Passami il sale

 

MARIA ANTONIETTA SELVAGGIO

 

Per i temi che tratta e approfondisce in questo singolare romanzo-testimonianza. la lettura richiama alla mente, alcuni libri precedenti di Clara Sereni, in particolare Casalinghitudine (1987) e Il gioco dei regni (1993). L’argomento è quello molto complesso dell’identità femminile alle prese con la tensione irrisolta tra pubblico e privato, della soggettività lacerata tra vita affettivo-familiare-interiore-materna e ruolo politico-istituzionale. Ad essere focalizzato e descritto in chiave diaristica è il rapporto dilemmatico delle donne con la politica, intesa come luogo governato da regole e princìpi rigidamente commisurati al maschile. Alle donne ― inutile nasconderselo ― si offrono due possibilitΰ: l’inclusione per via di omologazione o la conferma dell’esclusione. Tutto sommato è questa la conclusione cui si giunge leggendo la cronaca implacabilmente lucida (nonché incurante di ciò che potrebbe apparire scontato o prevedibile) dell’esperienza amministrativa che ha visto l’autrice ricoprire la carica di assessora e vicesindaco, inizialmente quale fiore all’occhiello ― lei cosμ impegnata in un’associazione di famiglie di disabili ― di una giunta progressista, disponibile a integrare risorse della societΰ civile. Un’esperienza che si rivela costosissima in termini di energie, di spazi e tempi negati alla cura di sé e degli altri e di tentativi di conciliare l’inconciliabile: l’inesorabile ritualità del potere con l’esigenza autentica di fare le cose, di "cambiare un pezzetto di mondo". La sua attività, il modo imprevisto e differente d’interpretarla e praticarla finiscono presto sotto processo. "I compagni non capiscono…" ― si sente ripetere dall’alto dirigente di partito, il quale non esita a chiarire: “tu continui a occuparti di cazzate […] le donne in Giunta, la Banca del tempo, le erbe dei prati…” (p. 226). Cosμ crolla il sogno fatto di idee, desideri, progetti, volontà, ma anche di tanto disagio e dei mille sforzi di adeguamento destinati a uno scacco quasi completo: "Non posso accettare che amministrare significhi più che altro questo passare carte di cui capisco poco e controllo ancora meno… Non è per questo che ho scelto di rivoluzionarmi la vita. E poi c’è l’idea di provare a mantenermi donna anche in questo mestiere nuovo…" (p. 109); "devo decidermi a capire che qui non si discute di opportunità, né di competenze, né tantomeno di passione: in gioco c’è il potere, quella cosa su cui ho sempre trovato poco elegante ragionare" (p. 36); "…sono oggetto di critiche perché troppo poco mi ammanto di autorità" (p. 103); "… quanto ho patito i suoi (del padre, ndr) impegni, la politica, il Partito che sempre lo portavano via. Tanti anni fa, ho scelto di volermi diversa: riuscirò a conservarla, la mia diversità?" (p. 79). Eppure, nell’accettare l’incarico, Clara Seremi aveva posto condizioni, espresso dubbi, avanzato richieste, dichiarandosi anche "del tutto inaffidabile dal punto di vista della disciplina di partito" (p. 22). Ma con troppo ottimismo, dimenticando le incompatibilità reali, il fatto che "il mestiere che stavo per cominciare non avrebbe più lasciato spazio né alla scrittura, né al cibo, né alle poche cose buone della mia vita. Anche pensare sarebbe diventato raro: con la presunzione di prendermi cura di una città, il rischio grande che correvo era l’incapacità di prendermi cura persino di me" (p. 34).

E dal cibo, metafora dell’intero racconto, proviene il titolo — Passami il sale — a voler indicare, al fondo dell’esperienza, un’assenza di sapore che si avverte più acuta in un tempo in cui "Non è rimasta più neanche una tradizione che autorizzi a indignarsi, che aiuti a dire: non mi piace" (p. 256).

Clara Sereni, Passami il sale, Rizzoli, Milano 2002, pp. 265, euro 16,00