Istruzione professionale alle regioni, un esempio di "segregazione"

Pino Patroncini (cgil scuola)

 

Ero in Spagna alcune settimane fa a un congresso degli insegnanti della Ugt, la vecchia e gloriosa confederazione socialista dei tempi della guerra civile. Il giorno prima i vertici della Ugt e delle Comisiones Obreras, l'altro grande sindacato spagnolo, nato nella clandestinità, avevano indetto insieme per il 20 giugno lo sciopero generale. Lì il casus belli non è l'art.18, bensì la legge sul sussidio di disoccupazione, che il governo Aznar vorrebbe restringere proprio nel paese dove si registra il più alto tasso di disoccupazione dell'Unione Europea. E uno sciopero generale che fa cadere un mito: quello di una destra ragionevole, che dialoga con i sindacati. La destra di Aznar, insomma.

Nondimeno era chiaro dalle parole pronunciate dal segretario confederale alla chiusura del congresso che se Aznar ha potuto illuderci che esistesse questa destra ragionevole, gli spagnoli al contrario non hanno mai avuto dubbi su Berlusconi: l'accusa ad Aznar era appunto quella di essersi convertito ad una politica "berlusconiana" ( sic! in spagnolo tale e quale all'italiano!).

Ma la cosa più interessante, trattandosi di un congresso di lavoratori della scuola, era che per indicare la politica scolastica della destra, si ricorreva a un termine che purtroppo rischia di diventare familiare anche a noi in Italia: la "segregaciòn".

Già, la segregazione! Segregazione tra chi è più bravo e meno bravo, tra chi ha più cultura (e continuerà ad averla) e chi ne ha meno, che poi, guarda caso, finisce sempre con la segregazione tra chi è più ricco e meno ricco. In Spagna l'idea è questa: al termine del primo anno di scuola media ( che lì è quadriennale e obbligatoria per tutti comunque fino a 16 anni), gli alunni in base ai risultati scolastici vengono indirizzati a tre diversi percorsi che portano tre sbocchi diversi: l'istruzione liceale, che in Spagna si chiama "bachillerato", la formazione professionale o il lavoro. I sindacati hanno denominato questo progetto "itinerarios basura", percorsi immondizia.

Sono idee che anche da noi si sono sentite a più riprese, ma che finora non hanno avuto molta fortuna. Se non che a spizzichi e bocconi si cerca di mandarle avanti anche da noi. Si muove in quest'ottica l'idea di trasferire l'istruzione professionale alle regioni facendone un corpo separato dal resto della scuola secondaria. E proprio ieri a Milano, mentore il Ministro Moratti, officiante il Governatore regionale Formigoni, si è deciso di violare pubblicamente la legge tuttora in vigore che fa obbligo di frequentare la scuola fino a 15 anni, consentendo in via sperimentale a mille studenti lombardi di assolvere l'obbligo non nella scuola, ancorché professionale, ma nella formazione professionale, che scuola propriamente non è. D'altronde la legge delega sulla riforma prevede di fatto l'arretramento dell'obbligo scolastico a 14 anni ( ed è la prima volta nella storia d'Italia che l'obbligo scolastico arretra!) sostituito da un non meglio precisato obbligo formativo dove lo studente si confonde con l'apprendista.

E queste spinte non si limitano solo all'Italia e alla Spagna. In Gran Bretagna, dove già non si distingue molto tra scuola e formazione professionale, i ministri di Blair hanno promesso finanziamenti alle scuole "medie" che avvieranno corsi di avviamento professionale. E' uno stile tipicamente britannico quello di fare le riforme non attraverso leggi e progetti, ma mediante gli incentivi materiali!

Anche in Francia, dove per altro gli ultimi due anni della scuola media sono già distinti in indirizzo generale e indirizzo tecnologico, si parla di costruire un sistema più articolato a partire già dal secondo anno. Ma, almeno finché era ministro il socialista Jack Lang, l'ipotesi prevalente era quella di lasciare libere le scuole di articolare i gruppi di livello senza creare canalizzazioni predeterminate. Il che è tanto più sorprendente se si pensa che la Francia ha un sistema scolastico totalmente centralistico, preordinato, che quasi nulla lascia all'autonomia delle singole scuole.

Ma qui sta il punto: per affrontare i diversi bisogni formativi è proprio necessario distinguere tra grandi filoni scolastici oppure occorre modulare una risposta personalizzata? In altre parole: i sistemi con rigide differenziazioni e canalizzazioni rispondono più ai bisogni formativi degli alunni, o, come è stato in Italia in un passato non molto remoto, servono solo a costituire la scuola in un anacronistico sistema castale, perfino inadeguato ai rapidi mutamenti sociali? Un sistema di educazioni differenziate emancipa le persone o le condanna alla ripetizione dei ruoli?

Quando si sente il Ministro Moratti parlare, come ha fatto ieri a Milano, di educazione personalizzata, intendendo con ciò la formazione professionale, si ha l'impressione che abbia in mente non le persone, ma la classe sociale a cui appartengono e a cui inesorabilmente sono destinate ad appartenere.

Don Milani, il cui nome stato scomodato spesso, a torto o a ragione, in questi giorni, diceva che la scuola per essere di tutti deve essere un po' di ciascuno. Non diceva: a ciascuno la sua scuola!