Verso il Social Forum Europeo Saperi e lavoro: scuola, università, ricerca

 

UBALDO CECCOLI

Assemblea tematica a cura del gruppo di lavoro Saperi del Firenze Social Forum

Mercoledì 2 ottobre ore 21.00 s.m.s. Andrea del Sarto

 

Materiali per la discussione

Mondo della conoscenza e neo-colonialismo

 

 

La mondializzazione ci porta a misurare ogni concetto, ogni ragionamento, ogni proposta nell’ambito di un mondo che si è materialmente unificato sul piano economico e finanziario. Ciò significa che i flussi globali di merci, capitali, corpi, saperi, informazioni, simboli, comportamenti - da cui trae alimento il capitalismo contemporaneo - tendono a definire uno spazio comune d’esperienza che acquista un peso sempre maggiore nel segnare la vita quotidiana di un numero crescente di donne e di uomini.

Ad alimentare la tensione tra universalismo occidentale e differenze, c’è ancora la questione della volontà di potenza, radicata nella storia e nel modo in cui l’Occidente capitalistico si è imposto. Quando le democrazie s’identificano con i soli meccanismi di mercato, è abbastanza naturale che la politica di una oligarchia, attenta ai suoi soli interessi, possa favorire l’emergenza di forze mondiali capaci d’imporre istanze transnazionali per controllare le società, e subordinarle ai propri fini, anche attraverso le guerre.

Nell’attuale a fase di colonizzazione imperiale, proprio perché è allo stesso tempo militare, economica e culturale, anche i saperi, i valori, le strutture di comunicazione vengono considerati arma di competizione. L’economia della competizione considera la formazione come fattore verticale di potenza, per sancire e mantenere la gerarchia mondiale: così i paesi a capitalismo maturo producono essenzialmente conoscenza e comando, mentre a quelli "periferici" spettano le produzioni tradizionali o marginali e la fornitura di manodopera a basso costo. Per il capitalismo cognitivo, la conoscenza costituisce la nuova arma aggiuntiva che discrimina individui, classi e nazioni, strumento primario per il nuovo colonialismo a scala mondiale

Si delineano così due mercati della conoscenza: un sistema pubblico residuale – comunque asservito all’impresa – per le risorse umane generiche del nuovo proletariato mondiale, e un sistema formativo privato a pagamento su scala mondiale per le risorse umane nobili (organizzate nelle nuove corporazioni professionali planetarie). Rinchiudersi dentro un rigido (e centralistico) sistema formativo tutto rivolto agli imperativi della produzione industriale e della ri-produzione imperiale, significa edificare l’impossibilità strutturale, per l’Europa e per il nostro paese, di avere nella produzione culturale, nella ricerca e sviluppo una propria indipendenza e autonomia. Mentre si afferma che il sistema formativo va visto come risorsa economica primaria, lo si svuota di ogni valore, di ogni prestigio, gettando le premesse per una totale subalternità a sistemi altri, prima di tutto al capitalismo Usa, che incorpora le nuove tecnologie nelle strutture di controllo e di dominio a livello planetario, storicamente pensate ed attuate fin dal lontano 1942. Una cosa è contribuire ad una conoscenza universalizzata e universalizzabile, e un’altra cosa è la colonizzazione sistemica voluta per mantenere l’egemonia mondiale di una fetta di mondo.

Dunque quello che, per semplificare, è lo scontro tra pubblico e privato non nasce esclusivamente da motivazioni ideologiche ed etiche, ma è motivato dal tipo di società locale e mondiale che si vuole edificare. Scuola, università e ricerca pubbliche sono esemplari livelli istituzionali da sottrarre al processo e all’ideologia del pan-aziendalismo nella società delle transnazionali, che usano la conoscenza come un’ulteriore divisione sociale tra chi sa e chi non sa, andando a sommarsi all’iniqua distribuzione della ricchezza.

Una scuola nomade

Un tempo erano le Accademie e i centri del potere istituzionali i soli luoghi della riflessione politica, estetica, economica, filosofica, ecc. Oggi sono le culture marginali e ibride a penetrare quei luoghi, che Homi K. Bhabha (1993) ha analizzato come entità non statiche, immutabili, quanto veri e propri spazi aperti e mobili in cui si producono nuove identità meticce, comunità transnazionali in incessante trasformazione, in cui si sviluppano forme inedite di confronto, conflitto e convivenza.

E' nel pensare e vivere un universo fatto di ibridità e differenze che guardiamo alla scuola, all'università e alla ricerca come spazi in cui possano esprimersi nuove consapevolezze - di genere, generazione, ambiente geopolitico - da cui emerga una società veramente innovata. Solo ponendo noi stessi come soggetti al vaglio critico dell'altro, del "marginale", dell'emigrato possiamo scoprire nel "noi" un'alterità capace di destabilizzare certezze e pretese di dominio o di egemonia.

In questo sta la direzione da prendere: un moto esplorativo che non ha centri né reti, ma lavora nella concezione di un "universo infinito": teoricamente innovativo e politicamente essenziale è il bisogno di pensare al di là delle tradizionali narrazioni ideologiche. Questo "oltre" significa distanza spaziale, permette il futuro, ma l'atto stesso dell'andare "oltre" sarebbe irrappresentabile senza un ritorno al "presente". L'immagine del vivere in qualche modo al di là dei limiti del nostro tempo, ne mette in rilievo le differenze sociali e temporali, in relazione ai rapporti neocoloniali che si sono introdotti nel nuovo ordine mondiale e con la divisione del lavoro su scala plurinazionale: "abitare nell'oltre vuol dire anche esser parte di un tempo di revisione, di un ritorno al presente per ri-descrivere la nostra contemporaneità e ri-scrivere la nostra vita comune, umana e storica: significa toccare il futuro nel suo lato più vicino. In questo senso allora lo spazio dell'oltre che si interpone diviene uno spazio d'intervento nel qui e ora" (Bhabha). Ci piace pensare a questa modalità per affrontare il tema della formazione contro le tecnologie oppressive e assimilazioniste. Il sistema educativo sopravviverà nel lavoro di un insieme di pratiche distanti dall'innesto degli interessi privati d'impresa, dalla misurabilità e dalla statistica della ragione strumentale.

