Nasce nelle piazze la scuola europea

di Pino Patroncini

Corre in questi giorni l’opinione non del tutto peregrina che la scuola per essere riformata abbia bisogno di tempi lunghi, più lunghi di una legislatura e che comunque sia ingiusto sottoporre meccanicamente la scuola ai cambiamenti della politica. Il primo ad enunciare questa tesi fu il sociologo svizzero Norberto Bottani, ricercatore dell'’Ocse e consulente sia dei ministri dell’Ulivo che del Ministro Moratti, da cui però si è allontanato quando la piega impressa alla riforma della scuola ha assunto i connotati che conosciamo. Questa tesi è diventata anche il leit-motiv dei fautori della cosiddetta riforma bipartisan1 , che sembrano proporre sorta di intermediazione tra i due schieramenti2. Essi imputano infatti ad un eccesso di politicizzazione la contrapposizione di schieramenti che si è creata nel nostro paese sul tema della scuola. Insomma: in Italia, dove fin dai tempi di guelfi e ghibellini3 le contese politiche appassionerebbero di più della soluzione dei problemi, non sarebbe possibile fare nulla senza scatenare le ire dell’opposizione di turno , mentre negli altri paesi invece….. E, di solito, a questo punto si cita la Spagna.

Il caso spagnolo: dal conservatorismo ragionevole alla "segregacion"

In effetti ci si è a lungo cullati nell’idea che la Spagna avesse, per così dire, una destra buona, ragionevole: quella di Aznar, nonostante facesse capo ad un partito fondato da un ex ministro di Franco4. L’illusione è durata per tutta la prima legislatura di governo del Partido Popular, fino al giorno in cui la compagine riconfermata ha deciso di mettere le mani sulla scuola. E lo ha fatto con un sistema scolastico di recente riformato, nel cosiddetto decennio socialista, e che appena lo scorso anno era approdato a regime con due grosse operazioni: la devoluzione dell’intera amministrazione scolastica alle comunidades autonomas, vale a dire le regioni spagnole, e l’unificazione dei percorsi di secondaria superiore in un liceo uniforme, il bachillerato, ancorchè affiancato da un sistema di formazione professionale, entrambi a loro volta innestati su un’educazione secondaria obbligatoria che arriva fino ai 16 anni.

A questo sistema la destra, al governo per la seconda legislatura, ha contrapposto una riforma radicale, ambiziosamente denominata Ley de Calidad o Loce, vista la mania per le sigle che gli spagnoli condividono con i francesi.

Sicchè, proprio nel momento in cui scrivo si sta svolgendo a Madrid una imponente manifestazione di insegnanti, studenti e genitori, mentre già la domenica precedente, 17 novembre, a Barcellona 60.000 manifestanti avevano risposto all’appello di Comisiones Obreras e Ugt. E altre manifestazioni, tra cui una marcia studentesca da Bilbao a Madrid, si erano svolte il 21 novembre a Vitoria, Bilbao, San Sebastian e Pamplona. Il centro della polemica tra i sindacati e il governo spagnolo è costituito dai cosiddetti "itinerarios basura", percorsi immondizia, vale a dire la progressiva divisione che si vuole imporre agli alunni di 13 anni, cioè già al secondo anno della secondaria obbligatoria, a seconda del rendimento scolastico e della prospettiva di avvio al bachillerato, alla formazione professionale o "da nessuna parte", vanificando dentro questi percorsi segreganti il carattere universale dell’obbligo scolastico a 16 anni5.

E’ puramente casuale ogni assonanza con le polemiche italiane circa l’abbassamento dell’obbligo scolastico dai 15 ai 14 anni e l’inserimento della formazione professionale e dell’apprendistato nella fascia di età precedentemente destinata al suo assolvimento? E’ puramente casuale che il tutto venga scaricato sulle spalle delle comunidades, senza nessun finanziamento centrale, sicché esse siano costrette a tagliare organici e a ricorrere a personale precario?

Evidentemente no, come non è casuale che il 29 ottobre le scuole spagnole siano scese in lotta con uno sciopero ben riuscito organizzato da 5 sindacati e 3 organizzazioni studentesche6. Come non è casuale che questo sciopero sia avvenuto ad appena undici giorni di distanza dal grosso sciopero generale indetto dalla Cgil in Italia, sciopero che nonostante una indizione non unitaria, ha visto un’incredibile adesione degli insegnanti e un’entusiastica partecipazione degli studenti alla manifestazioni.

La Francia non scommette più sulla gioventù

E non è neppure un caso che il tutto sia avvenuto a ridosso di un’altra giornata di lotta: quella delle scuole francesi. Il 17 ottobre in Francia il 50% del personale ha risposto all’appello di cinque organizzazioni sindacali. Non di tutte, anche lì c’erano delle assenze eccellenti, seppur non consistenti7.

