Scoprendo Forrester

MARIA LETIZIA GROSSI

Più che una vera e propria recensione del film di Gus Van Sant, vorrei indicare qualche avvertenza e precauzione per l’uso per chi pensasse di andare a cinema e di vedere una storia sull’apprendimento, la pratica o la passione per la scrittura. La scrittura, anzi la capacità innata, il talento per la scrittura del ragazzo nero del Bronx, Jamal, sono qui rappresentati solo come la chiave per emergere dal gruppo degli emarginati, tema vero del film, ricorrente e prediletto in tutte le opere del regista. Però qui il genio non è Will Hunting, che si ribella all’esistente, qui l’aspirante dotato scrittore tende all’integrazione, attraverso la scrittura usata in una competizione scolastica. Sono sì la voglia e la bravura nello scrivere il motivo della relazione didattica, e poi dell’amicizia, tra lui e lo scrittore "scomparso", ma le lezioni americane di scrittura di Van Sant qui paiono semplici occasioni per una vicenda che parla d’altro. Dall’inizio: la spinta di Jamal verso la scrittura è il disagio, ha iniziato quando il padre ha abbandonato la famiglia, ma anche questo viene lasciato nel vago e non integrato nella vicenda. Un ingrediente importante per la riuscita è la lettura di molti libri, ma il rapporto con la cultura è ridotto alla capacità di citare frasi e autori, insomma la conoscenza, il più possibile mnemonica, piuttosto che la rielaborazione. Ci viene fatto capire che l’insegnamento della scrittura, da parte di Forrester-Connery, serve: infatti gli elaborati di Jamal migliorano anche troppo rapidamente, ma di questo insegnamento non si tratta nel film, se non attraverso qualche schematica frase ad effetto. E poi i risultati del lavoro di scrittura, s’è detto, non sono la crescita personale o l’approfondimento del rapporto con sé stesso da parte del giovane scrivente, bensì l’accesso alla scuola dei ricchi nel quartiere dei ricchi e le ovvie opportunità che ne conseguono. Infine, l’ultimo dono di Forrester, ciò che permetterà a Jamal di iniziare a pubblicare: la possibilità di fare la prefazione a un inedito del grande scrittore. Non che si voglia mettere in dubbio l’utilità di una prefazione importante ai fini di pubblicare; magari in una relazione inversa, cioè facendosela fare da Forrester-Salinger-Pynchon o chi per loro, se si avesse l’opportunità di entrarci in contatto. Ma non si poteva sottolineare anche diversamente l’eredità del maestro?

Eppure è comunque un film con parecchie belle opportunità, in parte sprecate: la bravura tecnica del regista, il soggetto, il personaggio interpretato dal sempre bravissimo Sean Connery, che comunque come attore sarebbe stato impossibile sprecare, ispirato a Salinger o Pynchon, scrittori che hanno scelto di scomparire dalla scena pubblica e il primo anche di smettere di scrivere. Anche Forrester smette di scrivere quando la critica comincia a sovrapporre al suo libro interpretazioni del tutto esterne, quindi per tutelare la dimensione personale della scrittura, ma il tema è introdotto solo di sfuggita e tutto il personaggio lascia la nostalgia della possibilità di un maggior approfondimento.

Insomma questo non è L’attimo fuggente e nemmeno Will Hunting genio ribelle dello stesso Van Sant, che pure ricalca parecchio, ma con minor spessore, né i film assai più sperimentali e indigesti dei suoi esordi, come Drugstore cowboy e Belli e dannati. Il regista è approdato al topos assai hollywoodiano dell’happy end nel senso del successo sociale. Il che non sempre dà fastidio, anzi a volte è proprio il finale adatto per certi film hollywoodiani assai ben fatti e che riescono a tener desto l’interesse, basta che non ci si aspetti qualcosa di più profondo come certe fascinose premesse, o promesse, avrebbero potuto far sperare.