Possiamo ipotizzare che le storie transnazionali di migranti, colonizzati o rifugiati politici - queste condizioni marginali e di frontiera – segnino le modalità della nostra azione nel sistema formativo. La violenza di una società globale, razzista si abbatte con più forza sulla vita quotidiana nei suoi aspetti privati e pubblici: dove puoi o non puoi sederti, come puoi o non puoi vivere, quel che puoi o non puoi apprendere, chi puoi o non puoi amare, ecc. Fra l'atto di libertà e la sua negazione storica non può che nascere la dichiarazione di estraneità: siamo lontani, estranei, stranieri a questa scuola mercificata quanto lo è Antigone di fronte allo Stato di Creonte.

Un ri-posizionamento per trasformare il mondo della scuola, dell'università, della ricerca, modificare il presente per toccare il futuro riconfermando così l'esistenza ribelle della cultura: un posto in cui abitare, che sta nell’estraneità al quotidiano della violenza neocoloniale della mondializzazione. Vivere in un mondo estraneo da straniero, scoprire le sue ambivalenze e ambiguità significa riaffermare un profondo desiderio di solidarietà sociale.

Ruolo e funzione di beni universali comuni garantiti dalla fiscalità generale e forniti a tutti.

Cos'è un bene pubblico? La migliore risposta emerge dalla definizione del suo contrario, il bene privato, che è fatto oggetto di scambi, durante i quali la sua proprietà o il suo usufrutto passa di mano. I beni privati implicano quindi - nella maggior parte dei casi - i caratteri dell'esclusività e dell'antagonismo, poiché non tutti possono goderne contemporaneamente. Per i beni pubblici è l'esatto contrario: ciò che li caratterizza è proprio la non esclusività e non-antagonismo.

Lo slogan "meno stato, più mercato" se da un lato tocca la Costituzione, dall'altro, una volta realizzato, provoca un estendersi dell'area del privilegio e dell'arbitrio, con la fuoriuscita dalla sfera del diritto. Una condizione adatta ai più forti e che piace a chi, come Berlusconi e Moratti, si è formato culturalmente sul mito dell'impresa legata alla competizione, sull'idea del successo personale o di gruppo, piuttosto che su quella del progresso per tutti/e. Non dovendo costruire identità sulla base di un'appartenenza comunitaria, ma in riferimento alla comunità aziendale, bisogna impedire che la scuola pubblica funzioni bene.

La sfera pubblica è stata progressivamente colonizzata da interessi privati, nel cui contesto il proclamato "interesse generale" non è altro che un "consorzio di egoismi", dove gli interessi e le preoccupazioni individuali occupano l’intero spazio pubblico proclamandosene i soli legittimi occupanti. Occorre perciò una vera e propria azione di decolonizzazione dal privato della sfera pubblica.

E' partendo da questo principio generale che occorre una politica dell'istruzione basata sullo sviluppo, la salvaguardia e la condivisione dei "beni comuni" rappresentati dalle conoscenze e dai saperi, perché in grado di condurre a uno sviluppo mondiale, solidale sul piano economico e sociale, democratico sul piano politico. Ciò darebbe priorità alla formazione di una generazione di cittadini/e con le competenze e le qualifiche richieste da nuove logiche: quelle dell'economia sociale, solidale, cooperativa. Darebbe infine importanza fondamentale alla cooperazione con le altre comunità, regioni e popoli del mondo, in modo da fermare la tendenza attuale di appropriazione privata delle conoscenze, per metterle invece al servizio della promozione di un welfare state mondiale che assicuri a tutti il diritto alla vita. Si tratterebbe anche di passare dall'economia della competizione a quella che vorrei chiamare economia della lentezza a cui corrisponderebbe sul piano educativo la ‘scuola della lentezza’, perché rispettosa dell'evoluzione e dei tempi di ogni ragazza e ragazzo.

2 - Reddito di cittadinanza e diritto alla conoscenza.

Se la dotazione di informazione e conoscenza costituisce - nelle società contemporanee - un fondamentale discrimine tra individui, classi e nazioni, va a sommarsi alla già iniqua distribuzione delle ricchezze. Il processo è circolare e cumulativo: maggiore ricchezza genera maggiori possibilità di accesso alla conoscenza, maggiore disponibilità di conoscenza accentua la distanza con le classi dei meno abbienti e degli esclusi; per converso coloro che sono emarginati - inizialmente per mancanza di mezzi - non riescono ad accedere a quei circuiti di apprendimento che consentono la formazione e la valorizzazione di quelle competenze indispensabili per uscire dallo stato dell'esclusione.

Queste considerazioni hanno conseguenze sul piano delle politiche propositive: la ridistribuzione della conoscenza implica necessariamente un'enorme ridistribuzione del reddito o tramite un sistema di istruzione pubblica superiore ed universitaria di alta qualità e a carattere gratuito; o tramite massicci trasferimenti di reddito per mettere tutti in condizione di accedere all'istruzione superiore qualificata. Soltanto in tal modo può essere possibile la meta dell’obbligo scolastico fino a 18 anni. Per lottare contro il capitalismo cognitivo, è necessario l'avvio di una radicale ridistribuzione non solo dei redditi ma anche delle conoscenze e delle opportunità di apprendimento. Tutte le scuole, tutte le università, tutti i luoghi di ricerca devono essere centri d'eccellenza, se si vuole avere attenzione strategica al grande tema della vita individuale e comunitaria, che è il solo modo per considerare ogni donna e ogni uomo, ogni studentessa e ogni studente, il solo e vero "centro d'eccellenza".

La regola autodistruttiva del calcolo finanziario e contabile, che ha dominato fino agli anni Trenta, governa oggi ogni aspetto della vita. E in questa ottica si distruggono le scuole, le università, i centri di ricerca se non danno dividendi. Questa logica considera negativo un principio di civiltà: il divario tra la formazione degli individui e le necessità contingenti del processo di produzione. Se c'è un diritto che l'istruzione pubblica deve garantire è l'eccedenza di individui acculturati e di conoscenze rispetto al fabbisogno del sistema delle imprese (Bascetta): i saperi come ricchezza sociale complessiva.

