Una strada c'è, è la politica dell'esserci

1. Dall'orrore delle torri newyorchesi è iniziato un orrendo "tempo di guerra". Il tempo in cui o si è con qualcuno o con qualcun altro, o per o contro, o vendicatori dell'occidente o complici del terrorismo. Rischiano di scomparire gli spazi di democrazia, i luoghi della parola e del confronto, delle mediazioni e degli incontri. Ma per noi, uomini e donne dell'autoriforma gentile della scuola, è invece proprio adesso fondamentale mantenere, riprodurre e moltiplicare i luoghi delle parole dei contatti degli incontri. E non per avere nicchie in cui sopravvivere, resistendo alla tempesta infinita, facendo passare la nottata. Ma spazi di relazioni, spazi per il pensiero intimo e divergente, per far circolare esperienze storie e comunicazioni vitali: il territorio della politica e della polis. Siamo insomma nel tempo della crisi e insieme del bisogno di politica e democrazia, che nel suo senso migliore vuol dire esserci in prima persona e non abdicare a dire quel poco o quel tanto di vero che si sa dire.

Peraltro se qualcosa ha dimostrato il mostruoso attentato di Washington e New York, è che non c'è salvezza negli scudi e nelle armi: se anche la più super delle super potenze è vulnerabile nel suo cuore "umano" e perfino militare, allora forse non c'è difesa armata possibile da chi mette in gioco per dare morte la propria vita, e vive come tutti accanto a tutti il mondo aperto della globalizzazione (nella fase non della "fine della storia", com'era stato detto, bensì della geografia, come abolizione delle distanze nel tempo zero dei collegamenti e della comunicazione). Il grande villaggio, fabbrica di assemblaggi del postmoderno, l'ha portato in seno e forse perfino finanziato quell'altro mondo, nemico, invisibile che semina morte, che attraversa gli stati nazione e che rischia oggi di produrre un nuovo tipo di guerra civile. Ma ora che anche quest’altra guerra è cominciata e colpisce come da 20 anni a questa parte quasi esclusivamente civili inermi, un altro sentimento collettivo si sta facendo strada: nelle coscienze individuali diventa ogni giorno più insostenibile il peso dei costi del tenore di vita di noi occidentali in termini di povertà di intere popolazioni, di malattie che non si debellano, di morti in età infantile. Il "movimento dei movimenti" ha puntato il dito su questi tragici squilibri, li ha portati sulle prime pagine di tutti i giornali e ora non si riesce più a far finta di non sapere, a far finta di non vedere. Globalizzazione significa anche che dentro ciascuno, ciascuna di noi cresce una coscienza globale. Occorre dunque accettare il rischio del discorso e del confronto; occorre ridare occasioni alla politica, ricreare tessuti di relazioni e conoscenza. Certo si tratta di un'altra politica rispetto a quella che abbiamo conosciuto nel novecento ― almeno nel Novecento "ufficiale" dominante, maschile. Una politica che ha bisogno di ridefinire parole e linguaggio, che chiede sorveglianza e cura del discorso per essere in conflitto senza essere contro, senza fare dell'altro il nemico, senza le forme distruttive del vincere o perdere.

2. Nell'autoriforma gentile della scuola abbiamo conosciuto un'altra forma del fare politica. Una forma esistenziale che parte dalla nostra soggettività, dal nostro appartenere a un genere, dall'essere uomini e donne attraversati da storie diverse, segnate da ordini simbolici diversi. L'esperienza dell'insegnamento ci ha fatto scoprire l'efficacia delle parole che aprono all'intelligenza delle cose, che non producono umiliazione, che non richiudono gli esseri umani e i problemi in gabbie troppo strette: solo a queste condizioni i conflitti servono a comprendere meglio sé e il mondo, ad illuminare le zone grigie interne a ciascuno e ciascuna per conoscerle e affrontarle. Le relazioni che abbiamo costruito nell'autoriforma sono culturali, politiche, professionali, umane: dunque attraversate dalla differenza, dunque appassionate difficili laboriose. Ma abbiamo vissuto conflitti contenuti in una trama relazionale, non la politica delle maggioranze e minoranze, delle "linee" e delle piattaforme da diffondere alle masse. Abbiamo vissuto senza grandi organizzazioni, strutture permanenti, deleghe. Era ed è l'invenzione della politica delle donne, che ha attraversato il novecento, e si è incontrata oggi nei luoghi più diversi con uomini che hanno avuto anche altri percorsi e una molteplicità di storie. Per noi della scuola ha significato la consapevolezza di come il nostro lavoro sia intriso di soggettività, relazioni e cura: non riducibile a tecnica di trasmissione e misurazione di contenuti neutri, buoni per i sogni di onnipotenza e di controllo; contenuti e processi segmentati e tecnicizzati, progettati per essere intercambiabili nel consumo produttivo, subalterni nell’anima al mercato.

