Un approccio alla storia centrato sul nesso affari–politica–criminalità, valido non solo a livello locale.

Percy Allum, Il potere a Napoli. Fine di un lungo dopoguerra

Maria Antonietta Selvaggio

Nella Premessa al volume Percy Allum ci racconta brevemente come, arrivato a Napoli da lettore d’inglese presso un liceo nel 1956 e ritornatovi poi nel 1962, si sia occupato prima del viceré Achille Lauro, singolare figura d’imprenditore miliardario divenuto plebiscitariamente sindaco- padrone della città, e successivamente dei Gava – padre e figlio – titolari del lungo potere democristiano – doroteo. Di tale devastante periodo storico l’a. aveva già fornito un’ampia analisi circa trent’anni fa nel suo Potere e società a Napoli nel dopoguerra (Einaudi 1975): perché ritornarvi oggi? Perché non si scrive la storia nelle aule dei tribunali né si può leggerla nelle autobiografie, tanto più se ineffabilmente autoapologetiche come Il tempo della memoria (1999) di Silvio Gava. E’ la risposta di Allum, il quale chiarisce di essere stato sollecitato a sviluppare e proseguire il suo precedente lavoro dal momento in cui si è sentito "chiamato personalmente in causa dal senatore Silvio Gava". Ma a questo motivo immediato aggiunge una ragione più profonda e impegnativa: "…Marx dice che la storia di un uomo rappresenta lo specchio della società in cui vive. Mi sembra che la biografia politica di una famiglia veneto-napoletana come quella dei Gava si presti a una simile lettura: è esemplificativa della politica napoletana e per riflesso di quella italiana della cosiddetta prima Repubblica" (p.6).

Concepito quindi come una "documentata postilla al … precedente saggio", questo libro è in realtà una replica rigorosa in grado di demolire punto per punto l’autodifesa con cui il patriarca, alla vigilia della propria morte, ha inteso riabilitare se stesso e il suo clan, facendo apparire ogni critica e accusa come frutto di ostilità preconcetta e di deformante cattiveria, nel tentativo di ridurre la discussione a una questione di "comportamento morale" o persino di "onore". Mentre l’a., ribadendo di essere interessato unicamente all’analisi di un particolare sistema di potere, rimette al centro il tema storico dell’organizzazione politico-partitica instaurata a Napoli dalla corrente doroteo-gavianea. Da questo punto di osservazione, né le versioni dei fatti fornite dello scomparso leader doroteo (tutte sconfessate da una fitta documentazione) né la sentenza assolutoria dal reato di legami con la camorra nei confronti del figlio Antonio possono minimamente giustificare un atteggiamento "revisionistico". Riprendendo un proprio commento (La Repubblica, 29 novembre 2000) Allum insiste: "Ma resta il fatto che Gava è innocente, il sistema politico nel quale crebbe e si affermò no" (p.152).

La macchina politica gavianea, infatti, rivela allo sguardo del politologo i tratti di un dispositivo sistematicamente ed efficacemente basato sulle leve del sottogoverno e del clientelismo, con tutto quanto vi è connesso in termini di connivenza e scambio con gli ambienti dell’illegalità. Ne è un esempio il rapporto di Gava con il boss di Castellammare Catello di Somma, da cui il senatore ha creduto di scagionarsi esibendo un improbabile autoritratto quale solitario nemico della "piovra", che risulta grottesco al cospetto dei riscontri confutatori dell’a. Allo stesso modo vengono puntualmente smontate altre ricostruzioni autoassolutorie, dal rapporto con Lauro negli anni Cinquanta, ai progetti stradali finalizzati a favorire la speculazione edilizia nella penisola sorrentina, al repertorio di scelte, metodi e strumenti funzionali al potere esercitato nel partito e nella società attraverso l’egemonia stabilita fin dagli anni Sessanta e consolidata negli anni Ottanta, superati i momenti critici degli anni Settanta come il colera (1973) e l’amministrazione di sinistra al Comune di Napoli (1975). Su queste materie risultano decisive sia le numerose contraddizioni in cui incorrono il senatore e il figlio nelle loro dichiarazioni (in sedi giudiziarie e giornalistiche) sia le rivelazioni (ampiamente riportate) del deputato regionale Ciro Cirillo durante il sequestro subìto da parte delle Brigate Rosse.

Di particolare interesse, inoltre, risulta la circostanziata rievocazione dell’iter della riforma urbanistica che, da un lato, getta nuova luce sull’intera esperienza del centro-sinistra nella storia del Paese, dall’altro, conferma come il blocco edilizio costituitosi intorno a Lauro fosse poi "passato ai dorotei di Gava". Il disegno, presentato dal ministro democristiano dei Lavori Pubblici Fiorentino Sullo nel luglio del 1962, fu quasi immediatamente smentito dalla DC. Dopo aspre polemiche di cui s’incaricò la stampa moderata - in particolare Il Tempo - e dopo pressioni pesantissime tra le quali va incluso anche il cosiddetto "golpe De Lorenzo", fu alla fine raggiunto un accordo in campo urbanistico che servì solo ad aprire la strada al saccheggio e alla cementificazione del territorio

nazionale (altro che allineamento dell’Italia ai paesi europei e fine dell’andazzo degli anni Cinquanta, secondo quanto annunciato all’inizio). Sull’argomento l’a. riprende la tesi del giornalista Antonio Cederna, che rileva nel tentato "golpe" del luglio 1964 il peso della mobilitazione dei piccoli proprietari, ma vi aggiunge il supporto di un racconto assai significativo, tratto dal memoriale scritto da Aldo Moro durante la sua prigionia nelle mani delle Brigate Rosse.

