La parola “laicità”

 

ANTONIA SANI

 

Può la scuola definirsi “pubblica”, cioè di tutti e per tutti, senza essere laica? Col degrado cui è giunto il concetto di laicità si potrebbe rispondere affermativamente. Oggi infatti la scuola “pubblica” comprende anche le scuole confessionali paritarie, si insegna religione cattolica nell’orario scolastico obbligatorio, gli insegnanti di religione cattolica hanno ottenuto l’assunzione nei ruoli dello Stato. Ma perché una scuola privata ancorché agnostica non può definirsi laica?

 

Per proporre alcune riflessioni su un termine come laicità così denso di implicazioni e di storia (concetto? principio? valore? metodo?) e sulle sue ricadute sul nostro sistema formativo penso convenga considerare lo stato attuale della sua percezione. Ci troviamo di fronte a una ridda di contraddizioni, citazioni distorte, appelli contro un deficit di laicità che spesso tuttavia non vanno oltre l’evocazione taumaturgica del termine, vero rovescio della medaglia di fondamentalismi estremi, di quel gusto del magico e del soprannaturale che dilagano nell’universo giovanile propagati dalla commercializzazione dei media e non sufficientemente contrastati da noi insegnanti e genitori…

Vicino a chi consapevolmente vede in una laicità diffusa l’unica àncora di salvezza, vi è infatti chi subisce una sorta di fascino ineffabile che il suono di questa parola, non accompagnata da approfondimenti sostanziali, esercita, un fascino inesplicabile che ne spiega l’uso spesso improprio, quasi un marchio Doc apposto a scelte ben lontane da un autentico spirito laico. Partiamo dalla sua accezione più comune. Oggi, laico − per la gran massa di coloro che continuano a ritenersi “cattolici” anche se non praticanti − è il non credente che ha il coraggio di dichiararsi tale, il termine è inteso come sinonimo di ateo, poiché la nozione più diffusa di laicità è esclusivamente la sua contrapposizione a religiosità; più rara è la percezione di laico come credente critico, una posizione che incute un misto di turbamento-condanna-rispetto nei fedeli più avvertiti. Comunque,oggi, sempre, in fondo, in entrambi i casi, si tratta di un sentimento di rispetto. È, questo “rispetto”, il frutto sedimentato delle persecuzioni, del sangue versato nei secoli per affermare il valore della laicità… In questo senso mi ha colpito recentemente la dichiarazione di un giovane al meeting di CL; un ragazzo ,che dopo aver elogiato pienamente l’intervento di Marcello Pera, ha affermato quasi timidamente di non condividere il suo richiamo sia pure estremo all’uso delle armi per combattere “il meticciato indistinto”; «però − ha concluso rispettosamente − lui non è cristiano come noi, lui è laico»…

Dal canto suo , il presidente del Senato, interpretando la posizione dei neocon, ha più volte affermato che «riconoscere le radici cristiane(o giudaico cristiane) dell’occidente a prescindere dall’adesione a una fede religiosa è segno di laicità, poiché si tratterebbe di affermare la propria identità radicata nella civiltà occidentale, di cui il cristianesimo è emblema». Per questi neocon − fenomeno nuovo sotto il cielo italiano − che si professano laici in quanto non credenti, ma adottano la croce come simbolo della superiorità e della tutela della civiltà occidentale, si tratta di una “laicità ad excludendum”, con un ritorno alla commistione tra potere religioso (tra l’altro, cattolico più che giudaico cristiano…) e potere politico, proprio il contrario della distinzione rivoluzionaria che segnò i primi passi nel cammino della laicità (da laos - popolo, non dimentichiamolo mai) all’interno del popolo ebraico, per rispuntare in forme determinanti nella separazione dei due poteri alle origini del mondo medievale.

A questa posizione fa riscontro il rischio di una “laicità indifferenziata”, nata dall’opposta aspirazione – diffusa negli ambienti del volontariato sociale – a mettere sullo stesso piano le diverse culture (multiculturalismo), aspirazione che, pur partendo da una caratteristica forte insita nel principio di laicità – quella che vede nella conoscenza e nella conseguente accettazione delle diversità culturali e religiose l’unica forma possibile di convivenza tra le diverse culture –, può dar luogo all’inclusione e all’accettazione di usi, tradizioni, forme di religiosità non sempre rispettose dei diritti umani, come noi li intendiamo. È corretto rifarsi ancora oggi a un “catalogo occidentale dei diritti umani”, o la globalizzazione e l’affermarsi di forme di democrazia in territori che ne erano privi deve indurci a considerare alla stessa stregua quelli fin qui filtrati dai dettami delle diverse religioni?1

Si approda così al tema ritornato oggi in primo piano, del rapporto laicità-religioni, in presenza di una laicità che – come si è visto – ha smarrito in gran parte il suo senso originario.

