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 di carlo castagna

un monastero sulla montagna

 

visita a san pietro al monte

 

perché…

Nel corso degli ultimi decenni ho accompagnato innumerevoli volte i visitatori, che arrivavano a San Pietro al Monte, in quella che comunemente chiamiamo visita guidata. Sono stati visitatori di ogni genere, dal più distratto al più erudito, dal bambino affascinato dalla leggenda del cinghiale all’anziano che rivedeva la basilica per l’ennesima volta con lo stesso stupore e interesse della prima. Ed anch’io per decenni ho perlustrato, riflettuto, scoperto sempre qualcosa di nuovo in San Pietro. Eppure forse per tanto tempo ho cercato nella direzione sbagliata. Già, per molto tempo, seguendo una mia curiosità interiore, ho voluto mi sono interrogato sul quando di questa straordinaria meraviglia dell’uomo. E quasi non mi accorgevo che spesso, spontaneamente ed ingenuamente i visitatori mi interrogavano sul perché di San Pietro al Monte.

Solo oggi, con un po’ di anni sulle spalle, l’ho capito anch’io. Dunque questa visita guidata, che risponde alla domanda di tanti visitatori, non vuole essere una risposta al quando di una storia, che lascio volentieri ad altri, ma al perché di essa. E se qualcuno ha un po’ più di pazienza potrà scoprire il perché della storia di questo monastero. Chi invece questa pazienza non ce l’ha, non si preoccupi. Potrà comunque seguire la visita guidata, per scoprire ciò che ci hanno voluto comunicare i costruttori ed i decoratori di San Pietro al Monte, che sono stati anche i suoi abitatori tanti secoli fa. Potranno scoprire quello che ancora ciascuno di noi oggi cerca di scoprire per se stesso: il perché della vita.

 

                                                                                                      Carlo Castagna

Civate, prima domenica d’Avvento dell’anno duemilazetre.

 

I. La storia

 

celti

 

La testimonianza più antica che riguarda il territorio civatese, su cui sorge l’abbazia di San Pietro al Monte, è legata al Buco della sabbia [1], una caverna funeraria con tracce d’ossa, utensili e qualche graffito, finiti in un museo milanese.

Fortunatamente la grotta è ancora testimonianza viva, inserita nell’ambiente naturale che l’ha vista nascere. È composta da tre suc­cessive sale di cui l’ultima fornita di camino verticale di ventilazione. Abbarbi­cata sulla impervia roccia a strapiombo prospiciente il lago d’Annone, fu utilizzata anche durante l’insediamento romano. La sua lontana origine risale al periodo eneolitico [2] , vale a dire all’età del bronzo, che a nord della penisola italica ci rimanda addirittura alla civiltà dei Camuni [3]. Di presenze umane dello stesso periodo peraltro sono state ritrovate altre tracce nei reperti litici anche sulla sommità del monte Cornizzolo e più precisa­mente durante le ricerche effettuate sul cosiddetto prà de la culmen ossia il prato della colma [4] [5].

Ma chi furono questi primi abitatori?   

Il periodo primitivo, di cui rimangono tali tracce, in generale riporta ad una presenza dell’elemento mediterraneo dei primi insediamenti umani di origine ariana ed indoeuropea in Europa, i Liguri [6], da cui deriva lo stesso nome Lario, dato in antichità al lago di Como. Proprio a questa popolazione si fa risalire anche la fondazione di Como [7]. Pure gli Etruschi [8]  si dettero da fare successivamente nella fondazione di insediamenti, quindi i Celti [9], popolazione identificata dai romani con la denominazione di Galli e dai greci con quella di Galati.

I Celti non solo hanno dato la denominazione all’intera Brianza, dal termine brigantia, forse per luogo elevato, ma, tra tanti altri, pure a Leucum, per Lecco, Laus  per Lodi e soprattutto hanno utilizzato la radice barros, cui qualche studioso da il significato di cespuglieto, mentre altri la interpretano nella sua riduzione tematica di bar o ber, come altura o recinto [10]. Di fatto, alla radice tematica più semplice sono legati sul territorio civatese nomi ben noti, anche se senza dubbio trasformati e fatti pro­pri in epoca romana, come quelli di Bar, monte Barro, Barzegutta, Baroncello

Non è certo facile, dunque, attribuire una identità precisa ai primi abitatori delle alture della nostra zona sino al I millennio a.C., ma è indubbiamente ai Celti che comunque si deve far risalire il vero e proprio inizio dell’insediamento di Civate, con l’occupazione del territorio ai piedi del Cornizzolo, dove si colloca oggi. Alla ricerca di un luogo protetto ed adatto all’insediamento umano, questo è certo, uno sparuto gruppo di guerrieri-agricoltori Celti, un piccolo clan di pochi individui, parenti legati strettamente dai vincoli del sangue, ha scelto quella che oggi è la frazione di Tozio come insediamento primitivo.

 

romani

 

I romani, nel 196 a.C., pensarono bene di impadronirsi della Gallia Cisalpina, un territorio che si estendeva dalla pianura del Po sino alle Alpi, facendo riferimento a quella capitale che si sarebbe poi chiamata per sempre Mediolanum [11]. I nuovi conquistatori ebbero un bel da fare per insediarsi ed imporre la loro supremazia, ma gradualmente estesero un rigido controllo su tutta la vasta regione, imponendo da dominatori il pagamento dei tributi. E dal momento che questi non consistevano in denaro, ma in prodotti freschi o disseccati della terra, soprattutto in granaglie che erano meno facilmente deperibili, i luoghi di raccolta e conservazione erano collocati normalmente vicino alle zone agricole di produzione, difesi naturalmente da guarnigioni o luoghi di controllo militare che ne provvedessero la custodia.

La presenza stessa dei romani dunque, significò la riorganizzazione del territorio e la costituzione di un sistema difensivo che proteggesse i territori collinari e della pianura da eventuali incursioni od invasioni provenienti dalle Alpi. Tuttavia i romani non amavano insediarsi direttamente sulle montagne. Per questo sfruttarono le barriere naturali e le difese costituite dalle caratteristiche del territorio.

La catena montuosa e l’estensione del Lario offrivano qui la configurazione ideale per la collocazione di una linea difensiva settentrionale di tutto il territorio brianteo ed oltre. Ai piedi delle alture, i centri fortificati della zona comprendevano il Castrum Leucum, l’attuale Lecco, Castelmarte, vicino ad Erba, Comum, che era anche porto della flotta lacuale, l’Isola Comacina e Castelseprio, sotto Varese. Questi centri maggiori a loro volta erano tenuti in collegamento con un sistema di segnalazioni luminose provenienti da fortilizi minori, dislocati a triangolo a mezza costa sui monti. Le guarnigioni, composte da uno sparuto gruppo di soldati, svolgevano prevalentemente funzioni di vedetta e appunto di segnalazione.

Accanto a questi esigui posti di guardia, sorgevano anche piccole edicole per il culto delle divinità, riservate perlopiù ai soldati, che l’avvento del cristianesimo, in periodo più tardo, trasformerà in edifici di culto cristiano. Nella zona che interessa la vallata che dal lago d’Annone conduce al Lario sono dunque ancora individuabili, con questa origine, San Tommaso sul Corno Birone, la chiesetta di Santa Maria sul Barro, il dosso della guardia sul Cornizzolo e il più conosciuto Campanone della Brianza sotto il monte Genesio… Il sistema così congegnato, semplice nella sua struttura, ma efficace nei suoi effetti, permetteva una trasmissione relativamente veloce, anche se sintetica ed essenziale, delle notizie dal Castello di Santo Stefano a Lecco, sino alla fortezza edificata presso Santa Maria di Castelseprio.

Il centro militare più importante della zona più prossima  era indubbiamente il Castrum Leucum [12], che controllava unitamente l’imbocco della Valsassina ed i passaggi lungo l’Adda verso sud, avendo  ad occidente, al di là del fiume, la Valmadrera. Attraverso questa valle naturale una via conduceva, lungo l’attuale Rio Torto, in prossimità del lago d’Annone, contornato ancora, come testimonia già Plinio  il Vecchio nella sua Naturalis istoria [13], da estese ed infide paludi. Qui la strada incrociava la ben nota ed importante arteria che dal III secolo d.C. collegava Aquileia a Como.

 Immaginandola, non si deve pensare certo ad una via lastricata come la Flaminia o la Cassia, ma ad una semplice glarea strata, cioè ad una strada caratterizzata da un fondo predisposto con cura, ma ricoperto di semplice ghiaia. Essa dapprima, superato l’Adda [14] presso Olginate, con un ponte di cui rimane ancora traccia, saliva  all’attuale sella di Galbiate, per poi discendere al lago e da qui, scavalcato facilmente il piccolo emissario lacustre, risaliva la collina ora di Civate per continuare a mezzacosta, evitando gli in­sidiosi acquitrini, verso Como.

Dallo stesso sperone del monte Cornizzolo, allora chiamato Pedale, una strada si diramava invece per Annone attraverso l’originaria insula, Isella [15], collegata alla terraferma da due manufatti: uno, di più sicura e probabilmente molto più antica fattura, si trovava nel primo tratto che costitui­sce ancora l’odierno collegamento con l’agglomerato urbano civatese sulla collina; l’altro, una specie di lungo pontile, longus pons [16], in pietrisco e legname, si snodava fra l’estrema propaggine della penisola e la stessa Annona [17], luogo di raccolta delle gra­naglie e quindi ideale per il pagamento in natura  delle imposte.

Tale delicata microrete di collegamenti ed accumulo di viveri, evidentemente richiedeva una protezione militare sicura ben più prossima del semplice castello di Lecco, fortezza di confine. Erano pertanto presenti le già ricordate fortificazioni minori sul Barro, come sul Pedale e nella stessa Isella a controllo del passaggio obbligato, collegate con il resto delle roccaforti principali della linea confinaria [18].

Proprio il passaggio obbligato all’incrocio con la via proveniente da Aquileia, là dove un piccolo ponte varcava il Rio Torto, assegnava invece, naturalmente, la denominazione di Clavis alla stessa località minore. Infatti, così come in altri punti di controllo ai piedi delle Alpi o nelle vallate prealpine si trovano i cosiddetti punti chiusi fortificati, come ricordano ad esempio Valchiusa, Le Chiuse di Susa, Chiusa presso Bressanone o la più vicina Chiuso, nei pressi di Lecco [19], a questa confluenza i romani avevano assegnato l’attribuzione di clavis, ossia chiave, per indicarne il senso necessitato e determinato del transito.

Toccherà in seguito ai Longobardi variare la voce latina in Clavate, da cui Ciavate o Ciauate per arrivare all’odierna Civate, il borgo strategicamente edificato sulla collina. Ciò che importa dunque, è che i romani, presenti con forze massicce nel castello di Lecco, fossero anche stanziati nel punto chiave di passaggio, laddove sorgevano il ponte sul Rio Torto e un piccolo luogo di culto, che da quasi due millenni è denominato la Santa.

Nello stesso luogo, sulla originaria clavis romana, quasi dimenticato, sorge infatti ancora l’oratorio di S.Nazaro e Celso, santi soldati, non unico ed ultimo indizio della presenza dell’antica postazione militare romana. In verità, anche l’oratorio, come la località, continua ad essere più comunemente chiamato dagli abitanti la Santa. Ed il termine deriva dall’appellativo latino sancta, che già i soldati romani della guarnigione assegnavano per antonomasia alla loro divinità agricola, Cerere  [20], che qui aveva sostituito la dea gallica protettrice dell’agricoltura, venerata dai Celti.

Fin qui, già si sono richiamati in alcuni toponimi assegnati a località come clavis, sancta, annona, castrum, i segni della presenza romana. Altri appellativi di località conservano ancora traccia di questa origine e pervengono dai nomi propri romani o derivati dalla fusione di sostantivi celti e romani nelle località cir­costanti, come: mons Pedalis [21], mons Baroni s[22], barsecuta [23], caribiolum [24], vallis deae orum  e  silva Diana [25], cioè, per riferirci solo a quest’ultima, la zona boschiva posta tra la parte orientale del lago, la collina su cui sorge Civate e la stessa clavis. San Pietro al Monte sorge proprio nella vallis deae orum e, per quanto conce­dono di ipotizzare gli indizi, una sorgente doveva sgorgare sotto l’attuale chiesa, la cui cripta è dedicata a Maria [26].

Proprio gli ultimi due toponimi, vallis deae orum e silva Diana, con la sancta, inducono a riflettere sulla realtà non solo militare ed economica della vita della guarnigione qui stanziata e senza dubbio della popolazione rurale circostante dell’epoca romana, ma anche sulla loro sensibilità religiosa. E questo ci suggerisce che vi fossero evidentemente, e del resto sono rimasti intatti quasi sino ai nostri giorni, delle sorgenti ed un bosco, dedicati come naturale alla divinità delle fonti e della caccia. Inoltre, induce ad approfondire anche l’etimo  dell’estensione dei campi di fondo valle, aperti, coltivati e rigogliosi perché irrigati dalle acque del fiume emissario e dei torrenti montani. La vallata, chiamata oggi Valmadrera, nasce dalla contrazione successiva di Vallis Mater agraria [27], ossia inizialmente la dea Cerere [28] , affiancata e confusa spesso, in queste regioni limitrofe del dominio romano, con la dea Cibale [29], protettrice dei campi e delle messi, oltre che degli animali. Qui, il culto orientaleg­giante di quest’ultima era andato maggiormente diffondendosi in tal senso in tarda epoca imperiale con riti complessi di iniziazione. Nulla di strano dunque, che alla dea, cui era dedicata la valle, gli abitanti e le truppe costruissero un tempietto rurale, dove un tempo i progenitori Celti avevano già a loro volta dedicato un piccolo sacro edificio all’antenata più antica della stessa Mater agraria, ossia alla triplice divinità nordica delle Deae Matres [30].

Gradualmente compaiono allora sul territorio le denominazioni di Clavis, poi variato col suf­fisso in ‘ate’ in Clavate o Clauate, che già presente in epoca etrusca continuò ad essere usato per secoli sino all’alto medioevo, di Sancta, Silva Diana, Vallis Mater Agraria, poi Vallis M.agraria, Faël – Faëe [31]…, Vallis Deae Orum, Mons Pedalen, Barsecuta, Puteus, Caribiolum, Baroncellae, Boriminae, Isella, Linate [32]

La presenza romana sul territorio non aveva in ogni modo una finalità religiosa. All’occupazione militare ed economica, già rilevata nei punti fortificati della Santa, di Isella, di Annone, vanno aggiunte altre strutture militari di più tarda edificazione. E’ così che, successivamente nel tempo, sorgono il fossatum [33] (vallo di Isella), il castrum [34]  (Castello) e una torre di controllo al di sopra dell’isola originaria, la Turris in Isellam, che ancora oggi indica in dialetto il luogo della sua costruzione: Tur’niselö. Sulla montagna, le monete romane rinvenute nel buco della sabbia, nei pressi del dosso della guardia, sono solo alcune tracce involontariamente lasciate nei secoli dai soldati succedutisi nei turni di guardia, che forse supplivano col gioco alla prolungata noia delle ore di riposo.

L’importanza di queste edificazioni ed il loro valore strategico sul territorio non si sono tuttavia limitate al periodo assai lungo della presenza romana. La radicalità dell’impostazione difensiva infatti e l’opportunità di sfruttarne le caratteristiche peculiari sono state utili ai loro successori. Ne sono testimonianza l’occupazione, l’ampliamento e il completa­mento di tali fortificazioni da parte dei Goti, dei Bizantini e dei Longobardi, attra­verso opportune modifiche dettate dalle diverse esigenze e con la costituzione di spe­ciali distretti [35]. Ne saranno testimonianza le fortificazioni gote sul Barro [36] e la sala  longobarda, luogo di permanenza dei ca­valieri armati detti arimanni, sotto Galbiate.

 

goti

 

Alla caduta dell’impero romano infatti, nel 456, i Goti assunsero il compito di regnare sui territori della penisola italica. La fine della loro dominazione ebbe fine al concludersi della guerra gotica, conflitto combattuto fra gli stessi ed i bizantini. Questi ultimi, guidati dal generale Belisario, occuparono la penisola e la capitale gota Ravenna, catturandone il re Vitige nel 540. Il nuovo re dei Goti, Totila, riconquistò presto i domini perduti, ma Narsete, succeduto a Belisario al comando dell’esercito dell’impero orientale, ebbe la meglio su di lui e sul suo successore Teia e determinò la fine del regno goto in Italia.

Anche sul nostro territorio i Goti lasciarono tracce ancora oggi visibili del loro passaggio. La testimonianza più evidente è la fortezza edificata sul monte Barro [37], i cui resti sono stati recentemente riportati alla luce. La fortificazione stessa aveva lo scopo di aumentare il controllo sulla zona del passaggi obbligato della Santa, dopo che alcune modifiche già operate nell’ultimo periodo della dominazione romana ne avevano imposto l’esigenza.

La trasformazione tecnica relativa alla macinatura del grano infatti, passata prima dalla semplice e rudimentale follatura alle molazze e molini a palmenti [38], tipici dell’era romana avanzata, era pervenuta definitivamente alla macinatura con molino ad acqua, tecnica senza dubbio meno faticosa e più redditizia, che permetteva di otte­nere, con macine più grandi, un prodotto senza dubbio migliore. Ciò aveva fatto perdere importanza ad Annone come centro di raccolta della granaglie, non presen­tando la stessa località caratteristiche idonee all’installazione dei mulini, mentre ac­quisiva sempre più un ruolo decisivo la località immediatamente contigua alla stessa clavis romana, perché non solo da essa prendeva inizio la fertile e agevole esten­sione della Vallis Mater agraria, il fondo valle più favorevole alle coltivazioni, ma perché lì, allo sbocco dell’estuario del lago, era collocata la zona più idonea alla costruzione ed al controllo dei mulini, essendo già preesistenti le antiche strutture di controllo militare.

Nulla di strano pertanto che già i Goti ponessero proprio al di sopra di questa, sul Barro, una grande fortificazione da cui mantenere dall’alto un costante controllo sulla posizione,  certo meno difesa dalla natura di quanto lo fosse stata Annone, col lago d’attorno e lo stretto passaggio obbligato di Isella. E non stupisce neppure che i Longobardi, più tardi, costituissero l’agglomerato militare di Sala proprio nelle vici­nanze e ampliassero l’attigua Scarena, cioè il luogo di collocazione dei mulini, con l’aggiunta di  un torchio [39] per le olive. Eppure, altri riferimenti sono visibili prima dell’arrivo dei Longobardi e proprio sulla clavis.

Sebbene sia vero che il cristianesimo, durante l’ultimo rigurgito di vita dell’impero romano, portasse la sua diffusione ben lontano da Roma, in città anche vicine alle sponde orientali del Lario come Milano e la stessa Como, è altrettanto im­probabile che nei pagi [40], i villaggi di campagna, il nuovo annuncio religioso giungesse con convinzione e sollecitudine. E neppure ci si deve illudere troppo che i Goti, pur con Teodorico ed i mausolei sfavillanti di Ravenna, fossero stati più convinti e convincenti nella conversione di queste zone prealpine. Ma i bizantini?

 

bizantini

 

Meno visibili, tra le due presenze appena ricordate dei Goti e dei Longobardi, sono le tracce della presenza bizantina sul territorio, almeno ad un primo frettoloso esame. In effetti, gli emissari dell’impero d’oriente erano usi operare, per logica affinità storica e culturale, nei modi e sulle strutture strategiche ed economiche, dove possi­bile, già proprie dei romani. Eppure segni della loro permanenza compaiono, anche se in forme esteriori meno eclatanti di quelle dei loro diretti predecessori e succes­sori, presso la clavis.

Intanto, la presenza bizantina doveva aver assunto in Italia, nel periodo delle invasioni barbariche, un senso ed una dimensione di vera e propria crociata in nome del ri­pristino d’una civiltà, portata allo sbaraglio con crudeltà e ignoranza dai Goti, e che ormai si identificava col cristianesimo. Quale doveva essere pertanto l’atteggiamento minimo, immediato di questi restau­ratori, se non la sostituzione, senza alcun dubbio, dei simboli barbari e pagani con simboli di civiltà cristiana e di fede? E dove avrebbe agito innanzi tutto un crociato, moderatamente fervente perché uso ai contatti con le culture barbariche, se non là dove permanevano le radici del culto di antiche religioni e superstizioni? Nulla di strano dunque che soprattutto venissero pacificamente sostituiti i luoghi specifici di culto pagano con edifici, simboli e santi cristiani che ne avessero le iden­tiche caratteristiche e rispondenze. 

Quindi, se qui non fu possibile ai bizantini, nella loro opera di cristianizzazione, cancellare di fatto nomi come Silva Diana o Vallis Mater agraria, ormai divenuti to­ponimi radicati, certamente essi si diedero da fare per sostituire, nel luogo stesso della clavis, il tempietto rurale della Dea Mater, ormai comunemente chiamata solo con l’appellativo di sancta [41] e che già doveva aver a suo tempo supplito le divinità celtiche del luogo, con un edificio cristiano dedicato non ad uno solo, ma addirittura a tre santi, che rispettassero nel contempo i caratteri di protezione e propiziazione propri delle divinità pagane, legandoli alle esigenze del territorio d’appartenenza: Mamete, Simone e Nazaro.

Solo pochi anni dopo dunque, al giungere delle prime avanguardie dei Longobardi nel 568, la realtà del nostro territorio era caratterizzata dalla presenza di una serie di fortificazioni, ma anche insediamenti, località e luoghi di culto cristiani.

 

longobardi

 

I Longobardi giunsero in Italia entrandovi dalle regioni friulane. In pochi anni occuparono i territori contesi ai Bizantini che, con tanta fatica e tante sanguinose battaglie li avevano strappati alla dominazione dei Goti. Tuttavia i Bizantini rimasero un po’ più a lungo sul nostro territorio, mantenendo alcuni punti militari strategici da cui procuravano guai ai Longobardi. Come l’Isola Comacina, difesa per un ventennio e ceduta soltanto da Francione, ex comandante dell’esercito bizantino, dopo ben sei mesi d’assedio posto dagli ultimi invasori [42].

D’origine guerriera, i nuovi arrivati non brillarono certo per la rapidità con cui attivarono un ripristino dell’economia agricola o artigianale sul territorio squassato dalle continue aggressioni alle postazioni militari di controllo, di cui facevano le spese, come ovvio, il tessuto produttivo ed i suoi malcapitati operatori. E nonostante le iniziative di recupero del territorio cui fanno riferimento le molte leggende legate alla regina Teodolinda, cui si fa risalire anche quella fantastica della costruzione d’un castello e d’una torre sul Monte di Brianza, dove sorge oggi il Campanone, i Longobardi sembrarono più preoccupati di occupare gli insediamenti militari preesistenti lungo la linea difesa di confine e di stabilire come e dove far pagare i tributi.

Comparvero così gli insediamenti chiamati Sala, che di fatto sostituivano i luoghi di raccolta e di difesa delle granaglie già romani e in cui si stabilivano gli arimanni, cioè i cavalieri armati a protezione delle riserve alimentari. E tutto si mantenne pressoché invariato se Burgundi e Franchi, che già insediavano questi territori dal tempo della presenza bizantina, attesero ben due secoli e un re come Carlo Magno per venirvi a fare una visita definitiva. O quasi.

In effetti i Longobardi, seppur tardi, ebbero un ruolo importante nella storia di Civate. E tutto ciò non si deve solo all’importanza delle fortificazioni militari sul Barro ed agli eventi guerreschi in cui furono coinvolte [43], ma anche a fattori di carattere religioso e culturale. E più precisamente all’influenza dell’edificazione dei monasteri pedemontani, che in un periodo di due secoli subì una espansione di non poca rilevanza.

I monasteri, infatti, fungevano da punto di riferimento d’acculturazione comune per la popolazione italica e longobarda, con la diffusione dell’ormai condiviso messaggio cristiano, ed offrivano un contributo organizzativo e diplomatico nei confronti dell’amministrazione locale e degli eventuali confinanti. La conversione al cattolicesimo dei Longobardi, seppur scismatico, aveva segnato una tappa fondamentale nei rapporti con le popolazioni italiche, insediate da secoli, e la stessa Chiesa, come sottolinea con benevolenza lo stesso Gregorio Magno [44], con il passaggio dall’arianesimo ad una dimensione di accettazione di fede cristiana. Da essa nasceva l’intreccio tra il monachesimo di Non, con l’abate Secondo che assunse un posto privilegiato alla corte longobarda e, in loco, la creazione di abbazie sparse nella zona del centro ed alto Lario ad opera di Agrippino, monaco di Aquileia e legato alla abbazia di Piona, roccaforte longobarda al confine con le terre dei Franchi, di S. Eufemia sull’Isola Comacina, di Castelseprio e Castelmarte, capisaldi strategici contrapposti ai Burgundi. L’elezione di Agrippino a vescovo di Como risale al 606 [45].

