Nuove biotecnologie e organismi geneticamente modificati

Marcello Buiatti

Nelle società del cosiddetto Nord del Mondo sembra che sia in atto un progressivo processo di virtualizzazione a diversi livelli che sta snaturando il nostro rapporto non solo con l’ambiente ma anche con noi stessi e perfino con la nostra economia. Parallelamente la scala di valori sta rapidamente cambiando e anch’essa, virtualizzandosi. Si va modificando cioè alla base la nostra strategia di vita che era sempre stata fondata essenzialmente sulla individuazione di nuovi metodi di sopravvivenza e di miglioramento del nostro livello di benessere. La nostra capacità, determinata dalla incredibile plasticità e complessità del nostro cervello, di fare progetti e di proiettarli sulla materia vivente e non vivente, ci ha portato non più di 10.000 anni fa una nuova strategia di adattamento ai cambiamenti ambientali che non si fonda più come negli altri esseri viventi, solo sulle modificazioni delle nostre "forme- funzioni", e nemmeno sulla ricerca di ambienti adatti, ma essenzialmente sulla manipolazione dell’ambiente esterno in modo di renderlo più confacente ai nostri bisogni.

L’adozione sistematica di questa strategia comincia senza dubbio con la nascita della agricoltura e con essa della stanzialità, e con l’abbandono della caccia e della pesca. Questa "mutazione culturale" ci ha portato a costruire rifugi e poi villaggi e città invece di cercare riparo in grotte e anfratti, a modificare il terreno utilizzando utensili, a bagnarlo e renderlo più fertile con acqua e concimi, a selezionare fra le piante , fra gli animali e fra i microrganismi usati per le fermentazioni, i varianti che ci sono apparsi più adatti a fornirci il cibo. All’inizi sono stati inventati i metodi di coltivazione e si sono selezionati gli organismi più adatti all’ambiente sul quale venivano proiettati i nostri progetti. Per migliaia di anni anzi, i progetti sono stati modellati in modo da essere adeguati all’ambiente. Per migliaia di anni lo scopo dei progetti stessi è stato quello, molto concreto, di migliorare le nostre condizioni di vita. In questo lungo periodo il valore di ogni processo e di ogni progetto della attività dell’uomo era direttamente proporzionale alla sua utilità in termini di apporto di benessere agli individui ed alle società umane. Non a caso per "commercio" si intendeva scambio di "beni" e cioè di prodotti che erano utili per il "bene" di chi acquistava. Questa logica ha continuato ad essere prevalente anche quando lo scambio di merci (di beni) che prima era indiretto, è diventato mediato dall’uso di moneta. Nel terzo millennio questa logica appare sempre più distorta nel senso che al valore d’uso viene sempre più sostituito il valore monetario in quanto tale, il valore "di vendita". Ne è chiara testimonianza il fatto che una parte consistente dei prodotti attualmente venduti nel Nord del Mondo ed alle classi abbienti del Sud spuntano prezzi che non hanno quasi relazione con la loro quantità di apporto di "ben essere" ma semmai derivano da tendenze (mode) dominanti al momento in cui vengono venduti. Anzi la tendenza attuale è spesso di rendere i prodotti il meno "durevoli" possibile in modo da sostituirli rapidamente. Pare cioè che siamo giunti ad una fase terminale di un processo millenario di alienazione che ci porta a rimuovere in modo sempre più deciso e preoccupante non solo l’esistenza stessa dell’ambiente, delle risorse che pure da esso vengono tratte (aria, acqua, suolo, energia) ma perfino la nostra stessa natura di esseri viventi che in quanto tali hanno bisogno di benessere concreto, reale, materiale. Questo processo (è bene essere chiari)è molto avanzato nel Nord del Mondo, molto meno nel Sud, in cui solo alcune minoranze, per quanto potenti, ne sono interessate. C’è quindi una tendenza molto preoccupante verso una schizofrenia generalizzata della nostre specie, una parte della quale sta perdendo il senso profondo e materiale della propria vita mentre un'altra lotta ancora, come sempre, per la propria sopravvivenza anche se sente in parte il richiamo alienato delle società affluenti. Ne deriva un rapporto sempre più distorto con l’ambiente ( gli ambienti) viziato dall’ormai vecchio "richiamo della foresta" industrialista e quindi positivista e/o dalla sempre più pervasiva rimozione delle esigenze della vita nostra e degli altri.

Non a caso il benessere di un Paese viene quasi unanimemente misurato con un indicatore ( il prodotto interno lordo =PIL) che è derivato ed è causa allo stesso tempo delle concezioni attualmente prevalenti nelle nostre società.

In realtà il PIL misura essenzialmente il volume di circolazione monetaria di un particolare Paese e potrebbe essere un indicatore plausibile di benessere solo se fosse correlato con il rapporto domanda e offerta. In questo caso, se questo rapporto fosse il determinante dei prezzi di prodotti, potrebbe in qualche modo corrispondere al valore d’uso, naturalmente se ammettiamo che la domanda sia reale e non fittizia (provocata ad esempio dalla pubblicità).

In realtà ( non ci pensa quasi nessuno) una serie di beni e servizi di vitale importanza non viene commerciata e quindi non entra nel calcolo del PIL. Non entrano nel calcolo tutti i beni "dati" dall’ambiente (le foreste, l’aria ecc.) come non entra nessuno dei servizi che non implicano scambio di moneta come il lavoro casalingo, le cure parentali effettuate dai genitori o da altri membri della famiglia, il tempo libero, ogni forma di lavoro volontario. Anzi, paradossalmente il PIL aumenta quando questi prodotti e servizi forniti gratis, mancano e devono essere quindi sostituiti da beni e servizi a pagamento che aumentano la circolazione di moneta. Per fare un esempio lampante, il servizio sanitario nazionale viene valutato solo in negativo, in termini di costi, mentre la salute che ne deriva non risulta in positivo come bene e patrimonio acquisito (acquistato) con il contributo collettivo dei cittadini. Analogamente la distruzione di risorse naturali e persino una catastrofe non vengono considerati come perdite ma anzi fanno di fatto salire il valore del PIL, che è appunto basato sulla massa di circolazione monetaria, che conteggia in positivo le inevitabili spese di recupero. Lo stesso varrebbe nel caso di una crisi del volontariato, sostituito da spesa sociale o degli altri servizi a costo nullo di cui accennavo.

Non se ne parla per niente , ma tutto ciò è in realtà in perversa contraddizione con alcuni dei concetti fondanti della economia liberista moderna.

Secondo Ricardo ad esempio la natura è un fattore essenziale della produzione. Infatti " La rendita deriva dalla proprietà delle ricchezze naturali. Soltanto se si mantengono le capacità di rigenerazione della materia è possibile mantenere la rendita". E per Hicks" la rendita consiste nelle ricchezze che un individuo può consumare senza impoverirsi".