Laicità, infatti, non deve più significare rivoluzione della ragione contro l’autoritarismo e l’esclusione esercitate per secoli in nome di un potere soprannaturale, non deve più significare garanzia di uno spazio pubblico fondato sulla razionalità dei valori civili, non deve rappresentare il cammino della formazione critica per liberare ogni individuo dalla gabbia delle religioni e delle identità ereditate e/o subite.

Tutto questo viene oggi bollato come “laicismo”, come qualcosa di “vetero”, non più proponibile. I nuovi laici sono i neocon che da non credenti si fanno difensori del cattolicesimo, laicità è esaltazione delle religioni, invito al dialogo interreligioso, ma sotto un primato, che contro “l’invadenza islamica” deve continuare ad appartenere alla Chiesa cattolica, maestra peraltro nel gestirlo in nome di un ecumenismo che continua a vederla protagonista indiscussa. Le religioni sono viste come il crogiuolo immutabile delle culture, il rispetto per esse, che ha preso finalmente il posto del termine “tolleranza”, tende a garantirne la sopravvivenza in nicchie ben individuabili all’interno delle società (da sottoporre eventualmente in toto a processi di integrazione più o meno frettolosi o forzati). Il dialogo interreligioso – al quale peraltro la Chiesa cattolica ufficialmente non partecipa (è il caso del Tavolo interreligioso promosso dal Comune di Roma) è considerato momento indispensabile per una conoscenza reciproca, ma, poi, quanti di noi pensano che si potrebbe, si dovrebbe andare oltre? Molto oltre laicamente, come ci hanno dimostrato i movimenti delle donne , che a partire dalle varie appartenenze religiose e non, hanno messo in crisi (negli incontri di Vienna, di Helsinki, di Pechino degli anni ’80 e ’90) e mettono in crisi stereotipi maschilisti anche se non promossi, certo protetti dalle religioni? Quanti, quante di noi si domandano perché spesso la Chiesa è assente da questi luoghi di confronto? E nella nostra attività quotidiana nella scuola, quanti, quante di noi ci pensano? Forse una spiegazione eloquente la troviamo nel fatto che oggi si è arrivati alla stupefacente affermazione che sono i valori cristiani ad essere considerati il “vero” fondamento dei valori laici (vedi la sentenza del TAR Veneto sull’esposizione del crocefisso nei locali scolastici), e “laico” è considerato in sedi autorevoli l’articolo II,10 del Trattato per una Costituzione Europea che si preoccupa della libertà religiosa e del diritto a manifestare “ovunque” il proprio credo religioso, e “laico” è considerato il famoso articolo 51 che istituzionalizza un dialogo aperto tra l’Unione Europea e le Chiese riconoscendo il «loro contributo specifico»2.

 

 

Spazio pubblico, scuola pubblica e forme di privatizzazione

 

La confusione, l’in-differenza, l’ossequio in Italia al clero cattolico, che impediscono uno spazio pubblico e dunque laico affliggono anche la scuola pubblica, dove domina incontrastato il potere della Chiesa cattolica, dove per laicità si intende tutt’al più il confronto tra le diverse religioni, ritenute l’unica espressione culturale della diversità. Tant’è vero che la richiesta di un insegnamento di storia delle religioni è molto comune e ben pochi si pongono il problema se a insegnarla dovrebbe essere un docente designato dal vicariato o un docente di storia. Ancora meno sono coloro che pensano che una scuola pubblica in quanto non confessionale dovrebbe presentare ai giovani degli approfondimenti non tanto sulla storia e la natura delle singole religioni, bensì sulle “radici storiche delle religioni”: perché quella religione in quel determinato momento storico? in quel determinato territorio? con quali conseguenze sugli assetti politici, economici, culturali internazionali?

Storicizzare le religioni presuppone un’ottica laica, l’ottica della conoscenza razionale del fatto religioso. Il processo può essere avviato nella scuola primaria e proseguire poi per fasi più complesse.

 

 

Pubblica solo se laica

 

Ma può la scuola definirsi “pubblica”, cioè di tutti e per tutti, senza essere laica? . Ma non si tratta solo di questo, perché – allora - paradossalmente - dovremmo considerare “laica” una scuola privata agnostica (comunemente si definisce “scuola laica” una scuola privata retta da non religiosi), nella quale non sia impartito alcun insegnamento religioso…

Per poter andare avanti nella nostra riflessione occorre richiamare alla memoria il percorso e gli effetti delle battaglie per la laicità nei secoli, conquiste, che hanno avuto al centro la rivendicazione delle capacità intellettive di ogni essere umano, la concretezza inoppugnabile dei dati scientifici, la liberazione della ragione umana da ogni forma di condizionamento, fino al riconoscimento dei diritti umani non come dono divino, ma come conquista di uomini e donne. Fino a forme sempre più compiute di democrazia, sempre risorgenti dopo gli oscuramenti dei dispotismi.

