ALUNNI DI DON MILANI

PINO PATRONCINI

Cgil Scuola

Domenica scorsa 10.000 persone si sono ritrovate ad arrancare su per una ripida strada dell’Appennino toscano, in una marcia che assomigliava più ad un pellegrinaggio che ad una manifestazione, verso la piccola chiesa di Barbiana, da dove oltre 35 anni fa era partito un messaggio pedagogico assurto a simbolo del diritto dei figli dei poveri alla scuola e al successo scolastico.

Bisognerebbe avere visto quel posto per capire. Invano cerchereste il paese di Barbiana. Anche se a Vicchio di Mugello c’è un cartello indicatore, il paese consiste nella chiesa e nella canonica attaccata. Oltre che nel cimitero dove don Milani è sepolto. I bambini di Barbiana, quelli della "Lettera a una professoressa", venivano dalle case sparse nei campi, sui poggi in un raggio di tre kilometri e comunque a sette kilometri da Vicchio, che sta laggiù in basso, lontana. E ancora oggi la strada che vi arriva è sterrata, come allora. E adesso forse quassù la vita di un prete sarebbe ancora più triste di allora perché non ci sono nemmeno i bambini: le montagne si sono svuotate e chi decide di vivere quassù lo fa o per una scelta ecologica ( come una giovane coppia incontrata in una casa più in basso) o perché proprio è vecchio e non vuole andarsene.

Barbiana non è importante come Assisi e don Milani non faceva miracoli, ma da lì partì un messaggio di cui oggi nessuno mette in dubbio l’autorevolezza.

Nell’inverno del ’67 mi ritrovai a leggere "Lettera a una professoressa" nello scantinato di un oratorio milanese in un gruppo di studio con una dozzina di compagni di liceo: io non ero cattolico praticante come non lo erano altri, metà di loro lo erano e per di più seguaci del rigoroso don Giussani. Solo il sottoscritto, figlio di una portinaia, e un altro, figlio di un tranviere, eravamo i Gianni della situazione: ma tutti avevamo la sensazione che la scuola autoritaria e selettiva in cui studiavamo fosse proprio quella che denunciava don Milani.

Ci saremmo ritrovati nello stesso scantinato, nello stesso oratorio, la stessa dozzina, tre mesi dopo a decidere la prima occupazione della storia del nostro liceo, in contemporanea con la prima occupazione della storia delle scuole secondarie milanesi.

Qualcuno dirà che non era il modo migliore per applicare le idee di don Milani, ma sta di fatto che con quei movimenti è natae si è nutrita nella scuola e per la scuola anche cultura della disponibilità che ha attraversato il corpo docente forse più di quanto l’opinione pubblica non sia disposta a concedergli: è la cultura che ha partorito la scuola materna come diritto garantito dallo stato, l’integrazione degli alunni portatori di handicap, l’evoluzione dei doposcuola in tempo pieno, la scuola integrata e poi il tempo prolungato nella scuola media, l’emancipazione dell’istruzione professionale da addestramento a scuola.

E’ una cultura trasversale non facilmente declinabile in termini rigidamente ideologici e politici: non a caso in tempi di forti divisioni politiche col nome di don Milani sono state battezzate all’unanimità migliaia di scuole pubbliche, in migliaia di comuni italiani.

In essa sicuramente non è tutto oro quello che luccica. Ma è decisamente diversa dalla cultura della presunzione e dell’arrivismo: non a caso questi elementi, proprio oggi che si fanno discorso politico, trovano nella scuola il terreno più sfavorevole di applicazione e l’ambiente più resistente.

Don Milani non faceva miracoli, ma una fortunata coincidenza storica ha permesso che le sue idee si incarnassero in un processo che ha fatto sì che la scuola italiana diventasse una scuola di massa, forse non ancora all’altezza dei bisogni formativi, ma aperta a tutti, quello sì!

E se oggi 10.000 persone, e tra loro molti insegnanti, sentono il bisogno di tornare su quei luoghi, rispondendo all’appello degli alunni di don Milani, è perché sentono a rischio quella apertura.