1988

  L'APPARENZA

 

 

·  A portata di mano

·  Specchi opposti

·  Allontanando

·  L'apparenza

·  Per altri motivi

·  Per nome

·  Dalle prime battute

·  Lo scenario

 

Se “Don Giovanni” aveva spiazzato pubblico e parte della critica specializzata un anno dopo “L'apparenza” riesce a portare a conseguenze persino estreme il nuovo discorso musicale e testuale scelto da Battisti. In particolare i testi prendono, in maggior misura che nella  precedente opera, il sopravvento sulle musiche che stavolta fanno camaleonticamente da sfondo, sottofondo, accompagnamento alle creazioni sintattiche di Pasquale Panella.

Inciso d’estate (e piuttosto in fretta, contrariamente alle abitudini del cantante), negli studi londinesi di Roundhouse “L’apparenza” vede ancora Robyn Smith come produttore e arrangiatore che porta con se le referenze di aver lavorato in esperienze eclettiche, dagli Earth Wind & Fire ai Prefab Sprout sino alle composizioni il jazz di Ramsey Lewis. 

Ultimo disco ad essere etichettato con la produzione “Numero Uno”, “L’apparenza” mette maggiormente a disagio i vecchi fan di Battisti ultimando la cesura fra vecchio e nuovo in maniera irreparabile.

All’interno della copertina non sono nemmeno inseriti i testi, quasi a manifestare l’intenzione di comunicare una certa intenzione di isolamento fra cantante  e pubblico, ma da vedere più con gli intenti di uno stimolo-punizione per l’ascoltatore.

Il disco è comunque geniale nel panorama musicale italiano per la sua capacità di offrire riletture continue all’ascolto, senza considerare che la musica porta ancora il marchio compositivo del musicista reatino.

Nella maggior parte dei brani, la forma tripartita della canzone viene sostituita da un numero variabile di segmenti melodici, molto piacevoli eppure sovversivi per le abitudini dell’ascoltatore medio, che viene però inizialmente soddisfatto dalla melodicità così come dal ritmo e dalla durata (assolutamente canonica) dei brani. In realtà tempi sono inusuali, strani, spezzati e la ritmica meccanica cela un incedere che prevede anche improvvisi cambi di ritmo.

L’incipit del disco è “A portata di mano” in cui si mette in evidenza un brano totalmente sintetico e arricchito dai veloci inserimenti di un’orchestra usata con la consueta perizia. Il canto lascia spazio ad un tono quasi recitato, una lenta declamazione di versi ancora più criptici del lavoro precedente, ma talvolta, estremo camuffamento, si ha l’impressione che il senso dei testi sia così semplice da sfuggire ad una analisi attenta: “Dicendo abbiamo tempo tu tendevi nel contrario, vedevi il necessario per quanto vai inventando oggi”.

L’impressione si fa ancora più intensa nella canzone continuamente curvata che ha per titolo “Specchi opposti” e dove l’aggettivo “distratto” non a caso appare più volte ed è forse il termine più adatto per comprendere un testo incentrato sull’impossibilità di conciliare tempo e circostanze (“sei entrata nella stessa distrazione creata perché potesse accadere qualcosa e tutto succede quando tutto riposa”). La musica accenna più che concludere e in un tempo di valzer accenna a movimenti immaginari, creando un illusione oltre che testuale, sonora.

“Allontanando” bisbiglia quasi l’idea di considerare importante la distanza, considerata provocatoriamente il migliore punto di vista per Pasquale Panella, costituendo un tema che si incontrerà anche nei prossimi dischi (“…e puoi vedermi meglio, allontanando”).

L’interlocutore a cui è diretto il testo, come spesso accade, è ignoto e forse non conosce la tesi che gli si esporrà; si suppone sia una donna, amata come si può amare una statua, tratteggiata come un essere incomprensibile e raro su cui progettare e poi tentare progetti di comunicazione.

