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IL CINGHIALE

di carlo castagna

 

 

“Era  già l’inizio del settembre, una di quelle tarde mattinate in cui esplode improvviso l’ultimo caldo della stagione estiva. Desiderio, ultimo re longobardo, ancora inconscio dell’infelice destino, da più giorni s’era attestato coi cavalieri sulle sponde orientali del lago scintillante, sotto l’intricata vegetazione del Barro, su cui già aveva edificato una superba fortezza... “.

 

Fuori era silenziosamente ripreso a nevicare fitto. Le parole, quasi sussurrate dal vecchio monaco seduto sullo scranno accanto al fuoco vivido del camino, scivolavano lente dalle labbra iniziando quel racconto favoloso, divenuto oramai un gioco fra lui e la bambina ancora infreddolita, che allungava nella penombra della stanza le mani intirizzite al riverbero della fiamma, sgranando i grandi occhi scuri, increduli e meravigliati come ogni volta.

E sempre, giunti a quel punto, ella poneva insistente la stessa domanda, mentre Heidi, l’inseparabile lupa a pelo chiaro, si allungava pigramente ai suoi piedi, nel tepore, assopendosi quieta.

" Tu, Paolo, l’hai davvero conosciuto quel re crudele, Desiderio?".

Il monaco abbassava paziente le palpebre sugli occhi stanchi con un sorriso d’assenso e si rinserrava con gesto usuale nel saio consunto dal tempo. Dalla sua memoria riaffiorava lontana ed intatta l’immagine severa di Carlo, il figlio del Breve, con Alcuino ed Eginardo, sempre in disputa fra loro; e ricordava la tristezza di Wala, abate e la paura di Lotario, col diadema imperiale di smeraldi e ceselli e Leodegario con Ildemaro, Ramperto e Rabano Mauro al seguito... re Corrado... la superbia di Federico di Svevia, dal pelo fulvo, così simile al primo imperatore! Quanti secoli trascorsi...! Quante vicende...!

" L’ho detto alla maestra che tu l’hai conosciuto! ... Non ci crede e i compagni a scuola ne ridono... ! ",  azzardava lei immusonita.

Neppure la madre aveva prestato granché attenzione alle ‘fantasie’ della piccola ed il babbo, più disponibile, aveva scosso il capo perplesso, mesi prima, quando trafelata li aveva raggiunti in ritardo per la cena, seguita dal cane festoso.

"Si chiama Paolo ed ha un sacco d’anni... vive solo nel vecchio monastero sulla montagna e racconta storie bellissime... vere... e ha conosciuto persino... ti spiega tutto... lui sa perché..." , non finiva più il cicaleccio mentre trangugiava di tanto in tanto una cucchiaiata.

Inutilmente papà aveva insistito, sempre meno convinto. Alla antica abbazia di S. Pietro da troppo tempo non aveva più messo piede nessuno. E s’era mai sentito d’un frate e poi, chi mai l’aveva visto? Solo lei, Matilde, la figlia! Possibile? E come ci viveva, con che cosa... ?

 

" Il principe Adalgiso, bellissimo figlio del re, non riusciva a dominare la noia dell‘attesa forzata. Allora, con gli amici, aveva attraversato la palude del fondovalle e si avviava scherzando su per il pendio del monte Pedale, con la faretra di cuoio a tracolla e il corto arco per la caccia a ballonzolargli fastidioso sul fianco.... "

 

Il pomeriggio la si vedeva arrampicare sul sentiero sassoso, svelta e felice, con Heidi ansimante alle costole, che non le si staccava un momento. Si recava all’appuntamento oramai usuale.

I primi giorni, quando, al lieve tepore del vespro, ancora si fermavano seduti sul grande scalone di granito grigio che conduce su alla basilica, dirimpetto agli spioventi d’ardesia scalpellata di S.Benedetto, che accompagnano in linea tutt’attorno gli archetti pensili, modellati leggeri nel tufo sui conci sbozzati delle absidi che allungano le cuspidi sullo sfondo frastagliato del Resegone, il volto austero del monaco e il suo lungo saio scuro le incutevano un certo timore. Come la prima volta che, seduta, vide dal sotto in su quella massa nera incombere su di lei.

Il volto sereno tuttavia, atteggiato al sorriso e incorniciato dai capelli bianchissimi, infondeva quasi all’istante sicurezza e istintiva simpatia. E la voce profonda, carezzevole e calma l’aveva stupita pronunciando il suo nome " Benvenuta Matilde!".

Anche ora continuava a sorprenderla.

 

Il sudore imperlava la fronte alta, sotto i riccioli biondi inanellati e umidi del ragazzo. Adalgiso aveva sopravanzato nella corsa i compagni, seguito solo dai veloci levrieri.

