DOSSIER VACCINAZIONI

 
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L’ASSALTO AL SISTEMA IMMUNITARIO INFANTILE

La storia legittima molti dubbi, per non dire di peggio, sull’efficacia delle tecniche di vaccinazione. L’immunizzazione artificiale con i vaccini dovrebbe essere confrontata con l’immunità ottenuta in maniera naturale. Discutendo di immunità spontanea, gli autori dell’opuscolo The dangers of immunization, pubblicato dalla Humanitarian Society of Pennsylvania, evidenziano che nella vita quotidiana le infezioni a cui andiamo incontro e di cui ci rendiamo conto sono in ragione di un centesimo rispetto a quelle non evidenti. Queste infezioni minori, che non traspaiono da sintomi clinici, hanno come effetto il mantenimento della funzione immunitaria a un livello di allerta. Questa risposta è in contrasto con la vasta gamma di offese che la vaccinazione produce quando provoca il sistema su vasta scala esaurendo le sue riserve (poiché nessun sistema o organo ha riserve illimitate di materiali o di capacità funzionali). E si dovrebbe pure riflettere sul fatto che il corpo può fronteggiare materiali tossici e infettivi quando si presentano in una certa forma ma forse molto meno quando si presentano in un’altra.

Molte infezioni batteriche che occorrono naturalmente hanno il loro inizio nell’intestino e tuttavia le tecniche di vaccinazione di solito introducono l’invasore attraverso il sangue. Un’analogia può essere tratta dalla differenza che c’è tra il veleno di serpente ingerito (che non avrebbe quasi nessun effetto) e quello introdotto nel sangue (che ha invece un effetto altamente tossico). Si dovrebbe pure essere consapevoli del fatto che il sistema immunitario infantile non è completamente sviluppato e che evolve verso il suo pieno potenziale tramite l’esposizione a miriadi di microrganismi in un ambiente naturale. Assalire il sistema immunitario prima che esso abbia avuto il tempo di svilupparsi e di maturare naturalmente sembrerebbe essere una sollecitazione disastrosa. Il sistema immunitario infantile non ha infatti le risorse per reagire adeguatamente di fronte all’introduzione di materiali tossici si larga scala e la precocità della risposta cui è costretto indebolisce la sua efficienza a lungo termine. Questo processo sarebbe un fattore fondamentale nell’osservato aumento di immunodeficienza nei bambini, delle loro malattie allergiche e dei loro disturbi comportamentali.

(Leon Chaitow, da I pericoli della vaccinazione e le possibili alternative, IPSA Editore, 1989)

 
 

RISCHI ED EFFETTI NOCIVI DELLE VACCINAZIONI

Incidente a breve termine (classici):

Sono quelli che vengono ammessi anche dalla medicina ufficiale, benché con un’incidenza assai inferiore a quella reale:
encefaliti, complicanze allergiche (esantemi), eczema vaccinico, danni neurologici di diversa gravità, morte.

Altri danni a breve termine:

Vengono riscontrati da medici e da ricercatori ma non sono ammessi dalla medicina ufficiale: sindrome della morte improvvisa del lattante (ormai riconosciuta negli USA), paralisi, sclerosi multipla, leucemie acute, malattie allergiche da complessi antigene-anticorpo (danni renali, porpora, asma, reumatismi, edemi, ecc...), insorgenza di quelle stesse malattie contro le quali si vorrebbe vaccinare (difterite, poliomelite, tubercolosi, ecc...).

Danni possibili a lunga scadenza:

Secondo alcuni ricercatori essi sono molto probabili anche se la relazione di causa-effetto è difficilmente dimostrabile: tumori di ogni tipo, leucemie acute e croniche, linfomi, sclerosi multipla, infarti cardiaci, disturbi caratteriali, disturbi mentali, disadattamento sociale, alterazioni genetiche (e quindi trasmissibili ai discendenti), ecc...

Sconvolgimento del terreno organico del vaccinato:

Consiste in un’alterazione subdola dell’equilibrio ecologico interno provocata dalle ripetute stimolazioni delle difese immunitarie e, soprattutto, dall’introduzione nell’organismo di proteine estranee al suo codice genetico.

Danni dovuti alla contaminazione dei lotti di vaccini:

Riguarda soprattutto i vaccini virali, che possono essere contaminati da altri virus esistenti nei mezzi su cui vengono allestiti.

A questo proposito è ormai noto che il virus SV40 delle scimmie (il quale provoca tumori maligni non solo nelle scimmie ma anche in altri mammiferi) ha contagiato fino ai primi anni Sessanta la maggior parte dei vaccini antipolio a virus attenuati (Sabin) e uccisi (Salk). Chi ci garantisce che questo virus non possa, magari dopo 20-30-40 anni, provocare tumori anche negli uomini? Allo stesso modo si è saputo che la maggior parte dei vaccini a virus vivi contro la febbre gialla e contro il morbillo - per lo meno quelli fabbricati fino al 1962 - furono contaminati dal virus della leucosi aviaria (una leucemia dei polli, ma questo virus provoca tumori maligni anche in diversi tipi di mammiferi, scimmia compresa), contenuto negli embrioni di pollo su cui venivano coltivati questi virus. Solo recentemente si è saputo che centinaia di migliaia di soldati americani furono colpiti da epatite virale nel 1942 perché il virus dell’epatite B aveva contaminato i vaccini contro la febbre gialla somministrati a quei soldati. Recentemente alcuni ricercatori americani hanno isolato nelle scimmie verdi africane un virus molto simile a quello dell’Aids. Ora, le cellule renali di queste scimmie verdi vengono usate come terreno di coltura per la preparazione di alcuni vaccini umani, fra cui quello della poliomelite. Chi ci può garantire che i vaccini antipolio somministrati a milioni di bambini fossero esenti da questo virus? E che questo virus, anche se non è esattamente quello dell’Aids, non produca a lungo termine conseguenze nefaste? Chi ci può assicurare che altri virus, ancora sconosciuti ma non per questo necessariamente innocui, non continuino a contaminare i nostri vaccini? Sono domande inquietanti, che non possono essere frettolosamente liquidate con un "E’ impossibile!": la biologia non è matematica.

Danni dovuti alla particolare biologia dei virus:

I virus possiedono proprietà inquietanti: alcuni sono in grado di provocare delle aberrazioni cromosomiche; altri acquistano un potere di trasformazione (possono diventare patogeni) in presenza di determinati agenti fisici (come le radiazioni) o chimici; altri ancora possono potenziarsi a vicenda, ricombinandosi tra loro e dando origine a nuovi virus che a loro volta possono provocare nuove malattie; altri manifestano infine il loro potere patogeno nella discendenza del soggetto vaccinato. E’ noto che un virus, benché attenuato, possa in certe condizioni riprendere la virulenza. Il ricercatore sovietico Bochian riuscì addirittura, con appositi sistemi di coltura, a far resuscitare dei virus uccisi secondo le regole dell’arte e a far loro riacquistare il potere e la capacità di moltiplicarsi.

(Raul Vergini, da Vaccinazioni, perché?, Il giornale della buona salute naturale, Numero 1, Maggio 1995)

 
 

LE VACCINAZIONI: UNA BOMBA A OROLOGERIA

Forse troverete questa affermazione difficile da accettare; le vaccinazioni sono state pubblicizzate così abilmente e con tanta aggressività che la maggior parte dei genitori le ritiene il ‘miracolo’ debellatore di molte spaventose malattie.

Conseguentemente, chiunque vi si opponga è considerato ai limiti della pazzia. Per un pediatra, invece, contestarle equivale alla negazione da parte di un prete del dogma dell’infallibilità del Papa. Molto di ciò che vi hanno fatto credere sulle vaccinazioni non è vero. Non solo nutro su di esse gravi dubbi ma, se dovessi seguire le mie profonde convinzioni, vi esorterei su due piedi a rifiutarvi di praticare a vostro figlio qualsiasi vaccinazione. Sebbene nei primi anni della mia carriera anch’io abbia inoculato vaccini, sono col tempo divenuto un fermo oppositore della vaccinazione di massa. In questa sede riassumerò pertanto le mie obiezioni allo zelo fanatico con cui i medici inoculano ciecamente proteine estranee nel corpo di un bambino, senza sapere quali eventuali danni possano provocare.

Non esiste nessuna convincente prova scientifica del fatto che si possa attribuire alle vaccinazioni di massa l’eliminazione di alcuna malattia infantile. E’ vero che alcune malattie, un tempo assai diffuse, sono diminuite o addirittura scomparse da quando sono state introdotte le vaccinazioni. Ma nessuno può affermare con certezza la causa di questo fenomeno, che potrebbe essere il generale miglioramento del tenore di vita. Si crede comunemente che il vaccino Salk abbia avuto il merito di interrompere l’epidemia di poliomelite che afflisse i bambini negli anni Quaranta e Cinquanta. Se così fosse, perché l’epidemia si fermò anche in Stati europei nei quali il vaccino antipolio non era usato così diffusamente? Di maggiore attualità è il chiedersi perché il vaccino Sabin con virus vivi venga tuttora somministrato ai bambini quando il dottor Jonas Salk, scopritore del primo vaccino, lo accusa di essere la causa della maggior parte dei casi di poliomelite oggi esistenti. Continuare a inoculare questo vaccino nei bambini è un atteggiamento medico irrazionale che non fa che confermare la mia asserzione sull’incapacità della medicina di riconoscere i propri errori. Con il vaccino antipolio stiamo assistendo al ripetersi della riluttanza dei medici ad abbandonare la vaccinazione antivaiolosa che per trent’anni dopo la scomparsa della malattia fu l’unica causa di morte per vaiolo. Riflettete: per trent’anni i bambini continuarono a morire a causa dell’antivaiolosa sebbene il vaiolo non costituisse più una minaccia! Ogni vaccinazione comporta rischi significativi e ha numerose controindicazioni che ne rendono pericolosa l’inoculazione. I medici, invece, le praticano abitualmente, senza nemmeno avvertire i genitori dei possibili rischi e senza determinare se il vaccino sia controindicato per quel singolo bambino. Nessuno bimbo dovrebbe venire vaccinato senza prima eseguire questo tipo di indagine, tuttavia ogni giorno eserciti di bambini vengono allineati negli uffici competenti per essere vaccinati, senza tante domande...