“L’apparenza” si ascolta come un triste e netto epilogo di una incomunicabilità inevitabile, nata dalle abitudini. Testo in cui più che negli altri la musica scorre quasi inavvertitamente, priva di riferimento al significato della canzone, un eloquio rilassato di considerazioni che toccano spesso il nonsenso della noia, di scene che si “sciolgono in gocce”, fatte di “indolenza incendiaria”, di confidenze “senza vocali e senza consonanti”. La decostruzione intenzionale del testo è addirittura d’esempio, perché propone una mimesi del vissuto a due senza precedenti, in quanto lo stesso argomento trattato da Mogol non ha mai raggiunto questi risultati.

Negli anni novanta non è più tempo per i 45 giri, altrimenti “Per altri motivi” sarebbe stato certamente un singolo molto accattivante. Infatti stavolta la musica si fa sentire in cadenze perfette e di grande presa, il testo torna a considerazione solitaria laddove nei precedenti sembrava comunicare ad un’immaginaria presenza.

Le parole adombrano un sottile umorismo ricco di sequenze verbali difficilissime da inserire in una canzone eppure ancora esempio di bravura e coesione nell’unire testo a musica: “I villini camminano con l’inquilino in bocca stuzzicante”. Ma tutte le parole si dovrebbero citare per la loro capacità di inquadrare una realtà che resta celata dietro a quella che si presenta alla vista con tanta evidenza. “Per altri motivi” è anche carica di ironia verso le abitudini standardizzate che si trasforma in una carica polemica aperta e grottesca: “…una feltro non si prova si indossa direttamente. Ah come siamo vivi, come tutto accade per altri motivi”

“Per nome” rappresenta il brano più compiutamente nostalgico, poiché sembra essere stato scritto dal Battisti di qualche anno prima. Lo schema infatti ridiviene canonico, la strofa e il ritornello sembrano una ricognizione sul proprio passato con una melodia di grande bellezza, ma che porta sin dalle prime parole, i connotati di una personalissima scrittura del testo: “Ha un nome molto bello, che se me lo ricordo lo chiamo che bel nome”.

Segue “Dalle prime battute” delicata, se mai è possibile, ribellione alla velocità dei nostri giorni proponendo vacanze casuali e rallentate al posto di quelle parossistiche e dimenticabili. Una filosofia di vita che trova nel viaggio e nell’arrivo un motivo di felicità. L’umorista turista della canzone si trova in un posto scelto che contiene tutti gli altri un po’ come l’“Aleph” narrato dallo scrittore argentino Jorge Luis Borges, un punto di vista che contiene tutti i panorami; una “artistica località banale” dove ci si chiede “che tempo fa oggi, sapendo che fa un tempo ogni giorno”. Un luogo dove i turisti svaniscono e il finale delle cose è l’unico evento che dura davvero.

“Lo scenario” ha un titolo che non si fatica a immaginare programmatico; il brano è infatti il reale congedo dell’opera, lo svolgimento ricorda un andamento già ascoltato ne “L’apparenza” ma risulta maggiormente mosso con un basso in evidenza e un testo tutt’altro che incomprensibile nel suo sondare i rapporti interpersonali ed il groviglio dei sentimenti che ne segue: “Dici che non capisci e questo ti convince a non capire”. Schermaglie che Pasquale Panella sintetizza con un memorabile verso: “avendo voglia e tempo e la serata adatta tutto è dimostrabile, soprattutto il contrario...”.

Questo e altri versi indicano che forse l’apparenza non sta dietro le cose ma è, incredibilmente, l’essenza delle cose, la sostanza del nostro colloquiare.

Anzi, l’apparenza costituisce una contraddizione che lega l’insignificanza al valore e la distrazione all’attenzione (“la distrazione, quest’effusione, sgretolamento e spargimento della molto inutile attenzione ridotta a polvere…”).

Il progetto poetico e l’escatologia di Battisti e di Panella è quindi non solo il soffermarsi su una mancanza di riferimento ad una realtà principale ma il disciplinare l’animo a convivere con la sua assenza. Un’assenza che comunque sorprende l’ascoltatore per la maniera in cui viene descritta in una virtuosistica simbiosi fra autore e musicista che immaginiamo si capiscano al primo sguardo.

