"La globalizzazione nella società contemporanea"

Roberto Gallino

 

 

Torino 25 giugno 2002

Convegno Internazionale

"L’educazione al tempo della globalizzazione"

promosso da

CEMEA Piemonte

Col patrocinio di Città di Torino, Provincia di Torino, Regione Piemonte

E la collaborazione della Federazione Italiana dei CEMEA, La Federazione Internazionale dei CEMEA, della Lega Cooperative Piemonte e dell’assoziazione Idee per l’educazione

Della globalizzazione sono state date e vengono correntemente date molte definizioni differenti: è bene sceglierne una per tenere fermo uno dei punti base del nostro argomento.

Una definizione efficace e gradevolmente breve che di globalizzazione, credo possa essere questa: si tratta di una fase, di un periodo di formazione fortemente accelerata di un sistema economico mondiale funzionante in tempo reale. Si tratta di una fase che ha anche, grosso modo, una sua data di inizio e la maggior parte degli analisti e studiosi della globalizzazione datano l’innalzamento della curva, il punto di accelerazione, al 1980 per diverse ragioni, tra cui l’introduzione di nuovi modelli organizzativi in tutto il mondo e lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Un sistema funzionante in tempo reale vuol dire che ciò che accade in un punto del sistema si ripercuote in tempi rapidissimi in molti altri punti. Quando si dice rapidissimi si intende giorni, ore e in alcuni casi addirittura minuti: la dichiarazioni di un capo di stato importante o le dichiarazioni sulle perdite o i profitti di grandi società, influiscono sulle borse e sui risparmi dei risparmiatori di gran parte del mondo nel giro di pochi minuti. In uno, due, tre minuti si assiste a straordinarie variazioni del valore dei titoli e dei patrimoni individuali e familiari.

C’è chi sostiene che la globalizzazione sia in corso da molto tempo, in fondo da cinquecento anni, se non di più, e questo può essere accettato se non che ciò che caratterizza in modo forte questi ultimi venti-ventidue anni è la fortissima accelerazione insieme con alcune altre caratteristiche che vorrei sinteticamente esporre.

Anzitutto questo sistema economico mondiale o che sta gradualmente diventando tale, contrariamente a quanto si sente comunemente dire non ricopre affatto tutto il mondo e non è prevedibile che lo faccia nei prossimi decenni e nemmeno nei prossimi trenta o cinquanta anni. Copre grossomodo la metà del pianeta il che non coincide con la metà degli emisferi né con una divisione data dalle longitudini.

La globalizzazione fa si che decine di paesi siano coinvolti in processi di sviluppo, più o meno rapidi, di crescita economica, regioni relativamente ristrette mentre altre regioni molto più ampie, popolate in alcuni casi da centinaia di milioni di persone, sono lasciate a lato. Caso esemplare è quello della Cina che ha conosciuto uno strepitoso sviluppo in quelle che sono le cosiddette "zone economiche speciali" lungo tutta la costa, ma nel contempo gran parte dell’interno della Cina è stato toccato solo marginalmente dalla globalizzazione e, per certi aspetti, la situazione è peggiore che non dieci o venti anni fa a causa dell’aumento della povertà e della disoccupazione.

Un altro caso significativo è l’India: gli investimenti diretti e tutta un’altra serie di fattori, hanno fatto si che due o tre stati su venticinque della confederazione indiana abbiano conosciuto un grande sviluppo in campi molto avanzati, come l’ingegneria del software ma resta il fatto che del miliardo e più di poveri estremi, cioè quelli che vivono con consumi pari od inferiori ad un dollaro al giorno, circa 400 milioni sono in India. Per non parlare dell’Africa dove esiste un paese coinvolto dalla globalizzazione che è il Sud Africa mentre il resto del continente è tagliato praticamente fuori. Quindi, la globalizzazione non costruisce un globo unitario ma un globo profondamente ineguale scavato lungo varie bisettrici.

Un’altra caratteristica della globalizzazione è la formazione di gruppi di imprese trans-nazionali che realizzano la quasi totalità della produzione e spesso si tratta di volumi enormi prodotti in decine di paesi al di fuori del proprio.