Non è una grande eresia chiedere una società della conoscenza per tutti/e, rifiutando una scuola generica, poco esigente e pur selettiva socialmente e puntando ad una connessione organica tra sviluppo personale ed evoluzione socio-politica. Trasformare il mondo e cambiare la vita sono due parole d'ordine che fanno tutt'uno. Dunque impegno profondo per cercare alternative all'ordine neoliberista, ma anche attenzione nuova alle liberazioni e alla difesa delle individualità.

Come operare la decolonizzazione dal privato della sfera pubblica

Si tratta di un’azione ad ampio raggio che deve investire sia i singoli sia i gruppi che le forze politiche ed il movimento: da una parte bilanciare – nelle varie scuole e università - le tendenze negative dell’attuale riforma con richieste continue di formazione più ampia e non funzionale, con corsi fatti fuori dalle aree cosiddette professionalizzanti (filosofia ad ingegneria, storia a medicina, ecc.), e rifiutando – in nome della proclamata autonomia – la logica dei tempi uniformi per i corsi più diversi (3+2+2).

Dall’altra parte per favorire l’obiettivo principale della decolonizzazione dal privato, si devono richiedere finanziamenti statali massicci a favore delle istituzioni formative statali, non solo a livello nazionale ma anche a livello territoriale. Non si tratta d’impedire accordi anche con enti locali e aziende (escludendo però il coinvolgimento nei settori militare e nucleare), ma si tratta del principio di non far perdere al sistema formativo il suo carattere di istituzione collettiva. Specialmente nei confronti del Comune e della Regione occorrono una molteplicità organizzata di pressioni e di azioni volte a recuperare la qualità della vita nella scuola, dalla manutenzione degli edifici all’attenzione ai problemi degli immigrati e dei portatori di handicap. In tale attività va incluso il recupero di quei servizi che sono stati esternalizzati, come il trasporto, le mense, le pulizie.

Va considerata chiusa o no l'ipotesi di fare di una scuola e di una università diverse il motore per uno sviluppo diverso? Riaprire questa discussione senza reticenze, significa rimettere in campo l'idea di andare a turbare il futuro di esclusione, considerando che, oltre al conflitto politico-economico, esiste quello politico-culturale. Oltre al cittadino-consumatore, c'è anche una specificità dell'individuo, una specificità della memoria, della storia, del corpo, che una laicità radicale deve rappresentare come cammino verso la libertà nella storia. Decisivo è perciò tornare a collegare formazione e futuro, nesso che va coniugato con laicità, uguaglianza, libertà.

 

 

DALLA CATENA ALLA RETE

Soggettività, controllo e potere nel lavoro che cambia

ENIO MINERVINI

 

 

"la riorganizzazione "umanizzante" del lavoro comporterà, se si spingerà oltre i gadgets psicologici promossi dai servizi di relazioni pubbliche delle imprese, una forma di autogestione estesa che entrerà in collisione con la gerarchia capitalista all’interno come all’esterno del mondo del lavoro."

(di Herbert Marcuse, "Un nouvel ordre" in Le Monde Diplomatique, luglio 1976)

"Il braccio di ferro non funziona. Non è possibile " costringerli" a fare qualcosa. Devono essere convinti che sono loro stessi a " volere" quel risultato. Perciò è necessario lavorare sulla cultura. L’idea è di educare le persone senza che se ne accorgano. Riuscire ad inculcare loro una certa religione senza che sappiano da che parte è arrivata!"

(dichiarazione di un manager di un’impresa ad alta tecnologia raccolta da Gideon Kunda, "L’ingegneria della cultura")

 

Negli ultimi anni, le televisioni di tutto il mondo sono state imperversate da un nuovo e –sembrerebbe – fortunato evento mediatico: Il Grande Fratello.

I protagonisti diretti dell’evento, una decina di uomini e di donne di giovane età, venivano introdotti in un’abitazione attrezzata (La Casa del Grande Fratello) in cui si trovavano per settimane (o anche per mesi) sotto lo sguardo incessante delle telecamere.

Chiunque, da casa tramite un televisore o, meglio ancora, tramite un PC e un modem, poteva scrutare 24 ore su 24, la vita degli abitanti della Casa, anche nei momenti più intimi.

Un’altra caratteristica dell’evento, era la possibilità del pubblico, di decidere l’esito del "gioco", votando per il partecipante che si voleva eliminare, sulla base di una designazione (nomination) effettuata dagli stessi abitanti della Casa.

Si stabiliva quindi una forma di controllo mista su ciascun partecipante, caratterizzata dalla compresenza di un controllo verticale attraverso l’occhio onnipresente delle telecamere che rimandava ad un decisore esterno (il pubblico), ed una forma di controllo orizzontale, reticolare, interno alla Casa, che intrecciava le relazioni di ognuno dei suoi abitanti, che si trovava ad essere contemporaneamente oggetto e soggetto del controllo, controllore e controllato.

Per quanto l’immagine possa sembrare forte ed esasperata, è probabilmente possibile affermare che quello del Grande Fratello, sia un modello che si sta affermando progressivamente come il modello del controllo nei luoghi di lavoro, nel nuovo paradigma produttivo post-taylorista.

La vecchia produzione taylorista era rappresentata da una doppia catena:

una catena orizzontale (la catena di montaggio) che collegava le varie fasi della produzione in una sequenza lineare orizzontale in cui ad ogni addetto alla produzione si richiedeva l’espletamento di un’unica operazione rigidamente codificata;

una catena verticale che scandiva l’essenza della disciplina gerarchica e che, attraverso vari e odiosi livelli intermedi, legava i lavoratori alla disciplina delle gerarchie aziendali, venendo in tal modo disciplinato, tra l’altro, il rispetto delle norme tecniche di produzione nell’esecuzione della prestazione lavorativa.

Nel nuovo paradigma, l’immagine della catena è assolutamente inadeguata ad offrire qualunque forma di rappresentazione per quanto generica e stilizzata, mentre si affaccia, prepotentemente, l’immagine della rete.

Il vecchio paradigma è andato in crisi sotto il peso di diversi e disomogenei fattori.

Se da un lato hanno contato fattori interni al capitale, quali – in sintesi estrema - lo choc petrolifero degli anni ’70, la saturazione del mercato dei principali beni di consumo del "trentennio glorioso" del fordismo-taylorismo, la caduta del tasso di redditività del capitale ecc., dall’altro non bisogna ignorare l’importanza della spinta esercitata dall’antagonismo operaio, e dalla ribellione contro la rigidità della gerarchia di fabbrica.

