Requiem per un iconoclasta

GABRIELE BARRERA

Billy Wilder: l’importanza di essere realista. il mito americano (ri)attacca? una monografia, non ancora tradotta, su un regista recentemente scomparso, non è più trascurabile

 

Il 27 marzo 2002, a Beverly Hills, è scomparso un regista che da tempo immemorabile viveva in America ― era un genio, detto per inciso ― e che osservava la realtΰ d’America in modo franco. Tutto qui. Nessun mito o idealizzazione, nessuna immaginetta bidimensionale. La realtà dell’America, l’importanza di essere un iconoclasta. Per poterlo fare, per poterlo fare in forma di film, senza avere troppe noie o censure, aveva scelto di utilizzare le forme della commedia. Vecchio trucco. "Fare commedie è come togliervi i pantaloni ad un party. Se lo fate al momento buono, e nel modo giusto, può essere molto divertente… ma al momento sbagliato, con le persone inadatte, è un disastro". Così parlò Billy Wilder (classe 1906, nato a Sucha, Galizia: qualcuno si ricorda dell’Impero austroungarico?), uno che di vestiti, svestiti, travestimenti e ― fuor di metafora ― smascheramenti della realtΰ d’America se ne occupò per tutta la carriera ― dai tabù sessuali di Frutto proibito (The Major and the Minor, 1942), a quelli di natura aggressiva, omicida e suicida, di Buddy (id., 1981), passando per i travestimenti d’entrambe le pulsioni, eterni frutti proibiti, nel celeberrimo A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot, 1959) ―.

Eppure "Nobody’s perfect", Nessuno è perfetto, come è ricordato proprio da quest’ultimo film. Ed ecco che anche Wilder, nel togliersi i pantaloni al party del cinema, spesso lo fece al momento sbagliato. Furono autentici disastri. "Dopo l’insuccesso di Baciami, stupido, lo sceneggiatore e io siamo stati guardati per settimane come genitori che hanno fatto un bambino con due teste, e non osano più avere rapporti sessuali": un parto genialmente mostruoso, Kiss Me, Stupid! (1964), che ritraeva tic, psicopatologie quotidiane, vanaglorie, false morali della piccola provincia americana ― concludendosi, per altro, con un sostanziale inno all’adulterio, con buona pace d’ogni perbenista in sala ― in modo un po’ troppo scoperto, un po’ troppo svestito, per poter essere ben accetto dal pubblico.

 

Attacchi all’America

Ma pazienza, faceva parte del gioco, della commedia. Anzi, era solo uno dei tanti "Wilder’s assaults", violenti colpi bassi all’american way of life, come li definisce Richard Armstrong ― sceneggiatore e ricercatore a Cambridge — nel suo Billy Wilder, American Film Realist (McFarland & Company, Jefferson 2000), che qui raccomandiamo. Wilder’s assaults: attacchi cinematografici, in nome del realismo, travestiti da commedia, vestiti per far ridere, in realtà vestiti per uccidere, per bruciare le sacre icone del sogno americano. Il mito della felicità familiare piccolo-borghese in Quando la moglie è in vacanza (The Seven Year Itch, 1955), il mito del sistema giudiziario in Testimone d’accusa (Witness for the Prosecution, 1957), il mito dell’onestà del giornalismo e dei mass-media nell’Asso nella manica (Ace In the Hole, 1951) e in Prima pagina (The Front Page, 1974), il mito del lavoro come valore essenziale nella Fiamma del peccato (Double Indemnity, 1944, con quell’incipit al fulmicotone: "Non ho avuto i soldi e non ho avuto la donna", ricordate?), il mito dell’eroismo bellico in Stalag 17 (id., 1953) ed infine — come poteva mancare? — il mito del cinema stesso in Viale del tramonto (Sunset Boulevard, 1950) e Fedora (id., 1978).

 

Wilde(r). L’importanza di essere franco

Il cosiddetto "cinismo wilderiano", tutto sommato, era l’etichetta più gentile che potessero appiccicargli, considerato anche il tono di certe dichiarazioni, tra cui la più nota è: "Il cinema ha un messaggio? No. La gente non ama sentirsi dire che puzza. Non è come a teatro: per sette dollari e mezzo potete lanciare un messaggio, per uno e venticinque no". Ma non era solo cinismo. Svestite un cinico e scoprirete un realista, sostiene Richard Armstrong. Scorrere le pagine della suo saggio fra le dita — lungometraggio dopo lungometraggio, Wilder dopo Wilder — significa ripercorrere un franco esame di realtà dell’american century che s’è appena concluso, senza maschere o mistificazioni. La monografia, qui da noi, non ha trovato traduzione, mentre sarebbe utile che fosse a nostra disposizione, proprio ora che il mito americano (ri)attacca… Acquistandola all’estero, o via Internet, è disponibile in lingua inglese: una lingua che talvolta, con esempi illustri, anche nel passato meno prossimo, ci ha ricordato come sia preziosa, l’importanza di essere franco.