Mentre sono conosciuti i moltissimi rischi a breve termine della maggior parte delle vaccinazioni, nessuno è invece a conoscenza delle conseguenze a lungo termine che possono derivare dall’inoculare proteine estranee nell’organismo di un bambino. Ancor più sconvolgente è il fatto che nessuno stia compiendo uno sforzo organizzato per scoprirle. Esiste un crescente sospetto che le vaccinazioni contro le malattie infantili relativamente innocue possano essere responsabili del drammatico aumento di malattie autoimmuni verificatosi dopo l’introduzione delle vaccinazioni di massa. Si tratta di malattie terribili come il cancro, la leucemia, l’artrite reumatoide, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso, la sindrome di Guillain-Barré, l’Aids. Una malattia autoimmune può essere definita in termini semplici come un’affezione in cui il meccanismo di autodifesa dell’organismo non è in grado di distinguere gli invasori esterni dai propri tessuti, con conseguente autodistruzione. Abbiamo barattato orecchioni e morbillo con cancro e leucemia?

La più acuta controversia che sta attualmente infuriando nell’ambiente medico non è sfuggita all’attenzione dei mezzi di informazione: un sempre crescente numero di genitori rifiuta di far vaccinare i propri bambini, affrontando le conseguenze legali della propria azione. I genitori dei bambini che hanno subìto lesioni permanenti in seguito alle vaccinazioni non accettano più l’idea della ‘fatalità’ ma intentano cause legali contro lo Stato, le case farmaceutiche produttrici del siero ed i medici che lo hanno inoculato. Alcune ditte hanno smesso di produrre vaccini e le rimanenti stanno allungando - anno dopo anno - l’elenco delle controindicazioni all’uso. Nel frattempo, dato che le vaccinazioni obbligatorie comportano una successione di visite mediche e numerosi posti di lavoro nei distretti delle Unità Sanitarie Locali, i pediatri continuano a difenderle fino alla morte. La domanda che i genitori dovrebbero porsi è: "La morte di chi?".

Solo ai genitori spetta decidere se rifiutare la vaccinazione o accettarla insieme ai rischi che comporta. Tuttavia, prima di accettare la vaccinazione, permettemi un consiglio: documentatevi sui benefici e sui rischi connessi e discutetene con il vostro pediatra. E se decidete di non far vaccinare il vostro bambino contattate le associazioni sorte proprio per dare consigli ai genitori che intendono riconquistare la loro libertà di scelta.

(Robert Mendelsohn, da Bambini sani senza medicinali, Red, 1992, pag. 117 e segg.)

 

 

DOPO LE VACCINAZIONI LE MALATTIE CAMBIANO NOME

Il medico, lo scienziato, sono uomini. Conoscono il timore di finire fuori strada, di essere emarginati dai colleghi e dal loro ambiente di lavoro, di passare per ‘eretici’: sono altrettante ragioni potenti per conformarsi, per evitare di smuovere le acque.

E così molti rimangono in riga. Generalmente, coloro che distorcono risultati e alterano diagnosi per adattarle alle esigenze del sistema dominante non fanno questo per disonestà ma credono sinceramente nella bontà del sistema che proteggono e - grazie a qualche gioco di parola e all’ambiguità delle idee legate alla professionalità - riesce loro facile dare un’interpretazione razionale delle proprie azioni. Quando si è messi di fronte a un paziente che presenta tutti i segni e i sintomi di una determinata malattia da cui è stato ‘protetto’ con la vaccinazione, è ovviamente difficile formulare la stessa diagnosi che si formulerebbe nel caso di una persona non vaccinata. Chiamando la malattia con un nome diverso i medici difendono così un sistema di credenze e un insieme di teorie in base alle quali hanno compiuto atti come la vaccinazione. E’ chiaro che ai loro occhi il paziente non può avere questa o quella malattia e c’è d’altra parte una tale abbondanza di nomi alternativi che non è arduo trovarne uno esatto e al tempo stesso senza problemi. La ridiagnosi è dunque un fenomeno reale che si verifica abitualmente allo scopo di proteggere un sistema e per aiutare i profani a non avere dubbi sull’efficacia dei metodi adottati.

(Leon Chaitow, da I pericoli della vaccinazione e le possibili alternative, IPSA Editore, 1989, pagg. 127-128)

 

 

VACCINAZIONE OBBLIGATORIA ANTI-EPATITE B:
LE BUGIE DI DE LORENZO, BIANCO, CIRINO POMICINO E SOCI

Quello che segue è il testo della relazione introduttiva tecnica del disegno di legge "Obbligatorietà della vaccinazione contro l’epatite virale B", presentato il 7 settembre 1990 alla Camera dei Deputati dal Ministro della sanità De Lorenzo di concerto col Ministro della Pubblica Istruzione Bianco, col Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica Cirino Pomicino e col Ministro del Tesoro Carli.

 In corsivo sono riportate le note di commento critico al testo del Governo, redatte a cura dell’Associazione per la protezione della Natura (da Vaccinazioni perché?, Macroedizioni, numero 1, maggio 1995).
 

ONOREVOLI DEPUTATI! L’epatite B, com’è noto, ha in Italia un tasso di incidenza di 13 per 10.000, con due milioni di sieropositivi, trecentomila casi di infezione e novemila decessi ogni anno correlati a pregresse infezioni.

Le cifre di malati e morti sono gonfiate: mentre De Lorenzo parla di 9.000 morti all’anno causati dall’epatite B, le statistiche del Ministero della Sanità e dell’ISTAT indicano per il 1988 e il 1989 circa 8.500 malati per tutti i tipi di epatite.

Poiché i malati di epatite B sono circa il 50-60% del totale, nel 1988 e nel 1989 c’erano al massimo 5.000 malati di epatite B in tutta Italia. Questa, essendo trasmessa quasi esclusivamente attraverso il sangue, colpisce prevalentemente adulti e anziani sottoposti a terapie mediche o che si drogano. Solo il 3-5% dei malati è compreso tra 0 e 14 anni. Nel 1988 e nel 1989 si sono quindi ammalati di epatite B circa 150-250 bambini minori di 14 anni. Il 90% dei malati di epatite B elimina il virus e guarisce senza conseguenze; il 2-3% riporta invece gravi conseguenze, anche mortali. Tutto ciò significa che stiamo vaccinando un milione duecentomila bambini, con tutti i rischi collegati ad ogni vaccinazione più quelli specifici della vaccinazione anti-epatite B, per tentare di prevenire gli effetti negativi della malattia in una decina di bambini al massimo: 10 miliardi di lire a bambino (e pensare che se un bambino o un adulto muoiono in seguito a vaccinazione lo Stato riconosce un indennizzo di appena 50 milioni di lire). E’ questo il rapporto rischio-beneficio che i medici e gli esperti pongono sempre a giustificazione delle vaccinazioni?

Nell’ultimo decennio è stata osservata una rilevante modifica dei fattori di rischio con una riduzione di quello trasfusionale, ed un incremento di quello correlato alla iniezione di droghe. La distribuzione geografica dell’infezione varia notevolmente, caratterizzandosi per l’esistenza di aree iperendemiche, particolarmente nell’Italia meridionale. I progressi compiuti in questi ultimi anni con l’ingegneria genetica hanno consentito la realizzazione di un vaccino praticamente privo di rischi, immunogeno, efficace, che consente quindi la messa a punto di una strategia di vaccinazione di massa, anche per la connessa diminuzione dei costi. Si è così potuto conseguire un livello estremamente favorevole del rapporto costo-beneficio e inquadrare la vaccinazione contro l’epatite B come vaccinazione obbligatoria, in modo da contrastare efficacemente gli attuali livelli italiani di endemia, tenendo altresì presente che causa principale di infezione è il contagio interumano e in particolare quello intrafamiliare tardivo, come avviene particolarmente nelle popolazioni meridionali.

Relazione tecnica

(Articolo II-ter, comma 2, della legge 5 agosto 1978, n. 468, introdotto dall’articolo 7 della legge 23 agosto 1988, n. 362). Nel 1983 è stata istituita in Italia la vaccinazione contro l’epatite virale B in forma facoltativa e gratuita. Essa è stata svolta dal 1983 ad oggi presso tutti i presìdi sanitari esistenti sul territorio nazionale nell’ambito di programmi applicativi regionali.