Il protagonismo operaio della fine degli anni ’60, ha avuto non solo un carattere quantitativo legato alla richiesta di forti miglioramenti salariali, ma anche un carattere qualitativo legato alla spinta verso il miglioramento delle condizioni di lavoro e verso l’alleggerimento del peso della gerarchia.

Ma c’è di più: dentro il movimento operaio, e al di là di esso, si è sviluppata una spinta a liberare i desideri, le aspirazioni, le capacità di relazione, di comunicazione, di cooperazione oltre le rigidità dell’organizzazione taylorista di fabbrica.

Lo stesso modello del lavoro salariato ha subito una pressione da un nuovo desiderio di autonomia.

Di fronte a queste spinte, si potrebbe dire - utilizzando una citazione di William Morris più volte ripresa da Hardt e Negri in "Impero" - che quello che nei decenni successivi è avvenuto, è che "ciò per cui i proletari hanno lottato si è realizzato malgrado la loro sconfitta".

Il fulcro del ragionamento che vorrei sviluppare è tutto nella parola malgrado.

Malgrado la sconfitta del movimento proletario degli anni ’60 e ’70, malgrado la sconfitta delle istanze di liberazione che innervavano quel movimento, malgrado la sconfitta del tentativo storico di rompere le catene che legano i lavoratori al capitale, malgrado tutto ciò, quelle catene sono state sostituite, il controllo datoriale sul lavoro ha aggiornato la propria configurazione, il lavoro salariato ha ridotto il suo peso – almeno nei Paesi più "avanzati" – cedendo una parte di tale peso al lavoro autonomo.

Tuttavia il fatto che questo processo sia avvenuto malgrado una sconfitta, comporta che le redini di questo salto di paradigma siano state tenute saldamente nelle mani delle imprese, delle direzioni aziendali, in una parola del capitale.

Ciononostante, è utile tentare un’analisi sintetica sulla natura reale delle trasformazioni occorse, prima di chiudere questo articolo con una breve rappresentazione dei possibili scenari futuri.

Subordinazione gerarchica e dipendenza economica

Il mio punto di interesse prioritario è quello di riflettere sul come, nel nuovo paradigma produttivo si strutturi la linea di comando all'interno dei luoghi della produzione.

Mi pare che l'assoggettamento ad un potere altrui, riferito al rapporto di lavoro, possa derivare da due circostanze differenti, o comunque possa caratterizzarsi in due forme differenti.

La prima potrebbe definirsi subordinazione gerarchica (o tecnico-funzionale) e fa riferimento al potere del datore di lavoro (o di persona da lui indicata) di prescrivere -in modo più o meno dettagliato- le modalità di esecuzione di una prestazione lavorativa esercitando il controllo sul rispetto di tali prescrizioni e il relativo potere sanzionatorio. Ovviamente in questo potere è compresa anche la fissazione dell'orario di lavoro.

La seconda si può definire come dipendenza economica e fa riferimento alla circostanza che il lavoratore/committente dipenda economicamente -per una parte essenziale- da un datore di lavoro.

Il primo concetto si è modellato sulle esigenze dell'organizzazione del lavoro dell'impresa industriale taylorista ed ha trovato una definizione giuridica non facile che però, all’interno del modello organizzativo in cui si è sviluppata, ha acquisito col tempo un buon grado di precisione e chiarezza.

Il secondo concetto, più attento rispetto al precedente, alla condizione di debolezza economica e sociale del lavoratore, è risultato tuttavia, difficilmente racchiudibile negli schemi del formalismo giuridico, e per tale ragione ha avuto scarso peso normativo, in diritto del lavoro, nei decenni fordisti – tayloristi.

Per la verità, tale peso appare tuttora scarso, anche se l'ultimo decennio ha visto diversi ordinamenti giuridici prendersi carico timidamente della c.d. dipendenza economica, prevedendo specifiche e limitate tutele: e il caso dei cosidetti "quasi salariati" in Germania, in Francia, e dei c.d. parasubordinati in Italia.

In ogni caso, tralasciando gli aspetti giuridici, mi pare interessante riflettere sul come, ciascuna di queste due forme di assoggettamento (subordinazione e dipendenza) al potere e alle decisioni altrui, si sia strutturata concretamente nelle relazioni di lavoro, e sul se e come, nel nuovo paradigma, il peso di ciascuna si sia modificato.

Incidentalmente mi pare appena necessario chiarire che le due forme di assoggettamento non si escludano a vicenda, potendo coesistere contemporaneamente.

Anzi, per essere più chiari, è utile anticipare che nella realtà concreta, nella maggioranza dei casi esse coesistono con peso differente e variabile a seconda delle circostanze.

Ma come cambiano la subordinazione gerarchica e la dipendenza economica nel nuovo paradigma?

Subordinazione gerarchica

Secondo molti, la subordinazione gerarchica avrebbe conosciuto negli ultimi decenni una tendenziale riduzione di peso, allentando la catena gerarchica e liberando il lavoro, rendendolo meno meccanico, meno monotono e più creativo, relazionale, vario.

Forse ciò non è falso, ma la realtà è a mio giudizio più complessa.

Innanzitutto non bisogna dimenticare l'inossidabile successo che continuano ad avere nei tanti sud del mondo, ma anche nei tanti sud italiani, i "sottoscala dello sviluppo", che altro non sono se non delle fetenti officine dove tra gli altri, bambine e bambini lavorano per alcune ditte subappaltatrici delle marche più prestigiose e stimate della produzione globale.

La realtà mi pare più complessa anche se si emerge da questi sottoscala (che comunque non sono affatto un residuo e anzi, sembrano la "faccia nascosta della luna" dello sviluppo capitalista) per osservare ciò che succede nei luoghi alti ed eleganti della produzione.

In questi luoghi, la subordinazione ha – in alcuni casi - effettivamente cambiato configurazione.

Le direzioni aziendali hanno scoperto che la cooperazione e la comunicazione orizzontale tra i lavoratori, possedevano potenziali di produttività che, se liberati dal peso della rigida disciplina gerarchica, potevano costituire una carta vincente nella competizione globale.

La prescrizione rigida e predefinita di ogni singola fase del processo produttivo è diventata – specie in alcuni settori – un ostacolo all’innovazione e alla qualità.