D’altra parte il capitale viene definito come "uno stock di beni reali che possono essere utilizzati per produrre altri beni o essere conservati per produrre nel futuro". In questo senso il capitale naturale (acqua , aria, suolo, energia) è parte integrante del capitale in generale e viene invece adesso del tutto dimenticato nel calcolo del PIL come indicatore del benessere di una Nazione, categoria che si considera quindi del tutto indipendente dalle ricchezze, in termini di risorse naturali, possedute dalla Nazione stessa. In altri termini nell’attuale stato alienato un prodotto, un materiale, un processo vengono considerati parte della ricchezza e quindi del benessere solo nel momento in cui vengono venduti. In questo senso il risparmio (minore spesa per l’acquisto) ha un valore positivo solo se calcolato come futuro guadagno ricavato da una vendita futura. E’ abbastanza ovvio che questa concezione porta evidentemente a puntare ad un aumento di quantità della merce venduta, anche a prezzo della distruzione delle risorse che, magari non immediatamente vendibili in quanto tali, non possono essere considerate parte del reddito.

Questa profonda rivoluzione nella nostra strategia di cui sembra non accorgersi nessuno ha ovviamente conseguenze rilevanti anche per quanto riguarda lo sviluppo delle scienze e delle tecnologie che ne derivano . A differenza di quanto pensa la gente la scienza e gli scienziati sono molto diversi da come vengono dipinti ( e a volte si auto dipingono) . L’immagine che ci viene offerta di questa comunità è da un lato quella di persone che hanno profonde e misteriose conoscenze e sarebbero in realtà capaci in tempi più o meno brevi di risolvere qualsiasi problema o, invece , di provocare qualsiasi danno. Saremmo quindi essenzialmente dei maghi , buoni per alcuni, malvagi per altri, ma comunque onnipotenti , con propri obiettivi in parte almeno tenuti nascosti o , ancora peggio, inconoscibili, da parte delle persone "normali". La nostra potenza e autonomia deriverebbero dalla illimitata capacità del nostro cervello , variante scientifica e tecnologica del per conto suo onnipotente cervello umano . Nella realtà dei fatti ovviamente le cose stanno in modo del tutto diverso. Chi si occupa di scienza e tecnologia è un essere umano come gli altri ed è quindi , in quanto animale profondamente sociale, influenzato dallo spirito del tempo e cioè dalla scala di valori , dai desideri e dalle scelte, della società in cui vive. Questo vale non solo per la scelta degli obiettivi della ricerca e quindi delle possibili applicazioni tecnologiche ma per lo stesso modo di pensare, per il metodo da utilizzare , per il modo con cui si traggono le conseguenze. L’immagine di onnipotenza che viene trasmessa al ricercatore ad esempio, non può che essere gratificante e quindi viene rinforzata in modo conscio ma soprattutto inconsciamente da chi la riceve che tende quindi a rafforzare il concetto di infallibilità , di autonomia e di verità della scienza in quanto tale. Gli stessi ricercatori quindi tendono ancora a combattere chiunque sottolinei gli elementi di imprevedibilità intrinseca che ognuno di noi in realtà incontra quando fa gli esperimenti soprattutto in campo biologico. Per lungo tempo ed anche ora , sono stati proprio gli scienziati che hanno avvalorato il concetto che nulla è intrinsecamente imprevedibile , che comunque quella che appare come imprevedibilità è negativa e può essere superata grazie , al solito alla enorme capacità del nostro cervello. Da qui la tendenza , in campo biologico, a considerare gli esseri viventi come macchine di cui si possono cambiare i componenti uno a uno senza alcun elemento di imprevedibilità del risultato. Del resto la capacità di prevedere tutto fa parte delle radici stesse del pensiero della rivoluzione industriale come hanno tante volte sottolineato spesso inascoltati, gli ambientalisti , sulla base dei disastri imprevedibili ma realizzatisi prodotti, dai derivati della rivoluzione stessa.

E’ ancora dal concetto di onnipotenza che deriva l’opinione di tanti , scienziati e non , che tutti i mali e i problemi del mondo possono comunque essere risolti solo dalle tecnologie e non , ad esempio, dal cambiamento dei processi di interazione sociale fra i componenti della nostra strana specie. E’ probabilmente per questo che noi biologi sentiamo venire dai mezzi di comunicazione di massa una richiesta sempre più forte di risolvere i problemi , dalla fame alla stessa morte, con il tocco magico di un gene che, introdotto nel nostro corredo ereditario, di farebbe sani, intelligenti, ancora più capaci, immortali e, perché no, felici e magari anche fedeli alla nostra compagna o al nostro compagno. Da qui il tambureggiamento continuo a cui siamo sottoposti sul carattere miracoloso di questo o quel gene , di questo o quel prodotto della ingegneria genetica e la sottovalutazione continua invece di qualsiasi azione collettiva , dei tentativi di soluzione dei problemi sociali, della rilevanza delle stesse scelte economiche, dei rapporti fra i popoli, fra poveri e ricchi, fra sani e malati ecc.

E’ ovvio, da quello che ho detto che il dibattito sulle cosiddette biotecnologie e in particolare su quelle basate sul trasferimento di geni da un organismo ad un altro che non può incrociarsi in natura con il primo, è totalmente viziato . Si assiste infatti essenzialmente ad uno scontro fra chi pensa che la scienza e anche la tecnologia siano di per sé stesse apportatrici di progresso e di benessere e chi invece, magari scottato da esperienze passate , esprime l’opinione opposta che tutti i prodotti della scienza e della tecnologia siano in qualche modo prodotto diabolico di malvagi quanto potenti ricercatori.

Vediamo allora , prima di entrare nel merito dei prodotti attuali delle biotecnologie, di discutere quanto il concetto di assenza di imprevedibilità della vita che è alla base della ingegneria genetica che riempie i nostri schermi televisivi ( non di qualunque operazione di ingegneria genetica) , sia avvalorato dai dati veramente scientifici contemporanei

La vita fra plasticità e organizzazione

Come si sarà capito la concezione della vita che ci viene offerta e che deriva dallo spirito del tempo presente è profondamente riduzionista ( la conoscenza di un organismo non può che derivare da quella delle sue parti) e determinista ( conosciute le regole meccaniche della vita la si conosce nella sua interezza).

La codificazione definitiva in termini moderni del determinismo in Biologia va tuttavia attribuita ad un fisico , Erwin Schrodinger. Questi , nel 1944, precorse di fatto la Biologia molecolare prevedendo la esistenza di una macromolecola. Il DNA, in cui , secondo un codice preciso , sono scritte le indicazioni per tutti i caratteri degli esseri viventi. Per cui " se si potesse leggere l’uovo si conoscerebbe la gallina". Nel 1953 infatti , James Watson e Francis Crick scopersero la struttura del DNA e nel 1958 , ad opera di Crick, apparve su Nature un articolo dal titolo illuminante " Il dogma centrale della Biologia molecolare". In questo articolo l’autore , sulla base dei dati derivanti da una serie di brillanti lavori sperimentali , affermava che l’informazione genetica , scritta nell’alfabeto a quattro lettere del DNA, viene trascritta senza possibilità di errore in un alfabeto simile nella molecola dell’RNA (acido ribonucleico) e poi tradotta nella lingua a venti lettere delle proteine, gli strumenti della vita, le macromolecole fondamentali per la nostra struttura ed il nostro metabolismo dalla nascita fino alla morte. Questo significa in parole povere che : a) i geni e cioè gli elementi ereditari sono fatti di DNA e le loro funzioni sono "scritte su questo; b) ogni gene specifica una funzione indipendentemente dagli altri; c) quello che è scritto sul gene non è ambiguo e determina in tutto e per tutto il carattere; d) essendo i geni separati e non interattivi noi siamo completamente dati dalla somma dei nostri geni ; e) se leggiamo il DNA correttamente sapremo compiutamente la nostra vita, morte e miracoli e se ne modifichiamo una parte secondo un nostro progetto le conseguenze saranno completamente prevedibili, f) la nostra storia di vita non conta nulla perché è completamente determinata all’inizio.

