Le lezioni dell’inchiesta p.i.s.a.

Pino Patroncini (Cgil scuola)

Grande risalto è stato dato nei giorni scorsi dalla stampa al convegno della Fondazione Treelle (Long Life Learning, vicina alla famiglia Agnelli) che ha rimesso il dito nella piaga dei risultati conseguiti dalla scuola italiana nell’inchiesta dell’OCSE nota con l’acronimo P.I.S.A..

In verità i risultati dell’inchiesta, che ha messo a confronto un campione di alunni quindicenni di 32 paesi, risalgono all’autunno scorso. La scuola italiana non ci fa una bella figura: se economicamente siamo la settima o ottava potenza mondiale in campo scolastico ci attestiamo intorno al ventesimo posto. Ma la cosa non aveva destato particolare interesse in Italia.

Diversamente era andata in Germania, paese che sorprendentemente ha prodotto risultati peggiori di quelli italiani. Lì alla pubblicazione dei risultati erano esplose violente polemiche e il dito era stato puntato sulla rigida dualità del sistema scolastico tedesco, che a 11 anni separa gli alunni in base ai risultati ( e, inevitabilmente, al censo) indirizzandoli o all’istruzione liceale o a quella professionale.

Ma in autunno il nostro Ministero dell’Istruzione era impegnato a proporre qualcosa di simile al modello tedesco per i cosiddetti Stati generali della scuola italiana e questo forse spiega la sordina posta ai risultati del P.I.S.A..

In realtà dall’inchiesta non sono solo l’Italia e la Germania a uscirne male. E’ in sofferenza un po’ tutta la scuola europea e anche americana. La parte del leone, meglio sarebbe dire della tigre, la fanno gli asiatici: Giappone, Corea, Singapore ecc.. Fa eccezione la Finlandia, prima nei risultati relativi a lettura e comprensione dei testi. E subito il nostro ministro non si è lasciato sfuggire l’occasione. "Faremo anche noi come il paese nordico" ha detto.(Tuttoscuola newsletter)

Se non che la Finlandia ha un sistema caratterizzato da un’assenza di canalizzazione fino si 16 anni di età. Anzi prevede un obbligo scolastico dai 7 ai 16 anni organizzato un unico ciclo comprensivo di elementare e media. Cioè un sistema simile a quello previsto dalla riforma di Berlinguer che il nuovo ministro, appena arrivato al governo, si è affrettato a bloccare.

Ma tra i grafici del P.I.S.A. ce ne è uno che finora ha avuto poca attenzione. E’ quello che mette in relazione il rendimento scolastico degli alunni con lo status sociale delle famiglie. Il grafico è caratterizzato da un fascio di rette quasi tutte parallele, grosso modo inclinate a 45 gradi rispetto agli assi cartesiani. Il che indica che il rendimento scolastico cresce uniformemente col crescere del reddito della famiglia di provenienza.

L’Italia costituisce un’eccezione perché forma non una linea retta ma una curva che partendo dall’interno del fascio piega verso destra e taglia trasversalmente le rette che indicano il rendimento di altri paesi. Si può così capire che sui redditi bassi la scuola italiana dà un rendimento migliore di Germania e Stati Uniti e quasi pari alla Francia e alla media OCSE. Sui redditi medi inizia a discostarsi dalla media OCSE, è più o meno pari agli Stati Uniti e migliore della Germania. Sui redditi alti piega decisamente ed esce dal fascio.

La scuola italiana quindi sembra funzionare meglio in relazione ai bisogni di uno status sociale medio basso che a quelli di uno status medio alto. Ha dunque un valore compensativo.

C’è un altro paese che ha lo stesso andamento: il Giappone, il quale forma la stessa curva, però una cinquantina di "tacche" più in alto, corrispondenti a una superiorità di rendimento pari al 10%.

Quando si sente parlare tanto di eccellenza e di licei per un verso e di canalizzazione e formazione professionale per l’altro si ha l’impressione che l’intenzione sia quella di raddrizzare questa curva, mentre probabilmente occorre invece spostarla tutta insieme di una cinquantina di "tacche" più in alto.

PINO PATRONCINI Cgil Scuola