L’offerta attiva della vaccinazione in argomento è stata indirizzata a settori della popolazione a elevato rischio di contagio. Nel corso della campagna vaccinale in parola sono stati immunizzati contro l’epatite virale B oltre 600.000 cittadini italiani, di cui 110.000 nel 1989. L’onere relativo all’attività di cui trattasi è stato sostenuto dalle regioni mediante propri stanziamenti gravanti sui riparti del fondo sanitario nazionale. Facendo riferimento ai costi rilevati nel 1989, l’onere relativo all’acquisto del vaccino risultato dalla somma delle singole aste regionali, può essere quantificato in lire 9.075.000.000. La spesa relativa all’operatività vaccinale si riferisce a due ordini di prestazioni: lo screening pre-vaccinale e l’inoculazione del vaccino nel vaccinando. Per quanto riguarda il primo è necessario precisare che dal 1983 ad oggi ogni operazione vaccinale doveva necessariamente essere preceduta dal dosaggio sierologico dei marcatori HBV, al fine di scartare dal processo di immunizzazione tutti quei soggetti che fossero risultati positivi per una delle analisi svolte. Il costo del predetto screening, effettuato in Italia nel 1989, è risultato essere complessivamente di lire 14.846.700.000. Poiché su 100 individui saggiati solo 60 risultavano negativi e quindi vaccinabili, il peso economico dei restanti 40 - non vaccinabili perché positivi - deve essere sommato al costo del singolo screening prevaccinale che pertanto, da lire 14.846.700.000 lievita a lire 20.785.380.000. Per quanto concerne l’aspetto economico dell’operatività vaccinale in senso stretto, cioè del costo dell’inoculazione del vaccino e l’organizzazione strutturale necessaria per il suo svolgimento, è impossibile procedere ad una dettagliata analisi quantitativa dello stesso, rientrando il tutto nell’ambito dell’organizzazione sanitaria delle unità sanitarie locali, cui è stato affidato il compito della esecuzione materiale dei cicli vaccinali.

In base quindi ai dati economici sopra citati, inerenti sia al costo del vaccino sia al costo dello screening prevaccinale, relativamente a 110.000 persone che sono state immunizzate nel 1989 è possibile affermare che la spesa sanitaria per
l’immunizzazione contro l’epatite virale B in Italia, svolta nel predetto anno in forma facoltativa con i limiti valutativi sopra espressi, è stata di lire 29.860.380.000. Tale costo deve essere maggiorato del 20 per cento in riferimento al maggior onere derivante dal trattamento differenziale delle procedure vaccinali anti-HBV svolte a carico dei neonati da madre HBsAg positiva e dei soggetti poco o nulla rispondenti alla somministrazione del vaccino. Infatti i nati da madre HBsAg positiva, nel numero di 16.000 ogni anno, ricevono una dose di vaccino in più rispetto agli altri soggetti; gli ipo o no responders, che costituiscono mediamente il 10 per cento dei soggetti adulti vaccinati, praticano tre dosi di vaccino e tre dosaggi dell’anti-HBS in più rispetto agli altri soggetti. Pertanto il costo complessivo della vaccinazione antiepatitica B riferito al 1989 in Italia risulta essere di lire 35.833.140.000.

La spesa per vaccinare le categorie a rischio prima della vaccinazione obbligatoria è gonfiata: viene calcolato nella spesa l’esame di controllo del sangue che era obbligatorio fare prima della vaccinazione ma che era già stato eliminato prima della discussione della legge: in questo modo De Lorenzo, Bianco, Cirino Pomicino e Carli fanno credere che la vaccinazione di 110.000 soggetti nel 1989 sia costata quasi 36 miliardi di lire invece dei 9 miliardi effettivi.

La copertura del predetto onere è stata sostenuta dalle regioni e dalle unità sanitarie locali con il riparto del Fondo sanitario nazionale loro attribuito, di cui solo 8 miliardi di lire a destinazione vincolata per la vaccinazione anti-epatite B.
Con il presente disegno di legge si propone una nuova strategia vaccinale contro l’epatite virale B, caratterizzata da una espansione del numero dei soggetti da immunizzare e dall’obbligatorietà della vaccinazione nei confronti di alcuni settori della popolazione (bambini all’età di un anno e adolescenti all’età di dodici anni). Pertanto, sono sottoposti all’immunizzazione anti-HBV ogni anno, in forma obbligatoria, tutti i nuovi nati nel primo anno di vita e tutti gli adolescenti al dodicesimo anno di vita e, facoltativamente, alcune categorie di abitanti ad elevato rischio di contagio con la seguente previsione partecipativa annua:

1) 550.000 nuovi nati nel primo anno di vita;

2) 600.000 adolescenti nel dodicesimo anno di vita;

3) 50.000 soggetti facenti parte delle categorie a rischio.

L’immunizzazione anti-HBV delle predette classi di cittadini comporta costi unitari per ogni ciclo vaccinale notevolmente inferiori a quanto speso fino a oggi. Infatti, agli effetti del decreto del Ministero della Sanità 26 aprile 1990, tutte le operazioni vaccinali anti-HBV non devono più essere precedute o seguite da screening e, in applicazione degli articoli 2 e 4 del disegno di legge di cui trattasi, lo svolgimento di dette operazioni è affidato alle UUSSLL. Ne deriva pertanto che l’onere della vaccinazione anti-epatitica B, proposta nel disegno di legge in argomento, è costituito semplicemente dal costo dell’approvvigionamento necessario per vaccinare 1.200.000 persone ogni anno, senza l’aggravio della spesa relativa all’esecuzione degli screening prevaccinali, in quanto proceduralmente soppressi dal decreto ministeriale sopra richiamato e senza l’aggravio della spesa relativa alle operazioni vaccinali in quanto svolte nelle strutture sanitarie delle UUSSLL istituzionalmente preposte per tali prestazioni e che attualmente già effettuano le vaccinazioni obbligatorie antipoliomelitica, antidifterica ed antitetanica. Inoltre è da sottolineare l’evento nuovo che modifica sostanzialmente il mercato del vaccino antiepatitico, rappresentato dal fatto che alcune aziende farmaceutiche raggiungono un regime produttivo ottimale di vaccino sintetico utilizzando come materia prima il lievito di birra, e ciò consente l’immissione sul mercato di un prodotto ad un prezzo estremamente ridotto. Infatti, di fronte a costi di lire 90.000 per ogni ciclo vaccinale rilevati mediamente nell’anno 1989, in alcune aste regionali effettuate nel 1990 si spuntano prezzi di gran lunga più bassi, oscillanti intorno alle 25.000 lire.

La spesa prevista per la vaccinazione obbligatoria è enormemente inferiore alla realtà: il prezzo del ciclo vaccinale completo viene artificiosamente calcolato in 25.000 lire mentre non è mai stato inferiore a 90.000 lire e spesso è stato anche molto superiore; non tiene conto del costo dell’inoculazione del vaccino e dell’organizzazione sanitaria e logistica per il suo svolgimento: costi scaricati sulle UUSSLL ma comunque da calcolare; non tiene conto della maggiorazione del 20 per cento (circa 6 miliardi di lire) riferita al trattamento differenziale di 16.000 neonati da madre HBsAg positiva.

Pertanto, 1.200.000 cicli vaccinali al costo minimo di 90.000 lire assommano già alla considerevole cifra di 108 miliardi di lire, più alcune decine di miliardi di lire per l’organizzazione e l’esecuzione, più sei miliardi di lire per i neonati da madre HBsAg positiva: a voler essere modesti il costo di questa legge può essere quantificato tra i 150 e i 200 miliardi di lire e comunque molto lontano dai 32 miliardi 700 milioni di lire indicati da De Lorenzo, Cirino Pomicino, Bianco e Carli. Non è quindi difficile capire come mai, nella valutazione rischi-benefici, tutti gli altri Paesi europei abbiano ritenuto di non proporre un analogo provvedimento sanitario.

In base a tali eventi è possibile sostenere pertanto che l’onere necessario per la vaccinazione di 1.200.000 persone all’anno, come ipotizzato dal disegno di legge in parola, potrà essere di lire 32.700.000 (25.000 x 1.200.000 + IVA al 9 per cento), sempre che ci sia un’adesione alle procedure vaccinali della totalità dei soggetti. In conclusione, pertanto, è possibile affermare che il disegno di legge può trovare attuazione con una spesa sanitaria addirittura inferiore a quella fino ad oggi sostenuta dalle regioni nei programmi di immunizzazione descritti in premessa. Tale onere, inoltre, secondo valutazioni di ordine demografico e programmatico, dovrebbe ridursi consistentemente negli anni a venire. Infatti, la progressiva diminuzione delle nascite comporta una sensibile riduzione dei soggetti candidati obbligatoriamente alla vaccinazione (nuovi nati) e la progressiva saturazione del numero dei soggetti appartenenti alle categorie a rischio, indotta dal miglioramento della situazione epidemiologica in Italia come effetto delle campagne di vaccinazione antiepatitiche già svolte ed in corso di svolgimento, comporta una notevole riduzione delle operazioni vaccinali indirizzate a tali categorie. A decorrere poi dal tredicesimo anno dall’entrata in vigore della legge, il costo della vaccinazione potrà essere dimezzato; infatti, secondo quanto espresso dalla commissione di esperti istituita il 30 agosto 1989 presso il Ministero della Sanità e secondo quanto sostenuto dal Consiglio superiore di Sanità nella seduta del 7 febbraio 1990, la vaccinazione epatitica obbligatoria in argomento è indirizzata annualmente a due fasce di età (neonati e dodicenni) limitatamente ai primi 12 anni dall’entrata in vigore del provvedimento di cui trattasi e ciò al fine di poter raggiungere in breve tempo l’immunizzazione attiva di 24 generazioni italiane appartenenti a fasce di età comprese tra uno e ventiquattro anni. Quindi, a decorrere dal tredicesimo anno in poi, la vaccinazione sarà indirizzata solo ai nuovi nati e a quei pochi soggetti a rischio residuati dalle campagne di vaccinazione svolte, con esclusione dei dodicenni che già risultavano immunizzati alla nascita. Ciò comporta che il target della vaccinazione antiepatitica B, a decorrere dal tredicesimo anno, si ridurrà da 1.200.000 a circa 500.000 soggetti, con un notevole abbattimento della spesa annua necessaria per l’immunizzazione contro l’epatite B in Italia. Infine si fa presente che una massiccia campagna di vaccinazioni comporta da subito una diminuzione della spesa sanitaria, in quanto riduce il numero dei soggetti colpiti da epatite o patologie correlate - cirrosi epatiche, ecc. - da assistere sia a livello di prestazioni ospedaliere, sia a livello di assistenza medica e specialistica.

