Philippe Meirieu, I compiti a casa. Genitori, figli, insegnanti: a ciascuno il suo ruolo, trad. it. di Luisa Cortese, Feltrinelli, Milano 2003, pp.120, € 6,00

Giuseppe Panella

Il lavoro scolastico a casa dei figli sembra essere diventato, per i genitori e gli insegnanti di ogni scuola di ordine e grado, il problema capitale della formazione scolastica e questo rischia di presentarsi come un problema molto grave (o almeno sembrare tale agli occhi delle persone interessate).

Per questo motivo, Philippe Meirieu1 nell’Introduzione al suo ultimo libro prorompe in una filippica assolutamente ben motivata:

"Negli istituti superiori francesi è stato ufficialmente introdotto il "sostegno personalizzato", mentre su sollecitazione degli organismi territoriali è stato varato il cosiddetto "sostegno ai compiti". Numerose associazioni hanno inoltre avviato iniziative in questo campo per offrire agli alunni un aiuto allo studio svolto a casa. Del resto vediamo aumentare ogni giorno il numero di istituti privati per il "recupero degli anni scolastici" e assistiamo a un incredibile moltiplicarsi di pubblicazioni parascolastiche destinate agli alunni e ai loro genitori: Come fare un tema alle elementari, Come aiutare vostro figlio a leggere a due anni e così via. Gli scaffali delle librerie rigurgitano di questi libretti al punto che a volte ci si chiede cosa resti da fare agli insegnanti. Ma, al di là di tali fenomeni congiunturali, una realtà resta tuttora attuale: l’investimento profuso dai genitori nella scolarità dei propri figli, l’interesse per i loro studi e le strategie adottate per aiutarli nel lavoro quotidiano come nella scelta di opzioni e percorsi continuano a essere determinanti ai fini del successo scolastico. Tale situazione è, al tempo stesso, del tutto legittima e assolutamente insopportabile" (p. 7).

Se, per Meirieu, la volontà di permettere ai propri figli di avere successo nella vita (e di evitare di sprofondare in una condizione di subalternità economica e culturale nell’ambito della propria sfera sociale) è legittima, la soluzione da lui proposta per ottenerlo non sono né le scuole private (ridotte per pochi privilegiati anche se totalmente disinteressati allo studio) né l’abbandono precoce in nome di una qualificazione immediata nel mondo del lavoro.

Meirieu suggerisce (ad alta voce) di tornare alle scuole pubbliche e al lavoro in classe. Consiglia di continuare sulla strada di una scolarità protratta e intensificata, differendo fino a quando non sarà assolutamente necessario la scelta professionale decisiva. Per il pedagogista francese appare inaccettabile che i genitori debbano (e si sentano in dovere di) surrogare la scuola perché la funzione di essa gli appare inutile, insufficiente, incompetente rispetto alle necessità dei loro figli. Per questo scrive ancora:

"Se i comportamenti familiari che mirano a favorire il successo scolastico dei figli sono perfettamente legittimi, ciò non toglie che, da un punto di vista collettivo e rispetto alla giustizia sociale, essi risultino assolutamente inaccettabili. Infatti, in democrazia, gli interessi individuali hanno una legittimità propria e non devono essere screditati a priori: è compito dello stato organizzare il perseguimento dell’interesse generale, in modo che questo non si riduca alla somma di interessi individuali in concorrenza tra loro. Spetta dunque alla scuola cambiare le proprie pratiche onde abolire, per quanto possibile, le differenze di investimento familiare nel successo scolastico" (p. 9).

La tesi di Meirieu è semplice: dato che socialmente esiste un piano di ineguaglianza dal punto di vista delle risorse familiari riguardo il successo scolastico, è necessario che la scuola eviti di rafforzarlo permettendo a tutti gli studenti di accedere allo stesso livello di aiuto e di assistenza.

In buona sostanza, i compiti a casa vanno fatti a scuola! O, meglio, la scuola dovrebbe occuparsi di riparare al "danno sociale" frutto dalla sperequazione economica che in essa regna comunque sovrana. Ovviamente questo – lo scrive lo stesso Meirieu poche righe dopo – non accadrà mai. E allora cosa fare? Tutto il libro è dedicato al tentativo di spiegare ai genitori come evitare che "i compiti a casa" (e che si dovrebbero fare a scuola) diventino un tormento per genitori, figli e gli altri testimoni del dramma che si consuma quando il lavoro a casa si presenta difficile o troppo impegnativo.

I compiti a casa di Philippe Meirieu è un libro divertente, ben scritto, che si legge bene e con gusto.

Forse è un libro che serve a poco se lo si considera un manuale o un ricettario per genitori che sono disperati perché i loro figli non vogliono studiare: nonostante sia diventato in un anno un best-seller di successo anche in Italia, dubito che sia servito a migliorare il rendimento scolastico di qualche studente svogliato o (come sembra che sia più politicamente corretto dire) demotivato.

Ma è sicuramente un libro importante per la sue prese di posizione ragionate ed equanimi e, soprattutto, perché in esso il "liberismo scolastico" ormai in voga in Europa viene messo sotto accusa e descritto per quello che è: un tentativo di distruggere la scuola come momento alto (e spesso l’unico per molti studenti) di formazione culturale e sociale e di sostituirlo con forme più tranquillizzanti di indottrinamento mediatico.

 

NOTA

1. Philippe Meirieu era già stato pubblicato in traduzione italiana da La Nuova Italia nel 1987 (Lavoro di gruppo e apprendimenti individuali) e da Cappelli nel 1990 (Imparare…Ma come?). Non si tratta, quindi, di un autore nuovo alle tematiche di quest’ultimo libro.