Il programma meccanico sembrava così essersi compiuto e sembrava in grado di spiegare completamente la vita secondo la felice intuizione di Schrodinger che Francis Crick aveva letto traendone ispirazione. . I sistemi viventi erano , come disse nel 1971 Jacques Monod in un famoso libro, determinati dal caso) e dalla necessità. La componente casuale era data dalle mutazioni e dall’assortimento casuale dei geni e degli alleli ad ogni generazione, la necessità dal DNA, chiamato da Monod non a caso lo "invariante fondamentale", rigido e preciso determinante di tutti i sistemi viventi. Queste affermazioni, come il lettore avrà compreso sono estremamente simili a quelle di Laplace se sostituiamo la vita all’Universo e noi esseri umani al suo "demone". Secondo questa concezione gli esseri viventi si distinguono dal resto della materia solo per il meccanismo riproduttivo che trasmette di generazione in generazione il codice della vita. L’ambiente al massimo entra in tutto questo solo come giudice esterno che sceglie quelli che hanno avuto la fortuna di avere ricevuto i DNA migliori e sono quindi in grado di trasmetterli ad una progenie più numerosa di quelle degli altri. La predicibilità da parte dell’uomo è comunque totale e dipende solo dalle sue capacità tecniche di lettura del patrimonio genetico degli organismi. Questa visione della vita è stata poi avvalorata nei primi anni "60 del novecento dalla decifrazione del codice secondo il quale la informazione contenuta negli acidi nucleici ( DNA e RNA) viene tradotta in proteine e si è mantenuta largamente prevalente fino agli anni "90 dello stesso secolo anche se era dagli anni "70 che si andavano accumulando le cosiddette eccezioni al dogma centrale. Può essere interessante notare che in fisica il programma di Laplace era andato in crisi molto prima con la meccanica quantistica e poi nella seconda metà del Novecento con gli studi sempre più rilevanti sui " sistemi complessi" su cui ritorneremo in seguito. Non che in Biologia non ci siano state fino dai primo decenni del Novecento critiche alla visione semplicistica poi codificata nel dogma centrale , ma si può dire che i "programmi di ricerca" che ne derivavano coesistevano con quello meccanico ma erano senza dubbio molto meno noti al di fuori di ristrette cerchie di ricercatori considerati dagli altri eretici o comunque fuori dal filone principale delle Scienze Biologiche. Si era, a cavallo della metà del secolo scorso, all’inizio di una entusiasmante rivoluzione tecnologica che , a differenza delle precedenti aveva come oggetto i sistemi viventi e l’uomo stesso. Erano in pieno sviluppo la industria farmaceutica inesistente nella prima metà del secolo e le tecniche mediche e chirurgiche . con esse aumentava la aspettativa di vita soprattutto nei Paesi finanziariamente , scientificamente e tecnicamente più ricchi. Si stava verificando in altre parole la prima rivoluzione industriale biologica e le tecnologie derivate ( le biotecnologie) erano in procinto di diventare parte di quella che sarà poi chiamata la "nuova economia". E’ interessante notare che il metodo riduzionista è in effetti un metodo di grande potenza ed è quindi di fatto servito per raccogliere una serie enorme di dati che ha costretto il biologi a cambiare completamente la concezione meccanica da cui erano partiti.

