Libertà a scuola per i kurdi

Francesca Capelli

"Noi crediamo che tra i diritti dell’uomo ci sia anche quello di studiare nella propria lingua madre, oltre a poterla usare liberamente per comunicare. Invece, il governo turco ci nega questo diritto". Sono le parole di Mehmet Kutlu, presidente del sindacato degli insegnanti di Urfa, città del Kurdistan turco, molto vicino al confine siriano. In Turchia vivono quasi 13 milioni di kurdi, pari al 27 per cento della popolazione. Geograficamente il Kurdistan turco corrisponde all’Anatolia orientale, con città come Urfa, Diyarbakir, Mardin e Van, ma oltre quattro milioni di kurdi – scappati dai villaggi distrutti dall’esercito – si sono riversati nelle grandi metropoli: Istambul, Adana e Marsin.

Gli altri 17 milioni sono divisi tra Iran, Iraq ed ex Unione sovietica. A cui si aggiunge oltre un milione di profughi e rifugiati, in Europa e in America settentrionale. Un popolo smembrato, che tuttavia non rinuncia a richieste di autonomia e di identità culturale. Tra cui, appunto, la libertà di usare la propria lingua e di poter tramandare ai giovani le proprie tradizioni e la propria cultura. Una richiesta banale? Non proprio. Almeno non in Turchia, il paese dove la deputata Leyla Zana è da anni in prigione per aver pronunciato in Parlamento un discorso in kurdo.

"A scuola gli insegnanti possono rivolgersi agli alunni solo in turco, altrimenti rischiano l’arresto", continua Mehmet Kutlu. "I bambini kurdi arrivano in prima elementare, a 7 anni, senza sapere una parola di turco. Siedono a loro posti, terrorizzati. Non capiscono che cosa succede e molti di loro se la fanno addosso dalla paura".

Una situazione insostenibile per gli stessi insegnanti, come testimoniano le parole di un maestro elementare. "Io sono kurdo, parlo e comprendo il kurdo, perché questa è la mia lingua madre. Potrei usarla per farmi capire dai miei alunni, ma non posso, rischierei di essere arrestato", ammette sconsolato. "Così non sono in grado di aiutare i bambini, per i quali la scuola diventa un incubo. E lo è anche per me: da piccolo ho vissuto lo stesso trauma e ora sono costretto a farlo subire ai miei allievi. Senza volere, sono diventato uno strumento di oppressione del governo".

Una situazione che riguarda anche la comunità araba, una minoranza piuttosto corposa nelle città di confine con la Siria. Neppure i bambini arabi parlano il turco e a scuola vivono gli stessi problemi dei kurdi.

Nei mesi scorsi, migliaia di studenti universitari kurdi in tutta la Turchia hanno firmato una petizione per chiedere il diritto per tutti di studiare nella propria lingua madre. Le firme sono state presentate ai vari rettori, che le hanno a loro volta consegnate alla polizia. Centinaia di ragazzi (i responsabili locali dell’iniziativa) sono ora sotto processo e oltre 40 mila rischiano l’espulsione dall’università. Che si tradurrebbero in un’ulteriore ostacolo alla nascita di una classe dirigente kurda.

I problemi della scuola turca sono anche strutturali e vanno ben oltre la questione kurda. Le classi degli istituti pubblici sono composte anche di 75-100 studenti, le cui famiglie devono contribuire ogni mese alle spese di luce e acqua. Biblioteche e laboratori sono inesistenti. "Libri e uniforme sono obbligatori ma a carico delle famiglie", dice Mehmet Kutlu. "Chi non li ha non è ammesso in classe".

Agli insegnanti, in quanto "pubblici ufficiali" non è concesso il diritto di sciopero, né possono essere iscritti a un partito. Chi appartiene al sindacato subisce intimidazioni e arresti con motivi pretestuosi. "I processi finiscono di solito con l’assoluzione" dice Kutlu, "ma noi insegnanti rischiamo di essere trasferiti ‘al confino’, in città lontane, magari sul Mar Nero o alla frontiera con la Grecia, dove la situazione per noi kurdi è ancora più difficile".

Lo stipendio è di 300 dollari al mese e la legge sulla maternità penalizza le donne (il 25 per cento del totale degli insegnanti), che hanno diritto ad appena due settimane di permesso prima della data presunta per il parto e altrettante dopo.

A tutto questo si aggiungono problemi "locali", diversi regione per regione. A Urfa, dove ancora esiste un sistema sociale feudale, è molto comume il drop out delle studentesse dopo la scuola primaria. In molti casi lasciano la scuola per sposarsi. Ma molte di loro non possono continuare gli studi perché la legge turca vieta alle studentesse e alle insegnanti di coprirsi il capo negli edifici scolastici e universitari, in nome della lotta al fondamentalismo islamico e della laicità dello Stato, sbandierata dal governo di Ankara sullo scenario della politica estera. Provvedimenti che in realtà penalizzano le donne di famiglie tradizionaliste nel loro diritto allo studio, ostacolando ulteriormente il loro cammine per l’uguaglianza e le parti opportunità.

Nella capitale e nelle grandi città, le condizioni peggiori sono quelle dei bambini profughi, provenienti da villaggi kurdi distrutti dall’esercito (quasi 3500 insediamenti dati alle fiamme, secondo i dati ufficiali, oltre 4000 secondo le stime delle organizzazioni umanitarie). Nella sola Istambul, negli anni scorsi, si sono riversati oltre un milione e mezzo di profughi. "Appena arrivati nella capitale si stabiliscono da parenti, lavorando in modo saltuario", dice Sefika Gurbuz, responsabile della sede di Istambul di Goç-der (associazione di sostegno ai profughi). "I figli per tre-quattro anni non hanno la possibilità di frequentare la scuola. Poi si rifiutano di tornarci, perché sarebbero più grandi dei loro compagni di classe e si sentirebbero derisi ed emarginati".

Francesca Capelli

 

Per ulteriori informazioni sulla questione kurda, telefonare all’Ufficio di informazione kurda di Roma (tel. 06/42013576, chiedendo di Francesca Gianfelici) o consultare il sito www.kurdistan.it/index1.html