Un paio di esempi. La Nike ha negli Stati Uniti si e no mille dipendenti che assicurano la progettazione, il design, il controllo del marketing e così via, ha poi nel mondo, centinaia di unità produttive controllate direttamente o indirettamente attraverso vari livelli di subappalto, che hanno più di quattrocentomila dipendenti: mille al centro di controllo, quattrocentomila in giro per il mondo. I numeri sono più piccoli, ma il modello è lo stesso per la Benetton italiana che ha meno di mille dipendenti in Italia (anche perché molti dei negozi che si vedono sono in concessione), ma ha più di venticinquemila dipendenti sparsi nel mondo.

Le imprese transnazionali hanno inoltre sviluppato in questi ultimi venti-venticinque anni un nuovo modello di impresa, spesso definita a "rete", a "geometria variabile", fatta cioè di molte unità produttive altamente autonome e al contempo interdipendenti; si forniscono prodotti e servizi su scala mondiale, spesso lavorano anche per altre società, a volte persino concorrenti: è normale anche nell’industria dell’auto, che uno stabilimento di una data marca produca pezzi importanti di auto di differenti marche.

Questo modello di impresa ha anche un’altra caratteristica, la ricerca cioè di una distribuzione di forza lavoro che può essere così riassunta: un venti per cento di lavoratori ben specializzati, ben retribuiti, con contratti di lavoro a tempo indeterminato, con un impiego quindi molto stabile, e un ottanta per cento di lavoratori flottanti, che possono essere lavoratori di aziende terze che si utilizzano un giorno e il giorno dopo no oppure la miriade di lavoratori atipici, flessibili, che con nomi diversi si trovano in tutti i paesi sia quelli sviluppati che quelli in sotto sviluppati. Attraverso questa frammentazione, questa struttura reticolare, le imprese cercano la famosa flessibilità che in primo luogo vuole essere una flessibilità di impresa, di adattabilità al mercato: quanto più l’impresa è frammentata tanto più può usare le quantità di fornitori o sub-fornitori che desidera, può scegliere meglio in termini di qualità ed anche di costi. Alla fine questo diventa ricerca di un gran numero di lavori flessibili, e nel caso italiano la flessibilità di impresa, che in altri paesi è in primo piano, diventa ricerca di flessibilità del lavoro.

Nel corso di questa accelerata formazione di un sistema economico in tempo reale, in primo piano sta il grandissimo predominio dei flussi finanziari sui flussi dell’economia reale: oggi lo scambio di monete, obbligazioni o azioni, insomma di flussi monetari o finanziari superano giornalmente, secondo varie stime, da cinquanta a cento volte quelli dell’economia reale. L’economi reale è fatta di beni o servizi che qualcuno produce e qualcun altro acquista e paga e questi pagamenti sono circa cinquanta-cento volte inferiori agli scambi dell’economia finanziaria.

Si stima, ma forse la stima è già un po’ bassa, che gli scambi giornalieri di ordine finanziario siano intorno ai duemila miliardi di dollari, che fa parecchio di più del reddito nazionale italiano, scambiati entro le ventiquattro ore. Questo predominio dell’economia finanziaria sull’economia reale ha poi delle conseguenze significative sul modo di conduzione delle imprese e anche sul lavoro, perché nello scambio dei flussi finanziari si possono conseguire con vari tipi di manovre, profitti di gran lunga superiori che non producendo faticosamente dei beni materiali o de servizi.