Negli anni "70 ed "80 del secolo scorso infatti, si sono scoperte una serie di contraddizioni nella visione concettualmente derivata dal dogma centrale. E’ stato proprio questo, il dogma, a vacillare quando si è scoperto, in procarioti prima in noi eucarioti poi, che i geni , le stringhe di DNA cosiddette "codificanti" perché portano , in codice, le informazioni per le proteine, sono "ambigui". Si è infatti dimostrato che un gene è in realtà come una frase fatta di più parole che può essere letto a cominciare da un punto o da un altro e finendo dopo numeri diversi di parole. Questo porta a significati diversi della frase e cioè alla sintesi di proteine diverse con funzioni diverse. Non solo, ma negli eucarioti , le parole ( "esoni") sono intervallate da pezzi di DNA ( "introni") che non verranno poi tradotti in proteine. Anche così il DNA viene trascritto fedelmente in RNA . Questo però viene poi tagliato alle giunzioni fra introni ed esoni . Gli esoni vengono poi spesso assemblati in ordini diversi dando di nuovo proteine diverse con diverse funzioni. Per dare una idea dell’importanza di questo fenomeno posso citare il caso di una classe di proteine , le neurexine. Ebbene , di queste proteine, essenziali per la corretta trasmissione di messaggi fra neuroni, se ne conoscono più di duemila probabilmente perché il cervello deve essere fornito di strumenti molto versatili, ma sono tutte codificate da solo tre geni. E le fonti di ambiguità non sono solo quelle che intervengono nella trasmissione del messaggio da DNA a proteine. Queste , infatti, possono essere ulteriormente riarrangiate acquistando funzioni diverse anche dopo essere state sintetizzate. Infine , una stessa proteina può assumere , anche che ne venga modificato l’ordine dei componenti ( gli "aminoacidi"), conformazioni diverse e quindi significato funzionale diverso.Un esempio di questo processo ci viene dalla ben nota sindrome della "mucca pazza" ( la encefalopatia spongiforme) che colpisce bovini, ovini, ed altri ungulati e può essere trasmessa a noi esseri umani. Il fattore che determina la comparsa della sindrome è una proteina che, quando è nella sua conformazione normale esplica una funzione importante nel cervello ed è codificata da un solo gene .Questo in condizioni normali. Può però succedere che una delle moltissime copie di questa proteine, tutte uguali come composizione, cambi spontaneamente forma e ne assuma un’altra non funzionale. Se la molecola " malata" incontra poi una sorella "sana" le due formano un complesso labile da cui anche la versione funzionale esce con la forma sbagliata. Così la malattia si propaga con le conseguenze terribili che conosciamo. In questo caso il gene non è stato modificato, l’RNA nemmeno e neanche la proteina ma solo la sua forma che cambia funzione o, in questo caso , perde quella che aveva. Il dogma centrale, anche se senza dubbio la meccanica del trasferimento di informazione è effettivamente quella scoperta verso la metà del Novecento, perde gran parte del suo contenuto deterministico dopo le scoperte di cui si è adesso discusso perché tutte le altre macromolecole portatrici di informazione degli esseri viventi ( DNA, RNA, proteine) non sono rigide ma versatili. Fa parte della versatilità il fatto che ogni macromolecola può essere riarrangiata a seconda delle esigenze e può assumere una serie di conformazioni ( possiede "un paesaggio conformazionale") ognuna delle quali è funzionalmente diversa dalle altre Per comprendere bene il significato biologico di questo fatto bisogna aggiungere ai concetti di ambiguità e versatilità quello di comunicazione fra molecole. La comunicazione è infatti uno degli elementi fondamentali della vita e si realizza , come abbiamo visto nel caso della "mucca pazza " , attraverso il riconoscimento fra molecole che avviene per "complementarietà" delle forme in termini sterici ed energetici. E’ con un meccanismo di questo genere che gli enzimi riconoscono i substrati ( le molecole che devono trasformare) . I substrati infatti si complessano con gli enzimi e poi , una volta trasformati se ne liberano. E’ così che noi assimiliamo ed eliminiamo, è così che costruiamo tutte le sostanze di cui abbiamo bisogno volta per volta . L’enzima in questa operazione dovrà quindi assumere una conformazione precisa per riconoscere e complessarsi con un substrato. Se la conformazione cambia, il riconoscimento può non avvenire o , invece , la proteina può riconoscere un altro substrato e servire a produrre un’altra sostanza. Essere capaci di assumere più conformazioni significa quindi per le proteine poter sintetizzare sostanze diverse. Sorge qui il problema di come vengono usate variabilità, versatilità, ambiguità e cioè di cosa determini la "scelta" da parte di una cellula di indirizzarsi verso un processo o verso un altro. Innanzitutto vanno compresi i processi cosiddetti di "regolazione" con i quali la cellula "decide" di esprimere un gene , e cioè se produrre o meno una proteina ma anche quanto , quando e dove ( in che parte di un organismo multicellulare) compiere questa serie di operazioni. L’importanza di questo meccanismo, ancora in via di chiarimento risulta evidente da quanto si è appreso molto recentemente dal sequenziamento di un numero elevato di genomi fra cui quello umano. Queste analisi hanno ulteriormente dimostrato innanzitutto che la differenza fra i sistemi genetici degli eucarioti e dei procarioti è davvero grande. Non tanto però per il numero di geni che è di un paio di migliaia in un batterio e solo poco più di venti volte di più in un organismo complesso come il nostro. Il numero dei geni quindi non sembra essere in alcun modo correlato con i livelli di complessità degli organismi e nemmeno con il numero di funzioni di cui sono capaci. Anche all’interno degli eucarioti infatti il moscerino dell’aceto ( la Drosophyla dei genetisti) ha circa metà geni di noi e il lievito , che è unicellulare arriva a poco meno di un quarto. Tuttavia, se guardiamo alla quantità complessiva di DNA per cellula il divario fra noi e i batteri è veramente enorme . Come è noto il DNA è costituito da una lunga serie di elementi detti "nucleotidi". Vi sono quattro tipi di nucleotidi ( quattro "lettere" nella metafora informatica ancora in voga) indicati con A,T,G,C. Ebbene noi esseri umani abbiamo in ogni cellula circa tre miliardi di questi elementi mentre i batteri ne hanno da cinquecentomila a 5-6 milioni. Ne consegue che nei batteri i geni veri e propri ovvero la porzione codificante di essi ( quella che viene trascritta e tradotta in proteine) costituisce circa l’80-90% dell’intero genoma mentre nel caso degli esseri umani la quantità relativa si riduce al 2%. Il resto , di cui si conosceva già la esistenza da diverso tempo, veniva anche chiamato con sprezzo "DNA spazzatura", ma spazzatura davvero non è in quanto contiene gran parte delle indicazioni per le funzioni di regolazione. E’ qui che giocano un ruolo fondamentale i meccanismi di riconoscimento che indicavamo prima. I geni infatti vengono trascritti da un enzima che riconosce il punto in cui la trascrizione del DNA deve avere inizio e poi scorre lungo la stringa abbandonandola ad un punto di termine della lettura. Perché questo enzima si attacchi al DNA , tuttavia , è necessaria la presenza, nella parte a monte del gene , di tutta una serie di proteine che devono riconoscersi fra di loro e riconoscere piccole sequenze del DNA . Su questo quindi ci devono essere , nei diversi punti piccole "paroline" con una composizione tale da poter assumere una conformazione locale complementare alla porzione della proteina con cui si dovranno complessare. Se quel gene verrà trascritto o no dipenderà quindi della esistenza nella cellula di tutte le proteine con cui la zona regolatrice si deve unire a formare quello che viene chiamato " complesso di trascrizione". Quanto verrà trascritto invece deriverà dal livello di correttezza del riconoscimento fra le molte diecine di proteine e il DNA regolatore e dalla sua stabilità. E’ quindi il livello di complementarietà fra partners dei complessi di trascrizione quello che conta nella regolazione della espressione dei geni. Il meccanismo è quindi tale da permettere ad un gene di esprimersi o no e anche di farlo più o meno. Questa flessibilità è fondamentale per fare sì che le azioni dei singoli geni siano "concertate" fra di loro , lo sviluppo proceda per attivazioni successive di gruppi di geni diversi, l’organismo possa rispondere alle variazioni ambientali attivando o inibendo batterie diverse di geni. La "concertazione" è necessaria perché le quantità relative dei componenti di un sistema biologico devono essere equilibrate , pena grave sofferenza o la morte. Pensiamo ad esempio cosa succederebbe se anche uno solo dei geni che ci permettono di assimilare molto costruendo grandi quantità delle sostanze prodotte , diventasse improvvisamente molto più efficiente. Se contemporaneamente non aumentano di efficienza anche gli altri geni che controllano la utilizzazione dei prodotti e la eliminazione delle scorie, avremmo un accumulo delle sostanze sintetizzate e di conseguenza tossicità e disagio tanto più forte quanto più sbilanciato è lo squilibrio che si è creato. Analogamente, durante lo sviluppo di un organismo multicellulare come il nostro, degli altri animali e delle piante superiori, bisognerà che fin dalle prime divisioni embrionali gli eventi si susseguano in un certo ordine temporale e con caratteristiche che , almeno nelle linee generali si sono ottimizzate durante la evoluzione. Perché questo avvenga è necessario che geni diversi siano attivati in momenti diversi e, quando intervenga una differenziazione di tipi cellulari e tessuti , in luoghi diversi. Tutto ciò avviene perché la attivazione di un gene e i suoi prodotti fungono da segnale per una serie di atti regolativi che inibiscono/attivano altri geni dando luogo ad una cascata di eventi finemente regolata qualitativamente e quantitativamente anche se sufficientemente flessibile per poter rispondere ai cambiamenti ambientali che si verificano durante la vita. Le proteine per la trascrizione , che anch’esse sono prodotte sulla base di geni corrispondenti , saranno presenti solo quando è necessario e cioè quando i segnali avranno "detto" che è il momento giusto per intervenire. Un organismo si svilupperà quindi secondo un piano che non è in quanto tale precostituito ma lo diventa automaticamente per la struttura della catena di eventi che si attivano l’un l’altro. Ne deriverà che ogni cellula di un organismo complesso esprime solo una parte dei suoi geni ( poche migliaia) e che gli altri sono inattivati. Questa inattivazione durante il ciclo vitale tende a diventare sempre più stabile e spesso comporta modificazioni definitive dei geni non funzionanti e la incapacità da parte delle cellule adulte a rigenerare un organismo intero. Sono famosi da questo punto di vista gli esperimenti conclusivi condotti da Gurdon sulle rane e da Hadorn su Drosophyla negli anni "60-"70 del novecento purtroppo dimenticati ai giorni nostri .Tutto ciò significa che l’evoluzione ha costruito in milioni e miliardi di anni un finissimo equilibrio dinamico basato sulla comunicazione fra componenti, proteine strutturali, enzimi , DNA,RNA le cui forme funzioni sono correlate , possono quindi riconoscersi ed agire di concerto. Ogni specie si è cioè via via differenziata costituendo una sua rete , diversa da quelle delle altre specie. Tutti gli individui di una stessa specie hanno esattamente gli stessi geni e quindi possono eseguire le stesse funzioni concertate anche se i geni sono presenti in diverse varianti ( gli "alleli").La comunicazione fra elementi è anche il meccanismo fondamentale che ci rende "soggetti" e cioè capaci di reagire cambiando in modo da restare vivi , ai cambiamenti esterni. Per capirci prendiamo ad esempio la risposta che noi, animali omeotermi diamo all’aumento di temperatura nell’ambiente. Le nostre cellule sono delimitate da una parete che le racchiude. Nella parete sono presenti proteine che la attraversano e cioè hanno una parte fuori, che pesca all’esterno ed una interna alla cellula. I recettori ( così sono chiamate) cambiano conformazione quando riconoscono un segnale che viene dall’interno dell’organismo o dall’ambiente esterno ( per esempio il calore). Il riconoscimento porta ad un cambiamento di conformazione della proteina recettore che diventa capace di inviare un segnale ( una molecola) all’interno della cellula. Ad altre proteine che cambiano a loro volta conformazione e trasmettono l’informazione ricevuta. Si ha così una catena di "traduzione" di segnale che giunge fino a proteine che sono in grado di legarsi al DNA di quei geni che devono essere attivati per sudare formando complessi con le sequenze regolatrici, geni che possiedono sequenze a monte con conformazioni locali complementari a quelle delle proteine segnale. E’ quindi la trasmissione di segnale che rende le reti efficienti , regolate, e capaci di rispondere autonomamente all’ambiente esterno provocando il cambiamento necessario all’organismo per restare uguale ( in questo caso per mantenere costante la sua temperatura interna). Per il cambiamento naturalmente le cellule utilizzeranno tutte le fonti di variabilità e versatilità che possiedono , da quelle derivate dalla ambiguità delle macromolecole dal DNA all’RNA , alle proteine , alle diverse "strade" metaboliche che si possono usare per costruire una stessa sostanza. Si parla allora di ridondanza del metabolismo ove il termine ridondanza , applicabile anche a tutte le componenti dei sistemi viventi significa in genere più vie o più processi o più strumenti con cui fare la stessa cosa. La conclusione di tutto questo è che gli esseri viventi per restare tali devono innanzitutto avere una grande variabilità disponibile fra cui scegliere poi di volta in volta il comportamento fisico con cui adattarsi alle mutevoli condizioni ambientali e, nel tempo ai cambiamenti inevitabili e in parte programmati del loro ciclo vitale. Non si può quindi dire che la vita sia legata ad un programma prefissato ma semmai che la vita si basa sugli strumenti resi disponibili dal DNA ma il programma si costruisce mano a mano attraverso le interazioni fra i componenti del sistema vivente , ridondanti, variabili e interattivi, e fra il sistema vivente e l’esterno. Si parla in tutti i casi dello svolgersi di una strategia esplorativa, fondata sulla esistenza di "generatori di variabilità" ( le sequenze ipervariabili nel DNA, i diversi modi di esprimere la loro informazione, i processi di ambiguità, la liberà dei paesaggi conformazionali, e, a livello di cervello le possibili , numerosissime connessioni fra neuroni diversi a formare milioni e miliardi di combinazioni possibili). Fra questa variabilità la scelta viene fatta cercando continuamente una interazione virtuosa fra il sistema vivente ricevente e i messaggi che vengono dall’esterno. Niente di statico e predeterminato ma invece sistemi armonici in continuo cambiamento e flusso della loro armonia . Sistemi cioè costruiti a reti di elementi tutti collegati che cambiano insieme e non separatamente.