Tale monachesimo, tuttavia, ha in seguito visto consolidarsi maggiormente, anche dopo il successivo intervento dei Franchi, più il carattere e gli elementi della cultura transalpina che non il prolungarsi di un legame lontano con l’humus costitutivo del cristianesimo romano o della ortodossia orientale. E proprio il periodo del regno Longobardo in Italia, soprattutto la sua ultima parte, è quello particolarmente significativo per la storia civatese, dal momento che è in questo momento che sorge il monastero di San Pietro al Monte.

 

 

origini del monastero

 

I documenti che parlano della prima costruzione di San Pietro al Monte di Civate non sono contemporanei alla stessa e risalgono al basso medioevo [46]. Essi divergono in relazione alle varie datazioni. Tuttavia tutti rimarcano la fondazione longobarda del monastero, affidandone l’idea della realizzazione a Desiderio, l’ultimo re longobardo.

In effetti il duca di Tuscia, Desiderio, succeduto ad Astolfo nel 756 con l’iniziale appoggio del papato, sostenne quest’ultimo con la concessione alla Chiesa di alcuni territori dell’Esarcato, come appartenenti al patrimonium Sancti Petri. Venuto successivamente in contrasto col papa Stefano III, fu affrontato da Carlo Magno alle Chiuse di Susa nel 773. Definitivamente sconfitto a Pavia l’anno successivo, fu rinchiuso nel monastero di Corbie, dove morì.

E’ dunque in questi brevi anni, fra il 756 ed il 774 che ebbe tempo di far sorgere il monastero? E più precisamente nel 769, come è ricordato nella pergamena di un atto giudiziario riguardante Andrea, abate del monastero nel 1018, che probabilmente doveva saperne un po’ più di tutti coloro che ne scrissero successivamente [47]?

Dato che il sorgere del monastero è avvolto da un mistero che sa anche un po’ di poesia, sulla sua nascita è interessante ricordare la leggenda delle origini, così come l’ha trascritta da un più antico documento Galvano Fiamma.

 

leggenda

… deinceps ad locum qui appellatur Clavate qui locus est satis amenus et omni hilaritate aërae saluberrinus, vineis uberrimus, arboribus nemorosus aquarum habundantia irriguus et copia piscium multitudinem omnibus ministrabat. Qui etiam inter duorum juga montium situs est quorum unus ab oriente habens montem baronem alter ab occidente habens montem pedalen a meridie sive aquilone lacum influente fluvio abdue, a settentrione magrariam vallem…

 

Cumque in tanta serenitate pacis (Desiderius rex Langabardorum) eius animus conquiesceret quadam die filius eius nomine Aldegisius, spetiosus iuvenis valde, cause venandi egressus cum suis sodalibus si fortasse posset capere aliquam venationem cervum aut ursum vel apprum sive de aliquibus agrestibus animalibus per opaca nemora pervenit ad montem pedale nimio labore, et ardue vie nimium fatigatus, subtus condensas arborum frondes in umbrosis silvis quiescente calore caumatis insudat, gratia refrigerandi, ad euro refociliabatur.

Ellevatis oculis, procul vidit ingentem apprum grunientem castaneas, sive glandulas silvarum, quem insequitur canibus. Aper vero cum esset mire magnitudinis fortis viribus, accutis dentibus, vi existebat in tantaum, ut a fermo dente laceratus canibus, ad postremo nimis certamine vexatus, desertas et abditas petiit regiones.

 

Cumque nimia feritate vagabundus huc illucque discurreret, pervenit in montis cacumine sub excelsioribus montibus ubi occurrit grata planities. Ea namque tempestate quidam Dei servus, nomine durus sollitariam elligens habitationem, ubi angelicam erat ducens conversationem ecclesiamque brevissimam in honore beati Petri costituens sacerdotali ibi offitio fungebatur. Aper vere cum fuge praesidium sumeret aditum ecclesie patentem invenit. Confestim depositam feritate decubuit iuxta altare quasi commendaturus se apostolo, auxilium postulans ab eo.

 

Tunc Aldegisius invenit eum, in ecclesiam ingressus avide cupiens aprum perimere cumque prius quam impetum in aprum committeret sensit subito factum mirabile Res mira non ulterius visa obcecatis oculis vel luminibus, Aldegisius tenebras incurrit fugata ab ipso claritate diei.

 

 

Venerabilis vero pater scilicet Durus, viso tanto miraculo cum ceteris qui advenerant pro cecitate… preces fudit ad Dominum in eodem oraculo. Idem vero iuvenis videns se lumine privatum, cepit ampla dona promittere et magna vota vovere, si ei Dominus lumen oculorum impendere ecclesiam scilicet beati Petri ampliorem priori construere multisque eam oppibus dittare et eiusdem reliquiis alatis cum magna veneratione ibi recondere promisit.

 

 

Talis itaque votis promissis, divinam misericordiam consecutus oculorum lumen recepit. Igitur omnes qui adderant gratias refferebant Deo mirabiliter cuncta disponit… [48]

 

… successivamente (re Desiderio giunse) in una località chiamata Civate, luogo molto grazioso, straordinariamente ameno e dal clima molto salubre, ricchissimo di vigneti ed adorno di boschi, bagnato da abbondanti acque che offrono a tutti una gran varietà di pesci. Questo borgo è anche posto tra due catene di alture di cui una ad oriente comprende il monte Pedale, l’altra ad occidente il monte Barone; a mezzogiorno ed aquilone lo accarezza un lago che sfocia nel fiume Adda; da settentrione la Valle Mater Agraria…

Mentre (Desiderio re dei Longobardi) ritrovava in tanta serenità la pace dello spirito, un giorno il figlio Adalgiso, un bel ragazzo prestante, uscì con i compagni per cacciare, caso mai si imbattesse in un cervo, un orso o un cinghiale o qualsiasi altro animale della foresta, e giunse con molto sforzo, attraverso la boscaglia intricata, sul monte Pedale. Parecchio affaticato per il difficile cammino, si asciugava il sudore abbondante nella frescura, sotto l’intreccio folto delle fronde, nell’ombra silvestre e, per refrigerarsi, si ristorava alla brezza.

Alzato lo sguardo, poco lontano vide un enorme cinghiale che grugniva divorando castagne e ghiande selvatiche. Lo inseguì coi cani. Il cinghiale, veramente stupefacente per mole, forza e zanne acuminate, uscì con violenza allo scoperto in modo tale da essere assalito dai cani dai denti possenti. Infine, stremato dall’immane lotta, si diede alla ricerca di un rifugio solitario e nascosto.

Dopo aver scorazzato vagabondando con tremenda ferocia qua e là, giunse su un poggio del monte posto sotto le cime più alte, dove lo accolse una gradevole radura. In quel tempo, infatti, vi viveva un servo di Dio, di nome Duro, che scegliendo una dimora solitaria, lì esercitava il suo ufficio sacerdotale e vi conduceva una esistenza semplicissima, costruendo un piccolissimo oratorio in onore del beato Pietro. Il cinghiale dunque, cercando la salvezza nella fuga, trovò l’ingresso della chiesa spalancato. Deposta senza indugio la sua ferocia, si acquattò presso l’altare, quasi consegnandosi alla protezione dell’apostolo, chiedendo da lui un aiuto.

Adalgiso, allorché lo scoperse, irruppe nella chiesa desiderando ardentemente uccidere il cinghiale e, prima ancora di scagliarsi sull’animale, improvvisamente sperimentò un fatto meraviglioso, un’opera stupefacente mai più vista, dal momento che fu privato della vista e della luce! Adalgiso sprofondò nelle tenebre; da lui era fuggita la luce del giorno!

Quel venerando padre allora, Duro, testimone di un così grande prodigio con altri che erano sopraggiunti, per la cecità… innalzò in quel medesimo luogo sacro una preghiera al Signore. Pure lo stesso ragazzo, vedendosi privato della luce, cominciò a promettere copiosi doni e ad elevare grandi voti: se il Signore gli avesse ridonata la vista, avrebbe innalzato una chiesa, naturalmente dedicata a San Pietro, più ampia di quella precedente e l’avrebbe arricchita con molte decorazioni e, riportatevi le reliquie del beato, promise di conservarle lì con grande venerazione.

Dopo aver pronunciate così tali promesse, per intervento della misericordia divina riacquistò la luce degli occhi! Dunque, tutti coloro che erano presenti rendevano grazie a Dio, che così meravigliosamente tutto dispone…

 

La leggenda evidentemente deve essere nata in un tempo successivo all’edificazione della chiesa di San Pietro al Monte [49], forse addirittura quasi cent’anni dopo, quando, con solenni cerimonie essa fu trasformata in basilica alla presenza di un imperatore. Tuttavia, anche in questo momento le sue origini ebbero un significato importante. Pavia infatti, capitale del regno longobardo, deve aver certo ispirato la dedicazione del monastero di Civate con la presenza di San Pietro in Ciel d’Oro, le sue ricchezze ed il fascino che da essa poteva venirne al popolo longobardo più della stessa cattedra dell’Apostolo. A tale dedicazione in ogni modo non furono estranei altri elementi che caratterizzavano e sottolineavano la religiosità del tempo.

Da una parte è possibile risalire all’importanza che già ai tempi di Gregorio Magno assumevano la figura e le reliquie di San Pietro e Paolo cui era dedicata la chiesa, di cui peraltro si ripete la narrazione nei racconti vari della fondazione e che divengono un elemento comune di questi [50]. Le reliquie diventano immediatamente, con i particolari privilegi ed indulgenze, un motivo di richiamo e di ricchezza del monastero stesso. In questi anni tuttavia, vari eventi storici si succedono, che lasciano il monastero ai margini dell’attenzione. Ben presto, infatti, avviene il tracollo della dominazione Longobarda in Italia. Il vincitore di Desiderio, Carlo Magno, assume su di sé il titolo di rex Langabardorum, divenendo così, di fatto, il successore di Desiderio ed ereditando col titolo regale anche tutti i suoi averi, tra cui San Pietro al Monte.

Incoronato imperatore del Sacro Romano Impero la notte di natale dell’800, Carlo Magno, coi suoi paladini, si preoccupa di conquistare al cristianesimo i territori orientali germanici unificandoli alle terre d’Iberia. In tali regioni Carlo favoriva la cultura diffusa dai monaci irlandesi ed anglosassoni, che dai monasteri sorti qualche secolo prima ad opera di San Colombano ora riportavano in una Europa distrutta l’eredità del sapere e della dottrina cristiana e latina, coltivando l’amore per i testi antichi; amore assai raro nella barbarie dei primi secoli del medioevo. Essi ponevano le basi delle future e famose biblioteche di Echternach, Bobbio, Fulda, San Gallo, influenzando la produzione artistica carolingia, ottoniana e poi romanica [51]. L’imperatore faceva suoi ministri Alcuino da York, anglosassone monaco benedettino, formatosi alla scuola di S. Agostino di Canterbury, e in seguito il vescovo Teodulfo, della chiesa visigotica. Per interessamento degli stessi e sui disegni di Eginardo, architetto ed orafo dell’imperatore, si sviluppò l’architettura carolingia che annovera la cappella palatina di Aquisgrana (805), opera di Oddone di Metz, costruita sul modello di S. Vitale in Ravenna, la basilica di Germigny-des-Prés (806), unico esempio francese del periodo. L’intervento della corte palatina in quegli anni stabiliva la centralità del territorio renano, legando in uno stretto rapporto di civiltà e di cultura varie città e monasteri che vedevano, oltre ad Aquisgrana, la presenza di Colonia, Coblenza e Treviri, i centri di Magonza e Fulda, Worms, Spira e Strasburgo, Reichenau, San Gallo e la vicina Coira, oltre il passo alpino dello Spluga appena sopra il Lario. Di fatto tuttavia, l’imperatore quasi dimentica i territori italiani, forse per evitare ingerenze politiche col papa. Tuttavia, l’influenza di Carlo imperatore si ripercuoterà anche sulla basilica di San Pietro al Monte. Ecco come.

Era stato un monaco irlandese, Gallo, nel lontano 614, a dare origine all’omonimo monastero. Nel 724, San Pirmino aveva fatto erigere la chiesa di Reichenau e nel 744 San Bonifacio costruiva l’antica chiesa di Fulda. Nell’802 la chiesa di Fulda viene ricostruita, per volontà di Carlo Magno, sotto l’abate Ruggiero, con l’aggiunta a quella originaria di un’abside occidentale in cui riporre le spoglie del fondatore[52]. La costruzione veniva consacrata nell’819. A proposito di questa chiesa,  la prima del suo genere nel periodo carolingio, già nell’812 i monaci del monastero si erano dichiarati contrari alla ricostruzione della stessa, supplicando Carlo Magno di far sospendere all’abate i lavori, perché “ le costruzioni enormi e superflue, così come tutte le altre attività, affaticavano indebitamente i monaci e sfinivano i servi”.

Del monastero di San Gallo rimane la planimetria su pergamena dell’820, forse redatta dallo stesso Eginardo, architetto ed orafo di Carlo Magno. La chiesa [53], ad imitazione di quella di Fulda, risulta biabsidata. Non solo. Ogni abside è occupata da un altare. Quello orientale è dedicato a San Gallo e alla Vergine, quello occidentale a San Pietro.

Mentre sorgono le città palatine sul Reno, Colonia, Ingheleim, Worms, Magonza… vengono dunque ricostruiti i monasteri tedeschi di Fulda e San Gallo sotto la sua direzione e con la collaborazione di personaggi notevoli come Acuino da York ed Eginardo.

Solo parecchi anni dopo, verso l’840, si ritorna a parlare in un documento del monastero di San Pietro al Monte. E proprio in questo momento lo stesso monastero diviene un fulcro importante della storia imperiale e monastica.

 

lotario imperatore

 

Che il piccolo monastero collocato sul monte Pedale dovesse avere una grande storia, nonostante la dimenticanza nella quale era vissuto per quasi un secolo, qualcuno avrebbe voluto attribuirlo già ad un grande personaggio: Paolo Diacono. Tuttavia, anche se una lapide posta sotto il pronao di San Pietro al Monte [54] dà per certa la residenza momentanea del grande storico longobardo a Civate, nessun documento ci da diretta testimonianza di ciò, benché alcune sue opere, come il Carmen Larii [55], suggeriscano la sua permanenza su questo territorio.

Se comunque Paolo Diacono non soggiornò a Civate, lo fece per certo un altro grande intellettuale, il Magister Hildemarus [56], sceso in Italia con un imperatore, Lotario, figlio di Ludovico il Pio. E Lotario è un personaggio di rilievo fra gli imperatori carolingi e la sua vicenda è strettamente legata alle vicissitudini politiche che interessarono l’impero alla metà del IX secolo.

 Nipote di Carlo Magno, aveva raccolto, dopo la riconciliazione col padre [57], le insegne imperiali e l’impegno di continuità nell’unificazione politico-religiosa di tutti i territori del Sacro Romano Impero, ricevendo ad Ingelheim l’omaggio di Rabano Mauro, abate di Fulda, e degli abati di San Gallo e Coira, abbazia limitrofa a Reichenau, nell’840. Questo fatto scatenò l’ira dei fratelli che, coalizzatisi col Trattato di Strasburgo, lo sconfissero e lo costrinsero a rifugiarsi in Italia. Egli dunque fuggì a sud delle Alpi, portando al suo seguito Wolvinio, suo architetto ed orafo, Wala, abate di Corbie e due altri abati di origine franca: Leodegario ed Ildemaro.

Durante la fuga in un territorio a lui sconosciuto, Lotario dovette affidarsi all’ospitalità offerta dai suoi alleati e risiedere nei suoi possedimenti imperiali, tra cui San Pietro al Monte, nel periodo di trattativa con l’arcivescovo di Milano che allora era Angilberto II. L’accordo di non belligeranza fu presto stipulato e l’imperatore non perse tempo per riorganizzare sull’ex territorio longobardo ciò che già i suoi predecessori avevano fatto nei territori franchi e germanici. Fu così che mentre Wala venne incaricato di fondare il monastero di Bobbio sull’Appennino, i due abati franchi vennero incaricati, nell’841, di attendere nientemeno che al riordino della Regola di San Benedetto da parte del grande Angilberto. Quest’opera del Magister Hildemarus è di tale importanza che sarà diffusa in tutti i monasteri benedettini d’Europa [58] e fu senza dubbio una delle prime grandi opere dello scriptorium del monastero civatese.

Col trattato di Verdun dell’843, il territorio lasciato all’imperatore, la Lotaringia, era stata ridotta ad un lungo e stretto corridoio che dal mare germanico arrivava a comprendere il regno d’Italia con le città imperiali di Aquisgrana, Treviri, Metz, Strasburgo, Colmar e Basilea. Venivano esclusi i territori di Reichenau, con San Gallo e Ulma e le città dell’alto Reno tra cui Ingelheim, Worms, Magonza e Fulda. Non stupisce che, privato di tali ricchezze culturali e religiose, Lotario stimolasse un processo esaltante di costruzione, rielaborazione ed arricchimento culturale che coinvolse non solo edifici già importanti come Sant’Ambrogio in Milano, con la realizzazione dell’altare, ma anche la ricostruzione dei monasteri-fortezza ai confini delle Alpi come San Pietro al Monte. Sarà meno difficile, se si considera questo rapporto, capire come il ciborio di San Pietro al Monte sia praticamente il gemello stilistico di quello ottoniano di Milano.

La ricchezza artistica e culturale derivatane per Civate è incontestabile. Da una parte sorse l’esigenza di un ampliamento del monastero stesso sulla montagna, con la ricostruzione del suo corpo centrale, così come lo si può ancora leggere architettonicamente: un’unica navata, una semplice aula di struttura romana con tetto a capriate scoperte, ma con l’aggiunta di due absidi, proprio come Eginardo, architetto ed orafo di Carlo Magno, aveva ordinato per la ricostruzione delle chiese dei monasteri di Fulda e di San Gallo. L’idea geniale di Carlo Magno era quella di valorizzare l’elemento autoctono attraverso la particolare e solenne venerazione del santo fondatore del monastero, cosicché la gente trovasse un riferimento meno lontano e più tangibile della santità in chi aveva direttamente vissuto la sua condizione. Fare un santo allora era del resto meno complicato di oggi e perché non approfittarne? E dal momento che l’imperatore non poteva permettersi di togliere santi ed altari dalle chiese, ideò la struttura della seconda abside, in cui collocare un secondo altare centrale e deporvi le reliquie. Del resto una struttura simile l’aveva adocchiata a Roma nella basilica Ulpia presso l’antico Foro Traiano. L’esempio architettonico e teologico era stato presto imitato nelle cattedrali renane ed anche oltre: ad esempio nei monasteri che conducevano a Santiago di Compostela e di cui ancora oggi rimane testimonianza nella chiesa di Seo de Urgell [59].

Ildemaro e Leodegario furono così impegnati nel progetto di ricostruzione della chiesa di San Pietro al Monte che, con le preziose reliquie delle origini, le bolle ed i riconoscimenti papali, era addirittura basilica. Dove tuttavia ritrovare le spoglie credibili del santo fondatore? E chi era peraltro? Quel famoso Duro della leggenda forse?

In aiuto alla questione teologica e pratica vennero allora l’imperatore Lotario, affascinato dalla basilica sul monte, e lo stesso arcivescovo Angilberto. La forza politica e religiosa dei due consentì la traslazione delle reliquie di San Calocero dal monastero di Albenga, sul mar Ligure, all’abbazia montana, ufficialmente per allontanare le reliquie tanto preziose dal pericolo delle scorrerie dei pirati saraceni e dagli assalti dei vichinghi norvegesi e danesi che già avevano devastato l’antica Luni e la valle del Magra. Così l’abbazia ligure divenne semplicemente una delle sempre più numerose proprietà del monastero [60].

Il monastero sulla montagna, con la sua struttura di fortezza, non restò a lungo l’unico beneficiario di queste attenzioni. Esso, infatti, seppur dotato di tante e tali preziose reliquie e diplomi regi, non doveva prestarsi molto all’ulteriore grande sviluppo architettonico per l’inidoneità dello spazio tanto esiguo e la difficoltà dell’ascesa. Esauritesi per lunghi periodi le ragioni della sua particolare dislocazione su un pericoloso territorio di confine, l’aumento delle necessità interne cui provvedere, i contatti quotidiani e gli interessi dei rapporti esterni, resisi ormai necessari con l’acquisizione di beni e territori e la loro gestione economica, rendevano improcrastinabile l’edificazione di un più ampio monastero a valle, presumibilmente già preceduto da costruzioni monacali per così dire provvisorie e con logica dotate di un sacro edificio per l’officiatura dei monaci.

Un edificio funzionale al monastero sul monte fu dapprima costruito sulla collina di Scola, sottostante il monastero montano e situata in una posizione strategica e militarmente controllata e difendibile. Lì, una guarnigione militare poteva facilmente verificare l’accesso alla strada per San Pietro e tenersi costantemente in comunicazione visiva col monastero stesso. Sulla collina operava appunto una scola, vale a dire una congregazione religiosa di laici incaricati dell’assistenza ai pellegrini che si recavano all’abbazia e l’edificio era affiancato da un primo oratorio dedicato a Santa Maria.

Nel trascorrere dei decenni, la costruzione del monastero di San Calocero, in cui furono trasportate le reliquie del santo, fu affiancata dall’oratorio di San Vito e Modesto nel borgo di Civate che venne ad aggiungersi al già presente oratorio di Sant’Andrea sulla penisola di Isella, alla chiesa della Santa, e ai successivi piccoli oratori di Borima e del Brunioso.

Sorgeva poi nel borgo, nelle vicinanze del nuovo monastero di San Calocero, anche un nuovo ospizio di accoglienza ed assistenza per i pellegrini nella Cà Nova, appellativo di un piccolo quartiere in cui un edificio antichissimo ancora oggi, con interessanti affreschi, conserva il nome di cà di pelegrett [61], cioè casa dei pellegrini.

 

potenza e declino di san pietro al monte

 

Il monastero di San Pietro al Monte, a partire dal IX secolo con l’avvento di Lotario e degli abati franchi, aveva indubbiamente sostituito le funzioni di controllo militare, politico, economico ed amministrativo sino allora svolto dall’autorità laica. Mentre nei dintorni si rafforzavano le pievi, con un controllo religioso-amministrativo che faceva capo all’arcivescovo di Milano, l’abbazia manteneva fieramente la sua alleanza con l’impero e costituirà un baluardo economico, politico e militare fastidioso per il progressivo insorgere dell’insofferenza comunale.

Dal punto di vista economico, senza dubbio il monastero aveva aumentato ed ingrandito i suoi possedimenti anche lontani dal territorio del monastero stesso, a partire dai laghi di Annone e Pusiano e dall’acquisizione dei beni e del monastero di Albenga. Buona parte dei documenti relativi a questo periodo sono, infatti, legate a transazioni di fondi. Tuttavia, il momento storico determinava un motivo di arricchimento, perlomeno artistico, del monastero civatese.

Nonostante infatti l’opinione comune che alla presa del potere imperiale da parte di Carlo Magno le invasioni barbariche in Europa si fossero esaurite, gli Ungari continuarono ad operare indisturbati le loro incursioni seminando distruzioni, violenze, privazioni, devastazioni e saccheggi sino al 960. Due scorrerie, nel nord d’Italia, avvenute nell’899 e 924, avevano portato al feroce saccheggio di Mantova e della regale Pavia. La grande e temuta Milano e la stessa Monza non subirono violenze, ma i centri dei dintorni pagavano a caro prezzo la loro vulnerabilità.

Anche le abbazie coi loro territori, tesori e beni, erano facilmente preda dell’irruente forza devastatrice. Per anni gli edifici anneriti dal fumo e squassati devono avere testimoniato della precarietà della vita suggerendo un ritorno alla paura ed alla barbarie, risuscitando quel senso di precarietà che già per secoli aveva accompagnato l’esistenza delle popolazioni italiche.

Ancora nel 947 l’invasione si spingeva, attraverso l’antico ducato di Spoleto sino a Lucera ed alle porte di Benevento. Ma anche il resto d’Europa non stava meglio: fu presa Lione, fu attaccata Parigi. Ed i monasteri di Costanza e Reichenau, la stessa San Gallo erano investiti dalla furia devastatrice attorno al 960.

Questi anni oscuri assistevano allo scambio vicendevole di ospitalità per le comunità monacali più colpite. Esse si rifugiavano nei monasteri più sicuri e protetti, i monasteri-fortezza, favorendo il riallacciarsi di volta in volta di legami intellettuali ed il trasferirsi di conoscenze ed esperienze culturali che in epoche passate già erano tanto vivaci e proficue. In definitiva le incursioni unne favorivano il diffondersi ed il confrontarsi di nuove idee ed esperienze in campo culturale, ma pure artistico, smuovevano definitivamente il ristagno delle piccole comunità in sé ricche di riflessione e percezione.