 

 
VACCINAZIONE OBBLIGATORIA CONTRO L’EPATITE B:
ALTRE CONSIDERAZIONI CRITICHE

Nel 1991 è stata resa obbligatoria in Italia la vaccinazione anti-epatite B. Il primo vaccino contro questa malattia è stato approvato negli Stati Uniti nel 1981 e reso disponibile in commercio nel 1982. Esso consiste in particelle purificate e inattive di HBsAg, estratte da plasma di individui persistentemente infetti. La possibilità che un vaccino ricavato da sangue umano fosse infettato da altri virus conosciuti (delta, HIV, ecc...) o sconosciuti ha naturalmente indotto a cercare soluzioni di carattere sintetico che fossero prive di rischio. Nel 1984 è stato messo in commercio il vaccino da DNA ricombinante, il primo vaccino umano prodotto con tecniche di biologia molecolare: il gene per l’HBsAg di un virus HBV sottotipo adw2 è stato introdotto nel DNA di particolari saccaromiceti. La proteina di 24 KD prodotta dal lievito forma una particella di 20 nm con proprietà immunologiche e fisiche simili all’antigene di superficie isolato dal plasma umano. Programmi di vaccinazione anti-HBV di massa diretti all’infanzia sono limitati a non oltre 20 Stati dell’Africa e del Sud-Est Asiatico nei quali l’incidenza dell’epatite B è molto elevata, con tassi di prevalenza dei portatori dell’HBsAg superiori all’8%. L’Italia è a tutt’oggi l’unico Paese al mondo - tra quelli ad incidenza di epatite B intermedia con tassi di prevalenza di portatori asintomatici del 2-5% - in cui la vaccinazione sia stata resa obbligatoria. L’informazione che è stata fornita agli operatori sanitari tramite riviste specializzate e ai cittadini attraverso la stampa è stata massiccia ed è stata efficacemente riassunta dal prof. G. Da Villa su Federazione Medica (Numero XLIII, Agosto 1990, pag.609). Sorgono a questo punto domande lecite sul significato di questo provvedimento legislativo; domande che - a partire dall’epidemiologia della malattia, in evidente e spontaneo calo in questi ultimi anni - abbracciano altri temi come la durata e l’efficacia della protezione, la lettura dei dati fino ad oggi forniti, gli effetti collaterali che l’introduzione del vaccino ricombinante ha solo in parte risolto.

Epidemiologia

A giustificazione della strategia adottata in Italia dal Ministero della Sanità (obbligatorietà della vaccinazione in età infantile) viene riportato il dato relativo all’aumento dell’incidenza dell’infezione da HBV negli USA nel corso degli anni 1982-1989, periodo della vaccinazione settoriale (cioè dei gruppi a rischio, da 55-100.000 nel 1981 a 63-100.000 nel 1987). Da Villa sostiene che questo dato, di per sé abbastanza inquietante, porta a considerare come necessaria nella prevenzione dell’epatite B l’adozione di una pratica vaccinale di massa ed obbligatoria, poiché 1) i gruppi a rischio sono difficili da identificare esistendo i portatori di HBsAg asintomatici; 2) i bambini risponderebbero molto più degli adulti allo stimolo immunogenico.

Bisogna però considerare che, rispetto agli USA, la situazione italiana presenta tendenze opposte: dai dati diffusi dalla regione Lombardia appare ad esempio chiaro che le denuncie di epatite virale hanno in quest’ultimi anni subìto una progressiva riduzione (dai 4.481 casi nel 1984 ai 1.155 casi nel 1991). Situazioni analoghe si riscontrano in altre regioni italiane. Il dato meritevole di attenzione è il fatto che non solo si è registrata una riduzione dei casi totali di epatite ma che tale riduzione si è verificata nell’ambito di ciascun tipo di epatite virale: tra il 1984 e il 1991 l’epatite A è scesa da 948 a 191 casi; l’epatite B da 2.131 a 628 casi; l’epatite non A non B da 557 a 265 casi; le epatiti non classificate da 845 a 71 casi. Tale andamento è probabilmente legato ad un maggior controllo dei donatori di sangue e dei prodotti della donazione nonché ad una diffusa sensibilizzazione e attenzione al problema, imposto sia dalla promozione della campagna di vaccinazione facoltativa contro l’epatite B che dalle iniziative di informazione ed educazione sanitaria per prevenire l’Aids ed in genere le malattie trasmissibili per via sessuale. Vi sono peraltro altre considerazioni che varrebbe la pena di fare e che possono portare ad una revisione critica delle ipotesi sopra riportate. In primo luogo, i dati riportati dalla regione Lombardia si riferiscono ad un periodo in cui la vaccinazione anti-HBV non era ancora obbligatoria e limitata ad alcune categorie di soggetti a rischio (nel 1985 le vaccinazioni per abitanti sono state 14/10.000 e nel 1989 18/10.000). In secondo luogo, il test di screening per l’infezione da HIV si è reso disponibile in Italia agli inizi del 1985 ed è a partire da tale data che si è iniziato a testare i donatori di sangue. Prima del 1985, inoltre, l’Aids era ancora una malattia sconosciuta alla maggior parte delle persone. Le campagne di informazione sono iniziate proprio in quegli anni ed è da escludere che dal 1 gennaio 1984 gli italiani avessero preso coscienza del problema, cambiando i propri comportamenti sessuali e le proprie abitudini comportamentali.

 

Dosaggio, efficacia e durata della protezione

Le esperienze di vaccinazione anti-HBV su neonati - condotte sia in Italia che in Paesi extraeuropei - differiscono notevolmente tra di loro sia per i dosaggi impiegati sia per le scadenze dei richiami vaccinali. Possono così sorgere alcune domande: ha significato che i vari autori si confrontino su protocolli così diversi tra di loro? C’è qualcuno che ha stabilito quale di questi protocolli sia risultato più efficace nel prevenire l’epatite B?

Ogni valutazione relativa alla durata della protezione del vaccino anti-HBV non può naturalmente non tener conto dell’immunità naturale, la quale a sua volta dipende dalla diffusione dell’HBV in ciascuna regione. Per esempio, in Senegal (un Paese ad altissimo tasso di endemia dell’HBV: praticamente tutta la popolazione viene infettata e circa il 20% dei bambini diviene portatore cronico dell’HBsAg) l’efficacia protettiva della vaccinazione viene considerata del 100% nei primi 4 anni e scende rapidamente al 67% nel quinto-sesto anno, ne consegue che viene consigliato un richiamo al quinto anno. I neonati vaccinati risulteranno in buona percentuale non immuni al quinto-sesto anno di età e tale percentuale è destinata ad aumentare con il passare degli anni (P. Coursaget e altri, "Seven-year study of hepatis B vaccine efficacy in infant from an endemic area", Lancet del 15 novembre 1986). Manca comunque in letteratura il dato relativo alla persistenza in età adulta degli anticorpi anti-HBV dei vaccinati in età neonatale o infantile. Poiché gli adulti sono considerati meno responsivi alla vaccinazione, come possiamo prevedere quale sarà la risposta degli attuali giovani in età adulta?

Altri ricercatori hanno dimostrato che il 12% dei bambini nati da madri HBsAg positive e vaccinati non presentavano titoli anticorporali protettivi 1-2 anni dopo la dose di richiamo e che un ulteriore 9% presentava titolo anticorporale inferiore a 100 mUI/ml (L. Viladomiu e altri, "When should at risk infents be boosted with hepatitis B vaccine?", Lancet del 3 gennaio 1987).

Se la sieroconversione ad anti-HBS nei bambini è valutata essere intorno al 100% al termine del ciclo vaccinale completo, le cose sono invece molto diverse fra gli adulti. Secondo alcuni essa raggiunge il 96% con tre dosi, con un’incidenza di malattia del 2,2% rispetto al 9,9% del gruppo dei non vaccinati (W. Szmuness e altri, New England Journal of Medicine, vol. 307, pagg. 1481-1486, 9 dicembre 1982). Uno studio del 1989 dimostra inoltre che l’emivita degli anticorpi anti-HBs è di 150 giorni dopo il ciclo vaccinale completo (Nommensen e altri, "Half-life og Hbs antibody after hepatitis B vaccination: an aid ti timing of booster vaccination", Lancet del 7 ottobre 1989). Questo significa che nel soggetto vaccinato, in questo caso personale medico e quindi a rischio di contrarre l’epatite, la scomparsa degli anticorpi anti-HBs si verifica in circa 4-4,5 anni. Viene pertanto consigliato un rischiamo da effettuarsi ogni 3-4 anni.