La globalizzazione è contraddistinta da un grosso aumento del commercio mondiale che è aumentato molto dagli anni sessanta, ma anche su questo ci si deve intendere, perché questo è un dato che spesso viene presentato in forma di idea ricevuta: per intanto la grandissima parte del commercio mondiale avviene all’interno delle tre macro aree o regioni che formano la così detta "triade" e cioè Unione Europea, che adesso si sta allargando, Giappone e la sua area di influenza, Stati Uniti e Canada. Nell’Unione Europea il commercio è aumentato moltissimo negli untimi venti-trenta anni ma la quantità di flussi commerciali interni è pari addirittura a quella di prima della prima guerra mondiale. Siamo intorno, circa, all’ottantacinque per cento di scambi interni e al quindici per cento di scambi esterni e lo stesso vale per il nord America o l’area Giappone. Quindi il mondo sta si diventando mondiale ma fino ad un certo punto (…)

Va sottolineato che una quantità rilevante di commercio e di scambi commerciali avviene tra unità produttive delle medesime corporation, perché se una corporation ha cento stabilimenti, filiali o quello che siano sparsi nel mondo, questi in un certo senso esportano dall’Indonesia agli Stati Uniti, dalla Turchia all’Irlanda, dal Madagascar all’Italia e tutto questo figura come commercio internazionale mentre invece si tratta di scambi di parti di prodotti che vanno a finire laddove il prodotto viene assemblato o completato.

Non è possibile parlare di globalizzazione senza sottolineare due aspetti che riguardano le privatizzazioni, cioè la riduzione richiesta da organizzazioni internazionali (di cui andrò subito a dire qualcosa) del settore pubblico, dell’economia ma in alcuni casi, anche dell’educazione o della sanità e la contemporanea deregolamentazione del mercato del lavoro. Quello che succede in Italia è simile a ciò che sta accadendo o è già accaduto in molti paesi, sia sviluppati che non. Nei paesi in via di sviluppo si osserva un grandissimo sviluppo del lavoro così detto "informale": non si può capire nulla dell’America Latina e di tutto il mondo ispanico se non si fanno i conti con l’informalidad, l’informalità, del lavoro. Fino al sessanta-settanta per cento dei lavori moderni che vengono sviluppati nelle città, sono lavori di tipo informale e cioè privi di qualsiasi tipo di regolamentazione di ordine giuridico, sindacale, ambientale o altro.

Due caratteristiche sulle opportunità della globalizzazione. Si assiste in quello che vorrebbe essere il governo della globalizzazione, a un grande squilibrio: le organizzazioni internazionali hanno un ruolo forte nell’orientare e dirigere i processi di globalizzazione, ma di solito si tratta di organizzazioni con un statuto di natura finanziaria, di natura commerciale, e che sono da un punto di vista della democrazia complessiva del mondo assai poco rappresentativi. Sono enti come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, che soprattutto nei confronti dei paesi in via di sviluppo hanno grandissimo potere perché, ad esempio, concedono prestiti per grandi progetti di tipo agricolo, per costruire strade, dighe, o ferrovie, soltanto se il paese ricevente accetta delle condizioni ferree per regolare i propri bilanci e non sempre questo va a buon fine. Il disastro argentino di questi mesi è imputato da molti analisti, al fatto di aver seguito troppo da vicino le prescrizioni del Fondo Monetario Internazionale. All’opposto ci sono organizzazioni internazionali assai più rappresentative, molto più ampie ed articolate come le Nazioni Unite che hanno nel governo della globalizzazione un peso praticamente irrilevante. Le Nazioni Unite hanno pubblicato nel 1995 un bel rapporto sulla governance della globalizzazione, non sul come formare un governo mondiale, ma per orientare la globalizzazione, per dare alla globalizzazione "un volto più umano", come dice il rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano, che è uno dei migliori rapporti, ricchissimo di dati, che si possano leggere sulla globalizzazione . Nel 2001, cinque anni dopo le Nazioni Unite hanno pubblicato un secondo rapporto in cui si constata che i buoni propositi del primo erano stati completamente disattesi e che in fondo, le Nazioni Unite nulla potevano per governare la globalizzazione.

