L’associazionismo scolastico: nodi e prospettive

A cura di Stefano Vitale

école si è rivolta ad alcune significative voci del mondo associativo scolastico per cercare di capire come viene vissuta la presente congiuntura politica e culturale. Da sempre cuore della ricerca innovativa, del dibattito sul profilo professionale, l’associazionismo degli insegnanti attraversa le crisi del sistema scolastico assorbendone difficoltà e speranze. Le domande che abbiamo loro rivolto sono animate dalla consapevolezza che la critica del presente deve contenere anche una proposta per il futuro, compreso quello a noi più prossimo

 

1) È facile leggere nelle vicende scolastiche degli ultimi anni una certa afasia della scuola e degli insegnanti; sulle questioni della riforma, sui contenuti del sapere, sulle crisi e trasformazioni delle discipline, sulle forme organizzative e sulla progettualità degli istituti, spesso gli insegnanti e le insegnanti sono apparsi assenti o senza voce. Senza autorità.

Se questo è vero, come ha segnato l'associazionismo professionale, quali processi l'hanno attraversato, che funzione ha svolto in questi anni, quali difficoltà e "successi" ha vissuto?

Oggi l'associazionismo che contributo può dare alla riflessione e trasformazione della scuola, sia in termini di elaborazione di contenuti, che di senso e pratiche del fare scuola?

Gigliola Corduas della Federazione Nazionale Insegnanti:

Concordo sul fatto che ultimamente la scuola nel suo insieme e gli insegnanti in particolare reagiscano con un protagonismo assai scarso a prese di posizione e decisioni politiche che li toccano molto da vicino. Forse è anche l’effetto di un’overdose da riforme: dopo decenni di immobilismo, soprattutto per la scuola secondaria, nel giro di poco tempo si sono succedute una quantità di innovazioni annunciate, minacciate e in qualche caso realizzate e ben due riforme di sistema (la L.30/2000 e la L.53/2003) l’una contrapposta all’altra. Di certo, registriamo come l’autonomia scolastica, introdotta nel 1997, e il successivo regolamento, alla prova dei fatti, non hanno vitalizzato il clima interno delle scuole e non si è realizzato alcun cortocircuito virtuoso tra autonomia delle scuole (in realtà poco sviluppata) e quell’autonomia professionale dei docenti che ha radici nella libertà d’insegnamento affermata dalla Costituzione. Anche le associazioni professionali risentono questo stato di cose. Alla difficoltà di rappresentare le esigenze di chi in definitiva preferisce tacere e ripiegare su un’interpretazione individualistica del ruolo docente si aggiunge un clima generale caratterizzato dall’estremizzazione delle posizioni e da un’assenza di dialogo che non favorisce nessuno.

Vittorio Cogliati Dezza, responsabile nazionale Legambiente Scuola e Formazione:

Non parlerei tanto di afasia, quanto di paura del nuovo, di dimensione difensiva scaturita in gran parte dallo scontro tra due logiche professionali molto diverse. Forzata per anni a negare la propria specifica professionalità per riconoscersi piuttosto in una cultura "impiegatizia" ed eterodiretta, ispirata alla cultura del "poco fare, poco avere", della ripetitività del lavoro, della trasmissività delle nozioni, la categoria degli insegnanti si è vista ad un certo punto proiettata nel mondo della responsabilità professionale e sollecitata a progettare curricoli, a rinnovare epistemologie e didattica delle discipline, a inventare un nuovo modo di rapportarsi con la società territoriale.

Tutto ciò ha comportato scompensi, irritazioni, mugugni, ma anche ha riacceso la lampadina della riflessione metodologica, della sfida culturale, dell’impegno professionale.

In questo quadro le associazioni hanno funzionato spesso da centri di pensiero organizzato e ben confezionato, in cui c’era una soluzione o un’idea per quasi tutti i problemi emergenti. Meno hanno funzionato da luoghi di aggregazione delle riflessioni interne alla scuola, che non potevano non essere riflessioni "sporche", ovvero non ancora depurate dalle influenze locali e personali, ma intrise di pensiero "professionale" nel suo farsi quotidiano.