Nello studio di Hadler ("Long-term immunogenicity and efficacy of epatitis B vaccine in homosexual men", New England Journal of Medicine, vol. 315, pagg. 209-214, 24 luglio 1986) solo l’82% dei vaccinati raggiungeva elevati livelli anticorporali dopo un ciclo vaccinale completo mentre il 9% aveva una risposta insufficiente (inferiore o uguale 9,9 SRU, Sample Ratio Units) o nulla. Tra i soggetti con massima risposta dopo cinque anni, il 15% non aveva anticorpi anti-HBs dimostrabili e il 27% aveva un titolo anticorporale inferiore a 10 SRU. Solo il 14% dei soggetti manteneva livelli relativamente elevati di anticorporali (titolo superiore a 100 SRU). Furono inoltre identificati 55 casi (2,9%) di infezione da HBV nei soggetti vaccinati. Il rischio di contrarre un’epatite B è naturalmente risultato inversamente proporzionale all’intensità della risposta alla vaccinazione. nei soggetti con risposta debole o nulla un ulteriore ciclo vaccinale ha prodotto una risposta solo moderata.

In uno studio condotto da E.A.C. Follett in una clinica di handicappati mentali su personale ospedaliero a rischio di infezione da HBV (Lancet del 26 settembre 1987, pagg. 728-731), il 96% dei soggetti sottoposti ad un ciclo vaccinale completo presenta anticorpi anti-HBV a distanza di nove mesi dall’inizio della vaccinazione. Elevati titoli anticorpali (superiori a 100 mUI/ml) erano dimostrabili solo nel 59% dei casi. Nel 13% dei vaccinati si era avuta una mancata risposta (4%) o una risposta scadente (inferiore a 100 mUI/ml) e non duratura (9%). Tali soggetti vaccinati rimanevano quindi a rischio di infezione.

Secondo Follett il periodo di protezione di cinque anni è ottimistico: data l’estrema variabilità nella caduta del titolo anticorpale nel tempo, il richiamo andrebbe direttamente correlato al titolo anticorpale sviluppato dopo il ciclo vaccinale completo, al fine di garantire un’adeguata protezione.

Nello studio di J. Crosnier (Lancet del 28 febbraio 1981, pagg. 455-459) il 94% dei soggetti vaccinati - staff medico e paramedico di un’unità di emodialisi - presentava una risposta immunitaria protettiva e l’incidenza di epatite B fu osservata nel 3,6% del gruppo dei vaccinati rispetto al 12,3% del gruppo placebo. Nello studio di N. Bhatti (BMJ del 13 luglio 1991, vol. 303, pagg. 97-100), condotto su maschi omosessuali o bisessuali, risultava invece immunizzato l’84% dei soggetti vaccinati.

In uno studio condotto su personale ospedaliero (Lancet del 23 maggio 1987, pagg. 1206-1207), A. Laplanche riscontrò infine 4 casi di sieroconversione anti-HBc su un totale di 184 vaccinati. Poiché nel 75% dei vaccinati il titolo anticorpale risultava essere maggiore o uguale a 3.000 mUI/ml ed essendo il suo decremento proporzionale a quello sviluppato dopo il ciclo vaccinale completo, tale autore consiglia un intervallo standard di 10 anni tra la vaccinazione e il successivo richiamo.

 

Effetti collaterali

Su Lancet del novembre 1991 (vol. 338, pagg. 1174-1175) Herroelen riporta i casi di due pazienti che hanno evidenziato sintomi di demielinizzazione del SNC dopo la somministrazione del vaccino anti-epatite B ricombinante. Uno di essi aveva una storia di sclerosi multipla, mentre il secondo non presentava alcun precedente di malattia neurologica. Entrambi presentavano un HLA con aplotipi DR2 e B7, da tempo associati a sclerosi multipla. La malattia nei due casi ha esordito, in un caso, alla sesta settimana dalla terza dose vaccinale e, nell’altro, alla sesta settimana dopo una fase booster. L’osservazione di questi due casi ha portato l’autore a concludere che, pur mancando prove dirette di causalità, sia ipotizzabile che la vaccinazione anti-epatite B possa scatenare demielinizzazione del SNC in soggetti geneticamente predisposti.

In un articolo dell’American Journal of Epidemiology del 1988 (vol. 127, pagg. 337-351), F.E. Shaw del CDC di Atlanta riporta i casi segnalati dal 1982 al 1985 di complicanze neurologiche successive alla vaccinazione anti-HBV con vaccini plasmaderivati: 5 casi di convulsioni, 10 di paralisi di Bell, 9 di sindrome di Guillain-Barrè, 5 di radiocolite lombale, 3 di neuropatia del plesso branchiale, 5 di neurite ottica e 4 di mielite traversa. La metà di esse sono scomparse dopo la somministrazione della prima delle tre dosi richieste per il completamento del ciclo vaccinale. Dallo studio sono stati esclusi 14 casi di complicanze alla vaccinazione anti-HBV per mancanza di dati sufficienti relativi alle condizioni del paziente al momento dell’inoculo: 5 casi di polineuropatia non Guillain-Barrè, 5 di mononeuropatia, 1 di paralisi non meglio specificata, 1 di oftalmoplegia, 1 di ischemia cerebrale transitoria, 1 di miastenia grave. Lo stesso autore sottolinea il fatto che un importante errore nello studio è rappresentato da tutti quei casi di complicanze non segnalate.

Su The Journal of Rheumatology del settembre 1990 (pagg. 1250-1251), E. Hachulla descrive invece un caso di oligoartrite comparso a distanza di due settimane dalla seconda dose di vaccino anti-HBV plasmaderivato in un ragazzo sano di 19 anni.

Anche il vaccino da DNA ricombinante non è risultato libero da complicanze: Who Drug Information del 1990 (vol. 4, pag. 129) segnala 200 casi, la maggioranza dei quali comparsi entro la prima settimana di immunizzazione. Più frequenti sono risultate le sindromi simil-influenzali benché siano state segnalate anche complicanze neurologiche e psicologiche; tra queste 2 casi di di neurite ottica e 1 caso di sindrome di Guillain-Barrè. Nonostante la maggior parte delle reazioni al vaccino siano risultate transitorie, un paziente presentava - ancora dopo otto mesi - una sintomatologia caratterizzata da vertigini e diplopia secondarie da lesioni demielinizzanti. Un’altra segnalazione è riportata da S.J. Rogerson su BMJ dell’11 agosto 1990 (vol. 301): si tratta di un caso di eritema nodoso e poliartrite gravemente inabilitante, comparsi in un soggetto di 31 anni il giorno successivo all’inoculazione del vaccino anti-epatite B a DNA ricombinante e persistiti per circa sei settimane. La somiglianza di questa artrite con quella riscontrabile, sia pure raramente, nell’infezione da HBV e la sua relazione temporale con la vaccinazione hanno suggerito un ruolo eziopatogenetico del vaccino. Sempre su BMJ del 1 dicembre 1990 (vol. 301, pag. 1281) P. Cockwell descrive un caso di vasculite generalizzata da complessi immuni successivi a vaccinazione anti-HBV (non meglio precisata) in una donna di 45 anni. La Presse Medicale dell’8 ottobre 1988 riporta infine una lettera di P. Le Goff su un caso di periartrite nodosa in una donna di 34 anni, comparsa a distanza di quattro mesi dalla terza somministrazione di vaccino anti-HBV (non meglio precisato).

 Ceppi mutanti di HBV

In uno studio pubblicato su Lancet del 4 agosto 1990 (vol. 336, pagg. 325-329), Carman e colleghi segnalano 44 casi su 1590 (2,8%) di positività per HBsAg - e quindi di infezione acuta da HBV - tra i contatti di portatori cronici di HBsAg, tra i quali anche nati da madri portatrici croniche HBV i quali avevano tutti ricevuto un’immunizzazione attiva e passiva. Uno di essi ebbe un’epatite grave ed il virus responsabile è stato identificato come un mutante dell’HBV, cioè come un virus con genoma parzialmente diverso da quello della madre. Già in precedenza J.R. Wands (1986) e Coursaget (1987) avevano segnalato la comparsa di un nuovo ceppo denominato poi HBV-2. In occasione dell’International Symposium on Viral Hepatitis and Liver Disease, tenutosi a Houston nel 1990, Mc Mahom e altri hanno poi segnalato un HBV, con mutazione del genoma identica a quella descritta da Carman, in un paziente con fegato trapiantato e immunizzato per prevenire la reinfezione HBV. Questa evidenza porta gli autori a concludere che la mutazione possa essere indotta proprio dalla "pressione immunologica" alla qual i pazienti sono stati sottoposti. Questa possibilità appare preoccupante non solo per quello che concerne l’efficacia del vaccino nel prevenire eventi HBV simili ma soprattutto alla luce delle recenti acquisizioni sui meccanismi eziopatogenetici della cronicizzazione dell’epatite B. A questo proposito M. Colombo scrive, su Il Corriere della Sera del 1 giugno 1992, che "recenti studi suggeriscono che in molti casi è il virus stesso dell’epatite B ad essere responsabile del danno epatico, attraverso meccanismi di selezione di ceppi virali lesivi per il fegato. Spesso la tossicità epatica di questi ceppi è dovuta a variazioni del loro codice genetico, minuscole ma sufficienti per produrre proteine virali modificate. Nei pazienti infettati da virus B è il prevalere della replicazione di un ceppo sull’altro l’evento che probabilmente determina se l’infezione si trasforma o meno in malattia epatica. le infezioni sostenute da ceppi mutati hanno un maggior rischio di causare cirrosi ed epatite fulminante rispetto alle infezioni sostenute da ceppi originali.