Gli organigrammi aziendali hanno potuto snellirsi di numerosi livelli intermedi adibiti al controllo verticale sui lavoratori, adibendo de facto tale funzione alla stessa integrazione reticolare dei lavoratori.

Il collante di tale operazione complessa è stato lo sviluppo di una cultura aziendalista sia all’interno delle imprese, sia all’interno della società.

L’Impresa ha consentito il dispiegarsi del potenziale creativo, comunicativo, cooperativo, relazionale e pluriforme dei lavoratori, a condizione che ciò avvenisse all’interno di uno schema di valori ideologici e culturali che fosse saldamente ancorato all’interesse delle imprese per il profitto.

E’ stata – e per molti versi è ancora - una partita cruciale per le trasformazioni in corso, in cui i mondi dell’industria della comunicazione, della produzione culturale, della riproduzione dei saperi (istruzione, formazione e ricerca) sono stati ampiamente mobilitati e hanno avuto un’importanza strategica cruciale.

L’immaginario collettivo fondato dall’egemonia dell’impresa sulla società ha costituito il rigido, opprimente ed invalicabile recinto all’interno del quale paradossalmente sono diventate possibili le libertà e le autonomie relative degli uomini e delle donne al lavoro.

Peraltro, nel momento stesso in cui queste autonomie sono diventate possibili, una volta liberate dal peso della gerarchia verticale, il lavoro ha straripato gli argini che, nel paradigma precedente erano rigidamente segnati dall’orario di lavoro, per inondare ogni aspetto della vita privata, sociale e relazionale.

Nel momento in cui il capitale ha consentito che la creatività dei lavoratori potesse essere vista come un’attività ad alto valore aggiunto, ha reso tale creatività un elemento obbligatorio, costantemente al servizio dell’impresa.

Le forme di autosfruttamento sempre più socialmente tipiche di tanta parte del mondo del lavoro (portarsi il lavoro a casa, la sera, la notte, nei weekend; occupare il proprio tempo libero per leggere libri, relazioni, documenti che possano essere utili al proprio lavoro; riflettere, fuori dagli orari "di ufficio" sulle decisioni da prendere, sulle soluzioni da trovare; essere costantemente reperibili mediante il telefono cellulare o la posta elettronica; "non staccare mai la spina"), costituiscono ad un tempo, il completamento ultimo di tale interiorizzazione della subordinazione, e la dimostrazione più chiara del suo funzionamento.

Il lavoro – e i meccanismi di controllo che gli sono connessi – è diventato biopolitico; un tempo ai lavoratori si chiedeva il loro sudore… oggi gli si chiede l’anima.

Il salto dal punto di vista qualitativo è talmente profondo che è impossibile dire quali delle due situazioni sia preferibile.

Il sudore e l’anima sono due "grandezze" incommensurabili.

Impossibile farne una comparazione oggettiva.

Dipendenza economica

L’imposizione subdola di una cultura e di un’ideologia egemonica (sintetizzata in maniera esemplare dalla seconda epigrafe con cui ho aperto questo articolo), strettamente legate all’interesse dell’Impresa, non è stata tuttavia l’unico strumento che ha consentito al capitale il salto di paradigma di cui si sta ragionando.

Il salto di paradigma è stato caratterizzato da un consistente e incessante assalto alle garanzie e alla sicurezza relativa del reddito dei lavoratori salariati.

Guardando un attimo al quadro italiano, è necessario rilevare come la vicenda terribile (per la violenza dell’attacco governativo) e appassionante (per la forza della resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori) della controriforma dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sia una tappa ulteriore di un percorso che negli ultimi anni ha visto l’erosione costante dei diritti dei lavoratori, in un processo i cui responsabili sono stati i governi della sinistra moderata quanto quelli della destra, i dirigenti dei sindacati dei lavoratori quanto quelli delle organizzazioni padronali.

L’esito – ancora provvisorio – di questa operazione è una forte dipendenza del reddito vitale dei lavoratori dalle vicende di un mercato sempre più selvaggio.

Tale dipendenza riguarda tanti lavoratori sottoposti a contratto di lavoro dipendente in forma atipica (contratto a termine, lavoro interinale, contratto formazione e lavoro ecc.), ma riguarda anche – e spesso di più – tanti lavoratori autonomi, che lavorano per un unico committente da cui finiscono per dipendere economicamente senza alcun tipo di tutela o di garanzia del reddito.

La dipendenza economica ha finito per rinforzare il collante ideologico di cui si è detto, agendo come arma di ricatto onnipresente, e contribuendo non solo all’aumento del senso di insicurezza del proprio lavoro, ma anche all’espropriazione della titolarità nella costruzione di uno statuto professionale.

Quest’ultima espropriazione – fonte di evidenti contraddizioni -è evidente soprattutto nel mondo del cosiddetto "lavoro autonomo dipendente".

Il punto di equilibrio

Giunti a questo punto, è possibile dire che, visto il problema dal lato del capitale, le ancore che stabilizzano il nuovo paradigma produttivo e ne evitano la "deriva", sono costituite da una forte ideologia di Impresa che ristruttura la gerarchia, il controllo e il potere in azienda, e da una crescente dipendenza economica che costituisce, in quanto arma di ricatto, il collante che chiude il cerchio da possibili fughe.

A seconda dei casi, e di una serie di fattori, il mix di subordinazione gerarchica e di dipendenza economica viene adattato alle circostanze intensificando o alleggerendo l’uno o l’altro.

La molteplicità di forme contrattuali con cui si lega un lavoratore subordinato o autonomo, ad un’impresa; la molteplicità delle modalità con cui si mobilizzano le donne e gli uomini al lavoro, non sono altro che le molteplici forme giuridiche che consentono le molteplici combinazioni tra questi due elementi fondamentali.

Se questo è il punto di equilibrio trovato dal capitale, non bisogna tuttavia pensare che tale punto di equilibrio sia stabile e inamovibile.

Anzi, a ben guardare, questa situazione è colma di contraddizioni.

La pretesa egemonica dell’ideologia di Impresa richiede nelle sue versioni più mature, l’invasione dell’azienda in tutti gli spazi della vita privata e sociale degli individui.

La liberazione della creatività del lavoro, fonte potenziale di ingenti guadagni di produttività, non è solo consentita, ma è addirittura pretesa, imposta in verticale dalle direzioni aziendali e in orizzontale dalla concorrenza e dal reciproco controllo reticolare dei lavoratori.