Lo sforzo sull’erba alta, nel terreno incolto, gli aveva tagliate le gambe e s’era buttato di colpo, alla ricerca d’un poco di fresco e ristoro, sotto le fronde verdissime d’un castano giovane, denso di foglie affusolate. Più su, pregustava, avrebbe tuffato il capo in una fonte conosciuta d’acqua gelida, purissima, che sgorgava tra il muschio fresco e vellutato e rabbrividiva già di piacere al pensiero....

 

Paolo e Matilde s’erano per caso trovati e capiti. Così trascorsero un autunno bellissimo, osservando gli snelli cornioli ed i teneri sambuchi farsi rossi e gialli di colori, mettendo a nudo le bacche appetitose per i merli e le cesene di passo. I noccioli, già visitati da scoiattoli e ghiri indaffarati, svestivano lentamente le foglie ai primi aliti di vento e allargavano sempre più spiazzi d’erba rinsecchita, sotto un cielo d’un tenue celeste e di candide nuvole.

E d’incanto, in un tempo che volava leggero, il vecchio monaco aveva narrato di sé e del duca di Spoleto, delle numerose ambasciate per la selvaggia penisola, dell’amore che, inatteso, l’aveva colto per quel luogo seducente ed armonioso nella sua silenziosa solitudine e gli ispirava il carmen Larii . Molto aveva tenacemente operato e molto cercato di capire l’uomo, la sua violenza e l’amore, la crudeltà e la dolcezza, il tradimento e l’amicizia... Gl’indettavano la storia del suo popolo il pensiero e l’ascolto di gesta di feroci condottieri longobardi e sermoni di santi vescovi di Tours, fatti di guerra e di perdono!

Lì però era sempre tornato, sul poggio del monte, nell’esiguo monastero, a riappropriarsi della pace, spiandone il suo immenso splendore e l’ignominiosa rovina.

 

Poco discosto, nella radura di guaime, protetta da una cerchia stretta d’arbusti punteggiati di querce, impercettibilmente sentì il cinghiale! ...Ingentem aprum grunientem castaneas, sive glandulas silvarum...!”

 

La lingua misteriosa, col suo fascino d’antico, ingigantiva la malìa dell’immagine del cinghiale dal pelo scabro e stopposo, che trangugiava le ghiande e le castagne precoci, sfuggendo dal balenio della fiamma allo sguardo affascinato della bimba. L’animale le infondeva, a un medesimo tratto, una mescolanza di timore e di compassione affettuosa e tenera. In lui si concretavano le strane, fascinose bellezze sfogliate nel ‘bestiario’ sgualcito di Paolo, poi sospettosamente spiate nel grifo e la chimera, ancora plasmati rosei nello stucco dei plutei d’entrata alla basilica in penombra. Vi riemergeva nei tratti un mondo stravagante di fiere, d’esseri informi e inquietanti che popolavano numerosi, un tempo, affreschi e modellati. Come lassù, sotto l’arcone trapunto e smisurato, dove il terrificante drago dalle sette teste soccombe con gran colpi d’ala al variopinto esercito d’angeli d’Apocalisse. E abbarbicati invece in sommità di colonna, sul ciborio slanciato, l’angelo, l’aquila, il bue e il leone vegliano sgomenti ed inerti nei succedenti chiaroscuri sinuosi di argilla.

Il vecchio infrangeva allora con trepore il fantastico sogno della bambina.

 

“D’improvviso, il principe scattò in avanti, minaccioso! Nell’istante stesso i cani saettavano sulla preda inavvertita, latrando di ferocia ed affondando i denti aguzzi nella carne viva. Uno, due cani guaendo pazzamente al dolore mortale catapultarono lontani, squarciati dalle zanne possenti della vittima.

Nell’attimo di sgomento, il cinghiale si slanciò in una fuga disperata, travolgendo cespugli e rovi infidi, strisciando di rosso cupo, qua e là, il suo passaggio”.

 

La ferocia inumana del 1176 riviveva tremenda nel ricordo di Paolo. La sconfitta del Barbarossa abbandonava a se stesso l’abate Algiso, suo fedele vassallo. I monaci inutilmente cercarono di soffocare, prostrati in preghiera, le urla bestiali, incrociate, degli assalitori. Wanulfo, l’ultimo novizio tredicenne, col volto insanguinato fuggiva urlando il terrore. La lama d’un’ascia baluginante nell‘aria gli squarciò l’esile nuca, lasciando alla morte un moncone dal riso osceno.

Solo l’oratorio e la basilica si ergevano ancora intatte e inviolate case di Dio, segnate dall’armonia degli archi a tutto sesto, legame fra cielo e terra. D’attorno solo i gemiti dei moribondi, coperti dai canti di ringraziamento nella messa dei disumani assassini!