Conclusioni

Lo scopo di questo articolo non è quello di mettere in discussione il valore protettivo della vaccinazione anti-HBV ma semmai di esprimere legittimi dubbi sulla possibilità di sradicare completamente la malattia nel nostro Paese attraverso l’adozione di una campagna di vaccinazione di massa. L’entusiasmo che in questi anni ha sostenuto la campagna per rendere obbligatoria la vaccinazione in Italia (unico Paese al mondo) sembra aver fatto dimenticare i problemi ancora irrisolti che riguardano l’efficacia, la durata e le possibili conseguenze della vaccinazione anti-epatite B. Appare infatti allarmante lo stesso dato USA, relativo all’aumento dei casi di epatite B dopo l’introduzione della vaccinazione nei gruppi a rischio, poiché una cosa è pensare che questo non sia sufficiente a ridurre i casi di malattia e un’altra è considerare la possibilità che la vaccinazione abbia in qualche modo favorito l’aumento dei casi di epatite. Anche le problematiche relative ai costi sociali della malattia e più ancora alle sue conseguenze (cronicità, cirrosi, ecc...) nonché ai costi relativi alla vaccinazione andrebbero interamente riviste alla luce dei dati relativi alla durata della protezione vaccinale. E’ vero che i bambini rispondono meglio degli adulti, ma che ne sarà nel tempo della risposta anti-HBV? Che tipo di protezione anticorpale avrà l’adulto vaccinato 20-30 prima? Se dobbiamo rivaccinare o effettuare richiami vaccinali ogni 2-10 anni (a seconda degli autori) il costo annuo aumenterà di due-tre volte rispetto a quello preventivato.

Occorre inoltre considerare che la diffusione dell’immunità artificiale determina la riduzione dell’immunità naturale, la quale rappresenta il fattore principale di stimolo al mantenimento e al rinforzo dell’immunità acquisita con la vaccinazione. E’ quindi ipotizzabile che in futuro la riduzione del valore protettivo della vaccinazione anti-epatite B sarà più rapida e che maggiore diventerà quindi la necessità di ulteriori e più frequenti richiami. Sappiamo inoltre che i ‘non responders’ costituiscono una quota non trascurabile e che nel vaccinato sono possibili l’infezione o la malattia acuta e probabilmente anche lo stato di portatore cronico dell’HBV. Queste considerazioni pongono seri dubbi sulla possibilità che la malattia possa essere completamente sradicata. La dimostrata selezione di ceppi mutanti dell’HBV (la cui maggiore patogenicità sembra ormai accertata) - forse anche grazie alla pressione immunologica determinata dalla vaccinazione - induce a considerare l’eventualità di un futuro con molti meno casi di epatite B (tendenza peraltro spontaneamente evidenziatasi in Italia) ma tutti più gravi sia nel corso della fase acuta che nell’evoluzione cronica verso la cirrosi epatica. Tutto questo in presenza di una tossicità dei vaccini, anche di quelli a DNA ricombinante, soprattutto a livello neurologico. In particolare, se ulteriori esperienze cliniche confermeranno l’ipotesi che la vaccinazione anti-HBV possa innescare lo sviluppo di sclerosi multipla in soggetti geneticamente predisposti, sarà indispensabile tipizzare gli HLA in tutti i vaccinandi, allo scopo di individuare i pazienti a rischio ed eventualmente escluderli, con evidente e insostenibile aumento dei costi sociali.

(Testo a cura della dott.ssa Nicoletta Ziliani, del Gruppo milanese del Coordinamento per la libertà delle vaccinazioni)

 
 

IL VACCINO OBBLIGATORIO DI UNO STATO PATERNO, ANZI ETICO

Dalla culla alla tomba: lo Stato, autoritario e paterno, ci assiste senza scampo lungo tutta la nostra vita, imponendoci per forza di legge - e naturalmente "per il nostro bene" - comportamenti che, molto spesso, avremmo il desiderio di evitare o di decidere da soli. Ma è forse più esatto definire etico, anziché paterno, questo tipo di Stato: anche perché, nel caso che stiamo per descrivere, la sua vena autoritaria si indirizza proprio contro i padri e le madri nonché verso i bambini. Infatti, una legge del 1939 (poi modificata e integrata nel 1983 e nel 1988) dispone l’obbligatorietà delle vaccinazioni antipolio, antitetanica e antidifterica; dal 1991, in Italia, unico Paese tra quelli industrializzati, su proposta dell’allora ministro De Lorenzo, è divenuto obbligatorio anche il vaccino per l’epatite B a partire dal primo anno vita.

Si tratta, nei fatti, di un trattamento sanitario coatto (che non riguarda solo i bambini ma anche i militari di leva e i lavoratori addetti a particolari mansioni) contro cui non pochi genitori si ribellano. Non solo per la sacrosanta rivendicazione di diritti individuali ma anche per ragioni di merito medico-sanitario poiché non infrequenti sono le patologie, le menomazioni e le morti provocate proprio dall’inoculazione di tali vaccini in bambini o adulti che sviluppano una specifica intolleranza. E’ ben vero che le autorità sanitarie, come ha ribadito la Corte Costituzionale con sentenza n. 258 del giugno 1994, sarebbero tenute ad "accertamenti preventivi idonei, se non a eliminare, a ridurre il rischio di gravi complicanze da vaccino" e dunque sarebbero tenute a esonerare il bambino, ma è indubbio che tali rigorosi e preventivi accertamenti non vengono effettuati mai o quasi mai.

Poiché, secondo alcune fonti, è attendibile ritenere che gli esoneri precauzionali dovrebbero riguardare il 10-15% e quelli permanenti il 3-5% di tutti i bambini, risulta del tutto comprensibile il timore di molti genitori nei confronti delle vaccinazioni. Ma ciò che è agevolmente comprensibile da un normale cittadino sfugge allo Stato che, in questi casi, manda a prelevare coattivamente il minore affinché si "provveda alla somministrazione delle vaccinazioni obbligatorie". Anzi, fa di più e talvolta dispone "l’affievolimento della potestà" dei genitori.

E’ quanto è successo a due coniugi di Milano, ai quali il tribunale per i minori ha notificato un provvedimento così formulato, ma anche a tanti genitori che si vedono prima convocare in tribunale (senza che nella citazione sia esplicitato il motivo) e poi, in caso di "non ottemperanza alla prescrizione impartita", si vedono prelevare il figlio per la vaccinazione forzata e "affievolire" le proprie prerogative giuridiche di genitori. O anche si trovano condannati a pagare multe, come nel caso di P.M. e R.A., ai quali, fortunatamente, la prima sezione della Corte di Cassazione, poche ore fa, ha dato ragione annullando la condanna loro inflitta dal pretore di Tirano.

Al di là del fastidioso ‘burocratese’, la filosofia che ispira tali disposizioni è evidente: tenere sotto tutela i cittadini, limitandone la libertà di scelta, persino quando da tali imposizioni possano derivare gravi danni alla salute. Che questo rischio esista nel caso di alcuni vaccini è del tutto pacifico, tanto che il legislatore ha dovuto fare un’apposita legge, la n. 210 del 1992, "in materia di indennizzi ai soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni ed emoderivati". Ma, fatta la legge, si è trovato prontamente l’inganno: l’indennizzo non è retroattivo, così, a fronte di 30 mila domande presentate, i casi di applicazione risultano poche centinaia. Nell’aprile 1996 una sentenza della Consulta ha censurato la non retroattività e il decreto-legge n. 92 dell’aprile 1997 ha corretto sul punto la norma del 1992. Tuttavia, pochi giorni fa, il decreto è decaduto. Quindi, siamo da capo in materia di indennizzi ma anche, più in generale, nella battaglia di libertà e civiltà che coinvolge ormai decine di migliaia di cittadini e di famiglie, molte delle quali si sono associate nel "Coordinamento del movimento italiano per la libertà di vaccinazione".

Le cronache di questi giorni ci riferiscono che in Australia, per trent’anni, centinaia di orfani sono stati usati come cavie per sperimentare alcuni vaccini. Naturalmente, e giustamente, la notizia ci ha indignati. Allo stesso modo dovremmo decisamente indignarci anche per quei bambini italiani vaccinati contro la volontà dei familiari. Anch’essi orfani, non di genitori ma di libertà di scelta.

(Articolo di Luigi Manconi su Il Foglio del 13 Giugno 1997)

 

 

UNA STORIA TUTTA ITALIANA: IL CASO DI ANGELO FRANCESCO ROSSO

Angelo Francesco Rosso è nato in casa, è stato allattato al seno di sua mamma e poi svezzato e nutrito con un’alimentazione naturale priva di sostanze chimiche come lo zucchero e altri alimenti raffinati o preconfezionati. All’età di otto anni non ha mai preso medicine e non si è quasi mai ammalato. Perché vogliono vaccinarlo a tutti i costi? Non perché è pericoloso: le maestre e tutti i suoi compagni di scuola sono infatti vaccinati e lui stesso non corre pericolo per la stessa ragione. Perché tutti gli italiani sono obbligati a vaccinarsi, mentre gli stranieri - anche quelli che vengono in Italia e si fermano da noi per settimane e mesi - non lo sono? Come mai l’Italia è l’unico Paese dell’Europa occidentale con cinque vaccinazioni obbligatorie? Come mai l’Italia è l’unico Paese al mondo dove è stata approvata una legge che rende obbligatorio il vaccino contro l’epatite B? In altri Paesi questo non è stato possibile perché autorevoli scienziati e ricercatori hanno denunciato la pericolosità di questo vaccino. Quanti miliardi di lire ha ricavato e ricava dalla vendita del vaccino antiepatitico B la fabbrica che lo produce? E’ accettabile che la legge che impone di iniettare dentro l’organismo di tutti i bambini italiani una sostanza chimica forse pericolosa sia stata approvata da pochi parlamentari della Commissione Sanità, senza neanche il numero legale e grazie ad uno stratagemma procedurale?

