Intervista

Dall’università ai concorsi scolastici

Paolo Chiappe

Una riflessione a caldo sui concorsi a cattedre. Ma anche materiali per conoscere le metamorfosi del lavoro, con due profili emblematici di intellettuali "flessibili"

Sia Antonella1 che Alessandro2 nel 2000 hanno passato con esiti molto positivi le prove dei concorsi a cattedre (più d’uno a testa in contemporanea) ma al momento attuale non si sa se questo gli servirà a ottenere un posto stabile nella scuola. Lo sapranno in primavera.

Avreste preferito passare attraverso il nuovo sistema universitario, la riforma del "tre più due" senza tesi di laurea nel primo triennio, o pensate che nel vostro percorso ci sia stato comunque qualche elemento di dignità culturale da salvaguardare?

Alessandro: La vera riforma necessaria forse sarebbe quella di sostenere e valorizzare lo sforzo costoso in tutti i sensi che uno fa per acquisire delle competenze, evitando che accada come a noi che, dopo tutto questo lavoro di ricerca, per il concorso a cattedre ci siamo sentiti richiedere delle "competenze aggiuntive" completamente aliene, per esempio una montagna di "sapere" amministrativo e burocratico addirittura relativo a norme ancora in divenire. E di cui gli esaminatori erano più all’oscuro di noi, infatti non si sono azzardati a fare domande di tipo né didattico né amministrativo.

Potreste dire qualcosa sul dottorato, visto che avete fatto o state facendo questa esperienza?

Antonella: Io ho avuto il posto al dottorato perché sono subentrata a una vincitrice rinunciataria, dopo due anni di tentativi in tutta Italia dove sapevo spesso già in partenza chi era il vincitore designato. Il concorso per il dottorato è solo un paravento. Lo si sa fin dall’inizio, ma uno non ci vuole mai credere fino in fondo o spera che ci sia una "smagliatura" attraverso cui passare, come c’è stata nel mio caso.

Alessandro: A me è successa quasi esattamente la stessa cosa. E comunque devo dire è proprio bello essere pagato per studiare, di sicuro me ne ricorderò con molta nostalgia.

Antonella: Anche per me il dottorato è stato un periodo molto bello e un’esperienza formativa, di studio e di ricerca.Il problema è quello dell’assenza di sbocchi lavorativi a livello universitario, che ripropone la questione delle modalità di reclutamento all’interno dell’università, dove tende a prevalere’ una logica di tipo medievale, basata sui criteri della fedeltà e della famiglia, in questo senso molto simile ad una logica mafiosa.E con le nuove regole concorsuali sarà ancora peggio, non si potrà avere proprio nulla, all’università, senza essere inclusi in anticipo in un gruppo, una famiglia accademica.

E cosa avete fatto per vivere in questi sette o dieci anni dalla fine del lavoro sulla tesi?

Antonella: Io ho fatto editing, traduzioni, ricerche, bibliografie, lezioni private, lavoretti vari. Per fortuna pago un affitto molto basso, altrimenti non ce la farei a vivere con i prezzi che ci sono a Firenze.

Alessandro: Io ho fatto lezioni private, lavori con contratti a termine con case editrici per correzioni di bozze e affini, per tre anni ho avuto un posto di segreteria scientifica (e non) nell’istituto universitario di urbanistica.

Mi sembra di capire che nei vostri lavori precari ha prevalso il trattamento di testi. Suppongo che avete dovuto farvi delle competenze tecniche a questo scopo?

Antonella: Sì, e lo abbiamo fatto da soli.

Quindi in tutti questi anni voi vi siete formati delle competenze in campi vari e diversi anche se interconnessi, e vi siete dati da fare tantissimo, siete stati industriosi e flessibili. Mi pare che non si possa dire che è colpa vostra se non avete un lavoro da laureati colti e polivalenti quali siete. Probabilmente in un altro paese voi avreste trovato da parecchio tempo qualche cosa di almeno decente da fare.

Ora però vorrei parlare proprio della vostra esperienza di preparazione ai concorsi a cattedre per la scuola.

Alessandro: C’è una differenza enorme tra come si studia all’università e come si studia per un concorso del genere. Questi concorsi della scuola hanno programmi enciclopedici, ad amplissimo raggio, ad esempio della storia della filosofia dalle origini ai giorni nostri con una quantità di specificazioni molto tecniche, come la "conoscenza della più aggiornata bibliografia in merito". In pratica chiedono la memorizzazione di una quantità di nozioni manualistiche, mortificando quello che si è fatto finora.