"Il tentativo di colpo di stato nel ’64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell’Arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentalizzazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno a fortemente dimensionare la politica di centro sinistra, al primo momento del suo svolgimento. […] Il presidente Segni ottenne, come voleva, di frenare il corso del centro sinistra e di innestare una politica largamente priva di molti elementi essenziali di novità. L’apprestamento militare, caduto l’obiettivo politico, che era quello perseguito, fu disdetto dalla stesso Capo dello Stato" (p. 93-94).

Uno spazio significativo viene dedicato nel capitolo conclusivo, "In nome del padre e del figlio", alle deposizioni rese da vari personaggi – tra i quali l’ex ministro Cirino Pomicino, il parlamentare Alfredo Vito, ma anche esponenti dell’imprenditoria e di enti e istituzioni – durante le inchieste di tangentopoli degli anni Novanta. Tali testimonianze disegnano un quadro molto chiaro del sistema di potere operante a Napoli ai tempi del "viceré" Antonio Gava, una situazione, a detta dei magistrati, di "vero e proprio strapotere, senza regole, incurante di legalità", in cui Gava figlio "controllava le pubbliche amministrazioni a tutti i livelli e con esse gli ingenti flussi di denaro pubblico" (p.117). Ma non basta: il vero salto di qualità, avvenuto con il terremoto (1980) e con il sequestro Cirillo (1981), vede la macchina politica trasformarsi sempre più in una "macchina politico-criminale". Non che non vi fossero stati in precedenza rapporti tra gavianei e clan camorristici, ma il fatto nuovo degli anni Ottanta, direttamente connesso con il sequestro Cirillo, è il carattere di "relazione simbiotica" che questi rapporti assumono. E’ ciò che attestano i fatti descritti dai collaboranti di giustizia Carmine Alfieri e Pasquale Galasso, rispettivamente gli ex numero uno e numero due della Nuova Famiglia, l’organizzazione criminale che eredita dopo la sconfitta di Raffaele Cutolo (Nuova Camorra Organizzata) le coperture politiche di cui quest’ultimo aveva goduto, ma che aveva perso in seguito al rilascio di Cirillo, quando "avrebbe cominciato a ricattare Gava, pretendendo il rispetto dei patti e minacciando […] uno scandalo che avrebbe travolto gli apparati istituzionali (cioè i servizi segreti) che con lui avevano tramato per la liberazione dell’ostaggio" (p.122). Si dimostra così come a un certo punto della storia amministrativa napoletana e campana – ma sarebbe molto utile effettuarne una verifica anche sul piano della vicenda politica nazionale passata, nonché di quella recente – l’intreccio affari-politica abbia reso "i ruoli di imprenditore, camorrista e politico […] complementari e intercambiabili" (p.128). La gravità della situazione è nelle parole pronunciate dal pentito Galasso dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia (13 luglio 1993): "Signor Presidente, questo è ormai così sfacciato, chiaro e trasparente, che mi chiedo come voi – dico ‘voi’ per dire lo Stato italiano – facciate a non accorgervi di certi rapporti. […] Dei rapporti tra questi amministratori collusi sia con l’ambiente malavitoso, sia con i loro referenti politici: è una cosa che ormai sanno tutti, almeno i cittadini miei compaesani" (p.129). E’ ancora lo stesso personaggio a fornire una delle ricostruzioni più esplicite del losco intreccio "tripartitico" tra imprenditoria, camorra, politica. nel corso di un interrogatorio (22 dicembre 1992): "… il rapporto fra i politici e gli amministratori da una parte, e gli imprenditori da un’altra, ed i camorristi da altra ancora, trova una sua completa realizzazione e totale fusione nel meccanismo degli appalti. In particolare, per tutto quanto ho potuto constatare di persona […] mi è risultato evidente che il politico che gestisce il finanziamento dell’appalto e quindi l’assegnazione dello stesso e della relativa concessione, fa da mediatore fra la ditta quasi sempre del settentrione o del centro Italia, di notevoli dimensioni, e la camorra. Tale mediazione avviene imponendo all’impresa suddetta sia una tangente a lui stesso od ai suoi rappresentanti diretti, sia l’assegnazione di subappalti a ditte controllate diretta mente dalle organizzazioni camorristiche…" (p.126).

Aderente allo stile adottato, accuratamente documentario (il volume presenta ben 43 pagine di note e 12 vedute di Napoli, frutto del talento grafico dell’a., che raffigurano i guasti impressi dalla politica su un territorio un tempo paradisiaco), la conclusione del volume: un commiato che lascia ai lettori il compito di trarre le proprie conclusioni sulle "ombre che hanno oscurato la vita napoletana in decenni recenti e che potrebbero avere riscontri, non essendo sparite del tutto, anche in altre realtà regionali" (p.147).

Percy Allum, Il potere a Napoli. Fine di un lungo dopoguerra, Napoli, l’ancora del mediterraneo, 2001, pp. 216, euro 16,50.