Ma, a ben guardare si tratta di una liberazione relativa e addirittura finta.

Tale creatività, per come è immaginata dalla cultura egemonica, trova il proprio senso, il proprio principio e il proprio fine, nell’interesse dell’Impresa. Il potenziale creativo, relazionale, comunicativo, cooperativo dei soggetti, deve dispiegarsi dentro un quadro di valori predefinito e preconfezionato dal potere manageriale.

Non è difficile accorgersi di quanto, in tal modo, tale creatività sia totalmente svilita.

Se il lavoro per l’azienda, l’azienda stessa, straripa nella vita delle donne e degli uomini, se la vita, con le sue passioni, con i suoi desideri diventa una variabile dipendente dall’interesse dell’azienda, la liberazione della creatività come fattore produttivo diventa un mero "gadget psicologico […] delle imprese" per riprendere il pezzo di Marcuse già citato in epigrafe.

Al contrario se questo potenziale continua ad essere incoraggiato e stimolato - e si presume che sarà così almeno nelle attività ad alta intensità di lavoro, dove forte è la presenza di lavoro immateriale – si potrebbero aprire possibilità di contraddizione talmente forti da poter rendere attuale la partita della rottura delle ancore che impediscono al capitale la propria deriva.

Ovviamente, bisogna rifuggire da ogni determinismo stupidamente ottimistico. Non siamo di fronte ad un processo che ci condurrà in un viaggio confortevole e lineare, verso la "terra promessa" della liberazione dallo sfruttamento capitalista.

Siamo piuttosto dentro uno spazio incerto, all’interno del quale si aprono delle possibilità di conflitto che bisognerà saper cogliere, e dove la maggior parte delle "partite" devono essere ancora giocate, sapendo comunque che non saranno mai giocate una volta per tutte, e dove la nostra volontà di liberazione e la nostra volontà di assumersene la responsabilità, saranno elementi determinanti.

Diversi sono i luoghi dove si dovranno giocare queste "partite": i luoghi della produzione, ovviamente, e quindi la fabbrica, gli uffici, i laboratori ecc.; essenziali saranno anche i luoghi della produzione dei saperi e della cultura, le scuole, le università, i centri di ricerca, ecc.; importanti e strategici saranno infine i luoghi della produzione della comunicazione e dell’informazione.

Tuttavia non bisogna dimenticare che il secondo elemento di collante del sistema, la seconda "ancora" utilizzata dal capitale, è il ricatto della dipendenza economica.

Questo tema ripropone la sfida per un reddito universale di cittadinanza.

Da un punto di vista strettamente economico si tratta di una proposta racchiudibile sinteticamente dentro lo schema del riformismo radicale.

Da un punto di vista diverso però, guardandola nel contesto delle occasioni di lotta che può liberare, questa proposta va oltre il riformismo.

La sua forza, è rappresentata, già in prima battuta, dalla sua capacità di rappresentare gli interessi materiali di soggetti diversi, ricomponendone l’estrema disgregazione prodotta dall’offensiva liberista.

I disoccupati, i sotto-occupati, i lavoratori salariati tradizionali, i lavoratori precari, flessibili, atipici, i lavoratori autonomi, possono trovare, in questa battaglia, un terreno di interesse comune.

Liberare ciascuno di questi soggetti dal ricatto aziendale di dover comunque portare a casa un livello di reddito adeguato al soddisfacimento dei bisogni vitali, può significare, in una specie di "effetto domino", la possibilità di fondare uno statuto professionale autonomo, determinato e costruito dal soggetto stesso e non dalla sua controparte datoriale.

Questo può aprire, a sua volta, la possibilità di liberare realmente il potenziale di creatività e di autonomia delle donne e degli uomini, diventando un’arma potentissima contro le gerarchie capitaliste.

 

L’autunno

E’ questo – secondo me – lo scenario in cui si dovranno inserire le lotte di questo autunno che è alle porte.

La difesa dell’articolo 18 è sicuramente una necessità irrinunciabile.

Ma altrettanto irrinunciabile è la capacità del movimento di andare oltre la lotta difensiva.

In occasione dello sciopero generale dello scorso aprile, si è parlato della necessità di generalizzare lo sciopero e le lotte a tutto il mondo del lavoro - nelle sue forme plurali- e del non-lavoro.

Quest’esigenza è ancora – secondo me – totalmente aperta.

Il compromesso fordista, modellato sul modello del lavoro salariato, era basato sullo scambio tra subordinazione e sicurezza.

Il lavoratore vendeva la propria libertà, la propria autonomia, subordinandosi all’impresa, ricevendone in cambio un posto di lavoro stabile che gli offriva una certa, relativa, sicurezza economica.

Per quanto la progressiva generalizzazione dell’insicurezza ci possano portare a vivere con nostalgia questo compromesso, è necessario ribadire che le lotte delle moltitudini dovranno rifiutare qualsiasi scambio fondato sulla rinuncia alla libertà.

In questo senso le lotte non potranno limitarsi a difendere un passato glorioso che, nella realtà, glorioso non è mai stato, ma dovranno saper colpire nei gangli vitali, biopolitici, dell’avversario.

E’ questo – a mio giudizio – l’unico livello di conflitto adeguato alla fase storica che stiamo vivendo.

 

 

Tecnica della formazione componibile:

studiare per crediti.

ANDREA BAGNI

 

Nel processo di riforma della scuola avviato in questi anni – sia in Berlinguer che in Bertagna-Moratti, malgrado poi le significative differenze – sembra aver operato un ragionamento di fondo: si sono assunte le trasformazioni della società e del lavoro nell’epoca del post fordismo come una sollecitazione alla riduzione della scuola e alla sua subordinazione al lavoro, anzi al mercato del lavoro e al mercato in generale. Per cui se le attività direttamene produttive si fanno sempre più flessibili segmentate precarie, allora sempre più simile ad esse deve farsi la formazione: breve, modularizzata, componibile come una cucina ai desideri del cliente. Privatizzata.