Infine ultima caratteristica della globalizzazione è la onnipresenza delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: internet, web, la rete, la telefonia cellulare, le infrastrutture che vi girano attorno, i satelliti e così via. Ed è proprio per sottolineare la onnipresenza delle TIC (Tecnologie dell’Informazione e Comunicazione) nella globalizzazione, che questa fase di accelerazione di un sistema economico mondiale è stata chiamata fase del "capitalismo informazionale", perché senza le tecnologie dell’informazione, la globalizzazione non sarebbe quella che è, e non sarebbe nemmeno possibile: sarebbe impossibile regolare e controllare migliaia di stabilimenti, di officine, di filiali molto distanti tra di loro, nonché decine di migliaia di fornitori, milioni di clienti distribuiti in tutto il mondo.

Come dirò nella seconda parte le TIC potrebbero essere, e già in parte lo sono, uno strumento di grandissima importanza per innovare i processi formativi, dalle scuole per l’infanzia, fino all’educazione per gli adulti, a condizione che si realizzino determinate condizioni che, oggi come oggi, sono ancora lontane dal verificarsi.

La globalizzazione da un punto di vista macroeconomico o macrosociale offre una serie di opportunità che si possono riassumere in tre punti. Anzitutto la specializzazione di una regione o di un paese, in una determinata produzione, permette a molti altri paesi di acquisire beni o servizi di buona qualità a prezzi via via decrescenti: la specializzazione degli USA nell’informatica, incrocio molto sapiente tra iniziativa statale (università, militari) e iniziative imprenditoriali, ha permesso la diffusine del personal computer a prezzi sempre più bassi e con rilevanti incrementi di qualità in tutto il mondo. Ci sono anche altri produttori , ma il personal computer è un prodotto prevalentemente statunitense e in pratica ancora oggi il novantacinque-novatotto per cento dei microprocessori centrali sono ingegnerizzati e costruiti negli Stati Uniti. Il Giappone si è specializzato nel realizzare prodotti di altissima qualità in campi che vanno dalla vecchia televisione alle nuove macchine fotografiche digitali, che sono un vero prodigio e una rivoluzione nell’arte della fotografia e con prezzi che crollano di anno in anno. La Scandinavia produce il settantacinque-ottanta per cento dei cellulari prodotti al mondo. Per aree che hanno saputo specializzarsi su prodotti di alta qualità, avere come mercato una buona metà del mondo, anziché solo quello interno (anche se per gli Stati Uniti il mercato interno è un grandissimo vantaggio iniziale) ha permesso grandissimi sviluppi di cui si sono avvantaggiati molti paesi. Noi che non produciamo né personal computers, né macchine fotografiche digitali, né televisori, e tanto meno cellulari li possiamo acquistare ed usare a prezzi molto bassi.

La delocalizzazione, cioè la facilità con cui le aziende si spostano da un paese all’altro, da una regione all’altra, a fronte di costi del lavoro decrescenti, o normative sindacali più blande, o ancora normative ambientali inesistenti, insieme con il controllo a distanza permettono di avere con gran rapidità, la produzione di beni e di servizi di elevata qualità in regioni decisamente sottosviluppate con un sistema di infrastrutture quasi inesistente. Questo prima di venticinque anni fa non avveniva. Caso esemplare l’India con ferrovie in condizioni disastrose, che peraltro servono solo una porzione del paese, pochissime strade e città con infrastrutture urbane anch’esse in condizioni drammatiche, è diventato, grazie ad investimenti diretti in un piccola parte dell’India, il primo produttore mondiale di software: oggi per quanto riguarda i programmi applicati, quelli che fanno girare i computer per intenderci, l’India è il primo produttore al mondo e non gli Stati Uniti. Una parte dell’ideazione e progettazione originale è fatta in alcuni casi negli Stati Uniti o magari in Germania o Svizzera, ma oggi gli indiani non sono più solo dei bravi riparatori di sistemi software che funzionano male, sono ingegneri di software di altissima qualità che producono per tutto il mondo mentre fuori dalla loro officina modernissima di software le condizioni sono drammatiche sotto qualsiasi punto di vista. Sta il fatto che sono milioni di persone, con le loro famiglie, godono di redditi impensabili fino a qualche anno fa.