La ripresa alla vita intellettuale dell’Europa non poteva così tardare molto, incrociandosi col fiorire del nuovo millennio cristiano. Le città libere dell’Hansa del nord ed i comuni della cerchia milanese scalpitavano sempre più sotto il morso imperiale germanico. Momenti di grandissimo entusiasmo di fronte al futuro salutavano il secolo XI e segnavano una ripresa di vita collettiva, sempre più tesa alla ricerca della bellezza e della conoscenza come doni della grandezza divina. E se dei primi decenni rimangono per il monastero civatese solo documenti di tipo giuridico [62], senza alcun cenno alla vita monastica che si doveva invece certo svolgere nello stesso e degli avvenimenti storici e politici ad esso legati, uno squarcio sulle vicende dell’abbazia si apre negli anni immediatamente successivi.

L’incontro, sul territorio milanese, della chiesa dei pàtari, nata dalla spiritualità profonda del popolo più umile, con la realtà monastica evidenzia il contrasto con la chiesa ufficiale milanese e le sue vicende come reazione alla simonia ed al nicolaismo [63] imperanti già sotto la protezione di Guido da Velate, arcivescovo. Anselmo da Baggio, futuro papa Alessandro II, e Landolfo Cotta si posero a capo del movimento in cui militavano Corrado II, figlio di Enrico IV re d’Italia, a sua volta re di Germania e duca di Borgogna, con Arnolfo III [64], che diventò vescovo di Milano dopo la morte di Anselmo III nel 1093. Le vicende di questo periodo sono ancora in parte oscure e comunque molto ingarbugliate nel loro susseguirsi.

Comunque Arnolfo III era stato eletto dai vescovi Dimone di Salisburgo, Ulderico di Passau e Gabardo di Costanza, elettori tedeschi ed estranei alla realtà della chiesa milanese che sosteneva il papato. Ed in quei frangenti l’opposizione nella città fu tale e così pericolosa, che Arnolfo, nonostante la protezione di Anselmo da Baggio, dovette rifugiarsi nell’abbazia di Civate. Qui rimase per un certo periodo, prima del perdono papale e del suo riconoscimento ufficiale anche da Roma. Il 1095 è anno della sua morte e sepoltura proprio nell’abbazia sulla montagna. Ed è così che, mentre in conseguenza della rinascita del monachesimo benedettino su ispirazione del centro transalpino di Cluny ispirato da San Bruno e San Maiolo e sostenuto dall’intrepido e longevo abate Ugo, nascevano sul territorio altri grandi monasteri come Pontida, San Pietro in Vallate, san Benedetto in Val Perlana, si terminavano in Civate le edificazioni del monastero di San Calocero a valle, l’oratorio di San Benedetto e le decorazioni plastiche e pittoriche in San Pietro al Monte. E’ certo questo il momento più fulgido dell’abbazia.

A conferma di ciò, si ascrive al XII secolo la realizzazione del Messale di Civate di rito monastico [65], uscito dallo scriptorium civatese insieme al Manuale d’uso che risulta però di rito ambrosiano. Due altri codici sono presenti nella Staatsbibliothek Preussischer Kulturbesitz di Berlino [66]. Certo però, il diploma più importante è quello che, datato 1162, fa riconoscere allo stesso Federico I, proprio il Barbarossa, innanzitutto l’amicizia dell’abate Algiso a sostegno della sua lotta contro i comuni [67], quindi l’elenco dei numerosissimi possedimenti del monastero.

E non ha forse causato proprio quest’ultima pericolosa alleanza la distruzione delle parti abitative del monastero stesso sulla montagna, dopo la sconfitta dell’imperatore a Legnano [68] da parte dei comuni congiurati?

A conferma della vicinanza del monastero con il partito imperiale, ancora nel XIII secolo e più esattamente nel 1254, il monastero sarà rifugio di un altro arcivescovo di Milano, Leone da Perego, che fuggiva dalla furia dei popolari, a capo dei quali si trova Martino Torriani. Non è che l’inizio di scontri feroci in cui entra l’arcivescovo Ottone Visconti, che nel 1277, in un inverno freddissimo conquista Lecco e Civate [69]. E che l’abate di Civate continuasse a sostenere lo spirito ghibellino dell’alta Martesana lo testimonia il fatto che i Torrioni dovettero radere al suolo, quasi un secolo, dopo il Castello di Civate, dal momento che era loro impossibile controllarlo [70].

Le lunghe mani del capoluogo lombardo si facevano dunque sempre più presenti nel monastero, fino a determinare la fine dello stesso. Divenne abate di Civate addirittura l’arcivescovo di Milano, Giovanni Visconti, che pare avesse rivendicato e documentato i diritti dell’abbazia contro il cugino Bernabò, signore di Milano. Mal gliene incolse, dal momento che Bernabò Visconti lo fece trucidare, tagliare a pezzi e bruciare perché non si potesse nemmeno seppellire  [71]!

Intanto però essere abate di Civate era un titolo al quale non corrispondeva più un ufficio effettivo. Ed il monastero andava svuotandosi: nel 1384 v’erano ormai solo due religiosi, l’abate Giovanni Bossi ed il monaco Filippo Visconti. L’abate, tra l’altro, abitava a Monza e morì nel 1411. A lui successe Galdino Vicomercati, per ridursi il monastero, nel 1470, ad un solo monaco amanuense, di cui rimane in un archivio di monache la testimonianza che:”… questo monaco lasciò scritti per il monastero di Lambrugo salterii et altre belle cose: veniva da Chivate a confessar le monache et si ritiene che fosse santo” [72]. Con lui terminò anche il monastero benedettino.

Anche i beni del monastero si disperdevano. Il Card. Ascanio Sforza, commendatario che fece restaurare la basilica di San Calocero nel 1500, concedeva alcuni possedimenti, tra cui “ una casa de la mia abatia de Chiva” alle monache del Gesù.

Giulio II, il papa guerriero, nel 1506 passò la commenda al Card. Antonio Trivulzio, vescovo di Como dal 1487, che lasciò in morte l’abbazia al nipote Filippo finché questa, di mano in mano, arrivò a Nicolò Sfondrati, vescovo di Cremona e poi papa Gregorio XIV. Fu lui che stipulò una convenzione con i monaci Olivetani, che si impegnavano a mantenere a Civate sei religiosi sacerdoti.

Gli Olivetani resteranno un po’ stancamente a Civate fino alla soppressione dell’ordine, decretata dagli editti napoleonici, nel 1798. Allora il monastero a valle di San Calocero e l’oratorio di San Benedetto furono venduti a privati, la basilica di San Pietro al Monte assegnata al municipio. Non sapendo che farsene, quest’ultimo la donò alla parrocchia cui ancora appartiene.

Ma tutto questo è già storia minore… [73]

  

II. La visita

 

esterno

 

E’ un’erta salita quella che dal borgo di Civate conduce alla basilica di San Pietro al Monte. Recentemente è stata risistemata a più riprese per renderne meno arduo il percorso, ma esso rimane in ogni modo ben faticoso. Eppure è sorprendente come, dopo aver varcato l’arco d’ingresso, mentre man mano si procede per lo stretto vialetto lastricato di ciottoli disuguali, l’apparizione prima della sagoma tozza dell’oratorio di San Benedetto e quindi dello scalone, su cui si erge solenne la basilica, lasci ammutolito il visitatore.

Il complesso di San Pietro appare, infatti, nella sua semplice interezza da subito, quasi senza preavviso, stupefacente nella linearità assoluta delle forme romaniche. La sua architettura, infatti, è di una purezza assoluta e di una originalità portentosa. Pur utilizzando nella sua struttura i canoni di riferimento formali dello stile lombardo, essa se ne distacca con naturalezza, dichiarando la sua superiorità inconfondibile.

Già, perché l’arte del romanico si rifà a pochi elementi simbolici: il cerchio, il tetragono, il triangolo che si rincorrono e si innestano spontaneamente in forme costruttive elementari, ma in San Pietro questi stessi elementi sembrano reinventarsi in un insieme affascinante ed unico. E il suo insieme è ancor più straordinario se si pensa che proprio questo stile non tende nell’intenzione dell’artista al bello, ma al vero [74]. Per questo non si deve pensare che l’accostamento delle parti abbia un senso architettonico, quanto un significato teologico nella sua complessa simbologia. Del resto, una cultura come quella dell’alto e del basso medioevo, in cui ben pochi conoscevano la scrittura, affidava naturalmente la sua trasmissione al segno di forma e numero.

Sin dalla più lontana esperienza religiosa dell’uomo, il cerchio [75] è stato simbolo del cielo ed il tetragono [76], cioè il poligono con quattro angoli, ha significato la terra. Da questa semplice constatazione si evince che l’arco a tutto sesto che domina i vuoti della struttura romanica, come innesto di un cerchio in un tetragono, rappresenta il luogo dell’incontro tra il cielo e la terra. Anche il triangolo [77], simbolo del cielo, si sovrappone al tetragono nei corpi pieni con la medesima funzione simbolica. Così, archi a tutto sesto ed edifici culminanti in tetti a capanna si intrecciano in una combinazione sempre eterogenea, ripetendo instancabili il loro significato teologico.

Anche i numeri rivestono una importantissima funzione simbolica: Uno [78], come unità di Dio, Due [79], simbolo di Cristo, Tre [80], indice di perfezione dello spirito e di trinità, Quattro [81] simbolo del mondo, Cinque [82], numero di terra come le cinque parti che la compongono… In tal modo, tutta la struttura architettonica intreccia simboli di forme e di numeri. Il corpo centrale della basilica, la parte più antica, è distinto dall’apertura a tutto sesto (ingressi e monofore) come se volesse ribadire il concetto dell’unicità del Dio cristiano. Il porticato semicircolare coperto, o pronao [83], che è dell’XI sec. si distingue per il ripetersi di snelle bifore, simboli di Cristo. Entrambe le strutture sono arricchite da quantità numeriche diverse di elementi simbolici. Un esempio: chi si trova in cima allo scalone d’ingresso, prima incontra due gradoni (Cristo), poi un gradone unico (Dio), quindi tre gradini immettono nella chiesa (Trinità). Il significato teologico è immediato: è Cristo che guida l’uomo al Dio cristiano distinto in Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

dedicazione

 

Noi oggi osserviamo appagati i conci [84] di pietra nudi, che costituiscono le pareti dell’edifici In realtà, tutto l’edificio era esternamente intonacato, ed il colore bianco lo rendeva più solenne. Tracce di intonaco si possono ancora vedere sugli archi del pronao, ma soprattutto rimane completamente intonacata l’abside d’ingresso ritmata da lesene poste tra due archetti pensili [85]. Sopra il portale, invece, risalta la figurazione pittorica della dedicatio [86] della basilica: San Pietro e San Paolo ricevono da Cristo rispettivamente le chiavi, simbolo del potere della Chiesa, ed il libro della parola di verità, il vangelo. Per ricevere i doni sacri gli apostoli tengono sulle mani due drappi [87].

Si può ora osservare come l’insieme sia un esempio chiaro dell’interazione fra elemento architettonico, pittorico e plastico. In effetti, non vi è separazione fra le parti: le figurazioni dei santi e di parte del Cristo sono in affresco; la testa del Cristo era in stucco, caduto nel tempo probabilmente per l’umidità e rifatto, male, in affresco; la parte inferiore di Cristo è costituito dalla porta stessa come corpo, perché Cristo è porta della Chiesa! [88]  Sopra la dedicatio, una serie di elementi pittorici sono stati interpretati come lettere o come note musicali su un rigo [89].

 

ingresso

 

La ricchezza della decorazione pittorica continua all’interno, dove l’ingresso accoglie con la figurazione di due santi: San Marcello papa e San Gregorio Magno, continuatori dell’opera di Pietro e Paolo. Entrambi accolgono nella chiesa dei penitenti. E’ da rimarcare come San Gregorio, prima di divenire papa, fosse stato benedettino e gran conversore dei popoli germanici, mentre San Marcello viene ricordato da leggende medioevali come colui che riaccolse nella Chiesa dei fedeli scismatici [90]. La sacralità dell’accoglienza premurosa dei due pontefici è tuttavia preceduta su entrambe le pareti dal simbolo dell’ ’Іχθύς , il pesce che identifica Cristo [91]. Il pesce è immerso nell’acqua, sin dalla più lontana antichità segno di vita e di morte [92], forte simbolo battesimale per il cristianesimo.

Sopra la parte interna dell’ingresso Abramo, padre dell’umanità, tiene tra le sue braccia tre piccoli personaggi che sono il suo popolo nella fede [93]. Il gesto di Abramo è un gesto finale di protezione promessa anche nel mondo al fedele che scorgerà l’immagine all’uscita dalla chiesa e si sentirà rincuorato.

In alto, sulla prima volta a crociera, Cristo posto al centro domina la Gerusalemme Celeste, fedele alla descrizione dell’Apocalisse [94] e rappresentata come nella letteratura medioevale [95]. Città quadrata con agli angoli le quattro virtù cardinali, fede giustizia fortezza e temperanza, è fondata sulle pietre preziose di cui si leggono le iniziali puntate. Nelle mura si aprono dodici porte, mentre il Cristo ha ai lati gli alberi della vita, ed ai suoi piedi l’agnello [96] sacrificale. Proprio dai piedi dell’agnello sgorga un rivo d’acqua che si divide in quattro ruscelli scorrendo verso l’interno della basilica.

Nella volta successiva, quattro personaggi rovesciano da grandi otri l’acqua dei quattro ruscelli, che costituiscono un legame diretto tra cielo e terra trasformandosi nei quattro fiumi del Paradiso Terrestre: Geon, Pison, Tigri, Eufrate [97]. Al centro, in un cerchio, il simbolo del Chirò [98], cioè delle prime due intrecciate lettere del nome di Cristo, sono affiancate dall’alfa e dall’òmega [99], l’inizio e la fine. La crociera è sostenuta da quattro colonne tortili, di cui tre destrose ed una sinistrorsa [100]. Non è certo un errore dell’artista, ma sono il segno che anche nella realtà del quattro e del tetragono, simboli di terra, è sempre presente l’unicità e trinità del Dio cristiano. Le colonne a loro volta sono legate da due plutei [101] in stucco, su cui sono raffigurati due animali tratti direttamente dai bestiari [102] medioevali: il grifo e la chimera [103]. Sono i simboli del male che fuggono dalla chiesa, poiché essa è luogo del bene!

 

cappella dei santi

 

A destra dell’ingresso si trova la Cappella dei Santi, così definita per la presenza nell’absidiola di trilogie di santi. Essa è formata da due corpi: un primo corpo rettangolare presenta sulla parete lacerti di affresco molto rovinato dall’umidità, che narrano di due martìri di cui uno di San Giacomo [104], mentre nella volta sono raffigurati i simboli del tetramorfo [105], dal cristianesimo identificato con gli evangelisti. Il secondo corpo è semicircolare e sulla parete presenta trilogie di santi, divise in categorie: patriarchi, profeti, apostoli ed evangelisti, martiri, pontefici, anacoreti. Nell’ultimo di questi, col saio scuro, qualcuno vuole sia raffigurato San Benedetto [106].  Sopra, nel catino absidale, Cristo è posto nella mandorla [107] sostenuta da due angeli. La mandorla è formata da quattro colori che rappresentano il tetramorfo. Il Cristo tiene nella mano sinistra un libro, mentre la mano destra è atteggiata al gesto benedicente [108].

 

 

cappella degli angeli

 

Sul lato sud si trova invece la Cappella degli Angeli: sulla parete e nelle vele triangolari i sette angeli dell’Apocalisse, con trombe d’argento, chiamano i vivi ed i morti al Giudizio Universale [109]. Sotto il catino absidale invece le trilogie rappresentano le categorie angeliche: angeli, arcangeli, principati, potestà, virtù, dominazioni, troni, mentre i cherubini ed i serafini dalle sei ali, dal corpo ricoperto di piume e con ai piedi le ruote di fuoco, sorreggono il Cristo Pantocratore [110] nella mandorla. Cherubini e serafini, tra le stelle, tengono nella mano un occhio aperto ed altri occhi sono sparsi sulle piume del corpo e sulle ali. Sette sono dunque le categorie poste sulla parete di fondo, accresciute di due con i cherubini e serafini del catino absidale: nell’insieme si richiama la simbologia numerica col sette [111], il due e il  nove [112]. La combinazione significativa dei numeri si fonde naturalmente col persistere delle forme del cerchio, del tetragono e del triangolo in tutti gli elementi architettonici, sottolineandone l’intreccio teologico nella simbologia rinnovata all’infinito.

 

affresco della parusia

 

L’Apocalisse viene anche stupendamente rappresentata in una storia, raccontata nella sua interezza nell’affresco capolavoro della parusia [113]. L’affresco si svolge sulla parete di fondo, inserito in una delicata cornice di stucchi ed elementi architettonici che ne completano e rafforzano il significato simbolico [114]. In tal modo, un cerchio ideale perfetto si inserisce nel quadrato della parete sovrastato dal timpano triangolare in cui si aprono tre oculi tondi da cui penetra la luce del sole d’oriente. La cornice in stucco, che divide le due forme del quadrato e del triangolo,  viene sormontata nel suo centro dalla cornice traforata della parte superiore del cerchio stesso. Punto d’incontro e legame indissolubile fra le parti è l’immagine plastica dell’agnello, chiave di volta e fulcro unificatore di ogni elemento visibile.

Nel grande arcone tracciato sull’intera parete dalla cornice maggiore, si inseriscono tre aperture a tutto sesto in una unione simbolica della unità con la trinità del segno. L’insieme non è semplice espediente decorativo, ma affermazione teologica, plastico-architettonica, del dogma-mistero dell’unicità e trinità di Dio, la cui comprensione è possibile solo con l’accettazione dell’agnello che è apice dell’arcone.

All’interno della cornice così formata, si svolge il racconto musivo tratto dalla narrazione dell’Apocalisse [115].

Poi un grande segno apparve nel cielo: una donna rivestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie del parto e le angosce nel dare alla luce. Intanto apparve un altro segno nel cielo: un gran dragone, dal colore del fuoco, con sette teste e dodici corna e sette diademi sulle teste. La sua coda trascinava la terza parte del cielo e le precipitò sulla terra. Poi il dragone si pose davanti alla donna che stava per dare alla luce, per divorare il figlio appena fosse nato. Ella diede alla luce un figlio maschio, destinato a pascere tutte le nazioni con una verga di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e al suo trono. La donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, per esservi nutrita per milleduecentossessanta giorni.

Allora avvenne una guerra nel cielo. Michele ed i suoi angeli combattevano contro il dragone. Il dragone ed i suoi angeli ingaggiarono battaglia, ma non poterono prevalere  e nel cielo non vi fu più posto per loro. E il gran dragone fu precipitato, l’antico serpente, che si chiamava diavolo e Satana, il seduttore del mondo intero; fu precipitato sulla terra e i suoi angeli furono precipitati con lui. E udii una grande voce nel cielo che diceva:”Ecco venuta finalmente la salvezza, la potenza, il regno del nostro Dio e la sovranità del suo Cristo; perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio. Or essi hanno vinto in virtù del sangue dell’Agnello e con la parola della loro testimonianza, ed hanno disprezzato la loro vita fino al punto di accettare la morte. Per questo rallegratevi, o cieli, e voi che in essi abitate. Ma guai alla terra e al mare, perché il diavolo è sceso a voi con ira grande, sapendo di aver più poco tempo!”.

 

La lettura dell’affresco inizia a sinistra, dove la donna partoriente è distesa. La tensione del narrato è palpabile nell’intensità dei colori. Sopra di essa il sole [116] ed ai suoi piedi una falce di luna partecipano dell’evento straordinario che coinvolge l’universo. Da presso un terribile dragone alato, simbolo del male spirituale, la minaccia con la mostruosità delle sue tre teste e dodici corna, mentre con la coda precipita le stelle dal cielo! Solo l’intervento fulmineo dell’arcangelo Michele, alla guida delle sue schiere angeliche, gli resiste. Egli risalta nella sua perfetta e fiammante divisa da centurione romano tra le tuniche dei suoi soldati celesti e protegge nella drammatica battaglia il bimbo che è nato. Il comandante e le truppe sembrano quasi stupite della facilità della loro vittoria.

Ecco, infatti, che l’esito dello scontro è già celebrato con solennità al centro della scena: un angelo introduce il bambino nella mandorla. Ed il fanciullo si rivela il Cristo Vincitore [117], seduto in maestà sul suo trono. L’Altissimo ha con sé nella mano una pergamena arrotolata, il libro della verità, mentre il gesto  della destra è di sovranità ed accoglienza.

Sul fondo dell’affresco, due triangoli rovesciati descrivono la palude di fuoco e zolfo, mentre in uno di essi, gli angeli ribelli vengono precipitati; se ne scorgono le sagome appena abbozzate che, a braccia aperte come tentassero di afferrarsi al nulla dell’abisso, urlano la loro disperazione.

Eppure ancora una volta l’artefice della vittoria è l’Agnello sacrificale. Alla sommità del dipinto, lo unisce come fulcro alla decorazione plastica ed alla forma architettonica rendendole un tutt’uno. Ed è persino superfluo soffermarsi ad esprimere un giudizio estetico dell’insieme: esso è senza dubbio in assoluto uno dei capolavori più alti e inimitabili dell’arte romanica.

 

affreschi scomparsi

 

L’insieme delle cappelle un tempo, forse sin quando quest’abside non era l’ingresso dell’edificio, costituiva quello che nelle chiese dell’oltralpe tedesco si definisce cappella regale [118]. Da essa i membri della famiglia imperiali, i messi ed i funzionari dell’imperatore assistevano alle cerimonie liturgiche della basilica. Da essa pure, questi personaggi potevano ammirare l’interno di tutta la basilica.

Il suo corpo centrale, la navata [119], è una semplice aula di tipo romano, coperta da un tetto a vista sostenuto da capriate scoperte [120] in legno. E’ la copertura tradizionale del romanico che rinnova i giochi geometrici degli innesti dei triangoli del tetto con il tetragono del corpo murario. Sulla parete settentrionale recentemente restaurata si possono osservare alcuni elementi interessanti. Una lunga fascia che attraversa tutta la parete non è intonacata. Essa un tempo era lavorata in stucco e lo stesso era possibile vedere sulla parete di fronte. Sopra si estendevano le parti completamente affrescate in grandi quadri, che arrivavano sino ai mensoloni [121] di granito che sostengono le grandi travi lignee. Sotto una decorazione geometrica a greche, intercalata con figure di animali, soprattutto uccelli perché simboli di spiritualità, completavano l’affrescatura che ricopriva così l’interno dell’intero edificio. Purtroppo, verso la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 un drastico intervento ha completamente eliminato la decorazione originaria. Quale il motivo? Difficile a dirsi. I resti degli affreschi, scoperti come riempimento della pavimentazione del presbiterio, non ne denunciano l’evidente deterioramento. Forse le immagini erano poco consone al vento di rinnovamento teologico della Controriforma?

Fortunatamente, lo strappo di un affresco votivo fra quelli che da allora adornano le pareti, faceva, durante i restauri degli anni ’70, ritrovare almeno una traccia dell’affrescatura originale su cui esso era stato direttamente eseguito. Sono pochi lacerti [122] da cui si rileva la grandezza dei quadri descrittivi e la sostanziale più antica diversità di fattura rispetto a quelli della cappella regale. Sulle pareti ora si susseguono dunque quadri votivi [123], diversamente svolti e collocati, che seppur interessanti dal punto di vista dell’evoluzione e della fede dal ‘400 al ‘700, non appartengono certo alla ricchezza decorativa e culturale originaria.

E tale ricchezza è da presumersi osservando la complessa ed ardita allegoria degli stucchi che decorano il parapetto della scala d’accesso alla cripta. Per il resto vi sono varie tracce d’affreschi dove furono aperte grandi finestre sulla parete sud, poi richiuse a fine ‘800, sugli intradossi delle monofore, in alto sulla parete a nord e sopra la stessa porticina settentrionale, su cui spicca un agnello.

 

stucchi del parapetto

 

Barelli, che iniziò una prima campagna archeologica nel 1880, dedicandosi allo scavo interno della basilica alla ricerca della chiesa originaria, non solo scoprì le fondamenta di un edificio cui non seppe attribuire una origine ed una destinazione certa, ma sostenne che vi fosse, a sud, una scala simmetrica d’accesso alla cripta e la ricostruì [124]. Ciò che non poté fare fu restituire la splendida decorazione plastica che avrebbe ornato il parapetto della scala, così come invece rimane accanto alla parete settentrionale.

Il parapetto che difende il vano scala è all’esterno completamente lavorato in stucco, ma questo non ha semplicemente una funzione decorativa, ma è espressione di un discorso teologico complesso che doveva svolgersi, fra affreschi e decorazione plastica sull’intero edificio. E ciò che rimane è semplicemente sorprendente e soprattutto originale. Il racconto iconografico, infatti, esprime, in tre quadri successivi, di fattura indubbiamente più antica delle decorazioni plastiche della cappella regale, una profonda riflessione culturale e teologica sulla realtà del mondo e dell’uomo che coinvolge una meditazione filosofica. Tale riflessione dà anche misura dello spessore intellettuale della vita del monastero.

