Assassinio della scuola pubblica e delitti della scuola azienda

di Diego Giachetti

Per dare un giudizio articolato e compiuto sul presente bisognerebbe conoscere il futuro. Ciò che non è possibile alla politica o alle scienze sociali, lo è per la fantascienza socio-politica, disciplina per la quale il futuro è noto e conoscibilissimo, come dimostra il libro di Dario Molino, Itala scola. I delitti di una scuola azienda, Zero in condotta edizioni, Milano, 2004, (pp. 124, euro 7.50). Dispiegate le ali al divenire storico, afferrato lo spirito del tempo attraverso la conquista di quello del futuro, l’autore c’introduce nel pieno di una scuola finalmente del tutto aziendalizzata, privatizzata, dopo una lunga, faticosa lotta di smantellamento del pubblico condotta dalle varie formazioni governative nelle varie combinazioni possibili (centro-centro, centro-sinistra, centro-centro-sinistra, centro-destra, destra centro-centro, centro-destra, meno destra, più centro-sinistra meno sinistra) attraverso setto o otto riforme consecutive. Alla fine i presidi, pardon i DS, -scritto per esteso, per favore (Dirigenti Scolastici)- da non confondersi con quelli della squadra D’Alema-Fassino, sono diventati davvero dei managers aziendali, degli imprenditori intrallazzati con finanziamenti esterni, quotazioni aziendali, spot pubblicitari e relativa vendita di spazi scolastici e didattici alla pubblicità dei prodotti delle ditte che finanziano la scuola. Circondati da una pletora di collaboratori, mediocri, zelanti, servili, ma disposti a tutto pur di partecipare alla divisione delle soglie del potere (e anche di qualche euro in più) diventando figure di sistema, uomini e donne dello staff dirigenziale. Un perfetto quadro dirigente aziendale, ben tracciato dall’autore, colto nella sue relazioni interne tra Dirigente Scolastico, responsabile amministrativo, impiegati della contabilità, procacciatori d’affari per l’azienda, banche e bancari, ditte, prof. cresciuti di ruolo e di stipendio attraverso l’acquisizione di nuove funzioni di indirizzo e di direzione dei propri ex colleghi, in attesa, finalmente, dell’ultima riforma che conclude il ciclo riformistico che ha investito la scuola italiana, quella che vede il licenziamento di tutti i professori da parte del Ministero dell’Istruzione (l’aggettivo pubblica è stato abolito ormai da anni) e il loro passaggio alle ditte convenzionate e private. In pratica, spiega il collega dello staff, al prof. "mantieni le stesse condizioni ma formalmente dipendi dalla… Scuolinvest"; noi invece, prosegue lo staffista, "rimaniamo alle dipendenze del ministero, a noi dello staff ci è stato accordato il livello direttivo".

Un ambiente perfettamente aziendale anche nelle tresche amorose fra colleghi, dirigenti e figurine di sistema e segretarie precarie che si conquistano o mantengono così il loro posto di lavoro. Anche il tradimento fine a se stesso, la scappatella col collega d’ufficio, sono stati travolti dall’utilititarismo profittevole, in un processo di mercificazione delle emozioni, dei colpi di fulmine, delle botte di cuore che tutto travolge, razionalizza nell’ottica dello scambio freddo e mercantile. L’azienda, l’impresa, il mercato, le sue leggi eterne, hanno conquistato i cuori, i sentimenti, la didattica, le lezioni: quest’ultime sono interrotte da improvvisi spazi pubblicitari dei prodotti delle ditte che sponsorizzano e finanziano la scuola. Precedentemente l’interruzione pubblicitaria avveniva ogni ora con un "piccolo spazio pubblicità" di cinque minuti, poi questa tecnica è stata criticata e abbandonata a scapito dell’interruzione non programmata nel tempo, imprevista e improvvisa, perché in questo modo si cattura di più l’attenzione degli alunni, prima i cinque minuti, previsti e prevedibili, diventavano occasioni di svago, di perdita di tempo e di attenzione, una specie di intervallo a ripetizione. Ora invece, all’improvviso, l’aula si fa buia e da uno schermo fissato al muro partono gli spot pubblicitari, interrompendo compiti in classe, test, prove di recupero, verifiche a risposta multipla, aperta, semiaperta, "vero-falso", interrogazioni, spiegazioni, letture.

E’ questo il quadro, lo sfondo di una scuola azienda torinese entro il quale si sviluppa la storia. L’incipit iniziale è di sicuro effetto nel suo estremo verismo linguistico: "Minchia prof, ha sentito l’ultima?". Così un alunno si rivolge al suo insegnante di lettere per comunicargli che è stato ritrovato il cadavere di un collega assassinato nel laboratorio della scuola. "Minchia" un’espressione sempre più ricorrente nel linguaggio giovanile, accanto alla definitiva abolizione dei congiuntivi, che ha subito un vero e proprio slittamento semantico di significato nel tempo. Un po’ com’è accaduto per la parola riforme: delle pensioni, della sanità, della scuola ecc. Una parola che è diventata un’interazione, un intercalare nel discorso e nel ragionamento ad alta voce, assieme ad altre spesso riferite agli attributi sessuali.

Grande, naturalmente, è la disperazione dell’insegnante di lettere che non è riuscito a fare dei suoi alunni dei piccoli D’Annunzio nel campo linguistico e sintattico. Di D’Annunzio apprezzano, a scapito dell’arte di scrivere bene, con enfasi, suono, e precisione stilistica, gli aneddoti relativi alla sua vita sentimentale (meglio ancora se decisamente erotica), mentre "linguisticamente" si sentono più vicini a Carlo Emilio Gadda, per il quale, come ha insegnato loro il prof, l’uso del turpiloquio può essere opportunamente giustificato dall’occorrenza. Forse è per questo, che qualcuno tra quelli che ama ancora studiare e che ascolta il prof mentre spiega, apprezza il Dante dell’Inferno, soprattutto per via del suo linguaggio aspro. Anche lui, in fondo, si esprimeva in volgare ("Non è vero prof? L’ha detto lei, si ricorda?").

(P.s. Ritengo opportuno riferire anche il recapito della casa editrice del libro, per chi volesse ordinarlo direttamente: tel. 02 2551994, e-mail: zeroinc@tin.it)