Paradossi e nuovi paradigmi della formazione e della produzione

Ettore Gelpi

1. Ridefinizione dei paradossi della formazione e della produzione

Primo paradosso : soltanto i privilegiati del pianeta, chi sta nella posizione dei " filosofi di Atene " hanno la capacità di porre la questione di ridefinire i paradossi ed i paradigmi della formazione e della produzione. Ma, in generale, non si pongono questo problema. Gli esclusi, maggioranza nei Paesi del Sud e minoranza nei paesi del Nord, non possono permetterselo perché si impone loro un modello di formazione mercificato. Ma spesso essi si pongono il problema. La maggior parte delle persone fa formazione per dovere. A questo proposito è evidente la separazione sistematica, in formazione, delle persone secondo il tipo di attività, tra chi dispone di un impiego ed i disoccupati (la disoccupazione è una forma di attività)….Ora, ciò che è creativo è proprio il confronto tra persone che hanno un impiego e persone disoccupate, è la miscela del pubblico ed il sindacato, ad esempio, dovrebbe essere uno dei luoghi di questo incontro.

Il secondo paradosso sta nel fatto che il 90% delle formazioni di adulti abbia una finalità esclusivamente indirizzata alla produzione. Questo è un errore: si deve formare per la produzione, ma anche per il tempo della non-produzione; occorre ampliare il concetto di produzione andando al di là della produzione di mercato: la produzione artistica, estetica, la formazione del cittadino, dell’uomo collettivo, sociale, capace di vivere con gli altri, di comunicare.

Prendiamo la scuola, che può essere considerato un luogo di produzione, ma non certo un luogo di produzione mercantile, dove i giovani apprendono a produrre (come ha mostrato la tradizione pedagogica di J. Dewey, Ferrer y Guardia, Montessori o Freinet...). Si tratta di una produzione educativa e non di formazione professionale. Lo sviluppo della persona e la sua formazione generale sono anche, per mio conto, indissociabili dalla formazione professionale.

Terzo paradosso : le finalità della formazione sono determinate anche dal tempo e dallo spazio (dai luoghi) in cui si svolgono : la scuola, l’università, l’impresa, il centro di formazione….Ora, per principio il tempo e lo spazio educativo sono infiniti, la varietà di questo spazi e del tempo arricchisce ulteriormente queste finalità.

In questo senso, dare ad ogni spazio ed ogni tempo una dimensione educativa e culturale costituisce un atto di liberazione. Il paradosso consiste nel fatto che la valutazione oggi sia limitata agli apprendimenti in tempi e spazi molto limitati.

 

 

 

 

 

2. Tecnologie dell’informazione e della comunicazione : strumento di trasformazione e di progresso dei sistemi di formazione?

Per definizione, l’uomo è innovatore. La tecnologia rinvia a questa funzione di creatività propria dell’uomo. Ma si deve notare che le tecnologie di cui ci serviamo sono tutte di origine militare, che si tratti del computer, di internet. Solo in seguito il mondo civile se ne è impadronito. E’ ancora una volta paradossale, ma è la guerra che ha stimolato nuove tecnologie di comunicazione usate poi dall’educazione.

Sono, dapprima messe in funzione in un’ottica gerarchica e lineare. Utilizzarle in un’altra prospettiva è evidentemente possibile, ma occorre ve ne sia la volontà. L’uso di internet da parte del sub-comandante Marcos in Chiapas mostra che è possibile usare delle tecnologie con lo scopo di permettere ad una comunità autoctona, sino ad ora ridotte al silenzio, di esprimersi a livello planetario. La visibilità e la protezione ottenuta grazie alle ve tecnologie della comunicazione costituisce un esempio interessante da rilevare.

La risposta alla domanda iniziale è dunque contraddittoria. Secondo le situazioni il modo in cui sono utilizzate, le nuove tecnologie possono costituire o meno lo strumento di trasformazioni e di progresso. Se si analizzano i sistemi educativi, ad esempio, essi hanno giocato un ruolo di colonizzazione e di dominio, e parallelamente un ruolo di liberazione attraverso l’accesso alla conoscenza ed alla formazione. Negli anni 70, in Africa, vi erano diverse case editrici che funzionavano, oggi sono diventate molto rare. Per il momento le tecnologie obbligano gli africani a passare attraverso i canali del Nord, e ricercatori e tecnici sono obbligati ad espatriare.

Ma d’altra parte, in Cina per esempio, oggi l’uso massiccio dell’insegnamento a distanza permette a milioni di studenti di formarsi a livello universitario. Sul piano storico, l’esperienza della televisione educativa condotta in Costa d’Avorio negli anni 1960-70, è stata un’esperienza straordinaria che ha permesso in effetti di diffondere in tutto il paese delle informazioni attualizzate in tempo reale. Essa è stata bloccata per ragioni economiche (caduta del prezzo del caffè e del cacao) e politiche e non certo per ragioni tecniche o pedagogiche.

Più ampiamente, quando si evoca la questione dell’alfabetizzazione del pianeta (ci sono oggi un miliardo di persone analfabete e, a causa del mancato accesso di milioni di bambini alla scuola elementare, il futuro non sarà migliore), la questione di un uso potenzialmente utile delle tecnologie s’impone con evidenza.

