Il vento, la musica e le storie

"A me piace molto il mare: e mi piace anche se a Milano, dove lavoro, il mare proprio non c’è – non ce n’è nemmeno l’ombra, e neppure l’odore. E anche a Sesto S. Giovanni, dove abito, e a Parma, dove sono nato, sempre la stessa storia: mare niente, né qui né lì né là. E comunque il mare mi piace. Però c’è un problema: io non so nuotare, e così tutte le volte che vado al mare combino qualche guaio. Una volta, per esempio, al mare ho conosciuto un uomo, una donna e una bambina e, parlando parlando, ho detto loro che di mestiere faccio il maestro. A sentire questa notizia l’uomo e la donna erano allegri e incuriositi; la bambina invece ha detto: "Ecco rovinata la serata". A me è dispiaciuto molto; da allora, dato che non voglio rovinare a nessuno né le serate né le giornate, non dico più che faccio il maestro, e così non lo dirò nemmeno qui. No, non lo dirò; mi terrò la notizia come un imbarazzante segreto. Il mare, però non è la cosa che mi piace di più. Più di tutto mi piacciono il vento, la musica e le storie".

Così raccontava di sé Giuseppe Pontremoli, nella sua prima raccolta di poesie per ragazzi Rabbia Birabbia, edita nel 1991 dalla Nuove Edizioni Romane, con pregevoli bianchi e neri di Franco Matticchio, allora, in Italia, ancora poco conosciuto nel settore dell’illustrazione per l’infanzia. E anche Pontremoli, allora trentaseienne, noto non era davvero. Era "solo" un maestro che un altro grande maestro, Angelo Petrosino, aveva deciso di mettere in luce, consegnando a Gabriella Armando il manoscritto dell’opera, con richiesta di pubblicazione. Richiesta, per fortuna di noi tutti e intelligenza dell’editore, accolta allora e, in parte, riesaudita oggi nelle pagine finali del bellissimo volume Ballata per tutto l’anno (con illustrazioni dalla forza onirica di Octavia Monaco), pubblicato postumo, sempre dello stesso editore, nel 2004. E fa effetto dire "postumo" per un volume che avrebbe visto, quest’anno, il suo autore compiere 50 anni…

Ma altro anniversario è quello che ci tocca in sorte di celebrare. Giuseppe Pontremoli infatti, nato, come lui stesso ci ricorda, a Parma nel 1955, è scomparso, a soli 48 anni, il 9 aprile del 2004. Che era un maestro ce l’ha detto, che la notizia costituisca un imbarazzante segreto, anche. Sembra che la scoperta del "disonore" Pontremoli, oltre che dall’episodio succitato, l’abbia ereditata da uno dei suoi autori più amati, Collodi, di cui citava spesso la seguente frase "I pedagoghi e i maestri di scuola, queste macchie nere e malinconiche che rattristano l'orizzonte sereno della prima fanciullezza..." (Macchiette, 1879). E certo con Collodi (ritenuto da lui l'autore di uno dei più grandi "romanzi di formazione") condivideva sia la serietà che l’ironia circa la vera natura della pedagogia e dell’insegnamento. E condivideva, soprattutto, l'amore e il rispetto della fanciullezza, intesa come tempo non eludibile della vita dell’uomo e non come condizione di minorità dell’adulto. Entrambi, Collodi e Pontremoli, sapevano che essere maestri, significa, non insegnare qualcosa, ma aiutare ad imparare e imparare significa non imparare "cose", ma imparare a vivere, a crescere (non sopravvivere, non trascinarsi…), in una parola imparare ad essere liberi, come "il vento, la musica e le storie", appunto.