Le strategie esplorative, si badi bene , non sono solo usate durante lo sviluppo ma anche durante la evoluzione e ad ogni livello della organizzazione gerarchica della vita , dalla cellula all’organismo, alla popolazione di organismi della stessa specie agli ecosistemi , alla biosfera. In tutti i casi plasticità, variabilità, capacità di risposta ai cambiamenti esterni, ridondanza e vicarianza, sono tutte caratteristiche senza le quali un sistema non può essere vivente. La imprevedibilità quindi non solo è intrinsecamente presente in tutte le forme di vita ma è anche necessaria , data la contemporanea imprevedibilità dell’ambiente a cui dobbiamo rispondere per restare vivi. Niente a che fare quindi con la concezione meccanica che invece abolisce la variabilità e la versatilità in linea di principio proponendo invece di queste il principio del "migliore" in assoluto che invece in natura è il perdente in quanto il vero migliore è quello che si adatta a più ambienti e che riesce a cambiare rapidamente per restare vivo.

Le nuove biotecnologie

Da quanto si è detto fino ad ora dovrebbe apparire chiara la differenza sostanziale fra un incrocio fra individui appartenenti alla stessa specie e il trasferimento di un gene fra due specie diverse e non interfeconde. Nel primo caso infatti, dato che , come si è detto , tutti gli individui appartenenti alla stessa specie hanno esattamente gli stessi geni anche se in varianti ( alleli) diverse, sono queste varianti ad essere scambiate e non i geni stessi. In altre parole , stante il fatto che tutti gli esseri umani hanno i geni necessari perché gli occhi abbiano un qualche colore lo scambio, in un incrocio fra umini e donne, avverrà fra alleli che danno colori diversi e non fra geni con funzioni diverse. O ancora, nessuna nuova funzione sarà presente nel figlio di una coppia umana che avrà invece tutte le stesse funzioni dei genitori anche se con un assortimento nuovo dei loro alleli. Se si inserisce invece un gene da un organismo non umano, ad esempio una pianta, questo ci porterà una nuova funzione che non è detto sia compatibile con la armonia della rete umana aggiustatasi nei milioni di anni della nostra evoluzione. Comunque sia , il risultato della operazione non sarà pre-vedibile ma semmai potrà essere chiarito dopo che l’organismo risultante si è sviluppato.

La prova di tutto questo, in un certo senso malauguratamente, ci viene proprio dagli scarsissimi successi ottenuti per ora con l’uso delle tecniche di ingegneria genetica soprattutto in campo animale e vegetale. L’insuccesso infatti è essenzialmente dovuto

al fatto che gli organismi geneticamente modificati ( OGM) , soprattutto se eucarioti stanno generalmente male , per gli squilibri che porta nei loro organismi l’inserimento di un gene "non previsto", e quindi non sono produttivi. A fronte quindi delle migliaia di diversi organismi transgenici ( così si chiamano anche) nei laboratori che vengono continuamente reclamizzati dai mezzi di comunicazione di massa e da una parte degli stessi biotecnologi, quelli che hanno avuto un qualche successo in commercio ameno in termini di produttività, sono pochissimi.