L’apparenza è l’ultimo disco di Battisti a conquistare, sia pure per poco, il primo posto nelle classifiche di vendita.

 

A PORTATA DI MANO

 

Dicendo abbiamo tempo ci giri intorno

stemperi e riempi come dire centotre vasetti

di liquido con colore diluito

che certamente è meno previdente

di una conservazione che alimenti

tutti i tuoi seguenti spunti di appetito.

Sono fluidi a vedersi, c'è un piacere

anche perché qualcosa si nota che manca

e se ci fosse è come non avesse nome.

Abbiamo tutto il tempo.

E poi il discorso prende una piega architettonica

nell'aria con le mani, si collega ai pianti rampicanti

all'euforia da giardino ai pensili eccitanti.

All'ornamentale destino.

E tutto il tempo è vicino a portata di mano

sul tavolino, sul ripiano su quanto ti è più caro.

Ma se cominciassimo, che ne dici?

Se entrassimo nel vivo.

Oltre la porta orale saliamo a perpendicolo la scala

che nel muro si avvita.

L'umido della parete nella mano s'asciuga sempre più

parete che d'acciughe sale su nella rete in muratura.

Saliamoli i gradini con le punte

e pure sconoscendo se calziamo un'epoca,

una storia, una leggenda

in cui calati, risalendo siamo. E l'anta si spalanca.

Dicendo abbiamo tempo tu intendevi dire il contrario

vedevi necessario che quanto vai inventando oggi

non te lo ritrovassi sempre vivido tra i piedi tale e quale

esatto nel reale con i particolari talmente precisi

un domani da non credere che i fatti siano intrisi

di te così profondamente così com'è com'è vero avvengano

in assenza di qualsiasi sostanza.

Volevi invece dire:

prendi il tempo con me un po' interrogativa

mentre la mano offriva.

Abbiamo tutto il tempo.

Aroma di caffè.

 

SPECCHI OPPOSTI

 

Ero distratto tu ti davi da fare e non c'eri affatto

oppure ti muovevi con un ronzio d'insetto che mi assopiva

avevo le palpebre in bilico entravo nel ciclico avvertimento

di caduta di mani per tornanti di caduta di sonno in blocchi pesanti.

La distrazione, questa effusione sgretolamento

e spargimento della molto inutile attenzione ridotta a polvere.

E debolmente io ti avvicinavo e ti accostavo, sbagliando i tempi,

a memorabili esempi di abbandono di incontro ti ascolto

capisco ma non molto intuisco però la giravolta degli oggetti.

Tu aspetti di vedermi passare

abbracciato a qualcosa che mi sta giostrando. Mi aspetti

per salire mi stai stringendo i fianchi.

Sei entrata nella stessa distrazione

creata perché potesse accadere qualcosa

e tutto succede quando tutto riposa.

Quando l'attenzione per essersi sporta narcisista ai suoi sguardi

rovina e se n'è accorta appena troppo tardi nostra fortuna.

Ero distratto e fatta tu sei di svista.

Se fossimo simpatici uno all'altra

saremmo specchi opposti riflessi

limpidi e inebetiti tra se stessi.

 

ALLONTANANDO

 

E poi di che parliamo?

Di come per favore hai fatto se non ti dispiace replicarlo

quel gesto quell'insieme di cose e di non cose

che accadono una volta e quindi possono

ripetersi a richiesta e non per caso

In cambio ti rifaccio il mostro mi tolgo le foglie dalle dita

il vento pettinato ritorno ai connotati riprendo i miei colori

a mano libera e meglio puoi vedermi allontanando

E poi di che parliamo?

trasvola sopra l'ultima papilla la farfalla e la lingua la spilla

e ripeschiamo l'oh dello stupore col quale incorniciamo

il fragile leggero di quel che non diciamo

e poi di che parliamo?

di come sei tracciata appena su carta o traspari in filigrana

trapassi le pareti solletichi anche l'aria

ma un gesto un solo gesto ti torna solida

un gesto che è richiesta e non è caso

in cambio non invento niente mi butto di sotto o non mi butto

mi sto distrattamente sfrenando dal mio posto

proietto il bell'aspetto. Mi tramo: intrecciami

e puoi vedermi meglio allontanando

e poi di che parliamo?