Il caso di Angelo Francesco Rosso è pertanto una vicenda esemplare di una cultura sanitaria e politica che vuole cancellare ogni obiezione e riserva ai valori del consumo di farmaci, vaccini ed esami medici a tutti i costi. La straordinarietà di questo caso non consiste nel rifiuto delle vaccinazioni: sono infatti decine di migliaia le famiglie che hanno compiuto da molti anni questa scelta consapevole così come sono migliaia le famiglie perseguitate con ingiunzioni, denunce, divieti di frequenza scolastica. In questa storia, come in pochi altri casi, si esprime però in tutta la sua brutale violenza la pretesa dei medici di decidere della salute delle persone.

(Ricostruzione tratta da Vaccinazioni perché?, Macroedizioni, numero 1, maggio 1995)

 
 

HANDICAP E VACCINAZIONE

Le mie ricerche sui danni derivanti dalla vaccinazione infantile - ed in particolare sui vaccini DPT (antidifterite, antipertosse, antitetano) e MPR (antimorbillo, antiparotite e antirosolia) - mi hanno convinto che vaccinarsi è molto più pericoloso di quanto si fosse mai sospettato. Le vaccinazioni possono infatti provocare l’encefalite con tutte le sue tipiche conseguenze, causano la morte di almeno mille bambino all’anno nei soli Stati Uniti (casi diagnosticati come SIDS) e circa 12.000 casi di danni neurologici gravi. Questi ultimi comprendono insorgenza precoce del diabete, ritardo mentale, autismo, epilessia, semiepilessia, diversi tipi di paralisi (compresa la paralisi cerebrale infantile) e diverse patologie nervose che portano a cecità, sordità e perdita della parola.

Durante il congresso omeopatico LIGA, tenutosi nel 1990 a Barcellona, ribadii che secondo me la morte improvvisa da vaccinazione è causata dalla paralisi del nervo vago. Quest’idea era stimolata dall’osservazione che i bambini danneggiati soffrono di molte altre paralisi dei nervi craniali. Il nervo vago è il punto di origine di gran parte dell’innervazione dei polmoni e più specificatamente fornisce il controllo della respirazione. Se questo nervo viene indebolito da un’encefalite da vaccino, il riflesso della respirazione viene necessariamente compromesso. Tale osservazione è rafforzata dal netto aumento dell’asma e di altre patologie respiratorie osservato negli USA dall’avvento della vaccinazione di massa. Vale la pena di notare che molte di queste patologie (cecità, sordità, epilessia, incapacità di parlare, ritardo mentale) vengono considerate ‘congenite’. Tuttavia esse vengono raramente identificate alla nascita. E’ più frequente invece che i genitori si rendano conto che il bambino non può vedere, udire o parlare o che è mentalmente ritardato quando egli ha nove mesi o un anno. Poiché non si può determinare alcuna altra causa per tali malattie, il medico decide che queste erano presenti alla nascita. Tuttavia, a questo punto, il bambino avrà già ricevuto tre volte il vaccino DPT (contro difterite, pertosse e tetano) e si sa che questa vaccinazione è in grado di causare le malattie già citate. Il Congresso degli USA è stato sufficientemente convinto dal mio libro DPT: a shot in the dark (La trivalente contro difterite, pertosse e tetano: un salto nel buio) da varare alla fine del 1986 il "National Vaccination Compensation Act", la legge di indennizzo per i danni da vaccinazione. Essa istituiva a Washington un ufficio incaricato di accogliere le richieste dei danneggiati e di risarcire la famiglia nel caso l’istanza fosse fondata. Con questo sistema sono stati risarciti numerosi casi, la metà dei quali riguardavano decessi (quasi sempre classificati dal medico legale come morte infantile improvvisa di origine sconosciuta). Prima che scrivessimo il nostro libro le autorità americane avevano negato la possibilità che un bambino potesse morire in seguito a vaccinazione. Ora stanno rivedendo la loro posizione.

Il mio libro sui danni derivanti dalla vaccinazione infantile, Vaccination, social violence and criminology: the medical assault on the american brain (Vaccinazione, violenza sociale e criminalità: l’aggressione medica al cervello americano), continua le ricerche sull’argomento. Quest’opera è stata motivata dalla consapevolezza che, poiché i fenomeni biologici danno luogo a una gamma di effetti, se le vaccinazioni infantili provocano la morte e le altre patologie menzionate allora esse devono necessariamente provocare anche altre innumerevoli malattie ‘minori’. Come nel caso del decesso da vaccinazione, si tratta di un campo che non è mai stato oggetto di ricerca da parte delle autorità mediche o sanitarie. L’opera descrive bambini e adulti che sono stati danneggiati dalle vaccinazioni ma non così gravemente da essere affidati ad istituti. Definisco la loro patologia come "sindrome postencefalitica". Il metodo usato per valutare la portata di tali danni sulla popolazione comprende, tra l’altro, la comparazione dei dati sui bambini danneggiati da vaccinazioni con il gran numero di dati esistenti sulle conseguenze dell’encefalite epidemica (encefalite letargica, encefalite di Von Economo), malattia che aveva imperversato in gran parte del mondo negli anni Venti e Trenta. Questi bambini soffrono delle stesse menomazioni di quelli più gravi ma in forma attenuata.

Invece di epilessia, manifestano tic e momenti di assenza. Al posto di un ritardo mentale con concomitante incapacità di inserimento sociale, evidenziano un quoziente di intelligenza 80-90 che è appena sotto il livello della normalità. Invece della paralisi, possono evidenziare una qualche perdita di controllo muscolare (atonia), soprattutto a livello delle mani. I genitori diranno che il bebè non usa le mani per camminare ‘a gattoni’ oppure che afferra gli oggetti con i piedi invece che con le mani.

Tali soggetti evidenziano leggeri difetti ai nervi craniali. Invece di essere ciechi sono astigmatici o affetti da nistagmo (rapida oscillazione incontrollata dei globi oculari) oppure da strabismo convergente. Possono aver difficoltà a spostare gli occhi da un lato all’altro o sono dislessici e incapaci di leggere, di sillabare correttamente, di capire i numeri e cosi via. Un’altra particolarità è che talvolta sono ossessionati dagli occhi della gente, hanno paura di guardare gli altri negli occhi. Invece di essere totalmente sordi hanno una difficoltà di udito, un’otite media cronica che può necessitare di un’operazione per l’installazione di un tubetto di drenaggio del liquido da far uscire. Almeno la metà dei bambini statunitensi ha avuto un episodio di otite media nel primo anno di vita e comunque il 90% l’ha manifestata entro i sei anni, fenomeno questo che comporta ogni anni 26 milioni di visite specialistiche oltre a milioni di operazioni per l’inserimento del tubo citato (miringotomia) del costo di mille dollari ciascuna.

Questo particolare tipo di otite era sconosciuto nel Paese prima della fine degli anni Quaranta - inizio anni Cinquanta, il momento in cui viene introdotta l’antipertosse. Invece dell’incapacità di parlare tali bambini possono avere una voce particolarmente rauca, monotona o inespressiva e spesso tartagliano o hanno altre difficoltà di parola, manifestano asma o altri problemi respiratori. L’incidenza dell’asma ha avuto negli USA un incremento negli ultimi decenni soprattutto nei bambini più piccoli. I bambini muoiono oggi di asma mentre paradossalmente nel passato i medici potevano affermare che "nessun bambino muore di asma". I vaccinati soffrono spesso di emicrania, anoressia, bulimia, sovrappeso, disturbi del sonno e dell’appetito. Abbiamo scoperto che i neonati affetti da coliche (allergia al latte) tendono a reagire maggiormente alle vaccinazioni: le coliche dovrebbero di conseguenza essere indicate come una controindicazione alla vaccinazione. Altri problemi si manifestano con un ritmo del sonno alterato e cioè con bambini che scambiano il giorno per la notte: essi sono iperattivi, hanno una capacità di attenzione estremamente breve e sono impulsivi. Inoltre manifestano un basso livello di resistenza alle infezioni, dovuto presumibilmente ad un alterato meccanismo immunitario.