Qualche successo si è invece ottenuto con la inegneria genetica dei batteri e in particolare con microrganismi geneticamente modificati per la produzione di proteine umane importanti per la nostra salute che non potremmo procurarci in altro modo. In questo caso , naturalmente, non si usano i batteri in quanto tali ma solo le proteine che da essi vengono estratte e purificate.

Il primo esempio di applicazione di questa pratica è il caso della produzione di insulina, essenziale come è noto per la cura del diabete, che è stata messa in commercio come prodotto del Dna ricombinante, negli anni ’80. Questo ha fatto sì che non si utilizzasse quella estratta dai suini, che è più costosa e provoca più facilmente allergie. Altri esempi di prodotti già utilizzati a scopi terapeutici sono l’ormone della crescita (hGH), utilizzato per combattere il nanismo, gli interferoni (IFN), che si usano contro alcuni tipi di leucemia e l’epatite virale, e la interleuchina 2, impiegata come coadiuvante nelle terapie antitumorali. Altri ancora sono il "fattore di stimolo delle colonie di granulociti" (G-CSF) e l’eritropoietina, che aiutano a tollerare le chemioterapie in pazienti sofferenti di tumori, l’"ormone di stimolo dei follicoli" che può curare la sterilità umana il fattore VIII per la emofilia, la DNAsi per la fibrosi cistica e altri ancora. Quelli ora citati sono solo alcuni degli usi dei prodotti già in commercio, ma altri saranno possibili con l’aumentare della nostra conoscenza del ruolo che le diverse sostanze hanno nella regolazione dei nostri processi vitali. Ad esempio, è in corso di sperimentazione la possibilità di utilizzare il G-CSF anche per aumentare le nostre difese in caso di infezione e contro una specifica forma di leucemia detta "mieloide".

Molti altri prodotti sono ancora in fase sperimentale: tra questi, ci si aspettano ottimi risultati da una serie di interleuchine che si possono utilizzare nella cura dei processi infiammatori e di alcune forme di leucemia, dal "fattore di crescita neuronale", che può essere impiegato contro alcune malattie degenerative del sistema nervoso, ecc. Se si guardano i dati della Biotechnology Industry Organisation , si osserva un forte aumento complessivo dei farmaci e vaccini approvati per la commercializzazione dal 1982 ( 2 ) al 2002 ( 35 ) , anche se l’aumento non è continuo ma ha avuto alti e bassi fino al 1994 ( 7 ), anno in cui ha subito una accelerazione pressoché continua raggiungendo il numero totale di 205 alla fine del periodo. Contemporaneamente le entrate in milioni di dollari delle cinque maggiori imprese del campo ( Genentech, Amgen, Biogen, Chiron, Genzyme ) sono cresciute da 9 milioni nel 1982 ad oltre 9 miliardi e 400 milioni nel 2002.

Le cose sono invece andate malissimo , almeno fino ad ora in campo animale perché gli appartenenti a questo gruppo di organismi resistono molto peggio delle piante alla modificazione dei loro patrimoni genetici. E’ per questo che nessun animale geneticamente modificato per uso alimentare è in commercio fino ad ora anche se da alcuni anni si prospetta la introduzione di un salmone gigante ottenuto mediante la inserzione di un gene per l’ormone somatotropo ( per la crescita). Una operazione di questo tipo era stata fra le prime ad essere tentata nei primi anni "80 del secolo scorso in topo ed aveva destato molte speranze. Il topo transgenico tuttavia era sì grosso molto di più di sua madre ma aveva una vita molto ridotta ed era sterile. Maiali trasformati con lo stesso gene erano talmente squilibrati nel loro bilancio ormonale che crescevano addirittura meno della loro controparte non trasformata-

Vediamo allora in concreto cosa c’è sul mercato. I caratteri che sono stati sono essenzialmente due : resistenza ad insetti e resistenza a diserbanti, ambedue ottenute inserendo nelle piante geni batterici che non interferiscono con il metabolismo dei vegetali. Nel primo caso si introduce un gene che permette di sintetizzare una tossina insetticida , nel secondo si ha o la produzione di proteine che distruggono il diserbante o un gene che dà una proteina bersaglio resistente.

In particolare , della area totale mondiale coltivata a materiale OGM , ( dati del 2001 ) il 77% é resistente a diserbanti, il 15% ad insetti, mentre l’8% é resistente ad ambedue. Una ancora insignificante area é coltivata con piante resistenti a virus. Va notato che mentre l’area coltivata con piante resistenti a diserbanti è aumentata rispetto all’anno precedente di ben il 24% , quella di materiale solo resistente ad insetti è diminuita. Anche le specie di piante trasformate ( transgeniche) coltivate sono poche. Si tratta di soia ( 63%), Mais ( 19%) ,Cotone ( 13%) , Colza ( una pianta dai cui semi si estrae olio, 5%) mentre esistono piccole coltivazioni di patata,zucca e papaia. Rispetto all’anno precedente ( 2000) solo le aree coltivate a soia e cotone sono aumentate mentre il mais è diminuito. La tendenza pare quindi essere verso la coltivazione di soia resistente a diserbanti e cotone che è essenzialmente resistente ad insetti. Di notevole interesse la distribuzione delle aree coltivate nei diversi Paesi.

L’area coltivata a piante transgeniche è per il 68% negli Stati Uniti , con un lieve decremento rispetto al 1999, per il 22% in Argentina ( incremento dell’otto per cento) per il 6% in Canada ( scesa del 3,7% ) , per il 3% in Cina ( stabile). Sono sotto l’1% della area totale le zone coltivate a OGM degli altri Paesi. Questo dato è particolarmente importante perché non solo i Paesi più poveri non hanno OGM ma quelli , in cui invece sono coltivati in modo massiccio, hanno una agricoltura con grandi estensioni a monocultura e costi relativamente bassi

Se questi sono i prodotti attuale non sembra che ci possiamo aspettare molto di nuovo dal futuro. I prossimi prodotti la cui commercializzazione è prevista entro il 2010, sono in gran parte varianti dei precedenti. Fanno eccezione alcune piante in cui sono modificate in positivo le caratteristiche degli oli e in un paio di casi dei carboidrati. Si prevede invece uno sforzo massiccio in particolare da uno dei grandi colossi biotecnologici, la Dow Agroscience, nel campo della produzione di farmaci da parte di piante transgeniche. Questo perché ., la "macchina" di traduzione della informazione genetica per alcune proteine umane è migliore di quella batterica. Resta da vedere , naturalmente , se questi prodotti entreranno veramente nel mercato oppure no , come è successo in altri casi.