Eppure anche la Francia avrebbe dovuto riproporre un modello di destra ragionevole. Bene o male Chirac, che proprio in questi giorni ha celebrato la nascita del partito unico della destra moderata francese intorno alla maggioranza che lo ha rieletto presidente, era pur sempre stato eletto con una percentuale plebiscitaria anche dagli elettori di sinistra nel ballottaggio con la destra estrema e razzista di Le Pen.

Nondimeno i suoi ministri8 hanno subito dimostrato che le scelte in materia scolastica, ancorchè calibrate nel proprio contesto nazionale, non sono poi così differenti da quelle che la destra vuole imporre nel resto d’Europa. Il socialista Jospin aveva promesso nuove assunzioni? Bloccate! E, come se non bastasse, un taglio di 3.500 posti! E quando i sindacati degli insegnanti hanno levato gli scudi, il ministro si è difeso dicendo: licenzieremo solo sorveglianti ed aiuto-educatori, personale precario. E alla domanda su chi si sarebbe occupato di vigilanza, supplenze, laboratori, animazione e mense ha risposto: ci penseranno i comuni o se ne farà a meno.

Anche qui ogni riferimento alle vicende italiane è puramente casuale?!

Forse in Italia ci vorrà solo un po’ più di tempo visto che da noi , a differenza che in Francia, tutti i lavoratori della scuola sono sotto un unico contratto statale.

Immancabile anche nel caso francese il progetto di segmentazione sociale e pedagogica. La scuola media francese, il collége, anch’esso di quattro anni, prevedeva già nel secondo biennio, a 13 anni, un’opzione tra un orientamento tecnologico e uno generale: adesso la scelta dovrebbe essere anticipata di un anno.

L’idea , si dirà, era tuttavia già del precedente ministro Lang. E’ vero: Lang però proponeva di lasciare alle scuole l’autonomia per costruire gruppi di orientamento nelle diverse classi, il nuovo ministro Ferry propone di dividere immediatamente gli alunni in classi di diversa destinazione.

Il Portogallo e altri fenomeni

Francia, Spagna e Italia: nel giro di due settimane quasi la metà delle scuole europee è stata attraversata da scioperi pressochè analoghi negli obiettivi e nella riuscita. Ma non era finita lì: il 14 novembre tutti i servizi pubblici del Portogallo, uffici, scuole, ospedali, sono rimasti bloccati per uno sciopero generale di tutta la pubblica amministrazione. Uno sciopero indetto da tutte le centrali sindacali e da tutti i coordinamenti del pubblico impiego9. Secondo il sindacato degli insegnanti Fenprof, lo sciopero nella scuola ha visto un’adesione del 90%. Gli obiettivi qui erano, oltre a rivendicazioni salariali, l’attacco che il governo di Durao Barroso sta portando alle assunzioni pubbliche e agli organici del personale e la messa in discussione del sistema pensionistico.

Dunque in poco meno di un mese circa 1.500.000 operatori della scuola sono entrati in sciopero. Grosso modo 15 milioni di alunni sono stati coinvolti, spesso in maniera attiva vista la larga partecipazione studentesca alle manifestazioni che hanno accompagnato gli scioperi, soprattutto in Spagna e in Italia: si può dire che un terzo delle famiglie dell’Unione Europea hanno vissuto direttamente o indirettamente questi scioperi.

Si tratta di un fatto inaspettato, anche se si può dire che è limitato alla sola Europa meridionale e "latina".

Bisogna però ricordare che anche il Regno Unito nel giugno scorso è stato interessato da un forte sciopero dei dipendenti comunali che ha coinvolto anche le scuole, visto che buona parte del personale Ata inglese è fornito dalle amministrazioni municipali. E in Olanda la crescente pressione, che stava salendo nelle scuole di fronte a minacce di tagli e riduzione di risorse, è stata interrotta solo dalla crisi di governo che ha sancito l’impossibile alleanza tra il tradizionale conservatorismo democristiano e la xenofobia pseudo-politically-correct dei seguaci di Pim Fortuyn. Adesso si va a nuove elezioni.

Infine, se sarebbe azzardato affermare che il moto sociale che interessa la scuola coincide con l’enorme energia che abbiamo visto sprigionarsi a Firenze nel Social Forum, non vi è tuttavia dubbio che anche quest’ultimo fenomeno trova nella scuola e nelle sue questioni di un retroterra significativo. Non è un caso che in quella sede il tema dell’educazione sia stato oggetto di numerosi workshop e che il sindacalismo scolastico europeo vi fosse ben rappresentato10.

Insomma con la coincidenza di questi scioperi e agitazioni siamo di fronte ad un fenomeno che, per l’ampiezza e per le implicazioni, sarebbe banale attribuire solo alla litigiosità dei politici. Piuttosto si può dire che ancora una volta è la realtà vivente che si incarica di sciogliere i sofismi della politica.