Il primo quadro, costruito in una cornice di viticci in bassorilievo, mostra due animali, un grifone ed un leone che mangiano delle foglie che scaturiscono da un calice rituale. E’ la rappresentazione originaria del mondo, il caos iniziale in cui l’uomo [125] (raffigurato dal leone nella iconografia classica) ed il grifo alato (simbolo di entità e forze misteriose) convivono e si nutrono indistintamente di una vita indistinta, improduttiva e inconscia, che sgorga dalla fonte primitiva rappresentata dal calice. Questo non è un qualsiasi recipiente, ma un contenitore sacro, una patera [126], da cui solo può essere la radice della vita.

Nel secondo quadro, la vita si trasforma attraversando una maschera, che in latino si dice persona, in altre parole essa si umanizza ed i leoni si nutrono dei frutti prodotti da questo processo. E’ l’umanizzazione classica della vita che passa attraverso la razionalità dell’uomo. Tuttavia anche questa umanizzazione non può bastare all’uomo per superare il vizio originario della sua umanità. Esso è figurato dal peccato originale sulla sinistra del quadro stesso: un serpente, attorcigliato su un albero, tiene nelle fauci una mela.

Solo l’ultima immagine rende concreto il senso di salvezza dell’uomo. I leoni non si cibano più del frutto della vite, ma del simbolo di Cristo, l’’Іχθύς , il pesce. Non solo. Essi, nutrendosi di Cristo, acquisiscono le ali, simbolo di spiritualità e si trasformano, nella parte terminale del corpo, in pesci. Essi dunque si trasformano in alter Christus, nella figura del cristiano destinato alla dimensione eterna. Metamorfosi totale, palingenesi [127] che non cambia solo l’animo dell’uomo, ma anche la sua esistenza e la sua figura. Con semplicità assoluta, in tre bassorilievi concettuali, l’artista-teologo ha sintetizzato la storia dell’umanità nella prospettiva cristiana e ci lascia solo immaginare quale dovesse essere la magnificenza e complessità intellettuale del messaggio offerto dall’intero ciclo di affreschi ed immagini plastiche all’interno della navata!

 

ciborio

 

Il pezzo artistico più rilevante della basilica, dal punto di vista plastico ed architettonico, è senza dubbio il ciborio [128]. Esso si innalza al centro del presbiterio rialzato da tre gradini di granito di ghiandone rispetto alla navata. Come del resto dell’edificio e delle decorazioni risultano molte le scuole di pensiero e le attribuzioni vanno dal X all’XI secolo, forse, qualcuno suggerisce, al momento stesso della permanenza in Civate dell’arcivescovo Anselmo III. Sarà, ma il suo carattere decisamente ottoniano e tedesco [129] avrebbero pur da ridire! E’ in ogni modo un monumento rarissimo di cui si ha un solo similare esempio in S.Ambrogio a Milano.

La differenza sostanziale con il suo modello in Sant'Ambrogio a Milano e forse quella dell'uso di materiali, più ricchi nel monumento milanese, e di una maggiore snellezza architettonica per quello civatese. Tale differenza è senza dubbio da imputarsi al fatto che tutto l'edificio di San Pietro al Monte è stato edificato solo con ciò che poteva essere trovato in loco [130], mentre la chiesa cittadina poteva contare evidentemente su risorse bene più ricche e diversificate. Il riferimento architettonico invece, in rapporto alla maggiore agilità della struttura del ciborio civatese [131], deve probabilmente intendersi come miglioramento dello stesso modello già eseguito in Milano.

È evidente che i capitelli e le colonne del ciborio sono stati rifatti con modalità e materiali molto diversi dopo il '600 [132]. Si nota, infatti, come i capitelli stessi siano in stile corinzio e rifatti in gesso. Anche le colonne sono state solo successivamente ricoperte con intonaco liscio, a differenza di tutte le altre colonne dell'edificio che sono invece lavorate.

Il ciborio infine é forse il completamento del discorso teologico che si svolgeva all'interno dell'intera basilica, sviluppando un tema teologico molto studiato ed elevato nei suoi contenuti iconografici. L’estro teologico che vi si esprime in una fitta trama di triangoli, tetragoni, cerchi e semisfera è ininterrotto.

Il frontone volto alla navata mostra, con rigida composizione in bassorilievo, la deesis di tipo occidentale [133], ovvero il Cristo morto in croce, affiancato dalla Madonna e da San Giovanni, rispettivamente simboli della Chiesa e dell’umanità, mentre in alto, accanto al capo di Cristo, due faccine, il sole e la luna, simboli dell’intero universo, rendono universale l’avvenimento. Sul pennacchio svetta l’aquila, simbolo del potere imperiale tedesco a conferma dell’appartenenza del monastero [134].

A nord è rappresentata la scena successiva: la Resurrezione. In essa tuttavia non appare il Cristo, ma i segni del grandioso evento. Due piccoli soldati custodiscono un sepolcro chiaramente vuoto, mentre le pie donne accorrono e l’angelo annuncia loro l’avvenimento [135]. Da notare che le lance dei soldati e le funicelle del turibolo delle donne sono in affresco, sottolineando ancora una volta l’intreccio fra ornamento pittorico e plastico, unito alla cornice architettonica del quadro [136].

Ad ovest si può invece riconsiderare l’immagine della dedicatio, già osservata sull’ingresso. Qui tuttavia il Cristo è rappresentato in trono, con a fianco San Pietro e San Paolo che si inchinano nel ricevere i sacri simboli. Il trono è decorato con una serie di fori che qualcuno azzarda fossero un tempo impreziositi da pietre dure [137]. Sarebbe stato l’unico segno ostentato della ricchezza del monastero. Nessun documento induce a sostenere questa tesi e forse essi non sono altro che un semplice ed elementare abbellimento plastico.

A sud è riprodotta l’icona della mandorla sostenuta da due angeli, mentre al centro di essa il Cristo Pantocrator è rappresentato nel gesto benedicente, mentre la sua sinistra tiene un volumen, il libro della parola di verità.

L’interno del ciborio esprime la simbologia del cerchio e del quadrato in intersezioni tridimensionali, trasformando il cerchio in sfera ed il tetragono in parallelepipedo [138]. L’insieme architettonico è completato dalla decorazione pittorica che alterna la lavorazione plastica in stucco dell’esterno. Sopra i capitelli quattro angeli sorreggono la semisfera con la destra, mentre dalla loro mano sinistra si alzano delle piume foggiate ad ali, simboli di spiritualità celeste. Sono i quattro angeli descritti dall’Apocalisse che liberano i venti [139]. Nella semisfera un agnello al centro è circondato da diciotto figure umane, i beati, di cui otto in veste bianca e dieci con un mantello di porpora sulla veste candida. L’ipotesi interpretativa del numero dei beati converge nel definire le due cifre corrispondenti alla ι (ióta) ed alla η (éta) della numerazione greca. Le due lettere sono le iniziali della parola ‘Іησõυς (Iesus). Ma il dieci e l’otto [140] potrebbero essere i simboli numerici di 10+4+4, una singolare interpretazione del numero 144, riferito ai centoquarantaquattromila segnati di cui si parla nella visione celeste dell’Apocalisse, “di cui una parte ha lavato le sue vesti nel sangue dell’Agnello [141]. Eppure il dieci e l’otto sono anche i numeri che precedono e seguono il 9, vale a dire il numero della perfezione della perfezione, identificabile con la figura dello stesso Agnello, cioè il Cristo che col suo sacrificio ha compiuto la Redenzione. E forse queste sono solo alcune delle possibili interpretazioni simboliche racchiuse nei segni del ciborio e di cui la cultura medioevale era ricchissima!

L’insieme architettonico del ciborio si completa con la figurazione plastica del tetramorfo [142] rappresentato sopra i capitelli rifatti. Essi sono un esempio di perfezione artistica nella loro delicatezza e suggestione figurativa, ma anche una curiosa testimonianza della cultura del tempo [143]. Se, infatti, si osserva l’immagine del leone, si scopre come esso sia espressione derivata più da una interpretazione dei bestiari altomediovali, che da una riproduzione naturale. Il leone qui, privo del suo segno più caratteristico che è la criniera, è piuttosto simile ad una cane mastino che spalanca le fauci minaccioso. Nell’alto medioevo s’era persa ovviamente, in questi territori, la conoscenza diretta delle fattezze dell’animale, conoscenza che ritornerà invece dopo il mille, e questo è ciò che ci rivela involontariamente l’artista che doveva appunto appartenere a questa regione o, ancor più realisticamente, ai territori tedeschi d’oltralpe.

 

cripta

 

La cripta [144] si apre sotto l’abside orientale della chiesa ed è senza dubbio la parte più antica della costruzione. Vi si accede scendendo una scala posta lungo la parete nord dell’edificio e protetta dal parapetto lavorato in stucco. Di questa lavorazione si vedono ancora frammenti di cornice al suo inizio. Forse essa aveva una scala gemella e simmetrica sull’altro fianco della basilica [145].

L’ambiente della cripta è suddiviso in tre navatelle con soffitti a crociera da due serie di colonne che, un tempo, erano completamente lavorate in stucco [146]. La strettezza dell’ambiente, che facilitava il continuo addossarsi ad esse delle persone, e l’umidità presente, in mille anni hanno completamente distrutto la copertura delle stesse, lasciando scoperti i torsi delle colonne in serizzo ghiandone. Al di sopra di esse, restano frammenti dei capitelli in stucco rossastro lavorato a foglie e viticci in modo semplice [147].

Anche per il resto della cripta era stata preferita la decorazione plastica [148]. In effetti, questa era utilizzata soprattutto come cappella hiemalis [149], o durante l’officiatura notturna cui i monaci dovevano ottemperare, dal momento che lo spazio esiguo, la minor dispersione del calore umano generato dai presenti e le caratteristiche tipiche di una cantina, più calda durante l’inverno, mitigavano meglio i rigori del freddo. Doveva quindi essere suggestivo l’intreccio di chiaroscuri, luci ed ombre in movimento continuo creati dalle lampade e dalle torce nella semioscurità. I bassorilievi degli stucchi dovevano assumere mille forme e prospettive diverse e fantastiche in tale atmosfera surreale [150].

La decorazione delle pareti, purtroppo, ha subito per la maggior parte la sorte delle colonne. Rimangono tuttavia alcune decorazioni nella parte absidale. A sinistra dell’altare, appare ancora una porzione della scena della presentazione di Gesù al tempio [151]. La profetessa Anna e Simeone accolgono il bambino con un drappo posto sulle mani. Al centro un cippo, che vuole ispirare l’idea di un altare ebraico, è la riproduzione di un’ara sacrificale romana. Sullo sfondo si mostra l’architettura del tempio nella sua interpretazione medioevale: tetto a capanna, monofore ed una lanterna sulla cuspide.

Dietro l’altare si riconosce in basso la deesis occidentale [152], col Cristo in croce affiancato da S.Giovanni e la Madonna. Il racconto segue qui fedelmente l’interpretazione evangelica. Due piccoli soldati stanno inframmezzati ai personaggi maggiori: uno un tempo reggeva una lancia e l’altro una canna sulla cui cima una spugna inzuppata di vino e aceto era offerta al Cristo morente. Lo si intuisce dal secchiello che regge con la mano sinistra. La figura di Cristo è la più rovinata a causa di un incendio di candele [153] avvenuto a fine ottocento e del continuo sfregare dei paramenti sacerdotali del celebrante. Sopra, nella lunetta separata da una semplice cornice a foglie, è presentata la Dormitio Virginis con l’Assunzione [154]. La Madonna è stesa su un letto dormiente al centro della figurazione. Tutt’attorno stanno gli Apostoli col Cristo distinto da un’aureola crociata, il libro della parola ed il gesto benedicente. Un baldacchino copre la parte sinistra della scena e su di esso è costruita la Città Celeste con estrema sinteticità, mentre a destra due angeli sorreggono su un piccolo drappo una testolina che viene portata in cielo. E’ la raffigurazione medioevale dell’Assunzione della Vergine. L’intera scena si stende fra due colonne quadrangolari su cui restano quasi intatti gli ornamenti floreali in stucco ed in cui si riconosce coerente l’influenza dell’arte carolingio-ottoniana. Essa è senza dubbio più vicina all’espressione figurativa irlandese che non a quella paleocristiana o bizantina.

La cripta però non era stata sempre così in penombra anche durante il giorno. Prima della realizzazione esterna del pronao e dello scalone che gli hanno tolto tanta luce nell’XI secolo, il sole poteva liberamente penetrare dalle piccole monofore. Per questo, proprio nella sua parte meridionale la pittura aveva avuto il sopravvento nella decorazione originaria. Una serie di personaggi maschili e femminile affiancavano la luce del sole, celebrando ed esaltando proprio i riti della luce, simbolo di Cristo e della grazia. Tali personaggi ancora oggi permettono di riconoscere i loro caratteri: essi portano ognuno una torcia accesa da cui pende un tondo contenitore d’olio. Tra essi, una Sancta Agnes [155] dai tratti finissimi, dalle incredibili sfumature interpretative e cromatiche che si attenuano leggere nell’armonia delle proporzioni figurative racconta ancora oggi, nella sua eccezionale bellezza, la maestria, e la perizia, l’amore e la fede degli anonimi artisti-decoratori, che qui hanno lavorato in secoli così remoti.

 

oratorio di san benedetto

 

La struttura architettonica dell’oratorio di San Benedetto sembra, a prima vista, staccarsi completamente da quella della Basilica di San Pietro al Monte e non solo per le sue ridotte dimensioni. In realtà, un più attento esame dell’insieme fa scoprire che anch’esso è fondamentalmente legato agli elementi che richiamano il romanico lombardo già ricordati [156]: il tetto a capanna [157], la navata ad aula romana, il presbiterio individuato da un’abside semicircolare ed i caratteristici elementi ornativi degli archetti pensili. Gli elementi che si discostano maggiormente dalla struttura principale sono le due ‘absidi’ semicircolari che, all’interno dell’edificio, si scoprono essere invece due bracci semicircolari di un singolare transetto [158]. Altre differenze che sottolineano la realizzazione posteriore dell’edificio sono la migliore qualità dei conci costruttivi e la decorazione a denti di coda di drago che si pongono fra le ardesie del tetto e gli archetti pensili a distinguere la parte esterna dell’abside.

Dall’interno la visione appare ancor più caratterizzata da elementi innovativi. Anzitutto si nota l’esiguità cui è ridotta la navata che sembra scomparire di fronte al grande spazio creato fra essa, il presbiterio alzato di un gradino ed i due bracci semicircolari di un transetto. L’insieme ha il carattere quasi di una sperimentazione, di una ricerca architettonica di nuove proposizioni costruttive, sottolineate anche da quello che appare un assurdo. Dalla parte centrale del transetto si elevano quattro colonne composite [159], di cui quella centrale tondeggiante, inserite nei fianchi dell’edificio, che non trovano giustificazione nella loro parte terminale. Infatti esse non sostengono assolutamente nulla. In verità, originariamente, esse lasciano supporre che avrebbero dovuto, nella mente del costruttore, reggere una volta costolonata od una cupola di grandi dimensioni, che in realtà non fu mai costruita  [160].

I motivi di tale rinuncia possono essere diversi: incapacità tecnica, mancanza di fondi, avvenimenti storico-politici che ne consigliavano l’abbandono… Ovvio che qui, lo scorrere della storia dell’XI secolo, coi suoi continui improvvisi ed imprevisti cambiamenti, si intreccia ad una sperimentazione architettonica non comune per allora. La cupola o grande volta era di dimensioni notevoli e la sua realizzazione, in un luogo così isolato sulla montagna e lontano da grandi centri, poteva far ritenere incauto l’impiego dei fondi necessari all’impresa. Del resto, anche la fine del secolo vedeva ben presto chiudersi le imprese e la presenza di un personaggio importante come Arnolfo III nel monastero di Civate. La finitura con un semplice tetto a capanna deve essere quindi apparsa la più consona. Anche se gli autori se ne vergognavano un po’, tanto da nasconderla con una contro soffittatura in legno, di cui rimangono le tracce degli inserti, cioè con un elemento rarissimo all’epoca.

E l’oratorio è rimasto da allora anche completamente spoglio. Le pareti un tempo completamente intonacate, infatti, non recano traccia di decorazione pittorica o plastica rimarcando ancor più la contrapposta ricchezza di San Pietro. In essa comunque rimane un pregevole altarino decorato su tre fianchi. Su quello centrale è figurata una deesis di tipo orientale o bizantina. In essa infatti, a differenza delle due deesis già presenti sul ciborio della basilica e sulla parete centrale della cripta, il Cristo è risorto e si erge nel gesto benedicente e col libro della parola fra Maria e San Giovanni. Il volto del Cristo e gli occhi dei due santi sono stati nel tempo rovinati dai fedeli. Sul fianco sinistro dell’altare una immagine di San Benedetto chiaramente dichiara la sua identità e la sua santità. Su quello sinistro invece è rappresentato Sant’Andrea. Il santo aveva dedicato nella penisola di Isella uno degli oratori certo più antichi appartenenti al monastero.

La deesis orientale e la presenza di Sant’Andrea tuttavia ricordano un altro aspetto importante. Entrambe sono immagini simboliche legate al ‘dopo morte’; Sant’Andrea è anche il terzo santo delle litanie funebri, dopo San Pietro e San Paolo, già ricordati a loro volta nella dedicatio della basilica montana. Tutto ciò suggerisce che l’oratorio non solo abbia avuto una funzione di sostituzione della cripta come cappella hiemalis, ma fosse utilizzata come cappella funebre. I resti umani che sono stati esumati nel prato all’intorno fanno infatti supporre che proprio lì fosse collocato il camposanto del monastero.

Un’ultima traccia di affreschi è visibile sulla parete dietro l’altare. Questi affreschi non risalgono però al momento della costruzione e decorazione di san Benedetto. Essi sono i resti di una icona che rappresentava la crocifissione, realizzata fra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 su indicazione prima di Carlo Borromeo e quindi del cugino Federico Borromeo arcivescovi di Milano. E’ una indicazione annotata negli atti di visita di quegli anni, comune anche a tutte le altre chiese. A fine ottocento, il Barelli, che fu uno dei primi restauratori di San Pietro al Monte, si accorse che per la sua realizzazione era stata chiusa una monofora delle tre che decoravano e davano luce all’abside. Semplicemente l’ha riaperta eliminando quasi tutto l’affresco [161]!

 

resti del monastero

 

            Sono molti coloro che hanno cercato nei secoli notizie attorno a San Pietro al Monte e non solo nei documenti, ma anche compiendo scavi archeologici, sia all’interno della basilica e di San Benedetto, sia nel cortile che affianca la chiesa e nel grande prato che la circonda. Purtroppo, se i documenti furono in parte bruciati ed in parte dispersi durante l’occupazione francese di fine ‘700, ben poco rimane anche fisicamente del monastero originario.

Sotto il cortiletto diversi resti di epoche successive indicano dove realmente era costruito il monastero, esiguo nelle parti abitative come i castelli altomediovali e completamente addossato alla parete nord della basilica, costituendo un corpo unico e massiccio con essa. Il suo insieme doveva cioè costituire una fortezza compatta, impenetrabile, in grado di resistere per qualche tempo ad eventuali attacchi esterni. Tale doveva essere l’idea costruttiva originaria dei tempi longobardi e tale deve essere stata la sua funzione anche nei secoli successivi, fino alla sua demolizione nel 1176, avvenuta proprio per l’uso militare che se ne poteva ancora fare e che se ne era fatto a sostegno delle armate del Barbarossa. L’edificio continuava probabilmente, avvolgendo l’abside occidentale, fino ad una torre campanaria che crollò il 27 dicembre del 1757 [162].

La casa ora esistente e alzata di un piano nel secolo scorso [163] sulla costruzione originaria ad un solo piano rimediata dopo la distruzione del monastero, fu abitata stabilmente solo sino all’inizio del ‘600 e testimonia, nella sua parte più antica e profonda, le sue origini disposte su contrafforti che poggiano direttamente abbarbicati sul fianco della montagna.

Sul lato sud della basilica alcuni ruderi illudevano sulla possibile presenza di un più vasto monastero. In realtà essi sono solo i resti di stalle citati in documenti più tardi ed il grande prato che da lì si estende non presenta alcun resto di costruzione. Esso doveva essere, anche se entro delle mura, una parte coltivata del monastero destinata ad integrare i frutti del bosco e della caccia oltre alle provviste offerte ai monaci dai pellegrini. Questo perché un monastero più grande a valle, già prima del mille, doveva aver affiancato l’eremo sulla montagna. E’ il monastero ancor oggi visibile al centro del borgo di Civate, abitato anch’esso per secoli fino alla fine del ‘700 ed anch’esso parte di questa storia  e della sua bellezza: il monastero di San Calocero [164].


 

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Iscrizioni

 

  1. Sopra l’arco del portale d’ingresso : INTRA(RE) IVBE DONATOS MVNERE CVLPE : iuSTITIE (P)O(R)tAS PETRO PAVL(OQVE D)iCATAS
  2. Sopra  S.Pietro: tu es chRISTVS FILius… DICO Tibi tV ES PETRVS eT SuPEr … AEDIFICABO … (I) AM  …BI DABO CLAVEs
  3. Sopra il portale all’interno: (AB)RAHAM PATER MVLT(AR)um GENTIVM
  4. Sull’arcone sopra la lunetta: SPES FIDES chARITAS
  5. Sugli archi che sorreggono la volta della Gerusalemme Celeste: (H)…C VRB(S) (S).(E)…TO RVT(IL)AT VARIATA SMARGADO MARMORIBVS VIVIS PREC(L)ARIS ATQVE SAPHIRIS / …IB: (AC) VETERVM PATRVM (F)V(N)dATA NOVORVM ANGELICIS PORTIS RECLVDITVR VNDIQVE IVSTIS / VISIOQVE AETERNA PACIS VIRTVTE QVADRATA / E CAELO VENIENS SPONSO SOTIATVR ET AGNO DE PEDE SV(O) SVIVS FONS VITAE NACITVR VNVS / QVATTVOR IN TOTVM DIVISVS PERFLVIT ORBEM Y CHRISTE
  6. Ai quattro angoli della Gerusalemme Celeste: PRVDENTIA IVSTITIA FORTITUDO TEMPERANTIA
  7. Sotto le mura della Gerusalemme Celeste: .R. .P.  IASPIS / .(S). .P. SAPhiRVs / .I. .A. CALCEDONIVs // (L.) .I. SMA(R)aGduS / .I. .I. (SA)R(DON)ix / .Z. .P. SA(R)DIVS // N B CHRySOlithVs / .D. .M. b(ERIL)I(VS) / (.G.) .T. (TO)P(ASSVS) // .A. (.I.) CHRISOP(R)ASSVS / .I. .S. IACINTVS / (P) .T  AMETHISTus
  8. Sul libro nelle mani di Cristo: QVI SITIT VENIAT
  9. Accanto a S.Marcello: …ARCELLVS  …AP… / AC(C)eDITE FILII ET INLVMINAMINI ET SABO …TR(I)… ESVRAS
  10. Accanto a S.Gregorio: SANCTVS GREGORIVS / VENI(T)E FILII Aud(ITE) ME TIMOREM DOMINI DOCEBO VOS
  11. Accanto ai personaggi che rappresentano i fiumi: TIGRIS EVFRATES fisoN GEON
  12. Accanto ai simboli degli Evangelisti: IOHS EVG. LVCAS EVG. mATeus EVG. MARCVS EVG.
  13. Sulle tracce d’affresco dedicato a S.Giacomo: HeROD(I)S Q.(T) AGRIP  (A)RISTOBOLI FILIVS / …(AL)… (FRAT)… (NI)
  14. Sull’arco che separa l’absidiola: (V)...TTV…S. R…TVR SA… (ALE)NDUS : ET GEMINE LEGIS SACRIS SVBNECTITVR ALIS
  15. Sul grande affresco della Parusia: H(E)C (PARI)TVRA DOLET GENITI SED MVNERE GA(V)DET  Q(VAE) SO(R)t(I) …E DRACO .. (D)I…R(IS) MORT(IS) AMATOR AD DOMINVM RAPTVS PATRIA IAM SEDE  LO(C)… S…REGNAT IN EXCELSIS  DEIECTUS INDE SVPERBIS: CVM QVIBUS (EST ARSV)S MICHAELIS CVSPIDE FOSSVS: D(EMONI IBI V)ICT(IS  …EC) VOX SV…  //  (O)N(V)… i(MP)eriV(S A)TQVE POTESTAS  //  (D)eVS (NO)steR I(M)PE… D(I).. PER SECVLA NOSTRI  //  (HOC RE)SO(NAN)TI (HYM)NIS T(E)L(L)V(S  …E… S…)C(VS   …ORBIS)  // SOL  LVNA  DRACO
  16. Nella fascia sopra i santi:PatriARce P(R)oph(ETE) APO(S)TOLi et evangeliste M(A)RTIres pontifices …. AnacHORETE
  17. Nella fascia sottostante: …A(R).S.(IM).I (IAT MER)ITIS (ET) PO(ENA) C(ORONATI) .(O)…N…(AR)ITE(R) COLIT(VR) (Q.I I)
  18. Sopra gli angeli: (A)NGELI AR(CH)ANGELI THR(O)ni DONIN(A)tiones VIRTVTES PRINCIPATVS (POTESTATES)
  19. Nella fascia superiore: S(ERAPHIM)  C(HE)rV(BIM)
  20. Nella fascia inferiore: ENITET HOC T(EM)P(LVM) MICH(AELI)S …(S) .ED(ICATV)M ANGELICA PARITER TOTA VIRTV(TE R)EFERTVM
  21. Sugli archi: SPIRITVS ECCE TV(BIS S)e(PT)ENO PERTONAT ORE / ECCLESIAE VARIOS CONFLICTVS ATQVE LABORES / HOSTES ANTIQVOS SCELERIS CVNTIQVE MINISTRO(S) / QVA NOS COMENDET FOVEAT DEVS ATQVE (R)E(F)ORM(E)T
  22. Sul frontone est del ciborio: (SOL )/ LVNA / CERNIT ADDICTI MORTI …ERE CHRISTVS MORS SVPERAT MORTEM VENIAT (REGNA)NTE PER ORBEM
  23. Sul frontone nord del ciborio: MARIA MAGDALENAE MARIA IACOBI ANGELVS / ANGELVS HEC PRIMI… / VERE / CHRISTVS N…E …MERE
  24. Sul frontone ovest del ciborio: PECCANTES VINCLIS ABSOLVE CLAVIBVS ISTIS
  25. Sul frontone sud del ciborio: SACRIS SP(IRITIB)VS FERTVR SVPER PER AETEREM SIC VENIET MVND(I) IVDEX IN FINE TREMENDVS
  26. All’interno del ciborio: DNO PRO(HIB)E(T)E CI…(ST)TAM / QVAT…OR MI…S / NITORE QV…OR / …(A)E NOCERE // HI VENIVNT AGNI STOLAS IN SA(NG)VIN(E) LOTI ANTE DEVM PALMAS (E)X (OM)NI GENTE FERENTES …  siMPLEX TVRBA DEVM COmiTATVR SEMPER ET AGNVM QVE LICVIT NV(L)LIS CAN(ENTE)S … CANTICA PLEC(TR)IS
  27. Sulla presentazione al tempio in cripta: SVPPLEAT VT VETEREM NON VENIT SOLVE(RE) LEGEM  (F)ILIVS (EC)
  28. Sull’altarino di San Benedetto: SANCTA MARIA IESVS CHRISTVS (IHS XPS)  (EG)O sum luX muN(D)I  SANCTVS IOHANNES BAPTISTA  // (S)ANCTVS ANDREAS  //  BENEDICTUS SANCTVS  EGO SVM BENEDICTVS ABAS

