Un bilancio della politica scolastica del governo.

Sei mesi per destrutturare il Sistema Nazionale della Pubblica Istruzione

La sostanziale inconcludenza degli Stati Generali della scuola, frettolosamente spostati nella capitale, e le contraddittorie direttive sulla data delle iscrizioni alle prime classi, concludono un semestre di gestione fallimentare del Ministero dell’Istruzione: non si è prodotta efficienza nell’esistente, non è stato avanzato un progetto di riforma credibile.

I provvedimenti dei primi cento giorni e le novità introdotte con la finanziaria sono stati destabilizzanti: dalla riduzione ulteriore delle risorse destinate alla scuola, già scarse e mal distribuite, alla equiparazione delle scuole private alle statali. Si rinnega la funzione istituzionale della scuola pubblica procedendo allo smantellamento di quello che la ministra ha bollato come il "monopolio statale" dell’istruzione.

Con il progetto d’introdurre un codice deontologico calato dall’alto e preponendo alla sua definizione un membro influente della gerarchia cattolica, si attenta alla libertà d’insegnamento e alla laicità della scuola pubblica.

Con la destrutturazione degli Organi collegiali, prevista nella proposta legislativa per il loro riordino, insieme con la mancata opposizione ai progetti governativi di piena regionalizzazione dell'istruzione, da un lato si mina alla radice il carattere nazionale della Pubblica istruzione, dall’altro si affida la gestione del quotidiano scolastico a dirigenti separati dal corpo docente sempre più deresponsabilizzato e demotivato.

Con il progetto Bertagna, infine, si ridisegna il sistema formativo dividendo nettamente il percorso dell’istruzione da quelli della formazione e imponendo una scelta precoce. Per di più nell’Istruzione sono ridotti il numero e i contenuti culturali delle discipline obbligatorie nonché i tempi loro destinati, quelli delle facoltative sono resi aleatori o offerti a pagamento; nella Formazione, nettamente subordinata agli interessi del sistema produttivo, sono lasciati, di fatto, all’iniziativa locale e regionale.

I ritocchi al progetto, prevedibili per le forti reazioni suscitate e già del resto anticipati alla vigilia dell’apertura degli Stati generali in una seconda versione del documento originario, non fugano le preoccupazioni per l’obiettivo che si prefigge: cancellare le conquiste democratiche del sistema scolastico italiano.

È sconfessato nei fatti, nonostante le tante parole scritte per negarlo, il principio che l’istruzione scolastica, generalizzata e uguale per tutti, serve alla formazione dello spirito critico, fattore essenziale dell’educazione dei giovani ad essere cittadini responsabili, consumatori consapevoli e produttori coscienti del loro diritto dovere di partecipare alla creazione della ricchezza collettiva e non solo venditori di forza lavoro. E’ abolito l’obbligo scolastico, vagamente ridotto a diritto/dovere ad acquisire una qualifica, previsto nella Costituzione come il segno del patto di solidarietà tra società e nuove generazioni e l’indice del valore dell’istruzione e della scuola.

Contro questa politica della maggioranza governativa, ampia e continua è stata la mobilitazione degli operatori scolastici, degli studenti, dei genitori e delle forze sociali, culminata nelle autogestioni e nella manifestazione romana contro gli Stati generali. In questa occasione si è anche manifestata una disponibilità delle loro organizzazioni, che in diverso modo si oppongono all’attuale governo, a superare le differenze e le divergenze che le dividono nella scelta delle forme di tale opposizione e a ricercare spazi d’azione comune per la riaffermazione della funzione istituzionale della scuola pubblica e il rilancio della sua qualità.

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