Nella società del rischio e dell’insicurezza, il sapere è diventato (anche per molta sinistra) "capitale conoscitivo" da acquistare individualmente e da spendere sul mercato del lavoro come opportunità di affermazione personale: patrimonio di competenze delle "risorse umane" nella competizione sociale; fattore di sicurezza e "ammortizzatore individuale" della precarizzazione della condizione sociale: l’unico considerato possibile, anche a costo di ridurre sapere e formazione a una sorta di variabile dipendente del collocamento e dell’occupabilità.

Una costruzione di conoscenza che ha carattere qualitativo e relazionale dalla scuola materna fino all’università (legato a contesti significativi e a un senso condiviso, al rapporto fra generazioni diverse che s’incontrano - e si scontrano - intorno a un progetto collettivo di vita), diventa un bene quantificabile, da tradurre in segmenti da certificare (perché già certificabili nella loro forma) in un libretto formativo che mette a valore tutta la propria vita, tradotta in crediti, ridotta ad una misura astratta e dunque economicamente riconoscibile. Astratta, impersonale, intercambiabile, proprio come la moderna prestazione di lavoro, povera precaria intermittente - per quanto paradossalmente da porre al centro della propria biografia. Un sapere subordinato e dipendente nella sua grammatica profonda, anche quando la prestazione si vorrebbe partecipativa e semi-autonoma. Perché poi il capitale oggi, almeno come tendenza, cerca la mente dell’operatore quanto e più delle sue mani. Ogni tanto cerca anche la sua "anima", le capacità relazionali che diventano cura delle relazioni col cliente, perfino l’affettività - in cambio offrendo appartenenza, a un’azienda o una "famiglia", magari territoriale.

Allora ecco l’autonomia scolastica ridotta ad organizzazione verticale, aziendalistica e insieme neofeudale (fondata su vincoli di fedeltà personale al signore dirigente); la diffusione di una mera sommatoria di progetti e progettini client oriented: come in un fast food del sapere, supermercato della formazione dove ogni famiglia è "autonoma" nel comprare il suo pacchetto di moduli integrati a piacere (compresa beninteso l’educazione ai valori d’appartenenza) – la scuola altrettanto nello stare sul mercato dell’offerta di micro saperi. E l’apprendimento scambiato dovrà essere oggettivamente misurabile, prestazionale, meccanicistico.

Però il pensiero unico della conoscenza come bene privato da acquistare in aziende-scuole tecnicamente organizzate per nuovi lavoratori-consumatori senza limite adattabili alla flessibilità della domanda, non è privo di crepe. Chiede alla formazione – anche universitaria – maggiore curvatura verso il lavoro e contemporaneamente informa che non esiste più il posto di lavoro sicuro, ma si dovrà abituarsi a cambiarne tanti nella vita – come fosse una festa della creatività sociale e non l’incubo della precarietà ricorrente.

E poi proprio la crisi della società del lavoro fisso dà senso (come mai prima d’oggi forse) a un sapere di base, critico e problematico, gratuito : formazione alla società, saltati i tradizionali canali della trasmissione sociale - diploma, lavoro, sindacato, partito, pensione - più che alle prestazioni professionali.

Più scuola (nell’epoca del sapere messo al lavoro), capace di ascolto delle diversità e di lentezza, più unitaria e di base (per non inseguire i nuovi "programmi" in continua evoluzione, irraggiungibili – ma esserne il sistema operativo, linux meglio di microsoft); una scuola per l’autonomia dei ragazzi e delle ragazze nel mare aperto della società esplosa e non per il loro banale adattamento, docilità della nuova forza lavoro agli imperativi categorici della flessibilità; fondata su valore d’uso del sapere e non sul suo (in crisi) valore di scambio.

A modo suo, peraltro, sembra ormai che il capitalismo tenda a mettere al lavoro le nostre teste e i nostri desideri, in un certo senso la nostra "soggettività", nel tentativo di ricondurla sotto il controllo gerarchico nelle forme del lavoro salariato e del consumo telecomandato.

Ma se il capitale diventa sempre più totalitario, pervasivo e colonizzante nelle nostre vite, allora molte sfere dell’esistenza diventano possibili luoghi di resistenza (consumi, stili di vita, sessualità, sensibilità, ricerca religiosa).

Per la scuola, l’università e la formazione potrebbe significare essere al centro di una battaglia culturale che è insieme politica ed economica: fare del sapere messo al lavoro dal capitale (sua ricchezza e sua fragilità, come possibilità culturale di esodo) un bene pubblico non disponibile, patrimonio collettivo e singolare di creatività, produzione di ricchezza non privatizzata.

C’è bisogno di fare della produzione e trasmissione delle conoscenze un bene comune universalmente accessibile, senza recinzioni o copyright; degli spazi in cui si costruiscono e si scambiano, luoghi pubblici riconosciuti nella loro specificità; territori liberati dal paradigma quantitativo ed economicistico delle conoscenze, spazi pubblici dove la società educhi se stessa e si riconosca come in sue istituzioni di autoformazione, reti di un mondo comune tessuto dalla molteplicità dei punti di vista: né colonizzato dalla domanda (familistica) di mercato, né ridotto a trasmissione burocratica di una pedagogia di stato, né polverizzato in territori dove ognuno si fa le sue scuole, del quartiere o della ditta.

Sensibili alle soglie

ANDREA BAGNI

 

C’è una sorta di dimensione di frontiera della scuola, uno stare sulla soglia fra sapere formalizzato e informale, connotato da una tradizione e sociale, nell’incontro fra generi generazioni storie, che costituisce il suo carattere pubblico (né statale burocratico, né privato familistico).

Da un lato come forma del sapere: costruito dentro relazioni, insieme comune e divergente, gratuito, disinteressato, di base; non finalizzato a fare tesoro di un "capitale conoscitivo" da spendere individualmente sul mercato, come unica sicurezza possibile. Per l’agorà e per l’autonomia delle biografie nel mare aperto della società, non per la docilità della nuova forza-lavoro postfordista.

Da un altro lato nella forma dell’esserci di adulti e adulte, ragazzi e ragazze. Del loro lavorare in un campo magnetico di ricerca comune, in una forma organizzativa e istituzionale che dovrebbe su questo modellarsi: sull’essere istituzione assolutamente atipica, contenitore di processi "umani", politici, viventi. Liberi.

Pubblico sarebbe proprio questo costruire il tessuto di un mondo comune, intorno e attraverso il sapere, a partire dal luogo in cui si è gettati. Questo sporgersi oltre. Vivere crisi e costruire ponti, traduzioni, linguaggi condivisi fra diversi.