3. Logica del mercato e logica dell’intervento pubblico nello spazio della formazione

In Francia il movimento SURVIE lavora sulla nozione di " bene pubblico ". Nel mondo educativo, occorre rinforzare questa idea. Un tempo, i quattro elementi fondamentali, l’aria, la terra, il fuoco e l’acqua erano considerati dei beni pubblici. A poco a poco sono stati privatizzati, le terra dapprima, il fuoco e le energie poi, l’acqua sempre più e persino l’aria in certi posti del pianeta. Per esempio, se abitate in Messico e volete respirare liberamente, dovete abitare sulle alture, dunque dovete essere ricchi. La fontana, un tempo pubblica ed alla quale ciascuno poteva rifornirsi costituisce un tipico esempio di bene pubblico oggi scomparso.

Oggi assistiamo ad un degrado costante dei beni pubblici. E’ per questo che l’educazione deve restare accessibile e gratuita per tutti sino a 18 anni e non può obbedire ad una logica di mercato. L’accesso all’università non deve essere limitato per ragioni economiche.

Anche la formazione professionale, per quello che le compete, deve restare un diritto. In relazione al fatto che vi è un diritto al lavoro, vi deve essere un diritto alla formazione. Ma ciò non riguarda solo lo Stato. Tre variabili dovrebbero poter entrare in gioco in materia di contributi finanziari: le istituzioni pubbliche (Stato e collettività territoriali), gli individui (che possono contribuire quando ne hanno i mezzi) e le imprese. Articolando queste tre variabili, la formazione professionale deve permettere un accesso il più largo possibile…

Rispetto alla logica di mercato, penso che in campi come la medicina e educazione, ad esempio, si debba rispettare un principio di coerenza delle loro attività con l’interesse dell’individuo. La logica del profitto non può imporsi contro gli interessi della salute e dell’educazione, individuali e collettivi di ciascuno di noi. Proporre delle prestazioni che non servono a nulla, se non per essere vendute (e dunque divenire fonte di guadagno) è un non senso.

4. Mondializzazione, globalizzazione e concorrenza tra i sistemi nazionali di formazione 

La mondializzazione non rappresenta che la forma moderna di regime imperiale. Ma la realtà della concorrenza non è sempre così evidente come si vorrebbe far credere. Concorrenza reale, per me, significa prima di tutto permettere a tutti di disporre delle stesse opportunità. Per un europeo è facile viaggiare verso il Sud del mondo, l’inverso è molto più difficoltoso.

Le cose vanno allo stesso modo per le imprese educative. Oggi i paesi del Nord spediscono prodotti "educativi" con le tecnologie informatiche, ma certi paesi del Sud, come Brasile e Messico, potrebbero a loro volta proporci dei prodotti di qualità, ma la comunicazione non è così facile. Sono i sistemi più potenti che impongono i loro modelli di organizzazione e di regolazione educativa. E questa situazione non esprime certo una dinamica reale di concorrenza.

5. Cooperazione internazionale 

I sistemi educativi nazionali sono molto attenti alle proprie tradizioni storiche, alla propria identità e modtrano resistenze ad aperture verso l’esterno. Per poter comunicare e cooperare dovrebbero superare queste resistenze. Tuttavia non sempre resistenze ed aperture sono in contraddizione: a volte apertura può implicare uniformità e violenza. Ma se prendiamo i campi della formazione, essi dipendono molto dal contenuto e dal contesto di lavoro, che è sempre meno differenziato nei diversi paesi del globo. Siamo sempre più "globalizzati". Qual è, infatti, la specificità europea di un programma di formazione di manager? Praticamente nessuna….

Detto questo, la cooperazione nel senso di movimento di persone, è un fenomeno positivo….Ma occorre uscire da un sistema di cooperazione Nord-Sud fondato su una dipendenza sempre crescente e cercare una equità negli scambi. Se non vi sono le condizioni per uno sviluppo della produzione e la distribuzione dei prodotti locali, il transfert di tecnologie e servizi non ha significato. Le tecnologie sono il risultato di un insieme di attività umane che non possono essere sistematicamente brevettate solo dai paesi del Nord. Il sapere scientifico è il risultato dell’insieme dei saperi dell’umanità e, in quanto tale, appartiene a tutta l’umanità.

6. Conclusione

Chiudo con tre idee. Prima di tutto non vi è sufficiente ricerca sulle questioni del lavoro, formazione e tecnologie. La ricerca applicata s’inscrive esclusivamente in una logica di mercato. Così, un po’ d’ovunque s’introduce il computer a scuola senza aver chiaro cosa ci si aspetta. In secondo luogo, è importante che si considerino gli allievi come dei beneficiari, meglio ancora come gli attori della loro formazione ed educazione. Essi devono poter contribuire a definire le finalità, i contenuti, i metodi della loro formazione. Infine, mi pare centrale la questione della creazione delle condizioni per facilitare gli apprendimenti. In questo senso il concetto di "motivazione" mi pare segni una frontiera tra Nord e Sud del mondo. Al Sud non si pone la questione perché è prioritario trovare i mezzi materiali per disporre di strutture educative. Il rischio è che la nozione di "motivazione" si ricolleghi a quella di marketing, di ricerca clienti e d’incitamento al consumo.