Antonella: È proprio così. Per l’esame orale di filosofia veniva anche richiesto di portare dieci testi, e lì uno avrebbe potuto mostrare le proprie capacità di analisi, di critica. In realtà, almeno questa è stata la mia esperienza, all’esame di filosofia i testi non sono stati minimamente presi in considerazione, per cui mi sarebbe stato più utile, ai fini pratici, avere studiato esclusivamente sui manuali. Ho fatto tre concorsi (filosofia, pedagogia, italiano) e li ho vinti tutti e tre ma se devo dire la verità non ho capito ancora che tipo di studio venga realmente richiesto. Uno studio approfondito non sembra comunque indispensabile. Forse studiarsi a memoria il Bignami sarebbe la cosa più efficace, perché l’esame di filosofia e storia è nozionistico, a quiz addirittura, aspettavano una risposta prefabbricata in dieci secondi. A filosofia mi hanno fatto questa domanda: "Spinoza: sostanza, Fichte?" (bisognava rispondere: Fichte = io).

Questa domanda fa parte di una "tradizione scolastica" condivisa?

Alessandro: È uno schema, come quando si dice "dialettica in Hegel" uguale tesi-antitesi-sintesi. Sono etichette, pillole di sapere che sicuramente vengono anche dalla tradizione scolastica italiana. Non tutti hanno avuto un insegnante di filosofia come il mio che non faceva uso di manuali

Antonella: So solo che a scuola il mio professore non faceva domande del genere né io le farei ai miei studenti.

La caratteristica dei concorsi a cattedre (come anche dell’esame di stato finale delle medie superiori dove ci sono membri esterni) è anche che si incontrano due sconosciuti, l’esaminatore e l’esaminando, e il campo delle competenze e conoscenze da esaminare non è chiaramente delimitato, o è addirittura tendenzialmente illimitato, e questo spiega si ricorra alla ciambella di salvataggio della "tradizione scolastica".

Alessandro: A me è stata fatta anche una domanda su un testo che portavo all’esame, ma sempre con uno stile da "rischiatutto" e con scarsa aderenza alle caratteristiche di quel testo.

È vero che la forma di questo esame mette in difficoltà non solo l’esaminato ma anche l’esaminatore. Con un programma tendenzialmente illimitato è difficile costruire anzi improvvisare sempre domande pertinenti e per di più non generiche e non nozionistiche. Anche l’esaminatore più esperto non può avere sempre presenti tutti i libri, mentre l’architettura burocratico-enciclopedica del concorso presuppone che questo sia possibile.

Alessandro: Vorrei ricordare poi che alla prova scritta molti, almeno il settanta per cento, copiavano, puramente e semplicemente.

Antonella: Peraltro le tracce di filosofia e storia erano orribili, per l’impostazione tradizionale e per la sintassi con cui erano formulate e anche discutibili come contenuto. Decisamente migliori le prove scritte del concorso di italiano.

Alessandro: Inoltre le tracce di filosofia pretendevano sintesi amplissime e non seguivano affatto quel criterio minimo di buon senso che si usa per esempio nelle prove di accesso al dottorato, che consiste nello stimolare il candidato a scrivere essenzialmente sulle cose che conosce meglio, onde evitare se non altro di dire sciocchezze. Era il tripudio del generalismo e della superficialità.

Ne deduco che quando avete visto di essere stati valutati positivamente avete cominciato a preoccuparvi..ma qui forse è il caso di affrontare uno dei nodi del problema concorsi, quello dei criteri di valutazione.

Alessandro: Vista la quantità di gente che ha partecipato ai concorsi e la miseria delle risorse messe a disposizione degli esaminatori, pagati pochissimo e sottoposti a una sollecitazione incredibile da parte del ministero perché si spicciassero a emettere presto i giudizi, con questa pletora immensa di manoscritti da leggere, le valutazioni devono essere state per forza altamente frettolose e arbitrarie, dietro la facciata dell’imparzialità. E’ una mia idea ma mi è stata anche confermata da alcuni discorsi fatti da un esaminatore a margine delle prove. Commissari che devono smaltire cinquanta temi in una mattinata ricorrono, credo, ai criteri di selezione più variopinti che si possano immaginare. Dalla grafìa all’impressione data dalla prima frase a qualche frego che permette, per disperazione, di far annullare un elaborato.

Antonella A me risulta che la grafìa è stata un criterio dirimente. Il secondo la punteggiatura e l’ortografìa, secondo quello che mi ha detto un commissario alla fine degli orali. Sostenevano poi di aver usato delle "griglie" oggettive per la valutazione.

Le famose griglie di valutazione oggettiva, obbligatorie per legge ormai a tutti i livelli scolastici, ma che spesso vengono semplicemente riempite di punteggi a posteriori per adattarle al voto sintetico complessivo già espresso…

Antonella: Ma la cosa più impressionante ai concorsi è stata la percentuale di falcidiati. A Livorno abbiamo partecipato alla prova scritta di filosofia e storia in millecinquecento, siamo stati ammessi agli orali in ottanta e lì ci sono state ulteriori bocciature.

Alessandro: La percentuale di risultati negativi agli orali è stata insomma del novantadue per cento.

