Letizia Moratti, o della distruzione della scuola pubblica

Di Marcello De Gregorio, Milano

Il primo atto è compiuto: la riforma Moratti è passata in Senato. Per l'esame alla Camera la pavida ministra ha chiesto la procedura d'urgenza, esautorando di fatto il Parlamento e attuando un atto incostituzionale. La cultura di fondo di questa riforma è quella del familismo e del moralismo, assieme alla definitiva aziendalizzazione della scuola pubblicae allo smantellamento dell'idea stessa di formazione e di cultura che tanti pregi aveva finora fruttato alla scuola italiana. Divisione di classe, perpetrata in classe. Scuola che non è ispirata all'unitarietà delsuccesso formativo. Scuola che frantuma. Anticipo dell'ingresso nella scuola materna e nella scuola elementare; obbligo scolastico totale ridotto; precoce differenziazione e professionalizzazione, con la possibilità di scegliere già a soli 13 anni se proseguire con la formazione culturale generale tipica dei licei, o scegliere una scuola professionale uscendo dal mondo della formazione a 15 anni. Altro che battaglie di decenni contro la dispersione scolastica. Ora questa viene sancita dalle leggi del Parlamento italiano, o meglio, forzitaliano. Professionale per modo di dire, ovviamente: formativa solo alla precarietà e all'assunzione a tempo determinato, senza diritti, senza certezze, senza futuro. E già oggi, tagli incredibili agli organici dei docenti; aumento insostenibile degli alunni per classe, insegnanti di sostegno ridotti apura categoria nominalistica, poichè quasi scomparsi concretamente...; aumentodi tutte le forme di salario accessorio legato ad attività extra-curricolari utilizzabili come crediti per ottenere distacchi e canali privilegiati di carriera. Caste che si ricreano tra gli insegnati. Divisione tra glistessi insegnanti, con la morte di quella che è la principale idea della formazione: l'idea del lavoro cooperativo retribuito paritariamente e con salari degni dell'Europa in cui siamo. Una scuola classista, una scuola di classe. Questa la vera natura della riforma. A cui fa da corollario la possibilità di essere inseriti come apprendista nelle imprese, per coloro che appunto scegliessero la strada dell'istruzione professionale. Insomma: manodopera regalata alle imprese, con la scusa della professionalizzazione fatta con gli stage... Altro che istituzione - quella scolastica e pubblica - che abbatte o cerca diridurre o cerca di fornire gli strumenti per l'eliminazione delle disuguaglianze. Così è scritto da Qualche Parte, ma chi se ne ricorda di quella Magna Charta? Gli studenti di famiglia borghese riprodurranno il loro orrendo mondo, gli studenti figli dei lavoratori di serie b e c entreranno nelmondo del (non)lavoro presto e male. Tante grazie poi alla strada spianata qualche tempo fa da Berlinguer... Una scuola che perseguirà anche lo scopo di formare spiritualmente, per dichiarazione esplicita; cosa che altro non fa pensare se non ad unascuola che perderà il suo carattere laico e a-confessionale. Queste le prime impressioni, a caldo, da uno che cerca di farel'insegnate. Cosa sempre più difficile: forse vecchia e passata. Forse troppoantica.... Agiamo: il bene della scuola pubblica è un bene che ci riguarda tutti etutte. Costruiano comitati e reti di scuole contro la riforma. E questodev'essere solo l'ìnizio.