Franco Ferrarotti, Il silenzio della parola. Tradizione e memoria in un mondo smemorato, Edizioni Dedalo, Bari 2003, pp. 168, euro 15,00

Franco Ferrarotti ritorna su temi già trattati in suoi precedenti saggi, quali la parola scritta, la lettura, la memoria, l’oralità, la tradizione, la storia, i mass-media, e lo fa a partire da un interrogativo sulla possibilità o meno di integrare i due distinti e antagonistici universi logico-linguistici che si disputano oggi in un’impari gara l’influenza più profonda sugli individui e la loro identità. I due universi corrispondono a due specifici linguaggi: quello del testo scritto e letto e quello dell’audiovisivo, ciascuno con la sua logica che richiede un diverso modo di porsi e di agire del soggetto, come è dimostrato dalla capacità della lettura di trasformare il lettore in interlocutore attivo e persino in co-autore, a differenza della dimensione passiva indotta dalla potenza ipnotica dell’immagine. "Il testo è in realtà un tessuto, fatto di mille fili, da individuare pazientemente e interpretare alla ricerca dei significati nascosti. In questa ricerca il lettore non è un attore passivo o un fruitore distratto" (p. 10), anche se – osserva l’autore –, il senso comune è portato a ritenere erroneamente che "l’atto del leggere" sia "del tutto naturale e passivo, non troppo dissimile da un atto che si limiti ad accogliere un messaggio esterno", esso è invece "un atto misterioso quanto l’atto della scrittura" (p. 15-16). La natura autenticamente e produttivamente mediatrice della parola scritta viene analizzata ed evidenziata nel quadro di una acuta rivisitazione del giudizio negativo espresso sulla scrittura da Socrate e da Platone. In particolare, mentre si riconosce a Socrate di avere avuto ragione nel difendere "l’oralità dialettica contro l’oralità poetico-mimetica", gli si imputa il torto di non aver saputo cogliere nel silenzio del libro la "moltitudine assordante" (p. 10) degli infiniti significati di ogni vocabolo. Con metodo analogo Ferrarotti discute il rifiuto della tradizione da parte dell’Illuminismo per dimostrare che "la tradizione non è chiusura" (p. 33) e che "non si dà cultura che non sia sedimentazione e ripensamento della propria tradizione culturale con quel tanto di atteggiamento retrospettivo che comportano la considerazione sia pure critica e la ripresa del passato" (p. 38). Nell’articolazione del discorso un posto cruciale è occupato dalla riflessione sulla memoria e sulla molteplicità delle sue forme e dei suoi usi, con una speciale attenzione riservata agli "abusi" e agli ostacoli che oggi la deformano o la inibiscono. In tale ambito Ferrarotti rivolge una replica definitiva, per puntualità e solidità di argomenti, nei riguardi di uno studioso raffinato come Tzvetan Todorov e di neorevisionisti ragionevoli come Sergio Romano, ribadendo che il vero rischio, considerato lo spirito del tempo che stiamo attraversando, sta ancora una volta nella Tentazione dell’oblio (titolo del suo fortunato testo, giunto nel 2002 all’ottava edizione) che "è sempre in agguato" piuttosto che nell’eccesso del "culto della memoria". "Perdere la memoria significa mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità. Tolleranza non può, in alcun caso, voler dire smemoratezza" (p. 58). Inoltre non va sottovalutato che un potente ostacolo alla memoria è costituito dalla dimensione temporale delle società "tecnicamente progredite", che tendono nella loro organizzazione ad eliminare ogni pausa, mentre proprio le pause, bollate negativamente come "tempi morti", sono necessarie al dispiegarsi della forza evocativa del ricordo.

"Nelle società odierne […] si è schiacciati sul presente, obbligati al fare per fare […]. I mass-media, d’altro canto, informano e deformano nello stesso tempo. Non hanno passato e sono privi di prospettiva. Non hanno interesse per l’antefatto. I media non mediano" (p. 45).