 

note

[1] Uno studio particolareggiato è stato fatto da CORNAGGIA CASTIGLIONI O., La Cultura di Civate: una nuova "facies" arcaica della Civiltà eneolitica della Lombardia, pubblicato nella rivista NATURA della Soc. Sc. Nat. del Museo Civ. St. Nat. e Acquario Civ. di Milano, n.62/1 del 15.III.1971. In esso, oltre ad una descrizione della "cella funeraria" risalente dall'età del rame all'epoca volgare, si esaminano le incisioni parietali ed i reperti stratigrafici dei vari periodi, tra cui, oltre ad una moneta romana risalente all'imperatore Gallieno, un "antoniniano", reperti d'industria litica, in metallo ed osso, oggetti di adorno, resti di ceramiche e faunistici.

[2]  L’età eneolitica è detta anche calcolitico e copre un periodo che va dal IV millennio a.C. nel Vicino Oriente e nel III millennio a.C. in Europa. I manufatti erano ancora per lo più di pietra, ma alcuni (asce, pugnali, alabarde, lesine…) erano di rame puro o in lega di rame-arsenico. In Europa vi furono migrazioni di popoli e nuovi complessi culturali. Prevalente la società patriarcale e guerriera con economia pastorale. Si diffuse il carro trainato con i buoi e l’aratro. Si ebbero influssi dall’area delle steppe nell’Europa centrale e fino ai Paesi Bassi, forse dovuti a migrazioni indoeuropee. I principali fenomeni sono documentati dall’arte rupestre in Valcamonica a partire dal III millennio a.C. Cfr. LA NUOVA ENCICLOPEDIA UNIVERSALE GARZANTI, Garzanti, 1987 e successive.

[3]  La presenza dei Camuni è testimoniata soprattutto dall’arte rupestre di Capo di Ponte e Luine. Le incisioni, che vanno dal neolitico all’età del ferro, raffigurano simboli solari, armi, scene di caccia, di lavoro, di culto. I Camuni vennero sconfitti definitivamente dai romani nel 16 a.C.

[4] Del monte Cornizzolo-Pedale parlano nelle loro opere storici come Plinio il Vecchio e cartografi del ‘600 come Aragone Aragonio nelle sue mappe. Giovanni Segantini ha ripreso nei suoi quadri più scorci di questa montagna e Lauretta Carpani, presidente del CEDAL di Pusiano, documenta come nel 1482 Leonardo si sia ispirato per gli sfondi della Vergine delle Rocce ai chiaroscuri sottili e vibranti di questa montagna.

[5] A completare queste tracce d’una età tanto lontana si aggiungono pure alcuni elementi sinora ancora quasi  inesplorati. Risalendo infatti la stessa costa montana, sul sentiero che s’arrampica impervio, tra quello di Linate e quello per San Pietro al Monte, verso “le corde”, si incontrano, ad una trentina di metri dallo stesso punto di riferimento, una coppia di steli tozze e massicce, una specie di rozzo “portale” che introduce il viandante al poggio su cui, successivamente nei secoli più recenti, sono stati collocati i tralicci a sostegno delle funi d’acciaio utilizzate dai contadini al momento della fienagione e del taglio dei boschi. Lo spiazzo, invidiabile punto d’osservazione e di vedetta, domina un paesaggio stupendo affacciato su due bacini lacustri oggi quasi completamente divisi dalla penisola di Isella: il lago d’Oggiono e quello d’Annone. A destra dello stesso poggio, attraverso altre due steli litiche, di cui quella di destra probabilmente naturale, si accede ad un piacevole pianoro riparato, denominato “prato rossino”, racchiuso a difesa fra basse muraglie di pietrame. Il luogo, che forma una piacevole conca erbosa, era ideale per la collocazione di un piccolo insediamento umano di capanne o “casotte”, i tipici rozzi ripari in pietra costruiti a secco e per lo più ricoperti da uno strato impermeabile di zolle erbose, imitati per millenni nella loro struttura architettonica come nell’uso funzionale ed ancora presenti qua e là sui pendii della nostra montagna. Le steli, grossolanamente ma evidentemente sbozzate dall’uomo, hanno la forma e le dimensioni di piccoli “menhir  ”. Strordinaria è la posizione stessa delle coppie di steli. Rispetto all’insediamento umano di “prato rossino”, le prime, a livello inferiore, sono infatti rivolte ad est, verso il sole nascente. Quelle d’ingresso all’insediamento vero e proprio sono volte invece al sole di mezzogiorno. Una coppia identica di steli, a completamento della triade, si trova infine come portale d’accesso alla zona del “Buco della sabbia”, già ricordato nella sua funzione originale di grotta funeraria, rivolte ad occidente, verso il sole che muore. Allo stesso luogo si giunge da  “prato rossino” attraverso un sentiero diretto ancora oggi praticato.

In una dimensione di primitivo culto solare, l’interpretazione della simbologia immediata richiama, nella particolare collocazione e configurazione dei manufatti, i tre momenti fondamentali della vita: la nascita, volta all’immagine del sole nascente, la maturità, nel mezzogiorno solare, e la pienezza dell’esistenza, la morte, cui è destinato ogni essere vivente, con il tramonto solare.  La venerazione del sole come astro generatore della vita è abbastanza comune nelle società primitive[5] e non è sorprendente che tale espressione di religiosità naturale fosse comune anche a questi primi abitatori del nostro territorio.

[6] I Liguri sono una popolazione di origine incerta, stanziato in età preistorica fra Magra, Po, Alpi Marittime e Tirreno. La loro lingua, il ligure, è un dialetto indoeupeizzato, in età pregallica simile alle lingue celtiche, da cui fu influenzato profondamente. Vi sono documenti frammentari in brevi iscrizioni, dette leponzie ( sec. II e I a.C.), ritrovate nelle zone dei laghi Maggiore, Como, Lugano e in Val d’Ossola.

[7] Alla lingua ligure l’Olivieri fa risalire il termine clav, per ‘pala o roccia sporgente’ da cui deriverebbe il nome primitivo di Civate, anche se ammette l’estrema discutibilità di tali attribuzioni, come avviene anche per la denominazione Adda, per alcuni stu­diosi ligure, per altri etrusca. Più tardi i retici inserirono altri termini nella topono­mastica, di cui si può ricordare nelle vicinanze nava, per ‘conca’ ed au­cia, per terra arativa, cinta di fossati, da cui Olginate e Olgiate. Cfr. OLIVIERI D., Dizionario di Toponomastica Lombarda, ed. Caschina, Milano, 1961. p.14

[8] Gli Etruschi furono un popolo di origine non indoeuropea, stanziatisi verso l’VIII secolo a.C. in una regione tra il Tevere e l’Arno, il Tirreno e gli Appennini. Fondarono città importanti come Veio, Volterra, Cerveteri, Chiusi, Fiesole, Arezzo, Tarquinia, Vulci, Volsinii, Felsina, Vetulonia, Perugia e Nocera. Abili navigatori e pirati, conquistarono anche la Corsica, finchè furono sconfitti dai Sanniti, dai Galli a nord e definitivamente dai Romani.

[9] I Celti, nome di origine greca, sostanzialmente identificabili con le tribù galliche, appartengono ad una comune famiglia linguistica indoeuropea ed estesero la loro influenza su quasi tutta l’Europa occidentale. Apparirono per la prima volta durante il II millennio tra l’attuale Baviera e la Boemia. Nel I millennio si diffusero dalla Spagna alle isole britanniche ed al nord d’Italia. I Celti, abili lavoratori del ferro cui si deve la loro forte espansione, controllavano le principali vie di comunaicazione europee sul Danubio, il Reno ed il Rodano. Nel 380 aC. si spinsero sino a saccheggiare Roma. Si stanziarono in Italia verso il V sec. A.C.

[10] Originariamente il nome doveva essere di lingua celtica e provenire dalla radice 'bar o ber ', molto diffusa nella zona. Da essa ad esempio deriva pure Barra e Barro, probabilmente anche Bergamo. BORGHI A., Appunti sulla Storia di Lecco, ed. Beretta, Lecco, 1975, p. 6, attribuisce ad essi il significato di 'altura' o 'recinto'. OLIVIERI D., nel suo Dizionario di Toponomastica Lombarda, ed. Ceschina, Milano, 1961, alla voce Barra, ma non solo, sostiene la derivazione dal celtico barros , cioè 'sterpeto o cespuglieto'. Sembra però molto difficile attribuire tale significato a tutta la toponomastica locale, che vede un abbondantissimo uso della stessa radice. A Civate con tale radice si trovano ancora 'Bar - zegutta' (che forse è derivata dalla congiunzione del celtico bar con il latino sectus  o secutus , nel senso di separato o uscito fuori, dal momento che la località immette in uno stretto passaggio fra alte rocce che sbocca poi nella Valle dell'Oro) e pure ' Bar - oncello' (forse dal celtico baron  e dal latino cella, in cui si evidenziava la presenza, sull'altura particolarmente fertile, di una nicchia dedicata alla divinità della fonte attigua. Da lì transitava infatti la strada per Como). Vi è una località ancora sopra Valmadrera che conserva semplicemente intatto a tutt'oggi il toponimo 'Bar '. I romani probabilmente devono aver accettato senza cambiamenti il termine originario Baron , derivandone ' mons baronis ', ossia letteralmente' monte dello sciocco', fraintendendone (volutamente o per scherzo?) il senso. In altre località, sempre attigue al borgo, si ritrovano toponomastiche, come Faël e Faëe, le cui radici riportano al latino fanae , cappellette campestri dove i contadini deponevano le offerte alle divinità, o più semplicemente dal latino fagus, faggio. Cfr. V.LONGONI, "Oggiono antica pieve.", ed. Cattaneo, Oggiono, 1985., p. 27 e OLIVIERI D., in Dizionario ..., op. cit. alla voce Faédo.

[11] Mediolanum, fondata dagli Insubri nel 396 a.C., si trovava nel luogo dell’etrusca Melpum ( Plin., HN, III, 125). Cadde una prima volta temporaneamente sotto il dominio romano nel 222, poi definitivamente nel 194 (Polib., II, 34; Liv. V, 34; XXXIV, 46). Ottenne i diritti latini nell’89 a.C. e la cittadinanza romana nel 49 a.C.

[12]  Il Castrum Leucum divenne l'attuale città di Lecco, che fu centro fortificato non solo nel periodo romano, ma anche per molti secoli successivi. Per quanto concerne l'etimologia, in A.BORGHI e A.BENINI, Appunti sulla storia di Lecc, ed. Beretta, Lecco, 1975, p. 6, gli autori riprendono le varie tesi note, proponendo una derivazione di Lecco da Leuki , tribù celtica che ai tempi di Cesare era insediata in Francia, oppure dal termine indoeuropeo locas, lucus, lucos  per indicare campo/paese. Quanto all'identità del castello romano di Lecco gli storici sono divisi piuttosto fra l'attribuzione all'attuale quartiere Castello e la fortificazione nella zona di S.Stefano. Di esso parlano diffusamente A.BORGHI e S.DELSANTE in Castello, ed. Stefanoni, Lecco, 1967, dove a p. 7 si ricordano le attribuzioni di G.P.BOGNETTI, in S.Maria di Castelseprio , Milano, 1948, p. 141, poi in Storia di Milano , Treccani, II vol., p.21 e di E.GANDOLA, in Le antiche mura di Lecco , Lecco, 1936, P.6. Quanto alla presenza dei romani è certa per diversi reperti sia militari che civili ricordati ampiamente nelle opere sopra citate.  Lecco ebbe  soprattutto una funzione importante come baluardo contro i Reti, rifugiati sulle Alpi dopo la conquista romana del 189 a.C.; da qui essi preparavano incursioni che giunsero a incendiare la stessa Como.

[13]  GAIUS PLINIUS, Naturalis historia , lib. III, cap. XXIII. Plinio il Vecchio Gaio Secondo nacque a Como il 23 o 24 d.C. e morì, come narra il nipote Plinio il Giovane, sotto la famosa eruzione del Vesuvio a Stabiae, l'attuale Castellammare nel 79. Retorico e grammatico insigne sotto Vespasiano e poi Tito, ricoprì importanti cariche politiche e fu comandante della flotta a capo Miseno. La Naturalis historia  è un'opera enciclopedica che tratta  un po' tutto il sapere del tempo.

[14]  Del ponte romano che superava l'Adda verso Olginate rimangono i resti di alcuni piloni affioranti. C.f.r. Appunti sulla storia di Lecco , op. cit., p. 7. Interessante è anche verificare la tavola itineraria di PEUTINGHER ricostruito dalle testimonianze dell'Anonimo Ravennate del VII sec., in Itineraria romana , Lipsia, 1940. Tra gli studi più recenti V. LONGONI, in Monte Barro una gita nel tempo, ed. Consorzio Parco Monte Barro, Galbiate, 1988, pp. 16-17, cita A. PALESTRA in Strade romane nella Lombardia ambrosiana, Milano, 1984, che formula un tracciato così distinto i miliari da Como in questo tratto: "... miliario XI a N-W di Pusiano, XII a S/W di Cesana Brianza, XIII Suello, XIV Cariolo superiore, XV Civate, XVI Cascina Monte Oliveto di Sala, XVII Galbiate, XVIII Cascina Vignazza di Galbiate, XIX Garlate, XX Ponte di Olginate". A Civate, comunque, la strada romana passava da Baroncello verso il Pozzo e non da Cariolo, posto troppo vicino al lago ed in epoca romana ancora terreno paludoso. Più difficile è invece documentare con certezza la presenza di un ponte tra l'attuale Pescarenico e la zona Porto, dal momento che non esistono tracce supestiti. A.BORGHI, in Appunti sulla storia di Lecco , op.cit., p.7, ipotizza:" Le tombe trovate a Pescarenico e al Porto fanno pensare che un ponte attraversasse l'Adda pressapoco dove c'è ora quello della ferrovia di Como". Inoltre, del ponte di Olginate parla in modo ampio N.DEGRASSI in Il ponte romano di Olginate  e la strada da Bergamo a Como, in R.A.C. 1946, p. 5 ss.

[15]  L'etimo originario di Isella è facilmente deducibile. Non si sa comunque quando essa sia stata dapprima congiunta con una sottile massicciata alle falde del monte Pedale, su cui sorge Civate, ma il tracciato si presentava sino a qualche anno fa, prima della costruzione della superstrada, praticamente allo stato originario, allungandosi per breve tratto fra le canne della palude lacustre. La stessa Isella costituiva in questo modo un luogo ideale di difesa militare.

[16]  Cfr. A.T.SARTORI, Un longus pons sul lago di Annone , in Atti Centro Ricerche e Documentazioni sull'antichità classica, vol. VIII, 1975-76, p.553 ss.

[17] Questo termine significa letteralmente “raccolto” ed è quasi sempre usata nel senso di scorta di cereali cui provvedeva lo stato affinchè il territorio avesse un adeguato rifornimento degli stessi a prezzo ragionevole. Sotto la repubblica romana la cura annonae spettava agli edili. Più tardi venne usata direttamente per indicare un’imposta in natura. Oggi ancora l’annona indica l’organizzazione amministrativa che provvede al normale flusso al consumo di alimentari o di altri beni essenziali.

[18]  La linea difensiva creata dai romani è ampiamente conosciuta e documentata da tutti gli studiosi del territorio. Per una più completa conoscenza cfr. G.P.BOGNETTI, in S.Maria di Castelseprio , Milano, 1848 e G.P.BOGNETTI e C.MARCORA, in L'Abbazia  Benedettina di Civate , ed Casa del Cieco, Civate, 1957 e 1985.

[19]  A.BORGHI, in Appunti  , op.cit. p. 15, ricorda anche " la rocca della Chiusa di Vercurago" tra le"mura e torri già antiche".

[20]  Cerere è l'antica dea italica del grano, il cui nome trae origine dall'osco Kerri; comunemente veniva identificata nell'antichità con Demetra, la dea greca della fertilità. Il culto di Cerere era associato a quello della Tellus Mater, come dimostra la sovrapposizione delle feste. Il più famoso culto di Cerere sull'Aventino, con Liber e Liberta, si riconduce alla triade del gruppo eleusino di Demetra, Kore e Iacco. Quanto a Demetra, dea greca del grano venerata in Grecia e nei territori del Ponto e dell'Asia minore, ella si identifica in Italia con Cerere. Le ultime due sillabe del nome indicano il termine "meter" (madre) e forse la prima sillaba viene da "Geo"(terra). Cfr. AA.VV., Dizionario d'antichità classiche, Oxford University Press, London, 1962, pp. 576-7, Vol. I. Dedicate a Cerere ed alle Matres, si trovano nelle vicinanze, a Beolco, due piccole are ricordatete già da G. Dozio in Notizie di Brivio e sua Pieve, Milano, Agnelli, 1858 e da C. Clericetti in Chiesa di Beolco , in Rivista Archeologica della Provincia di Como, n.10 dic. 1876.

[21] Il monte Pedale, mons Pedalis, oggi monte Cornizzolo, ha presumibilmente il significato di 'monte posto come piede' delle Alpi, perchè in effetti le sue propaggini sono le prime che si affrontano venendo da Milano sul tracciato che ora è percorso dalla superstrada Milano-Lecco.

[22]  Originariamente il nome doveva essere di lingua celtica e provenire dalla radice 'bar o ber ', molto diffusa nella zona. Da essa ad esempio deriva pure Barra e Barro, probabilmente anche Bergamo. A.BORGHI, in Appunti , op.cit., p. 6, attribuisce ad essi il significato di 'altura' o 'recinto'. OLIVIERI D., nel suo Dizionario di Toponomastica Lombarda, ed. Ceschina, Milano, 1961, alla voce Barra, ma non solo, sostiene la derivazione dal celtico barros , cioè 'sterpeto o cespuglieto'. Sembra però molto difficile attribuire tale significato a tutta la toponomastica locale, che vede un abbondantissimo uso della stessa radice. A Civate con tale radice si trovano ancora 'Bar - zegutta' (che forse è derivata dalla congiunzione del celtico bar con il latino sectus  o secutus , nel senso di separato o uscito fuori, dal momento che la località immette in uno stretto passaggio fra alte rocce che sbocca poi nella Valle dell'Oro) e pure ' Bar - oncello' (forse dal celtico baron  e dal latino cella, in cui si evidenziava la presenza, sull'altura particolarmente fertile, di una nicchia dedicata alla divinità della fonte attigua. Da lì transitava infatti la strada per Como). Vi è una località ancora sopra Valmadrera che conserva semplicemente intatto a tutt'oggi il toponimo 'Bar '. I romani probabilmente devono aver accettato senza cambiamenti il termine originario Baron , derivandone ' mons baronis ', ossia letteralmente' monte dello sciocco', fraintendendone (volutamente o per scherzo?) il senso. In altre località, sempre attigue al borgo, si ritrovano toponomastiche, come Faël e Faëe, le cui radici riportano al latino fanae , cappellette campestri dove i contadini deponevano le offerte alle divinità, o più semplicemente dal latino fagus, faggio. Cfr. V.LONGONI, "Oggiono ...", op. cit., p. 27 e OLIVIERI D., in Dizionario ..., op. cit. alla voce Faédo.

[23]  Cfr.  nota precedente.

[24]  La località oggi ha trasformato il suo nome in Cariolo. La derivazione è dal latino quadruvium. Cfr. OLIVIERI D., Dizionario..., op. cit. alla voce Carrobio.

[25]  La vallis deae orum o vallis deae oris, cioè "valle della dea della o delle sorgenti", che risale il Cornizzolo verso S.Pietro al Monte, oggi è divenuta 'valle dell'oro' dalla dizione volgare che con le note cesure in dialetto suona "val de (l)'or" (mentre forse più difficile è sostenerne la derivazione dal greco "òros " monte, anche se Artemide aveva in Grecia l'appellativo di Méter òrèia, Madre della montagna). Il riferimento alla divinità delle sorgenti, con l'uso del termine os, oris  nella sua accezione antica, derivata dalla radice di orior, sorgere, riconduce il riferimento alle Deae Matres  (cfr. anche le note seguenti) nel culto delle sorgenti o dei pozzi, che antichissimo e diffuso in tutto il mondo, nei suoi tratti essenziali è simile a quello dei fiumi. L'acqua corrente, specie quella che sgorga dalle viscere della terra, per la mentalità primitiva era animata e divina. Nell'antichità fu connessa al culto femminile di Artemide, confusa anche con le Ecate e Selene, che a Roma si identificò con Diana. Artemide, divinità di origine pre-ellenica, regna sulla terra, soprattutto le parti incolte, le foreste e le colline dove abbondano gli animali selvatici. La sua funzione di dea delle nascite e di donatrice di fertlità all'uomo e agli animali e della salute ai neonati la fa onorare dalla gente comune, che crea sulla sua figura miti di donne o ninfe rese madri. Essendo fonte di fertlità doveva essere a sua volta Dea Mater. Cfr. AA.VV., Dizionario d'antichità classiche, Oxford University Press, London, 1962, vol. I p. 214, vol. III p. 502.

[26]  Che vi fosse una sorgente od un pozzo persino davanti alla chiesa lo sostiene anche Cesare Cantù nelle sue Storie, quando parlando di S.Pietro ricorda come verso il 1870 una ragazza vi sia cascata dentro e vi sia rimasta per qualche giorno.

