Insegnanti impoveriti

COSIMO SCARINZI

Gli insegnanti sono più poveri all’incirca come sono più poveri i lavoratori dipendenti. Questa realtà inizia ad essere senso comune.

È un dato che le retribuzioni medie del personale di ruolo si sono metodicamente ridotte. Ma se si vuole comprendere quale sia la situazione effettiva degli insegnanti è centrale mettere in relazione due elementi: il reddito effettivo e la percezione individuale e di gruppo della propria collocazione sociale

Mentre ragionavo sul reddito degli insegnanti, mi è capitato di leggere una breve ma interessante lettera pubblicata su La Repubblica del 27: "Insegnante di 54 anni, 23 anni di anzianità. Mi domandavo: sarò diventato anch’io più povero? La risposta mi è arrivata in un modo curioso. Terminata una visita dall’urologo, ho domandato quale fosse il suo onorario. La risposta, molto cortese, è stata la seguente: "Sarebbe 90 euro, ma facciamo 60 considerato che fa l’insegnante." È evidente che oltre nelle finanze sto diventando povero anche nella considerazione sociale". Assumendo che il fatto descritto sia effettivamente avvenuto, a mio avviso il buon urologo non è stato affatto cortese, se non nella forma, visto che avrebbe potuto fare lo sconto di 30 euro senza segnalare al collega il suo giudizio nel merito della sua collocazione sociale. Non posso, infatti, fare a meno di pensare cosa avrebbe detto a un lavoratore interinale o, per restare alla scuola, a un collaboratore scolastico (le faccio la visita gratuitamente? le faccio uno sconto di 60 euro?).

Pure una lettera del genere pone bene la questione del reddito degli insegnanti proprio perché mette in relazione due elementi, a mio avviso, connessi: il reddito effettivo e la considerazione sociale.

 

Mediocrità del reddito e considerazione sociale

Non intendo affatto sostenere, sarebbe un’evidente sciocchezza, che l’andamento delle retribuzioni non sia dato statistico e che non abbia una sua dolorosa rilevanza oggettiva, ma che la percezione individuale e di gruppo della propria collocazione sociale è centrale se si vuole comprendere quale sia la situazione effettiva degli insegnanti e quali sono le forme di azione individuale e collettiva che si sviluppano in relazione a questa situazione. Può essere utile fare una brevissima ricostruzione dell’andamento delle retribuzioni:

L’effetto di questa dinamica è assolutamente evidente, le retribuzioni medie del personale di ruolo si sono metodicamente ridotte in assoluto.

Se calcoliamo, poi, che una quota crescente della categoria è costituita da precari e che i precari sono collocati alla scalino retributivo più basso, ne consegue che le retribuzioni sono calate in proporzione maggiore rispetto a quanto percepiamo valutando gli stipendi di colleghi come quello che ha scritto la lettera.

Se, proseguendo nella nostra riflessione, intrecciamo l’andamento delle retribuzioni dirette con quello delle pensioni, che sempre retribuzione sono, verifichiamo un impoverimento ancora più consistente soprattutto se guardiamo ai prossimi anni quando l’acquisto di una apensione integrativa sarà non una scelta ma una necessità per un numero crescente di colleghi.

Infine, se poniamo in relazione l’andamento delle retribuzioni con quello del Prodotto Nazionale Lordo, scopriamo che l’impoverimento relativo è assai maggiore rispetto a quello assoluto e che è assolutamente ragionevole assumere una riduzione del nostro reddito, nell’ultimo quindicennio, di oltre il 20%.

È però mia opinione che l’impoverimento degli insegnanti non si discosta di molto da quello della media del lavoro dipendente, in generale, e da quello dei pubblici dipendenti, in particolare. Se vi è una dinamica negativa superiore alla media generale, riguarda le pensioni visto che i dipendenti pubblici avevano un trattamento di miglior favore che viene, rapidamente, liquidato.

In estrema sintesi, gli insegnanti sono più poveri all’incirca come sono più poveri i lavoratori dipendenti e questa realtà, parlo per esperienza personale, inizia ad essere senso comune tanto è vero che mi capita assai più raramente che in passato di trovare il somaro che spiega che va male agli insegnanti perché va bene ai metalmeccanici e inizia a divenire decisamente più raro persino il fine analista che spiega che va bene ai ferrovieri.