Infine, e ci avviciniamo alla dimensione della formazione, un’opportunità di grandissimo peso della globalizzazione, è la possibilità di diffondere risorse culturali di grandissimo livello a costi molto bassi in gran parte del mondo, inclusa quella parte di mondo che dalla globalizzazione economica in senso stretto non è toccato: popolazioni povere, mal dotate dal punto di vista delle infrastrutture scolastiche, la possibilità di avere attraverso internet e il web (che sono due cose diverse che bisognerebbe tenere sempre distinte) sussistono possibilità di accedere ai musei del mondo, alle biblioteche, ai classici, ai centri di matematica superiori, ai laboratori virtuali interattivi efficienti, in modi e in misura che fino a quindici anno fa erano assolutamente impensabili. Molti giovani dell’Africa sub-sahariana, dell’America latina, possono avere accesso a risorse culturali immense attraverso le tecnologie dell’informazione.

Nella seconda parte di questo mio intervento vorrei parlarvi delle relazioni tra le tecnologie dell’informazione e i processi formativi.

Vorrei però, a mo di interludio tra queste due parti, accennare ad alcune idee che ho ricevuto circa la globalizzazione, che sono molto diffuse e che circolano anche su periodici specializzati, e sulle pagine economiche dei quotidiani.

Il periodo della globalizzazione 1980-2000, non è affatto un periodo di crescita economica più marcata o accelerata rispetto al ventennio precedente 1960-1980. Quasi tutti gli indici di valutazione che si possono utilizzare, dicono che molti fattori come lo sviluppo, la crescita, la crescita del PIL, la scolarizzazione, hanno avuto in tutto il mondo tassi di crescita tra il 1960 e il 1980 notevolmente superiori rispetto a quelli di questo ultimo ventennio. Le cause possono essere parecchie, e parlare di correlazioni non vuol dire parlare di nessi causali, ma sta il fatto che non è vero che i dati sostengono che la globalizzazione si accompagna alla crescita economica o ad altri tipi di crescita.

Un secondo aspetto è che la globalizzazione sembra mantenere o in molti casi accrescere delle fortissime disuguaglianze sociali tra i paesi. Le disuguaglianze di reddito sono notevolmente cresciute, il rapporto tra il venti per cento della popolazione più benestante del pianeta e il venti per cento della popolazione più povera nel 1960 era intorno a 30 a 1, oggi abbiamo superato 90 a 1. E così per molte disuguaglianze relative agli spazi di vita, all’istruzione: il numero dei poveri estremi non è mai stato così alto. I poveri estremi formano due grandi categorie, quelli che sopravvivono con meno di un dollaro al giorno e quelli che sopravvivono con meno di due dollari al giorno. Per i primi il numero rimasto pressoché costante, erano nel 1987 poco meno di 1,2 miliardi e nel 1998 il numero è rimasto invariato; i secondi invece sono cresciuti di 260 milioni, erano 2,55 miliardi nel 1987, sono nel 2001, dati della Banca Mondiale, 2,8 miliardi. E’ vero che nel frattempo la popolazione del globo è aumentata, ma è anche vero che si può dire che la globalizzazione non riesce a ridurre il numero dei poveri estremi nel mondo.

Ancora un elemento utile a contrastare le informazioni che riceviamo e che credo sia importante menzionare. Si enfatizzano spesso i vantaggi della interdipendenza, per cui noi produciamo il made in Italy, i finlandesi i telefoni cellulari, i taiwanesi i PC con processori importati dagli USA e questa interdipendenza rende tutti felici. Il problema è che se una regione si specializza molto nel produrre un servizio e a venderlo in tutto il mondo se oggi ne trae sicuramente dei vantaggi, quando però quel particolare mercato entra in crisi, e accade sempre più spesso, perché altri iniziano a fare lo stesso prodotto o perché il mercato non è più interessato, o perché quando un proprietario non trova nessuno che voglia stare ad Helsinki, a Salamanca, a Topica, città del Kansas che vi assicuro non vale il viaggio, beh se quel proprietario decide di chiudere quell’unica azienda che produceva beni e servizi in quella regione, quella regione rischia il tracollo: in alcuni casi l’interdipendenza rischia di diventare una forma di dipendenza. Nel torinese e in Piemonte ci sono casi di aziende, neanche tanto piccole con centocinquanta-duecento persone che hanno avuto proprietari spagnoli, americani, finlandesi, un giapponese e alla fine sono state chiuse, perché quando la proprietà sta a diecimila chilometri di distanza nel suo ordine di priorità non sarà uno stabilimento che sta a Settimo Torinese a preoccuparlo in modo forte: se la proprietà sta a Salamanca baderà agli interessi dell’area a lui circostante.

