Verso una cultura dei Beni Comuni

 

 

La cultura dei Beni Comuni (Bc) è l'opposto perfetto del Logos della globalizzazione neoliberista: la cultura della mercificazione totale dell'esistente e la religione del totalitarismo del mercato. Il mercato si fa oggi assoluto e incorpora la totalità dell'essere, senza residui, non lascia fuori di sè neppure la conoscenza, neppure gli algoritmi, neppure la vita. La brevettazione del vivente (del Bene comune "biodiversità" ) e la privatizzazione dell'acqua sono il più limpido segnale che la privatizzazione della vita è iniziata. Senza acqua non si dà vita, nè vegetale, nè animale, nè umana.

 

Bene comune è ciò che appartiene a tutti e di cui tutti hanno diritto a godere; bene privato (privato è participio passato di privare) è un bene "recintato", un bene dalla cui fruizione sono escluse persone in carne ed ossa. Persone (anzi, "non-persone") che possono persino morire a causa di questa esclusione, come accade ogni giorno a decine di migliaia di esseri umani che non hanno accesso all'acqua potabile.

Un bene privato è merce, ossia un bene alienabile a cui viene attribuito un valore economico di mercato e quindi un prezzo; un bene che non è tuo diritto avere, compartendolo con gli altri, ma che è piuttosto tua facoltà acquistare, in base alla capacità che ciascun singolo ha (o non ha) di stare sul mercato. Non più diritto garantito collettivamente a tutti e a ciascuno, ma merce. Mercificando l'accesso a un bene vitale fondamentale come l'acqua, privatizziamo l'accesso alla vita, mercifichiamo il "diritto di vita e di morte" e lo poniamo nelle mani del nuovo monarca assoluto: il mercato dell'era post-democratica, in cui i nuovi poteri trans-nazionali sono sciolti da ogni regola effettiva e svincolati da qualsiasi stato-di-diritto.

 

L'acqua è solo uno dei Bc, ma al contempo ha un notevole valore simbolico ed una immediata forza esemplificativa. Viene rappresentata e concepita universalmente, in tutte le culture del pianeta (non ultima la cultura scientifica contemporanea), come imprescindibilmente legata alla vita. Anche per ciò l'acqua è divenuta il simbolo del più generale orizzonte dei beni comuni. Attorno alle lotte per il diritto all’acqua si e’ costituita in questi anni una comunita’ universale composta da culture ed esperienze diverse, al punto che nell’acqua si rispecchia ormai la generale lotta per un altro modello di società possibile. La catena della mercificazione globale può essere infatti spezzata, come già sta accadendo in luoghi fra loro distanti ma connessi nel progetto dell'altro mondo possibile. Sempre mantenendo l'acqua come filo conduttore, anelli della catena si sono già rotti a Grenoble, dove un ampio movimento ha condotto alla totale ripubblicizzazione della gestione dei servizi idrici, o in Uruguay, dove il principio dell’acqua bene comune non mercificabile è stato introdotto nella Costituzione del paese grazie a un Referendum popolare. Se le conseguenze della globalizzazione ricadono sui territori, nei territori si organizzano le alternative e prende corpo il passaggio dalla denuncia alla proposta. Accenno qui al fatto che in Toscana, come movimenti, ci siamo fatti legislatori. Abbiamo elaborato una legge regionale di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione della gestione dell’acqua entro il primo gennaio 2008, come inizio di un percorso di sottrazione: sottrarre al mercato, e dunque restituire alla società e alla gestione democratica, ciò che è bene comune.

 

Quella che ho definito "cultura dei beni comuni" si va affacciando e diffondendo in molti continenti, attraverso lotte contro le privatizzazioni, per la costruzione di modelli profondamente nuovi di gestione pubblica di Bc e servizi pubblici, il cui cuore sia la partecipazione democratica dei cittadini. Partecipazione che, per inciso, è anche la principale forma di limitazione del potere e il primo antidoto contro il dispotismo. Ma quali sono i tratti principali della cultura dei Bc?

 

Intanto è una cultura dei diritti, profondamente antirazzista ed egualitaria. I diritti di tutte le persone che abitano questo pianeta. Al contrario, la cultura mercantilista riduce anche gli esseri umani a merci, primi fra tutti gli immigrati. Questo ci dischiude l'aspetto paradossale del processo di mercificazione globale: le persone si riducono a oggetti privi di diritto, e si depotenziano le istituzioni che quei diritti garantivano, mentre gli oggetti acquistano -per così dire- loro specifici diritti, difesi da nuove potenti istituzioni in grado di rendere effettivi ed effettuali quei diritti: istituzioni come l'Organizzazione Mondiale del Commercio. E così il lavoro o la salute dei cittadini, per non dire l'ambiente, divengono degli ostacoli al "diritto" delle merci di circolare liberamente.

 

La cultura dei Bc è una cultura di pace. Nel mondo della mercificazione globale la forbice delle diseguaglianze tende notoriamente a divaricarsi sempre più. La guerra diviene quindi elemento permanente e strutturale, strumento per governare i processi di mercificazione globale senza mettere mano ai meccanismi di produzione/redistribuzione della ricchezza. Allo stesso tempo l'interruzione -anche in anelli locali della catena globale - del processo di mercificazione è un modo concreto per costruire la pace. Ancora una volta l'esempio dell'acqua può essere illuminante: la mercificazione dell'acqua, la sua riduzione ad oro blu e dunque la sua gestione non solidale e non democratica, è e sarà all'origine di molti conflitti presenti e futuri. Non siamo anime belle: difendere l'acqua nella sua natura di "bene comune" è un modo per togliere le ragioni della guerra.