I nuovi , possibili prodotti, fra l’altro, pongono dei problemi di molto superiori a quelli degli OGM attuali per quanto riguarda il rischio. Infatti gli effetti delle modificazioni in aree chiave del metabolismo come la produzione di grassi e carboidrati non possono non comportare cambiamenti in una parte consistente della rete metabolica e quindi potenzialmente anche dannosi per la salute. Naturalmente , se si vuole, la possibile pericolosità può essere analizzata ed esistono metodi di grande potenza per farlo. Tuttavia il problema esiste e il fatto che fino ad ora i nuovi metodi sofisticati che citavo nono siano stati utilizzati che pochissimo non toglie certo le preoccupazioni. Inoltre cambiamenti così drastici non possono non modificare anche altre caratteristiche, non direttamente legate alla salute , ma probabilmente capaci di influire sul gusto e sulle possibili caratteristiche di tipicità di alcune produzioni in particolare europee e del Sud del Mondo, nocendo così ulteriormente a quelle agricolture. Per non parlare dei prodotti farmaceutici che potrebbero diventare veramente pericolosi per la capacità delle piante di fecondare vegetali appartenenti alla stessa specie o a specie affini e non trasformate. Cosa succederebbe infatti se un eventuale mais produttore di insulina fecondasse piante della stessa specie anche lontane e il prodotto di queste andasse sul marcato per cui il consumatore non diabetico correrebbe il rischio di ingerire troppa insulina? E’ evidente che queste piante non dovrebbero mai essere coltivate all’aperto ma semmai andrebbero prodotte in serre ermeticamente chiuse ed eliminate completamente dopo averne est6ratto la sostanza medicamentosa desiderata come avviene nel caso dei batteri. Molto meno pericolosi sono invece i prodotti di ora nonostante che la discussione nel Nord del Mondo si sia generalmente concentrata proprio sui danni possibili alla salute derivanti dalla loro ingestione. I pericolo forse maggiore , ma facilmente evitabile con opportune leggi, concerne le piante resistenti a diserbanti che permettono il trattamento in campo per tutto il ciclo vitale per cui il diserbante , senza dubbio dannoso potrebbe essere ingerito dai consumatori cosa che non avviene con le piante non resistenti per le quali il trattamento viene effettuato prima della germinazione del seme per cui la sostanza erogata viene distrutta in tempo dalla microflora del terreno. L’altro potenziale ma non dimostrato né dimostrabioe

Questa la situazione complessiva , senza dubbio non rosea dal punto di vista della qualità e della quantità dei prodotti. Non mi sembra che si possa infatti sostenere che sia un successo per una nuova tecnologia l’avere ottenuto, in venti anni circa di ricerca e sperimentazione , con una spesa enorme, piante con due soli caratteri modificati con successo, appartenenti a pochissime specie e poche varietà, coltivate solo in pochi Paesi con una agricoltura molto particolare. Appare veramente assurda , dato il quadro ora descritto la affermazione che le nuove piante geneticamente modificate risolveranno la fame nel Mondo visto anche che i pochissimi prodotti in commercio non sono coltivati nei Paesi in cui la fame è endemica e miete ancora moltissime vittime. Né si può pensare che i popoli poveri non usino le piante transgeniche perché hanno paura irrazionale per la propria salute perché queste paure non sono mai state proprie degli affamati ma semmai di quelli che hanno in abbondanza cibo e possono quindi scegliere quale mangiare. Devono quindi esserci altre ragioni per il rifiuto pervicace della coltivazione di OGM da parte dei Paesi del Sud del Mondo. E infatti le ragioni ci sono e derivano dal fatto che le specie e varietà modificate non vengono considerate adatte alla coltivazione nei Paesi in Via di Sviluppo. Tutti gli OGM fino ad ora presenti sul mercato sono stati commercializzati da pochissime multinazionali che le hanno prodotte secondo quelle che il nord del Mondo considera le sue esigenze primarie. Sono quindi piante che producono molto, cibo di qualità non eccelsa, ma a costi di produzione , in termini di fertilizzanti, pesticidi, energia, piuttosto elevati e tali comunque da non poter essere affrontati dalle agricolture di sussistenza . Inoltre le varietà modificate in alcuni casi non si sono mostrate resistenti ai parassiti e patogeni del Sud del mondo ( questa è la causa del disastro del cotone resistente ad insetti in India, non corrispondono alle abitudini delle popolazioni dei Paesi del Sud che , ad esempio, in Asia non si nutrono di mais ma di riso e grano e mangiano poco o per niente la soia.

Viene a questo punto spontanea la domanda: ma se questa è la situazione perché tanti sforzi per far comprare a tutto il Mondo questi pochi e per niente entusiasmanti prodotti? Perché si spende tanto per la pubblicità e anche e soprattutto per le sovvenzioni alle esportazioni? La risposta viene dalla organizzazione attuale del Commercio mondiale ed è estremamente indicativa del processo di virtualizzazione di cui parlavo all’inizio di questo articolo. Ma per comprendere meglio quello che succede da questo punto di vista bisogna tornare indietro agli anni "60 e "70 del novecento e cioè alla cosiddetta "rivoluzione verde".

Non si può né si deve disconoscere a questo proposito che le motivazioni di questa operazione, promossa dalla FAO, organizzazione collegata all’ONU per la tutela del cibo e dell’agricoltura, fossero in gran parte positive. Il tutto partì dalla constatazione dell’esistenza di un vasto settore della popolazione umana sotto i livelli di nutrizione necessari per la sopravivenza e d’altra parte della rapida eliminazione di molta della variabilità genetica esistente nelle piante e negli animali. Si correva quindi il pericolo che la variabilità residua fosse definitivamente erosa dalla espansione mondiale del modello industriale omogeneizzante e non fosse quindi più sufficiente a creare nuove varietà altamente produttive necessarie in particolare ai Paesi affamati del sud del Mondo. Furono così creati e localizzati in questi Paesi numerosi centri di raccolta e conservazione delle piante allora esistenti, forniti di laboratori attrezzati e dotati di personale ad alto livello tecnico. Da li uscirono nuove varietà e tecniche colturali innovative anche se ancora basate sul modello industriale prevalente. La cosa ha funzionato molto bene per il periodo 1950-1984 per i cereali ed altre piante con una crescita della produzione pro capite del 38%, meno bene per gli animali, di cui si era curati di meno, la cui produzione era comunque già aumentata nel 1972 del 44%. Purtroppo questo periodo di grande incremento è finito tanto che la produzione pro capite di cereali è di nuovo diminuita del 11% nel 2000 e quella di carne del 15%. Va anche notato che il progresso registrato aveva migliorato nettamente le condizioni di vita in Asia e in Sud America, dove esistevano capitali da investire in chimica ed energia , ma non in Africa in cui invece la rivoluzione verde è stata complessivamente un insuccesso.Il mancato raggiungimento della sicurezza alimentare per tutti e il fallimento africano non sono casuali ma derivano direttamente dalla logica della stessa rivoluzione verde .Basti dire che dal 1950 al 1999 le vendite globali di pesticidi ( insetticidi, antiparassitari, anticrittogamici) è passata da due a trenta miliardi di dollari ( valori del 1999). Parallelamente la produzione di fertilizzanti è aumentata da meno di 10 milioni di