[27]  L'originale Vallis Mater agraria  è divenuta in seguito nei tardi documenti Vallis M.agraria , o Vallis M.agrera, anche se ha derivato l'attuale nome di Valmadrera da Vallis Mater-a, ossia dal termine mater nella ovvia trasformazione in 'madre'. OLIVIERI D., in Dizionario di Toponomastica Lombarda, ed. Ceschina, Milano, 1961, alla voce Valmadrera cita le due interpretazioni di A.Orlandi di Valmagrera , come valle dai magri campi e pure di Vallis Madraria , da una Materaria, luogo donde si ricava il legname.  La realtà locale non pare sostenere o aver sostenuto tali interpretazioni. La vallata era fertile e coltivata, non ricoperta da boschi, dal momento che le zone al di là del lago erano occupate da estese paludi di cui rimangono tracce evidenti nella toponomastica come per il Laguccio o Peslago.

[28]  Cerere è l'antica dea italica del grano, il cui nome trae origine dall'osco Kerri; comunemente veniva identificata nell'antichità con Demetra, la dea greca della fertilità. Il culto di Cerere era associato a quello della Tellus Mater, come dimostra la sovrapposizione delle feste. Il più famoso culto di Cerere sull'Aventino, con Liber e Liberta, si riconduce alla triade del gruppo eleusino di Demetra, Kore e Iacco. Quanto a Demetra, dea greca del grano venerata in Grecia e nei territori del Ponto e dell'Asia minore, ella si identifica in Italia con Cerere. Le ultime due sillabe del nome indicano il termine "meter" (madre) e forse la prima sillaba viene da "Geo"(terra). Cfr. AA.VV., Dizionario d'antichità classiche, Oxford University Press, London, 1962, pp. 576-7, Vol. I. Dedicate a Cerere ed alle Matres, si trovano nelle vicinanze, a Beolco, due piccole are ricordatete già da G. Dozio in Notizie di Brivio e sua Pieve, Milano, Agnelli, 1858 e da C. Clericetti in Chiesa di Beolco , in Rivista Archeologica della Provincia di Como, n.10 dic. 1876.

[29]  Cibele è la grande Dea Madre  dell'Anatolia, venerata col suo giovane amante, Attis, dio della vegetazione. Il suo principale centro di venerazione fu a Pessinunte in Frigia e il culto compare anticamente in Lidia, da cui la venerazione passò in Grecia dove fu associata al culto di Demetra. Dea della fertilità, guarisce anche dalle malattie e protegge il suo popolo in guerra. Dea della montagna (Méter òreìa, madre della montagna) è anche signora della natura selvaggia, simboleggiata dai leoni che l'accompagnano. Cfr. CATULLO, LXIII. Il culto di Cibele venne portato a Roma dall'Asia Minore nel 204, ma ebbe solo più tardi una particolare venerazione con riti primaverili di purificazione e con l'immersione rituale. Alcuni riti si celebravano nel 'pastòs', una camera sotterranea. Ad essi è legato il rito del taurobolium , diffusosi a Roma all'epoca dell'imperatore Antonino e da qui diffuso in tutto l'occidente e soprattutto in Gallia nel periodo di rinascita pagana del 370 - 390. Per il suo carattere agreste, il culto era particolarmente amato dai contadini e dalle donne. In questo rito il partecipante scendeva in una 'fossa' e veniva irrorato col sangue del toro o di un montone sgozzato sopra di lui (Cfr. A.C.PRUDENZIO, Peristephanon , X, 1011-1050 e M. YOURCENAR, Mémoires d'Hadrien , 1951). Il rituale pare ripreso dal cristianesimo nella formula di purificazione:" Taurobolio criobolioque in aeternum renatus ", anche perchè il culto fin dall'antichità comportava la fede nell'immortalità, perchè Cibele e Attis erano i custodi delle tombe e l'aldilà era originariamente concepito come la riunione con la Madre Terra; secondo successive testimonianze si credette poi che l'anima facesse ritorno col rito alla sua fonte celeste. Cibele era solitamente raffigurata in un sacello, con un cesto e in mano una patera e un timpano e fiancheggiata da leoni o con un leone in grembo. Cfr. AA.VV., Dizionario d'antichità classiche, Oxford University Press, London, 1962, pp. 408-9, Vol. I. Legami antichissimi assimilano l'immagine del toro alla fecondità della terra e dell'uomo e il suo sangue alla rinascita. Gli stessi Ittiti (II millennio a. C.), che si stanziarono nell'Anatolia, rappresentavano con tale immagine il dio della tempesta, che era garante della fecondità. Interessanti sono alcuni frammenti di testo rinvenuti su tavolette d'argilla, scritti fra il XV e XIII sec. a. C., ma risalenti all'inizio del II millennio, in cui si parla della scomparsa del dio della tempesta, Telipinu, con il conseguente deperimento di tutti gli aspetti della vita naturale. Per questo è la stessa dea madre che interviene. Ecco la traduzione del testo: " Il grande dio solare preparò una festa ed invitò i mille dei: essi mangiarono, senza poter soddisfare la loro fame, essi bevvero senza poter estinguere la loro sete. Il padre del dio della tempesta disse agli dei: 'Mio figlio non è qui, si è adirato e ha portato con sè ( la virtù della crescita). Ha portato via tutto quello che è buono'. I grandi dei, quelli meno grandi, l'aquila si misero alla ricerca del dio della tempesta, ma non riuscirono a trovarlo. Ormai disperato, il padre del dio della tempesta si reca a trovare il nonno (del dio della tempesta) e gli dice:' Chi dunque ha peccato e ha fatto perire la semente e seccare ogni cosa?'. Il nonno risponde:' Se non sei stato tu, nessun altri ha peccato ... Ora va alla ricerca del dio della tempesta.' Il padre del dio della tempesta si reca presso la grande dea madre e le dice:' Il dio della tempesta si è offeso; tutto si è seccato, la semente è perita e mio padre mi ha detto: 'E' colpa tua...''. La grande dea madre risponde:' Non avere timore ... Va, portami l'ape. Le insegnerò a cercare (il dio della tempesta)'. Il padre del dio della tempesta disse alla grande dea madre:' I grandi dei e quelli meno grandi l'hanno cercato e non l'hanno trovato. Ora andrà a cercarlo l'ape, ma le sue ali sono deboli e anche l'ape è debole ....'." (in A.DE BERNARDI, S.GUARRACINO, Storia e società I, Mondadori, p.111). Qui si interrompe il frammento, anche se successivi documenti del mito permettono di ricostruire il ritorno alla vita attraverso il versamento del sangue del dio della tempesta (il toro). Tale mito del rapporto tra morte e ritorno alla vita è riconducibile sia ai racconti biblici, sia al mito di Gilgamesh, di origine mesopotamica, che riporta la storia del diluvio universale e dell'arca su cui si rifugia il saggio Utnapishtim con la sua famiglia e gli animali. L'acqua e il sangue sono gli elementi sacrificali legati alla simbologia della morte e della vita.

[30]  Il gruppo delle Deae Matres compare principalmente nelle province celtiche e germaniche dell'impero romano, come testimoniano numerosi monumenti di culto rinvenuti nella Gallia Cisalpina, Narbonense, nella Gallia vera e propria, nella Germania inferiore ed in Britannia. Le Matres  sono generalmente rappresentate in triadi, su un baldacchino con in mano un cesto di frutta, simbolo di fertilità ed abbondanza. Le Matres proteggevano gli interessi delle donne e la sfera militare (campestres).  Il culto si diffuse principalmente fra le classi umili delle province, soprattutto tra il 100 e il 250 d.C. Cfr. AA.VV., Dizionario d'antichità classiche, op.cit., p.561. vol. II.

[31]  Si ricordi quanto già riportato:  fanae , cappellette campestri dove i contadini deponevano le offerte alle divinità, in LONGONI V., "Oggiono ...", op. cit., p. 27 .

[32]  Riferendosi alla località nei pressi di Milano, l'Olivieri sostiene la derivazione di Linate da linum o da Linus e quindi può essere altrettanto per la località omonima di Civate, anche se qui forse la radice è derivata da lineatus, allineato.  Borimina : forse da bar-imus, cioé al di sotto dell'altura, essendo ai piedi di Baroncello. Per il Pozzo, la derivazione non pare da puteus , ma piuttosto da potus , per indicare forse la possibilità di bere presso una taverna o un casolare. J.A. MacCalloc, nel suo La religione degli antichi Celti, a p. 45, sostiene che Borvo, Bormo o Bormanus era una divinità delle sorgenti.

[33]  Il termine fossatum  viene utilizzato ancora secoli dopo, come testimoniano i documenti dell'Archivio di Stato di Milano, Fondo religione, cart.37O1. In uno del 1461 si dice:"... que petia lacus presentis investiture capit a fossato...", in un altro del 1468,"... usque ad quondam fossatum sive terminum...".

[34]  cfr. V.GATTI, Abbazia benedettina di S.Pietro al Monte sopra Civate , Milano, 1980, p. 8-9.

[35]  Cfr. G.P.BOGNETTI, S.Maria , op.cit. p.52 ss., A.BORGHI, Castello, op.cit. , p.9.

[36]  Cfr. AA.VV, Scavi di Monte Barro, Comune di Galbiate-Como (1986-87), in Rivista Archeologica della Provincia di Como, 1990.

[37] Per una conoscenza più specifica delle notizie sul Barro, si consiglia la lettura del testo: Monte Barro, una gita nel tempo, di LONGONI V., edito da Cattaneo, Oggiono, 1988.

[38] Una folla di mortaio per la macinatura dei cereali è ancora visibile, inserita nel prato che fiancheggia a sud l'ingresso della basilica di S.Pietro al Monte. L'uso di questo tipo di macinatura, quasi rudimentale, è antichissimo ed è di origine orientale. Venne utilizzata a lungo nelle campagne anche in periodo romano e poi nel primo altomedioevale, data la sua semplicità e praticità anche per semplici gruppi familiari. Nel mulino a palmenti invece, due grandi macine unite da un perno e rotanti su una base tonda di pietra, erano mosse da più uomini o da animali aggiogati alle due estremità sporgenti del perno, oppure le macine erano costituite da due imbuti uniti per il collo e vuoti all'interno; esse poggiavano su un perno di pietra che aderiva perfettamente all'imbuto di base ed erano ruotate da animali o schiavi mediante un palo che attraversava l'imbuto superiore. Esempi di questi tipi di mulino si ritrovano  presso il 'forno di Modesto' a Pompei. La tecnica del mulino ad acqua risaliva già, come invenzione, alla scuola di Alessandria d'Egitto, nel III secolo a.C., ma come tante altre invenzioni tecniche non venne applicata che molto più tardi.

[39] L’attuale denominazione dell’estuario del lago di Annone è appunto Rio Torto, una storpiatura italianizzata del termine dialettale Torcsh, che indica appunto il torchio. Tali storpiature nella toponomastica non stupiscono. Altri esempi sono dati dalla Silva Diana, divenuta Stella Diana e dal Pruniosus, in dialetto Brugnius, divenuto Borgo delle Noci.

[40]  E' noto come da pagus  derivasse appunto il termine 'pagano', per identificare coloro che rimanevano nelle campagne legati alla religione tradizionale romana o addirittura celtica. V.LONGONI, in "Oggiono ...", op. cit., a p. 27, indica come derivazione il greco pagá, peghé = fons  (fonte), oppure pagós = tumulus, collis  (tumulo, altura).

[41]  Quanto detto nelle precedenti note giustifica l'ipotesi del processo di continuità che senza dubbio dovette esservi nel passaggio dai culti celtici delle deae Matres  ai culti romani dell'italica Cerere e quindi dell'anatolica Cibele, comunque entrambe sovrapposte al culto eleusino di Demetra come dea Mater che ne sintetizzava i caratteri originari. La presenza del culto di Cibele si capirà in seguito anche per la scelta orientale sostitutiva di S.Mamete e nella sua ideale identificazione con la stessa divinità pagana, oltre che coi già accennati riti di purificazione legati alla particolare strutturazione della cripta di S.Nazaro. L'appellativo "La Santa" è comunque rimasto ancora oggi ad identificare la località ed i Bizantini stessi lo mantennero identificandolo con la Mater  christiana, Maria.

[42] Dalla “Historia Langabardorum” di Paolo Diacono, al libro III, 27, si legge:” … Alii quoque Longobardi in insula Amacina Francionem magistrum militum, qui adhuc de Narsetis parte fuerat et iam se per viginti annos continuerat, obsidebant. Qui post sex menses obsidionis suae Longobardis eandem insulam tradidit…”.

[43] Il riferimento è ad alcune notizie contestate, riportate da Galvano Fiamma, che nel suo Cronicon maius dapprima cita il Barro nelle vicende della regina Gerberga, figlia di Desiderio e sorella della non meno sfortunata Ermengarda di manzoniana memoria, che fuggi in Italia alla morte del marito Carlomanno ( … Karymagnus primogenitus eius regnavit annis V; … Regina autem timens ne eius filius (Bernardus) parvulus occideretur, in Ytaliam ad patrem suum reversa est, et habitavit in civitate Barr in monte iuxta Gyvate…). Poi ne parla in relazione all’intervento conclusivo della discesa di Carlo Magno contro Desiderio ( … regem Desiderium cepit atque captum in Alemaniam misit in Aquisgrani incarcerandum, civitatem Barri destruxit…).

[44] Gragorio Magno (540-604), che fu distolto dalla vita monastica benedettina dal papa Pelagio II, dopo essersi distinto come legato a Costantinopoli e come difensore di Roma dai duchi di Spoleto e da Agilulfo, re dei Longobardi, operò alla cristianizzazione degli stessi e dei popoli germanici ed anglosassoni. In Inghilterra portò alla conversione il re del Kent, Etebredo e parte del suo popolo, fondando poi l’arcivescovado di Canterbury. La sua figura ebbe, successivamente alla sua morte, grande importanza non solo per i Longobardi, ma pure alla corte di Carlo Magno, che aveva presso di sé, come consigliere, il monaco irlandese Acuino di York.

[45] Cfr. C. CASTAGNA, In hoc monasterio quod dicitur Clavate, Cattaneo, Oggiono, 1987, p. 26.

[46] Il documento più antico, ancora esistente, sulla realtà del monastero di san Pietro al Monte, riportato nel Libri confraternitatum Sancti Galli, Augiensis, Fabariensis ( in Libri confraternitatum, ed. PIPER in M:G:H:, Berolini 1884, p. 357), risale solo all’845, riferendosi al monastero svizzero di Fabaria (Pfäffers). In esso si cita la comunità monacale di San Pietro al Monte e si da l’elenco dei monaci presenti. L’assenza di un documento originale di fondazione ha dato modo a diverse interpretazioni degli storici ed alla raccolta di numerosi documenti che parlano della fondazione. Alcuni sono ripresi dalla sintesi cronologica presentata in appendice a una serie di ipotesi di Giovanni Spinelli, pubblicata a p. 594 in Archivi di Lecco, anno VII, 3, 1984. Le date riferite all’origine sono le seguenti:

a)       706 – maggio 10: un’antica iscrizione, ora scomparsa, che nel secolo XVII ancora si leggeva su una parete della chiesa di S. Pietro al Monte diceva “ averla fabbricata Re Desiderio alli 10 Maggio l’anno 706” ( Porter, III, p. 394, n. 12).“ Nel settecentosei Dino abbate de Santo Pietro regnando Desiderio con suo figliuolo Algiesio nel regno d’Italia, ordinò che si facesse la chiesa quale è quella di S. Pietro di Roma: quali tutte cose a voi Padre Bartolomeo di S. Pietro in Chivate per gratia d’Iddio e della Santa Sede Apostolica l’ho ridotte a memoria Umaine de Barzanore” ( Ms. del sec. XIV: Milano, Biblioteca Trivulziana, cod. 2256: MAGISTRETTI, p. 333; PORTER, III, p. 394 n. 13).

b)       707 – giugno 29: “anno ab incarnatione VIICVII. Regnante christianissimo rege Desiderio cum filio suo Aldeglixio,… Perfecto itaque opere, convocans rex Desiderius omnes episcopos orthodoxos cum venerabili Thoma archiepiscopo, qui eo tempore intronizatus erat in ecclesia Mediolani, deducens secum in montem Pedalem et consecraverunt ecclesiam apostolicam, impositis in sacro altario eisdem reliquijs apostolicis Petri et Pauli, in nativitate eorundem apostolorum, que est III° kalendas iulii ad laudem et gloriam nostri Yhesu Christi” (Chronicha Mediolanensis (a. 606-1145) secondo il MS. latino della Nazionale di Parigi 8315 ecc., ed. A:CINQUINI, Roma 1904. Pp. 9-12: cfr. MARCORA, Gli stucchi di S. Pietro al Monte di Civate, Civate 1974, pp. 36-38). Si tratta di un manoscritto del sec. XIV.

c)       769 - “Beatus Thomas Mediolan. Arch. Xlviij anno Domini DCCLXVIIIJ.

d)      797 -  sedit annis XXVIIJ. Isto tempore Desiderius decit fieri Mon de Clavate, obijt anno dni DCCLXXXXVIJ, quarto die ante kall. Octubris” (LAMPUGNANO DE LEGNANO, Chronicon, Ms Ambr. T 56 Sup.: PORTER, III, p. 395 n. 17; cfr. anche SAVIO, La “Chronica Archiepiscoporum Mediolanensium…”, p. 89: il medesimo testo è riportato in forma assai scorretta da un apografo del sec. XV).

e)       770 – “Anno Dni 770. Desiderius rex Lombardorum fecit fieri monasterium S. Petri de Clavate” ( Ms.mbr. S. Q + I. 12: PORTER, III. p. 394 n. 14 = Cod. Trivulziano 1218: LEONIDA GRAZIOLI, La Cronica di Goffredo da Bussero, in “Archivio Storico Lombardo”, XXXIII, 1906, vol. I, p. 234). Molte altre fonti riferiscono a Desiderio la fondazione del monastero di Civate, senza però precisarne l’anno: cfr. PORTER, III, p. 396 nn. 22-26, dove tra l’altro Porter cita, fraintendendolo, il Chronicon di Jacopo Malvezzi (IV, 89, ed. L.A. MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores, XIV, Mediolani 1729, col. 848): “Hic (Desiderius) namque, ut a fide dignis percepi, Monasterium de Giavate Mediolanensis Dioecesis condidit. In summa quoque alpe, quae ad urbe Brixia distat circiter milliaria XIV, Monasterium Sancti Petri, condidit”. ………………………………………………….

f)        780 – “A.D. 780. Desiderius rex fecit fieri monasterium sancti Vincenti et sancti Petri de Clivate” (Annales Mediolanenses Minores). Medesima precisazione cronologica, ma riferita esclusivamente a Civate si trova nel Chronicon maius di Galvano Fiamma…………………………………………………………………………..

g)       800 – “Anno ad Incarnatione domini nostri Jhesu Christi DCCC vel circa Regnante christianissimo rege Desiderio cum filio suo Aldegiso… nec non residente in sede apostolica gloriosissimo papa Adriano… Perfecto itaque opere convocans rex Desideius omnes episcopos orthodosos cum venerabili Thoma archiepiscopo qui eo tempore intronizatus erat in ecclesia Mediolani deduxit secum in montem pedalem et consecravit ecclesiam apostolicam impositis in sacro altari iisdem reliquis apostolicis Petri et Pauli in nativitate eorum diem que scilicet III° Kalendas iulii ad laudem et gloriam Domini nostri Jhesu Christi” (La leggenda di re Desiderio secondo il ms.T. 175 sup. fol. 16, ed. C. MARCORA, Il Messale di Civate, Civate 1957, pp. 62-67: cfr. il medesimo testo nell’edizione del Cinquini, da noi riportato più sopra all’anno 707)…………………………………………….

h)      836 – “Monasterium sancti Vincenti fundavit Desiderius Longobardus rex; similiter et monasterium sancti Petri de Clivate diocesis Mediolani anno Domini DCCCXXXVI” (BENTIUS ALEXANDRINUS, De Mediolano civitate opusculum ex Chronico eiusdem excerptum, ed. L.A. FERRAI, in “Bollettino dell’Istituto Storico Italiano”, 9 (1980), p. 33 ………………………………………………………………………………………………

i)        844 – ottobre 14: Ramperto vescovo di Brescia è già morto, essendogli succeduto Notingo, attestato a questa data. Prima di morire aveva chiesto al vescovo Aganone di Bergamo un monaco che prendesse il posto di Leodegario al governo del monasteri dei SS. Faustino e Giovita (Epistola Hagonis episcopi Bergomatis ad Rampertum episcopum Brixianum, ed. M: LUPO, Codex diplomaticus civitatis et ecclesiae Bergomatis, I, Bergomi 1784, coll. 693-694 = ed. DÜMMLER, M.G.H., Epist., V, Hannoverae 1899, p. 345).

[47] A p. 31 del citato volume “L’Abbazia…” , Bognetti produce il ricorso ad un documento già più volte pubblicato e studiato dal Muratori r dal Giulini, in cui si legge: “… in terra propria monastrii Sancti Chaloceri scita loco Clavate, per data licentia domni Andrei abbatis”. La pergamena è datata 1018 e proviene da una causa giudiziaria.

[48] Dalla “Traslatio reliquiarum beatorum apostolorum Petri et Pauli”, trascizione ad opera di Galvano Fiamma di un testo monacale ritenuto del XIII sec.; cod. Ambr. T. 175 sup. ff. 16-17. sec XIV.

[49] A. Hauser, in Storia sociale dell’arte, ed. Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1971, a p. 191 afferma: “ les chansons de geste ( a cui appartiene anche la leggenda di re Desiderio in senso lato, n.d.a.), nascono lungo le vie dei pellegrinaggi per pubblicizzare conventi e chiese con storie di santi o eroi fondatori di cui si conservavano le reliquie”.

[50] Le reliquie principali e particolarmente preziose, consistevano in un braccio di San Pietro, la lingua di San Marcello, una ampolla di sangue coagulato di San Paolo, secondo quanto riportato nel cod. Ambr. T. 175 al fol. 16r, sulla traslatio reliquiarum tramandataci nel sec. XIV da Galvano Fiamma:”…Tunc inter cetera colloquia rex Desiderius a venerabili papa Adriano poposcit reliquias apostolorum Petri et Pauli ut votum filii perficeret. Cui venerabilis papa secretarium beati Petri ingressus offerens capsam argenteam deauratam in qua continebatur dextera beati Petri apostoli cumsanguine coagullato beati Pauli in mondum lacti permixti sicut a corpore profluxit quando decollatus fuit atestante beato Ambrosio in suis opuscolis qui doctrinam Pauli ecclesia velut lactis dulcedinem suaviter suxit iuxta illud. Lac vobis potum dedi non escam et ob hoc congruum fuit ipsius sanguis esse similitudinem lactis Et propterea lingua etiam beati Marcelli pape cum eisdem reliquiis similiter tradidid.” . Alle stesse reliquie si aggiungono quelle delle cosiddette “catene di San Pietro”, reliquie presenti anche in altri monasteri come anelli o chiavi. Ce ne rivela l’esistenza Antonio Ceruti nel  Chronicon extravagans et chronicon majus auctore Galvaneo Flamma Ord. Praedicatorum scriptore mediolanensi, edto a Torino, 1869, Miscellanea di Storia Italiana, tomo VII, pp. 109-110: “ Et anno Christi DCCLXXX monasterium sancti Petri de Gyvate erexit, ubi detulit de Roma reliquias, scilicet dexteram beati Petri apostoli, et lac quod fluxit de collo beati Pauli et linguam beati Marcelli pape, que abscissa locuta fuit et magnam partem cathene, qua beatus Petrus vinculatus fuerat, cum mirabilibus indulgentiis”. Di queste straordinarie indulgenze racconta invece, nel 1498, Casorati nel suo catalogo, come riportato in C.MARCORA, Il Messale di Civate, op. cit. p. 69: “ La indulgentia de sancto pezzo a clivate in monte. Prima de le reliquie. Lo brazo dricto de sancto petro apostolo. Anchora de lo sangue de sancto paulo apostolo. Anchora la lingua de sancto marcello papa. Anchora de le boghe de sancto petro apostolo. Et in segno di questo si gli obtene de molte gratie per virtù de le discte reliquie. Si trova che questa giesia et monasterio fu edificata et dotata dal re desiderio. Et Adriano summo pontifico per singolare amore et affectione qual lui portava al dicto Re, gli donò li soprascripti reliquie. Gli sono anchora tri privilegii de Imperatori cum la lor bolla doro insiema cum quello del Re desiderio in li quali si contene cose mirabile. Et li dicti privilegi si trovano ne la sacrestia del dicto monasterio. Et infra le altre cosse il dicto summo pontifico concesse per singular privilegio a ciascheduno che visitarà la dicta giesia tre volte cioe sema ogni anno nel dì de la dedicatione di essa giesia la qual si celebra adì XVII marzo: cioè nel dì de la traslatione de sancto siro esendo ben confessi et contriti sarano absolti da li lor peccati: si como se andassero a roma nel tempo del giubileo. Si trova anchora chel dicto papa ha concesso alo abbato del dicto monasterio chel possa absolvere e condennare ognun de tutti li lor peccati seben havessero amazato il patre e matre: over fratelli et che possano far penitentia in le loro caxe, per absolution del dicto abate veda ali privilegi li quali sono nela predicta sacrestia”. Di queste reliquie oggi rimangono, presso la parrocchia di Civate, due capselle, una in argento ed una in marmo lavorato di fattura romana, ed un ostensorio ambrosiano d’ottone, contenente due chiavi con anelli in ferro di fattura medioevale.