La lezione da trarre e da sottolineare da un punto di vista generale (perché riguarda poi un difficilissimo problema di politiche economiche e sociali di equilibrio tra produzione, sistemi di welfare locali e produzioni globali) è che una interdipendenza non regolata diventa una grave forma di dipendenza .

Parlare di tecnologie della informazione e comunicazione è parlare di quella che può essere una vera rivoluzione nel sistema della formazione . Uno dei termini generali che si usa è quello di "apprendimento elettronico" o, ovviamente, con un anglicismo che è sempre inevitabile, "E- learning" che vuol dire "apprendimento elettronico". L’espressione "E-learning" designa più propriamente la formazione assistita dalla rete, ossia una formazione dei processi formativi che sono assistiti, arricchiti ed integrati dalle risorse culturali dei web mondiali, accessibili attraverso internet.

Web ed internet sono due cose diverse: internet è la infrastruttura che comprende cavi transoceanici, cavi terrestri, telefonia, satelliti, milioni di server e così via. Il web è formato dai documenti che sono stati memorizzati: immagini, foro,brani musicali, saggi, originali di ogni genere. Si calcola che nei web ci siano circa seicento miliardi di documenti. Documento può essere qualcosa di particolarmente complesso come delle tavole statistiche o un saggio lungo cinquanta pagine. Ed è solo quando è inteso in questo modo che l’apprendimento per via elettronica riesce ad avere le caratteristiche che sembrano indispensabili ai processi formativi per tenere il passo con i cambiamenti velocissimi della società in via di globalizzazione, dei modi di lavorare e dell’economia.

Tra queste caratteristiche vanno aggiunte le possibilità di aggiornamento immediato dei contenuti: un manuale dopo sei mesi, un anno anche se si cerca di farne una seconda edizione,non è aggiornato mentre molti dei contenuti del web possono essere aggiornati addirittura di giorno in giorno. C’è la possibilità di reperire immediatamente anche risorse culturali, c’è la capacità di distribuire corsi on line a centinaia, centinaia di migliaia di studenti sparsi su vasti territori. Io uso l’espressione "apprendimento elettronico" traducendo "I learning" per ricomporre tanti processi informativi assistiti da processi telematici che sono designati in vari modi: teledidattica, teleformazione, educazione e apprendimento a distanza, istruzione assistita a distanza dal calcolatore, ambienti di apprendimento, campus elettronico… Si sono udite molte iperbole, esagerazioni, ma oggi come oggi parlare di una rivoluzione della didattica e dei processi formativi attraverso internet e web non è più una esagerazione. Le possibilità di trasformazione dei processi formativi sono attraverso questi mezzi davvero grandissimo. Pensiamo ad una qualsiasi aula di un liceo, di un istituto tecnico, di una università attrezzata con una macchina adeguata e con un impianto di proiezione dati: possiamo incontrare un docente di storia dell’arte che fino a ieri usava per fare lezione, una decina di diapositive (le stesse che usava da dieci anni…), oggi questo docente, ha la possibilità di richiamare sullo schermo in pochi secondi se ha dei sistemi adeguati, le immagini di pittura o le sculture che desidera scelte tra le milioni disponibili sul web. Il docente di storia della musica o del melodramma che usava qualche disco di cattiva qualità o la fotocopia di una mezza dozzina di libretti d’opera adesso ha a disposizione sul web diecimila libretti d’opera, ciascuno in originale, in almeno tre o quattro lingue a cominciare dall’italiano. Si possono avere in facsimile tutti i documenti della storia: gli editti papali, gli editti di Carlo Magno, il trattato di Versailles, e si possono proiettare immediatamente in aula in originale o tradotti. Questo può rivoluzionare la didattica in aula, far sparire la lezione frontale, ed esige profonde innovazioni nel ruolo del docente e delle sue capacità di dominare una macchina che produce in tempo reale. Le medesime tecnologie, i medesimi documenti, possono essere utilizzati dai singoli studenti a casa mediante vari tipi di formazione on line.