Antonella: Questa gigantesca selezione si può interpretare solo come una cosa totalmente aprioristica, stabilita sulla base dei posti disponibili. Se corrispondesse alla realtà del livello culturale dei candidati dovrebbero dimettersi tutti quelli che gli hanno insegnato negli ultimi vent’anni, dalle elementari all’università.

Mi pare però che formalmente niente vietasse alle commissioni di dare tutte le idoneità o le abilitazioni che volevano.

Antonella: In realtà i criteri sono stati estremamente soggettivi, differenti da commissione a commissione.

Alessandro: Mi risulta che da nessuna parte almeno nel centro nord hanno superato gli scritti più dell’otto- dodici per cento dei candidati.

In questo modo le commissioni si sono liberate di gran parte del lavoro dell’orale.

Alessandro: Un commissario di Livorno in vena di confidenze, dopo la mia prova orale, mi ha detto che in realtà la pressione per selezionare veniva proprio dal ministero.

Antonella: A Lucca la commissione di italiano ha ammesso un numero maggiore di candidati all’orale e, guarda caso, per quella materia ci sono più posti disponibili.

Alessandro: E, sempre guarda caso, ora a tutti questi bocciati del concorso per abilitarsi non rimane che cercare di entrare nei nuovi corsi biennali postlaurea per insegnanti secondari. Che costano cari per un disoccupato, due milioni e mezzo l’anno. E a cui si rivolgono anche persone sui trentacinque anni in mancanza d’altro.

Antonella:E che si possono frequentare solo a patto di abbandonare ogni altro tipo di attività lavorativa, se uno ce l’ha.

Per trovarsi, dicono, in buona parte dei casi di fronte a una mera ripetizione di corsi universitari, a studi senza una identità definita, né scientifica né didattica.

Alessandro: Ma che sono una manna per le casse "autonomizzate" dell’università.

Insomma avete fatto l’esperienza di passare da una sorta di "turris eburnea" come l’università…

Antonella: L’università per me è un posto dove c’è stato il ’68 ma non c’è stato il 1789…

Di passare, dicevo, da un luogo ancora abbastanza protetto dalle ristrutturazioni moderne, dove tutto si basa sulle relazioni personali e le cooptazioni, ma almeno un argomento di ricerca, un libro sono qualcosa di ben chiaro e definito, a un ambiente con il difetto opposto, un’istituzione di massa in cui le procedure amministrative sono abbastanza indifferenti ai contenuti culturali e al valore scientifico delle persone. Ma oltre alla massificazione delle prove, all’arbitrarietà e alla frettolosità dei criteri di valutazione dei concorsi scolastici, avete avuto sentore anche di qualche cosa di più sporco, di qualche favoritismo personale che confermi gli scandali pubblicati dai giornali l’estate scorsa?

Alessandro: Non mi risulta.

Antonella: Non risulta nemmeno a me.

Che cosa farete professionalmente se non vi riesce di entrare nella scuola?

Antonella: Non lo so cosa farò ma so che della precarietà non ne posso più, della flessibilità non ne posso più.

Alessandro: Nemmeno io lo so anche se per il momento faccio il dottorato e lavoro per una ditta di computer americana.

Cerca di goderti questo tempo perché se entri nella scuola scoprirai di avere molto poco tempo per la ricerca, anzi anche soltanto per la lettura distesa e tranquilla.

Antonella: Come del resto quando ti trovi a fare qualche lavoretto intellettuale precario a scadenza sempre ravvicinatissima per il padroncino di turno.

 

NOTE

  1. Antonella Brillante (1964) si è laureata nel 1990 con una tesi di filosofia politica sui problemi sollevati dalla guerra e dalla deterrenza nucleare. Ha fatto il dottorato di ricerca dal 1992 al 1996 studiando le opere di Eric Voegelin. Per i suoi studi universitari ha approfondito la conoscenza della lingua inglese e di quella tedesca.
  2. Alessandro Paoli (1963) ha studiato molto il tedesco negli anni universitari per potersi specializzare in filosofia. Infatti poi si è laureato nel 1993 con una tesi sulla "teoria della modernità" in Juergen Habermas. Attualmente frequenta il corso di dottorato a Pisa e si specializza su Spinoza. Per lui l’esperienza della tesi è stata quella di lavorare in solitudine per tre anni buoni (compresa l’interruzione del servizio militare), per la sua ricerca ha trascorso anche un periodo in Germania dove ha preso contatto con Habermas. Come spesso succede o succedeva finora nelle facoltà universitarie italiane, dopo un corso quadriennale in cui non gli è mai stato chiesto di scrivere nulla si è visto improvvisamente affidare un lavoro di grande ampiezza e con ambizioni di originalità scientifica. Nulla di simile nelle altre università europee se non nei veri e propri corsi di dottorato.