Per il futuro le associazioni dovrebbero dare stimoli a sviluppare capacità autonoma di ricerca all’interno di processi in costante evoluzione, a partire dalla riflessione sulle buone pratiche: l’onere dunque di "mettere in circolo" le riflessioni sulle buone pratiche cercando di far emergere quali siano le "condizioni organizzative" che le hanno rese possibili e a quali problemi danno risposte.

Gianni Giardiello, direttore del Forum regionale del Piemonte per l’educazione e la scuola:

Non voglio trarre conclusioni troppo affrettate, ma ho l’impressione che oggi si stia facendo di tutto per far prevalere quella concezione individualistica del mestiere di insegnante che l’associazionismo professionale "storico" dei docenti ha sempre cercato di contrastare, promuovendo la cooperazione fra docenti e il confronto fra le posizioni diverse, esaltando la dimensione collegiale delle professioni educative, sostenendo le pedagogie dello "star bene" a scuola. L’espressione più esplicita di tale indirizzo è la riproposizione per legge del docente unico (prevalente) nella scuola elementare. In generale, purtroppo, quello che oggi emerge negli orientamenti politici, amministrativi e legislativi è la messa al bando di ogni ipotesi di professionalità docente cooperativa e collegiale, insieme al prevalere di atteggiamenti proibizionistici sempre più marcati. Indirizzi inevitabilmente destinati a favorire nelle scuole un clima educativo in cui il disagio è sempre più ufficiale e la ricerca dell’agio sempre più clandestina.

Antonia Sani, Associazione nazionale per la Scuola della Repubblica:

Fra i docenti si sta verificando una perdita di consapevolezza del loro ruolo "istituzionale" caratterizzato dalla libertà d’insegnamento, in seguito all’accanimento con cui da anni vengono sollecitati a disinteressarsi ai problemi di democrazia scolastica definiti sbrigativamente "lacciuoli burocratici", ad accettare novità spacciate per funzionali a una maggior efficienza (figure obiettivo, formazioni cervellotiche di dipartimenti, progetti vari), e a considerarsi gratificati dal diritto a spartirsi il fondo d’Istituto, non cogliendo in tutto ciò la contraddizione col modello di "scuola della Repubblica". L’incontro /confronto quotidiano di questi colleghi/ghe con una generazione di studenti che impone a tutti i livelli una riconsiderazione del proprio bagaglio di conoscenze, della propria esperienza, delle modalità di comunicazione nel loro complesso finisce con l’essere quasi sempre la prima soglia di verifica di una falsa efficienza col conseguente inevitabile insorgere di quel malessere, disagio ormai generalmente definito come il "mal di scuola" di oggi. Tale senso di inadeguatezza è il terreno su cui un’associazione come la nostra tenta di lavorare per contribuire alla costruzione "dell’identità professionale culturale e sociale degli insegnanti", indicando un orizzonte in cui "tutto si tiene", la scuola della Repubblica.

Gianfanco Staccioli, Federazione Italiana dei CEMEA:

Secondo noi, alla base di molte delle giuste insoddisfazioni che attraversano la classe docente, vi è la consapevolezza che il ruolo dell’insegnante si stia sostanzialmente trasformando. La funzione degli insegnanti e delle insegnanti è quella di insegnare ciò che serve nel contesto attuale (considerando il contesto sia le richieste ministeriali, sia quelle dei genitori): questo genera frustrazione. In sostanza si è passati da una condizione di "superiorità" (l’insegnante portatore di modelli, ispiratore di trasformazioni, l’insegnante che poteva avere e dare utopie…) ad una condizioni di "inferiorità" (prepariamo il più velocemente possibile i ragazzi al mondo che c’è, secondo le richieste del mercato e secondo le scelte dei genitori). Certo l’associazionismo di categoria è importante (anche quello strettamente disciplinare), ma per me non è in queste sedi che si riesce a ritrovare il gusto, il piacere, il senso del proprio operare (quella che anche in questo settore potrebbe essere chiamata la "passione").

