Il tempo pieno ha riempito le caselle di posta di mezza Italia, penso.

Andrea Bagni

Messaggi che arrivano dappertutto, da città e cittadine (del nord soprattutto) che nemmeno sapevo esistessero. Collegi, comitati genitori-insegnanti, consigli comunali, circoli e distretti. Pure le iniziative sembrano le più varie, dalle occupazioni di scuole – ma di genitori e maestre: i figli a casa a preoccuparsi – ai banchi nelle piazze e nei cortili di scuola, alle invasioni di giardini e paesaggi urbani. Come oasi nei deserti di vetro e cemento.

Da un certo punto di vista, potrebbe essere la classica ondata della protesta che sale, e che ha bisogno di "vincere", di far ritirare il decreto-moratti magari, pena il riflusso e la depressione della sconfitta. In parte penso sia così, effettivamente.

Eppure mi sembra (e mi piace pensare) che ci sia anche altro.

È che tutto appare dai "racconti", disseminato, puntiforme e curiosamente domestico; sono insoliti i protagonisti, né militanti né "volontari", bambini e bambine, mamme e maestre "normali". La scuola della porta accanto. E le pratiche, di piccolo gruppo, spesso un po' naif, sembrano ispirate al portare alla luce quello che si fa fra le mura scolastiche: il dialogo, l'incontro, la costruzione di un discorso – e canzoni cartelloni manifesti...

Voglio dire che non ci sono grandi organizzazioni e il cuore di tutto è oltre le piattaforme, forse. Sono i soggetti stessi che abitano ordinariamente le scuole, che difendono (e producono) il loro senso e i loro territori. Non lavorano per il domani o l’altrove. Mi sembrano la zona interpersonale e politica di un paese (e di un paesino): la scuola come la piazza, il corso, la casa del popolo – o dei popoli.

Ma questa mappa dei territori sensibili, vivi di vibrazioni che attivano tutte le relazioni di un mondo comune, parla di un codice simbolico a suo modo universale, quello che ti fa riconoscere insopportabile l’esistente; che ti fa sentire tutt’altro che "utente insoddisfatto" di fronte ai bus fermi: anzi (francescanamente) fratello e sorella di chi è in lotta, di chi non ce la fa più e ha in mente altro.

Non è solo questione di bisogni, è davvero un altro mondo dell’immaginario politico, l’altra comunità che viene. Sono desideri di un ordine diverso del discorso; pensieri e parole di una grammatica politica fatica, di contatti umani: né merci né telespettatori né corpi da manipolare per legge o truppe da arruolare in qualche guerra imperiale. Invece esistenze politiche.

È qui che Berlusconi forse sta – almeno un po' - perdendo. La sua forza era una società reale, pre-mediatica, dispersa quanto feroce e competitiva; a immagine e somiglianza dei suoi palinsesti televisivi: voler essere milionari fra prezzi giusti, bisturi e grandi fratelli.

Un corpo politico che comincia camminando a respirare, sentieri selvaggi e carovane, paesaggi che scompongono i giardini privati: questo sposta il quadro simbolico e le solitudini globali diventano i nodi di un tessuto nervoso e fluido – molto nervoso e molto amoroso, biopolitico.

Un’altra piazza, non per piazzisti.

Bambini e bambine, mamme e maestre, consigli comunali e nuovi municipi, tutta Terni e Scanzano: è un mondo comune di relazioni concrete e cultura che si sottrae a chi lo vorrebbe mettere al lavoro, valorizzato in quanto merce, sapere comunicativo ma di relazioni di clientela e scambio; comunità da fidelizzare intorno a una azienda e ai suoi bond.

In fondo è del tutto naturale che le scuole - soprattutto quelle di base - siano luoghi pubblici di incontri che si sottraggono alle trasmissioni dall'alto, alla frammentazione gerarchica di insegnanti e insegnamenti, crediti e port-folio. Perché o sono luoghi politici o hanno davvero scarso senso in mezzo alle mille agenzie formative che preparano alla competizione globale. Possono invece essere spazi radicati in una storia e attraversati da storie, fatti di corpi (docenti e non, spesso dolenti) e di codici, di identità non identitarie. Mobili.

Il disastro che avanza e scompone le relazioni sociali (dal basso del mercato, dall'alto degli stati) non crea solo nicchie di sterile sopravvivenza ma una specie di sentimento collettivo di resistenza; isola e impoverisce ma può generare anticorpi specifici nella singolarità di quelle e quelli che cercano di ricostruire una propria identità nel caos precario delle città, oltre i supermercati.

Non si tratta più nemmeno solo di "ritornare a vincere" le elezioni e andare al governo: si tratta di cambiare i rapporti, immaginare una sfera del diritto che non è solo governo (e magari inflazione) delle leggi, ma la creazione di uno spazio di rifondazione politica. Lo spazio dei municipi come delle scuole, come dei corpi liberi di costruire le proprie relazioni di vita..

Forse questo tessuto non è la vecchia somma delle proteste da portare a sintesi sotto una sigla, ma un percorso di esperienze e soggettività radicate sotto la visibilità delle manifestazioni spettacolari - più forti spero anche dei casini delle leadership. Qualcosa che abbia a che vedere con la lunga durata dei processi, e con l'autonomia dei soggetti.

Le scuole e i movimenti mi pare ci parlino in qualche modo della costruzione di un senso collettivo degli incontri che non delega la rappresentanza politica altrove, né si immagina autosufficiente nella sua "potenza" conflittuale. Ha a cuore anzi certe forme dello stato e del diritto (perfino una certa idea d'Europa: possibile e forte in quanto non-potenza non-militare), quelle che garantiscono diritti e pratiche, beni comuni, reti di solidarietà, repubbliche delle passioni e degli affetti. Non solo per l'homo oeconomicus ma per la comunità dei senza appartenenze; per i nuovi soggetti post-nazionali, soggetti e oggetti di una costruzione politica.

Secondo me bisogna avere fiducia.

La felicità è quasi rivoluzionaria oggi. Quella vera, che cerca e intanto inventa un mondo non miserabile di ricchezza e violenza. Per questo tutte le manifestazioni di scuola sono state anche feste - di bambine e bambini spesso, per definizione vicini agli inizi e alle radici.

Feste disobbedienti ribelli non-violente perché segno di una diffusione di pratiche che si sottraggono al potere e costruiscono ponti e argini. Un conflitto politico che è forte della sua non competitiva muscolatura, perché la sua comunicazione sposta il gioco degli eserciti e degli imperi. Dà senso alla lotta e alla vita.

Magari vince anche le elezioni.