Può apparire una questione non molto importante in una regione ricca come il Piemonte, ma teniamo presente che ci sono regioni che hanno tuttora attrezzature molto modeste, che hanno biblioteche di dimensioni trascurabili, che hanno difficoltà di accesso ai laboratori, ecc.

Pensiamo ai paesi sottosviluppati. In Bolivia tra una cittadina e l’altra ci sono duecento chilometri di foresta, la scuola consta di sedie e banchi, di gesso se va bene e di una lavagna crepata: se si riesce a portare lì una linea telefonica, che spesso c’è, e un computer efficiente, quei ragazzi avranno potenzialmente la possibilità di accedere al sapere del mondo.

Ci sono sul futuro della rete, e intendo per rete la somma di internet e web, incognita di vario tipo: c’è l’incognita del monopolio di fatto esercitato dall’industria e dalle scuole e università americane nel settore delle tecnologie utilizzabili nella formazione; si stima che oltre l’ottanta per cento dei corsi e dei materiali didattici in rete, provengono dagli Stati Uniti: sarà certo un merito loro ma è anche al tempo stesso segno di grave ritardo dell’università italiana ed europea (posso dire che il nostro dipartimento ha costruito un grande portale per la formazione assistita dalla rete, dove spesso, volendo mettere in questa complessa organizzazione disponibile per studenti ed insegnanti, dei materiali su personaggi, autori italiani spesso si va a finire su un sito inglese o americano, abbastanza spesso francese, perché i francesi hanno fatto progressi straordinari in questi ultimi cinque anni nell’uso della rete e della formazione a distanza, è invece molto difficile trovare materiale italiano. Abbiamo ad esempio un bel sub portale, una sezione, su Giuseppe Verdi dove otto siti su dieci sono inglesi o americani.

Anche nelle scuole sembra che il problema principale sia fare il sito della scuola, che in genere serve assai poco, mentre molto importante sarebbe accrescere la presenza di materiale italiano sul web.

Vi è poi un aspetto in presenza dell’enorme importanza che andrà assumendo l’uso di internet e del web nei processi formativi, che è la frattura digitale, "digital divided", anche qui la maggior parte del materiale è anglosassone. La frattura digitale è una delle forme di disuguaglianza tipiche della globalizzazione: è il fossato, dicono bene i francesi, che separa chi può accedere da chi è escluso, sia a livello mondiale che dei singoli paesi, gli strati sociali, le aree geografiche, gli studenti.

E qui la questione è piuttosto radicale perché o si ritiene che in fondo delle tecnologie dell’informazione nella trasformazione della didattica si possa farne a meno - il che sarebbe una sorta di vocazione al suicidio – o questo si ritiene necessario e allora bisogna affrontare nelle singole scuole, classi, nei POF (Progetti di Offerta Formativa) e in quant’altro, i problemi delle disuguaglianze digitali, perché tra un gruppo di ragazzi che può accedere regolarmente alla rete, sotto la guida di insegnanti capaci nel dominare il materiale cultural e della rete e quelli che ne sono esclusi, le differenze nel giro di sei mesi o un anno possono diventare davvero enormi.

La frattura digitale presenta ovviamente degli aspetti economici, i computers costano -anche se costano sempre meno - l’abbonamento internet costa, le linee ad alta velocità che oggi sono indispensabili costano, e così via. Non bisogna però enfatizzare troppo l’aspetto economico perché sappiamo che già oggi in Piemonte ci sono delle scuole già riccamente dotate di infrastrutture, di linee e computer, ma che ne fanno un uso insignificante rispetto alle risorse didattiche che si possono trovare nel web.