Sofia Toselli, vicepresidente nazionale del CIDI:

Si dice che gli insegnanti, al di là del tanto evocato protagonismo, siano privi di voce e di autorevolezza. Dall’esterno è infatti facile confondere la "responsabilità educativa" – il dover comunque, nonostante tutto, continuare a fare bene scuola – con una certa "afasia" tipica di chi non si interessa delle malefatte di chi governa attualmente la scuola. Sono invece moltissimi gli insegnanti che seguono con attenzione le trasformazioni che si riversano sulla scuola, molti di più di quanto si possa immaginare. Sono insegnanti che fanno riferimento al mondo associativo, sindacale, partitico o più semplicemente sono insegnanti attivi e partecipi, in grado di riflettere e di valutare la fattibilità, la sostenibilità e l’efficacia dei cambiamenti in atto. Quanti collegi docenti hanno dato vita a forme di protesta contro il decreto legislativo sul primo ciclo di istruzione? Quanti docenti hanno manifestato insieme ai genitori per affermare il valore pedagogico del tempo pieno?

Cerchiamo allora di capire, noi per primi, tutte le difficoltà e tutto il peso dell’essere insegnanti oggi. Certo il malessere dei docenti non nasce ora, oggi si è però accentuato. Ad alimentarlo: l’incertezza delle prospettive generali e personali (qual è il mandato sociale che la legge 53 affida alla scuola? che fine farò?); la scompostezza del processo riformatore (due leggi di riforma nel giro di pochi anni di segno opposto negli obiettivi e nelle finalità); le peggiorate condizioni di lavoro (classi sempre più numerose, taglio di organici e di risorse finanziarie, ecc.). La perdita del potere di acquisto e lo scadimento del valore sociale del ruolo fanno il resto.

Tutto ciò segna l’associazionismo professionale, almeno quello che vive di luce riflessa della scuola reale e che pertanto ne rispecchia le tensioni, le preoccupazioni, i diversi punti di vista, l’ostinata convinzione che occorra dare ogni giorno (perché in classe si entra ogni giorno!) un insegnamento di qualità a tutti. Ne riflette le speranze, la rabbia e il bisogno di agire (Il Cidi, voglio ricordarlo, più che associazione è un centro di iniziativa) per cambiare ciò che non funziona, ciò che cancella la funzione inclusiva della scuola.

Il compito della mia associazione è stato, in questi ultimi anni, quello di aiutare i colleghi a diffondere le cosiddette buone pratiche, a governare il curricolo e gli spazi di autonomia, ma anche di aiutarli a capire i fatti e i misfatti del "nuovo" che avanza!

 

2) All'interno della associazione di cui fai parte, si percepisce, passività, "caduta del desiderio" e crisi di senso (di cui molti parlano), oppure ad altri livelli, su altri piani, una forma di elaborazione ed autonomia docente – intorno al sapere e alla scuola – continua ad esistere, e a resistere?

Vittorio Cogliati Dezza, responsabile nazionale Legambiente Scuola e Formazione:

Passività ed autonomia insieme, direi. C’è paura, confusione, stanchezza, desiderio di cercare un’isola personale di salvataggio, ma anche voglia di reagire accanto alla riscoperta del proprio ruolo pedagogico. Direi che oggi sta emergendo, paradossalmente per reazione al disegno governativo, una spinta interessante a definire e a difendere una nuova identità professionale che non ci sta a farsi schiacciare nella logica proposta dal ministro Moratti. Un logica con cui ciascun insegnante già oggi si scontra perché è già operativa nelle misure disposte dalle finanziarie. Non ci stanno a cambiare lavoro e missione, e così si riscoprono le radici del proprio lavoro. Questo è successo dentro il movimento per la difesa del tempo pieno e mi sembra diffondersi anche nella scuola superiore.