Allora, la forma dello Stato democratico, la sua organizzazione, le sue istituzioni − tra le quali la scuola che ne è funzione precipua- non sono solo un generico “spazio pubblico”, ma sono il prodotto di studi, di idealità, di progetti specifici di società fondate sull’uguaglianza dei diritti umani e sociali. In questo senso la scuola è pubblica solo se laica, cioè se è in grado di garantire a tutti l’espletamento del diritto a una formazione ai valori civili che è precondizione per il conseguimento di una democrazia compiuta.

 

 

La scuola della Repubblica

 

Per questo continuiamo a lottare perché la scuola pubblica diventi veramente la scuola della Repubblica, non “proprietà” dello Stato, ma funzione dello Stato, garantita nella sua unitarietà dal Parlamento (un organo elettivo che la svincoli dal potere burocratico del Miur mantenendone saldo il carattere nazionale? Parliamone) non “servizio pubblico”, mista a scuole confessionali o di tendenza in un disegno estraneo alla Costituzione, non frantumata in scuole regionali, ma in grado di rispondere nei vari luoghi alle differenti esigenze dei giovani non con “piani individualizzati”, ma cogliendo le occasioni per uniformare col dialogo costante la formazione critica degli alunni in direzione dei valori espressi nella Costituzione, gli stessi che vorremmo affermare in Europa. Formazione critica che in un’ottica laica non deve arrestarsi di fronte ad alcuna appartenenza etnica o religiosa. I bambini e i giovani che abbiamo di fronte non sono esseri costretti dai condizionamenti delle proprie identità, sono individui liberi, che devono saper riconoscere le proprie radici senza subirne un freno al cambiamento. Ognuno deve esser messo in grado di visitare criticamente il proprio vissuto, e nulla deve essere considerato immobile. Il rispetto delle diversità non deve inchiodare nessuno per tutta la vita in una sorta di nicchia.

Mettersi in discussione, confrontare le esperienze senza,tuttavia, smettere di porsi il problema di fondo: che la scuola pubblica è la scuola della Costituzione repubblicana, una Costituzione laica nei suoi principi fondamentali, oggi ancora in gran parte non attuata proprio nella scuola. Cosa facciamo per attuarla? Di tutto questo si dovrebbe parlare nella programmazione didattico-educativa. In quest’ottica dovrebbe essere ricostruita e presentata agli studenti la memoria storica.

 

 

La privatizzazione della formazione

 

Ma perché una scuola privata ancorché agnostica non potrebbe definirsi laica? Non può essere laica nella sostanza, perché non è nelle condizioni di attuare il principio di uguaglianza, perché è di per sé escludente, perché è soggetta a una forma di privatizzazione della formazione, perché “laicità” è garanzia di pluralismo, di libertà. Ma, si potrebbe definire “laica” la scuola di don Milani, e sul suo esempio, scuole “fai da te”, aperte a tutti, che dichiarassero, ad esempio, legittima la ribellione all’autoritarismo in nome del primato della libertà di coscienza?

Vorrei concludere con le parole di Carlo Augusto Viano (da un intervento ad un suo seminario su “Laicità e Laicismo”): «Spesso si imputa all’Illuminismo un’influenza negativa sulla nostra cultura… la supremazia della ragione sul sentimento… una scarsa sensibilità per la particolarità storica delle culture, il tentativo di rendere uniformi i comportamenti […]. Quasi nessuna di queste accuse è fondata. Invece si dimentica che gli Illuministi hanno avuto il coraggio di dire che i testi religiosi erano falsi e contenevano imposture. […] Un laicismo non timoroso, che sappia esercitare con coraggio la critica delle superstizioni e promuovere la libertà degli individui, senza subire restrizioni in nome di testi inattendibili o di entità soprannaturali, è ciò che manca nella cultura e nella pratica politica del nostro paese».

 

 

NOTA

1. Il problema è stato posto nel Convegno di Torino della primavera scorsa su “Laicità e diritti umani”.

2. Per la soppressione di questo articolo si erano invano mobilitati i “laicisti” che vi avevano visto la sudditanza degli Stati membri alle religioni (e segnatamente alla Chiesa cattolica che già si era espressa favorevolmente) in materia di etica…