Le ragioni del referendum sulla scuola in Emilia Romagna

Bruno Moretto

L’offensiva contro il sistema scolastico costituzionale, che ha permesso ad un paese, che nel dopoguerra era in gran parte analfabeta, di raggiungere tassi di scolarità pari a quelli di paesi che partivano da condizioni molto più favorevoli e alle donne di raggiungere e superare i livelli di preparazione scolastica degli uomini, ha avuto una delle punte più avanzate nella regione Emila Romagna

 

La storia del referendum regionale

Dal 1995 con l’istituzione del Sistema integrato delle scuole materne pubbliche e private e poi dal 1999 con la legge "Rivola" la maggioranza (DS, Popolari, Verdi) della Regione Emilia Romagna ha voluto fare da apripista per un nuovo sistema nel quale l’offerta scolastica venisse indifferentemente erogata da soggetti pubblici e privati. Il conseguente dirottamento di risorse finanziarie verso i privati è stato molto consistente: ogni anno nella sola nostra regione oltre 60 miliardi pubblici vanno direttamente nelle casse delle scuole private, in particolare materne.

Un grande numero di Associazioni, composte da insegnanti, studenti, genitori, cittadini dell’Emilia Romagna è stata in prima fila in questi anni nella battaglia per l’affermazione dei principi costituzionali che assegnano alla scuola pubblica il compito fondamentale di assicurare a tutti un alto livello di istruzione in un’istituzione libera, pluralista, egualitaria, consapevoli che un sistema basato sulla esistenza di scuole cattoliche o musulmane, leghiste o meridionaliste, per élite o per diseredati, annuncia un tempo in cui non è la libertà di ciascuno ad essere esaltata, ma al riconoscimento reciproco è sostituito l’esasperazione della propria identità, il confronto dalla distanza dall’altro.

La consapevolezza che la maggioranza dei cittadini italiani e della nostra regione sia contraria a tali modifiche e disposta a battersi per imporre il rilancio della scuola pubblica, che ha bisogno di riforme e nuove risorse, ha portato una quindicina di associazioni prima a indire la grande manifestazione nazionale dei 50.000 a Bologna e poi a proporre la raccolta delle firme necessarie per svolgere un Referendum popolare per l’abrogazione della Legge Rivola.

Ci ha unito la convinzione che solo l’ingresso sulla scena dei cittadini avrebbe potuto invertire la tendenza, che vede invece la maggioranza delle forze politiche favorevole alla privatizzazione del sistema scolastico.

 

I tentativi di impedirne lo svolgimento

Lo straordinario risultato raggiunto di 60.000 firme autenticate e certificate (20.000 più del necessario), l’entusiasmo dei tanti che hanno partecipato alla raccolta , la grande partecipazione dei cittadini all’iniziativa, la presenza attiva del PRC e della UIL e di tanti singoli esponenti di tutte le forze politiche e sindacali ci hanno confermato che la battaglia si può ancora combattere.

Il 9 marzo 2000 sono state consegnate le firme. Nel corso della raccolta si ebbero i primi segnali dell’ostruzionismo che la maggioranza regionale avrebbe prodotto contro il referendum.

Dapprima fu cambiata la legge sui procedimenti referendari, introducendo una serie di modifiche a svantaggio dei promotori, poi fu interpretata la nuova legge in modo da evitare lo svolgimento del referendum nella sua data naturale di novembre 2000, poi fu insabbiata la legge di iniziativa popolare che chiedeva di votare a febbraio 2001 e infine è stata varata una nuova legge, nonostante il Programma della maggioranza eletta ad aprile 2000 (oltre ai DS, Margherita, Verdi, PdCI, PSI-PRI, anche PRC) prevedesse espressamente che "Nel caso sia indetto il relativo referendum sulla base della verifica delle firme raccolte, questo sarà svolto. Le componenti della coalizione, assumendosi le proprie responsabilità, contribuiranno a sviluppare un ampio dibattito culturale nella società regionale".

Il Consiglio regionale ha discusso la nuova legge dal 16 al 25 luglio a scuole chiuse e con procedura d’urgenza. Altro che dibattito nella società.

Il motivo dell’urgenza sta nel fatto che il Referendum indetto per il 18 novembre 2001 poteva essere a questo punto accorpato al Referendum nazionale sulla revisione in senso federale della Costituzione.

Il probabile accorpamento dei due referendum avrebbe sicuramente garantito il raggiungimento del quorum, necessario per la validità del pronunciamento popolare.

Come dice il proverbio: "il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi" Chi puntava sull’astensionismo sarebbe stato sconfitto.