 

La cultura dei Bc è anche una cultura di pace con l'ambiente. Nella nostra società il consumo sembra divenuto un imperativo morale (ben rappresentato da un agghiacciante spot pubblicitario), ma questo imperativo del consumo costante e illimitato non fa i conti con i limiti oggettivi del mondo naturale: il pianeta terra è una quantità finita di risorse. Sognare una crescita del Pil del 3% l'anno significa sognare di produrre, fra 100 anni, 300 volte quel che produciamo oggi. Senza una cultura dei Bc, che è quindi cultura del limite, annegheremo -purtroppo anche in senso letterale, come dimostra l'uragano Katrina- nei nostri stessi prodotti e e nei nostri rifiuti, con le pericolose modificazioni climatiche dovute essenzialmente ai gas serra generati da attività umane; e il clima è un bene comune.

 

Abbiamo già sufficienti elementi per tentare una (incompleta) tassonomia dei Bc fondamentali. Intanto i Bc sono sia naturali (acqua, sole, aria, ma anche biodiversità e foreste, clima, atmosfera, oceani) che sociali, ossia costruiti storicamente e socialmente (tradizionalmente definiti servizi pubblici): sanità, scuola e istruzione, trasporti, energia, sicurezza sociale. Sono tanto beni materiali, quanto beni immateriali - come la conoscenza o come la pace.

Questi beni, questi "servizi", sono l'essenza del nostro essere società e collettività: sono ciò che abbiamo in comune con gli altri e che ci rende membri di una collettività. La cultura dei Bc è allora cultura del "fare società". Mercificare questi beni significa spezzare i legami sociali e rendere le persone monadi competitive in perenne concorrenza fra loro. Qual è mai il senso del nostro essere società se non condividiamo alcun bene comune? Che sarà del contenuto stesso della cittadinanza quando avremo privatizzato tutto ciò che abbiamo in comune? Si è cittadini in quanto si ha diritto ai Bc, accesso ai servizi pubblici fondamentali, a partire dall'istruzione gratuita, per l'appunto: la mercantilizzazione di questi servizi significa mercantilizzare la cittadinanza stessa. E poi, quando i governi locali - attraverso le Spa- avranno privatizzato la gestione dei Bc, ecco che avranno rinnegato la loro "origine" e avranno annullato la loro stessa ragion d'essere: perchè mai i Comuni altrimenti si chiamano "comuni"?

 

Mi vengono in mente almeno altre due difficoltà legate ai Bc. La prima è generazionale: la fatica di pensare il concetto stesso di Bc per le nuove generazioni (a partire dalla mia, maturata nei fatidici anni '80). Generazioni abituate a pensare che, per l'appunto, tutto sia "naturalmente" merce; che tutto abbia un prezzo di mercato, che tutto debba essere comprato. Anche là dove ci si illuda che il concetto di Bc sia intuitivo (ancora una volta torno all'acqua: di chi è mai la pioggia che cade dal cielo?), ci si renderà conto quanto sia forte il condizionamento della cultura mercantile: talmente abituati a pensare che tutto sia merce, che i più giovani stentano oggi a concepire la sola possibilità di beni extra-commerciali, la possibilità di Bc il cui accesso è garantito da un diritto, non da una carta di credito. Sarà sempre più difficile, per gli studenti, percepire lo scandalo dei tentativi di privatizzare la scuola, se non costruiamo insieme e per tempo una cultura dei Bc, che passa anche attraverso il linguaggio; e certo non aiutano in questo compito le "sottili" metafore bancario-finanziarie ormai sguinzagliate nel campo del sapere e dell'istruzione, fra "crediti" e "debiti" formativi. Il linguaggio adatto a una scuola che invece di costruire legami sociali si orienta a formare "risorse umane" funzionali all'impresa.

 

La seconda difficoltà: per pensare il terreno dei Bc occorre oltrepassare la semplice dicotomia pubblico/privato. Ai Bc deve essere garantito l'accesso universale: devono perciò essere gestiti al di fuori delle logiche di mercato; il fatto è che al contempo i Bc non possono essere concepiti come proprietà "statale", perchè sono beni di proprietà "sociale", la cui gestione non può essere semplicemente pubblica ma deve necessariamente prevedere la partecipazione di cittadini e lavoratori. Questo è il centro della nostra proposta di legge sull'acqua ma lo stesso dovrebbe valere anche per la scuola, come spazio pubblico auto-organizzato, ed essere il centro di un'eventuale proposta di legge di iniziativa popolare sulla scuola.

 

Per concludere. La cultura dei Bc richiama un diverso tipo antropologico rispetto al soggetto-cliente (o all'oggetto "risorsa umana"), ossia rispetto al soggetto/oggetto del mercato. E' il soggetto della politica, che si occupa della sfera pubblica e che costruisce legami sociali. Se la tradizione liberaldemocratica e individualistica ha lasciato in piedi il solo asse della libertà (pur fondamentale), dimenticando quello dell'eguaglianza, ai movimenti per i Bc e ai nuovi soggetti della sfera pubblica sta a cuore questo squilibrio. Un simile disassamento fa sì che trionfi la cultura della mercificazione e che aumentino di giorno in giorno le diseguaglianze, con corollari di guerre e terrorismi. E, come insegnava Hobbes, tutto questo non conviene a nessuno, neppure al più forte; dovrebbe essere facile ricordarlo oggi, undici di settembre. La cultura dei Bc e della pace è l'unico realismo possibile.

 

Tommaso Fattori (Rete dei Movimenti e dei Forum toscani)