Ma intorno ai concetti di pubblico e di statale si è discusso e si discute anche all’interno della sinistra. Non è chiaro che fine fanno gli stati nell’economia dominata da enti sovranazionali, e che possiamo farcene dello stato-nazione nella società attraversata dalla diversità delle etnie.

Una risposta radicale che è stata avanzata è quella che invita a dare per perduta la battaglia sulla scuola statale (ormai "integrata" al privato, burocratica e aziendalista) e affidarsi interamene alla società, cominciando a costruirci le nostre scuole, laiche, popolari, di quartiere: espressione finalmente di un’altra cultura. Nella mondializzazione che omologa tutti i territori e ne "liscia" la superficie abbattendo qualunque ostacolo – culturale politico giuridico - alla circolazione delle merci, conterà soprattutto organizzare e dare vita politica ad altri luoghi, istituzioni non dello stato né della collettività nazionale ("striature", enti e confini ormai solo immaginari) ma della società fluida in cui la moltitudine deve cominciare ad auto-organizzarsi. Della sua società. Istituzioni immanenti, direbbe Negri, del nuovo proletariato cognitivo postfordista, visto che nessuna trascendenza statale è più utilizzabile. Dunque accanto ad altri pezzi di società, anzi di non-società, di relazioni economiche individualizzate e mercificate, che farebbero le loro scuole. Magari integrate a quelle dello stato, ormai affini in tutto.

Ma mi domando se la scuola non potrebbe essere statale nel senso di essere istituzione collettiva garante di un territorio politico, di una repubblica (e cioè non appartenere a una nicchia, come modello di scuola fra gli altri, di quartiere come di azienda o di famiglia, quasi articolazione dell’offerta di mercato). La dimensione pubblica di questa scuola non risiederebbe nello statuto giuridico dell’ente gestore, come declinazione della nozione democratica di stato, ma rimanderebbe invece alla sua concreta qualità interna, alla forma delle sue pratiche: d’incontro, confronto, riconoscimento fra punti di vista diversi (la scuola statale avrebbe in un certo senso il compito di essere scuola pubblica); cioè terreno di autoeducazione della società nell’incontro con se stessa – ma garantito nella usa universalità per tutto il territorio della repubblica: sua striatura. Confine. Sottrazione alla globalizzazione neoliberista – come alle tentazioni di regime – dello spazio di una nuova polis.

Nella categoria di separazione è uno dei nodi: dovrebbe significare indisponibilità di beni comuni, relazionali e costitutivi della repubblica, alla mercificazione "democratica", orizzontale quanto omologante, del mercato. Ma in una nozione di collettività aperta alle migrazioni del sociale, ai soggetti nomadi, all’accoglienza delle diversità, agli attraversamenti. Qui sarebbe, appunto, il senso di frontiera, dello stare sul confine, del pubblico: non chiusura ma contaminazione, meticciati, traduzioni. In un certo senso la scuola della nuova società "liquida" (degli esseri umani già beni mobili nel senso del denaro – da renderli tali nel senso della libertà), non della liquidità né delle micro-società. Uno stato garante che definisce un luogo d’incontro e le sue forme, e poi "scompare"...

Forse si può dire che sarebbe, per la scuola, più che l’organizzazione statale di una entità collettiva già compiuta, l’organizzazione dei suoi luoghi comuni, nodi di transito e di relazione. Spazi pubblici di confronto, come ha scritto qualche anno fa Stefano Rodotà.

Insomma una sorta di istituzione costituzionale, per una sfera politica pubblica continuamente costituente; uno stato garante della autorganizzazione costituente della moltitudine – soggetto nuovo creato da quella liberazione-mercificazione universale del mercato mondiale; altrettanto senza confini, orizzontale, "democratica" del capitale globale. Ma cooperativa - e dunque democratica in tutt’altro senso. Comunità senza comunitarismi appartenenze esclusioni.

Infine quanto c’entra con questa discussione su pubblico e statale la questione del sapere? Dei contenuti dei programmi dei curricoli?

Il timore di alcuni è che affidare la scuola, le pratiche concrete della scuola pubblica, per intero alla società, porti a polverizzare l’identità culturale del paese attraverso regionalismi o localismi vari, dipendenza dal territorio economico e dalle sue risorse. Il rischio tutt’altro che infondato è che ognuno si faccia la sua scuola, con i suoi soldi, i suoi contenuti e i sui programmi.

Ma dentro quella nozione di pubblico – mondo comune in costruzione fra diversi/e, sapere di polis, stazioni educative di frontiera – si può pensare anche una proposta culturale coerente. Non "enclosures" privatizzate di sapere, né coltivazione di "enclaves" e neppure la trasmissione di un patrimonio nazionale già definito centralmente cui assimilare e assimilarsi, bensì un’agenda di lavoro comune, di questioni, sapere e forme della ricerca. Che cosa studiare come e perché. Una tradizione che si misura con le nuove domande della nuova generazione (dalle problematiche ambientaliste e biotecnologiche alla diffusione della conoscenza tecnico-scientifica; dalla centralità del linguaggio e della comunicazione all’apprendimento delle capacità di decodificazione e destrutturazione dei messaggi, alla pratica artistica; dalla soggettività giovanile oggetto del desiderio di controllo e sfruttamento economico, alla pratica di relazioni libere e non autoritarie: autorevoli, condivise per quanto asimmetriche).

Anche qui statale sarebbe garanzia di uno spazio, di un laboratorio culturale di ricerca e confronto. Ma collettivo, e in una continua ridefinizione del collettivo. Confronto, ben inteso, fra identità diverse però in dialogo e anche in conflitto; non un lavoro intorno a neutre conoscenze strumentali che lascino la vita personale fuori, sempre altrove, insieme alle passioni, magari asservite poi al totalitarismo della nuova economia postfordista (che mette al lavoro ormai le abilità più "intime", e perfino affettive, della mano-mente d’opera). Uno spazio allora non polverizzato e non burocratico, in grado di contenere le diversità e le domande senza negarle o esserne solo contenitore.

Una forma civile e politica d’incontro dei desideri di generi e generazioni diverse, di culture e appartenenze in transito. Di radici e fronde.