Tutti d’accordo allora a cambiare la Legge Rivola a partire dalle Gerarchie cattoliche. L’8 luglio monsignor Facchini, coordinatore regionale per la pastorale scolastica, scrive sull’Avvenire che il Progetto di legge sul diritto allo studio presentato dalla Giunta regionale è un grave arretramento rispetto alla Rivola, che la Giunta si è allineata con la linea dura della sinistra, ma che "si è voluto evitare un referendum che avrebbe avuto a suo favore, oltre alla coincidenza con quello nazionale, facili strumentalizzazioni politiche e vecchi pregiudizi sulla scuola non statale". Sandro Chesi, presidente regionale della FISM. (Federazione delle scuole materne cattoliche) dichiara sull’Avvenire del 6 luglio il giudizio positivo sulla nuova legge, salvo le verifiche in sede di applicazione, "sia per il richiamo alla legge nazionale sulla parità, sia per aver evitato il referendum abrogativo".

Anche l’assessore Rivola, Popolare, giunge al voto favorevole all’abrogazione della sua stessa legge.

 

La nuova legge n. 41

La notte del 25 luglio il Consiglio regionale, con il voto favorevole di PRC, approva la nuova legge, che abroga la precedente. È questo un primo grande risultato del movimento referendario.

La nuova legge elimina:

- il sostegno alle scuole materne private per le spese di funzionamento;

- la disparità nell’entità degli assegni di studio (ora borse) a favore degli studenti del pubblico e del privato, anche se non elimina il riferimento alle spese per l’istruzione per la fascia di reddito fra i 30 e 60 milioni ISE (per 3 componenti del nucleo familiare).

L’obiettivo del referendum era però un altro: i sottoscrittori volevano imporre una svolta significativa nella politica scolastica regionale per rilanciare la centralità della scuola pubblica e impedire il dirottamento di ogni tipo di risorse verso i privati.

La sintesi del Quesito referendario, approvata dalla Commissione regionale per i referendum nel luglio 1999, affermava: "Volete voi abrogare le parti della legge che introducono sia il coordinamento e l’integrazione fra le offerte educative statali e non statali, sia il finanziamento delle scuole non statali in modo diretto ed indiretto".

Ben 11 punti sui 14 sottoposti ad abrogazione riguardavano gli interventi finanziari verso le scuole private, e solo 3 intervenivano per evitare che gli assegni di studio favorissero gli alunni delle strutture private.

L’analisi della nuova Legge evidenzia che i principi ispiratori della nuova legge sono esattamente gli stessi della precedente; tutti i provvedimenti diretti sia agli alunni che alle scuole sono rivolti in modo paritario al pubblico e al privato. Si parla espressamente di "principio di partecipazione delle scuole private paritarie" alla programmazione degli interventi previsti dalla legge.

Per quanto riguarda i singoli provvedimenti:

1. si mantengono i finanziamenti diretti a tutte le scuole private, tramite il sostegno a progetti relativi alla fruizione di computer ed ad altri strumenti didattici;

2. si mantengono i finanziamenti alle scuole materne private per progetti di qualificazione didattica e per la formazione del personale.

 

Il parere della Commissione contro lo svolgimento del referendum

La legge regionale per i referendum prevede che, se una legge sottoposta a referendum viene modificata, una Commissione giudichi se tali modifiche siano tali da rendere inutile il giudizio popolare o meno.

I componenti di tale Commissione, mentre in base alla legge sui procedimenti referendari del 1997 venivano sorteggiati all’interno di rose di nomi di docenti di materie giuridiche, fornite dai Rettori delle Università della Regione, con la legge entrata in vigore durante la raccolta delle firme vengono nominati direttamente dal Consiglio regionale.

L’11 settembre la Commissione ha deliberato 4 a 3 di non permettere lo svolgimento della consultazione, in contrasto con il parere del vice presidente, professor Rescigno, che è titolare della cattedra di Diritto pubblico presso l’Università La Sapienza di Roma, che proponeva di far svolgere il referendum sulle parti che mantengono finanziamenti alle scuole private.

La debolezza del parere impone di ricorrere ad un vero Giudice terzo, al fine di difendere fino in fondo il diritto costituzionale dei cittadini di esprimersi direttamente su questioni che riguardano l’esercizio dei loro diritti primari.

 

Conclusioni

In una vera democrazia si sarebbe favorito il pronunciamento dei cittadini e poi si sarebbe proceduto alla modifica della legge in base alla loro volontà.

Nel nostro caso partiti che si dichiarano democratici (DS, PPI, Democratici, Verdi, PdCI, PRC) hanno tenacemente operato per impedire l’espressione della volontà popolare.

La Regione Emilia Romagna conferma quindi l’ambizione di altre Regioni, come Lombardia, Veneto e Piemonte di intervenire sul terreno dell’istruzione, in sintonia con la proposta di "devolution" propugnata dalla maggioranza di Governo.

Io penso che la battaglia per il rilancio della centralità della scuola pubblica e contro ogni tentativo di smantellare il sistema scolastico costituzionale non sia affatto finita e che per vincerla occorre continuare sulla strada del coinvolgimento diretto dei cittadini.

Se il Giudice a cui ricorreremo contro la decisione della Commissione e la Corte Costituzionale ci daranno ragione il referendum ritornerà in campo.

Bruno Moretto, responsabile del referendum abrogativo della Legge Rivola

www.comune.bologna.it/iperbole/coscost