[51] Si confronti A. HAUSER, Storia…, op. cit. p. 197.

[52] La planimetria del monastero di Fulda è riportata in Storia dell’arte, ed. de Agostini, Novara, 1976, vol. III, p. 195. e nel volume di  C. Castagna, In hoc monasterio…, op. cit. p. 47.

[53]  La planimetria dell’intero monastero di San Gallo con la chiesa biabsidata si trova riportata sul volume di  C. Castagna, In hoc monasterio…, op. cit. p. 49.

[54]  La presunzione della permanenza di Paolo Diacono a Civate era data dalla errata attribuzione allo stesso di alcuni codici della Expositio Regulae, cioè della revisione della Regola di San Benedetto, oggi concordemente attribuita dalla critica al solo Ildemaro.

[55]  Il Carmen Larii è un’opera lirica di Paolo Diacono in cui si descrivono le bellezze ed il fascino del lago di Como.

[56]  Della grandissima cultura di Ildemaro, paragonata ai grandi monaci irlandesi Beda ed Alcuino, fa fede la lettera inviata dallo stesso a Orso, vescovo di Benevento, con citazioni di S.Agostino, S.Ambrogio, Beda, Sergio Grammatico, Giovenco, Pisciano, Ovidio, Donato, Censorino, Servio ed Omero. A lui sono attribuite varie opere, lettere, dispute teologiche, un commento al vangelo di Luca e in un codice del 964 del monastero di S.Faustino, custodito a Berlino, si legge un elenco di titoli di codici posseduti dal monastero stesso con “Dicta Ildemari”.

[57]  Lotario era uno dei tre figli di Ludovico il Pio. Era stato associato a lui nell’impero già dall’817 e nominato re d’Italia l’anno successivo. Si era tuttavia unito ai fratelli, Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo, per dividere l’impero in tre parti. Dopo la sua nomina ad imperatore i due fratelli si allearono contro di lui col famoso Trattato di Strasburgo e lo sconfissero. Il successivo trattato di Verdun gli riconobbe il territorio detto poi Lotaringia. Il Trattato di Strasburgo è un documento di importanza eccezionale, perché per la prima volta lo stesso testo è scritto in latino, francone e lingua d’oïl.

[58]  L’ Expositio Regulae ebbe enorme importanza in Europa e fu diffusa attraverso innumerevoli codici che sino a qualche anno fa venivano attribuiti a tre fonti distinte: Paolo Diacono, Basilio e Ildemaro. Solo di recente la critica ha ricondotto tutti i codici all’unica fonte di Ildemaro. A Paolo Diacono si facevano risalire i codici di Montecassino, Torino, Firenze, Roma, Monaco di Baviera, Mantova, Tours, Parigi. A Basilio quelli di Engelberg, Karslruhe e Einsiedeln. A Ildemaro i codici di altri codici di Parigi, Monaco e Melk. E’ indubbio ora che tutti i codici siano riferibili all’opera di Ildemaro scritta sicuramente a Civate, poiché in essa appaiono numerosi riferimenti diretti a particolari luoghi del suo territorio. E’ singolare ricordare un fatto: il commento alla regola non viene ovviamente materialmente scritta da Ildemaro, ma dai monaci amanuensi suoi discepoli che, a scanso di equivoci, lo dichiarano apertamente assumendosi la responsabilità di errori ed omissioni dichiarando: Incipit traditio regular sancti Benedecti, quam magister Hildemarus monachus tradidit et docuit discipulis suis, quocirca obero, cum aliquid incompositum sive inhonestum ibi inventum fuerit non magistero sed discipulis imputetur”.

[59]  Esempi di questa variazione architettonica si trovano negli edifici della Michaeliskirche e nella Godehardkirche di Hildesheim, nelle cattedrali di Spira, Worms e Magonza e in San Cebrian de Mezote in Spagna. Per una più approfondita conoscenza cfr. C. Castagna, In hoc monasterio…, op. cit.

[60] Il possesso del monastero di Albenga sarà ancora ricordato in un diploma di riconoscimento dei beni del monastero di Civate da parte di Federico I detto il Barbarossa nel 1162.

[61]  Sono recentissimi gli studi che si riferiscono a questo edificio ancora attualmente in fase di restauro per la preziosità sia della sua struttura architettonica che delle decorazioni pittoriche di alcuni suoi ambienti.

[62] Un elenco molto dettagliato dei documenti risalenti alla abbazia di Civate lo da CARLO MARCORA nel suo testo, L'Abbazia  Benedettina di Civate , ed Casa del Cieco, Civate, del 1985 ad iniziare da p.149. Il Marcora si rifà al testo di Wilhelm Scuman, Di una raccolta di pergamene italiane acquistata per la Biblioteca Universitaria di Halle, in “Archivio Storico Italiano Quinta Serie, tomo V, anno 1890, pagg. 476-482. Il Marcora riporta gli argomenti trattati nei documenti dei seguenti anni: Pavia, 14maggio 927; Bellagio, novembre 1018; Pavia, 27 aprile 1162; Annone, 28 aprile 1230; Civate, 25 luglio 1237; Civate, 20 agosto 1246; Civate, 14 febbraio 1246; Oggiono, 24 aprile 1252; Civate, 14 gennaio 1257; Annone, 24 settembre 1273; Milano, 14 marzo 1281; Civate, 7 marzo 1293; Civate, 7 gennaio 1300; Civate, 4 gennaio 1303; Civate, 18 aprile 1304; Milano 15 aprile 1314; Civate, 7 marzo 1316; Civate, 23 aprile 1319; Civate, 29 ottobre 1350; Civate, 3 giugno 1351; Civate, 31 luglio 1351; Civate, 2 gennaio 1352; Civate, 13 maggio 1352; Civate, 3 giugno 1352; Civate, 18 ottobre 1353; Civate, 4 febbraio 1354; Civate, 4 maggio 1354; Civate, 19 marzo 1355; Civate, 22 aprile 1356; Civate, 18 giugno 1358; Civate, 16 settembre 1358; Civate, 18 febbraio 1359; Civate, 24 aprile 1362; Civate, 23 luglio 1363; Civate, Civate, 24 ottobre 1367; Civate, 3 agosto 1368; Milano, 24 agosto 1368; Civate, 8 ottobre 1368; Civate, 10 dicembre 1368; Annone, 12 febbraio 1369; Civate, 5 aprile 1369; Civate, 23 agosto 1369; Civate, 11 maggio 1370; Civate, 6 dicembre 1372; Perego, 7 febbraio 1373; Civate, 24 agosto 1378; Milano, 24 agosto 1378; Monza, 3 settembre 1384; Monza, 7 febbraio 1385; Monza, 10 marzo 1385; Milano, 15 maggio 1393; Civate, 17 settembre 1396; Monza, 22 dicembre 1405; Civate, 29 gennaio 1411; Milano, 15 aprile 1423; Scarena, 3 luglio 1436; Scarena, 31 agosto 1436; Civate, 21 agosto 1436; Civate, 25 settembre 1436; Milano, 29 ottobre 1436; Civate, 10 maggio 1441; Milano, 16 dicembre 1450; Milano, 10 dicembre 1451; Civate, 28 dicembre 1454; Suello; 9 settembre 1455; Civate, 23 maggio 1457; Civate, 2 luglio 1459; Pavia, 15 giugno 1468; Civate, 17 giugno 1468; Civate, 10 gennaio 1469; Ravenna, 2 maggio 1472; Bruzzano, 31 luglio 1478; Asso, 13 aprile 1485; Asso, 13 aprile 1485; Roma, 8 marzo 1487; Milano, 1 febbraio 1490; Milano, 14 luglio 1496; Porcheria, 16 gennaio 1499; Reggio Emilia, 17 luglio 1515… Successivamente il monastero fu abbandonato e la parte finanziaria si ravviverà al ritorno dei monaci Olivetai nel 1570 e sono riportati nel Fondo Religione, parte antica, cartella 3720, in cui si trova l’ Inventario delle Scritture esistenti nell’Archivio del Monistero de’ R.R. Monaci Olivetani di Civate.

[63] Per simonia si intende il commercio venale di beni intrinsecamente spirituali o connessi con cariche religiose. Il termine nasce dal tentativo di un certo Simon Mago di comprare per sé una carica ecclesiale nei primi tempi di diffusione del cristianesimo. Con nicolaismo si richiama l’appartenenza ad una setta menzionata nell’Apocalisse (II,6,15) come esistente a Pergamo, Efeso ed altre città dell’Asia Minore, promossa da un certo diacono Nicola e che professava la promiscuità.

[64] Per un più ampio approfondimento storico e documentale di questo periodo, si consiglia la lettura che ne fa G.BOGNETTI in L’Abbazia…, op. cit., p. 39 – 46 e note relative.

[65] Al proposito si consiglio di consultare VINCENZO GATTI, Missale Clavatense, Manoscritto del secolo XI della Biblioteca Trivulziana, 2294, (Edizione diplomatica. Studio codicologico, storico e teologico), Milano, 1988.

[66] I due codici, segnalati da EVA ZIESCHE in Eine Bibliotheks Katalog des 12 Jahrhunderts aus Civate, Provinz Como, in der Berliner Handschrift Theol. Lat. Fol. 564,in “Scriptorium”, 1974, sono Hieronomi Commentarii in Ezechielem, e Remigius Altissidoriensis, Expositio in evangelium secundum Matthaeum. La realtà più interessante è che  nel retrodosso di uno di questi si è scoperto un catalogo di parte dei testi posseduti nel XII sec. dalla biblioteca del monastero di Civate. Sono i titoli di 76 volumi, di cui si dice che qualcuno è così antico che non si riesce più a leggerlo!

[67] Dice il testo:”… Italiam cum exercitus intravimus, multos quidam fideles qui nobis in laboribus nostris fideliter astiterunt, venerandum Algisum Clavatensi ecclesie Abbatem, que nostra regalis est, devotissimum nobis ac fidelissimum certis argumentis esperti sumus…”. Due sono le osservazionei immediate. Anzitutto viene riconosciuta l’appartenenza del monastero come proprietà all’impero; quindi pare che l’edificio del monastero, più probabile quello di San Pietro al Monte, sia servito nella sua funzione originaria (certis argumentis) di monastero fortezza! Nell’occasione Barbarossa aveva distrutto la città di Milano, distruzione che pagherà a caro prezzo nel 1176 a Legnano. La copia del documento è presso la Biblioteca Capitolare di Pisa, dove probabilmente qualche solerte sostenitore del monastero la portò al seguito di Arrigo VII di Lussemburgo, sceso in Italia nel 1311. Il tentativo era quello di veder riconfermati i privilegi in un sussulto di ripresa ghibellina. Purtroppo l’imperatore ebbe la buona idea di morire improvvisamente proprio a Bonconvento, presso Siena nel 1313, per cui il tentativo non ebbe alcun effetto.

[68] La battaglia di Legnano avvenne solo qualche anno dopo, nel 1176, e fu vinta dalle truppe della Lega Lombarda su Federico I che era alleato con le città di Torino, Como e Pavia. Ne seguirono le distruzioni di queste città e di tanti altri centri minori alleati dell’imperatore.

[69] “…quam citius Clavate subest ac moenia Leuci” si legge in Rerum Italicarum Scriptores dello Stefanardo da Vimercate nel 1726!

[70] Vedi GIACINTO LONGONI, memorie storiche della Chiesa ed Abbazia di San Pietro al Monte e del Monastero di San Calocero in Civate, Milano, 1850, p. 69.

[71] ODORICUS RAYNALDUS, Annales ecclesiastici VII, anno 1373 n.X, p. 235:”Rursus idem Bernabos, cum nonnulla coloni et comitativi, seu districtuales dictae civitatis Mediolanensis vicini monasterii S. Petri de Olivate ordinis S. Benedicti praefatae Mediolanensis dioecesis invicem tumultuati fuissent, et propter hoc certas congregationes fecissent; idem Bernabos, his auditis, rabie furiosa commotus et cum moltitudine gentium profectus ad monasterium praelibatum quondam Johannem abbatem eiusdem monasterii de suo genere Vicecomitum oriundum et quondam eius monachum jussit et fecit per suos satellites coram se interfeci et frustatim incidi magnumque ignem succedi et frustra corporum ipsorum etiam in suo conspectu temibili proibii et cremarii”.

[72] C. MARCORA, L’Abbazia…, 1985, op. cit. p. 232.

[73] In “Archivi di Lecco”, Le Famiglie monastiche olivetane dell’Abbazia di S.Pietro di Civate, 3 (1984), pp. 553-622, Mauro Mazzucotelli riporta gli elenchi dei monaci olivetani di Civate dal 1556 al 1781 daglle Familiarum tabulae di Monte Oliveto Maggiore. Si consiglia anche la consultazione di VALERIO CATTANA, I monaci olivetani nella diocesi di Milano, estratto da “Archivio Ambrosiano”, vol. II, Ricerche storiche sulla Chiesa Ambrosiana, XII (1983)

[74] Lo stile romanico non svolge una funzione estetica intenzionale, ma vuole essere espressione di un messaggio di fede. A. Hauser, a p. 216 della sua Storia sociale dell’arte, scrive che l’arte romanica“appare unicamente intenta all’espressione dell’anima, e le sue leggi non seguono la logica dell’esperienza sensibile, ma quella della visione interiore”.

[75] Per una più ampia documentazione sulla simbologia delle forme e dei numeri si rimanda all’opera di GERD HEINZ-MOHR, Lessico in iconografia, I.P.L., Milano 1984. Una più ampia digressione sui significati simbolici in San Pietro al Monte si trovano in C.CASTAGNA, In hoc…, op. cit. pp. 55-60. Qui vengono fatti solo alcuni cenni riassuntivi. CERCHIO: è estensione del punto e immagine di compiutezza e perfetta corrispondenza interna, come Dio nella creazione. Centri concentrici sono i gradi dell’essere e la gerarchia celeste. La sua ripetizione è immagine dell’infinito, ma è anche ripetizione ciclica, movimento dentro il mondo, il ricominciare, il rinnovamento della creazione. I Babilonesi lo divisero in 360° e lo rappresentarono col serpente che si morde la coda. Nel cristianesimo significa eternità ed i tre cerchi intrecciati la Trinità.

[76] Il tetragono, con i suoi quattro angoli indica la terra coi suoi punti cardinali. Anche il paradiso terrestre è rappresentato con quattro fiumi (Gheon, Pison, Tigri ed Eufrate) e quattro sono gli elementi costitutivi del mondo (terra, acqua, aria e fuoco) e quattro gli evangelisti.

[77] Il triangolo è strettamente legato al numero tre come simbolo della Trinità. Presente nella struttura piramidale e nel timpano del tempio greco, esso è la figura geometrica più piccola da cui si originano tutte le altre forme geometriche, inoltre incorpora il simbolo numerico dell’Uno, unità, e del Due, molteplicità.

[78] Uno: simbolo dell’unità indivisa, sorgente e radice degli altri numeri, assoluta immagine di Dio, non raffigurabile se non attraverso il processo in cui molteplice e diverso giungono all’unità…

[79] Due: presente in motivi decorativi siriaci e sassanidi, indica dualità come distinzione di bene e male, pluralità e primo numero reale. E’ il numero della simmetria, ma indica Adamo-Eva, Caino-Abele, Mosè-Aronne… Antico Testamento-Nuovo Testamento… anima-corpo, vita attiva-vita contemplativa… Nel romanico domina con l’idea di simmetria: alberi della vita, due angeli che portano la mandorla, forma e sostanza… figura di Cristo…

[80] Tre: numero della perfezione e del compimento, chiave dell’universo e simbolo di Dio, numero dell’anima. Tre angeli visitano Abramo, Giona rimane tre giorni nella Balena, Cristo tre giorni nel sepolcro. Il cerchio è diviso in multipli di tre, per i pitagorici l’universo è circondato dal tre, tre indica la Trinità…

[81] Quattro: in antitesi al tre simbolo di Dio, è il numero tradizionale dell’universo terreno e degli elementi, del quadrato, dei quattro punti cardinali e delle stagioni, dei momenti della vita, dei fiumi del paradiso che irrigano i quattro paesi della terra, simbolo del tetramorfo, visione di Ezechiele che diventa simbolo degli evangelisti…

[82] Cinque: secondo Pitagora è il pentagramma, cifra più perfetta del microcosmo uomo, stella a cinque punte della cabala che capovolta è simbolo negativo-diabolico del capro, cinque pani… cinque piaghe di Cristo…cinque croci per la consacrazione dell’altare cristiano… cinque sensi… cinque estremità dell’uomo… le cinque parti del mondo…

[83] Il pronao o nartece è un elemento architettonico tipico del romanico, ma anche di precedenti forme architettoniche sia classiche che paleocristiane. Esso costituisce una copertura antistante l’ingresso stesso della chiesa ed era adibito a luogo proprio dei catecumeni, cioè gli aspirante al battesimo, che assistevano da lì alle cerimonie sacre non essendo ancora ammessi all’interno.

[84] I conci sono i blocchi squadrati di pietra, più o meno regolari, con cui è costruito tutto l’edificio.

[85] Sotto il pronao a portico semicircolare gli archetti pensili sono raggruppati a due a due fra le lesene, per sottolineare la simbologia di Cristo, mentre sul resto dell’edificio, e più precisamente sulla grande parete esterna posta sud, gli archetti sono a gruppi di tre, tranne quelli posti direttamente sopra la porta d’ingresso al presbiterio che sono quattro.

[86] La dedicatio è caratteristica di ogni chiesa ed è normalmente accompagnata dalle reliquie dei santi cui lo stesso edificio sacro è dedicato, riposte normalmente all’interno dell’altare.

[87] L’uso è tradizione antichissima, che precede il cristianesimo. Nessuno infatti poteva toccare direttamente un oggetto sacro dono di Dio. Nel rituale cattolico si usa ancora questa forma nelle cerimonie di benedizione per toccare l’ostensorio.

[88] Sotto la figura del Cristo e sopra San Pietro vi sono tracce di scritte, le cui trascrizioni si possono trovare in appendice a questa guida con tutte le altre rinvenute nella basilica.

[89] Per una maggiore conoscenza si faccia riferimento all’opera di PIETRO TENTORI, Ipotesi di ricostruzione del fregio ornamentale sull’affresco esterno della porta orientale di S.Pietro al Monte di Civate, in Archivi di Lecco, 1 (1994), pp 49-62.  

[90] La figura di San Marcello papa era particolarmente celebrata nel Messale di Civate con 12 letture come per la festa di San Gregorio.

[91] Le singole lettere del termine greco’Іχθύς , che significa realmente pesce, sono da interpretarsi come ‘Іησõυς Χριστός Θεõυς ύιός σωτήρ, cioè Gesù Cristo di Dio figlio salvatore.

[92] Il simbolo dell’acqua si trova nella tradizione ebraica e cristiana all’origine della creazione. Nel cristianesimo è purificazione e salvezza e nel battesimo si realizza la morte al peccato e la risurrezione alla vita.

[93] Abramo è il primo uomo del popolo di Dio, colui che è stato prescelto per dare vita alla generazione di Isdraele, figura di padre di tutte le genti, come ricorda l’iscrizione dell’affresco.

[94] Più precisamente ci si riferisce ai capitoli 21 e 22 di questa appendice ai vangeli. L’Apocalisse è un libro profetico scritto alla fine del I sec. DC, per molto tempo erroneamente attribuito all’evangelista Giovanni, che narra le sette visioni avute da Giovanni nell’isola di Patmos in cui si rivela il trionfo finale del cristianesimo contro ogni opposizione pagana. Come si vedrà in seguito, i temi tratti dall’Apocalisse ed i continui richiami sono fondamentali per la lettura iconografica di questa parte dell’edificio e della sua decorazione.

[95] La città celeste è minuziosamente dipinta nel rispetto del testo dell’Apocalisse di Giovanni (Ap. 21). Per ricordare invece le opere letterarie medioevali più conosciute, oltre alla Divina Commedia dantesca, si pensi al De Jerusalem celesti et de pulchritudine eius et beatitudine et gaudia sanctorum di Giacomino da Verona e La Nigra, la Rossa e la Dorata del milanese Bonvesin de la Ripa.

[96] L’agnello è per la Chiesa simbolo del sacrificio innocente di Cristo.

[97] Questi quattro fiumi sono identificati da S.Agostino proprio con le virtù cardinali che sorreggono la Città Celeste.

[98] Χ e Ρ, che si leggono “Chi” e “Ro” sono appunto le prime due lettere greche di Χριστός (Christos).

[99] Α (alfa) ed Ω (òmega) sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco. Come appunto queste due lettere sono l’inizio e la fine della scrittura, così Cristo è inizio e fine della parola di verità e della vita.

[100] Nelle colonne tortili una spirale sale verso l’alto. Tre di queste spirali salgono verso destra, mentre una sale verso sinistra,

[101] Col termine tecnico “pluteo” si indica il parapetto posto fra le colonne.

[102] Nel basso medioevo erano conosciutissimi i test detti lapidari, in cui si descrivevano qualità e virtù delle pietre, e bestiari, in cui si metteva in risalto la simbologia e l’influenza proprie di animali soprattutto strani e fantastici.

[103] Il grifo, come immagine simbolica, appartiene già alla cultura orientale, col suo corpo di leone, becco, ali ed occhi penetranti dell’aquila e si trova sui rilievi di Nimrud. La chimera, ricordata dallo stesso Omero, è animale fantastico che sputa fuoco, ha petto di leone, corpo di capro e coda di serpente ed ognuna di queste parti termina con una testa.

[104] I resti sono troppo rovinati per stimolare ipotesi interpretative, ma resta l’interesse per il richiamo al santo così venerato nel medioevo a Compostela e ricordato in questo luogo meta di pellegrinaggi. Forse questo stesso monastero di Civate si poneva su uno dei numerosi camini di Compostela in Italia?

[105] Il simbolo del tetramorfo, cioè delle quattro forme, è un simbolo antichissimo che rimanda alla rappresentazione del cielo, delle costellazioni e dello zodiaco degli assiro-babilonesi con toro, aquila, leone e uomo (simboli di acqua e di aria). La filosofia naturalistica greca li pone come sua base e diversi sono i richiami in Ezechiele (1,4 e ss) come nell’Apocalisse (4,7–9).

[106] Nessuna scritta conferma questa ipotesi e del resto, a differenza dell’oratorio di San Benedetto, non vi è nella basilica alcun riferimento diretto al santo.

[107] La mandorla è il cerchio policromo, simbolo di perfezione celeste.

[108] Il gesto benedicente, detto anche simbolo del Chirò, unisce il pollice con l’anulare ed il mignolo, lasciando allungati l’indice ed il medio leggermente discosti per rappresentare la Χ (Chi)e la Ρ (Ro), lettere greche che, come già detto, sono le iniziali di Χριστός (Christos). Il gesto è proprio di colui che è autorizzato a Bene Dicere, cioè a rivelare il bene, la verità. E’ il Cristo λόγος (logos), cioè parola di verità.

[109] Il racconto si rifà all’ottavo libro dell’Apocalisse e più esattamente al Settimo Sigillo, VIII, 1-6 “Quando l’Agnello ebbe aperto il settimo sigillo, si fece nel cielo silenzio per circa mezz’ora. Io vidi i sette Angeli che stanno in piedi davanti a Dio e furono date loro sette trombe…. I sette Angeli che avevano le sette trombe si prepararono a suonarle…”.

[110] Il Cristo Pantocratore è il Cristo trionfante nella gloria celeste. Pantocratore è colui che è onnipotente, Cristo benedicente rappresentato nell’abside.

[111] Il sette è numero di unione tra il quattro, numero di terra ed il tre, numero di cielo nella congiunzione fra umano e divino. Tale congiunzione è possibile solo col due, cioè col richiamo alla natura umana e divina di Cristo. Il sette è richiamato dall’ebraismo nel candelabro a s. bracci, ma ritorna insistentemente soprattutto nell’Apocalisse: s. comunità, s. corna della bestia, s. coppe dell’ira divina, s. sigilli…). Nella Chiesa si ricordino i s. doni dello Spirito, i s. vizi capitali, i s. sacramenti, i s. gradi del sacerdozio, i s. concili ecumenici prima della separazione delle Chiese nel 1054, i le s. età dell’uomo, le s. arti, le s. scienze, le s. virtù (teologali+cardinali), il s. è numero dell’Antico testamento come alleanza dell’uomo con Dio e rimanda direttamente al suo successivo, otto, che diviene il numero del compimento della resurrezione…

[112] Si dovrebbe scrivere un intero capitolo sul numero nove, che è il numero della perfezione della perfezione, poiché è il 3 x 3 ed il 3 + 3 + 3. Ogni elemento celeste in esso viene esaltato ed ogni elemento che lo ricorda è reso incommensurabile a partire dal cerchio (360°) e dall’attribuzione letteraria di compimento perfetto (99 canti della Divina Commedia + 1)…

[113] La raffigurazione riprende in modo meraviglioso tutte le sequenze del racconto del cap. 12° dell’Apocalisse di S.Giovanni, evidenziando in essa tutti i particolari. Parusia, già nella dottrina platonica, significa la presenza dell’essenza ideale nelle cose sensibili. Il concetto è ripreso nel Nuovo Testamento e significa il ritorno del Cristo in terra alla Fine del Mondo per giudicare i vivi ed i morti.

