Il pretesto del crocifisso e il ritorno della destra tradizionalista.

Pino Patroncini

 

E’ incredibile come dietro la vicenda del crocifisso oltre al rigurgito di tradizionalismo, perché altro non è quello a cui stiamo assistendo, l’opportunismo l’abbia fatta da padrone. E’ evidente che la questione è spinosa e il terreno è scivoloso anche per la sinistra, soprattutto dopo la pacificazione con la Chiesa cattolica, ai tempi della guerra in Iraq. Ma è anche evidente che c’è una destra, cattolica e, soprattutto, non cattolica, che sta soffiando su questo fuoco nel momento in cui le grandi questioni materiali mettono in difficoltà i partiti politici della maggioranza. Per capire il perché è illuminante l’inchiesta nelle fila degli elettori di Alleanza nazionale che alcuni giorni fa il quotidiano La Repubblica ha pubblicato. I risultati sono persino sorprendenti. La base è "sindacalizzata", difende l’art.18 e lo stato sociale, è persino pacifista, e quindi abbastanza sensibile alle sirene della sinistra e di quella che sembra esserne diventato il nerbo organizzato, la Cgil. Addirittura sulla proposta di voto agli immigrati avanzata da Fini, il dissenso è solo di poco maggioritario (48% contro 46%). Dove le distanze da sinistra si marcano in modo abissale è proprio sugli elementi culturali, di costume, di religione, sulla tolleranza, sui comportamenti sessuali, sull’ordine pubblico.

E’ evidente perciò che il terreno può essere fertile per le culture di destra. Ma se è comprensibile che sul terreno della religione, a cui sono legati valori e sensibilità, ci si muova con cautela, non è però comprensibile che per questo si dimentichino gli elementi istituzionali che, proprio per evitare la radicalizzazione dello scontro tra fondamentalismi di ogni tipo, sono messi a salvaguardia del vivere civile. E tra questi elementi ci sono le leggi. Se ne può dimenticare l’uomo della strada, al quale non gliene può fregare di meno di una legge che intralcia i suoi interessi, la sua mentalità, le sue convinzioni. Ed è un po’ quello sta succedendo in questi giorni ad Ofena, e fa parte della logica dei movimenti di protesta. E’ già diverso se fanno finta di non conoscerla parlamentari, sindaci e assessori che in questo momento non hanno trovato di meglio che cavalcare il "movimento" (Sì! Anche la destra cavalca il "movimento" quando è l’ora, e con meno riguardi della sinistra!). E’ diverso se se ne dimentica un Ministro dell’Istruzione tanto lesto ad incaricare l’Avvocatura dello stato a fare ricorso in questo caso quanto non lo era stato quando le sentenze sconvolgevano le graduatorie del personale precario. E anche "più in alto" la legge non dovrebbe scomparire di fronte al timore di urtare la sensibilità popolare. Meno male che ci sono ancora magistrati che hanno il coraggio di applicarla la legge, nonostante insulti e ispezioni da parte di Ministri della Repubblica. Perché, cosa che sembra dimenticata da tutti, la legge c’è. E’ non è stata fatta solo dallo Stato, ma anche dalla Chiesa cattolica.

"Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione di stato" questo è scritto nelle modifiche al Concordato siglate nel 1984 dal Mons. Casaroli per conto del Vaticano (pontefice era già Giovanni Paolo II) e dall’allora Presidente del Consiglio, quel Bettino Craxi che il nostro attuale Presidente del Consiglio non perde l’occasione di compiangere. Questa norma pattizia, che, per la particolare costituzione dello stato italiano in merito, ha valore di legge, ha ispirato, oltre a una precedente sentenza della Cassazione, il giudice Montanaro che sul ricorso di un genitore islamico ha ordinato la rimozione dei crocifissi dalle due classi frequentate dalle figlie.

La cosa è talmente risaputa che la stessa curia vescovile dell’Aquila ha proposto di appendere nella classe insieme al crocifisso un simbolo islamico. Che è proprio quello che aveva chiesto alcune settimane fa il genitore stesso, accontentato per iniziativa del docente solo per alcuni giorni. Il fatto diede luogo però a sdegnate interpellanze parlamentari leghiste, trasmesse anche in tv. E quanti hanno potuto vedere la trasmissione di quel "question time" hanno potuto anche ascoltare le affermazioni di quel parlamentare leghista che minacciava i docenti di assimilare il loro "permissivismo" al fiancheggiamento del terrorismo fondamentalista.

Insomma il rigurgito di tradizionalismo, perché è di ciò che si tratta, non di religione intesa nel senso alto dei valori morali (molti di quelli i che oggi difendono i crocifissi con tanto ardore sbeffeggiavano fino a poco tempo fa il pacifismo cattolico definendolo "da anime belle" e non risparmiavano neppure il Pontefice), è iniziato ben prima dell’ordinanza. Non c’entra niente né con la legge dello Stato italiano né con la Chiesa né con la scuola. E lo sta a dimostrare la pronta strumentalizzazione che il fatto ha avuto da parte di certi esponenti politici nazionali, sindaci e amministratori locali che (con un codazzo di movimenti politici che vanno dagli skinheads neonazisti di Forza Nuova ai leghisti che tra la Padania e gli abruzzesi vorrebbero alzare un muro) si sono subito lanciati in una gara tra chi acquista più crocifissi e chi ne affigge di più.

Insomma, premesso che non si fronteggia il fondamentalismo islamico col tradizionalismo, sorge il fondato sospetto che mentre si grida al furto del crocifisso, si nascondano ben altre cose che vengono oggi sottratte alla nostra scuola e, tra queste, anche lo spirito di accoglienza.