Tutto ciò non ha ancora fatto emergere una nuova identità professionale, ma sta mettendo in luce la diffusione di reazioni interessanti ad un processo di cambiamento fortemente intrusivo avviato ormai a pieno ritmo nelle scuole. Qui vedo un passaggio storico per l’associazionismo scolastico.

Gianni Giardiello, direttore del Forum regionale del Piemonte per l’educazione e la scuola:

I silenzi e le reticenze su se stessi e il proprio lavoro non sono però l’unico messaggio che riesco a cogliere. Ce n’è un altro altrettanto inquietante: "Non riesco più a lavorare bene con i ragazzi; è sempre più difficile far convivere e compenetrare fra loro, l’attività istruttiva (l’apprendimento delle conoscenze) e quella formativa (la crescita della persona e del cittadino), quando a scuola proponi percorsi di educazione alla convivenza civile, di sviluppo dei valori di cittadinanza democratica, di legalità, di partecipazione sociale, hai l’impressione di andare controcorrente, a volte è davvero sconfortante".

Diceva Dewey che in una società democratica serve una scuola democratica capace di educare le nuove generazioni alla democrazia. Altrimenti è lo sviluppo stesso della società ad essere messo in discussione. Occorrerebbe anche aggiungere che una educazione alla democrazia, al rispetto delle regole, al rispetto degli altri, con le nuove generazioni ha bisogno del sostegno di una società che fa della democrazia, della legalità o della convivenza civile i propri valori di riferimento, e che su di essi orienta i propri comportamenti. Credo che molti insegnanti e educatori sentano fortemente il peso negativo di molte scelte e di molti comportamenti politici, culturali di chi ci sta governando.

Sofia Toselli, vicepresidente nazionale del CIDI:

"La caduta del desiderio", una sorta di rassegnata "passività" esiste, eccome! La scuola è in crisi per se stessa e perché riflette la crisi più generale della società: come potrebbero allora gli insegnanti non risentirne, non essere disorientati. Non essere alla ricerca di una nuova identità professionale. Nuova certo, ma dentro al consueto orizzonte di senso: l’istruzione come strumento di emancipazione e di libertà, la cultura come diritto esigibile per tutti, la scuola come luogo di confronto, di integrazione, di partecipazione, di crescita comune. Accanto a questo c’è la ricerca difficile –che l’autonomia scolastica incoraggia – di un sapere di scuola che sia veramente formativo e adeguato ai bisogni dei ragazzi e delle ragazze. In tal senso andrebbe considerato con rispetto e attenzione il grande lavoro che le scuole hanno fatto e continuano a fare sul "curricolo verticale" e sul governo intenzionale delle pratiche didattiche. L’associazionismo professionale lavora moltissimo su questo versante, contribuendo a diffondere una modalità di insegnamento impensabile fino a qualche anno fa. Oggi una gran parte degli insegnanti è consapevole dell’importanza, ai fini di un apprendimento di qualità, dell’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo, introdotta con il Dpr 275; sa che tale autonomia va considerata una dimensione ordinaria del lavoro, anche se mancano le condizioni per praticarla.

La legge 53 e il primo decreto attuativo sul primo ciclo di istruzione, non dando spazio e valore all’autonomia di ricerca, relegano gli insegnanti al ruolo subalterno di esecutori e pianificatori di decisioni organizzative, culturali e didattiche prese da altri.

Gigliola Corduas della Federazione Nazionale Insegnanti:

Ho l’impressione che, in momenti come questo, si faccia più forte la domanda di senso che è alla base dell’adesione associativa di quel numero non elevato, ma certamente qualificato, di docenti che fanno parte delle associazioni professionali. I problemi che ci pongono riguardano punti nodali rilevanti, tra cui la ridefinizione del profilo di professionalità, che si collega ad una ricontrattazione del patto sociale con la scuola e con gli insegnanti. L’associazionismo viene sentito come soggetto collettivo in cui trovare una voce più forte per reagire ad un profilo e ad un ruolo minimale che la riforma delineata dalla L.53/03 fa dell’insegnante, ponendolo sotto la costante tutela dell’università, sia per la formazione iniziale sia per quella in servizio sia per le nuove funzioni che dalle esigenze della scuola dovrebbero nascere e nella scuola svilupparsi. Si tratta di competenze nuove che, per crescere, hanno bisogno di confrontarsi non solo con la cultura accademica ma con la ricerca svolta da enti e istituti specializzati, come anche di quel "sapere esperto" che fa capo alle associazioni professionali affinché il nuovo profilo cresca e si sviluppi dal basso e non sia provvidenzialmente calato dall’alto.