Questi difetti vengono comunemente considerati ‘lievi’ ma bisogna tener presente che soprattutto l’iperattività, la dislessia e l’incapacità di attenzione stanno portando al collasso l’attuale sistema educativo americano. In effetti gli handicap fisici sono solo una parte del problema vaccinazioni, che si rivela infatti più grande dal lato mentale, emotivo e morale. Questi bambini sviluppano un profilo psicologico tipico in quanto alienati e paranoici, affetti da una debolezza di ego e di autostima. Sono ansiosi e depressi, non tollerano frustrazioni, hanno un ossessivo bisogno di controllare le situazioni e manifestano panico quando lo perdono. Sono sessualmente precoci e facilmente omosessuali o bisessuali, tendono a comportamenti ossessivi quali l’alcolismo e l’abuso di droghe. Sono affascinati dal fuoco, piromani. Sono inclini agli scoppi di rabbia e questo tratto psicologico, combinandosi all’impulsività, li porta ad atti di violenza impulsiva. Questi individui sono spesso coinvolti nel crimine e talvolta, con il suicido, arrivano a rivolgere la violenza contro loro stessi. Raramente mostrano rimorso per ciò che hanno fatto, sembrano dissociarsi dai loro stessi atti perché l’impulso sfugge al loro controllo, come un tic facciale. I lettori che abbiano una certa dimestichezza con la psichiatria moderna riconosceranno la descrizione dei cosiddetti "disturbi del comportamento" (disadattamento) dei bambini o "personalità sociopatica" degli adulti. Secondo le mie ultime stime un bambino su cinque-sei rimane danneggiato in misura più o meno accentuata dalla vaccinazione: questa stima si basa sull’incidenza della dislessia e dell’iperattività nelle scuole americane, che colpiscono oggi il 15-20% dei bambini in età scolare.

I programmi statunitensi di vaccinazione vennero istituiti alla fine degli anni Trenta e il primo gruppo di neonati autistici si riscontra all’inizio degli anni Quaranta. I programmi si svilupparono dopo la guerra ed il numero di soggetti autistici aumentò notevolmente per arrivare agli attuali 300-400.000 casi. Quando i vaccinati della prima generazione (i nati nel 1945) raggiunsero gli otto-nove anni, negli USA si cercò di capire "perché John non è capace di leggere". Il problema attualmente va peggiorando mentre in molte cittadine americane il sistema scolastico statale è al caos. Quando questi bambini raggiunsero l’età di 18-19 anni e affrontarono gli esami per entrare all’Università o nella carriera militare, si vide che il loro quoziente d’intelligenza stava declinando: in realtà sta diminuendo regolarmente dal 1963, anno in cui la generazione nata nel 1945 ha compiuto il diciottesimo anno d’età. Quando questa generazione entrò nell’età adulta determinò un’alta incidenza del crimine violento, che continua ancora oggi. Omicidi, stupri, aggressioni cominciarono ad aumentare nella metà degli anni Sessanta e sono in progressione. Numerosi studi hanno confermato che le persone coinvolte in crimini violenti manifestano un’alta incidenza delle tipiche patologie post-encefalitiche da vaccino. Almeno due vie collegano inoltre l’adolescente post-encefalitico all’alcolismo e alla droga. In primo luogo, questi individui - come abbiamo già visto - soffrono di ansietà, depressione e bassa autostima e sono perciò naturalmente inclini ad evadere dalla realtà. In secondo luogo, molte scuole statunitensi prescrivono terapie farmaceutiche ai bambini affetti da iperattività, difficoltà di attenzione ed incapacità di apprendimento; a un milione circa di questi bambini vengono regolarmente prescritte anfetamine e sostanze simili come il metilfenidato. Si tratta di medicine che danno assuefazione e non sorprende pertanto che questi bambini diventino in seguito dei drogati.

(Harris Coulter, da The Omeopath del gennaio 1991)

 

 

VACCINI E CANCRI: QUALE LEGAME?

E’ oggi accertato (De Long, Sciences et Mécanique, aprile 1968) che alcuni virus possano provocare il cancro in alcuni animali.

Fino ad ora non è stato ancora provato in modo decisivo che i virus provochino il cancro nell’uomo ma sembra comunque che alcuni virus lo possano. Se questo si dimostra vero, si può pensare che i virus infettivi utilizzati nei vaccini possano anche possedere delle proprietà cancerogene. Si sta per mettere a punto un vaccino ad adenovirus viventi per la vaccinazione umana contro alcune malattie respiratorie (influenza esclusa). Questo virus, iniettato in animali da laboratorio, provoca il cancro. Uno dei grandi problemi della nostra epoca è quindi quello posto dal titolo apparso su Le Concours Medical n. 38 del 20 settembre 1969:

"I virus utilizzati per la vaccinazione possono essere cancerogeni?". La domanda si pone in maniera ossessionante da quando si è dimostrato che alcuni adenovirus, individuati sia nell’animale che nell’uomo, provocano sarcomi nel criceto. Se finora non è stato possibile darne la prova sperimentale, numerosi lavori importanti lasciano nondimeno trapelare più di un dubbio su questo problema. Ricercatori americani (Hunt, Melendez e T.C. Jones, Médicine et Hygiène dell’8 ottobre 1969) hanno dimostrato che "l’iniezione del virus da scimmie di una specie a scimmie di un’altra ha provocato lo sviluppo del cancro". Hunt e i suoi collaboratori hanno osservato al microscopio una infiltrazione cellulare - da parte di cellule neoplastiche - del fegato, della milza, dei gangli linfatici, del timo, del rene e delle ghiandole surrenali. L’infiltrazione aveva raggiunto anche i polmoni, le ghiandole salivari, la prostata, i testicoli, il midollo osseo e il tessuto oculare. La natura dell’infiltrazione era simile al linfoma maligno delle cellule di tipo reticolare osservabile nell’uomo e nell’animale. L’analisi del sangue periferico rivelò un aumento relativo del numero dei globuli bianchi e una linfocitosi precedente alla morte. Queste cellule furono classificate come "linfociti atipici". Che l’iniezione di un virus di una specie di scimmie ad un’altra possa provocare lo sviluppo del cancro è un fatto carico di significato perché queste scimmie, per quanto di specie differenti, sono comunque molto simili mentre i virus viventi inoculati nell’uomo con i vaccini provengono da specie animali geneticamente ancora più lontane. "Dopo la morte dei primati si tentò di isolare il virus in diversi tessuti ma - con l’eccezione di due animali nei quali fu ritrovato l’herpes saimiri (che era stato prelevato da scimmie ‘donatrici’ e iniettato su scimmie ‘riceventi’ - fu impossibile ritrovare il virus. E non è un fatto isolato, esso accade infatti con altri virus: per esempio, adenovirus e SV40" (Médicine et Hygiène del 13 luglio e del 3 ottobre 1973): ecco come vengono messe a tacere le argomentazioni avanzate per contestare la realtà della relazione causa-effetto tra una vaccinazione ed un’incidente. Col pretesto che non si trovano ad esempio tracce del vaccino antipolio nel sangue di individui vaccinati recentemente e che muoiono poi di leucemia, si pensa di poter scartare l’ipotesi della responsabilità della vaccinazione. Il fatto che i virus che sono all’origine dei tumori provocati sperimentalmente nelle scimmie siano del tutto scomparsi dopo la loro morte fa pensare che, allo stesso modo, i virus vaccinici possano essere all’origine dei tumori o della leucemia anche se non li si ritrova più nel sangue dei vaccinati.

D’altronde, un’altra osservazione conferma il rapporto esistente tra cancro e vaccinazione. W.C. Marmelzat (II Congresso di dermatologia tropicale in "E’ cancerogena la vaccinazione antivaiolosa?", La semaine des hopitaux del 26 marzo 1970) ha riportato una serie di 38 tumori cutanei sviluppatisi a livello delle zone di scarificazione della vaccinazione antivaiolosa. I tumori sono di tutti i tipi: bassocellulari, spinocellulari, melanosarcomi. E non può essere invocato nessun altro fattore cancerogeno per spiegare la localizzazione del tumore in quel punto. L’intervallo tra la vaccinazione e la comparsa del tumore maligno è variabile tra le cinque settimane e i cinquant’anni (La Tribune Médicale del 30 ottobre 1969). Insomma, quando uno specialista si dedica al problema può calcolare nel suo campo d’attività 38 tumori provocati dalla sola vaccinazione antivaiolosa e che si sviluppano unicamente sulla cicatrice lasciata dalla vaccinazione stessa. Le condizioni limitate dell’osservazione lasciano supporre che ci si può aspettare di scoprire, quando si vorrà cercarli davvero, numerosissimi altri tumori causati direttamente dalla vaccinazione.

Aggiungeremo che, se dei tumori si sviluppano sulle cicatrici cinquant’anni dopo la vaccinazione antivaiolosa, si può pensare che questa continui per tutta la vita a favorire predisposizioni pericolose per la salute dei vaccinati senza che si possa facilmente stabilire un collegamento. In ogni caso, il rischio di predisposizione al cancro non può essere negato finché una serie di ricerche e di studi molto approfonditi non lo abbiano decisamente escluso. L’effetto ritardato sulla inoculazione di estratti o di cellule cancerose in topi poco sensibili è d’altronde provato dai lavori del X Congresso internazionale del cancro (Houston, 1970). La comparsa del tumore può non solo essere tardiva e differita ma addirittura manifestarsi in una delle generazioni successive (Médicine et Hygiène n. 937 dell’11 novembre 1970). Non si deve allora temere che la stessa azione ritardata si manifesti anche nell’uomo in seguito all’iniezione di vaccini, sia che questi contengano sostanze che provocano la leucemia o il cancro (virus della leucosi avicola o SV40, virus viventi in generale, ecc.) sia che con la loro anormale presenza determinino nell’organismo la trasformazione di cellule normali in cellule maligne? Quando un uomo muore di cancro a 40 o a 60 anni, non é pertanto possibile affermare con certezza - allo stato attuale della scienza - che le vaccinazioni che ha subìto fino all’età di vent’anni non ne siano la causa. E, a maggior ragione, che esse non siano state addirittura una delle cause di predisposizione.

(Fernand Delarue, tratto da L’intossicazione da vaccino, Feltrinelli, 1979, pagg. 216-219)