Dalle rovine dell’abbazia tedesca s’alzò a lungo, per giorni, un fumo nero e acre a metà del monte; nell’aria l’orrendo e sguaiato gracchiare litigioso dei corvi arrivati a frotte per contendersi i miseri resti.

Perché, mio Signore?

" Dai, continua!". Matilde, ingenua nei suoi brevi otto anni, spazientiva alla meditazione del vecchio, mentre Heidi, nel dormiveglia, drizzava pronta gli orecchi vigili.

 

“Il cinghiale, atterrito, sfiniva quasi nell’accasciarsi ai piedi dell’altare d’una chiesetta modestissima, costruita sul poggio aperto da Duro, un eremita, che qui pregava santamente.  Il corpo agile e robusto d’Adalgiso però, sulla soglia,  impedì presto i caldi raggi del sole. Il labbro atteggiato al sorriso dominatore scopriva una fessura di denti bianchissimi, mentre la sinistra incoccava con sagacia la freccia acuta.

Ma la notte, improvvisa e tremenda, calò sui suoi occhi.

E fu cieco!”.

 

Quell’antico aveva atteso tranquillo e consapevole l’incontro quel giorno, osservando pensoso i fiocchi leggeri coprire con assidua insistenza la natura, modellandone le forme. Il manto candido la vestiva, aderendo con la sua coltre soffice alla crudeltà dell‘uomo, come la primitiva, tenue ingenuità della bambina aveva via via accarezzato e ricoperto il tumulto dei più amari pensieri dell’animo, ridonandogli la pace.

Più giù frattanto, Heidi ammusava nella neve fresca, lasciando una scia sicura per le orme della piccola che, le guance arrossate dal freddo, vi affondava con fatica i suoi corti passi. Dalla valle imbiancata, erano saliti ancora un poco i gridi acuti di giochi millenari. Spiccavano, sul cammino, nella limpidezza della luce accecante, i tronchi rugosi delle querce accanto al grigio argenteo degli olmi ed al livore d’un candido screziato delle betulle chine sotto il carico della nevata.

 

“  Gli amici esausti, giunti in fretta, zittivano alla nera disperazione del compagno, smarriti.

Duro, solo in ginocchio, immobile  e silenzioso, pregava. Era un segno!

Adalgiso, immediatamente prostrato, non solo scongiurò il perdono e l’aiuto alla potenza divina. Promise doni e ornamenti regali, immense ricchezze e reliquie del beato Pietro, in una chiesa simigliante alla cattedra dell’apostolo in Roma.

Ed Egli l’udì!

Dunque, tutti coloro che erano presenti resero grazie a Dio, che così meravigliosamente tutto predispone”.

 

Al solito, Matilde sognava incredula e affascinata, fissando l’incendiarsi intenso delle braci, riflesso del fulgore degli smeraldi e della lucentezza degli opali, di raffinate ragnatele di ricami, d’ori corruschi e ornati di capitelli e colonne tortili, di tenue successioni d’affreschi e sequenze d’angeli e del Cristo nella Gerusalemme celeste...

L’uggiolìo insistente di Heidi riscosse la bambina inaspettatamente. Paolo, era singolare, sembrava profondamente assopito nel suo saio scuro dalla trama pesante; le mani in grembo, allacciate in un gesto d’orazione. Fuori i fiocchi ondeggiavano più radi e lenti in una luce opaca.

Saggiamente, la piccola ospite preparò, bisbigliando, il ritorno e giudiziosamente zittiva il cane inquieto, affinché non disturbasse il greve sopore del vecchio.

Così, sovrapensiero, i due sgusciarono all’aperto, ripercorrendo a ritroso lo stretto sentiero innevato, sino all’arco d’ingresso al sacro recinto. Sul percorso, d’un tratto, Matilde finalmente scoprì la causa del turbamento che ogni volta l’assaliva al termine del racconto, lasciandole un senso d’incompiutezza. Tutta compresa nel preoccuparsi d’Adalgiso e della meravigliosa e ricca edificazione del santuario, le era sempre imperdonabilmente sfuggito il destino, misterioso nella storia, del cinghiale!

Ebbe quasi un gesto di ritorno. Tuttavia, il ricordo del volto muto del monaco, disteso sereno nel riposo, dei suoi capelli candidi illuminati dalla fiamma, rinviò la questione al successivo incontro. Indicò allora con gesto preciso alla lupa in attesa il sentiero, puntando saldi i giovani piedi sul pendio immacolato.

Non immaginava neppure che per il vecchio monaco non ci sarebbe più stata una prossima volta!

 

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