tonnellate nel 1950 a 130 nel 2000. Va notato che nello stesso periodo l’area coltivata a cereali pro capite è diminuita da 0,41 ha a 0,23 negli USA, da 0,34 a 0,11 in Brasile, da 0,28 a 0,10 in India, da 0,16 a 0,07 in Cina, da 0,32 a 0,11 in Nigeria. La riduzione della superficie coltivata è derivata da una serie di fenomeni quali la desertificazione causata da cambiamenti climatici a loro volta fortemente influenzati dalle emissioni di CO2 di origine umana ma anche dal degrado del terreno provocata dalla distruzione della microflora da parte dei fertilizzanti a in genere dalle pratiche colturali della agricoltura industriale. L’impoverimento dei terreni ha reso necessario un sempre maggiore uso degli stessi fertilizzanti chimici per compensare la perdita dei componenti organici andati distrutti creando un circolo vizioso che è andato alzando i costi di produzione. Ancora nello stesso periodo i prezzi dei prodotti alimentari invece sono andati calando ed ora sono ridotti a meno di un terzo di quelli dei primi anni settanta . Le ragioni di questo calo non stanno tanto nell’aumento di offerta del cibo ma piuttosto nella distorsione del mercato da parte delle politiche dei Paesi del Nord del mondo che per contrastare l’aumento dei costi e penetrare con i loro prodotti nel Sud , stanno da tempo sovvenzionando vigorosamente i loro agricoltori e le loro esportazioni. I prezzi sono quindi sempre di più slegati dai costi e questo determina una situazione di grave disagio nelle agricolture dei Paesi più poveri che non hanno i soldi per auto sovvenzionarsi .. Questo determina l’abbandono delle terre per fame e la migrazione in megalopoli a crescita rapidissima di masse di contadini e delle loro famiglie in cerca di cibo. Abbandono delle terre significa disgregazione delle culture , perdita delle tradizioni e con esse delle varietà coltivate e mantenute per millenni nella agricoltura di sussistenza. Gli agricoltori del Sud ed anche i consumatori di cibo di quei Paesi sono poi presi dalla morsa delle grandi multinazionali che controllano contemporaneamente i mercati delle sementi, del cibo, dei fertilizzanti e degli altri additivi chimici.. . Per tutte queste ragioni le produzioni di cibo pro capite stanno adesso calando ed è da prevedere un peggioramento delle condizioni di vita di ancora più degli 800 milioni di persone che adesso vivono a livelli inferiori a quelli di sopravvivenza. In sintesi si può dire che la scelta della imposizione di un modello errato di agricoltura, omogeneo in tutto il Mondo. Da qui il tentativo di impedire o almeno contrastare l’entrata di prodotti del Nord del Mondo a prezzi bassissimi su mercati dai quali i contadini del Sud vengono conseguentemente emarginati. L’unico modo in teoria accettato, perché parte della Convenzione Mondiale per la Biodiversità (CBD) , di impedire l’entrata di un qualsiasi prodotto, è la norma contenuta nel protocollo di Montreal firmato proprio nell’ambito della CBD, che permette di rifiutare la importazione di prodotti che si considerino dannosi alla salute e all’ambiente. Le piante OGM possono entrare in questa categoria il che significa che se invece venissero importate aprirebbero la strada a tutti gli altri prodotti agricoli, poco utili alle società che li ricevono , a bassissimo prezzo e quindi distruttivi per le loro agricolture. Per converso, questo spiega anche l’accanimento dalla parte del Nord del Mondo nel cercare di rompere quella barriera che impedisce il controllo totale dei mercati agricoli del Sud del Mondo. Ma c’è un’altra ragione , collegata alla precedente, per questo accanimento. Fino al 1991 , con praticamente come sola eccezione gli Stati Uniti, era vietata la brevettazione di "varietà vegetali e razze animali" da parte di chicchessia. I selezionatori e costitutori di varietà infatti erano protetti da un altro strumento legale approvato nell’ambito della UPOV che copriva i diritti di proprietà intellettuale presenti sulle varietà in commercio ma ne permetteva l’uso gratis in incroci fatti per ottenere altre varietà nuove e per la risemina ogni anno del prodotto. Dagli anni novanta in poi invece è passata la brevettazione della "invenzione biotecnologia" per la quale , se qualcuno isola un gene e lo inserisce in una pianta copre con la proprietà del gene " tutti i materiali " in cui è contenuto per venti anni e cioè tutte le piante che derivano dalla prima brevettata per questo tempo. Non solo, ma qualsiasi processo o metodo usato per scopi di "miglioramento genetico con metodi artificiali" delle piante può anch’esso essere brevettato in modo da poter chiedere royalties a chiunque lo utilizzi per venti anni. Tutto questo comporta una serie di vantaggi per il detentore dei brevetti che nella grandissima maggioranza dei casi appartiene al Nord del mondo. Innanzitutto , dato che gran parte dei processi e delle molecole necessarie per la trasformazione sono brevettate dalle grandi imprese , chi non ne ha è praticamente impossibilitato ad usare le nuove tecniche per qualcosa di utile in questo campo perché nel caso che le usasse dovrebbe pagare i detentori dei brevetti con cifre impossibili da trovare. In secondo luogo , questa rottura del vincolo alla brevettazione industriale delle varietà ha aperto la strada alla introduzione di questa forma di copertura anche di varietà non geneticamente modificate per le quali ormai le richieste di brevetto stanno prevalendo nel numero rispetto presso gli Uffici brevettuali del Mondo. Quello che sta succedendo quindi è che gli OGM , lungi dall’avere un significato pratico per la produzione del cibo sono essenzialmente una scusa per mandare nei paesi in via di sviluppo derrate eccedentarie che al Nord del mondo non servono, per aprire del tutto i mercati a prodotti di scarsa utilità a basso costo distruggendo le agricolture locale, per ottenere leggi più compiacenti verso quella che viene chiamata biopirateria ( la brevettazione di varietà locali antiche non protette ma di qualità) e in genere per ottenere il controllo economico di mercati non ancora completamente conquistati.

La virtualizzazione così è compiuta. Si vendono prodotti a prezzi che non sono più legati al costo di produzione ma dipendono dalle sovvenzioni. Si "costruiscono" questi prodotti solo per venderli , in modo del tutto indipendente dalle regole della natura vivente e anche dalle cosiddette regole della domanda e della offerta. Si impone una struttura omogenea e quindi letale alle agricolture di tutto il mondo senza che questo sia finalizzato ad altro che ad un aumento della circolazione monetaria e cioè del cosiddetto indice di benessere costituito dal PIL.

Il circolo vizioso e chiuso e lo si riesce a fare senza che nessuno più discuta del valore reale dei prodotti ma in modo che tutti si scannino discutendo sulla natura di magia nera o di magia bianca delle biotecnologie in quanto tali o anche su paure in gran parte immaginarie, senza preoccuparsi dei veri pericoli che non stanno nella tecnica in sé stessa ma nella sua arretratezza e incapacità di dare prodotti utili e ad effetto prevedibile , nei possibili prodotti futuri, nelle conseguenze delle politiche economiche che ne derivano per le agricolture ecc.

Non siamo in tanti , nel Nord del Mondo a introdurre queste tematiche ma forse , quando qui si parla di fame nel Mondo a sproposito dovremmo cominciare a sentire e leggere quello che dice il Sud che di queste cose se ne intende e infatti ne parla in modo ancora non alienato.