"La globalizzazione nella società contemporanea"

prof. Roberto Gallino *

 

Globalizzazione: un sistema economico mondiale che contrariamente a quanto si dice, riguarda la metà del pianeta.

Caso esemplare è la Cina con uno sviluppo nelle zone lungo la costa, mentre gran parte dell’interno è stato toccato marginalmente e, per certi aspetti, la situazione è peggiore che non dieci o venti anni fa per l’aumento di povertà e disoccupazione. Un altro caso è l’India: gli investimenti hanno fatto si che due o tre stati su venticinque abbiano un grande sviluppo in campi molto avanzati, come l’ingegneria del software, ma 400 milioni sono i poveri estremi. Per non parlare dell’Africa dove un solo il Sud Africa è coinvolto dalla globalizzazione,. La globalizzazione non costruisce un globo unitario ma un globo profondamente ineguale.

Un’altra caratteristica della globalizzazione è la formazione di gruppi di imprese transnazionali che realizzano la quasi totalità della produzione e spesso si tratta di volumi enormi prodotti in paesi al di fuori del proprio.

La Nike ha negli Stati Uniti circa mille dipendenti per progettazione, design, controllo del marketing. Poi ha nel mondo centinaia di unità produttive controllate direttamente o indirettamente con oltre 400.000 addetti. Le imprese transnazionali sono aziende a "rete", a "geometria variabile", fatte di molte unità produttive altamente autonome e al contempo interdipendenti.Questo modello presenta anche una distribuzione di forza lavoro così riassunta: 20% di lavoratori specializzati, ben retribuiti, con contratti di lavoro a tempo indeterminato e 80% di lavoratori che si utilizzano per tempi brevi. Attraverso la frammentazione, si cerca la flessibilità quale forma di adattabilità al mercato.

In primo piano sta il predominio dei flussi finanziari sui flussi dell’economia reale: oggi lo scambio di monete, obbligazioni o azioni superano giornalmente, secondo varie stime, da cinquanta a cento volte quelli dell’economia reale. Questo predominio dell’economia finanziaria ha delle conseguenze sul modo di conduzione delle imprese e sul lavoro, perché nello scambio dei flussi finanziari si possono conseguire con vari tipi di manovre, profitti superiori che non producendo faticosamente dei beni materiali o servizi.Occorre però precisare che gran parte del commercio avviene all’interno delle tre macro aree dell’Unione Europea, Giappone, Stati Uniti e Canada. Nell’Unione Europea il commercio è aumentato moltissimo negli ultimi 20/30 anni ma la quantità di flussi commerciali interni è pari addirittura a quella di prima della prima guerra mondiale. Il mondo sta diventando "mondiale" ma fino ad un certo punto.

Non è possibile parlare di globalizzazione senza sottolineare due aspetti che riguardano le privatizzazioni, cioè il ritrarsi del settore pubblico in economia ma anche in educazione, sanità e la contemporanea deregolamentazione del mercato del lavoro. In molti paesi si osserva uno sviluppo del lavoro "informale": non si può capire nulla dell’America Latina e del mondo ispanico se non si capisce l’informalidad del lavoro: privo di qualsiasi regolamentazione di ordine giuridico, sindacale, ambientale.

Si assiste, in quello che vorrebbe essere il governo della globalizzazione, a un grande squilibrio: organizzazioni internazionali che hanno un ruolo forte nell’orientare e dirigere i processi di globalizzazione, ma di solito si tratta di organizzazioni a statuto finanziario, commerciale, e che sono da un punto di vista della democrazia complessiva del mondo assai poco rappresentativi (F.M.I., la Banca Mondiale, ecc.) e che nei confronti dei paesi poveri hanno potere concedendo prestiti per progetti agricoli, costruire strade, dighe o ferrovie. Il disastro argentino di questi mesi è imputato da molti analisti, al fatto di aver seguito troppo da vicino le prescrizioni del F. M.I. All’opposto organizzazioni internazionali assai più rappresentative come le Nazioni Unite hanno nel governo della globalizzazione un peso praticamente irrilevante.