Gianfanco Staccioli, Federazione Italiana dei CEMEA:

Il contributo più efficace che ci sembra di poter offrire alle insegnanti e agli insegnanti è quello che consente di rimettere in discussione, allo stesso tempo, il ruolo e la persona. Non a caso le attività di formazione che vorremmo privilegiare – noi dei CEMEA – sono i corsi intensivi – residenziali e non –, corsi nei quali le "materie" si mescolano al vivere quotidiano e nei quali l’essere insegnante viene riletto a partire dall’essere persona che insegna (e che è ‘insegnata’). Purtroppo, anche noi siamo vittime di alcuni degli scoramenti caratteristici dei singoli insegnanti. Anche noi siamo vittime di richieste di mercato che privilegiano la superficie: la formazione si vorrebbe frettolosa, veloce, immediata, a domicilio, gratuita…

 

3) In base alle esperienze concrete che la tua associazione svolge e alle relazioni che stabilisce con le insegnanti e gli insegnanti che incontra, come appare mutato il profilo "antropologico" dell'insegnante in Italia? Quali sono diventati i suoi bisogni e i suoi desideri, in che modo si rapporta ai colleghi e alle colleghe, ai giovani, alle organizzazioni che si occupano di scuola, alla pedagogia e all'organizzazione istituzionale? Che ruolo pensi le associazioni possano avere nella costruzione dell'identità professionale, culturale e sociale degli insegnanti?

Gigliola Corduas della Federazione Nazionale Insegnanti:

Non crediamo sia emerso alcun profilo antropologico nuovo. Del resto l’età media di coloro che stanno in classe oggi è elevata (oltre il 45% ha un’età media tra i 50 e i 59 anni), sono insegnanti entrati nella professione con alcune certezze e con un profilo ancora netto, anche se percepito da molti come insufficiente. Sono colleghi che hanno subìto innovazioni introdotte per via contrattuale con esiti molto limitati quando non discutibili (dalla gestione dell’aggiornamento attraverso i "gradoni" alle articolazioni della funzione docente in termini prima di figure di sistema, poi di funzioni obiettivo e quindi di funzioni strumentali al POF) o lanciate con uscite estemporanee come la proposta del merit pay. Prospettive che se non hanno fatto perdere la speranza di veder riqualificato socialmente ed economicamente il loro ruolo, pure non alimentano molte illusioni.

Penso che il problema riguardi più che altro i nuovi insegnanti, la loro formazione e il loro ingresso nella professione. I dati relativi all’età e il rischio di avere in tempi ravvicinati (si parla del periodo 2005-2006) un elevato numero di pensionamenti (si parla di 400.000 pensionamenti sui 700.000 insegnanti in servizio) fa temere un brusco passaggio del testimone da una classe docente depressa ma comunque formata e ricca di esperienza a giovani insegnanti sbarcati dall’università o da un precariato decisamente poco funzionale in termini di ingresso nella professione, quanto meno dal punto di vista del senso di instabilità che lo accompagna.

Sofia Toselli, vicepresidente nazionale del CIDI:

L’ho già detto: oggi gli insegnanti stanno cambiando pelle ma geneticamente sono sempre orientati ad attribuire al mestiere dell’insegnare una funzione pubblica, con un ruolo che rimane quello che la Costituzione affida alla scuola. È indubbio che i mutati contesti sociali e famigliari, le aumentate richieste che vengono dall’extrascuola, i nuovi stili di apprendimento, la stessa autonomia scolastica, oltre alla riforma del Titolo V della Costituzione impongano di ridefinire il profilo professionale dei docenti e di aggiornarne lo stato giuridico, a partire però da alcuni principi fondamentali e irrinunciabili: la libertà di insegnamento, l’autonomia professionale, l’unicità della funzione, la funzione pubblica del mestiere, la natura pubblica del reclutamento, la dimensione collegiale e cooperativa del lavoro. In tal senso l’associazionismo professionale ha un ruolo importante da svolgere.