Per intanto la frattura digitale è una forma di disuguaglianza colossale tra i paesi più ricchi e i paesi più poveri: un po’ più di un anno fa vi erano nei venti paesi più ricchi del mondo circa ottantacinque host, computer con un indirizzo stabile nella rete, per mille abitanti e i paesi più ricchi del mondo contano circa un miliardo di persone. Nei paesi fuori dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) sono circa centottanta paesi con cinque miliardi di abitanti, il numero di host è cento volte minore, cioè c’erano 0,8 per mille abitanti. La quantità di host presenti nel nord America era tra fine 2000 e metà 2001, 550 volte superiore a quello dell’Africa, la sola New York aveva più connessioni dell’intera Africa.

All’interno dei singoli paesi si ritrova un’analoga forma di disuguaglianza: in generale l’accesso e l’uso della rete tendono ad essere più diffusi negli strati sociali medie e superiori di reddito, nei gruppi etnici originari di un dato paese più che non tra gli immigrati, tra le persone con un grado medio-alto di istruzione, tra le città più che le campagne, tra le famiglie con due genitori presenti che non quelle con uno solo e così via.

Particolarmente svantaggiati nell’accesso e nell’uso della rete risultano poi essere i disabili: almeno sessanta punti percentuali di differenza un po’ in tutti i paesi nell’accesso regolare ad internet tra abili e disabili, tra il venti e l’ottanta per cento.

Naturalmente tutte le cose cambiano, in tutti i paesi la frattura digitale segue un andamento dinamico: i computer si sono diffusi un po’ dappertutto, molte più famiglie li utilizzano, sta il fatto però che le distanze continuano a permanere e in alcuni casi ad aumentare.

Non c’è solo l’aspetto economico. Un altro aspetto della frattura digitale riguarda il controllo delle risorse culturali della rete, ossia la possibilità di accedere a queste risorse con una reale possibilità di scelta. Oggi avviene che l’accesso a quella immensa biblioteca di Alessandria che è il web, con molte migliaia di documenti, avvenga attraverso pochissime porte; ci sono i grandi portali generalisti, come Yahoo, American One line che hanno anche delle versioni nazionali e che attirano ogni giorno l’ottanta per cento delle centinaia di milioni di accessi quotidiani alla rete e che per di più assorbono una parte spropositata del tempo degli internauti del mondo. Chi entra in questi portali, per ampi che siano, per quanto siano gestiti senza intenti discriminatori entrano in contatto in modo discriminato con i contenuti della rete, cioè con meno dell’un per cento. Il novantanove per cento resta invisibile e in più è una selezione operata da altri, per fini che l’utente ignora. Se un giovane seleziona dei testi da mettere on line ma si tratta di un giovane del Nebraska o inglese, non avrà come obiettivo prioritario quello di inserire dei classici della letteratura italiana o francese e questo vale per ogni tipo di materiale immaginabile. In sostanza è stata costruita con il web una sorta di nuova immensa e sterminata biblioteca di Alessandria, che per certi aspetti è più vasta del pianeta perché lo sovrasta di molti piani. Questa biblioteca universale potrebbe cambiare in meglio il modo di studiare e di formarsi, di lavorare di miliardi di persone, cominciando dai nostri studenti. C’è la difficoltà che il piccolissimo numero degli ingressi principali, la ristrettezza, il monopolio che di fatto esercitano poche e grandi società su di esse, fanno si che la maggior parte dei visitatori di questa immensa biblioteca finisca per visitare pochissimi scaffali. Gli scaffali sono più numerosi di quelli raccontati nella biblioteca di Borges ma chi entra in essa ne vede alcuni mezzi metri.

Per poter utilizzare a fini didattici, per poter realmente innovare la lezione in aula, come la formazione distanza, e poter diffondere cultura tra tutti gli strati sociali la rivoluzione didattica e culturale della rete dovrà cercare di superare questi ostacoli.