[114] Non sarebbe del tutto comprensibile la potenza vincitrice dell’affresco se non all’interno di questi elementi. Si ricordi anzitutto che la cornice è essenziale in un’opera medioevale ed a volte essa stessa è superiore al contenuto. In questo caso anche la struttura architettonica che costituisce l’intera parete di fondo è cornice complementare all’affresco.

 

[115] Apocalisse, 12, 1-12.

[116] Il sole appare una palla oscura. Non è chiaro se questa sia stata la volontà dell’artista atta a sottolineare la drammaticità dell’episodio col richiamo all’incombenza della notte per l’universo o più semplicemente il colore abbia subito nel corso del tempo una inversione cromatica come testimoniano altri affreschi (si pensi agli affreschi di Cimabue in San Francesco ad Assisi). Personalmente propenderei per la prima ipotesi, la più suggestiva.

[117] La testa del Cristo era in stucco per dare maggiore solennità all’immagine centrale. Probabilmente a causa dell’umidità, essendo elemento completamente isolato, essa si è distaccata nel corso dei secoli. Opportunamente non è stata rifatta.

[118] La cappella reale o westwerk è caratteristica delle cattedrali e basiliche imperiali tedesche. Per ulteriori notizie vedi C.CASTAGNA, In hoc monasterio…, op. cit. p. 52.

[119] La navata normalmente è la parte centrale e maggiore della chiesa, destinata ai fedeli.

[120] Le capriate sono formate dalle grandi travi in legno che servono da sostegno al tetto dell’edificio. Solo pochi maestri costruttori specializzati erano in grado nel medioevo di preparare il materiale e costruire edifici di queste dimensioni.

[121] Con il termine mensoloni si indicano i blocchi di serizzo ghiandone che sostengono il castello delle capriate scoperte.

[122] I lacerti, seppur estesi su un tratto notevole della parete, distinguono nettamente due quadri diversi. Su quello a sinistra, che doveva collocarsi fin sopra ad una nicchia ora riaperta nel muro laterale, vicino all’inizio dell’abside occidentale, mostra dei personaggi dalla cintola in giù che camminano sulle onde. E’ forse l’episodio della pesca miracolosa. In alto, sopra di essi, altri lacerti sparsi di recentissimo ritrovamento, lasciano intravedere in un tratto forse l’offerta della chiesa stessa. Da lì, su una approssimativa linea orizzontale, si snodano una serie di apertire a bocca di lupo che evidentemente comunicavano con l’interno del monastero. Uno studio accurato ed ipotesi sui resti dell’affrescatura originaria sono reperibili in HIDEMIKI TANAKA, Una nuova analisi del San Pietro al Monte di Civate, in Art History, n.1, Tohoku University, 1978, pp. 33-56.

[123] Gli affreschi votivi si collocano in uno spazio temporale che va dalla fine del ‘400 al ‘700. Il primo è senza dubbio quello che è collocato dal 1976 di fianco al ciborio. Esso è di fine ‘400, inizio ‘500 e rappresenta una Madonna con bambino attorniata da S.Tommaso, S.Pietro e Paolo, S.Lucio che fa la carità ad un bambino povero e cieco. E’ in effetti l’unico con un certo pregio estetico e si riallaccia alla devozione per il luogo particolarmente da parte di chi aveva malattie agli occhi. Gli altri effreschi votivi sono apprezzabili soprattutto per l’evoluzione del costume. Il più interessante ed amato dai fedeli nel tempo è l’affresco naïf che rappresenta S.Pietro. E’ del ‘500 e raffigura un San Pietro papa, con la tiara del triregno e tre anelli, mentre brandisce due enormi chiavi. In esso si riconosce la stilizzazione di affreschi di nostalgia medioevale che rappresentavano la Chiesa nel momento del suo apogeo con Innocenzo III. In basso, sulla destra, discretamente fuori dal riquadro del santo, vi è l’immagine del donatore in preghiera col berretto in mano ed anche lo stemma che riproduce un elefantino. Tra questi primi due quadri si pongono due rappresentazioni celebrative della madonna, entrambi del 1643. Sono una Madonna con bambino e angeli e Madonna con bambino, S.Andrea e San Syria, un santo raro da queste parti, ma guaritore d’occhi e d’arenella! Accanto vi è anche raffigurato il monaco donatore in preghiera, ma dentro il quadro e con tanto di grandioso stemma familiare. Nel seicento non si poteva certo parlare ancora di discrezione votiva! Sulla parete di fronte un affresco di Francesco Gerosa, mal rifatto, è del 1565 e rappresenta la Madonna col bambino ed i santi Giovanni Apostolo ed Antonio Abate.

[124] Gli scavi sono stati recentemente rinnovati dal Pergola, che pure non sembra aver chiarito in modo convincente il mistero dell’edificio preesistente: antica cripta originaria? Nell’operazione si decise di far scomparire (di nuovo?) la scala d’accesso alla cripta costruita dal Barelli, con la lodevole intenzione di creare uno spazio per l’accesso ai resti archeologici. Anche perché alcuni studiosi mettono in dubbio la reale scoperta dello stesso Barelli!

[125] Il leone, nella iconografia più antica è sempre stato simbolo dell’uomo, mentre il grifo alato è simbolo mitologico e spirituale di un mondo senza salvezza.

[126] Questo calice si chiamava patera, in latino, ed ha la stessa radice etimologica di pater, colui che dà la vita. E’ comune a tutte le civiltà antiche ed era ancora fortemente presente con valore simbolico nel medioevo. Lo stesso cristianesimo mantiene un rapporto diretto con la funzione del calice anche nell’ultima cena e la ricerca del sacro graal  come fonte di vita eterna è uno dei temi più stimolanti del medioevo stesso. Spesso questo calice rituale, usato solo in particolari cerimonie, era costruito col cranio del nemico ucciso, perché da esso, come da una fonte si traeva la forza e la continuità di vita dello sconfitto. Famoso è l’episodio, raccontato da Paolo Diacono nella Historia Langabardorum,  della regina Rosmunda costretta dal marito Alboino a bere “col padre”, in questa coppa fatta col cranio appunto del re dei Gepiti sconfitto. In longobardo questo calice sacro si chiamava scala. Nella iconografia cristiana, la coppa o calice rotondo, molto aperto in alto e col piede largo e saldo, assume molteplici significati sia in ambito precristiano che in rapporto alla ritualità della celebrazione eucaristica. Già in mosaici del VI sec.(S.Vitale e S.Apollinare in Classe) visono rappresentazioni in relazione al significato di albero della vita.

[127] Metamorfosi e palingenesi sono due termini che indicano una radicale trasformazione soprannaturale, il rinnovamento totale interiore ed esteriore dell’essere. Il concetto e la sua rappresentazione sono molto usati sia dalla filosofia che dall’arte classica.

[128] L’utilizzo del ciborio come protezione dell’altare viene diffuso da Carlo Magno, che nel capitolare di Aix la Chapelle nel marzo del 789 già sollecitava: ut super altaria teguria fiant vel laquearia!

[129] Questo testo non intende addentrarsi nella diatriba delle datazioni relative alla costruzione ed alla decorazione di San Pietro al Monte, tema attorno al quale peraltro si sono scritti volumi senza una conclusione decisiva a proposito di nulla. A proposito dei caratteri del ciborio si veda, VINCENZO GATTI, Il Ciborio di S.Pietro al Monte, con foto di Domenico Lucchetti, Monumenta Longobardica Op. XI, Bergamo, 1977.

[130] I materiali utilizzati per la realizzazione architettonica e la decorazione in San Pietro al Monte sono semplicemente quelli che si possono ancora oggi reperire nei dintorni: serizzo ghiandone dei massi erratici di epoca glaciale che abbondano nella zona montana, pietrame calcare ricavato dalle scisti rocciose, argilla di fiume, tufo per alleggerire le volte e gli archetti, sabbia e legname del bosco.

[131] Dal punto di vista stilistico, il ciborio di civate è più snello e slanciato, mentre quello milanese risulta più tozzo nella sua realizzazione.

[132] Nei documenti di visita pastorale redatti su ordine del Cardinal Federico Borromeo all’inizio del ‘600, le colonne risultano grezze, non essendo ancora stato ripristinato l’intonaco probabilmente eliminato con i capitelli per permettere che venissero legate le colonne da barre di ferro per aumentare la stabilita di tutta la costruzione architettonica.

[133] La deesis occidentale si distingua da quella orientale perché in quest’ultima il Cristo è rappresenato già risorto. Esempio di questa seconda figurazione lo si trova sull’altare di San Benedetto.

[134] L’aquila è collocata in modo inequivocabile a dominare la scena, ma esterna ad essa come elemento decorativo autonomo ed è immediatamente visibile a chi accede alla basilica. La sua forma richiama le fattezze del simbolo imperiale già risalente al modello ittita, passato all’Asia Minore ed infine ai bizantini. L’aquila imperiale tedesca fu elevata  in questa forma come simbolo imperiale da Carlo Magno stesso, la notte della sua incoronazione, nel natale del 799, secondo il modello romano. Nel 1345 venne definitivamente inclusa nello stemma della casa imperiale tedesca, per divenire il simbolo usuale del governo tedesco sino ad oggi, o perlomeno ieri, quando ancora campeggiava sui Marchi.

[135] E’ noto come durante il medioevo non vi fosse conoscenza della raffigurazione prospettica. Tuttavia in questa immagine si può notare una originale e duplice interpretazione prospettica. Da una parte v’è quasi una prospettiva rovesciata, se si considera il sepolcro vuoto che in tal modo consente di osservare il particolare del lenzuolo proprio vuoto ed attorcigliato. Da un’altra parte la prospettiva è semplicemente morale: l’angelo, come personaggio più vicino al bene è grande, le pie donne sono figure intermedie, mentre i soldati, interpreti del male, sono raffigurati in piccolo.

[136] E’ da notare ciò che già sottolinea V. Gatti in alla nota 81 del suo Abbazia…, op. cit. p.33. La scena qui rappresentata risponde esattamente al dramma liturgico della Visitatio Sepulcri, che si ritrova nella Regularis Concordia di S.Etelwoldo, risalente al 965-975, rappresentata nei monasteri benedettini anglosassoni, ma anche interpretata nel sacri misteri di epoca post-carolingia a S.Gallo, uno dei monasteri fratelli di San Pietro al Monte.

[137] Già si è ricordato di come tutti i materiali di costruzione siano sempre stati reperiti in loco. Sembra dunque improbabile che venissero aggiunte in questo caso una quantità di pietre dure così notevole, data anche l’unicità di questo intervento. L’ornamentazione del resto è sempre improntata alla qualità artistico-espressiva e non alla ricchezza di materiali.

[138] La sintesi degli elementi è qui sottolineata in modo geniale: non solo la decorazione pittorica si inserisce nella decorazione plastica, ma anche l’elemento architettonico è giocato al massimo grado in forma ornamentale, come intreccio assoluto agli altri linguaggi espressivi dell’immagine plastica e del colore.

[139] Apocalisse, cap. VII, v 1 : “Dopo queste cose vidi quattro Angeli, in piedi ai quattro angoli della terra, che trattenevano i quattro venti della terra, affinché non soffiassero né sulla terra, né sul mare…”.

[140] Si legge in G.HEINZ-MOHR, Lessico…, op. cit, p. 248: “Otto è prevalentemente il numero dell’Antico Testamento, ma anche il Nuovo Testamento. Annuncia la beatitudine dell’eone (piacere) futuro che incombe. L’antico fonte battesimale ottagonale indica l’ottavo giorno della creazione, cioè la nuova creazione che inizia con la resurrezione di Cristo e nella quale il catecumeno viene inserito attraverso il bagno d’immersione. L’otto è perciò il numero della rinascita attraverso il battesimo, della resurrezione, della vita eterna.” Si ricordino anche altri significati del numero otto: le beatitudini (Mt 5, 3-10), i toni della musica gregoriana, il fiore ad otto petali, la stella o i raggi, le torri ottagonali sopra la crociera di tante chiese medioevali, i rosoni ed i bracci sono la croce greca unita a quella di S. Andrea, i pitagorici mettono in relazione il quadrato di otto, sessantaquattro, con la sapienza celeste che ha ordinato l’universo.

Quanto al dieci, ha un particolare significato come due volte il cinque latino, V+V, che forma sia la croce di S. Andrea, X, sia il simbolo di Cristo. Per i pitagorici dieci è la somma di 1+2+3+4 che indica la perfezione ed il compimento, mentre S. Agostino richiama i dieci comandamenti di Dio sul Sinai ed il numero delle corde dell’arpa di Davide che dirige la musica celeste e delle dieci sfere del cielo.

[141] Il racconto segue proprio nello stesso capitolo sette dell’Apocalisse. Dapprima si mette in evidenza il numero dei segnati, VII, 4 : “E sentii il numero dei segnati: centoquarantaquattromila segnati di tutte le tribù dei figli d’Israele…”, quindi poi si descrivono, VII, 9 : “Dopo questi vidi apparire una turba immensa… Essi stavano in piedi davanti al trono di Dio e dinanzi all’Agnello, avvolti in bianche vesti… Questi sono coloro che vengono dalla grande tribolazione, hanno lavato le vesti e le hanno fatte bianche nel sangue dell’Agnello…perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita…”.

[142] Del tetramorfo e dei suoi significati si è già detto alla nota n. 104.

[143] Ovviamente anche la figurazione e la sua tipologia sono strumenti di collocazione temporale dell’opera. In questo caso pare proprio che la conoscenza naturale del leone, così diffusa nel periodo romano con la loro introduzione nei circhi, sia completamente scomparsa. Ciò non è strano, dal momento che il basso medioevo vede la separazione anche del mondo cristiano tra oriente ed occidente e di conseguenza la mancanza di frequentazione dell’impero d’oriente che ancora aveva a sua disposizione direttamente i leoni e di conseguenza la sua precisa figurazione. Tanto più se si considera che l’artista poteva essere di provenienza germanica. Solo dopo il mille e la fine delle invasioni ungare si avrà un ritorno alla conoscenza diretta dell’arte orientale ed alla riproposizione della figura naturale del leone come la si può osservare nella riproduzione del tetramorfo della Cappella dei Santi.

[144] Normalmente la cripta si trova sotto il presbiterio della chiesa, perché in essa veniva riposta la reliquia di un martire, proprio in corrispondenza dell’altare che gli stava sopra, detto della confessione. Qui invece la cripta si trova esattamente dalla parte opposta al presbiterio.

[145] Questa scala non esisteva già più quando, nel 1881, Barelli fece gli scavi per ritrovare l’edificio originario sotto la pavimentazione centrale della basilica. Egli sostiene di averne trovato traccia e per questo l’aveva ricostruita similare a quella della parete settentrionale. Questa seconda scala oggi non esiste più.

[146] Le cripte più o meno similari a quella di San Pietro al Monte, che vengono collocate fra il VI ed il XII secolo da S.CHIERICI, in La Lombardia , per la collana Italia Romanica, ed. Jaca Book, St. Léger Vauban,1978, sono numerose:

- cripta di S.Ambrogio di Milano: la cripta si fa risalire forse ad un intervento di Angilberto II vescovo tra l'822 e l'859. La costruzione della chiesa originaria comunque era di molto precedente e la prima consacrazione data 386. E' interessante notare comunque che Angilberto II fu l'arcivescovo di Milano che verso l'845, su insistenza dell'imperatore Lotario, permise il trasferimento delle reliquie di S.Calocero da Albenga, sul Ligure, a S.Pietro al Monte;

- cripta di S.Michele a Pavia: ne parla già Paolo Diacono nella Historia Langabardorum, affermando che vi trovò rifugio Unolfo, nel 642, dopo aver aiutato il suo signore Pertarido a salvarsi dalla vendetta di Grimoaldo. La costruzione attuale ha subito notevoli rielaborazioni da allora;

- cripta di S.Siro a Cemno: le sue volte sono a crociera ed appoggia su pilastri rettangolari. Le colonne sono prive di base ed hanno capitelli che vanno dal VII all'VIII secolo;

- cripta di S.Vincenzo a Galliano: è strutturata ad oratorio ed il concetto ispiratore, come ad Agliate, è legato alle particolari esigenze delle disposizioni liturgiche che imponevano officiature particolari alle chiese battesimali. Al di sopra il presbiterio è molto elevato;

- cripta di S.Pietro ad Agliate: è una delle più note dell'area comasca di tipo oratorio. Si estende sotto il presbiterio elevato e la navata. Le bifore che danno sulla navata centrale hanno una colonnina con pulvino a gruccia;

- cripta di S.Filastrio nel duomo vecchio di Brescia: la sua costruzione viene datata VIII-XI secolo e le spoglie del santo vi furono trasferite nell'838;

- cripta di S.Vincenzo in Prato a Milano: le prime notizie sulla sua esistenza risalgono all' XI secolo. Il presbiterio è elevato per dare spazio alla cripta stessa, di cui sono caratteristici i capitelli delle colonne, che sostengono le volte a crociera delle navatelle, che vanno dall'arte romana alla barbarica sino al romanico. Le campatelle sono divise da archi trasversi e logitudinali ribassati come in S.Calocero a Civate;

- S.Giacomo a Bellagio: questa chiesa del X-XI sec., pur avendo il presbiterio particolarmente elevato non ha tracce di cripta forse per la presenza sottostante di solida roccia;

- cripta di S.Carpoforo a Como: si fa risalire nelle sue linee attuali all'XI secolo. E' di tipo ad oratorio con tre navatelle;

   - cripta di S.Vincenzo a Gravedona: caratteristica per i capitelli perloppiù cubici;

- cripta di S.Eufemia all'Isola Comacina: è particolarmente nota l'importanza storica e religiosa dell'isola durante le invasioni barbariche;

   - cripta di S.Stefano a Lenno;

- cripta di S.Donato a Sesto Calende: il tipo delle volte, cupoliformi con archi trasversi è simile a quella di S.Calocero a Civate;

  - cripta di S.Pietro in ciel d'oro a Pavia: la chiesa era la cattedrale della capitale longobarda;

  - cripta di S.Teodoro a Pavia: è la terza chiesa romanica pavese per importanza dopo S.Pietro e S.Michele.

[147] Il GATTI, nella sua opera, Abbazia Benedettina…, op. cit. a pagina 40, nota 98, parla diffusamente di questi capitelli, distinguendone due tipi di diversa fattura e di diversa età. Egli sostiene che quelli delle colonne più vicine all’altare, più chiaro, è senza dubbio anche più antico.

[148] La cripta era anche comunemente chiamata scurolo, con ovvio riferimento alla poca luce che vi penetrava. Dunque il suo uso era limitato ai momenti od ai periodi dell’anno in cui comunque si sarebbe dovuti ricorrere a luci artificiali per l’uso della chiesa.

[149] Cappella hiemalis significa cappella invernale. In questa stagione infatti i monaci cercavano luoghi in cui vi fosse minore dispersione di calore, anche di quello ovviamente prodotto sia dalle fiaccole, sia dai corpi.

[150] Il GATTI, sempre in, Abbazia Benedettina…, p. 40, sostiene che la decorazione centrale dietro l’altare sia successiva alla costruzione dello scalone. La conseguenza della variazione architettonica infatti aveva costretto alla chiusura della monofora centrale. La presenza della stessa è intuibile da due depressioni ai lati della crocifissione all’interno, mentre è visibile chiaramente all’esterno. Va rilevato comunque che molte sono le aperture e chiusure di monofore o finestre più ampie nei secoli e con varie motivazioni a noi sconosciute. Nulla vieta che la stessa monofora fosse chiusa quasi immediatamente dopo la costruzione, quando si procedette alla prima decorazione plastica.

[151] V.Gatti, autore del più recente ed importante studio sul Messale di Civate , individua la festa in riferimento alla celebrazione dei santi Faustino e Jovita oppure alla Purificazione, il 2 febbraio. Questa seconda ipotesi è senza dubbio la più interessante, perchè permette di collegare la tradizione alla stessa celebrazione ricordata da una decorazione plastica ancora visibile e leggibile, conservata nella cripta di S.Pietro al Monte. La festa cristiana della Presentazione, corrisponde alla celebrazione dei riti della luce, legati a quelli della purificazione e battesimali.

[152] Vedi nota 132.

[153] Il GATTI, in Abbazia… op. cit. nota 105, scrive: Il GIUSSANI (L’Abbazia dei SS. Pietro e Calocero 104) parlando di questo bassorilievo dice che “ il ciclone del 1910 recò gravi e irreparabili danni”. Da un esame accurato sembra invece doversi ascrivere questo danno all’incendio del drappeggio che nei giorni di festa veniva appeso a dei chiodi appositamente infissi nell’arco che sovrasta le due scene. La sua caduta sulla fiamma delle candele ha dato luogo al triste inconveniente”.

[154] Di questa particolare composizione parla E. ARSLAN nella sua opera Storia di Milano quando tratta della Scultura romanica alle pagine 580-586.

[155] Della figura femminile successiva sulla destra è difficile leggere il nome per la corrosione del tempo. Questo può essere visibile solo in particolari condizioni di umidità dell’ambiente. E’ comunque interessante notare come questo reciti: Sancta Luzia, con l’uso della z al posto della c.

[156] E. ARSLAN, L’architettura romanica milanese in Storia di Milano III vol., p. 432:” … è la più coerente espressione del linguaggio dell’architettura lombarda in tema di piante centrali: esso propone, infatti,ingigantita, l’articolazione del pilastro poliscilo lombardo nella sua più classica forma”. Di esso invece V. GATTI, in L’Abbazia… op.cit. alla nota 119 sostiene che “ Questa forma è chiaramente di gusto orientale”. In effetti, un modellino identico in modo impressionante e con cupola si può vedere nel museo del monastero dell’isola di Krk in Croazia.

[157] Il tetto è l’elemento più discusso della struttura architettonica. Molti, tra cui lo stesso V. GATT, in L’Abbazia… op. cit. alla nota 120, sostiene che “L’ipotesi della copertura a volta o a cupola… sia stata la copertura del S. Benedetto durata certamente più a lungo di quanto la cappella abbia servito alla comunità monastica…”.

[158] Spesso si è confusa la forma di S. Benedetto con una struttura a pianta centrale, ma esso è chiaramente a pianta cruciforme.

[159] E. Arslan le definisce “articolazioni del pilastro poliscilo lombardo nella sua forma più classica”.

[160] Per una maggior conoscenza si vedano anche le tesi di Angelo Julita in un articolo di V. VIGORELLI, Un’ipotesi curiosa, in L’amico dell’arte cristiana, 3, anno 1987 e la risposta di C.

[161] La decorazione originaria in affresco, rilevata dal maestro Mandelli durante i restauri dell’estate ‘89 e raffigurante un Cristo in croce, sovrapposto ad una monofora  originale, successivamente chiusa ed oggi di nuovo riaperta, è sicuramente di molto successiva alla costruzione. Nella sua opera citata, L’Abbazia…, V. GATTI, nella nota 123, rilevava come i resti di affresco, su due strati sovrapposti, fossero allora fortemente coperti dallo scialbo ormai vetrificato. Un primo strato veniva fatto risalire genericamente al medioevo, il secondo al ‘600, con lettura assai diffcile di cui si evidenzia solo un frammento di tunica.

[162] Questa data dell’avvenimento è certificata alla cartella 3706 dell’Archivio di Stato di Milano, dove si prospettano anche gli interventi di ricostruzione e di riparazione dei danni derivati alla basilica. Vi si dice anche che il campanile, fin dall’anno 1556, in cui furono introdotti i monaci olivetani nel monastero di S. Calocero in Chivate, era già rovinoso non solo per la sua antichità, dicendosi fabbricato nel secolo VIII, ma anche per la sua straordinaria altezza e molto più per essere il di lui fondamento in terreno, che già da lungo tempo vedesi fortunoso (sic!).

[163] Il lavoro di sopralzo fu eseguito nel 1949 da Mons. Polvara, cui si deve la maggior parte dei restauri a iniziare dagli anni ’30 del secolo scorso. Egli comunque ha rispettato le tracce esistenti.

[164] Per un riferimento più specifico anche alla storia di San Calocero, si veda C.MARCORA, L'Abbazia  Benedettina di Civate , ed. Casa del Cieco, Civate, 1957 e 1985.

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