Le storie, già, le storie, proprio quelle, più d’ogni altra cosa, sono state per Pontremoli motivo e strumento di libertà. Da quando iniziò a fare il maestro a vent’anni (per scelta convinta e onorevole, non certo per ripiego…) Pontremoli ha fatto delle storie e della riflessione sul pensiero narrativo, il fulcro della sua attività didattica e di scrittore. Convinto con Guimarães Rosa che "vivere è una faccenda molto pericolosa", Pontremoli non è mai venuto meno alla sua convinzione che le storie, tutte le storie, costituiscano un’unica grande mappa che consenta all’uomo (in tutte le sue età…) di poter navigare nel mare della vita, quel mare insidioso con cui l’essere umano, già da cucciolo, entra in contatto "malattie, sbucciature, ferite, schiaffi, sgridate, maniglie irraggiungibili, silenzi; e poi il buio, la pioggia, l’arrivo di un fratello che si ruba la mamma, la biglia caduta nella grata, l’amico che non viene, le figurine perse, la paura, le strade impraticabili, minacce di vicini, amici che ti "staccano la pace", parole inascoltate, complicità negate. La congiura di natura e cultura comincia molto presto e non si ferma più. E non c’è solo questo. Anche il "bene", il gioioso del vivere, il "pieno" del sentire e del godere contiene i suoi bei rischi, le sue insidie: l’immane difficoltà di capire e di sapere come vivere. Dal ripetuto, insistito richiamo all’imparare a vivere non è difficile essere storditi e sentirsi spossati; si cerca allora un’ombra, ci si mette a sedere, e si sente più nulla".

Alla ingabbiante "spregevolezza" del vivere, Pontremoli trova una risposta nella anarchica "spregevolezza" del leggere: del leggere a tutti i costi e in tutti i luoghi, del leggere per piacere, del leggere per costruirsi un bagaglio emozionale che valga più di mille apprendimenti, del leggere per mettersi in gioco, del leggere per provare a capire (e dunque domare?) la realtà, del leggere per inventare e inventarsi e, dunque in buona sostanza, del leggere per essere uomini liberi e costruttori di libertà. Ciò che si impara solo su se stessi e mai si può insegnare, ma solo mostrare, trasmettere e, a volte, regalare come tutti gli amori e le passioni che siano radicate dentro l'uomo, in ogni suo tempo, in ogni sua età.

È questo il nucleo dell’ultimo e (s)pregevolissimo suo libro Elogio delle azioni spregevoli (l’ancora del mediterraneo, 2004), nel quale Pontremoli condensa esperienze e riflessioni dell’intera sua vita. È un libro che ha portato nuova linfa nel terreno della discussione su cosa significhi leggere. Ben oltre il dibattito sul piacere della lettura cui siamo stati abituati negli ultimi anni, Pontremoli, sulla scia de Il lettore e il narrare e di Al mondo ci sono più zie che lettori di Peter Bichsel, riapre il solco di una riflessione che coniughi insieme piacere e idealità come elementi fondanti del bisogno di essere e, dunque, di leggere.

È un libro dove si possono ritrovare (rielaborati e condensati in un flusso di scrittura ispirato e lucidamente incisivo) molte delle riflessioni che, generosamente, Pontremoli aveva regalato ai suoi lettori nella sua più duratura e prolifica attività di scrittore, quella per le riviste "Linea d’ombra", "Rossoscuola" (a partire dal 1987) ed "ècole". Rivista, quest'ultima, che nella sua attuale serie (la terza) Pontremoli aveva contribuito a creare e a delineare come strumento di ricerca intorno al sapere, capace di attraversare generi e generazioni, punti di vista consolidati e posizioni innovative circa il sapere e la scuola, in un'ottica rispettosa di tutti i suoi attori (alunni e insegnanti), visti come gli abitanti di uno stesso ambiente, di uno stesso ecosistema, dove la cooperazione nasce dall'ascolto reciproco e dal riconoscimento di esigenze e percorsi di vita comuni. L'idea di una scuola improntata non certo alla produttività aziendalistica di cui si sente parlare in questi ultimi anni, ma all'idea di apprendimento ereditata da Pasolini e Don Milani (che Pontremoli apparenta spesso nelle sue riflessioni) pedagogisti" oltre che educatori, per il loro effettivo mettersi in gioco tutti interi nella relazione educativa come persone fatte di corpo e di emozioni, " di tensioni ideali e di dolore, personale e storico, fatte insomma del proprio multiforme e incomprimibile io". Educatori veri perché lontani da ogni "ansia di conformismo" (e qui è Pasolini che parla) e da ogni possibile indifferenza o rassegnazione. Ispiratori di una pedagogia consapevole che, nella relazione educativa, ci si mette in gioco "tutti intieri", perché nel rapporto educativo entra, intera, la vita vera coi suoi interrogativi, le sue passioni, le sua stanchezze.