Anche i ragazzi e le ragazze che a Genova (e poi a Firenze) hanno ripensato il sapere, hanno rifiutato questa dimensione astratta e quantificata, ridotta a merce di scambio della formazione. Hanno denunciato la perdita di senso del sapere istituzionalizzato: di un senso che può stare solo nelle relazioni vive fra soggetti dotati di corpo e anima; in uno spazio pubblico che non è il luogo delle conoscenze già confezionate e formalizzate, già pensate (da trasmettere come strumento del successo individuale ― o come arma del potere, forza della nazione); piuttosto strumento del pensare, domandare aperto e collettivo, ricerca comune che è processo di autoeducazione della società, incontro fra generazioni che parte dall’ascolto, dal fare significato, dalle domande difficili di senso.

3. Oggi ci sembra che questa esperienza di riflessione sulle proprie pratiche nei luoghi in cui si vive e si lavora, cioè si esiste politicamente, possa uscire più allo scoperto per dire che è possibile cambiare le forme della politica, che è possibile una autoriforma della politica.

Già nel "movimento dei movimenti" che ha riempito Genova, e in un certo senso anche nelle vicende successive, abbiamo visto come la società ― delle associazioni, del volontariato, delle professioni: del lavoro in relazioni significative ― abbia mostrato la sua politicità e autonomia. Medici, avvocati, infermieri, giornalisti, hanno fatto del loro lavoro il loro esserci politico. Oggi ci sembra difficile pensare che questa ricchezza di relazioni sociali possa farsi irreggimentare in qualche esercito, ridurre a spettatrice di guerre celesti o film dell'orrore, fermare e controllare nei processi di comunicazione sociale.

Certo la capacità di tenere insieme le diverse storie che si sono incontrate nel movimento (senza limitarsi a tenerle insieme), di farle essere un soggetto altro della scena politica e non un altro soggetto sulla scena, non è data una volta per tutte; c’è sempre forte il rischio di ridurre la rete dei soggetti che fanno politica perché fanno società, ad un classico "intergruppi" secondo le modalità tristi della rappresentanza che abbiamo già conosciuto, oppure di ripercorrere la strada delle battaglie per conquistare l’egemonia in assemblea e dare la linea corretta e radicale all’intero movimento. Il fiume di Genova divorerebbe (o disperderebbe, di nuovo) i suoi affluenti. Non sarebbe strano. Non è facile trovare strade nuove in territori già così segnati dalla tradizione politica, dai media, dalle varie avanguardie e dai coordinamenti di sigle.

Noi pensiamo che è possibile ripartire da una politica dell'esserci, radicata nei nostri corpi sessuati e nelle nostre storie di vita. Si tratta di inventare pratiche di esistenza libera, dando parola a un sapere di sé e del mondo costruito in uno spazio pubblico e in un tessuto sociale. Luoghi di lavoro e non lavoro, spazi per relazioni ravvicinate e aperte alle contaminazioni, territori fondati sulla diversità e la pluralità, sottratti alla legge privatistica del mercato e a quella di massa della militarizzazione. Pratiche linguistiche capaci di trovare parole che lascino spazio all'altro, che non abbiano la presunzione di riempire tutti gli interstizi. Pratiche di un discorso capace di regolarsi in relazione, senza affidarsi a strutture permanenti che poi rischiano di occupare tutto lo spazio, forme tradizionali di rappresentanza dietro le quali scomparire, non esserci. Il femminismo in Italia ha messo in risalto l’attenzione alla lingua materna, al linguaggio che parliamo, e ne ha fatto una politica, la politica del simbolico, con cui cominciare a interloquire per cambiare le forme della politica.

I venti di guerra spazzano la società, spezzano le parole, ammutoliscono. Chiedono solo schieramento, arruolamento o fuga, potere e contropotere.

Secondo noi, nel disastro di orrore e di sangue che si alimenta del fanatismo, dell'odio, della disperazione di mondi cancellati dalla scena, è ancora viva la possibilità di ripartire da altre pratiche e altri rapporti, vitali disseminati e profondi: dalla politicità dell'esistenza, dal tessuto di rapporti concreti che non riducono uomini e donne, bambini e bambine a masse da conquistare o bersagli da colpire, ma ne fanno il cuore di un altro mondo possibile.

Quando si aprono contraddizioni così gravi che rischiano di schiacciarci, di toglierci la forza e la parola, allora è meglio approfittarne, nel senso alto della parola, per inventare il nuovo.

Quelle e quelli dell'autoriforma della scuola