Infine ultima caratteristica della globalizzazione è la presenza delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: internet, web, la rete, la telefonia cellulare, satelliti e così via. Non a caso di parla di fase del "capitalismo informazionale":senza le tecnologie dell’informazione, per la globalizzazione sarebbe impossibile regolare e controllare migliaia di stabilimenti, officine, filiali distanti tra di loro, decine di migliaia di fornitori, milioni di clienti distribuiti in tutto il mondo.

Opportunità e contraddizioni

La globalizzazione da un punto di vista macroeconomico o macrosociale offre una serie di opportunità che si possono riassumere in tre punti. Anzitutto la specializzazione di una regione o di un paese, in una determinata produzione, permette a molti altri paesi di acquisire beni o servizi di buona qualità a prezzi decrescenti. La delocalizzazione, cioè la facilità con cui le aziende si spostano da un paese all’altro, da una regione all’altra, a fronte di costi del lavoro decrescenti, o normative sindacali più blande, o ancora normative ambientali inesistenti, insieme con il controllo a distanza permettono di avere con gran rapidità, la produzione di beni e di servizi di elevata qualità in regioni decisamente sottosviluppate con un sistema di infrastrutture quasi inesistente. Infine, e ci avviciniamo alla dimensione della formazione, un’opportunità di grandissimo peso della globalizzazione, è la possibilità di diffondere risorse culturali di grandissimo livello a costi molto bassi in gran parte del mondo, inclusa quella parte di mondo che dalla globalizzazione economica in senso stretto non è toccato.

Gli anni tra il 1980-2000, non sono un periodo di crescita economica più marcata o accelerata rispetto al ventennio precedente. Quasi tutti gli indici di valutazione dicono che molti fattori come la crescita del PIL, la scolarizzazione, hanno avuto in tutto il mondo tassi di crescita tra il 1960 e il 1980 superiori rispetto a quelli di questo ultimo ventennio. Inoltre la globalizzazione sembra mantenere o in molti casi accrescere delle fortissime disuguaglianze sociali tra i paesi. Le disuguaglianze di reddito sono cresciute, il rapporto tra il 20% della popolazione più benestante del pianeta e il 20% della popolazione più povera nel 1960 era intorno a 30 a 1, oggi abbiamo superato 90 a 1. Il mero dei poveri estremi non è mai stato così alto.

E ancora, si enfatizzano i vantaggi della interdipendenza, per cui l’Italia produce abiti, i finlandesi telefoni cellulari, i taiwanesi dei PC con processori importati dagli USA e questa interdipendenza rende tutti felici. Se una regione si specializza nel produrre e vendere un servizio ne trae dei vantaggi, ma quando quel particolare mercato va in crisi, e accade sempre più spesso, perché altri iniziano a fare lo stesso prodotto o perché il mercato non è più interessato, quella regione rischia il tracollo: in alcuni casi l’interdipendenza rischia di diventare una forma di dipendenza.

Il ruolo della tecnologia

Parlare di tecnologie della informazione e comunicazione è parlare di quella che può essere una vera rivoluzione nel sistema della formazione . Uno dei termini generali che si usa è quello di "apprendimento elettronico" o "E-learning". L’espressione designa la formazione assistita dalla rete, ossia processi formativi arricchiti ed integrati dalle risorse dei web mondiali, accessibili attraverso internet.

Web ed internet sono due cose diverse: internet è la infrastruttura che comprende cavi transoceanici, cavi terrestri, telefonia, satelliti, milioni di server e così via. Il web è formato dai documenti che sono stati memorizzati: immagini, foro,brani musicali, saggi, originali di ogni genere. Si calcola che nei web ci siano circa seicento miliardi di documenti. Inoltre va considerata la possibilità di aggiornamento immediato dei contenuti: un manuale dopo sei mesi non è aggiornato mentre molti dei contenuti del web possono essere aggiornati di giorno in giorno. C’è la possibilità di reperire immediatamente risorse culturali, la capacità di distribuire corsi on line a centinaia di migliaia di studenti sparsi su vasti territori.