Un'invocazione chiara ad assumersi, come educatori "la responsabilità di assumersi responsabilità ricercandosi un senso, una passione, un appassionato agire la propria parte. Perché comunque siamo coinvolti (…) perché le parole possono essere pane e bevanda e giaciglio e strumento di difesa; e perché, laddove inventiva e memoria non siano ombra o orpello ma sostanza dell’essere, crescere e cambiare è davvero possibile; e poi perché probabilmente il mondo sarà perduto, ma i ‘ragazzini’ avrebbero potuto –potrebbero? Potranno?- salvarlo". E l'ammicco alla Morante de Il mondo salvato dai ragazzini, non è casuale, giacché della Morante, oltre che appassionato amico e lettore, Pontremoli è stato curatore degli scritti giovanili Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina e altre storie, editi da Einaudi Ragazzi nel 1995.

 

 

E l'Elogio è anche un libro dove Pontremoli non perde occasione di raffinare i passi più densi del suo primo e unico romanzo per ragazzi Il mistero della collina, (pubblicato con lungimiranza da Giunti nel 1994): valga, per tutte, la pagina 43, dove ricorda la sua attività "complice" di maestro che rosicchia il tempo qua è là per leggere, seduto in cerchio coi suoi bambini, le storie più belle "e leggo la storia inevitabilmente a puntate, sussurrando e gridando, emettendo rantoli da moribondo e grida incontenibili di gioia, singhiozzi e risate, balbettando e cantando, infilo la voce nelle innumerevoli pieghe, negli anfratti dei personaggi e degli eventi"

È un libro dove l’uomo Pontremoli si racconta tutto intero, si racconta fino alle soglie della morte, che sapeva imminente, e si racconta perché, raccontare se stessi o gli altri, il nostro o l’altrui tempo è davvero vivere, come ricorda (forse anche a se stesso…) citando Singer ""Quando un giorno è passato, non c’è più. Che cosa ne rimane? Niente più che una storia". Cosa, questa, sulla quale tutti possono convenire, solo che attribuiscano ai propri giorni maggiore dignità di quanto solitamente avvenga. E cosa questa che tutti hanno sperimentato con il venire a mancare di una persona cara: si rimane soli, dentro il suo silenzio e la sua eco e subito si prende a raccontare, ad altri o a se stessi, poco importa, quel che chi è mancato faceva, quel che donava senso alla sua vita, quella volta e quell’altra e l’altra ancora, e si coniuga tutto all’imperfetto, e la mancanza muta, trascolora e in qualche modo ci si riaccompagna. Episodi, stupori, complicità, dolcezze, misteri, desideri, amarezze, frammenti di un storia, la sua storia: O forse della nostra. E, anche, frammenti della storia del tentativo umano di non venire sopraffatti. Si prende a raccontare, e i verbi scivolano verso l'imperfetto ("Diceva sempre…", "Aveva paura che…", "Sperava…", "Gli piaceva…"), quel tempo verbale che Gianni Rodari ha chiamato "imperfetto fabulativo", quello che i bambini usano per il gioco, quello che i bambini ' pronunciano quando assumono una personalità immaginaria, quando entrano nella favola, proprio lì sulla soglia, dove avvengono gli ultimi preparativi prima del gioco. Quell'imperfetto, figlio legittimo del 'c'era una volta' che dà il via alle fiabe, è poi un presente speciale, un tempo inventato, un tempo per giocare".

E allora, c'era una volta un maestro, che amava il vento, la musica e le storie e che, con Heinrich Böll si ricordava sempre che" leggere diverte, ma può farti libero e ribelle".