 

Dinamica negativa

Senza alcuna pretesa di scientificità mi spingo a ipotizzare che vi è una consapevolezza diffusa del fatto che le nostre retribuzioni non si sono ridotte a causa di una persecuzione mirata e selettiva da parte dei diversi governi ma, più banalmente, perché va peggio al lavoro dipendente.

Da questo punto di vista, la maggior chiarezza di idee mi sembra caratterizzare le colleghe della scuola materna ed elementare che per origine e condizione familiare hanno più frequenti rapporti con lavoratori dipendenti di altri comparti ma ritengo sia diffusa anche nella scuola secondaria.

Eppure la lettera che ho citato mi sembra permettere una percezione del problema non puramente quantitativa.

Sia l’urologo che l’insegnante sono laureati, per quel che conta, sono "professionisti", appartengono, si può supporre al medesimo ambiente sociale.

La mediocrità del reddito dell’insegnante appare, quindi, nella sua dimensione non statica ma dinamica. Il carattere specifico dell’arruolamento degli insegnanti nel multiforme esercito dei "nuovi poveri" sta proprio nella presa d’atto che un segmento sociale tradizionalmente protetto viene lambito, e a volte più che lambito, da un degrado del reddito e dello status sociale, al quale altri settori sociali sono, si può dire così, già abituati e meglio addestrati.

Di questa nuova percezione sono stato anch’io testimone quando una simpatica giornalista de La Stampa mi ha telefonato perché stava facendo un’inchiesta, appunto, sui nuovi poveri e cercava testimonianze sulle difficoltà materiali degli insegnanti. Ne è sortita un’intervista alla mia compagna che ha spiegato all’intervistatrice che conduciamo una vita modesta ma dignitosa, che andiamo assai raramente al ristorante ecc.

Questa situazione ci pone, inoltre, di fronte alla verifica della vanità di una serie di discorsi che in categoria hanno pure avuto qualche successo.

Basta pensare all’illusione, sulla quale la Gilda degli Insegnanti ha costruito la sua effimera fortuna, che sarebbe stato possibile salvarsi dalla sorte comune mediante la fuoriuscita della categoria dalla contrattazione del pubblico impiego. Sono consapevole del fatto che solo parte di una categoria di laureati avrebbe potuto credere sul serio che forti aumenti retributivi per oltre ottocentomila lavoratori si sarebbero potuti ottenere mediante un escamotage giuridico e che sarebbe bastato consultare un buon ragioniere per lasciar cadere queste fantasie ma questa speranza si è diffusa e, per qualche tempo ha funzionato.

 

Comportamenti di identità

D’altro canto, sia il governo precedente che l’attuale si sono lasciati andare a promesse mirabolanti (le retribuzioni europee) che hanno serenamente lasciato perdere quando si è giunti al dunque.

A questo punto, vale la pena di domandarsi come la nuova situazione economica si sta traducendo in comportamenti ed in identità.

Su Italia Oggi, un giornale non sospetto di orientamenti sovversivi, di martedì 2 marzo è apparso un articolo dal titolo "Sui cicli la lotta si fa operaia": "Striscioni e riunioni di istituto contro la riforma. Striscioni e slogan contro la riforma Moratti, mozioni di dissenso e protesta introdotte nell'ordine del giorno o nelle discussioni dei consigli di istituto.

Queste le forme di mobilitazione che trasversalmente interessano docenti e gruppi di genitori, rendono in questo periodo alcune scuole simili ad altri luoghi di lavoro nei momenti di forti tensioni e di lotta sindacale. Metodi di lotta sperimentati e utilizzati nelle rivendicazioni dei lavoratori, nel tempo di occupazione del luogo di lavoro, come mezzo di lotta dura e frontale contro il datore di lavoro. Forme di protesta di questo genere sono state praticate [...] nelle stesse scuole secondarie superiori durante le occupazioni annuali, scandite da tempi precisi (ricorrenti) e da slogan contro pericoli più immaginari che reali. [...] Le attuali forme di dissenso si svolgono secondo modalità nuove, per quanto concerne i protagonisti (coinvolgimento degli utenti del pubblico servizio) e alcuni strumenti (delibere o mozioni di organi pubblici). […]".

Naturalmente che la lotta degli insegnanti si faccia "operaia" è più una frase ad effetto che un’effettiva realtà sociale ma coglie un possibile, interessante, rovesciamento in senso progressivo di una dinamica che, in mancanza di una mobilitazione collettiva, non può che continuare a produrre quella triste guerra di tutti contro tutti che caratterizza attualmente la spartizione degli spiccioli che costituiscono il salario accessorio.