Le possibilità di trasformazione dei processi formativi sono davvero grandissime. Pensiamo ad una qualsiasi aula di un liceo, di un istituto tecnico, di una università attrezzata con una macchina adeguata e con un impianto di proiezione dati: un docente di storia dell’arte che fino a ieri usava, per fare lezione, una decina di diapositive (le stesse che usava da dieci anni…) oggi ha la possibilità di richiamare sullo schermo le immagini di pittura o le sculture che desidera scelte tra le milioni disponibili sul web. Il docente di storia della musica che usava qualche disco di cattiva qualità o la fotocopia di una mezza dozzina di libretti d’opera adesso ha a disposizione sul web diecimila libretti d’opera. Si possono avere, in facsimile, tutti i documenti della storia: gli editti papali, gli editti di Carlo Magno, il trattato di Versailles. Questo può rivoluzionare la didattica ed esige profonde innovazioni nel ruolo del docente e nelle sue capacità. Le medesime tecnologie, i medesimi documenti, possono essere utilizzati dai singoli studenti a casa mediante vari tipi di formazione on line.

In Bolivia tra una cittadina e l’altra ci sono duecento chilometri di foresta, la scuola consta di sedie e banchi, di gesso se va bene e di una lavagna crepata: se si riesce a portare lì una linea telefonica, che spesso c’è, e un computer efficiente, quei ragazzi avranno potenzialmente la possibilità di accedere al sapere del mondo.

Ci sono sul futuro della rete incognite di vario tipo: c’è l’incognita del monopolio di fatto esercitato dall’industria e dalle scuole e università americane nel settore delle tecnologie utilizzabili nella formazione.

Vi è poi, nell’uso di internet e del web nei processi formativi, la questione della frattura digitale, "digital divided": una delle forme di disuguaglianza tipiche della globalizzazione: è il fossato che separa chi può accedere da chi è escluso, sia a livello mondiale che dei singoli paesi. La questione è radicale perché o si ritiene che delle tecnologie dell’informazione nella trasformazione della didattica si possa farne a meno - il che sarebbe un suicidio – o lo si ritiene necessario e allora bisogna affrontare nelle singole scuole i problemi delle disuguaglianze digitali.

Nei singoli paesi si trova un’analoga forma di disuguaglianza: in generale l’accesso e l’uso della rete tendono ad essere più diffusi negli strati sociali medie e superiori di reddito, nei gruppi etnici originari di un dato paese più che non tra gli immigrati, tra le persone con un grado medio-alto di istruzione, tra le città più che le campagne, tra le famiglie con due genitori presenti che non quelle con uno solo e così via. Particolarmente svantaggiati nell’accesso e nell’uso della rete risultano poi essere i disabili.

Un altro aspetto della frattura digitale riguarda il controllo delle risorse culturali della rete. Oggi l’accesso a quella immensa biblioteca di Alessandria che è il web, con molte migliaia di documenti, passa attraverso poche porte; ci sono i grandi portali come Yahoo, American One line con anche delle versioni nazionali che attirano ogni giorno l’80% delle centinaia di milioni di accessi quotidiani alla rete. Chi entra in questi portali, per ampi che siano, entra in contatto con meno dell’1% delle possibilità. Il resto è invisibile per fini che l’utente ignora. Per poter utilizzare a fini didattici le opportunità del web e poter diffondere cultura tra tutti gli strati sociali la rivoluzione didattica e culturale della rete dovrà cercare di superare questi ostacoli.

* Professore di sociologia

Università di Torino

Questo testo riassume il contributo dato al Convegno internazionale "L’educazione al tempo della globalizzazione" (Torino 24 e 25 maggio 2002) organizzato dai CEMEA del Piemonte in collaborazione con FICEMEA, Fit Cemea, Legacoop, Ass. Idee per l’Educazione.

Il testo completo può essere consultato sul sito www.scuolacomo.com/ecole