo domattina. Ira irrefrenabile e irremovibile che lascerà Saul senza più il becco di un quattrino!
Adesso comunque tace, lasciandosi arrossare un po’ le guance senza far parola come gli è solito nei momenti difficili e di tensione. Tace. E Fedele, che stasera è in libertà vigilata, lo guarda perplesso. Gli scatterebbe volentieri un primo piano.
Fusi arriva sorridente, vispo nei suoi settantanni forse, coprendoci delle effusioni sincere dovute alla lunga lontananza di compatrioti. Come? Non c’è carne? Ma chi vogliono prendere in giro? Vi porto io in un posto dove ce n’è in abbondanza! Così deve essere un paladino.
E l’armata brancaleone, come un solo uomo, s’alza rumorosamente all’unisono, lasciando allibiti gli altri commensali, i camerieri attoniti, gli artisti che strabuzzano tanto d’occhi pencolando insicuri su qualche nota acuta, uscendo di scena trionfalmente con in coda il suo capitano. Finalmente!
I taxi sulla sulla avenida Mariscal Santa Cruz che fanno stridere i loro freni improvvisamente al nostro segnale scatenano l’allegria. Neppure la guida spericolata ed il pazzo rincorrersi dei mezzi nelle grandi avenide brulicanti di vita che conducono a sud della città intaccano l’entusiasmo. Tutti all’ El Arriero, churrasqueria argentina sotto la Plaza del Estudiante, a due passi dal circolo italiano!
Solo qualche minuto di avventurosa navigazione cittadina fra le luci d’una città che ci abbaglia ed a cui da troppo non eravamo più abituati ed eccoci in un altro mondo. Si spalanca una porta d’Argentina sull’opacità un poco angosciante della capitale boliviana. Un soffio d’aria fresca che respiriamo a pieni polmoni alla scoperta di un altro angolo di Sudamerica, che nel suo contorno da cartolina illustrata è fatto di mandrie bovine sterminate, gauchos spericolati che volteggiano aerei nelle foto sulle pareti e una montagna di carni sfrigolanti di tutti i tipi e di dimensioni pantagrueliche. Un altro mondo da scoprire.
Ci lasciamo così alle spalle una città piena di contraddizioni e speranze deluse per entrare, fra un sorso e una nuova portata, nei misteri del racconto affascinante delle peripezie di Fusi, italiano trapiantato nel tempo e nello spazio in quest’angolo di mondo sin dal 1948. La sua verve narrativa è un fiume in piena che travolge gli argini della narrazione della sua emigrazione, dell’amore incontrato, delle battaglie sostenute, dell’attaccamento ad un paese dalle enormi ricchezze e dallo sfrenato saccheggio delle foreste amazzoniche, dalle bellezze naturali incomparabili e dall’estrema miseria e degradazione umana.
Siamo affascinati dalle sue parole e ci fa solo sorridere, mentre ammicchiamo verso Fedele, la sua caparbia resistenza all’attaccamento ad un uomo che già la nostra storia ha condannato, quasi dimenticandolo, e che di cui lui parla con ancora illusa venerazione quasi avesse lasciato solo ieri il piccolo paesino montano d’origine, appollaiato pittoresco sopra il lago d’Idro, con in tasca una breve speranza di ricchezza che è invece durata ormai una intera esistenza.
Anche questa è l’America Latina che raccoglie attorno alla tavolata festosa un gruppo di turisti-viaggiatori di fine secolo come noi, consapevoli d’esere giunti al termine d’una breve avventura, ed un nostalgico emigrante d’altri tempi, che costruendo giorno dopo giorno con caparbietà un paese che sente forse anche come suo, resta incollato ad una immagine sentimentale d’una Italia del passato.
Sorridiamo anche noi felici di questo incontro, mentre a Fusi brillano gli occhi quando descrive la sua piccola Bagolino rimasta nei ricordi, da sempre e per sempre, la capitale indiscussa del suo mondo al di là dell’oceano.