Al nesso memoria-identità è dedicata un’approfondita trattazione in cui l’autore, accogliendo criticamente le tesi di Maurice Halbwachs, chiarisce che cosa debba intendersi per natura sociale del ricordo, in contrasto con la concezione individuale e intimistica della memoria, sostenuta da Henri Bergson. Pur minimizzando il rapporto con il proprio passato che ogni soggetto percepisce "nella sua specificità di individuo – oltre che di essere sociale", Halbwachs ha avuto il merito, secondo Ferrarotti, di rovesciare "il modo in cui la coscienza comune è solita guardare la memoria", come se si trattasse di "una registrazione più o meno fedele del passato", mentre è fondamentalmente una ricostruzione e una "proiezione del presente" (p. 86 - 87), dal momento che la potenzialità di ricordare di ciascuno di noi è portata a compimento dall’appartenenza ad una collettività e ai suoi "quadri sociali", cioè dalla peculiare "strutturazione simbolica spazio-temporale cui apparteniamo" (p. 84). Nell’evoluzione della teoria halbwachsiana viene anche segnalato il concetto (di matrice durkheimiana ma in un’ottica non più di stretta ortodossia verso il maestro) di "corrente di pensiero", che interviene a modificare "la prima parte della sua sociologia della memoria" e pone l’accento su "un certo clima ideale", più ancora che su un gruppo sociale di riferimento, "un flusso di pensieri e sensibilità […] che potrebbe all’improvviso riapparire nella coscienza di un qualunque gruppo" (p. 90), riattualizzando il passato e creando una tradizione. Si affaccia così l’idea di una "memoria culturale", una sorta di sedimentazione plurima di passato che ha, secondo Gérard Namer (autore di Mémoire e société), la sua concreta realizzazione nelle Biblioteche. A questo punto, riprendendo esplicitamente il confronto tra il libro e i molteplici mezzi di comunicazione di massa oggi disponibili, Ferrarotti, constatati la "relativa sconfitta" e l’innegabile declino della "civiltà della lettura", non esita a richiamare la nostra attenzione su come "ciò si risolva in una perdita secca per l’umanità" (p.101).

Ai rapporti problematici tra memoria sociale e storia sono destinate dense pagine di analisi, nelle quali viene focalizzata sia la tensione conflittuale tra memoria e storia nel contesto della modernità sia l’ambiguità del concetto di memoria collettiva nel pensiero di Halbwachs. Per il primo tema risultano particolarmente illuminanti le indicazioni di Pierre Nora circa lo "sradicamento della memoria" ad opera della storia, che si incarica statutariamente di "distruggerla e reprimerla", delegittimando il "passato vissuto" a tutto vantaggio di una ricostruzione totale degli eventi da un punto di osservazione esterno; ugualmente preziose si rivelano le osservazioni di Yosef Yerushalmi sulla secolare fedeltà del popolo ebraico al racconto biblico, quale forza di "resistenza" della memoria collettiva in funzione dell’identità e della continuità con il passato, gravemente minacciate dalla "storia". "La stessa opera di Halbwachs – sottolinea l’autore – forse non avrebbe potuto essere pensata, se il ruolo della memoria nella società non fosse apparso così drammaticamente minacciato dalla discontinuità presente nei processi di innovazione e mutamento sociale" (p. 112), processi che nel periodo tra le due guerre, in cui Halbwachs scriveva, toccarono livelli di indubbia dirompenza.

Per quanto concerne la complessa questione memoria invidiale-memoria collettiva, ci limitiamo a richiamare in questa sede il carattere irrisolto che Ferrarotti mette in luce nell’impostazione halbwachsiana, decisamente tendente a una "dipendenza pressoché totale della memoria biografica da quella sociale" (p. 119). Mentre vale la pena soffermarsi, sia pure sinteticamente, sulle conclusioni se si vuol comprendere e trattenere il senso dell’impegnativa lezione che questo testo ci consegna. L’autore ritorna infine su quello che considera il limite di Socrate, quella "diffidenza verso la parola scritta, che gli appare assurdamente chiusa in sé, nella sdegnosa autosufficienza che gli sembra negare l’alterità dell’altro e l’attesa della sua risposta…" (p. 129), per sostenere di contro che "oralità e scrittura avrebbero potuto convivere, se qualcuno ne avesse compreso la logica profonda, se il dialogo con se stessi e la memoria di sé fossero stati intesi come il momento creativo della lettura…" (p. 137). La vera divergenza si pone in realtà tra "la logica della lettura" e "la logica dell’immagine", tra l’homo sapiens e l'homo sentiens, "neo-tribale ed emotivo", frutto dell’"epoca dominata dalla logica dell’audiovisivo…". Il rischio che ne consegue è espresso in alcune immagini molto suggestive, ad esempio riguardo ai giovani di oggi dei quali si dice: "Navigano in rete. Un tempo non troppo lontano si diceva che navigavano in rete i pesci catturati dalla lenza" (p. 142). Eppure Ferrarotti non conclude apocalitticamente, come pure ci si aspetterebbe ("La logica fulminante dell’immagine sta erodendo la logica e il potere della parola. L’emozione vince sul significato". p. 143), ma con una proposta che non manca di sorprendere. "è possibile tentare di collegare, se non di conciliare, le due logiche […] compensandone carenze e punti forti attraverso una delicata operazione di interazione critica: un’ora di televisione per due ore di lettura; conversazione sui programmi; passeggiate all’aria aperta; ripresa di contatto con la natura, al di là degli effetti speciali e della "realtà virtuale"…"(p. 145).

MARIA ANTONIETTA SELVAGGIO