Nel libro d'avventure saltiamo le parole e le figure.

 

L'APPARENZA

 

Quindi facendo finta che non sai parlare

ti metti un dito in bocca, l'anulare.

Dirigi una quinta qualsiasi

sposti tre vasi come le tre carte

mi metti a parte di una confidenza senza vocali e senza consonanti

tiri con gli occhi chiusi sull'atlante l'indice come un pulsante

accende una nazione in cui mi sa

che a quest'ora è notte piena o molto nuvoloso

pieghi la schiena cali il tuo sipario di capelli

sopra l'armamentario voluttuario, quindi ti sollevi in mulinelli

dall'indaco e il blu di Prussia profondissimi.

Ti rilassi bussando tristemente assorta sopra una porta

che non c'è per niente la spingi che era aperta

mi racconti come un capogiro i fatti i posti pieni di respiro

mi presenti un regalo, ed attraverso ci vedo le tue mani contenenti.

Lo scarti prima sciogli questi fiocchetti inestricabili

ti imbrogli e fai cadere e credere

in un danno incalcolabile e l'aria vulnerabile raccogli

Incolli l'invisibile

e d'improvviso scrolli in gocce questa scena

fai la feroce coi baffi che non hai da puma

sulle guance gonfiate fai la precoce.

Che scarica un gran volume d'indolenza incendiaria

quindi sei l'avversaria di un arioso colosso pugilatore

poi mormori indecenze senza parole a un confessore

lo respingi in sequenza d'inseguimento

infili il balcone ti scansi di lato fai la ricognizione

se ha fatto centro il precipitato.

Rientri con cavalli fragorosi e salti di delfini tra marosi.

 

PER ALTRI MOTIVI

 

Ah! questa poi

sento di star per vivere.

e nello stesso momento

tremila riluttanti col lunghissimo mento

e i denti scricchiolanti avidamente

tremila debuttanti sfondano contemporaneamente

le quattro pareti nemmeno tanto ingenuamente

perché non c'erano segnali di divieti.

Ah! questa poi

sento di star per vivere

e i villini camminano

dopo i pranzi con l'inquilino in bocca stuzzicante

anzi tutte le belle pancione dovrebbero fregiarsi di un balcone.

Ah! come sono triste mi mangerei oltre il pasto le liste dei vini

se fossero di sfoglie coi croccantini al posto delle scritte.

Avrei una voglia, un taglietto d'affetto.

Cosa sento? ma niente.

Un affetto non si prova s'indossa direttamente.

Ah! come siamo vivi come tutto accade per tutt'altri motivi.

Mettiti nei tuoi panni dove sei più aleatoria.

Siamo nella preistoria: ecco una frase che durerà.

Sapessi tu come me ne ricordi un'altra della quale non ho alcun ricordo

perché non avemmo motivi nemmeno di disaccordo

anzi come i lati di un triangolo isoscele

non avemmo motivo di conoscerci.

Ma sento un tepore carnale che cresce

sarà un saldatore che al naso mi unisce.

Ah! come sono vivace come uno che tace

e ci si domanda

chi ha fiatato ed ognuno si voltò dall'altro lato

credendo di aver pronunciato

lui stesso quella frase, chi ha parlato è l'autista

che pronuncia il discorso più lungo che esista.

Al ritorno la strada restò sola e le corsie incontrandosi

non dissero nemmeno una parola.

Ah! questa poi

sto per vivere di fresco e me ne esco

uno da una parte uno dall'altra la Commedia dell'Arte.