Si conosce da qualche giorno la bozza del decreto delegato sulla "formazione iniziale degli insegnanti" che, se dovesse passare così com’è, introdurrebbe la chiamata diretta da parte delle scuole per i nuovi assunti e con essa una tale precarizzazione del lavoro che tutti i discorsi fatti finora resterebbero lettera morta.

Abbiamo perciò, come associazioni, molto da fare. Si prospetta, con il prossimo, un altro anno scolastico faticoso e lungo, in cui sarà fondamentale la salda tenuta di tutto il fronte associativo, sindacale, dei partiti dell’opposizione e dei movimenti.

Gianni Giardiello, direttore del Forum regionale del Piemonte per l’educazione e la scuola:

L’associazionismo scolastico ha ancora un ruolo da svolgere nella costruzione dell’identità professionale, culturale e sociale degli insegnanti ad una sola condizione: che sappia promuovere le proprie iniziative all’interno di una più complessiva battaglia per un cambiamento politico della società, anche e soprattutto attraverso un collegamento molto stretto con altre forze sociali e civili impegnate nella stessa battaglia, a cominciare dalle istituzioni locali.

Al centro della azione dell’associazionismo degli operatori scolastici deve esserci innanzi tutto l’idea che la scuola è più che mai il luogo/tempo decisivo nel processo formativo dei giovani e delle/dei cittadine/i. Per questo al di là dei pur importanti terreni di sfida sindacali e istituzionali, credo che le Associazioni debbano continuare a proporre alla scuola e agli operatori educativi la centralità del terreno culturale e pedagogico . Per affermare nella società odierna questa centralità sia necessario riproporre, e contribuire a realizzare attraverso la pratica professionale quotidiana, alcune delle "vere" qualità educative (e culturali e politiche) del fare scuola. Le riassumo rapidamente:

  1. fare scuola di qualità oggi significa lavorare in un insieme di gruppi di persone in cui si discute su idee forti, in cui si fa critica delle idee, si negoziano i significati degli accadimenti, e quindi ci si confronta su responsabilità e decisioni e si riscopre la dimensione etica dei comportamenti,
  2. fare scuola di qualità significa dare centralità alla relazione educativa con i giovani e non ai cosiddetti programmi di studio
  3. fare scuola di qualità significa utilizzare i Saperi e le conoscenze della ricerca culturale e scientifica come strumenti per potenziare le capacità di indagine e di conoscenza del mondo da parte degli allievi e non come informazioni e nozioni da accumulare
  4. fare scuola di qualità oggi significa utilizzare gli ambiti di autonomia organizzativa e didattica non per una competizione di mercato ma per promuovere condizioni ecologiche non ostili all’interno dei singoli istituti e verso l’esterno.

 

4) Anche al Forum sociale europeo di Parigi si è discussa l'opportunità e la possibilità della costruzione di una rete europea di associazioni e movimenti.

A noi sembra che in Italia una rete esista nei momenti "caldi", ma poi per la difficoltà di costruire incontro e confronto – nelle differenze – fra esperienze sindacali e associative lontane e "concorrenti" torni a essere episodica. Qual è l'esperienza della tua associazione? Con chi e su quali temi vi incontrate e confrontate? Pensi sia possibile e con quali le tappe realizzare un forum permanente (europeo e italiano) sulla formazione e l'istruzione?