Ah! come sono vivace come uno che tace.

 

PER NOME

 

Ha un nome molto bello che se me lo ricordo lo chiamo quel bel nome.

E lei starà non in qualche foresta ma in qualche bestiola

che colta sul fatto si volterà di scatto

mostrando i suoi tre quarti stupefatti

e gli inzuppati come dolci nel latte bianchi degli occhi

con il tocco sopra d'amarena.

Per nome ma non tanto per davvero

starà leggendo un libro nel pensiero

e infilerà un segnale nel sospeso.

Ha un nome molto bello, molto illeso

che se me lo ricordo si apre un fico

golosamente arreso se lo dico.

E lei starà misurando con calme sequenze di palmi

su sé quanto dista la gola fatalista

da tutta la tastiera del costato.

Avrà accordato il respiro con l'arco della dorsale

e sembra l'obiettivo del suo cruciale sbarco.

Per nome quell'alone protettivo

che la dimenticanza ha rinforzato

la punta della lingua m'ha aggredito.

Ha un nome molto bello, smemorato.

Starà guardando molto da vicino

qualcosa che da qui non l'indovino.

E lei starà.

 

DALLE PRIME BATTUTE

 

Dalle prime battute riconosce il posto: ridente labbriforme costa

ilare quando vede scendere l'umorista turista

che alle prime bracciate dell'orchestra riconosce il posto.

Dai primi segni di vita e alla vista dell'insigne pietra mistica,

ad un attento esame superficiale riconosce l'artistica località banale.

Tu come scendi dal predellino t'informi sui movimenti del mattino

l'entrata dell'ossigeno e il preserale andantino

e su chi mai diriga dal braccio abile e il viso impronunciabile

uscirai all'aperto così come ti trovi senza nessun preavviso

come la faccia di un dado che abbia una probabilità sola su sei

su come sei o come le altre cinque

di cui una la più opposta e quella più nascosta

è quella che tiene i piedi in terra e sulla quale poggi.

Che tempo fa oggi, dici guardando attorno

sapendo che fa un tempo ogni giorno.

Sul predellino sali sapendo che durano soltanto i finali

e tutti i posti intanto prima dei saluti dici tu, sono loro i turisti

Ti sta partendo la cartolina da te si ritaglia il fine rettangolino.

Sfogliate ti salutano le tue vedute dissuase

tornate verso casa di contro un limpido smalto così incrinabile.

 

LO SCENARIO

 

Dici che non capisci ma io so che tutti capiscono tutto

e t'intestardisci: io sarei un panno nero nel salottino scuro

non c'è acqua né fuochino che fuori lo trascini quel detrito

e lì l'incendi abbrustolito.

Diventi malevola come se io fossi una persona.

Diventi, come i tutti che capiscono, sincera

ossia dici come sarei se fossi l'immagine a somiglianza del tuo rancore

o malessere d'essere sincera, parlando di te.

Dici che non capisci eppure quel che dici è tutto vero

di più quando inveisci, quando pesantemente costruisci periodi

che speri d'odio ma ad ogni affondo ti si scopre un po' il corpo.

Diventi simpatica simile tu ossia con sentimento

e parli sempre d'altro di quel tossico che bevi

lo stai dicendo con le stesse parole di tutti.

Forse è questo che tu non vorresti riuscire a capire:

che favorevole è come essere contro

e in mezzo c'è una zona di silenzio

difficile anche un po' recalcitrante

dove un parere vale quello che vale,

è l'ombra trasparente o niente che traspare

silenziosamente tutti tra sé e sé pensano le stesse cose.

Dici che non capisci e questo ti convince a non capire

però non ci riesci, non ti sai trattenere e ti dispiace ti dispiaci tu.

Avendo voglia tempo e la serata adatta tutto è dimostrabile

soprattutto il contrario con un'abile manipolazione dello scenario.

Mentre è un combattimento quello che dici

sono nemmeno abili mosse,

tra quello che dici e come vorresti che fosse.