Vittorio Cogliati Dezza, responsabile nazionale Legambiente Scuola e Formazione:

Io penso che oggi ci sia una "rete" parzialmente stabile, ma, come si dice di solito, a geometria variabile. Sulla spinta e sulla base dell’insegnamento del "movimento dei movimenti", che a livello di social forum ha sempre cercato la massima unità possibile senza delegittimare le iniziative autonome, anche nel mondo della scuola si configurano piani diversi della tenuta della rete. Uno di questi è un piano più ristretto, che riguarda alcune associazioni e gruppi di operatori che stanno cercando di costruire un’area di riflessione a partire dalla buone pratiche, in modo che non si persegua nessuna nuova ingegneria, a partire dall’alto, ma si ragioni a partire da ciò che nelle scuole già c’è e che potrebbe essere diffuso e divenire patrimonio collettivo se si realizzassero alcune condizioni organizzative. Il secondo ordine di problemi riguarda la concorrenza tra organizzazioni ma mi sembra che questo ostacolo si percepisce con molta evidenza quando si incontrano le strategie delle organizzazioni sindacali, è in questa fase del tutto assente tra associazioni professionali. Qui l’urgenza e la gravità della situazione spingono più ad unire gli sforzi che a dividersi, anche se le diverse matrici culturali e politiche sono sempre percepibili.

Gigliola Corduas della Federazione Nazionale Insegnanti:

Ritengo che ormai sia consolidata una pratica di relazioni reciproche tra le associazioni che ultimamente è andata oltre il rapporto tra le associazioni storiche per coinvolgere anche soggetti nuovi con i quali il dialogo è comunque sentito come necessario. Da questo punto di vista non si comprende il rifiuto, da parte del ministro Moratti, di istituire un Forum delle associazioni, come ha invece fatto fin dal suo insediamento per le associazioni di genitori e di studenti. Questa richiesta, sottoscritta da un numero elevato di associazioni, esprimeva l’esigenza di un luogo istituzionalmente riconosciuto in cui realizzare un confronto all’insegna del pluralismo delle posizioni che in molti casi non sono riconducibili ad unitarietà né possono essere gestite con la logica delle maggioranze. Rispetto alla rete di collegamento nei momenti caldi, cui fate riferimento nella domanda, la mia esperienza in proposito mi porta a credere il contrario. Nelle situazioni ordinarie le associazioni riescono a gestire positivamente le loro differenze, a confrontarsi e a progettare insieme. Quando la dialettica politica si fa più accesa, prevale la logica dei vecchi schieramenti ed è più difficile mantenere un terreno comune.

Antonia Sani, Associazione nazionale per la Scuola della Repubblica:

L’Associazione per la Scuola della Repubblica è comunque da sempre impegnata nella costruzione di momenti di dialogo e di confronto costruttivo sul duplice versante del rapporto coi movimenti sostenendone le iniziative di lotta, e del mantenimento di un tavolo nazionale cui partecipano ciascuna con le propria identità associazioni professionali, culturali, del mondo della scuola, forze politiche e sindacali con l’obiettivo di sconfiggere la ministra Moratti, il processo di privatizzazione della scuola pubblica, ma anche di realizzare un forum permanente a tutto campo sulle grandi questioni relative alla formazione delle giovani generazioni in un’Italia che pur inserita nell’Unione Europea non deve rinunciare all’attuazione dei valori e dei principi contenuti nella sua Costituzione.

Sofia Toselli, vicepresidente nazionale del CIDI:

Una rete di associazioni, sindacati, forze politiche e movimenti esiste in Italia. Quanto sia stabile, non lo so. È una rete che si compone e si scompone a seconda dei momenti e degli obiettivi, ma è naturale che sia così. Ha svolto un lavoro, secondo me, molto importante: intanto ha avvicinato soggetti e sigle diversi – in alcuni casi molto diversi –, li ha fatti entrare in contatto, ha messo in comune linguaggi, percorsi e finalità. Poi ha portato a casa alcune manifestazioni ben riuscite e, con la circolare sul primo decreto legislativo, anche una bella retromarcia, da parte del Ministro, sul fronte dell’attuazione della legge 53.

Mi pare non sia poco. E credo che non sia da sottovalutare.